domenica 12 aprile 2026

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #90: CHRIS BELL (I Am The Cosmos)

 

CHRIS BELL  I Am The Cosmos (Rikodisc, 1992)





di passaggio

Con gli album postumi, spesso si raschia il cosiddetto fondo del barile. Ci sono però delle splendide eccezioni e  I Am The Cosmos è una delle più limpide e luccicanti proprio come dev'essere stata la giornata in cui il fratello David scattò questa foto a Chris Bell sulle Alpi svizzere. E già questa copertina si porterebbe a casa la partita, almeno ai miei occhi sempre intrisi di verdi vallate e montagne imbiancate.

Lasciati i Big Star, non senza qualche strascico, quando pubblicarono il secondo disco Radio City nel 1974,  deluso dal poco successo avuto da quel debutto non certo profetico nel titolo #1 Record, forse già stanco di vivere all' ombra del certo più appariscente compagno di band Alex Chilton, Bell si rifugiò a lavorare nel ristorante di famiglia, ma viaggiò pure moltissimo tra States e Europa in cerca di qualcosa che forse non trovò mai, trascinandosi sempre dietro le sue dipendenze e la  depressione (con tendenze suicide), cose che non gli impedirono di portare avanti la sua sopraffina arte di songwriter e chitarrista. Continuò a scrivere, arrivando però a pubblicare in vita un solo singolo 'I Am The Cosmos',  accompagnato da 'You And Your Sister' nel retro, dove ai cori compare Alex Chilton. Due canzoni non certamente solari, sul senso di perdita e sull'amore ma che da sole inquadrano perfettamente il suo mondo dell'epoca, intriso di misteriose nubi perforate da  sgargianti raggi di luce. 

Morì nella notte del 27 Dicembre 1978, mentre tornava a casa dagli Ardent Studios, la sua auto si schiantò contro un palo della luce.

Di tutte quelle registrazioni fatte in vita non si seppe nulla fino a quando nel 1992 il fratello le raccolse, facendole uscire su disco per l'etichetta Rikodisc.

 Solo un anno prima i This Mortal Coil registrarono le cover di quelle due canzoni, le sole conosciute fino a quel momento.

Dentro a I Am The Cosmos tutto l'universo di Bell, anima sensibile, che trovò perfino sollievo nella religione: malinconico, riflessivo, vulnerabile, a tratti  straniante, power pop dove convivono le sue radici di Memphis, l'amore per il british pop e il sunto di tutto ciò che furono i Big Star (soprattutto per i tanti gruppi che arrivarono dopo) senza dimenticare la sua chitarra, nei momenti più elettrici come in quelli acustici. Si scoprono così una manciata di altre canzoni fantastiche: Better Save Yourself, Get Away, Look Up...ma tutte sono degli affreschi pop rock che viaggiano bene in gruppo e da sole.

Uno di quei rari dischi che catturano al primo ascolto, una carrellata di canzoni senza tempo che si può iniziare ad ascoltare a qualunque età, in qualsiasi momento della vita, con il risultato assicurato: in qualche modo ti seguiranno fino alla fine dei giorni. Ne sono certo.




sabato 4 aprile 2026

RECENSIONE: CORROSION OF CONFORMITY (Good God/Baad Man)

 


CORROSION OF CONFORMITY 
Good God/Baad Man (Nuclear Blast, 2026)




