martedì 27 settembre 2022

RECENSIONE: JONATHAN JEREMIAH (Horsepower For The Streets)

JONATHAN JEREMIAH   Horsepower For The Streets (PIAS, 2022)



heart and soul

L'arrivo dell'autunno chiama calore domestico, abbracci e protezione. Un riparo sicuro. Tutte cose che si possono trovare anche in musica. Lasciando da parte i grandi classici, bello è cercare qualcuno che sappia donare tutte queste cose tra le nuove uscite. Perché buoni dischi continuano ad uscire eh, lo dico per chi è  fermo al 1979 e non ne vuole sapere per troppa pigrizia. Da alcuni giorni sono in botta con questo quinto album del cantautore Jonathan Jeremiah, londinese di padre anglo-indiano e madre irlandese. A una domanda per descrivere la sua musica, lui stesso risponde: "troppo soul per il folk, troppo folk per il pop e troppo pop per il soul". Tutto chiaro? Forse non tanto. Meglio sarebbe passare all'ascolto. Il disco, scritto in buona parte in Francia, nelle campagne intorno a Bordeaux, durante uno dei suoi tour e registrato a Bethlehemkerk, una chiesa ristrutturata a nord di Amsterdam, mette bene in mostra la cifra stilistica di Jeremiah, dall'inizio alla fine: voce brumosa e baritonale che si staglia spesso su arrangiamenti d'archi sontuosi ('Horsepower For The Streets'), cinematografici ('Cut A Black Diamonds'), è stata pure impiegata un'orchestra di venti elementi (la Amsterdam Sinfonietta), dove il soul, con cori femminili presenti, regna sovrano ('Small Mercies', 'Youngblood', 'Restless Heart') ma ben si amalgama con il folk britannico ('The Rope'). Proprio come dice lui. Pur avendo come punti di riferimento Terry Callier, Bill Whithers, Nick Drake, Scott  Walker, John Martin, Burt Bacharach, Ennio Morricone, Glen Campbell, l'ultimo Michael Kiwanuka per rimanere a un suo contemporaneo, Jonathan Jeremiah riesce a dare un'impronta personale alle sue composizioni, inseguendo il  pensiero di libertà, cercando la positività nella difficile quotidianità e nelle pieghe dei sentimenti e dei rapporti umani (il crescendo piano, voce di 'Early Warning Sign'). E l'isolamento di questi due ultimi anni influisce tantissimo nella sua scrittura ('You Make Me Feel This Way').

Un disco che ha negli anni sessanta e settanta la propria culla ideale, del presente ha le parole, nel "senza tempo" ci troviamo la melodia e il calore. Benvenuto autunno.





domenica 25 settembre 2022

RECENSIONE: CREEDENCE CLEARWATER REVIVAL (At The Royal Albert Hall, April, 1970)

CREEDENCE CLEARWATER REVIVAL  At The Royal Albert Hall, April 14, 1970 (Craft Recordings, 2022)



quello giusto!

Nella primavera del 1970, i Creedence sbarcano in Europa all'apice delle loro forze, in piena vena creativa e con quattro dischi incisi in due anni (ben tre solo nel 1969), un crescendo che sembrava non avere ancora fine, ed in effetti Cosmo' s Factory e il più bistrattato Pendulum dovevano ancora venire. Eppure anche la loro fine era lì, imminente dietro un angolo, ma ancora nessuno lo sapeva. O chissà, forse Tom Fogerty sì. Le due date sold out alla Royal Albert Hall di Londra vengono finalmente alla luce nella loro bellezza e l'occasione è di quelle ghiotte per farci su un film documentario Travelin'Band (per Netflix), con la voce narrante di Jeff Bridges, che si chiude proprio con le immagini del concerto  e un disco con la data del 14 Aprile 1970 incisa nei solchi. Questa volta però il concerto è quello giusto. Perché, le canzoni che uscirono nel 1980 furono un falso ben congegnato o una svista imperdonabile dalla Fantasy: non erano i concerti di Londra ma quelle di una data a Oakland. Un falso d'autore rimediato in fretta con un  generico titolo The Concert.

