domenica 27 novembre 2022

CLUTCH live@Fabrique, Milano, 26 Novembre 2022



Sono arrivato a casa prima di mezzanotte da un concerto milanese con un'ora e venti minuti di strada che mi separavano da casa. Ecco uno dei motivi per cui questo concerto verrà certamente ricordato. Saliti sul palco alle 20 e 40, scesi alle 22 e 10 e due band di supporto prima (i rimarchevoli londinesi Greenlung) che hanno praticamente suonato in orario di aperitivo, ma quello che dopo ne fai subito un altro perché è troppo presto per andare a cena. Queste sono le notti milanesi. E a una certa età va benissimo così anche se trattati da bambini a cui dopocena viene concesso un bel cartone animato prima di andare a nanna.

Poi ci sono i motivi musicali ma su quelli non avevo dubbi: i Clutch sono una macchina schiacciasassi, pachidermica, che lavora ininterrottamente da trent'anni con la stessa formazione guidata da Neil Fallon, un predicatore folle che celebra i suoi sermoni con voce profonda (a volte pare Screamin' Jay Hawkins) e gesti da vero ipnotizzatore e arringa folle. Difficile scampare al suo indice quando ti punta. Indemoniato canta da dio e non sbaglia un colpo. Niente trucchi e niente inganni però, uniche concessioni extra un campanaccio, una fisarmonica e il theremin usato per 'Skeletons On Mars'. Questa sera ho scoperto pure che beve molto e che dopo quasi ogni canzone cambia chewingum. Starà dentro a quel vasetto di gomme il suo segreto? 


Intorno a lui come due solidi pilastri, fermi e inamovibili, il bassista Dan Maines che sfoggia una t shirt dei Bad Brains e Tim Sult impassibile e perennemente chino sulla chitarra a macinare riff e assoli. Dietro la batteria di Jean-Paul Gaster.

In questo tour europeo la band del Maryland presenta il nuovo album  Sunrise On Slaughter Beach uscito quest'anno.

Che i Clutch non abbiano mai seguito mode durante la loro carriera lo dimostra la scaletta (sempre diversa ogni sera!), un su e giù dove stoner, hard rock, funk, psichedelia e pesante blues si alternano nel nome di un comune denominatore chiamato groove: ecco così 'Burning Beard', le sempre coinvolgenti '50.000 Unstoppable Watts' e 'Earth Rocker', una lontanissima 'Rats', datata 1993 vicina alle nuove 'Slaughter Beach' e 'Nosferatu Madre'. 

Il crossover dei novanta non è mai stato così vicino al blues come succede durante 'D.C Sound Attack!' e 'Electric Worry' proposte nel torrido finale.

Eclettici e credibili come pochi in un mondo dove l'apparire la fa da padone, con la loro semplice basicità emergono come dei giganti e il buon Fallon, impettito e carismatico, dall'alto della sua bassa statura un gigante lo è a tutti gli effetti. 

SETLIST:

Slaughter Beach

Burning Beard

Struck Down

Rats

Sucker for the Witch

H.B. Is in Control

Nosferatu Madre

Walking in the Great Shining Path of Monster Trucks

50,000 Unstoppable Watts

In Walks Barbarella

Skeletons on Mars

Green Buckets

Earth Rocker

The Elephant Riders

Abraham Lincoln

A Shogun Named Marcus

Ghoul Wrangler

D.C. Sound Attack!

Electric Worry

Impetus




sabato 26 novembre 2022

RECENSIONE: LEE FIELDS (Sentimental Fool)

LEE FIELDS  Sentimental Fool (Daptone Records, 2022)


dammi il tuo soul

Porca miseria ragazzi: "I'm falling in love". Again. Se la musica non serve a questo a cosa serve? Vieni sempre ricambiato. Sto ascoltando questo disco a ripetizione. Al mattino quando è ancora buio mentre faccio colazione con tutta la giornata davanti, alla sera quando la giornata ha lasciato pochi segni dietro di sé. Le corte giornate autunnali sono un po' così, le ore scorrono ed è già nuovamente buio. Nell'oscurità questo disco gira alla grande.


