domenica 9 maggio 2021

RECENSIONE: TONY JOE WHITE (Smoke From The Chimney)

 

TONY JOE WHITE  Smoke From The Chimney (Easy Eye Sound, 2021)



una voce da lontano

Io a Tony Joe White voglio un gran bene a prescindere: la sua voce potrebbe cantare qualsiasi cosa e sarei incantato davanti alla sua magnetica sagoma intagliata a suon di swamp rock. E anche oggi che  White non c'è più da tre anni, la sua musica emana la stessa magia di sempre, dove i fantasmi delle paludi della sua Lousiana si risvegliano e sembrano imbracciare gli strumenti e suonare l'ultimo dei valzer in terra. Poco prima di morire il 24 Ottobre del 2018, aveva fatto uscire un disco intimo e tenebroso che sembrava un temporale minaccioso e incombente sulla sua esistenza. Si chiuse nel fienile della sua casa con una Stratocaster, pochi amici e suonò il suo ultimo blues. Fu un disco quasi premonitore, ridotto all'osso, arricchito solamente da sussurri e battiti di piede sulle assi del pavimento a fare ancor più spavento. Così diverso da questo, frutto di alchimie (ma nemmeno troppe) da studio di registrazione, ma assolutamente credibile e lo dico subito: riuscito, nonostante operazioni come queste siano sempre un alto rischio per chi le mette in pratica e altissimo per la reputazione di chi non c'è più e non può nemmeno prendere provvedimenti se non le distanze. Tutto è in mano al buon gusto degli eredi. 

Ecco però spuntare quel prezzemolo di Dan Auerbach. Questa volta al buon Auerbach riesce pure di resuscitare i cari estinti: trasforma nove demo voce e chitarra, registrati da Tony Joe White durante gli ultimi quindici anni della sua esistenza (proprio come l'ultimo disco)  in nove canzoni finite (bene), e complete. L'idea di lavorare con uno dei padri dello swamp rock  risale a parecchi anni prima, quando i due si incontrarono ad un festival in Australia nel 2009 ma solo ora, grazie al l'intermediazione del figlio Jody White (ecco l'erede), è diventata reale e concreta. Meglio tardi che mai? Come al solito Auerbach ci mette i musicisti di Nashville, tra cui Billy Sanford alla chitarra, Paul Franklin alla pedal steel e Bobby Wood (Elvis Presley) al piano, in più un grande Marcus King alla chitarra elettrica a sostenere il groove di una circolare  'Bubba Jones', naturalmente l' etichetta Easy Eye Sound, la sua chitarra e la passione di sempre. 

"Non è stato usato nessun computer" sottolinea Auerbach. La band ha suonato in presa diretta seguendo le tracce grezze lasciate da White.

Del primo singolo uscito, la cavalcata acida a lento trotto 'Boot Money' Auerbach dice anche: "una specie di serpente che striscia fuori dalla palude". E nel video cartoon i due sono disegnati insieme in un ipotetico studio di registrazione, ciò che Auerbach sognava potesse concretizzarsi prima o poi. Per una 'Del Rio You're Making Me Cry' che accarezza l'anima a passo di flamenco sollevando polvere texana, una  'Over You' che segue a ruota dando l' imprinting al disco (pigrizia e distensione sono la regola), l'ariosa 'Listen To Your Song' con il suo assolo di chitarra finale, c'è il tenebroso blues di 'Scary Stories', la magniloquenza orchestrale di 'Someone Is Crying', la ballata ' Billy' a chiudere. In mezzo alle canzoni, immagini fumose di uomini che stanno in piedi nonostante tutto e una notte perenne con la luce della luna a fare da unica via di fuga. 

Operazioni delicate e sempre un po' discutibili queste, ma il risultato che si può ascoltare fin dalla prima canzone in scaletta, l'amabile country soul 'Smoke From The Chimney', non è affatto male. È tutta una questione di buon gusto e qui è stato usato con rispettosa devozione. Non conterà molto ma per me è un sì.







giovedì 6 maggio 2021

RECENSIONE: GARY MOORE (How Blue Can You Get)

GARY MOORE  How Blue Can You Get (Provogue, 2021)



aperti gli archivi!

