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domenica 22 febbraio 2026

SCOTT H. BIRAM live@El Barrio, Torino, 21 Febbraio 2026




Si scusa Scott H. Biram. A fine concerto si ferma a parlare con noi pochi spettatori (un vero peccato. Ma la promozione per questi eventi?) e si scusa, quasi uno ad uno, per i problemi tecnici che ha avuto per più di metà concerto con la stomp box amplificata che non arrivava come avrebbe dovuto. Non è contento, sembra realmente amareggiato per non averci dato quello che voleva. Lo si rincuora perché è andata benissimo lo stesso e durante l'ora e mezza di durata forse nessuno si sarebbe accorto del problema se lui non avesse interrotto bruscamente con qualche imprecazione. Grande umiltà. Un personaggio Scott H Biram. Texano, cresciuto nella campagna di Prairie Lea, in una famiglia di musicisti (papà suonava il sax, gli zii avevano una piccola band), nello stereo di casa prima Leadbelly, Lightnin' Hopkins e Doc Watson poi i Black Sabbath e il punk rock dei tempi del liceo, mentre il suo fisico nel tempo è tenuto insieme dalle cicatrici e dalle protesi al titanio, lascito di alcuni episodi da leggenda: un incidente stradale in Texas nel 2003 che gli lasciò intatto un arto su quattro ma non gli impedì, un paio di mesi dopo, di salire sul palco in sedia a rotelle con una flebo al seguito, poi in Francia nel 2009, quando scivolò nei pressi di una pompa di benzina. 

Sotto il gilet si intravede una t shirt dei Beastie Boys (Check Your Head), entra sul palco con in sottofondo Anesthesia (Pulling Teeth) dei Metallica, testamento del compianto Cliff Burton. Già questo inquadra la sua voracità musicale anche se poi la scaletta è infarcita di blues fino al midollo. Canzoni, sue e cover, di  peccato e redenzione, suonate con antico spirito DIY, lo stesso che gli bolle in corpo quando suona le sue chitarre, quando sbuffa dentro un’armonica e batte il piede sulla stomp box, scuotendo il cembalo , anche se non si sente come vorrebbe lui. Tranquillo Scott! Ringhia, predica, si sfoga. Tutto insieme. Un “The Dirty Old One Man Band” come il titolo di uno dei suoi tredici dischi, quasi tutti legati alla Bloodshot Records di Chicago. Passano il reverendo Gary Davies e lo yodel di Jimmy Rodgers, Robert Johnson e Muddy Waters, John Lee Hooker. 'Throw A Boogie Woogie' di Sonny Boy Williamson diventa 'Black Betty' dei Ram Jam. Blues grezzo e qualche ballata country dagli umori texani, l'amore per il gospel (ci ha fatto un disco), la veemenza punk metal è sempre a un passo, dietro l'angolo, camuffata dalle chitarre acustiche.

E quando canta " I'm still drunk, still crazy, still blue" gli credi senza ulteriori verifiche. Finito il concerto vorrebbe farne un'altra ma parte in filodiffusione una musichetta targata Walt Disney. Risalito sul palco ci saluta con un passo di danza classica e un inchino. Quest'ultimo contraccambiato da noi pochi ma fortunati.



venerdì 13 febbraio 2026

LOS LOBOS live@Teatro Superga, Nichelino (TO), 11 Febbraio 2026






Dalle mie parti in Valle Cervo, nell'alto biellese, negli ultimi tempi l'avvistamento di lupi è diventato sempre più frequente. Una cosa che desta curiosità, affascina, per molti aspetti preoccupa anche. È la legge della natura che si fa sentire. Bussa alla porta dell'umanità. La calata italica, organizzata da Admr Chiari, per un tour di quattro date dei vecchi lupi chicani della East Los Angeles è invece motivo di gioia e tante altre cose fuorché preoccupante. Forse solo l'assenza di Louie Perez, sembra per motivi di salute, e un inizio di concerto a lenta carburazione di David Hidalgo potevano destare qualche dubbio. Anche se l'apertura in quarta con uno dei loro primi manifesti non lascia trasparire nulla. La domanda Will The Wolf Survive? arriva fiera a ricordarci quell'incrocio tra America e Messico sublimato da lì in avanti. 
I Los Lobos sono ancora una instancabile locomotiva del ritmo che ha in Conrad Lozano (basso pazzesco, panama in testa, braghette corte e culo seduto per più di metà concerto) e Alfredo Ortiz ( batteria e vero propulsore per tutta la serata) le solide fondamenta, nel compassato Steve Berlin (sax e tastiere) il fantasista che completa l'opera con abbellimenti estetici ficcanti e opportuni e in Cesar Rosas (chitarra e voce) e David Hidalgo (chitarra, voce e fisarmonica) le due facce da prima pagina. Si scambiano assoli di chitarra, si alternano alla voce. Cantano insieme. 
 Una oliata macchina del ritmo che non ha conosciuto cali passando con disinvoltura dalla cumbia di Chuco's Cumbia e Maricela al rock di Flat Top Joint (cover degli ex compagni di scuderia Blasters), dai caldi sapori tex mex di Ay te dejo en San Antonio e Volver, Volver, omaggio a Santiago Jiménez e Vicente Fernández, al rock'n'roll di Don’t Worry Baby, Evangelina e Más y más. Poca tregua e poche parole quando sono le canzoni a raccontarci tutti i loro cinquant'anni di carriera e il delicato momento storico che si sta vivendo alle loro latitudini. Il solito mix tra canzoni autografe e cover, perché da sempre l'omaggio ad altri artisti ha caratterizzato tutta la loro carriera dagli inizi quando suonavano a feste, battesimi e matrimoni, passando per il lancio mondiale di metà anni ottanta, fino all'ultimo disco inciso cinque anni fa Native Sons che omaggiava tutta la scena musicale della loro Los Angeles, senza distinzione tra punk e latin roots. 
Dalle atmosfere jazz blues di The Neighborhood (title track del mio album preferito da cui estraggono pure la stupenda Angel Dance, ballata piena di soul), passando dalla fisarmonica che scolpisce nel tempo la melodia notturna di Kiko And The Lavender Moon all'omaggio finale a Richie Valens (Oh My Head, Come On Let's Go, l'immancabile La Bamba che li proiettò verso tutti quelli che ancora oggi: " i Los Lobos quello della Bamba?") a ricordarci che quel lontano giorno del 1959 quando il "rock'n'roll mori" partorì anche il suo futuro. 
Un finale che ha decretato il rompete le righe, con il pubblico, fino a quel momento educatamente seduto  ( a parte qualche conoscente "desapericido della sedia"  che non ne poteva più  già  da tempo in piedi a ballare ai lati della sala) che finalmente ha potuto abbandonare le seggiole del pur bel teatro Superga e avvicinarsi ai propri idoli per un finale tutti vicini e stretti e le mani a tenere il ritmo sulle assi del palco. Ecco se devo trovare un neo alla serata è quella voglia, tarpata dalle seggiole, di alzarsi in piedi e muovere le gambe (soffro seduto ai concerti rock) seguendo i ritmi sempre diversi della scaletta. Un viaggio tra tempi, stili e generi. Il lupo è sopravvissuto, per farlo ha dovuto camminare, prendersi altri spazi. Scendere a valle. Niente e nessuno lo ha ancora abbattuto.







