domenica 22 febbraio 2026

SCOTT H. BIRAM live@El Barrio, Torino, 21 Febbraio 2026




Si scusa Scott H. Biram. A fine concerto si ferma a parlare con noi pochi spettatori (un vero peccato. Ma la promozione per questi eventi?) e si scusa, quasi uno ad uno, per i problemi tecnici che ha avuto per più di metà concerto con la stomp box amplificata che non arrivava come avrebbe dovuto. Non è contento, sembra realmente amareggiato per non averci dato quello che voleva. Lo si rincuora perché è andata benissimo lo stesso e durante l'ora e mezza di durata forse nessuno si sarebbe accorto del problema se lui non avesse interrotto bruscamente con qualche imprecazione. Grande umiltà. Un personaggio Scott H Biram. Texano, cresciuto nella campagna di Prairie Lea, in una famiglia di musicisti (papà suonava il sax, gli zii avevano una piccola band), nello stereo di casa prima Leadbelly, Lightnin' Hopkins e Doc Watson poi i Black Sabbath e il punk rock dei tempi del liceo, mentre il suo fisico nel tempo è tenuto insieme dalle cicatrici e dalle protesi al titanio, lascito di alcuni episodi da leggenda: un incidente stradale in Texas nel 2003 che gli lasciò intatto un arto su quattro ma non gli impedì, un paio di mesi dopo, di salire sul palco in sedia a rotelle con una flebo al seguito, poi in Francia nel 2009, quando scivolò nei pressi di una pompa di benzina. 

Sotto il gilet si intravede una t shirt dei Beastie Boys (Check Your Head), entra sul palco con in sottofondo Anesthesia (Pulling Teeth) dei Metallica, testamento del compianto Cliff Burton. Già questo inquadra la sua voracità musicale anche se poi la scaletta è infarcita di blues fino al midollo. Canzoni, sue e cover, di  peccato e redenzione, suonate con antico spirito DIY, lo stesso che gli bolle in corpo quando suona le sue chitarre, quando sbuffa dentro un’armonica e batte il piede sulla stomp box, scuotendo il cembalo , anche se non si sente come vorrebbe lui. Tranquillo Scott! Ringhia, predica, si sfoga. Tutto insieme. Un “The Dirty Old One Man Band” come il titolo di uno dei suoi tredici dischi, quasi tutti legati alla Bloodshot Records di Chicago. Passano il reverendo Gary Davies e lo yodel di Jimmy Rodgers, Robert Johnson e Muddy Waters, John Lee Hooker. 'Throw A Boogie Woogie' di Sonny Boy Williamson diventa 'Black Betty' dei Ram Jam. Blues grezzo e qualche ballata country dagli umori texani, l'amore per il gospel (ci ha fatto un disco), la veemenza punk metal è sempre a un passo, dietro l'angolo, camuffata dalle chitarre acustiche.

E quando canta " I'm still drunk, still crazy, still blue" gli credi senza ulteriori verifiche. Finito il concerto vorrebbe farne un'altra ma parte in filodiffusione una musichetta targata Walt Disney. Risalito sul palco ci saluta con un passo di danza classica e un inchino. Quest'ultimo contraccambiato da noi pochi ma fortunati.



venerdì 20 febbraio 2026

RECENSIONE: DEWOLFF (Fuego!)

 

DEWOLFF  Fuego! (Electrosaurus Records, 2026)





"una fiamma che brucia ancora"

Dopo la coronazione di un sogno, registrare un intero disco nei Fame Muscle Shoals Studios in Alabama (Muscle Shoals uscito nel 2024), gli olandesi Dewolff formati dai due fratelli Pablo (chitarra e voce) e Luka De Poel (batteria e voce) con Robin Piso (hammond, piano, synth e Wurlitzer), sublimano i loro inizi con un disco di cover. È però una raccolta di canzoni che cerca di fuggire il più possibile dai soliti dischi di cover, spesso incisi con svogliatezza o per riempire un buco contrattuale. Un'arma a doppio taglio che nel tempo poche volte è stata baciata dalla fortuna. Pochi ma buoni quelli che hanno fatto la storia. Qui siamo nel mezzo ma certamente non farà la storia nemmeno questo.

Queste sei canzoni (o otto) per trenta minuti di durata sono si cover, ma sembrano  metterci davanti a quel che sono i Dewolff in sede live, sopra a un palco, le canzoni ricevono un trattamento diverso, si allungano, si mischiano, diventano jam musicali.

Pescando tra i gruppi, gli autori e le canzoni che li spinsero a prendere gli strumenti in mano e formare la band.