Inutile dirvi che il live spacca. La band guidata da John Fogerty è un treno in corsa, inarrestabile, decisa, concreta: dodici canzoni suonate con piglio sicuro che riprendono esattamente ciò che la band aveva sempre fatto in studio, l'unione personale tra blues e rock, masticato e rilasciato con freschezza nuova e adatta ai tempi ma senza cadere nelle tentazioni psichedeliche imperanti. Si andava al sodo e alle radici del suono americano. Era swamp rock frizzante e diretto ma c'erano anche il country e il bluegrass dietro. Totalizzanti.

 "Essenziale, pulito e blues" come indicava il cartello perso nella copertina di Cosmo's Factory.

Si parte dalla paludosa 'Born On The Bayou' che la storia vuole scritta da Fogerty senza mai essere stato in una bayou prima di allora, i CCR erano di San Francisco ma la fascinazione per il sud, la Louisiana, li avvolse completamente fino al collo. Ci nuotavano bene dentro come nessuno mai.


'Green River' scritta da Fogerty ricordando le acque del Putah Creek in California dove trascorreva le giornate in adolescenza tra ragazze nude che dimenavano i loro corpi e rane saltellanti, 'Tombstone Shadow' venuta in ispirazione dopo aver fatto visita a un indovino che predisse a Fogerty tredici mesi di sfortuna (un po' ci andò vicino visto i guai discografici che arriveranno in seguito per riuscire a entrare in possesso del suo catalogo). 'Travelin Band' che uscirà solo poco dopo su Cosmo's Factory pur scippando molto a Little Richard (di cui fanno invece 'Good Molly Miss Molly') è il manifesto di una band inarrestabile e sempre on the road, quella 'Fortunate Son' che di schierava apertamente dalla parte della classe operaia (la camicia di Fogerty resiste nel tempo) e contro la guerra del Vietnam (i fratelli Fogerty l'avevano scampata), 'Commotion' combatteva la frenesia della vita moderna (avercela ora quella frenesia), 'Bad Moon Rising' annunciava una imminente apocalisse a ritmo funky rockabilly, 'Proud Mary' "la mia prima canzone buona" come la definì John Fogerty era già un classico allora nella versione originale e nelle tante cover che verranno, quella di Ike e Tina Turner su tutte.

Un paio di "classici" veri come 'The Night Time Is The Right Time' e 'The Midnight Special', solo qualche "thank you", "thank you very much" tra una canzone e l'altra e la presentazione dell'ultima e sfrenata  'Keep On Chooglin', un finale a tutto groove completano un' esibizione tirata e vincente. Quasi fosse punk dell'american roots.

Roy Carr sul New Musical Express dopo i concerti londinesi fu chiaro e conciso:" la più grande rock'n'roll band del mondo". I Beatles avevano appena annunciato lo scioglimento. Il trono era vacante. Un caso?

Tom Fogerty dirà: "per anni ho avuto un poster dei Beatles alla Royal , ma mai avrei pensato che un giorno ci avrei suonato anch'io qui".

E bello è vedere alcune vecchie foto di John e Tom Fogerty, Doug Clifford, Stu Cook in giro per Londra con le loro macchine fotografiche al collo come turisti qualsiasi e curiosi, ancora ignari di quale pezzo di storia andranno a scrivere. In questi solchi ce n'è un po'.





venerdì 23 settembre 2022

RECENSIONE: CLUTCH (Sunrise On Slaughter Beach)

CLUTCH  Sunrise On Slaughter Beach (Weathermaker Music, 2022)




mai domi

"Il naturale culmine di ciò che i Clutch hanno iniziato da adolescenti nei primi anni '90” così la band del Maryland  ha presentato il tredicesimo album di una carriera ormai lunga trent'anni. E mettere tutti quegli anni in poco più di mezz'ora non è impresa semplice ma in qualche modo ci sono riusciti ancora una volta. Mai chini e piegati a mode e correnti, i Clutch hanno sempre portato avanti la loro idea musicale dove stoner, heavy blues e svaghi psichedelici sono accompagnati dalla voce da orco mai doma di Neil Fallon che declama i suoi testi bizzarri, sarcastici ma sempre pieni di vissuto e ficcanti. Uno che sa scrivere testi. Si potrebbe affermare che è sempre lo stesso album dei Clutch dove la furia di 'Red Alert (Boss Metal Zone)' si scontra con i rallentamenti  psichedelici della cadenzata dai grassi riff  'Slaughter Beach', dove le urla e l’epicità di 'Mountain Of Bone' costruita sui dettami di Dungeons & Dragons corre a pari passo con il carrarmato di nome 'We Strive For Excellence', che già immagino presentata a dovere dal vivo.