venerdì 23 gennaio 2026

THE DREAM SYNDICATE live@Hiroshima Mon Amour, Torino, 21 Gennaio 2026


Negli ultimi quattro anni a Torino credo di aver incrociato più volte Steve Wynn che un piatto di bagna cauda. Due eccellenze che non smettono mai di stupirmi. Due garanzie. Sempre. Wynn, da solo per concerti più intimi: in compagnia del solo Chris Cacavas (il quinto uomo alle tastiere, a sorpresa, stasera all'Hiroshima), oppure con Enrico Gabrielli e Rodrigo D'Erasmo per il bel concerto dell'anno scorso per la presentazione della salvifica autobiografia Non Lo Direi Se Non Fosse Vero. Libro assolutamente da leggere per quanta umanità vi è contenuta. E poi con i Dream Syndicate, sbarcati l'ultima volta in città nel 2022 allo Spazio 211, concerto da salotto tutti vicini vicini. Ma stasera è diverso. Si respira l'aria del grande evento, il locale è più grande e si riempirà, meritatamente, è la prima data del tour europeo e il primo dei quattro concerti italiani per festeggiare il loro Medicine Show, il secondo disco uscito nel 1984 e da poco ristampato in un ricco box, che tanto fece soffrire in fase di registrazione ("alla fine ero molto soddisfatto del disco, ma fisicamente e mentalmente ero a pezzi" racconterà Wynn) quanto fu fondamentale per proiettarli tra i grandi gruppi rock americani degli anni ottanta. 

I Dream Syndicate non deludono mai anche quando decidono di improntare la prima parte di show pescando brani solamente dalla seconda fase di carriera, mai troppo lodata e ancora tutta da scoprire,  quella della sperimentazione, cavalcando territori più aspri e dilatati uscendone comunque vincitori. A farla da padrone in scaletta è l'album How Did I Find Myself Here? e Jason Victor a confermarsi un grande chitarrista, quando dialoga con la chitarra di Wynn e ancor di più quando parte per i suoi viaggi sonori portandosi dietro tutti noi. Tanto compassato quanto trascinatore.


Dieci minuti di pausa e la scenografia dietro a loro passa dalla copertina dell'album These Times a quella inconfondibile e iconica di Medicine Show. Momento atteso dai piu. L'età stasera conta e sotto i cinquanta anni è difficile scovare gente.

Di quei tempi lontani, oltre alla giacca di Wynn, sono rimasti in tre: Wynn e la sezione ritmica instancabile e a tratti roboante con Mark Walton al basso e Dennis Duck alla batteria.

Tutto ciò che è compreso tra 'Still Holding On To You'  e 'John Coltrane Stereo Blues' che vorresti durasse all'infinito ma che già straripa oltre, è pura gioia per le nostre orecchie. 

Tre decenni di musica che paiono tenersi per mano: sixties e eighties mai così vicini, tra acidità, garage punk e psichedelia che ballano insieme, si mischiano, si allungano, si dilatano in cavalcate elettriche ipnotizzanti e da vero colpo da KO. Dove si finisce di riinizia con la canzone successiva. I bis finali dedicati all'album The Days Of Wine And Roses con due canzoni e a una 'Let It Rain', cover di Eric Clapton che ci accompagna verso l'uscita dopo due ore e dieci di concerto con un solo commento all'uscita da parte di tutti: i Dream Syndicate sono una garanzia! Sempre. Come un buon piatto di cucina piemontese. Sì, insomma domani sera faresti volentieri il bis. 





lunedì 29 dicembre 2025

i miei CONCERTI del 2025

 


i miei CONCERTI del 2025

Se proprio devo sceglierne uno: i Savatage a Milano, anche senza Jon Oliva,  perché ne aspettavo il ritorno da 24 anni. La conferma? Lucio Corsi dal vivo ci sa fare anche se da ora in avanti difficilmente lo seguirò nei grandissimi spazi. I più rock'n'roll: Tyla dei Dogs d'Amour in buona forma nonostante la vita, i Warrior Soul di un Kory Clarke scatenato e Bob Mould da solo che ha tenuto testa senza respiro. La sorpresa: le americane La Luz. Il più rumoroso: i Sunn O)), chi se no? e i Pentagram del folle Bobby Liebling.

Concerti nostalgia: i Soul Asylum, Jerry Cantrell che fa rivivere gli Alice In Chains anche senza Alice In Chains e l'ennesimo ritorno dei Ritmo Tribale nella loro Milano. I più intensi: gli ineccepibili Counting Crows, un Micah P. Hinson tornato in splendida forma accompagnato da Asso Stefana, la nottata black di Curtis Harding  e uno Steve Wynn confidenziale. I più divertenti: il crossover black di Fantastic Negrito e la doppietta di Edda che ha chiuso l'anno nel segno del rock. Il più anarchico: Ryan Adams ha fatto quello che ha voluto in teatro in modo disordinato, a molti non è piaciuto ma fa parte del personaggio. 

