venerdì 28 aprile 2023

RECENSIONE: THE DUCKS (High Flyin')

THE DUCKS  High Flyin' (Shakey Pictures Records, 1977/2023)




Neil Young e quella calda estate del 1977 a Santa Cruz

Venghino signore e signori, per soli tre dollari possono vedere la più calda garage band dell'estate californiana. E che sorpresa quando entrando nel bar che esponeva il manifesto,  sopra al palco, alla chitarra, ci trovavi un Neil Young trentunenne, appena uscito sul mercato con il più defilato American Stars 'N Bars ma già una leggenda grazie a Buffalo Springfield, CSN&Y, album come After The Goldrush, Harvest, la ditch trilogy. Con tre dollari oggi ci prenderemmo giusto due caffè per tenerci svegli e superare la nottata. Perché quelle notti erano spesso davvero lunghe, pubblicizzate di bocca in bocca, con la presenza di Neil Young in formazione tenuta segreta. L'unico indizio della presenza del gruppo dentro a un locale era dato dalla presenza di una Duckmobile parcheggiata fuori. 

Quella band che sopra al palco visse una sola estate, quella del 1977, si chiamava The Ducks (nel suo libro Special Deluxe Neil Young dedica tre divertenti pagine a quei giorni) e oltre ad avere Neil Young alla chitarra e voce era composta da Bob Mosley (basso e voce) membro dei Moby Grape, Jeff Blackburn (chitarra e voce) già nei suoi Blackburn & Snow e che in seguito diventerà famoso per aver collaborato alla stesura di 'My My Hey Hey (Out of the Blue)' e Johnny Craviotto (batteria), un surfer scavezzacollo, piccola leggenda di Santa Cruz che aveva suonato per Ry Cooder, Captain Beefheart e Arlo Guthrie.

Neil Young si trasferì a Santa Cruz in cerca di tranquillità lontano dallo star system, trovò sollievo suonando la chitarra, defilato e dividendo democraticamente la leadership con gli altri componenti. Uno dei tanti.

"Sto iniziando a ritrovare quella certa sensazione di suonare la mia musica", disse Young a Coyro per una intervista pubblicata su Good Times “in questo momento siamo in un posto dove siamo puri... è come rinascere. Siamo giovani e abbiamo bisogno della sicurezza di una piccola città in cui crescere. Siamo autosufficienti in questo momento, ma forse quando diventeremo più grandi, potremmo andare avanti... le possibilità ci sono. Ma in questo momento, i Ducks si stanno solo sviluppando e io sono solo uno dei Ducks".

Come però sappiamo tutto terminò finita l'estate quando le comparsate a sorpresa non erano più tali e la voce iniziò a girare: era chiaro che l'attrazione principale fosse Neil Young.


La breve avventura dei Ducks iniziò invece quasi per gioco dopo un concerto per festeggiare il compleanno di Jerry Miller dei Moby Grape.

La cosa piacque talmente tanto che proseguì per circa due mesi dal 15 Luglio al 2 Settembre del 1977 a volte anche con due set a serata in locali chiamati Back Room, Crossroads Club, The Catalyst, Veterans Auditorium, The Steamship fino al loro spettacolo finale al Civic Auditorium. Tutti nell'area di Santa Cruz.

Durante i concerti Neil Young, Blackburn e Mosley si dividevano voce principale e canzoni, tutte le inedite arrivano dalla penna di Blackburn e Mosley.

Di Neil Young sono state scelte una urgente versione di 'Mr. Soul', 'Are You Ready For The Country', 'Little Wing',  'Human Highway' e una allora nuova 'Sail Away' ancora inedita e che uscirà su Rust Never Sleeps.

L'alchimia tra i componenti  funzionava e ascoltando le venticinque canzoni scelte tra le tante suonate si percepisce. Serpeggiano divertimento e svago, voglia di suonare, lasciarsi andare senza steccati ne regole.