Ma poi ecco i particolari che fanno di questo disco, della misera durata di un ep, l'ennesimo capitolo da non perdere: i cori femminili (le voci sono di Deborah Bond e Frenchie Davis) che compaiono in 'Mercy Brown', la lunga coda strumentale di  'Skeletons On Mars' dominata dal singolare uso del theremin, e la finale 'Jackhammer Our Names', marziale e minacciosa che pare uscita da un disco di Nick Cave. Trentatré minuti di certezza inossidabile da una band che in tanti anni di carriera non ha mai cambiato la line up: oltre a Fallon alla voce ecco la chitarra di Tim Sult, il basso di Dan Maines e la batteria di Jean-Paul Gaster.

Una formazione inalterata, unica e inimitabile, che non sembra toccata minimamente dal trascorrere del tempo. Per gli scettici ci sarà la possibilità di toccare tutto con mano il 26 Novembre 2022 al Fabrique di Milano.






sabato 17 settembre 2022

RECENSIONE: THE SWEET THINGS (Brown Leather)

 

THE SWEET THINGS  Brown Leather (Wendigo, 2022)




il miglior rock’n’roll dell'anno from NYC

"Qualcuno ha detto che era come se i New York Dolls avessero provato a registrare Beggars Banquet e avessero fallito miseramente" così il bassista Sam Harris fondatore dei newyorchesi Sweet Things (insieme al chitarrista e vocalist Dave Tierney, i due si sono incontrati per la prima volta al mitico bar Manitoba's di New York) spiega come li accolse la critica dopo l'uscita del debutto In Borrowed Shoes, On Borrowed Time del 2019. Ci aggiunse "devo farla stampare su una maglietta".

Occhio, perché questo secondo parto a titolo Brown Leather per me si candida a diventare uno dei dischi di classic rock americano più caldi e scoppiettanti di questo 2022. Vi dico subito cosa ci troverete dentro: tutto il vecchio rock stradaiolo a cavallo tra Rolling Stones e Faces ma che ingloba dentro la carica anni ottanta di Georgia Satellites, Izzy Stradlin And Ju Ju Hounds e certo sleazy rock losangelino degli anni ottanta/novanta. Senza tralasciare alcune puntate verso il sud degli States, il soul e il southern rock.

All' Honky tonk selvaggio bagnato dal peggior alcol in circolazione il compito di aprire il disco: 'Brown Leather' (accompagnato da un video divertente e fracassone) è tutta pianoforte, chitarre slide e con quel tiro alla Rolling Stones anni settanta ma come se la voce di Mick Jagger fosse caduta nel turbine punk trasformandosi in David Johansen. Ancora pesanti tracce di Exile in 'I Know I Don't Mind' un country che sa di malattia.

'Ride It Home' è pura danza rock'n'roll tra Jerry Lee Lewis e Chuck Berry ma, anche qui, imbrattato dal tiro punk, sostenuto anche dai due nuovi entrati in formazione Tobin Dale (chitarra e voce) e Hector Lopez (batteria).

'Keepin On Movin' e 'Familiar Face'sono dei country boogie movimentati e divertenti buoni per ogni occasione spensierata.  Come anticipato si scende a sud con 'Ain't Got Enough Room' e con 'Cold Feet' un' honky tonk boogie che i fiati portano dalle parti del r&b. Sale in cattedra l'armonica nei blues di 'It Hurts Me Too' e 'Mentholated Blues' più elettrica e rumorosa. Si finisce con la calma della ballata 'Problematic Life' e con la parentesi slide strumentale 'Ride The River'.