LEE FIELDS, 72 anni,  mastica soul come fosse chewing gum zuccherato. Con quella facilità disarmante che solo chi non soffre di diabete può permettersi. Così si nasce, non lo diventi mica strada facendo. Eppure di strada ne ha macinata anche lui dal  lontano 1967, dal suo traferimento a New York proveniente dal North Carolina, giovanissimo e con tanti sogni nel cassetto e James Brown nel cuore, dal primo singolo uscito nel 1969 a una carriera lunga con alti e qualche inevitabile sbandata disco music in tempo reale (che poi anche quella è un'arte nobile) di cui però sembra non pentirsi assolutamente ("gli anni '80 mi hanno dato una prospettiva più ampia su ciò che potevo fare") tanto che quel chewing gum, ora che è rimasto ancora uno dei pochi, è diventato quasi poltiglia ma di quelle che mantengono ancora bene intatto il sapore. Una marca buona insomma. Il "piccolo James Brown", soprannome che si guadagnò quando era ancora giovanissimo ora sembra più che mai appartenergli di diritto. 

Passati a riposo gli anni ottanta, si dedicò alla lettura della Bibbia, così dice, ritornò agguerrito nei novanta. In questi ultimi anni  prolifici si è ripreso il posto che si merita di diritto o almeno per raggiunta anzianità. Anche se non dimostra la sua età.

E in giorni nei quali il soul sembra tornato sulle prime pagine portato dal battage pubblicitario, a volte insensato e diciamolo...pure esagerato, di una rockstar più che benestante, il regalo più bello sarebbe tributare il giusto omaggio anche questo ultimo vero eroe del genere che se ne esce con SENTIMENTAL FOOL, un disco di inediti per la Daptone Records di Gabriel Roth che fa suonare il soul con la giusta solennità e con ben poca pomposità. 

Canzoni senza tempo che legano in maniera indissolubile gospel (è da lì che arriva) e soul. Con qualche bella incursione r&b, jazz e funk.

A tal proposito Lee Fields ha una sua idea:"la musica soul per me viene dallo spirito. C'è una linea molto sottile tra gospel e soul. Il Vangelo parla delle meraviglie, della gloria e delle storie della Bibbia. La musica soul, con lo stesso sentimento, canta ciò che sta accadendo nelle nostre vite oggi, qui, su questo pianeta".

Malinconia, relazioni, amore anche non corrisposto, e emozioni sono le sue linee guida. E canzoni come

'Forever', 'Sentimental Fool', 'Save Your Tears For Someone New' e 'Whithout A Heart' mettono in mostra quella rara capacità di usare la voce come il più complesso degli  strumenti in mezzo a pianoforti, organi  vibrafoni e fiati.

E poi questa copertina stupenda (a mio parere), un'immagine così seventies da farmi ricordare la foto di An Anthology di Duane Allman che proprio il 20 Novembre 1946 nasceva. Intanto fuori è già buio.





sabato 19 novembre 2022

RECENSIONE: NEIL YOUNG With CRAZY HORSE (World Record)

NEIL YOUNG With CRAZY HORSE  World Record (Reprise REcords, 2022)



no more war, only love

C'è una frase estrapolata dal libro Special Deluxe con la quale Neil Young ritrae se stesso meglio di chiunque abbia cercato di farlo al suo posto. E potrebbe pure andare bene per liquidare ogni nuovo album del nostro. Leggi e avrai Neil Young sotto la lente di ingrandimento.

Dice:"a volte divento talmente ossessionato da una nuova idea che finisco per perdere la prospettiva e inizio a sognare davvero in grande. Ovviamente io sono sempre stato un passionale, il che nella mia vita è stato un bene e un male e ha portato ad alterni risultati". Ora tocca a noi. Dove si pone questo nuovo World Record? Di certo c'è la passione. Di certo non è un male ma nemmeno un gran bene. Alterno sì.

Trovare parole nuove per descrivere un nuovo disco di Neil Young è quindi diventata impresa sempre più difficile. In qualche modo abbiamo già detto tutto e sentito anche. Qualche maligno suggerisce: c'è sempre il "copia e incolla", lo usa lui nelle canzoni, perché non noi?

