domenica 30 marzo 2025

WARRIOR SOUL live@RocknRoll Club, Rho, 29 Marzo 2025


Kory Clarke è in una forma invidiabile. E questa è già una grandissima notizia. La seconda notizia: sarebbe bello trovare la sua età. Provateci voi se ci riuscite. 

Kory Clarke ha sempre fatto quello che cuore e mente gli hanno dettato. Nel bene e nel male. A un passo dal diventare uno dei più credibili guru del rock alternativo degli anni novanta quando la sua creatura Warrior Soul, germogliata a Detroit e sbocciata a New York, iniziò a buttare fuori dischi che mischiavano l'urgenza del post punk con il metal, la New Wave e la psichedelia condendo il tutto con testi al vetriolo da ultimo dei reietti con la missione ben precisa di mettere in guardia il mondo da un'imminente apocalisse e riportare il rock al centro dell'attenzione, portarlo nuovamente ad essere un animale selvatico, anarchico, strisciante, pericoloso, contro il sistema, veicolo di messaggi. Forti. Diretti. Disturbanti.

Ci andò vicino ma i suoi messaggi erano però "troppo divisivi" per un mercato che cercava nuovi idoli universali e per le masse.

"In America ho sempre trovato difficoltà. Ho sempre pensato che fosse a causa delle mie critiche alla situazione sociale americana e al coraggio di dire davvero quello che provo al riguardo" disse.


Troppo colto e intelligente nella musica è sinonimo di troppo pericoloso. Questo è stato il maggior pregio ma anche il motivo per cui il nome della band non è arrivato sulla bocca di tutti ma si è fermato un passo prima, nonostante un buon contratto con la Geffen. Cory Clarke era carismatico, dannato il giusto, sciamanico ma faceva paura, non era accomodante in nulla, andava avanti per la sua strada senza compiacere niente e nessuno e il trittico di dischi Last Decade Dead Century (1990), Drugs, God And The New Republic (1991) e Salutation From The Ghetto Nation (1992) rimarranno lì a dimostrarlo. Tra le migliori uscite di quei primi anni novanta, un attimo prima dell'esplosione grunge. Chill Pill (1993) e The Space Age Playboys (1994) subito dopo non erano da meno ma stava cambiando qualcosa.

Poi il tempo passò, i compagni di band pure (alcuni come il batterista Mark Evans e il bassista recentemente scomparso Pete McClanahan non ci sono più) la trasformazione nei meno impegnati e più stradaioli Space Age Playboys sembrò naturale, senza forzature, così come il ritorno al marchio Warrior Soul nel 2007. Da allora non ha più smesso (l'ultimo disco Out On Bail è del 2022) e le cose intorno a lui sembrano siano andate esattamente come immaginava: di merda.

La data di Rho sembra sia stata aggiunta in corsa alle date italiane del tour europeo (io l'ho saputo un giorno prima!) ma il Rock'n'roll Club, piccolo, stipato e sudato ha risposto alla grande: perennemente in piedi dal trespolo di una cassa, in contatto costante con il suo pubblico, Kory accompagnato da Dennis Post e il "nostrano" GG Rock alle chitarre, Ivan Tambac alla batteria e Christian Kimmett al basso ci ha raccontato quanto il mondo stia andando a puttane. Nuovamente. Oppure è già andato e lui ci aveva avvertito in tempo. Da Intro e Interzone (dei Joy Division) che hanno aperto le danze è stato un susseguirsi di inni da cantare, scalciare e sputare: Love Destruction, Punk And Belligerent, la cinica Jump For Joy, Ass Kickin, The Party, Downtown, Junky Stripper, Fuck The Pigs, Rocket Engines, The Losers, Back On The Lash, Blown fino alla finale Wasteland, inno per tutti i perseguitati da politici e censura. Un'ora e 35 minuti senza una minima pausa. Duri, reali, senza trucchi, senza inganni. In your face. Kory aizza, salta, cade si rialza, si contorce, si accasscia, si sdraia, si rabbocca il calice di vino rosso, da vero trascinatore ci porta nella sua Detroit, in mezzo a droghe, malaffari, e corruzione. Ad una 'America marchiata da abusi di poteri, ingiustizie e violenza. Non si ferma mai. 