Suggella il tutto la registrazione avvenuta ai Fame Recordings Studios a Muscle Shoals in Alabama con il produttore Matt Chiaravalle e la presenza di alcuni ospiti tra cui il fondamentale Rob Clores, già tastierista di Jesse Malin, Black Crowes e Little Steven and Disciples Of Soul.

Derivativi ma con attitudine, ironia e carattere.

"La canzone 'Brown Leather' in pratica dice che non ce ne frega un cazzo di quello che pensano gli altri, faremo solo quello che ci piace e quello che pensiamo sia bello".

Dategli un ascolto e fatemi sapere.




domenica 11 settembre 2022

RECENSIONE: OZZY OSBOURNE (Patient Number 9)

 

OZZY OSBOURNE   Patient Number 9(Epic/Sony Music, 2022)



sette vite più una

Ricordo bene quel "No More Tour" del 1991, Ozzy aveva quarantre anni e l'annuncio dell'ultimo tour sembrava uno scherzo. Lo era in effetti: una diagnosi sbagliata lo aveva messo in allarme per nulla. E noi dietro. Fu il primo degli infiniti "ultimi tour" che seguiranno per malanni molto più seri. Ora lo vedo mentre si è  esibito nell'intervallo della prima partita della stagione di NFL al SoFi Stadium di Inglewood in California: canta Patient Number 9, canzone che apre e da il titolo a questo disco e Crazy Train insieme a Zakk Wylde.

È successo solo due giorni fa. È immobile con le mani fisse al microfono, le alza ogni tanto cercando gli applausi ma non credo possa sostenere concerti interi o tour in quelle condizioni. Se Sharon glielo permettesse sarebbe veramente crudele. L'avrà pure salvato decine di volte ma a volte lo è stata. Crudele. Se vuole veramente bene a Ozzy non glielo permetterà. Vogliamo ricordarlo mentre con le mani ci tirava secchiate d'acqua fredda.

Insomma Ozzy ci canta e ci annuncia la sua fine da almeno trent'anni salvo poi dirci che è "immortale" come canta in  in questo ultimo disco, uscito a due anni di distanza da Ordinary Man, che  già era  stato annunciato come ultimo disco. Quindi, regola numero uno: Ozzy, fottiti, io non ti credo più. Regola numero due: in qualunque condizioni abbia registrato queste ultime canzoni (tanti aiuti alla voce presumo) godetevele. Più heavy,  moderno e compatto del precedente Ordinary Man, che giocava con il pop. In produzione (ma anche musicista presentissimo) sempre Andrew Watt che secondo me si diverte un mondo. Comunque ci si diverte tutti. 

I motivi? Sono tanti. 

Perché i testi giocano in continuazione con la morte, la invocano, la perculano, la allontanano. Tanto prima o poi arriverà per tutti. Guardate la regina.

Perché fa suonare Eric Clapton come fosse ancora nei Cream in One Of These Days. Perché ospita per la prima volta Tony Iommi in un suo disco solista e si ricrea la magia dei Sabbath (No Escape From Now), pure quelli più vecchi e blues in Degradation Blues con quell'armonica che porta direttamente a The Wizard.

Perché Zakk Wylde ritorna a casa e impazza in più di metà disco. Perché Jeff Beck impreziosisce A Thousand Shades e Mike McCready Immortal. Perché troviamo ancora una volta Taylor Hawkins alla batteria in un paio di pezzi. A lui è dedicato il disco. Perché ci sono infiniti rimandi al passato, a Ozzmosis (Nothing Feels Right), addirittura agli anni ottanta di The Ultimate Sin in Dead And Gone.

Perché God Only Knows ruba il titolo ai Beach Boys ma suona come The Beatles meets Black Sabbath.

Perché ci suonano Chad Smith, Duff McKagan e Robert Trujllo

Perché se fosse veramente l'ultimo disco di Ozzy si conclude con un blues antico da palude, slide, armonica e risata finale (Darkside Blues) proprio come forse tutto iniziò tanti anni fa in quel di Birmingham.





sabato 10 settembre 2022

RECENSIONE: THE AFGHAN WHIGS (How Do You Burn?)