-SKIANTOS,  Hiroshima Mon Amour, (Torino), 17 gennaio

-SOUL ASYLUM,  Alcatraz (Milano), 22 Febbraio 

-16, Blah Blah (Torino), 15 Febbraio

-PLANET OF ZEUS, Blah Blah (Torino), 27 Febbraio 

-DEWOLFF, Santeria (Milano), 2 Marzo

-DEAD DAISIES,  Phenomenon (Fontaneto d'Agogna), 8 marzo

-NIGHTSTALKER,  Blah Blah (Torino), 12 Marzo

-RYAN ADAMS, Teatro Dal Verme (Milano), 24 Marzo

-WARRIOR SOUL, RnR (Rho), 29 Marzo 

-STEVE WYNN, Blah Blah (Torino), 3 aprile 

-THE PATELAVAX, Settimo Vittone, 11 Aprile 

-LUCIO CORSI, Venaria Reale (To), 15 Aprile 

-CONCERTO CASA CERVI (Cisco, Vinicio Capossela, Bandabardò, 99 Posse), 25 Aprile 

-MICHAEL SCHENKER, Alcatraz (Milano), 1 Maggio 

-CHARLIE SEXTON, DAVID GRISSOM & CALDER ALLEN, Folk Club (Torino), 16 Maggio

-HIPPIE DEATH CULT, Blah Blah (Torino), 28 Maggio

-TYLA' s DOGS D'AMOUR, RnR (Rho), 29 Maggio 

-JERRY CANTRELL, Magazzini Generali (Milano), 1 Giugno

-BRANT BJORK, MOS GENERATOR, BlahBlah (Torino), 15 Giugno

-SAVATAGE,  Alcatraz (Milano), 24 Giugno

-PENTAGRAM, El Barrio (Torino), 28 Giugno

-BEN HARPER & The INNOCENT CRIMINALS, Comfort Festival (Cinisello Balsamo), 5 Luglio

-KALEIDOBOLT, Blah Blah (Torino), 31 Luglio

-FU MANCHU, The Atomic Bitchwax, Ananda Mida, Earthless, King Buffalo, Magnolia (Milano), 2 Agosto

-FANTASTIC NEGRITO, Cek Franceschetti, Festa Radio Onda D'Urto (Brescia)

-ELLIOTT MURPHY,  Druso (Bergamo), 12 Settembre

-RITMO TRIBALE, Legend Club (Milano), 10 Ottobre

-RAGE, El Barrio (Torino) 11 Ottobre

-COUNTING CROWS, Alcatraz (Milano) 12 Ottobre 

-LA LUZ, Spazio 211 (Torino), 18 Ottobre 

-CURTIS HARDING, Santeria (Milano), 24 Ottobre 

-SUNN O))  Mocalieri, 25 Ottobre 

-BOB MOULD  Legend Club (Milano), 12 Novembre

-MICAH P. HINSON, Spazio 211 (Torino), 22 Novembre

-DANKO JONES, Legend Club (Milano), 6 Dicembre 

-EDDA, Arci Bellezza (Milano), 12 Dicembre

-EDDA, Spazio 211 (Torino), 19 Dicembre

domenica 7 dicembre 2025

DANKO JONES live@Legend Club, Milano, 6 Dicembre 2025


John Calabrese
, bassista storico che con Danko Jones ha messo in piedi la band quasi trent'anni fa, è il più felice di tutti questa sera. Indossa una t shirt delle nostrane glorie hardcore Raw Power e in sala ci sono dei suoi conterranei calabresi che lo hanno raggiunto a Milano ( lui ormai si divide tra le radici italiane il Canada e la Finlandia), amici che gli donano una bandiera con la scritta Cosenza Rock City immediatamente appesa per abbellire la scenografia, completamente inesistente. In fondo quel che conta per la band è solo la musica. Calabrese dispensa sorrisi ad ogni canzone. Ed è un po' l'effetto della musica di Danko Jones: dispensare buone vibrazioni in mezzo al brutto mondo lasciato fuori dal locale.

Lo fanno da sempre. Rock'n'roll senza troppe menate con  testi dozzinali (chi è qui stasera non cerca certamente Bob Dylan in una canzone), dodici album incisi come ricorda Danko Jones in uno dei suoi sermoni autoindulgenti che lanciano sempre il più semplice dei messaggi: divertitevi! E l'ultimo album Leo Rising, il più saccheggiato giustamente, che nel titolo cita il debutto Born A Lion sembra confermarlo: il leone è nato, è cresciuto ma di morire non ha assolutamente voglia finché ci sarà gente che balla e canta sotto i colpi di hard rock'n'roll a volte veloce come il garage punk altre pesante come l'heavy metal, altre ancora suadente e allusivo come il blues. Coerenti con la propria storia Danko Jones portano avanti il loro verbo buono per ogni occasione. Ieri, oggi e domani. Inni semplici e diretti da portarsi fuori dal locale (il power trio rende meglio su questi palchi ridotti) e continuare a cantare durante il viaggio di ritorno in auto: domani non sarà già più sabato sera ("I say, Mondays are now Fridays, Tuesdays are my birthday, Every day is Saturday night" cantano ed è già un piccolo inno) ma cosa importa, il rock'n'roll non conosce ferie e Code Of The Road, Lovercall funzioneranno ancora anche tra cent'anni. "È solo rock'n'roll" e "il rock'n'roll non morirà mai" cantavano negli anni settanta. Nonostante tutto avevano ragione, chi è qui stasera ha l'irrefrenabile bisogno di sentire la musica in modo fisico: basso roboante, colpi di batteria (il bravo Rich Knox) che arrivano al cuore, riff di chitarra penetranti e chorus cantabili. Danko Jones ti da tutto questo, sempre, e non delude mai perché sai quel che vuoi trovare e lo trovi. Sempre. Come canta nell'opener dell'ultimo slbum What You Need.

A conferma della serata ad alto voltaggio, ad aprire Tuk Smith (ex Biters) con i suoi Restless Hearts con la loro capacità di trascinarti indietro nei seventies con un'orgia  rock'n'roll tra Stones e Thin Lizzy e taglio di capelli alla Keith Richards anno 1973. Non a caso, consapevole di tutto ciò, Tuk Smith presenta i suoi compagni come Keith Richards alla chitarra, Peter Criss alla battetia e Dave Davies al basso. Il giusto tributo di chi sa da dove proviene ma anche dove vuole arrivare.




domenica 23 novembre 2025

MICAH P. HINSON live@Spazio 211, Torino, 22 Novembre 2025


Serata forte questa allo Spazio 211. Un sold out che potrebbe lasciar presagire rumore e confusione in sala e invece regala momenti di assoluta attenzione, concentrazione e devoto silenzio che raramente si percepiscono a un concerto. Sì, insomma, qui nessuno ha il coraggio di farsi gli affari  suoi con il compagno a fianco.