Un grande frontman, di quelli che non ne fanno più. Carico e pesante di esperienze e tanta vita on the road.

E durante 'Fuck The Pigs' alto si leva il coro: 'Fuck Elon Musk'. I bersagli cambiano, il dito medio è sempre lo stesso e puntato nella direzione giusta.

E quella apocalisse profetizzata, in questi anni difficili sembra essersi quasi materializzata. Forse aveva ragione lui. Forse vale ancora la pena farsi sentire. I Warrior Soul ci provano ancora, dal basso, dai piccoli locali anche se meriterebbero ben altre piazze. Concerto spiazzante per cotanta cruda bellezza!







mercoledì 26 marzo 2025

RYAN ADAMS live@Teatro Dal Verme, Milano, 24 Marzo 2025


Cos'è stato questo concerto se non la rappresentanza live sopra un palco, adgobbato come una sala dei primi 900, senza  maschere se non le tante sue, con i suoi fantasmi e i suoi mostri compresi nel prezzo, dell'intera vita artistica, e personale, di Ryan Adams? Un giro di quasi tre ore a bordo delle montagne russe di un vecchio luna park con tanti picchi, a tratti inarrivabili, irripetibili pure per lui nel tempo, genuini, geniali e artistici e altrettanti punti bassi da sfiorare, a volte, il tonfo. Narcisistico e caratteriale. Artistico.

Ryan Adams è da sempre un artista tormentato, bulimico di musica e con il cuore perennemente a pezzi. Uno di quelli che attacca per primo per difendersi dietro un vetro, spesso troppo sottile per poter reggere i colpi che arrivano da fuori. E a volte sono stati molto pesanti.

E allora: da una parte la bellezza di una voce che attacca con 'To Be Young (Is To Be Sad, Is To Be High)' come un vecchio bluesman del Delta Blues e durante la serata sciorina l'intero disco di debutto (non siamo qui, anche, per questo?), una splendida versione di 'Gimme Something Good' spogliata di elettrico e ricamata alla chitarra acustica spagnoleggiante, una 'Idiot Wind' di Dylan da sola vale quasi la serata, la mia amata 'Ashes & Fire'. 


Dall'altra: il dialogo continuo con il pubblico che diventa a tratti scontro, prolisso e sberleffo, pure noioso (senza microfono, la continua lotta con i flash dei telefonini. Con i telefonini anche senza flash), sicuramente mangiatore di buon tempo altrimenti da dedicare alla musica anche se poi da esso trae spunto per le sue improvvisazioni: dalla coppia che esibisce il cartello del tipo " mio marito passa più tempo con la tua musica che con me" che al pianoforte diventa una dedica per loro 'Dennis And Senia' (quando mai ricapiterà? Quali innamorati non la vorrebbero una dedica in teatro?), alle richieste musicali nel secondo set, con una 'Lucky Now' interpretata dal giovane, emozionato e bravissimo musicista bresciano Simone Bertanza, invitato sopra al palco, mentre Adams fa il contro canto, con fare fraterno, seduto di fianco. Al giro con acustica e senza microfono tra la platea a suonare le radici di Elsie Clark e Hank Williams:  "vorrei suonare qui ogni sera" dice. E tutto diventa sncora più caldo e intimo.

Ecco: alti e bassi, bassi e alti. Questo è stato. Questa è la vita. E sbirciando le scalette (sempre diverse: a Stocvolma nel secondo set ha catapultato dodici civer, da Ray Charles si Black Sabbath) di questo "solo" tour europeo capisci che Ryan Adams non finge e non sta recitando nessun canovaccio e nessun copione. Un concerto fuori catalago. Non è forse la pazzia (pure peggiorata: "è bruciato" il mantra più ripetuto all'uscita) che vogliamo dai nostri artisti preferiti?