"Un tributo alle canzoni e agli artisti che ci hanno plasmato fin dagli albori dei DeWolff. Invece di scrivere nuovi brani, siamo tornati a una manciata di canzoni che hanno acceso la scintilla. I pezzi forti che hanno plasmato chi siamo come musicisti e come band" raccontano.

 I loro eroi, non necessariamente famosi: si passa dai Redbone di 'Judgement Day' (1973)  band losangelina formata da nativi americani agli inizi degli anni sessanta raggiungendo la maggior notorietà nei primi settanta e con Jimi Hendrix loro grande fan tanto da spingersi a indicare il loro chitarrista Lolly Vegas come "il migliore che avessi mai sentito" a Leon Russell con 'Roll Away The Stone', estrapolata dal suo primo mitico disco solista del 1970. Qui i Dewolff si calano completamente nella parte, sprofondando  completamente in quel southern soul ammaliante. C'è 'The Fan' dei Little Feat di Lowell George, brano del 1974 preso da l'album Feats Don't Fail Me Know, con gli olandesi che ingranano la quarta per un lungo viaggio con la chitarra ospite di Joe Bonamassa: un carnevale di chitarre e tastiere che riporta a quelle lunghe jam dove i generi musicali non contavano più perché era il demone della musica a impossessarsi degli strumenti. Otto minuti di sarabanda strumentale con dialoghi e duelli.

C'è la più basica 'Fire And Water' dei sempre dimenticati ma più famosi Free, hard blues solido e seducente, una "veloce" 'Faster And Faster' (anno 1970) dei misconosciuti Eden Rose, band francese di jazz rock progressivo guidati dall'Hammond di Henri Garella (a salire in cattedra è il tastierista Robin Piso a inttomettersi la chitarra di Pablo De Poel ), fino ad arrivare ai dieci minuti finali di 

'Fire and Brimstone/Hawg Frog/I Walk On Gilded Splinters' dove fanno incontrare la chitarra rock'n'roll blues di Link Wray del 1971 lo swamp rock di 'Hawk Frog' di Buzz Clifford e il voodoo New Orleans sound di 'I Walk On Guilded Splinters' prelevata da Gris-Gris (1968) di Dr. John. Un finale cosmico degno di qualunque loro concerto.





venerdì 13 febbraio 2026

LOS LOBOS live@Teatro Superga, Nichelino (TO), 11 Febbraio 2026






Dalle mie parti in Valle Cervo, nell'alto biellese, negli ultimi tempi l'avvistamento di lupi è diventato sempre più frequente. Una cosa che desta curiosità, affascina, per molti aspetti preoccupa anche. È la legge della natura che si fa sentire. Bussa alla porta dell'umanità. La calata italica, organizzata da Admr Chiari, per un tour di quattro date dei vecchi lupi chicani della East Los Angeles è invece motivo di gioia e tante altre cose fuorché preoccupante. Forse solo l'assenza di Louie Perez, sembra per motivi di salute, e un inizio di concerto a lenta carburazione di David Hidalgo potevano destare qualche dubbio. Anche se l'apertura in quarta con uno dei loro primi manifesti non lascia trasparire nulla. La domanda Will The Wolf Survive? arriva fiera a ricordarci quell'incrocio tra America e Messico sublimato da lì in avanti. 
I Los Lobos sono ancora una instancabile locomotiva del ritmo che ha in Conrad Lozano (basso pazzesco, panama in testa, braghette corte e culo seduto per più di metà concerto) e Alfredo Ortiz ( batteria e vero propulsore per tutta la serata) le solide fondamenta, nel compassato Steve Berlin (sax e tastiere) il fantasista che completa l'opera con abbellimenti estetici ficcanti e opportuni e in Cesar Rosas (chitarra e voce) e David Hidalgo (chitarra, voce e fisarmonica) le due facce da prima pagina. Si scambiano assoli di chitarra, si alternano alla voce. Cantano insieme. 
 Una oliata macchina del ritmo che non ha conosciuto cali passando con disinvoltura dalla cumbia di Chuco's Cumbia e Maricela al rock di Flat Top Joint (cover degli ex compagni di scuderia Blasters), dai caldi sapori tex mex di Ay te dejo en San Antonio e Volver, Volver, omaggio a Santiago Jiménez e Vicente Fernández, al rock'n'roll di Don’t Worry Baby, Evangelina e Más y más. Poca tregua e poche parole quando sono le canzoni a raccontarci tutti i loro cinquant'anni di carriera e il delicato momento storico che si sta vivendo alle loro latitudini. Il solito mix tra canzoni autografe e cover, perché da sempre l'omaggio ad altri artisti ha caratterizzato tutta la loro carriera dagli inizi quando suonavano a feste, battesimi e matrimoni, passando per il lancio mondiale di metà anni ottanta, fino all'ultimo disco inciso cinque anni fa Native Sons che omaggiava tutta la scena musicale della loro Los Angeles, senza distinzione tra punk e latin roots. 
Dalle atmosfere jazz blues di The Neighborhood (title track del mio album preferito da cui estraggono pure la stupenda Angel Dance, ballata piena di soul), passando dalla fisarmonica che scolpisce nel tempo la melodia notturna di Kiko And The Lavender Moon all'omaggio finale a Richie Valens (Oh My Head, Come On Let's Go, l'immancabile La Bamba che li proiettò verso tutti quelli che ancora oggi: " i Los Lobos quello della Bamba?") a ricordarci che quel lontano giorno del 1959 quando il "rock'n'roll mori" partorì anche il suo futuro. 
Un finale che ha decretato il rompete le righe, con il pubblico, fino a quel momento educatamente seduto  ( a parte qualche conoscente "desapericido della sedia"  che non ne poteva più  già  da tempo in piedi a ballare ai lati della sala) che finalmente ha potuto abbandonare le seggiole del pur bel teatro Superga e avvicinarsi ai propri idoli per un finale tutti vicini e stretti e le mani a tenere il ritmo sulle assi del palco. Ecco se devo trovare un neo alla serata è quella voglia, tarpata dalle seggiole, di alzarsi in piedi e muovere le gambe (soffro seduto ai concerti rock) seguendo i ritmi sempre diversi della scaletta. Un viaggio tra tempi, stili e generi. Il lupo è sopravvissuto, per farlo ha dovuto camminare, prendersi altri spazi. Scendere a valle. Niente e nessuno lo ha ancora abbattuto.