Succede soprattutto quando Micah P. Hinson in tre occasioni, accendendosi una sigaretta, si concede al monologo aggiungendo e completando ciò che già le sue canzoni ci raccontano di lui da anni: storie di morte, peccati, fede e redenzione dove si intrufolano rapporti finiti e presenti, romanticismo e depressione, infanzia e famiglia, discendenze e lo stato di salute attuale di quel sogno americano che ha illuso generazioni, compresa la sua.

Micah P. Hinson dal precedente disco I Lie To You del 2022 sembra aver iniziato a percorrere la lunga strada della rinascita umana e artistica dove il pesante passato si fa strada verso un futuro da affrontare con più consapevolezza e saggezza. Ci sono ancora tanti demoni a circondare il percorso ma l'età e l'esperienza sembrano insegnare come affrontarli e lo canta bene in 'Ignore The Days', proiezione nel suo nuovo futuro.


Per la rinascita artistica è impossibile non pensare al nostro Alessandro "Asso" Stefana che fin dal precedente disco lo ha accolto in un forte abbraccio di sostegno come strumentista e produttore, donando la sua infinita genialità musicale. A farla da padrone è l'ultimo disco The Tomorrow Man uscito da pochissimo che parla quasi interamente italiano nei crediti (luoghi, musicisti, etichetta) e che viene  presentato interamente. Canzoni che private degli arrangiamenti d'archi, presenti su disco, ad opera del Benevento Ensemble, diventano scarne con Asso a suonare tastiere, armonica, lap steel e banjo e Paolo Mongardi (attuale batterista degli Zu) a giocare spesso di fino con spazzole e colpi ad effetto. Un concerto da crooner condotto con quella voce baritonale che sa essere potente e fragile contemporaneamente ma che non manca di condurre anche accelerazioni e crescendo radicati nel country bluegrass.

Ipnotici, cupi e struggenti in 'What Does It Matter Now', con grande gioco di squadra in 'People', canzone di David Bazan che sembra sempre indicare la via lungo la quale si sta dirigendo l'umanità, americani fino all'osso mentre eseguono 'The Last Train to Texas'.

Qualche concessione ai vecchi dischi c'è  stata, quell'esordio del 2004 sembrò battezzare un nuovo eroe dell'alt country per gli anni duemila ma il qui e ora sembra prevalere.

Mostra con orgoglio quel taglio di capelli che riporta alle sue origini dei nativi americani Chickasaw, anche se lo tiene nascosto sotto il grande cappello bianco che lo fa sudare parecchio, accorda in continuazione la chitarra e ci scherza pure su: "negli anni sessanta siamo andati sulla luna ma io sono ancora qui a perdere tempo per accordare 'sta fottuta chitarra".

Inizia il concerto con 'Oh, Sleepyhead' full band che poi riprenderà in solitaria come primo bis, forse la canzone simbolo di questa sua nuova rinascita, nata come ninna nanna per sua figlia ma simbolo di un nuovo approccio alla vita, quasi illuminato, dove canta:

"Alright

Wake up, sleepyhead

It's early morning

And all our lives are new

Cheer up, sleepyhead

It's still morning

And i'm disappointed in jesus too

We don't need to be so sad


We don't need to be so mad"

Conclude il concerto con '500 Miles', ormai un traditional scritto da Hedy West e cantato da tanti nel tempo . Chissà quanta altra strada avrà percorso, tra il Texas e la Spagna, e dove troveremo Micah P.Hinson la prossima volta che lo incontreremo? Fosse anche solo fermo da queste parti sarebbe una gran cosa.


Foto: Enzo Curelli




domenica 26 ottobre 2025

CURTIS HARDING live@Santeria, Milano, 24 Ottobre 2025

 


Sapete come ci si sente ad ascoltare un concerto con due persone dietro di te che non fanno altro che parlare per un'ora e mezza no? A voce alta, naturalmente, perché la musica sembra un ostacolo per loro.

Altro che problema dei telefonini, qui siamo ad alti livelli di cafonaggine, almeno chi ha un telefono in mano un po' di interesse verso ciò che succede sopra al palco  sembra dimostrarlo. Spostarmi? No, niente affatto, ho difeso il mio posto. Litigare? No, è venerdì sera e non voglio. Per fortuna  ci pensa Curtis Harding a tasportarmi lontano, ti carica sopra la sua nuova navicella spaziale, quella protagonista dell'ultimo concept album e s'innalza da terra guardando tutto dall'alto in basso. Un viaggio metaforico nel buio dello spazio che diventa esperienza dentro a sé stessi. Siamo sempre in movimento, dovremmo esserlo sempre, anche quando lontani dai propri affetti si soffre lo smarrimento. 

Per i primi quarantacinque minuti di concerto Departures & Arrivals: Adventures Of Captain Curt, uscito poche settimane fa,  è il grande protagonista, privato degli arrangiamenti e delle finezze presenti su disco, tutto arriva diretto, in your face, un concentrato dove  c'è tutto il mondo di Curtis,  nato nel Michigan, e cresciuto seguendo gli spostamenti della madre cantante gospel: il vecchio suono Stax e Motown, il funk, il R&b, la psichedelia, perfino accenni disco. I musicisti stanno tutti al loro posto, anche Curtis non è un personaggio istrionico da palco, si concede dei grandi occhiali, passa dalla chitarra al tamburello, sale di falsetto ma il carisma arriva a paccate: quando scherza, quando invita a cantare con lui, quando chiede quanti di noi abbiano già il nuovo disco che ci sta suonando da cima a fondo. 


Dopo una breve pausa, la seconda parte di concerto è dedicata ai suoi primi tre album Soul Power, Face Your Fear e If Words Were Flowers, che lo hanno candidato ad essere uno dei nuovi principi della black music americana. A proposito di re, recentemente ha omaggiato D'Angelo, scomparso da poco con l'esecuzione di Brown Sugar, che sa quasi di passaggio di testimone, anche  se tra loro diversissimi, la black music ha bisogno di ritornare a dettar legge.