Vedere Ryan Adams giocare con la vita mi è sembrata ancora una gran fortuna, tutto sommato.



domenica 23 marzo 2025

RECENSIONE: BLUES FACTORY feat. Fabio Drusin (III)

 

BLUES FACTORY feat. Fabio Drusin  III (ArteSuono, 2024)




music satisfie my soul


Quattordici anni fa (ma come passa il tempo!?) intervistando Fabio Drusin, voce e basso dei W.I.ND. storica band friulana e musicista in tanti altri progetti e collaborazioni di rilievo ( Alvin Youngblood Hart’s Muscle Theory), in occasione dell'uscita di Walkin In A New Direction gli chiesi come si potesse definire la loro musica e lui mi rispose così: "Una parola: Rock. Non amo particolarmente le etichette, che non dovrebbero essere date dai musicisti, i generi sono stati inventati dai giornalisti, per meglio etichettare una o l'altra band, che ovviamente è comodo e in certi casi serve; nel Rock, specie quello di un tempo, trovi un pò di tutto: il Blues, il Soul, il Funk. Mi piace ricordare una frase di Gregg Allman: "Non siamo una Jam Band, siamo una band che fa Jam". 

Oggi siamo nel 2025 e ritrovo Drusin come ospite speciale dei Blues Factory, un altro power trio friulano e quella parola "rock" si applica sempre bene per definire il progetto Blues Factory, messo in piedi dal cantante e chitarrista Cristian Oitzinger che vede lo stesso Drusin al basso e armonica e Daniele Clauderotti alla batteria.

Registrato all'Artesuono di Sefano Amerio a Udine, III è un disco per chi ama l'antica attitudine del rock blues suonato con competenza, rispetto e vigore, qui non si inventa nulla ma si porta avanti il verbo con antica passione e devozione. 


Oitzinger, autore di sette pezzi su otto  vanga nella tradizione mettendoci davanti il suo vissuto. E tutto sembra ruotare intorno al torrido riff di  'Mountain Man' composizione centrale dal tiro zztopiano, dedicata al padre Giovanni, ispirazione di vita: dall'iniziale e sorniona 'Unhappy Girl' che gira intorno ai territori cari a Gov't Mule e Warren Haynes, alle rockeggianti 'Rolling Man' e 'The Love You Brought' dalla ritmica dinamica tra i Free e gli Stones di metà anni settanta, con il testo scritto dall'amico di Nashville Mike Cullison. Belle anche le due ballate: 'Time To Make Mistake' e 'Like A Winter Night', dai sapori southern. 

'What You Wanna Do' è un rock blues dal basso pulsante e la slide di Oitzinger in grande evidenza, cantata dalla voce più sporca di  Drusin che si allunga in una jam finale con l'armonica.

In conclusione 'Music Satisfie My Soul', che inizia come un vecchio gospel ma si elettrizza subito mantenendo i piedi in tre scarpe, tra Led Zeppelin, southern rock e gospel con i cori femminili delle The Nuvoices Project e un Hammond B3 suonato da Rudy Fantin a tenere unito il tutto nella composizione più articolata e variegata in scaletta.

E torniamo a quella parola "Rock" con la quale ero partito: qui si va sul sicuro! Un disco caldo e avvolgente che tra alti quindici anni si potrà rimettere su, ritrovando tutta l'antica magia della musica suonata con cuore e passione. Naturalmente spero che i Blues Factory nel frattempo facciano uscire tanti altri dischi. "Music satisfie my soul" mi sembra una buona conclusione.





sabato 15 marzo 2025

RECENSIONE: JASON ISBELL (Foxes In The Snow)

 