THE AFGHAN WHIGS  
How Do You Burn? (BMG, 2022) 





 un sole che brucia ancora 

 E mentre sono ancora qui ad aspettare di ricevere indietro i soldi pagati per un concerto di Greg Dulli a Amsterdam in occasione del suo album Random Desire di due anni fa che il covid ha cancellato (no non è vero, non penso più a quei soldi, mi sono rassegnato), il tempo passa inesorabile come quel volo aereo mai partito, e tanti altri arrivati a destinazione. Va tutto avanti con più incertezze di prima e tanti vuoti da riempire ma con una certa aria di menefreghismo che si diffonde velocemente e ti fa tirare avanti con più leggerezza. Una pandemia di mezzo, questo disco è nato e cresciuto proprio in quei giorni, e tante perdite umane: dopo Dave Rosser nel 2017, Mark Lanegan quest'anno, che di questo nuovo disco degli Afghan Whigs ha inventato pure il titolo e lasciato alcune delle sue ultime impronte. Non c'è più ma si aggira come un fantasma tra le pieghe della ipnotica e inquietante 'Jyja' e sui ritmi elettronici di 'Take Me There'. Quasi un sussurro basso e perpetuo il suo. Leggendo alcune recenti interviste di Dulli traspare tutto l'amore tra i due cresciuto sempre più nel tempo e nelle collaborazioni. E qualche lacrima scende e si insinua tra la mia barba. Queste sono le mie regine. 
How Do You Burn? è il terzo album dopo la reunion e prosegue in qualche modo il percorso dei due dischi precedenti Do To The Beast e In Spades, un grande disco che se la gioca con questo. Una delle poche reunion con un senso la loro, anche se oggi della vecchia band a far compagnia a Dulli rimane solo il bassista John Curley . C'è ancora tutto l'affascinante universo di Dulli creato intorno alle contaminazioni, che però si apre a noi solamente dopo aver superato 'I'll Make You See God', una botta rock, in stile Queens Of The Stone Age, nata per caso dopo un cazzeggio alla chitarra in studio di registrazione. Il suo posto era lì all'inizio dice Dulli e lì al suo posto come un'ariete scardinaporte sembra rimanere anche durante i nuovi live che la band sta portando in giro. Passata la bufera gli echi beatlesiani di 'The Gateway' iniziano a condurre il disco in una conturbante e ipnotica strada che porta alla circolare e seducente 'Catch A Colt', al carezzevole soul di 'Please, Baby, Please' (tra le mie preferite) costruito su un tappeto di organo, al respiro leggero di 'Concealer', al duetto con Marcy Mays in 'Domino And Jimmy', la cantante ritorna dopo la sua presenza su Gentlemen a distanza di trent'anni (c'è anche il ritorno di Susan Marshall già presente su 1965 e che tutti, o quasi, ricordiamo nei Mother Station). Greg Dulli tocca la mortalità, la fragilità, l'amore con la stessa mano di sempre, sicuramente con meno impeto, irruenza e forza rispetto agli anni d'oro di Congregation, Gentlemen e Black Love ma il tatto è sempre quello sensuale, conturbante e graffiante di sempre. La voce pure. 
E visto che il concerto degli Afghan Whigs a Bologna nel 2017 è stato uno dei più belli visti negli ultimi anni, impossibile non replicare in Ottobre a Milano. Ho già il biglietto ma questa volta nessun aereo da prendere.




domenica 4 settembre 2022

RECENSIONE: KING'S X (Three Sides Of One)

KING'S X  Three Sides Of One (Insideout/Sony, 2022)


Tre!!!

È la seconda volta consecutiva che i King's X annullano il loro ritorno in Italia: successe nel 2019, è successo anche quest'anno. Avrebbero dovuto suonare proprio l'altra sera, 2 Settembre 2022 (giorno d'uscita di questo disco), a Veruno nell'ambito del Festival 2 Days Prog+1. Li aspetto da 23 anni, da quando nel 1999 li vidi per la prima e ultima volta in quel del Babylonia a cinque minuti da casa. Se non sbaglio fu il loro debutto in Italia.  Rimane uno dei miei concerti della vita.

Una delle più complete band che abbia mai visto live. (Non sto vaneggiando, cercate in rete quante persone dicono la stessa cosa. O siamo tutti impazziti o qualcosa di vero c'è veramente).