Facile così passare dal country rock di 'I Am A Dreamer' al funky di 'Gypsy Wedding' dei Moby Grape, dal blues di 'My My My (Poor Man)' al country folk di 'Hold On Boys', dal R&B al country folk di 'I'm Tore Down', la psichedelica 'Sailor Man', il southern rock di 'Silver Wings' e  'Truckin Man', il garage rock 'Bone Dead Train', la ballata 'Leaving Us Now'.

Ci sono le chitarre tese di 'Your Love', il rock’n’roll di Fats Domino ('I'M Ready'), la tambureggiante 'Honky Tonk Man', la strumentale 'Windward Passage' condotta sulle stesse strade calpestate dai Crazy Horse.

Per anni le registrazioni sono girate nei bootleg, ora dagli archivi di Neil Young escono queste registrazioni prese da più serate  che rendono giustizia a quelle settimane di spasso, gioia e divertimento.

"Parte della magia di quell'estate è che eravamo tutti così giovani, appassionati e intensi" raccontò Blackburn. Ascoltando le 25 canzoni si percepisce tutto. Un disco spassosissimo.






domenica 23 aprile 2023

OVERKILL - EXHORDER - HEATHEN live@Phenomenon, Fontaneto (NO), 22 Aprile 2023

 


Perché un locale come il Phenomenon di Fontaneto d'Agogna sia usato con il contagocce rimane un mistero tutto italiano visto che è a tutti gli effetti una delle miglior location del nord Italia. Ieri sera ci sono passati gli Overkill che si sono trascinati dietro vecchi compagni di antiche battaglie come Heathen e Exhorder (più i giovani croati Keops) per quello che è diventato a tutti gli effetti un mini festival di thrash metal americano vecchia scuola. 

I californiani HEATHEN si stanno godendo una seconda giovinezza da quando agli albori degli anni duemila si sono riformati. La chitarra di Kragen Lum e la voce di David White-Godfrey sono sempre una garanzia che viaggia tra il presente (due gli album post reunion) e quel passato segnato da due dischi epocali per lo speed thrash come Breaking The Silence del 1987 da cui estraggono la cover degli Sweet 'Set Me Free' e Victims Of Deception ('Opiate Of The Masses', 'Hypnotized'). Una mezz'ora maiuscola e di tutto rispetto che dimostra quanto la vecchia guardia abbia ancora tanto da dare e insegnare.





Pure per gli EXHORDER che vengono spesso ricordati per essere stati gli ispiratori di quel suono che fece la fortuna dei Pantera, si può parlare di una seconda rinascita dopo la reunion anche se la recente separazione dal chitarrista e fondatore Vinnie LaBella è pesante da mandare giù. È tutto in mano a un Kyle Thomas in forma strepitosa (sempre una gran voce!) che guida la band attraverso quel suono affilato (il loto esordio Slaughter In The Vatican del 1990 viene saccheggiato) che sa però assorbire tutti gli umori rallentati e southern della loro New Orleans. A sorpresa esce fuori una cover dei Grip.Inc visto che alla chitarra "siede" Waldemar Sorychta che ne ha fatto parte e a cui va un plauso per aver suonato con un piede ingessato.




Sulle note di 'Scorched' che apre il nuovo disco uscito da una sola settimana, gli OVERKILL rimangono una delle band più intransigenti e cazzute uscite dal metal USA anni ottanta. Una di quelle che non ha mai mollato la presa. Sono entrati nel quinto decennio della loro vita con uno dei migliori dischi degli ultimi anni che viene giustamente presentato con orgoglio ('Wicked Place', 'Surgeon'). Bobby Blitz Ellsworth che piaccia o meno la sua voce rimane uno dei cantanti più carismatici della sua generazione, unico e originale, e sul palco va e viene, esce e rientra come un pipistrello nella notte. In piedi o piegato con l'asta del microfono perennemente incollata alla mano ha dimostrato di non avere perso nulla della sua "graffiante" voce. Alla sua sinistra il sempre fedele D.D. Verni, fondatore del gruppo e vero motore della band, un bassista con i controcoglioni che ha sempre dato il suo marchio alle canzoni. I due chitarristi  Dave Linsk e Derek Tailer sono ormai i più longevi tra i tanti passati nella band e l'ultimo entrato, il batterista Jason Bittner sembra perfettamente amalgamato. 