JASON ISBELL  Foxes In The Snow (Southeastern, 2025)




altro inizio

Jason Isbell non si è mai nascosto dietro a nulla. Ha sempre messo in musica la sua vita, che si accompagnasse dietro al suono elettrico di una band (i suoi 400 Unit, messi in piedi dopo l'esperienza con i Drive- By Truckers) o viaggiasse da solo, nei suoi testi ha messo  davanti  fragilità, errori, redenzione, morte, la raggiunta sobrietà e i suoi amori, come cantò  nel superbo Southeastern uscito nel 2013, sicuramente il suo picco cantautorale.  Ai tempi cantava di un amore salvifico, l'incontro decisivo con Amanda Shires, musicista e compagna di band, che diventò sposa e madre della loro figlia di nove anni, la Shires lo prese per mano e lo tirò fuori dall'alcolismo e lo rimise in careggiata. Da allora Isbell non si è più fermato, celebrando la sua carriera con il recente live album Live From The Ryman Vol.2.

Oggi, dodici anni dopo, di quell'amore rimangono queste undici canzoni, le prime scritte dopo il divorzio avvenuto nel 2023.

"Il punto per me è che avevo bisogno di esprimere come mi sentivo in queste canzoni. E a volte non provo metafore. A volte, provo emozioni dirette proprio come tutti gli altri".

Ma se tra le righe di 'Gravelweed', della romanzata 'Eileen' e della dura 'True Believer', la rottura è ben evidenziata ("all your girlfriends say I broke your fucking heart" canta), nelle restanti canzoni ad affiorare con più fervore sembra essere la rinascita, il rinnovato sentimento d'amore per la  nuova compagna, la pittrice Anna Weyant (la copertina dell'album è opera sua) nella splendida 'Foxes In The Snow', in 'Ride To Robert's' (descrizione di una serata al Robert's Western World, bar vecchio stile di Nashville) e nel positivo finale 'Wind Behind The Rain'. Non mancando di rinsaldare il suo  attaccamento alla vita nell'apertura 'Bury Me', una canzone western ("non sono un cowboy / ma so cavalcare" canta), dove affiora il passato da alcolista, qualche accenno politico e sociale guardando indietro alla sua Alabama ('Crimson And Clay'), i consigli di vita che mette in fila in 'Don't Be Tough', l'inesorabile trascorrere del tempo della malinconica 'Open And Close'.

Per registrare il disco sceglie la via che potrebbe sembrare la più semplice ma che non lo è affatto, essendo forse la prova più difficile per un cantautore: tenere alta la soglia per quaranta minuti di canzoni costruite per sola voce e chitarra. Un disco acustico, cantato e suonato, divinamente, in completa solitudine con il solo ausilio di una vecchia chitarra acustica Martin 0-17 del 1940. In giorni in cui il Greenwich Village è tornato prepotentemente di moda grazie al film su Bob Dylan, Isbell si è chiuso per soli cinque giorni dentro agli Electric Studios di New York con la produttrice Gena Johnson e tra superbi e fluidi giochi di finger picking e virtuosismi chitarristici resi ancor più evidenti dal carattere intimistico delle canzoni di matrice  folk, country blues d'altri tempi, e una voce calda che non tradisce le sue origini del Sud, sembra mantenere fede alle parole che David Crosby lasciò su di lui, indicandolo come "il miglior cantautore moderno d'America". Non so se lo è veramente, ma questo disco è una buonissima candidatura che gli apre pure nuove (vecchie e battute) strade per il futuro.






domenica 9 marzo 2025

THE DEAD DAISIES live@Phenomenon, Fontaneto D'Agogna (NO), 8 Marzo 2025

 


Quando l'australiano David Lowy, mite uomo d'affari e pilota d'aerei con tanto di medaglie d'onore, mise in piedi i Dead Daisies nel 2011 per puro divertimento (non nasce tutto così?), il suo intento ero quello di creare una sorta di famiglia allargata del rock’n’roll, una sorta di nazionale "resto del mondo", in grado di mutare elementi nel tempo senza mai perdere di vista certi valori e alcune dinamiche: chiunque passasse avrebbe dovuto lasciare su disco ma soprattutto sul palco l'impronta del proprio amore per il rock'n'roll e una dose massiccia e sudata di divertimento. Non c'era bisogno di inventarsi nulla, l'importante era continuare a divulgare il verbo, tra tradizione e qualche suono moderno ma non troppo, tra canzoni originali e tanti omaggi rivisitati.