L' alto numero di giovani spettatori presenti, che per una volta fa sentire noi cinquantenni, in su,  in minoranza, fa ben sperare per il futuro della musica. Intanto sotto i colpi di On And On e Keep On Shining è difficile rimanere fermi e pure i due tizi dietro di me, sul più bello, sembrano essersi placati, godendosi il loro momento di riposo mentre Harding con i suoi straordinari musicisti sulle note della finale Need Your Love ha in mano tutto il locale, bello pieno per l'occasione. Si congeda con le dita in alto verso il cielo  augurandoci "Peace And Love". Noi qui dentro siamo pronti ad eseguire, sentiamo cosa ne pensa il brutto mondo là fuori.






domenica 19 ottobre 2025

LA LUZ live@Spazio 211, Torino, 18 Ottobre 2025

 


I concerti allo Spazio 211 in autunno e inverno offrono sempre un caldo abbraccio.  C'è sempre una bella atmosfera, stasera amplificata dai raggi del sole sorridente e californiano (ma sorto a Seattle) dietro al quale escono le quattro La Luz quando salgono sul palco. Raggi che scaldano le impetuose onde del loro surf indie rock che spesso e volentieri si infrangono su una riva di sabbia psichedelica sixties, sognante ma con quel retrogusto malinconico nostalgico. Armonie vocali doo-wop, atmosfere da spaghetti western, il groove tenuto alto dalla batterista Audrey Johnson con il viso circondato dalla sua chioma imponente ("Audrey I Love You" grida qualcuno in sala) e dal basso di Lee Johnson, la presenza scenica accattivante (i movimenti di capo e gambe sincronizzati) e simpatica, sotto la guida della chitarra di Shana Cleveland, recentemente madre e vittoriosa sulla malattia, hanno presentato il loro ultimo disco  News Of The Universe uscito su Sub Pop.  È "saturday baby" come ha sottolineato la tastierista Alice Sandahl, allora per poco più di un'ora ci lasciamo i problemi a casa e ci si muoviamo trasportati  dal ritmo ipnotico che vorresti non finisse mai mentre un alieno verde gonfiabile surfa sopra la tua testa, rapendoti i pensieri.




sabato 18 ottobre 2025

RITMO TRIBALE live@Legend Club, Milano, 10 Ottobre 2025

 


Con un inizio di concerto medley quasi unplugged con tanto di fisa che scava indietro nel tempo, tra improvvisazioni ('Kriminale' non poteva non esserci! Quindi eccola anche se non in scaletta) e qualche problema tecnico (con il basso nella seconda parte) che però ce li restituisce indietro umani, la vecchia guardia è ancora viva e lotta con noi. Andrea Scaglia, Fabrizio Rioda, Andrea "Briegel" Filipazzi, Alessandro Marcheschi e Luca"Talia" Accardi in due ore e mezza (!!!) di concerto si divertono versandoci un'antica botta di adrenalina che ogni tanto ha bisogno di essere rispolverata per ricordarci quanto il rock italiano, a cavallo tra gli anni ottanta e novanta, abbia prodotto cose buone. 


Ecco allora un viaggio nella loro storia che passa dal periodo di maggior risalto quando alla voce c'era Edda e dischi come Mantra del 1994 (L'assoluto, a Mia Religione, Ti Detesto e con le sue due ballate Amara e Sogna) e Psycorsonica del 1995 (Oceano, Base Luna, Nessuna Scusa, 12 Linee, Universo, Psycho) erano sulla bocca di tutti al secondo periodo di carriera con Scaglia alla voce segnato dai due album Bahamas del 1999 (2000, Lumina, Bahamas) e il più recente La Rivoluzione Del Giorno Prima uscito nel 2020 (Le Cose Succedono, La Rivoluzione Del Giorno Prima, Milano Muori), in piena pandemia. "Abbiamo fatto uscire un solo disco negli ultimi venti anni ed è scoppiata una pandemia", ci scherza su Scaglia.

E per ribadire con ancora più forza quanto il rock italiano abbia segnato un'epoca, la canzone finale dedicata al compianto Marco Mathieu (Negazione) è 'Questi Anni' dei Kina che va a trasformarsi in 'Uomini'. Una serata "evento" ma che potrebbe diventare benissimo l'ennesimo nuovo inizio.







sabato 13 settembre 2025

ELLIOTT MURPHY And Murphyland Band live@Druso, Bergamo, 12 Settembre 2025



Ci sono concerti che vorresti non finissero mai e quello di Elliott Murphy con la sua Murphyland Band composta dall'inseparabile e bravissimo Olivier Durand alla chitarra acustica ma che ferisce come un'elettrica, la dolce Melissa Cox al violino e Alan Fatras al solo Cajun e scarne percussioni ma che sembra avere davanti un set completo , è uno di quelli, seppur di suo sia durato quasi due ore e mezza. Il Druso di Bergamo è pieno (oltre che accogliente e intimo), perché uno come Murphy lo merita come è pure vero che anche la sua carriera avrebbe meritato il "pieno" e in generale più attenzione di quanto ne abbia avuta e ricevuta. Chi conosce i suoi dischi sa che difficilmente ha deluso (soprattutto i suoi anni settanta non sono inferiori a nessuno) e stasera è qui a presentarci l'ultimo Infinity che ha pochissimi mesi di vita ('Makin' It Real' e 'Baby Boomer Lament' quelle suonate  più il nuovo video in bianco e nero di 'Night Surfing' proiettato prima del concerto).

È un viaggio coinvolgente e trascinante con il sorriso sempre pronto e la voglia di divertire e divertirsi (cosa che traspare dai volti dei musicisti), un giro completo intorno alla sua Murphyland che ci ha portato dalla Cadillac di Elvis a Lou Reed ("c'è il tuo amico Louis al telefono" gli diceva sua madre storpiando il nome. Cose da newyorchesi), dal suo primo sbarco in Italia nel 1971 a Roma dove ebbe un piccolo ruolo con Fellini al suo amico Springsteen del quale fa l'imitazione e nei bis propone 'Better Days'.  Tutto il pre concerto è stato dedicato alla visione del breve film sulla crociera "springsteeniana" Born To Cruise svoltasi in primavera a cui lo stesso Murphy ha partecipato. 


Da angelo biondo e ribelle di Long Island ad antico e saggio troubadour dei tempi moderni. Partito dalla New York  degli anni '70 e arrivato in Europa nel 1989, non se n'è più andato, conquistato da Parigi, costruendosi un seguito di fan affezionati e devoti. Amore contraccambiato con l'assegnazione a Murphy della prestigiosa Medaille de Vermeil de la Ville de Paris da parte del primo cittadino parigino. Dopo Parigi è l'Italia la sua terza casa.