quando l'ambizione paga

Se settimana di resurrezione dev'essere, resurrezione sia. Rinascono i Corrosion Of Conformity, ma in verità non sono mai morti, con un disco doppio, forse il più ambizioso della loro lunga vita, nato e cresciuto durante uno dei periodi più bui della loro quarantennale carriera, segnato dalla morte del batterista storico Reed Mullin nel 2020 e dall' abbandono, in forma amichevole, del bassista altrettanto storico Mike Dean, come perdere una sezione ritmica da paura in un solo "brutto" colpo, ma anche un disco capace, in un'ora di musica, di mettere sul piatto  le tante sfumature della loro musica. Due soli uomini rimasti al comando di quella famiglia di  giovani punk rocker nata a Raleigh, Carolina del Nord, intorno al 1982: il chitarrista e fondatore Woody Watherman e Pepper Keenan (voce e chitarra) nella band dal 1990, che hanno creato e imbastito il grosso a New Orleans, ritrovandosi ad ascoltare musica come solo due vecchi amici sanno fare ("ascoltavamo vecchi dischi e roba che ci piaceva, bevevamo birra, suonavamo la chitarra e scrivevamo riff") per poi essere raggiunti da Stanton Moore, batterista di estrazione jazz già presente nel sempre dimenticato In The Arms Of God e nei live, e Bobby Landgraf al basso.
Un disco dove si percepisce tutta quella libertà di muoversi nell'universo rock guadagnata in anni di militanza senza l'obbligo di rimanere incastrati dentro a consumati cliché. Un ideale doppio
 ("Il nostro produttore, Warren Riker, continuava a chiamarlo Dark Side of the Doom", racconta Keenan) diviso in una prima parte, Good God, più stoner, doom, rocciosa, e incazzata, con testi di denuncia, e una seconda Baad Man più solare, che marca territori sudisti, e con l'impronta rock'n'roll tatuata sopra. Tutto suona però free e spontaneo, con la creatività lasciata libera di correre e galoppare tra passato e presente: lo si capisce in tracce come 'Run For Life', lenta, sabbathiana e psichedelica nei suoi nove minuti e nella finale, quasi strumentale 'Forever Amplified' con i suoi umori sudisti con tanto di cori femminili gospel aggiunti da Anjelika "Jelly" Joseph, dei Galactic, band jazz-funk di New Orleans dove suona il batterista Moore. Una accorata dedica a tutte le persone che ci hanno lasciato per sempre, Reed Mullin in testa.
In mezzo tutto il groove blues, heavy e  stoner di 'Good God?/Final Dawn', 'You Or Me', 'The Handler', 'Asleep On The Killing Floor' riconducibili al periodo Deliverance(1994) e Wiseblood (1996), una 'Lose Yourself' che pare invece appartenere al più southern e melodico America's Volume Dealer uscito  nel 2000. Ma anche una "fumata" blues e psichedelica, nello stile degli amati ZZ Top, come 'Handcuff County,' e la mazzata thrashcore 'Gimme Some Moore' con Al Jourgensen dei Ministry ai cori che pare citare in causa i Black Flag e riportare ai primi anni ottanta ("Io e Woody volevamo scrivere una canzone come se avessimo di nuovo 17 anni" racconta Kenaan), sono due facce della stessa medaglia.
Ma c'è anche il funky sudista e sbarazzino alla Grandfunk  di 'Baad Man' che ospita Barry Gibb (Bee Gees) alla chitarra (ha usato la vecchia Stratocaster del fratello Maurice) che a sua volta ha ospitato la band nei suoi studi di registrazione a Miami, i sapori mediorientali della strumentale 'Bedouin's Hand', l'acustica e dolente avanzata di 'Brickman' tra country e folk nero e scuro.
Non l'ho mai negato, i COC sono da sempre una delle mie band americane preferite, sempre seminali e importanti nelle varie incarnazioni della loro carriera. Dall'hardcore punk iniziale, al crossover di metà carriera, fino ad abbracciare lo spirito seventies e lo stoner. Undici dischi che si dividono in capolavori e di mestiere ma mai brutti da sprofondare nell'insufficenza. Sì insomma anche il precedente e in ombra No Cross No Crown (2018) aveva i suoi buoni momenti.
Forse non hanno mai raccolto la  popolarità adeguata all'importanza che hanno rivestito nella musica pesante americana nei due decenni in cui erano al top (gli ottanta e i novanta) ma il fatto che nel 2026 se ne escano con un disco del genere, ancora ricco di spunti è buon segno. Se poi aggiungiamo quella cappa, a volte psichedelica, a tratti fangosa,  di perdita e sentita emotività che pare aleggiare sopra tutte le canzoni il gioco è fatto: il buon segno si trasforma in un ottimo disco. Bentornati. Ora aspettiamo i Down: anno impegnativo per il buon Pepper.