Gli Overkill sotto le inconfondibili luci verdi mantengono vive le tre anime della band,  quella più propriamente thrash ('Coma', 'Elimination'), quella votata al groove, doomy ('Long Time Dying', 'Horrorscope') e quella punk, degli esordi, nata dal basso, dall'underground newyorchese dei primi anni ottanta ('Rotten To The Core', Overkill') e a distanza di tanti anni quel 'Fuck You!' (rubata ai Subhumans ma ormai quasi loro) piazzato in chiusura rimane il loro grido distintivo e di battaglia. Tanto semplice quanto liberatorio.

Quando esco per riprendere la macchina e accendo l'autoradio mi accorgo di non essere nel 1990 perché non trovo la cassetta di The Years Of Decay ma solo una chiavetta USB. È stato bello pensarlo per quasi quattro ore. 




sabato 22 aprile 2023

RECENSIONE: IAN HUNTER (Defiance Part 1)

 

IAN HUNTER  Defiance Part 1 (Sun Records, 2023)



l'ultimo eroe del rock'n'roll 

Durante il lockdown c'è stato chi usciva fuori nel balcone in tuta, ciabatte e canottiera con macchie di sugo d'ordinanza a gridare "ce la faremo" e chi come Ian Hunter si è chiuso nel personale studio di registrazione nel Connecticut e ha continuato a scrivere canzoni ricevendo feedback che solo una leggenda del rock'n'roll è in grado di catalizzare su di sé. "È incredibile quello che è successo" ha raccontato l'oggi prossimo ottantaquatrenne Hunter. 

Se c'è uno che ce l'ha fatta, quello è proprio lui.

Insieme al fedele Andy York ha buttato giù una serie impressionante di demo che aspettavano solo di essere ampliati e finiti. Mancando sull'immediato la fedele Rant Band (che sarà poi presente su tutte le canzoni), il blocco del lockdown ha suggerito loro tramite il manager Mike Kobayashi di provare a contattare alcuni musicisti che avrebbero potuto aggiungere qualcosa a quelle canzoni abbozzate. 

"Eravamo noi che facevamo demo nel mio seminterrato, e le demo nel mio seminterrato si sono trasformate in quello che avete".

Da lì in avanti fu una cascata di adesioni senza precedenti. È pur sempre Ian Hunter, ex leader dei Mott The Hoople, uno che se il mondo girasse alla giusta velocità siederebbe accanto a tutti i grandi songwriter che hanno calpestato questa terra.

Noi lo sappiamo e i grandi pure ed è questa la ragione per cui i featuring del disco sono un lungo e impressionante elenco di rockstar che hanno lasciato un po' della loro arte. A leggerlo di seguito manca quasi il fiato: Jeff Beck e Johnny Depp presenti nella evocativa 'No Hard Feelings', una delle ultime canzoni su cui ha suonato Beck prima di morire, Duff McKagan e Slash dei Guns N' Roses, Joe Elliott dei Def Leppard, Billy Gibbons  dei ZZ Top, Taylor Hawkins dei Foo Fighters (anche lui scomparso), Todd Rundgren, Jeff Tweedy  dei Wilco, Robert Trujillo dei Metallica, Ringo StarrWaddy Wachtel, Brad Whitford  degli Aerosmith, Dane Clark, Billy Bob Thornton, JD Andrew, Dean DeLeo , Robert De Leo  e  Eric Kretz dei redivivi Stone Temple Pilots.

Molto spesso dischi con troppi ospiti rischiano di diventare una inutile passerella che snatura il mood di un album, altre volte non si percepiscono nemmeno e rimangono solo nomi da leggere.