Murphy ha storie da raccontare con ironia e tanta autoironia (scherza sul trascorrere del tempo: "una volta nel backstage c'era di tutto e di più, alcol e groupie, ora integratori, defibrillatori e viagra") e in musica ha una manciata di canzoni da knock out disseminate lungo più di cinquant'anni di carriera che cerca di sintetizzare toccando vari punti della sua discografia, dall'iniziale 'Drive All Night' condotta in solitaria con Durand ad accompagnarlo alla finale 'Rock Ballad,' passando dalla tittle track dell'omonimo Just A Story From America (1977),  le canzoni dello splendido Night Lights (1976) con 'Deco Dance' e 'You Never Know What You're In For', disco che non aveva nulla da invidiare a Born To Run, fino ad arrivare a 'Sonny' da Beauregard (1998),  una splendida 'Green River', una sempre toccante 'On Elvis Presley's Birthday da 12' (1990) e le più recenti 'Alone In My Chair' da Prodigal Son (2017), 'Consequential' e 'Sunlight Keeps Falling' da Wonder (2022). 

Murphy, rimane ancora un cantautore d'altri tempi, un dandy del rock che fa ancora della poesia in musica un vanto ed una ragione di vita, lontano dai grandi circuiti che contano ma sempre più vicino ai cuori e all'anima. La partecipazione del pubblico e la forte empatia creata  hanno detto tutto. Durante il festaiolo medley finale nessuno è rimasto fermo.

Allora è stato bello chiudere fuori questo brutto mondo per un paio di ore e rifugiarsi dentro a Murphyland," il posto dove tutti vorremmo stare" e dove "Louis Armstrong canta Hello Dolly" come cantava, il luogo dove poter realizzare i propri sogni, il posto da perseguire fin dalla giovane età, superando gli ostacoli e gli  incontri "sbagliati" o salvifici della vita. Lo ha creato Elliott Murphy. Ieri sera eravamo tutti invitati e credo nessuno sia uscito deluso. Intanto all'uscita ci aspettava la pioggia.

"A Hard Rain's A-Gonna Fall" cantava Dylan ma stasera si torna a casa in tutta leggerezza.





sabato 9 agosto 2025

FANTASTIC NEGRITO live@Festa di Radio Onda D'Urto, Brescia, 8 Agosto 2025

 


Quanti di noi vorrebbero reinventarsi alla soglia dei cinquant'anni. A Xavier Dphrepaulezz la trasformazione in Fantastic Negrito è venuta assai bene e stasera abbiamo avuto l'ennesima testimonianza del suo carisma che oggi ha pochissimi rivali in giro. Concerto che per vari motivi mi è piaciuto più della prima volta quando lo vidi nel 2018, allora era addirittura senza bassista, oggi ne ha una brava e giovane, Lilly Stern, entrata da pochi mesi in formazione ma già inserita  magnificamente in una band schiacciasassi, e lui nelle presentazioni intona scherzosamente:  "abbiamo una ragazza nella band, abbiamo una ragazza". Una macchina da groove che fa del crossover il proprio punto di forza. 

Per diventare Fantastic Negrito ha però dovuto vivere altre diverse vite assai complicate, compreso il risveglio dal coma dopo un incidente, episodio determinante per l'avvio della sua carriera. Complicazioni che senza remore e tanta sincerità ha sempre sciorinato nei suoi testi andando ad incastrarsi con la storia della società vissuta in prima persona e  studiata nei libri di scuola. Basterebbero i suoi ultimi due album per capire il personaggio: in White Jesus Black Problems  del 2022, scavò indietro all' esplorazione delle sue origini, scoprendo che i suoi antenati di settima generazione, siamo nel 1750 in Virginia, furono una serva bianca di origini scozzesi e uno schiavo nero. I due contro ogni logica e legge dell'epoca si amarono. Da qui il concept antirazziale sull'amore universale,  sentimento che invece latita nel suo ultimo disco Son Of A Broken Man dell'anno scorso incentrato sulla sua difficile infanzia con un padre assente che quando aveva 12 anni smise di parlargli e lo cacciò di casa. Tutte cose che segnano. Fantastic Negrito è un performer incredibile: istrionico nelle sue movenze, predicatore quando lancia i suoi messaggi, aizzatore di folle quando coinvolge il pubblico, attore nelle sue messe in scena tra il serio e il comico (la scenetta d'amore con il chitarrista Clark Sims,  l'immancabile cibo italiano), ballerino con i suoi passi di danza, portavoce dei suoi antenati quando intona vecchi gospel. Tra note alte e basse, la sua voce potrebbe cantare qualsiasi cosa e così fa, unendo idealmente il blues nero con quello bianco, Stevie Wonder e i Led Zeppelin. Ricorda l'amico Chris Cornell con belle parole, salito troppo presto in cielo e uno dei primi a credere in lui. In un recente post su Facebook nell'anniversario della morte scrisse: "è stata la prima persona nell'industria musicale a riconoscere ciò che ho fatto. È stato Chris a portarmi in tre tour e a farmi conoscere il mondo. Gli sarò per sempre grato. Sei amato e mi manchi, fratello Chris Cornell". 


Cita musicalmente 'Stand' di Sly And The Family Stone e 'War Pigs' dei Black Sabbath. Unisce mondi sonori apparentemente distanti con una naturalezza disarmante, impartendo lezioni su come ci si deve comportare e muovere sopra a un palco. Gli riesce tutto decisamente facile ma forse solo perché la musica si è impossessata del suo esile corpo e di uscire non ne ha proprio voglia. A noi non  resta che goderne e ballare fino alla fine, perché sotto i colpi di funky ('Bullshit Anthem', 'California Loner'), Motown sound, blues ('Son Of A Broken Man'), rock’n’roll ('Plastic Hamburgers'), vecchi traditional ('In The Pines') è davvero difficile stare fermi e non lasciarsi contagiare. Dopo quasi due ore di musica ne vorresti ancora.

Ad aprire la serata CEK AND THE STOMPERS. Loro giocano in casa e il pubblico è quello delle grandi occasioni. Che si suoni al piccolo bar sotto casa o davanti al pubblico numeroso di un festival, al Cek, che ormai non ha bisogno di presentazioni, importa poco, perché il suo blues arriva sempre e comunque con sincerità e vigore e questa nuova formazione con la quale ha registrato l'ultimo album Mr.Red, gli consente di aggiungere nuove sfumature alle sue canzoni, ampliando la tavolozza del suo blues sempre ruspante, genuino e vero. Personaggio unico e non replicabile. 