Lui come al solito anche quest'anno ci ha dato dentro: mettendo da parte gli archivi e i prossimi festeggiamenti per i cinquanta di  Harvest, dopo il live Noise And Flowers che testimoniata la collaborazione con i Promise Of The Real di Lukas Nelson , dopo Toast, il disco dimenticato dei primi anni duemila ecco a sorpresa, a un anno esatto dall'uscita di Barn questo ennesimo grido ecologista urlato alla veneranda età di 77 anni  a più di cinquant'anni da quando ci avvertiva di "madre terra in fuga". Un po': io vi avevo avvertito. Ve lo ripeto ancora una volta. E non credo sia demenza senile. 

Perché sì, ammettiamolo: a questa generazione di musicisti vogliamo un gran bene. Tanti ci hanno già lasciato, coccolamioci quelli rimasti. Tanto, mettiamoci il cuore in pace: in pensione non andranno mai e chi è andato dopo poco è tornato per troppa nostalgia. Ah ok, Poncho Sampedro ci saluta da una spiaggia con la chitarra appesa in soggiorno e anche questa volta nei Crazy Horse c'è Nils Lofgren, musicista dal grande talento spesso sacrificato all'ombra dei boss. Con lui gli altri cavalli pazzi quasi ottentenni Ralph Molina e Billy Talbot questa volta non si sono chiusi in un fienile ma ai Shangri-La  di Malibu di Rick Rubin. Il risultato? Lo stesso degli ultimi Colorado e Barn ma con piùvarietà. Rick  Rubin ha messo poco il becco: si sarà accarezzato la lunga barba bianca e avrà pensato "cosa posso insegnare a questi qui, io?".





Undici canzoni registrate in analogico, senza sovrastrutture che mantengono intatte purezza e immediatezza con il messaggio davanti a tutto. Messaggi che spesso arrivano con tono nostalgico rivolto a quello che avevamo, abbiamo ancora e forse non avremo più continuando di questo passo, anche se poi a prevalere è un velato ottimismo. Ah, anche lo scatto di copertina che ritrae suo padre Scott nel pieno del suo vigore sembra raccontarci tutto questo.

Insomma, il rispetto prima di tutto come predica in 'This Old Planet (Changing Days)', ballata pianoforte e fisarmonica. "Non sei solo in questo pianeta', il monito.

In 'Love Earth' che apre il disco canta: "abbiamo vissuto vicino al sole e abbiamo tutto, stavamo vivendo in un sogno, ama la Terra".È una ballata ciondolante che subito lascia spazio al corale blues 'Overhead', guidato dal pianoforte e a  'I Walk With You (Earth Ringtone)' primo vero incontro con le chitarre che diventano d'assalto nel rumoroso blues ' Break The Chain' (nel video, qualcuno alla fine dice: "anche la console sta fumando") e protagoniste assolute nei quindici minuti del "nostalgico" amore per il passato e le auto d'epoca 'Chevrolet', soprattutto antico saggio su cosa voglia dire suonare con i Crazy Horse ancora oggi. Potrebbe uscire da Re Ac Tor o da Ragged Glory, quando la band si lascia andare è questa qui. Ennesimo fumante manifesto da attaccare alla parete finché sta su.

Di contro, a testimoniare quanto World Record sia un disco disordinato e stropicciato musicalmente ecco tre ballate con l'organo a pompa protagonista: 'The Long Day Before', la sbilenca 'The Wonder Won't Wait' e il country di 'Walkin’ On The Road (To The Future)' dove a farla da padrone è un messaggio ripetuto, tanto semplice e ingenuo quanto istantaneo per raccontarci il vecchio Neil. Dice: "no more war only love". 

E cosa vuoi dirgli? Hai ragione!





venerdì 18 novembre 2022

RECENSIONE: ENUFF Z'NUFF (Finer Than Sin)

ENUFF Z'NUFF  Finer Than Sin (Frontiers Records, 2022)



in Beatles we trust

Ascoltare un nuovo album della band di Chicago guidata da Chip Z'Nuff è sempre piacevole, anche se della formazione originale è rimasto ben poco. Dopo quarant' anni dalla loro nascita e trentatre dal debutto continuano a far uscire dischi (il diciottesimo!) comunque piacevoli e devoti a quel glam rock intriso di  power pop e psichedelia che li fece risaltare ai tempi d'oro. La loro tripletta di inizio carriera (Enuff Z'Nuff del 1989, Strenght del 1991 e Animals With Human Intelligence del 1993) rimane ineguagliabile per freschezza ma bisogna dare atto che pur con tutte le sfortune e i cambiamenti in corsa, gli Enuff Z'Nuff hanno continuato la loro carriera con coerenza, costanza e senza cadute di tono.