Con Ian Hunter non c'è stato questo pericolo e Defiance Pt.1 (naturalmente il materiale è così tanto che ci sarà un seguito) è un riuscito gioco di equilibrio dove il songwriting di Hunter rimane intatto e gli ospiti aggiungono e abbelliscono: l'ennesimo disco riuscito di una carriera con veramente pochi passi falsi. Lo avevamo lasciato nel 2016 con Fingers Crossed, disco che omaggiava l'amico David Bowie e ultimo di una serie di dischi partiti da Shrunken Heads che avevano segnato una terza parte di carriera impeccabile e ad alti livelli, lo ritroviamo ultra ottantenne con i consueti ricci e occhiali sugli occhi come se il tempo non avesse scalfito nulla della sua classe.

Il disco parte ad alti volumi con la title track, un hard rock a cui partecipano Slash e Robert Trujillo (i bene informati dicono abbia suonato lo stesso basso suonato da Pastorius in All American Alien Boy, secondo album solista di Hunter del 1976) e che farebbe comodo a tutte quelle band bollite che continuano a calcare i palchi per l'inerzia disegnata dei verdi dollari. Lungo le undici tracce ritroviamo un po' tutto l'universo di Hunter dove convivono rock'n'roll robusti come 'Pavlov' Dog' (in compagnia dei Stone Temple Pilots) e il boogie 'This Is What I'm Here For' e ballate come 'Angel' e 'Guenica' con il piano a condurre i giochi.

"La maggior parte delle tracce di questo album le ho scritte al pianoforte. Due di loro le ho scritte alla chitarra" lascia detto Hunter.

Una nota particolare per la già conosciuta 'Bed Of Roses' che ha fatto da primo singolo, suonata insieme a Ringo Starr e Mike Campbell degli Heartbreakers di Tom Petty, una canzone fortemente evocativa che pare guidare indietro nel tempo per le strade californiane degli anni settanta e che nel testo scava ancora più indietro arrivando allo Star Club di Amburgo dove lo stesso Starr suonò con i Beatles, per la frizzante, esplicita e diretta 'I Hate Hate' presente in due versioni, una delle quali con Jeff Tweedy, per una 'Don't Tread On Me' con l'ospite Todd Rundgren che emana forte tutto il mai nascosto amore di Hunter per Bob Dylan e che nel suo incedere black e gospel pare uscire da un disco della trilogia cristiana di Dylan, una  Kiss N' Make Up, bluesy, sorniona e desertica con Billy Gibbons ospite.

In un verso di 'This Is What I'm Here For', Hunter canta:"quando avevo trent'anni ero oltre la collina/cinquant'anni dopo uccido ancora" e mai verso fu più azzeccato per descrivere quanto questo "eroe del rock'n'roll" sia ancora in forma, ispirato e performante, certamente più di tanti altri che si guadagnano prime pagine per inerzia e meriti acquisiti troppi anni fa ma mai più confermati negli anni. Tutto da godere con una seconda parte già all'orizzonte.





mercoledì 19 aprile 2023

EELS live@Alcatraz, Milano, 18 Aprile 2023


Quando l'album più saccheggiato è uno degli ultimi (Earth To Dora del 2020 ) sembra chiaro che Mr. E dopo 30 anni di carriera creda ancora alla sua ispirazione che nonostante non abbia più le prime pagine di un tempo è ancora ad alti livelli. I dischi sono lì a testimoniarlo anche se non trattati più come un tempo. O più semplicemente vuole riprendere il discorso da lì, dove si era interrotto prima del lockdown,  il nome dato al tour è chiaro.

È un Mr.E gigione e ciarlone, a piedi nudi ma elegantemente vestito quello di questa sera:  l'ultima volta che lo vidi era nascosto dentro a una tuta bianca da meccanico e una bandana calata in testa, era il 2010 e l'Alcatraz era esattamente quello di stasera, diviso a metà. Regaliamo un Alcatraz pieno agli Eels la prossima volta! 