Una serata a dir poco perfetta.





lunedì 7 luglio 2025

BEN HARPER & The INNOCENT CRIMINALS live@Comfort Festival, Cinisello Balsamo, 5 Luglio 2025

 


Solo il rumore dei fuochi d'artificio che a un certo punto si sentono esplodere in lontananza nel cielo pulito di questo pezzo di Brianza distrae per un attimo Ben Harper mentre con le veloci dita armeggia su una delle tante lap steel che ha suonato. Gli scoppiettii lo distraggono per un attimo, ci scherza su per pochi secondi e poi riattacca. Perché le due ore di musica che ci ha regalato sono state dense e dirette, senza troppe parole, senza spiegazioni. Le sue canzoni hanno detto tutto quello che forse qualcuno voleva sentirsi dire. Ma poi, veramente abbiamo bisogno di sermoni da uno che da tutta la vita canta: " I can make peace on earth, with my own two hands" (With My Own Two Hands), o che pensa che il potere del Vangelo possa "rendere potente un uomo debole e far cadere un uomo potente"(The Power Of Gospel)?

È già tutto lì in quei testi e per chi non fosse ancora convinto intervengono sovente un pugno alzato alle stelle e una mano portata al cuore.

Chi aveva bisogno di ulteriori parole sono convinto che stasera non fosse nemmeno qui e di Ben Harper ignora certamente l'esistenza.


Sarà stata la dolce e fresca brezza, lascito  dei temporali del mattino, il luogo scelto per questo festival, il giardino di Villa Casati Stampa a Cinisello Balsamo, bello e confortevole (ebbene sì il nome del festival è azzeccato) con i suoi spazi di verde e di ombra, ma tutto ha  condotto verso una serata di musica perfetta, senza tutti quei disagi dei grandi eventi da cui mi tengo lontano ormai da parecchi anni. Qui sembra tutto a misura d'uomo.

Quello che più stupisce di Harper, ma forse nemmeno più dopo tanti anni, è invece l'estrema facilità con la quale indirizza il folk blues di partenza  verso il reggae, il funky e il rock. Tutto viene metabolizzato e scaricato in un flusso quasi continuo di asprezza e dolcezza, lotta e sentimento con l'inossidabile aiuto dei musicisti dei suoi Innocent Criminals (i veterani Leon Mobley e Oliver Charles, Chris Joyner, Alex Painter e Darwin Johnson), macchina da groove che al necessario lo lasciano in solitaria per quei momenti acustici dove bastano  voce e chitarra per toccare i cuori, quei cuori che qualcuno gli restituisce con le dita.

Harper è stato un privilegiato da ragazzino ma non basta certo aver avuto genitori e famigliari musicisti per arrivare in alto se non hai quel talento naturale, ben visibile da ogni parola detta e ogni nota fatta senza esibire nessun gesto teatrale che la sua carriera potrebbe permettergli. La naturale spontaneità è certamente tra le cose che piacciono di più al suo pubblico.

I giochi di squadra, invece,  raggiungono il loro apice emotivo durante 'Belove Sea Level', il Gospel per sole voci cantato a cappella che li vede tutti impegnati, uno dei due brani, insieme all'apertura  'Need To Know Basis', estrapolati dal recente presente, l'intimista Bloodline Maintenance uscito nel 2022. Il resto della scaletta scava nel passato di album gloriosi come Fight For Your Mind ('Gold To Me', 'People Lead', 'Give A Man A Home'), Lifeline ('Say You Will'), Welcome To Cruel World ('Don't Take That Attitude To Your Grave', 'Walk Away', 'Forever'), Diamonds On The Inside.

Se alla coda di 'Faded' attacca 'Fool In The Rain' dei Led Zeppelin, nella finale 'With My Own Two Hands' ci mette 'Your House' dei sempre dimenticati Steel Pulse, alfieri del reggae britannico.

Dopo i saluti si percepiva la voglia di averne ancora un po', per qualche minuto nessuno si è mosso. E allora, quei fuochi d'artificio arrivati a metà concerto chissà da dove,  avrebbero fatto il loro vero dovere.



Foto: Enzo Curelli


giovedì 26 giugno 2025

SAVATAGE live@Alcatraz, Milano, 24 Giugno 2025

 


Gods Of Metal nel Giugno 2001: durante l'esibizione dei suoi Motorhead, Lemmy indirizza un sonoro "fuck you" ai Savatage che nel palco opposto al loro, dentro al defunto Palatrussardi, o Palasharp, o come si chiamasse all'epoca non ricordo, stanno facendo un soundcheck piuttoso rumoroso (quell'edizione fu ricordata per l'assurda presenza di due palchi uno opposto all'altro). Ecco:  del concerto dei Savatage che suonarono immediatamente dopo i Motorhead ricordo solo quel sonoro "vaffanculo". Stavano portando in giro il controverso e difficoltoso da portare a termine Poets And Madmen, Zak Stevens era uscito dal gruppo, sostituito da un certo Damond Jiniya (che fine avrà fatto?). Un concerto non certo memorabile che li porterà piano piano a sciogliersi un anno dopo. Memorabili  furono invece i tre precedenti che vidi: nelle viscere dell'inferno del Rainbow a Milano nel 1996, concerto  che in una recente intervista Jon Oliva ha ricordato come uno dei più caldi della sua carriera, nell'esotico tendone del Palacquatica sempre a Milano nel 1997 in una versione serra con tanto di condensa misto sudore che pioveva nelle nostre teste e a due passi da casa al Babylonia di Biella nel 1998, quando a cinque minuti di macchina mi vedevo anche tre concerti a settimana. E che concerti!