domenica 8 febbraio 2026

RECENSIONE: JAY BUCHANAN (Weapons Of Beauty)

JAY BUCHANAN  Weapons Of Beauty (Sacred Tongue Records/Thirty Tigers, 2026)




dialogo con il silenzio

Per tutti quelli che in questi ultimi vent'anni hanno seguito il crescendo artistico dei californiani Rival Sons culminato (per ora) negli ultimi due dischi legati tra loro Darkfighter e Lightbringer, il loro sforzo artistico più impegnativo e personale, una scommessa vinta, la bravura interpretativa, su disco e live,  del loro cantante Jay Buchanan non  è certamente una novità. Qualcuno prima dell'uscita di questo disco, invece, può averlo riconosciuto anche nel concerto di addio a Ozzy Osbourne, Back To The Beginning a cui ha partecipato senza sbavature, oppure nel film Springsteen, Deliver Me From Nowhere, diretto da Steve Cooper : Buchanan si era calato completamente a suo agio nel cantante leader della resident band dello Stone Pony, il locale del New Jersey dove Springsteen amava rifugiarsi, lontano dalla fama, per farsi una cantata con gli amici, lontano dai riflettori rock che iniziavano a puntarlo con insistenza in quei primi anni ottanta. Io Buchanan non l'ho avevo riconosciuto, l'ho capito dopo leggendo i nomi del cast. 

E proprio dal regista Scott Cooper si potrebbe partire per raccontare il suo primo album solista: è lo stesso regista ad aver messo giù la sequenza di queste dieci canzoni come fossero la sceneggiatura di un film. Una pellicola girata tra i deserti del Mojave dove Buchanan si è rifugiato (come fosse lo Stone Pony per Springsteen) per tre mesi, in un bunker sotterraneo con un generatore a benzina per la luce, tenendo fuori la sua anima da rockstar sviluppata con la band, gli otto dischi pubblicati e i tanti tour, alla ricerca di qualcosa di più profondo  e intimo radicato dentro a sé stesso. Di giorno in superficie tra il nulla della sabbia e di una vecchia miniera d'oro abbandonata, di notte sottoterra a mettere giù  le sensazioni e i ricordi che quei luoghi hanno portato a galla nella sua memoria. Un intenso dialogo con il silenzio. Contemplazione di anima e paesaggi circostanti.

"Weapons Of Beauty’ è il suono di queste placche che si spostano dentro di me, troppo forte per essere ignorato. Sorprendentemente, non ho mai conosciuto una vulnerabilità che mi facesse sentire così potente...Ho anche fatto amicizia con l'isolamento e alla fine il deserto stesso è diventato in un certo senso un collaboratore davvero vivace" ha raccontato. 

Sono uscite dieci canzoni registrate successivamente in soli cinque giorni a Savannah, Georgia, insieme al produttore e amico Dave Cobb e alcuni fidati amici ospiti e musicisti di Nashville: Chris Powell (batteria), Leroy Powell (chitarra), Brian Allen (basso), J.D. Simo (chitarra) e Philip Towns (tastiere).