Tre musicisti che  mi impressionarono. Tre personalità  che della loro diversità  fanno una virtù comune: il basso funky e tuonante, la voce bluesy di Doug Pinnick, uno che si fa beffa dei suoi 71 anni, la chitarra versatile di Ty Tabor, capace di pennate hard e pesanti quanto di ricami melodici, la voce e la dinamicità della batteria di Jerry Gaskill. Insieme, uniti, capaci di ottime armonie vocali che spesso li ha avvicinati ai Beatles e con grandi colpi di bravura e magia sanno unire in un tutt'uno micidiale hard rock, blues, punk, metal, funk, progressive, pop e soul. 

Una volta sposati, i King's X non li abbandoni più. In 40 anni di carriera  sono stati osannati, sottovalutati, a volte dimenticati e ingiustamente ignorati. Ancora sconosciuti e da scoprire dai più. Non a caso la parola più comune legata al loro nome è spesso “underrated”. Che peccato. Anche se come tutte le cose più preziose continui a sentirle ancora più  tue. Poi magari ci saranno dei validi e buoni motivi che a me sfuggono. Verrà  il loro tempo? Anche oggi che i dischi si intrufolano  subdolamente tra i nostri ascolti? Potrebbe essere questo tredicesimo disco in carriera quello della volta buona? Del grande salto? Dubito, ma per chi volesse avvicinarsi al trio mi sembra una buona occasione.

Mancavano discograficamente dal lontano 2008 quando uscì XV, in mezzo tanti problemi di salute (soprattutto per il batterista Gaskill), problemi con le case discografiche, parecchi progetti solisti, una pandemia.

Ma ora che abbiamo finalmente queste dodici canzoni tra le mani, possiamo dirlo:  i King's X sono sempre loro. Capaci di unire dissonanze quasi heavy noise ("alla Meshuggah" come ha dichiarato Pinnick) con armonie vocali melodiche in 'Flood, Pt.1'. Colpire con hard blues elettrici come 'Let It Rain', un invito a lasciare che la pioggia spazi via la paura di questi tempi bui, oppure accarezzare con blues notturni come in 'Nothing But The Truth' con la voce blacky di Pinnick in primo piano e un bel assolo finale di Tabor ("ho pensato a Prince e Curtis Mayfield" dice sempre Pinnick). Uno dei vertici di questo disco. 'Give It Up' è una cavalcata hard bluesy dal chorus contagioso, adatta per i live,  'All God' s Children', una ballata dai toni dark psichedelici, molto sabbathiana, così come 'Take The Time', cantata da Gaskill, è ariosa, psichedelica, pop. È un gioco di contrasti che alla band americana è sempre riuscito bene. 'Festival' è un rock scritto da Tabor dall'influenza quasi garage, veloce e diretta, 'Swipe Up' ha il groove pesante dei loro anni novanta, si ferma e riparte (e ancora una volta tornano in mente i Meshuggah, che cosa incredibile!), così come 'Watcher' riporta ai tempi di Dogman e anche più indietro.

Poi nel finale ecco tutto l'amore per la coppia Lennon-McCartney che esce dalla soffice 'Holidays' cantata da Gaskill, così come in 'She Called Me Home' con l'orchestra dietro e nella finale 

 'Every Everywhere' con i suoi giochi di voce. Una canzone di speranza in mezzo a un disco dai toni prevalentemente cupi.

Se dopo quarant'anni riescono a incidere ancora dischi così freschi, piacevoli, a tratti spiazzanti un motivo ci sarà. A voi scoprirlo. Io lo so già.

Bentornati!




giovedì 1 settembre 2022

RECENSIONE: MARCUS KING (Young Blood)

MARCUS KING  Young Blood (American Records, 2022)


the king of rock and roll

Molto probabilmente se Marcus King  avesse vissuto i suoi 25 anni nel pieno degli anni settanta, avrebbe cavalcato con estrema difficoltà quella linea che separa la notorietà  dal precipizio più marcio e buio. Troppe le tentazioni, troppi sarebbero stati i  compagni di viaggio nella stessa situazione che lo avrebbero accolto con simpatia nel club della disperazione. Benvenuto tra noi. Fortunatamente gli anni settanta sono lontanissimi, anche se musicalmente non sono mai stati così vicini come oggi. 