E come memorabile, seppur fresco di nemmeno 24 ore, è stato il concerto di ieri sera. Uno dei concerti emotivamente più toccanti e  partecipati a cui abbia assistito negli ultimi anni. Le ragioni sono state tante: i Savatage sono tornati a suonare in Italia dopo 24 anni e il pubblico che ha riempito l'Alcatraz si divideva sostanzialmente in chi non li aveva mai visti prima e chi aspettava questo momento da circa un quarto di secolo dopo averli già visti negli anni d'oro. La formazione è quella del tour di Wake Of Magellan, ossia Zak Stevens alla voce, simpatico e coinvolgente con qualche trascurabile pecca vocale, un Chris Caffery alla chitarra che durante 'I Am' dimostra di poter sostuire più che degnamente anche la voce di Oliva volendo, un serafico e compassato Al Pitrelli alla chitarra solista, un Johnny Lee Middleton al basso, sereno e sempre sorridente,  Jeff Plate terremotante anche se nascosto dietro alla sua ingombrante batteria. Più due tastieristi. Già, perché per sostituire Jon Oliva, assente giustificato in riabilitazione dopo una brutta caduta, ci vogliono due musicisti. Ma l'ingombrante ombra di Oliva sembra sempre presenziare durante tutte le canzoni (lui ha dato l'ok per continuare comunque un tour già programmato anche senza la sua presenza) per poi materializzarsi davanti ai nostri occhi sul megaschermo, seduto davanti a un pianoforte in sala di registrazione (il prossimo anno uscirà un nuovo disco, si spera), mostrando tutti i segni fisici del tempo che però non hanno scalfito la voce che apre e chiude una commovente 'Believe' dedicata al fratello Criss. Uno dei tanti momenti da lacrima facile e pelle d'oca. La scelta di dare maggior spazio alle canzoni di The Wake Of Magellan invece (se ne conteranno sei), la vedo come un gesto di continuità con la propria carriera: se ai tempi fosse continuata come doveva, il concerto sarebbe stato questo.


Con 'Welcome' a dare il benvenuto allo show e la strumentale 'The Storm' per mettere in risalto la perizia strumentale.

 I Savatage non sono mai stati personaggi da prima pagina (singolare il fatto che raggiunsero il picco di notorietà dopo la morte di Criss Oliva): lo stupore davanti a un pubblico che ha cantato tutte le canzoni, dalla prima all'ultima (20 in scaletta, 1 ora e 50 la durata) e la tanta voglia di suonare e star bene si legge in faccia a ognuno di loro. Quando i musicisti suonano divertendosi si crea una speciale e naturale alchimia con i fan. Qualcosa di magico (semplici e azzeccati anche i  fondali con le copertine dei dischi), palpabile, sontuoso, che si percepiva ad ogni nota suonata. In tempi in cui le basi preregistrate abbondano, i Savatage tirano fuori l'antica artiglieria da veterani: gli intrecci vocali di una canzone come 'Chance' non sono da tutti, nemmeno i Queen ripetevano live certi cori registrati in studio, i Savatage sì. Una scaletta dove hanno trovato posto l'epicità di metà carriera ('Edge Of Thorns', 'All That I Bleed', 'Dead Winter Dead', 'Handful Of Rain') e la grezza attitudine power metal made in USA dei primi sei dischi (il crescendo di 'Gutter Ballett' sempre da brividi, 'Strange Wings', 'Sirens', 'Jesus Saves') che tocca il culmine con un finale d'altri tempi con 'Power Of The Night' e 'Hall Of The Mountain King' con Stevens a ringhiare come avrebbe fatto Oliva.

Riavvolgendo il nastro: dopo pochi mesi da quel Giugno del 2001 il mondo sociale e politico cambiò per sempre con gli attentati del 11 Settembre. Dopo ventiquattro anni si spera sempre che qualcosa sia cambiato. In meglio. Sbirciando fuori di casa ti accorgi che non è così. Tutto è immutato, perfino peggiorato. Con la musica, invece, speri che tutto rimanga uguale a vent'anni prima, perché, di solito, invecchiando si peggiora. I Savatage no, sembrano essere rimasti lì, quelli di sempre. Congelati. Un buon segno per il disco nuovo che arriverà. In più: il jolly da calare di nome Jon Oliva che se si dovesse rimettere in forma potrebbe regalarci ancora tante altre soddisfazioni. Serata da segnare e archiviare tra i concerti della vita. Ebbene sì.



Foto: Enzo Curelli


lunedì 2 giugno 2025

JERRY CANTRELL live@Magazzini Generali, Milano, 1 Giugno 2025

 


L' ultimo disco solista I Want Blood, uscito lo scorso anno, aveva tutte le peculiarità per uscire con il nome Alice In Chains stampato sopra per quanto in grado di irrorare anni novanta da ogni solco. Se alle cinque canzoni estratte da quel disco eseguite stasera (dalla heavy title track alla melodica Afterglow), aggiunge altri cinque brani degli Alice In Chains messi in scaletta, Dirt a dominare (Them Bones, Man In The Box, Would?, Rooster e una straordinaria e sabbathiana Hate To Feel dedicata a Layne Staley, per me vertice assoluto del concerto) per un attimo mi è parso di essere catapultato indietro tra il 1992 e il 1996, almeno fino a quando mi sono toccato la testa in cerca dei miei capelli, trovando solo sudore. Jerry Cantrell, t-shirt con Mickey Mouse, si conferma ultimo depositario di certi suoni, sempre fedele a sé stesso ma comunque in cammino, chitarrista eccelso (forse sempre troppo sottovalutato?), emotivamente coinvolto nelle sue liriche quando certe ferite erano ancora fresche, due gli estratti rispettivamente da Degratation Trip del 1998 (apertura affidata a Psychotic Break) e Boggy Depot (2002) i primi due album solisti e con i bei contrasti di luce e ombra del più acustico e seventeen Brighten (2021) (belle le sfumature roots di Atone). Cantrell continua a scavare nell'oscurità dell'anima e del mondo lasciando sempre delle fessure  aperte per dei raggi più luminosi di speranza.

Ha funzionato tutto a meraviglia in un locale sold out (forse troppo stretto e sacrificato per il gran numero di persone) e con un pubblico coinvolto e affettuoso che ha cantato vecchie e nuove canzoni dall'inizio alla fine (un'ora e quaranta minuti la durata).

Peccato per una batteria che spesso ha sovrastato tutto, questa la percezione dalla mia postazione (certamente Roy Mayorga è uno che pesta giù duro ma l'acystica in generele non era il massimo, mentre Eliot Lorango al basso e Zach Throne alla seconda chitarra hanno lavorato di fino e mestiere) ma vorrei inveve  sottolineare lo splendido e rispettoso lavoro alle voci di Greg Puciato (ex Dillinger Escape Plan) nelle sempre difficili e ingombranti parti vocali di Staley: l'intreccio e il sincrono con la voce di Cantrell sono stati perfetti.



Foto: Enzo Curelli