" Penso che questo disco sia come guardare direttamente nel cuore di Jay: nessun filtro, nessun rumore, solo emozione pura e cruda" ha raccontato il produttore Dave Cobb.

Dieci canzoni, tra cui la cover della sempre straziante 'Dance Me To The End Of Love' di Leonard Cohen qui rivestita di soul, che dimenticano l'elettricità della band e sprofondano nella sottrazione strumentale per mettere bene in evidenza la sua voce potente, il vibrato, le sfumature. Gli strumenti non sovrastano mai il racconto ma accompagnano, sorreggono.

Ne è uscito un ritratto interiore, un percorso inedito che esplora territori folk e gotici, radici e Americana.

Canzoni di perdita e redenzione (il crescendo della toccante 'Caroline', come sopravvivere a un dolore e lasciare il passato per affrontare il futuro), di solitudine ('High And Lonesome' vede la slide di J. D. Simo ospite nel disegnare impronte tra la sabbia e un falò) e fede dentro al bel gospel soul 'True Black', guidato dal pianoforte protagonista e con Buchanan a fare da predicatore, ricordando il primo Billy Joel, country/gospel del periodo Piano Man. 

Una narrazione intima, la vita che rallenta per spiare dentro all'amore per la compagna  nel folk 'Sway', nella intima poesia di 'Shower Of Roses' sembra intravedersi il cuore dell'autore, i ricordi d'infanzia che affiorano in 'Deep Swimming', la canzone più ritmata in scaletta. Prove cantautorali come la road song 'Tumbleweeds', le atmosfere west coast seventies di 'The Great Divide' e poi la confessionale title track in chiusura, confidenziale, voce e pianoforte.

Per completare l'opera, l'artista Jeremy Lipking, pittore realista, è stato chiamato per disegnare la copertina.

Intanto mentre queste dieci canzoni inizieranno a lasciare il deserto del Mojave per entrare in modo discreto nelle case di tutto il mondo, Jay Buchanan ha annunciato di essere già al lavoro sul nuovo disco dei suoi Rival Sons. Un disco sorprendente e rivelatore.





venerdì 6 febbraio 2026

RECENSIONE: HANDSOME JACK (Barnburners!)

 

HANDSOME JACK  Barnburners! (Alive records, 2026)




in blues we trust

Continuano a non deludere i figli dello  stato di New York (provengono da Lockport), proprio perché stanno un passo indietro ai tempi. Anche nel loro sesto disco e con più di vent'anni di carriera continuano a macinare il loro sound in bilico tra southern rock targato nineties con la benedizione di Chris Robinson che ai tempi li volle ad aprire per la "confraternita" formata insieme al compianto Neal Casal (grande fan della band), hard blues figlio delle grandi power trio band dei seventies,  lo swamp rock benedetto dall'acqua santissima di John Fogerty e il blues nero dei padri su cui si fonda maggiormente questa nuova uscita. 

Il trio formato da Jamison Passuite (chitarra, voce), Joey Verdonselli (basso, voce) e Bennie Hayes (batteria, voce) continua a puntare sul calore di composizioni che non hanno bisogno di troppi addittivi, fregandosene di essere troppi alla moda. Basti la cover di 'Polk Salad Annie' con cui omaggiano il grande Tony Joe White per avere il loro codice fiscale. Persa per strada la carica garage dei primissimi dischi a farla da padrone sono le profonde radici blues fatte crescere e trasportate ai nostri tempi: dallo stomp con il classico beat alla Bo Diddley di 'Tonight We Ride', lo sbilenco andazzo di It's 'Only Business', orgia edulcorata tra Captain Beefheart e Canned Heat, il trotto boogie dell'esuberante e sensuale 'Do It! Do It!' e 'I'm Hooked' con tanto di cori trascinanti, a una 'Poly Molly' che è puro Chicago Blues alla Elmore James con la slide a fare la voce grossa, ("In 'Polly Molly' abbiamo preso il classico stile bottleneck di Elmore James e lo abbiamo adattato ai tempi moderni. La versione live, semplice e grezza, suona allo stesso tempo antica e fresca, e questo era uno dei nostri grandi obiettivi per il nuovo disco" dicono), 'Let's Go Downtown' cavalca invece  più veloce di tutte mentre nel  finale affidato a 'Ghost Woman', frenano mettendosi all'ombra di una composizione cupa, spettrale e limacciosa con chitarre eletttiche aspre.

Nel ritmato swamp rock 'Barnburner' che apre il disco ricordando i Black Keys cantano "we’re gonna light it, we’re gonna burn it down" promettendo fuoco e fiamme per i successivi 33 minuti. Pochi ma abbastanza per confermare il trio come uno dei migliori e buoni traghettatori di certi vecchi suoni nel presente e futuro. Veri e grezzi.