Non fa eccezione questa nuova manciata di canzoni. Sembra che Chip entrato in studio abbia detto ai suoi ragazzi (i chitarristi Tory Stoffregen e Tony Fennell e il batterista  Benjamin Hill): "non impazziamo con le sovraincisioni'. Quello che è uscito sono quaranta minuti di piacevole e scorrevole rock’n’roll, che ha nell'iniziale e strumentsle 'Sound Check', la canzone  che serve da preparazione a quel che seguirà dopo, proprio come fosse un set live. (A proposito: ma il tour italiano di fine Ottobre che fine ha fatto?)

Ossia il mai nascosto amore per le melodie beatlesiane in tutte le sue forme (l'ultimo disco Hardrock Nite era proprio un tributo ai quattro di Liverpool) che escono prepotenti in 'Catastrophe' nella viziosa 'Steal The Light', nell'hard rock'n'roll veloce e scattante 'Lost And Out Of Control', nella sognante 'Intoxicated', nel quadrato hard rock 'Trampoline', raggiungendo l'apice nei sei minuti con arrangiamenti orchestrali di 'Hurricane', canzone che pare raccolta, fresca fresca da quel "campo di fragole" colorato degli anni sessanta.

Rimane il tempo per una super abusata cover di 'God Save The Queen' che Chip spiega così:  "i Sex Pistols sono stati una delle nostre grandi influenze, quindi è bello poter finalmente chiudere quel capitolo e mettere "God Save the Queen" su uno dei miei dischi" e il finale di disco 'Reprise' che riprende l'iniziale 'Sound Check', praticamente un minuto e mezzo di assoli di chitarra.

Gli Enuff Z'nuff ancora oggi possono vantarsi di essere stati uno dei gruppi più originali, personali, coraggiosi e allo stesso tempo sfortunati di una scena che oggi più che mai sembra vivere di ricordi e passato. Loro, tra alterne fortune, sono ancora qui a buttare fuori dischi originali e girare il mondo con il loro consueto mix di colori, pace, amore, pop e rock'n'roll.





venerdì 11 novembre 2022

RECENSIONE: THE PROCLAIMERS (Dentures Out)

THE PROCLAIMERS   Dentures Out (Cooking Vinyl, 2022)

guardare avanti

Alzi la mano chi di voi segue ancora le vicende dei gemelli Craig e Charlie  Reid? Vedo poche mani. Sarò mica rimasto l'unico che continua a seguire le vicissitudini musicali di questi scozzesi che non le hanno mai mandate a dire (da sempre in lotta per l'indipendenza scozzese), con il loro accento infondondibile, usando un linguaggio musicale dove pop, folk, vecchio skiffle e rock'n'roll la fanno da padrone?

Dentures Out è il loro dodicesimo disco e se i fasti degli esordi segnati da album come This Is The Story (1987) e Sunshine On Leith (1988) sembrano ormai un lontano ricordo almeno fuori dalla Scozia, dove invece rimangono personaggi da prima pagina e serata, l'ironia, il sarcasmo e l'impegno rimangono quelli di sempre. Non fa eccezione Dentures Out, anzi qui alzano notevolmente l'asticella, registrato nei mitici Rockfield Studios in Galles nella primavera del 2022 ma uscito , invece, in un momento di profondi cambiamenti per il Regno Unito: la morte della Regina, il recentissimo avvicendamento al governo.

"Il tema dell'album sono le persone che sognano un'Inghilterra che se n'è andata o forse non è mai esistita". Così spiegano il tema portante che lega nel bene e nel male tutte le canzoni.