Esattamente quello che è stato riversato stasera per la prima delle due date italiane (l'altra, oggi a Padova) del nuovo tour europeo: perché in qualche modo da un concerto della band è difficile uscire insoddisfatti e senza la certezza che il rock'n'roll sia una delle più grandi invenzioni dell'uomo in grado di unire e far cantare insieme  corpi sconosciuti, alleviare disagi accumulati durante la settimana, far dimenticare per due ore di show tutto quello che succede là fuori. E di questi tempi non è cosa da poco e da sottovalutare.


A proposito: il Phenomenon è una delle migliori sale concerto dell'asse Piemonte/Lombardia, perché venga usata sempre con il contagocce per me rimane un insondabile mistero.

Il nuovo spettacolo è giustamente e principalmente improntato sull'ultimo disco inciso, il solido e scanzonato Light 'Em Up, uscito nel 2024 e prodotto da Marti Frederiksen, ma come sempre non sono mancate alcune sorprese, una di imminente uscita e una carrellata sull'ormai ultra decennale  storia della band ('Long Way To Go', 'Rise Up', 'Mexico', Bustle & Flow', 'Resurrected').

A questo giro, ci sono gli importanti ritorni di John Corabi (ex Scream, Motley Crue, Union) alla voce (io sono uno di quelli che ritiene il disco inciso nel 1994 con i Motley Crue una delle cose migliori fatte dalla band di Los Angeles, la strada da seguire era quella...) dopo due dischi con Glenn Hughes e del "golden boy"  Doug Aldrich (Dio, Whitesnake) alla chitarra solista dopo una delucata operazione che lo ha tenuto lontano dalla musica che uniti allo stesso Lowy (seconda chitarra), al basso di Michael Devin (Whitesnaske) e al potente drumming di Tommy Clufetos (Alice Cooper Band, Ted Nugent, Ozzy Osbourne, Black Sabbath nel suo cv) formano una band dall'alto tasso hard rock blues che non lascia prigionieri. Conferma ne sono le nuove canzoni 'Light Em Up', 'I'M Gonna Ride' (dedicata a tutti i biker in sala) e una 'Love That'll Never Be' acustica cantata e suonata dal solo Corabi a centro palco, uno dei momenti più intensi della serata e uno dei più rari di apparente calma sonora.

Dall'ultimo disco viene pure eseguita 'Take A Long Line', la cover del gruppo australiano The Angels, cantata da Lowy. Già le cover. Se la finale 'Helter Skelter' (Beatles) e 'Holy Moses' (The Sensational Alex Harvey Band) sono ormai consuetudine, le sorprese arrivano da una 'Fortunate Son' dei Creedence Clearwater Revival e da due rivisitazioni di standard blues che troveremo presto in un album di cover (Lookin For Trouble) che uscirà a fine Maggio, registrato tra Nashville e i mitici studi a Muscle Shoals in Alabama. 


Nell'album ci saranno brani di Muddy Waters, Lead Belly, B.B. King, Howlin' Wolf e Rufus Thomas. Stasera ci hanno presentato 'Crossroads' di Robert Johnson e 'Going Down' di Freddy King rivestite di fumante hard rock alla loro maniera. Esperimento riuscito e che lascia ben sperare.

Anche durante la presentazione della band non sono mancate citazioni e rimandi musicali: da 'Highway To Hell' a 'Seven Nation Army' ( e via di "po po po po po pooo" quasi fosse il 2006), da 'Heaven And Hell' a 'Living After Midnight'. Corabi presenta i suoi compagni, scherza sulle sue lontane origini siciliane e ci conferma che i Dead Daisies oltre a essere a loro volta una super band formata da musicisti pazzeschi (la Gibson di Aldrich è puro hard seventies, Clufetos dietro la batteria fa tremare il locale) sono ancora dei grandi fan, devoti e appassionati di rock'n'roll.