Una macchina da rock'n'roll  irrefrenabile, pura e grezza ( il vecchio sodale The Chet in cattedra con la sua chitarra) che sale sul palco sulle note di Also Sprach Zarathustra e accanto alle sue canzoni, un concentrato di emotività da montagne russe esistenziali dove pop, blues, garage, psichedelia e rock'n'roll si tengono per mano (immancabile Novocaine For The Soul, grezza Dog Faced Boy che piacerebbe a Billy Gibbons), sparge schegge di storia raccolte nel tempo: dagli Small Faces, ai NRBQ, i Kinks (My Beloved Monster cantata su You Really Got Me) , Nancy Sinastra e conclude in gloria con gli Argent di God Gave Rock And Roll To You dopo due ore di una serata magnifica che vorresti prolungare ancora almeno fino a mezzanotte. Il vecchio lupo ha il pelo bianco ma sa ancora ululare, raccontare  storie e riversarci addosso i propri irrequieti stati d'animo seppure mitigati dal tempo. 



martedì 11 aprile 2023

RECENSIONE: TIJUANA HORROR CLUB (Tales Of A Sinnerman)

 

TIJUANA HORROR CLUB  Tales Of A Sinnerman (2023)




scagliate la prima pietra

Una volta (ecco: parlo già da neo cinquantenne) la prima cosa che colpiva in un disco era la copertina. Quanti dischi avete comprato o lasciato dov'erano per colpa delle copertine? Ora viaggia tutto sui singoli ascolti e se le canzoni non sono raggruppate sotto a una foto o un disegno sembra importare a pochi.

I bresciani e camuni TIJUANA HORROR CLUB pur ancora giovani (è sempre il vostro cinquantenne che vi scrive) hanno "l'antico" dentro e radicato nel profondo per cui ci tengono ancora a presentare la loro musica con qualcosa ad effetto: dopo gli "affetti" personali del  loro svuota tasche che riempivano lo spazio del precedente album Naked Truth uscito nel 2020, proprio a ridosso della pandemia e del lockdown (che io ricordi furono i primi a suonare un concerto in diretta streaming), questa volta rovistano ancora più indietro nel tempo pescando un vecchio quadro "il moschettiere addormentato" di Francesco Domenighini, pittore camuno di fine 800. Del perché il moschettiere si sia addormentato si possono azzardare tante ipotesi ma ne sono quasi certo: è stordito per aver peccato e abusato dei piaceri della vita.

Già, quella vita a cui andiamo incontro alla nascita senza sapere nulla tanto che firmare un contratto a inizio vita potrebbe essere necessario come cantano nella iniziale dal tiro psychobilly 'Life '(Terms And Conditions)' uscita quasi un anno fa. I Tijuana Horror Club continuano a mischiare con sapienza antichi ingredienti musicali come rock'n'roll, blues e swing, componendo canzoni dal tiro rock blues micidiale come 'Mandatory Love Song', 'On The Reef' e 'All Work And No Party' con la batteria di Mattia Bertolassi e il basso di Davide Rudelli in grande spolvero,

non così distanti dai più "vicini" e attuali Black Keys a soluzioni musicali che intrecciano peccato e redenzione, il Tom Waits più orco e spregiudicato e lo Screaming Jay Hawkins più malefico (la voce del cantante e chitarrista Joey Gaibina è sempre malvagiamente cavernosa) come avviene nella ballata nera 'All Fake', in 'Jesus Made Me A Sinnerman' con quelle tastiere vintage suonate da Alberto Ferrari in grado di portare le lancette indietro di qualche decennio, nel giro funky soul di 'The Shy Bragger (Get Up And Boogie)', nella veloce e contagiosa 'The Rebound Blues' o nella finale 'Silver And Gold' un lento giro di valzer guidato dal pianoforte che ci congeda consegnandoci nelle mani della notte.