Nella title track che apre il disco e che vede la partecipazione di James Dean Bradfield dei Manic Street Preachers alla chitarra sembra tutto molto chiaro:"la Gran Bretagna è vecchia e piuttosto magra, l'ho vista con la dentiera fuori, se l'è messa, poi ha borbottato qualcosa di indistinto che potrebbe essere stato, 'Nostalgia ti amo'.” 

Ancora di più nel rock spigoloso di 'The World That Was', esplicita fin dal titolo: non cerchiamo i fasti del passato, guardiamo avanti sembra il monito.

Tra scatti di rock’n’roll ('Praise'), ballate con pianoforte e  arrangiamenti d'archi ('Feast Your Eyes', 'Things As They Are' che si scaglia contro la stampa corrotta), country a ritmo di valzer ('Play The Man'), il paragone tra le domeniche proibizioniste del puritanesimo calvinista e il lockdown imposto dalla pandemia ('Sundays By John Calvin') e qualche quadretto di positiva speranza ('Signs Of Love') i soli 35 minuti di durata, nonostante il peso dei temi trattati, scorrono via come un fresco bicchiere d'acqua. Naturalmente non quello in copertina, lì riposa la vecchia, malconcia e nostalgica Inghilterra.




mercoledì 2 novembre 2022

PM WARSON live@Blah Blah, Torino, 1 Novembre 2022

Ne ero certo: solo la musica poteva raddrizzare una giornata di festa grigia, oziosa, fredda il giusto e sostanzialmente inutile. Le strade d'asfalto questa sera sono deserte, la nebbia ha coperto tutto quello che poteva avvolgere ai lati per cercare di far apparire i contorni il più possibile uguali a quelli britannici. Mentre la Mole illuminata si staglia tra la nebbia e i portici di via Po quasi deserti, quando entro al Blah Blah, piccolo e intimo, percepisco già dall'atmosfera, dai 45 giri old school messi dal dj, che sarà una serata calda, avvolgente, intima, per me e per tutti quelli che hanno volutamente barattato ciabatte e divano per un paio di comode scarpe che li ha portati fino a qui. Manca solo il fumo delle sigarette come una volta ma di quello se ne fa volentieri a meno. 
PM Warson è un giovane londinese armato di Fender, aspetto da universitario che ne sa, la gavetta dietro e le idee ben chiare su quello che vuole fare: il suo è un r&b, soul che affonda le radici negli anni 50 e 60, che guarda ai grandi classici ma con la testa ben salda nel presente suonando con piglio, raffinatezza e pulizia. Non disdegnando trame blues, rock'n'roll, swing, jazz e surf. Un esordio, True Story (2021) che oltremanica ha fatto gridare al miracolo tutti gli appassionati di northern soul e poi Dig Deep Repeat un seguito che non ha atteso troppo per uscire in questi mesi. La fama poi è accresciuta quando un noto brand d'abbigliamento ha scelto '(Don't) Hold Me Down' per uno spot pubblicitario. Niente di cui montarsi la testa ma si sa le voci girano veloci e tutto fa brodo per far girare il nome. 

La band che lo segue in questa ultima data italiana delle sei fissate, è composta da basso (Pete Thomas), batteria, tastiere (Jack McGaughey), il sax di Meridyth Dickson e la seconda, spesso prima voce femminile della brava Denver Cuss. Viaggiano spediti, precisi, puliti, senza disdegnare del sano divertimento quando si lasciano andare in accelerazioni, in brevi botta e risposta strumentali e accenni free. È in questi momenti che si percepisce il vero divertimento dalle loro espressioni. Tutti bravi, tutti giovanissimi. In mezzo ai pezzi dei due album tra cui spiccano 'Leaving Here', 'Matter Of Time' e 'Nowhere To Go', 'Dig Deep', 'Out Of Mind', ecco anche le cover 'To Be Alone With You' di Bob Dylan, da Nashville Skyline, e 'I Don't Need No Doctor', un classico del R&B portato al successo da Ray Charles, ma io ricordo pure la versione heavy degli WASP. 
Si balla volentieri, si applaude e si vorrebbe che il concerto, delizioso, andasse avanti ancora un po', notte e giorno proprio come 'Every Day (Every Night)', l' ultimo singolo, e canzone che conclude il set e ci congeda nelle mani della nebbia che nel frattempo, là fuori, si è fatta ancora più fitta.