Non per nulla la band entra sul palco sulle note di di 'Rock and Roll' dei Led Zeppelin, manifesto mai passato di moda ma che oggi, con il bel documentario in sala dedicato ai four sticks, sembra prepotentemente indicarci una sola strada da seguire per vivere meglio i nostri giorni...

(quante volte ho scritto "rock’n’roll"?)






giovedì 6 marzo 2025

RECENSIONE: CHRIS ECKMAN (The Land We Knew The Best)

 

CHRIS ECKMAN  The Land We Knew The Best (Glitterhouse Records, 2025)




luoghi e cuore

Il nuovo album di Chris Eckman è una lenta e riflessiva passeggiata tra i paesaggi naturali della Slovenia, paese dove ha scelto di vivere da alcuni anni. Un dialogo interiore che si nutre di solitaria bellezza tra silenzi, grandi spazi incontaminati e continue meraviglie per gli occhi. Da quando abita da quelle parti, a Lubiana, oltre a tenere in piedi la sua casa discografica Glitterbeat, ha iniziato a camminare in quei luoghi, trovando rifugio, ispirazione e tante risposte. Lo posso capire.

Girata la pagina dei suoi Walkabouts, band di casa a Seattle nata a metà anni ottanta e che divideva con Carla Torgerson, mai  lodata abbastanza, una di quelle band che "potevano essere" ma che alla fine, aprì strade ma trovò la propria sempre impervia, il suo percorso artistico da solista ha iniziato a riempirsi di pagine impressioniste legate a quella profonda America lasciata indietro come un ricordo da spolverare ogni tanto.

Qui invece si addentra totalmente tra montagne, radure e boschi intorno a Lubiana cercando parole che diano un senso alla perdita, al perdono, cercando la forza di ricostruire se stessi dai cocci delle rovine.

Un tutt'uno che accomuna copertina, titolo (preso dal testo della prima canzone "Genevieve. The heart, the land, we knew the best") e foto interne scattate da lui stesso. Nei suoi profili social se ne possono trovare molte.

Dark folk dal passo lascivo, a tratti greve ('Running Hot' con i suoi archi) che riporta a nomi come Nick Cave, Leonard Cohen, Mark Lanegan. Gente che non c'è più o che da anni gira da altre parti.

Dall'iniziale 'Genevieve', elaborazione di una perdita, (Le guerre sono vinte / da coloro che si arrendono / e lasciano sogni morti alle spalle..." canta) fino a giungere alla finale 'Last Train Home' si è avvolti dentro a melodie che ti sbattono in faccia nostalgia e sogno, scavano nelle profondità dell'animo, riportano in superficie pezzi di vita, da dimenticare o solo bisognosi di cure e ricostruzione.

Tutto si adagia su chitarre acustiche, contrabbasso, pianoforte, archi e pedal steel suonate da fidi amici (Alastair McNeill) ma anche da musicisti sloveni, molti di estrazione jazz, con la voce di Eckman spesso doppiata da Jana Beltran.

Un arricchimento notevole se confrontato alle sole voce e chitarra su cui aveva costruito il precedente Wnen Thr Spirit Rests uscito nel 2021.

Un disco che trae forza da una costante omogeneità di fondo anche se non mancano un paio di episodi a briglia sciolta piazzati  a centro disco come 'Buttercup' e 'Laments' dove compaiono in superficie prima influenze alla Giant Sand  di Howe Gelb e poi i Crazy Horse di Neil Young. Una parentesi subito chiusa che porta a 'Haunted Nights' e 'The Cranes', la prima, dolorosa sequenza country  disegnata sulla pedal steel, la seconda, atmosferica e carica di suggestione.

Un album vissuto dalla prima all'ultima parola che riesce nel suo nobile intento di unire musica, paesaggi e interiorità.

"I luoghi creano determinate atmosfere ed esplorare questo aspetto è sempre stato importante per la mia musica". Impresa più che riuscita.