E visto che King a 26 anni è un giovane "nato vecchio" catapultato fortunatamente nel 2022, le sue ancore di salvezza hanno dei nomi, a volte pure dei cognomi: la musica stessa, i Free, Dan Auerbach e l'attuale fidanzata ("mi ha tirato fuori da un posto davvero oscuro").

Sì perché proprio dopo una rottura amorosa iniziò un breve calvario segnato da depressione e dalle dipendenze e a un certo punto a forza di ascoltare i Free (pare gli piovessero addosso da ogni parte) si era quasi immedesimato nel povero Paul Kossof tanto da non riuscire più a vedere una via di uscita. Una strada senza scampo.

"Stavo davvero esagerando in tutti gli aspetti. Quindi è stato un bene per quanto riguarda la creatività...Davvero non pensavo che sarei stato in giro abbastanza a lungo per fare un altro disco".

Dopo El Dorado, primo disco solista prodotto da Dan Auerbach che lo vedeva allontanarsi dal classico stile da jam band della Marcus King Band per avvicinarsi maggiormente alle ballate country e soul, questa volta Marcus King incide il suo disco rock definitivo dove mette in fila tutto il suo smisurato amore per Jimi Hendrix, gli ZZ Top, i Free (di rimando i Bad Company), i Cream, i CCR,  i Black Sabbath, i Grand Funk Railroad, la Steve Miller Band, i Gov't Mule ma anche i Badlands periodo Voodoo Highway di Jake E. Lee, chissà.

Dove le chitarre (la sua Le Paul del 59) sono protagoniste dall'inizio alla fine: riff torrenziali (ascoltate la quasi sabbathiana 'Aim High'), assoli e fuzz abbondano, strabordano a volte, mettendo a frutto tutto il tempo in cui ha tenuto in mano una chitarra da quando aveva solo tre anni giù nella sua Carolina del Sud.

Dentro alle canzoni lascia tanto di se. Dalle relazioni finite (l'impetuosa 'It's Too Late') traboccanti di bugie ("sono il fuoco piccola, sai di essere la mia benzina" canta nella incalzante 'Lie, Lie, Lie'),  alle perdite importanti (la paludosa 'Blues Worse Than I Ever Had' che termina il disco). Chiede aiuto, la mano di qualcuno che lo tiri fuori dall'abisso dentro il quale era finito dove l'alcol ("Coca e Whisky") era divenuto l'amico più fidato (lo swamp alla John Fogerty 'Rescue Me'), e le nuvole nere che incombevano minacciose erano un sipario calato davanti al futuro ('Dark Cloud'). Le maschere per nascondere il tutto erano all'ordine del giorno (nel blues contagioso alla Free 'Pain') " ora sono solo una banconota da un dollaro arrotolata...Se vai e mi lasci, allora ho finito" canta . Ma fortunatamente canta anche di rinascita in 'Hard Working Man', dove l'amore sembra trionfare.

Questo disco è una seduta psicoanalitica, sincera, profonda, amara, ma anche carica di speranza. Entusiasmante per come suona, per come è cantata. Il sentimento davanti a tutto.

Accompagnato dal batterista Chris St. Hilaire, il bassista Nick Movshon e il secondo chitarrista Andy Gabbard che assecondano senza troppi fronzoli intorno. Rock blues della miglior specie, hard, ruvido, diretto ma anche melodico e ipnotico.

Marcus King si mette a nudo costruendo intorno a dei testi duri e crudi (nella sinuosa 'Blood On The Tracks' -non un titolo a caso credo- ad aiutarlo c'è pure una vecchia volpe come Desmond Child) un impianto rock muscoloso che sa di antico, di assi di palco, di amplificatori, di live music. Di anni settanta sicuramente. 

Marcus King è uno dei più grandi talenti usciti negli ultimi anni dagli States e questo disco una delle più belle uscite dell'anno in ambito...chiamiamolo semplicemente rock'n'roll? Oggi, pochi come lui sanno  unire così bene anima, tecnica e vigore.