Prodotto dell'esperto Ronnie Amighetti, Tales Of A Sinnerman è un disco, come tutti quelli della band bresciana, che non ha tempo, e scadenze: tra cento anni ci saranno ancora tanti racconti di peccatori da tramandare ai posteri e il blues non ha avrà certamente finito di ardere dalle parti di Brescia, ancora isola felice per un certo modo di intendere e vivere la musica. I Tijuana Horror Club sono uno dei tanti esempi, certamente tra i più originali nel loro essere totalmente demodè.






sabato 8 aprile 2023

RECENSIONE: THE LONG RYDERS (September November)

THE LONG RYDERS   September November (Cherry Red, 2023)


si continua...

Erano passati trentadue anni dall'ultima incisione in studio quando nel 2019 uscì Psychedelic Country Soul, un disco sorprendentemente fresco e brillante che riportava agli onori delle cronache il gruppo di Sid Griffin e soci (Stephen McCarthy e Greg Sowders), il più rootsy di quel movimento Paisley Underground che negli anni ottanta tenne alta la bandiera di un certo modo di suonare rock’n’roll.

Pochi mesi dopo l'uscita di quel disco arrivarono anche in Italia e conservo tutt'ora un buon ricordo della data di Chiari, un concerto un po' confuso ma animato da tanti amici scatenati.

Ora sono passati altri quattro anni e nel mezzo è successo un po' di tutto: una pandemia, una guerra ancora in corso ma soprattutto un lutto che messi insieme hanno dato un'impronta diversa alle canzoni di questo nuovo album.

È proprio il trascorrere del tempo, la mortalità ('Hand Of Fate') a dettare ritmo e parole: la band che in quel fortunato ritorno era ritratta in piedi e battagliera nella foto di copertina, ora è intagliata nel legno, quasi a riposo e con i segni del tempo che sembrano farsi strada con più ferocia. Un disco amaro, a tratti dimesso, dedicato all'amico bassista Tom Stevens, scomparso due anni fa che viene omaggiato con una delicata e malinconica ballata ( 'Tom Tom'), e che lascia per l'ultima volta la sua firma e voce nella finale e già conosciuta 'Flying Out Of London In The Rain', tra l'altro una delle migliori delle dodici canzoni in scaletta.

"Due terzi del genere alt-country distillato che abbiamo contribuito a fondare negli anni '80 (e) un terzo di avventurismo Paisley  Underground... condito con un pizzico della nostra folle anima" così Griffin (recentemente in Italia per un tour in solitaria) ha descritto questo nuovo album. Un disco meno diretto, che ha bisogno di più attenzioni per essere assimilato e che lascia alle sole 'September November' (comunque un buon inizio), alle melodie byrdsiane di 'Seasons Change', alla tambureggiante 'Elmer Gantry Is Alive And Well', al tagliente rock’n’roll di 'To Be Manor Born' scritta dal chitarrista Stephen McCarthy il compito di ricordare la freschezza della gioventù andata.

Regnano così il passo agro-dolce della country 'Flyin Down', la malinconia folkish della strumentale 'Song For Ukraine' condotta dal violino di Kerenza Peacock, lo swing di 'That's What They Say About Love', il blues acustico  'Country Blues (Kitchen)',  la carezza beatlesiana di 'Until God Takes Me Away'. Prodotto da una vecchia e conosciuta volpe come Ed Stasium e con Murry Hammond (degli Old 97's) che si occupa del basso in alcune canzoni, cosi come DJ Bonebrake degli X è presente in un paio di pezzi, September November ha tutti i tratti di un disco di passaggio, seguito di un brillante ritorno e speriamo precursore di un nuovo ennesimo  inizio.




domenica 2 aprile 2023

RECENSIONE: MOLINA TALBOT LOFGREN YOUNG (All Roads Lead Home)

MOLINA TALBOT LOFGREN YOUNG  All Roads Lead Home (NYA Records/Reprise,  2023)



comunque Crazy Horse

È notte fonda, una di quelle notti che potrebbero durare all'infinito. Sono pervaso da continui pensieri, sembrano perlopiù positivi, nuvole bianche e serene sopra a una giornata negativa e faticosa da portare a termine. Nonostante tutto mi giro e rigiro nel letto. Quei pensieri mi portano lontano, con i piedi immersi su infiniti prati verdi, gli occhi attenti dentro a fitti boschi che la primavera sta svegliando e colorando. 

Con strade che si inerpicano sopra a colline, i raggi del sole che sbattono sulle lenti degli occhiali, il vento in faccia. Un quadretto di libertà semplice, il più semplice da immaginare.

Ho voglia di musica, mi alzo dal letto, dal cofanetto degli archivi di Neil Young sfilo un CD a caso, lo metto su, mi corico nuovamente e spengo la luce. Quando parte la prima canzone i Crazy Horse galoppano veloci e fieri su quei prati, proseguono imbizzariti, sono nel pieno della loro gioventù ma il povero Danny Whitten ci aveva già lasciati. È il momento di provare a richiudere gli occhi, le chitarre si inseguono in una di quelle classiche code jammate, lisergiche e malate che li ha resi famosi accompagnando l'amico canadese. La notte è arrivata, ma il mattino sembra più vicino.

Quando riapro gli occhi vedo il cavallo, è in piedi, ha corso tutta la notte, è stanco, segnato dal tempo, dai tempi, dalle perdite, dai faticosi giorni di questi tre ultimi anni. Nonostante tutto sembra sereno, in pace con se stesso e la natura che lo circonda. Ieri è uscito un disco che sarebbe dovuto uscire intestato ai Crazy Horse, quelli datati 2023: Billy Talbot, Ralph Molina e Nils Lofgren  decidono invece di metterci solo i loro cognomi. In tre fanno 229 anni, i primi due sono quasi ottantenni , Lofgren con i suoi 71 è il più giovane. Poi ci aggiungono anche Young che di anni ne ha 77.

Ma sarebbe stata una vera fregatura far uscire questo album sotto il nome Crazy Horse: i tre componenti attuali del cavallo pazzo non suonano mai insieme in nessuna delle tracce. Strano no? È un disco anomalo, nato nei giorni bui della pandemia quando si era tutti lontani e inaviccinabili. Quando si inventavano leggi per tenerci lontani. Ho sempre pensato fossero arrivati veramente i "strani giorni" cantati da Franco Battiato.  Quando non si poteva nemmeno lavorare a patto tu non fossi un musicista. I musicisti non si sono mai fermati.

Tre canzoni a testa scritte e registrate ognuno a casa propria con i musicisti più vicini in quel momento, più una canzone di Neil Young registrata live: hanno scelto una versione, sette minuti, voce, chitarra, armonica di 'Song Of The Seasons' che apriva Barn uscito nel 2021.

E All Roads Leave Home sembra un'appendice di Barn  anche se qui nessuno dei tre osa mai cavalcare le praterie elettriche, preferendo sempre le vie più leggere, melodiche e nostalgiche. Le canzoni di Billy Talbot ('Rain', 'Cherish', 'The Hunter') suonate con la Billy Talbot Band cavalcano la malinconia e la saggezza, quelle di Lofgren ('You Will Never Know', 'Fill My Cup', 'Go With Me') hanno un tocco musicale più aspro e blues e lo vedono impegnato su tutti gli strumenti, le canzoni di Molina ('It's Magical', la più rockeggiante 'Look Through The Eyes Of Your Heart', la ballata al pianoforte e sax 'Just For You') suonate anche insieme agli italiani Marco Cecilia, Francesco Lucarelli, Fabrizio Settimi e Marco Molino sono quelle con l'impronta più Younghiana.

Un disco che sulla carta per come è stato assemblato sembrava non promettere nulla di buono e che invece rivela un suo carattere, emanando pace e rilassatezza.

I Crazy Horse prendono posto dentro al mio semplice quadretto di libertà. Il paesaggio della foto interna e sul retro scattata a Rico in Colorado da Jay Dusard sembra combaciare con il mio sogno iniziale. La dedica a Danny Whitten, David Briggs e Elliott Roberts chiudono un cerchio. Il passato, il presente e un futuro che aspetta altre galoppate.