Ricordo ancora con un certo rimpianto la mia rinuncia a quel concerto di Gary Moore a Milano nel Luglio del 2010. Non ricordo il motivo della mia assenza ma ricordo benissimo che volevo assolutamente andarci. Ma chi poteva saperlo che fu l'ultimo in Italia: pochi mesi dopo, il 6 Febbraio del 2011, il suo corpo fu trovato esamine dalla sua compagna in una stanza d'albergo nella Costa del Sol in Spagna.  Sono passati dieci anni, mentre io continuo a vangare tra i ricordi cercando una valida motivazione alla mia assenza, esce sul mercato quello che a tutti gli effetti si può considerare il primo disco postumo di inediti (nel 2012 uscì il live Blues For Jimi). Otto canzoni sono forse poche per questo primo evento ma la qualità è veramente buona e sicuramente ora che gli archivi sono stati aperti, questa uscita non rimarrà isolata per molto tempo. Il Gary Moore passato in rassegna è quello della svolta blues partita da Still Got The Blues (1990) e arrivata fino alla morte con l'ultimo disco inciso Bad For You Baby (2008). Ad accompagnare Moore ci sono il bassista Peter Rees, le tastiere di Vic Martin e le batterie di Darrin Mooney e Graham Walker. Un disco che ricalca le uscite di quel periodo, dove cover, riletture e brani inediti vengono assemblati insieme. Qui troviamo quattro cover: una torrenziale 'I'm Tore Down' di Freddie King dai toni quasi hard, canzone che Moore amava spesso presentare durante i suoi live, un'altra vivace, strumentale e travolgente 'Steppin' Out' di Memphis Slim, lo standard di BB King 'How Blue Can You Get' del 1964 che da il titolo al disco e una frizzante 'Done Somebody Wrong' di Elmore James. Le quattro canzoni firmate da Moore sono la notturna 'In My Dreams' ballata con Moore che fa piangere la sua chitarra, il quasi rural blues 'Looking At Your Picture' e poi due rivisitazioni di suoi vecchi brani: 'Love Can Make A Fool  Of You' ripescata da Da Corridors Of Power del 1982, ripulita dagli orpelli anni ottanta e trasformata in un blues malinconico con un grandissimo assolo, infine 'Living With The Blues', un'altra classica ballata dal tocco alla Gary Moore  a chiudere il disco. 

A Moore non importava troppo vendere dischi, l'importante era rimanere sempre onesto e in linea con le proprie idee musicali. Probabilmente, però, questo disco venderà di più rispetto agli ultimi dischi in vita, usciti un po' in sordina e dimenticati in fretta. Ne sono sicuro. 

In un'intervista rilasciata al Belfast Telepraph a proposito delle sue smorfie mentre suonava disse:" potrebbero essere di dolore o di piacere. La gente mi prende in giro per questo, ma non c'è nulla di artificioso. Quando suono mi perdo completamente e non sono nemmeno consapevole di quello che sto facendo con la mia faccia - sto solo suonando ".

E in questo disco suona ancora molto bene tanto da riuscire ad immaginare quelle smorfie sul suo volto.





martedì 27 aprile 2021

RECENSIONI: LUCA ROVINI & COMPANEROS (L'ora Del Vero), ANTHONY BASSO, STAGGERMAN (Eight Crows On A Wire)

tre modi italiani simili ma diversi di guardare alla grande America musicale 

LUCA ROVINI & COMPANEROS  L'ora Del Vero (2021) 

Lo avevamo lasciato con il suo disco solitario figlio del primo lockdown. Sono passati solo alcuni mesi e intorno a noi poche cose sembrano essere cambiate veramente: siamo ancora tutti qui a lottare per la nostra libertà. Luca Rovini però questa volta sbuca fuori ancora più minaccioso da un tramonto rosso fuoco, ha una chitarra elettrica in mano e richiama intorno a sé i suoi Companeros per fare un po' di casino e dirne quattro (il brutto sogno in salsa country rock di '176esimo Sogno Di Luca Rovini'), rivestendo le sue canzoni di elettricità. Il matrimonio celebrato da Luca tra il cantautorato italiano e il rock americano va ancora a gonfie vele e l'intesa sembra migliorare di disco in disco. Si avanza a suon di rock ('L'ora Del Vero'), con una tambureggiante e marziale 'Quasi Mezzanotte', quasi minacciosa alla Crazy Horse, con la chitarra di Peter Bonta in prima linea, un'arma sempre in più da giocare per il toscano Rovini, poi ecco 'Che Farà?' che potrebbe giocarsi le sue carte da singolo per arrivare a tutti. La bella ballata scandita dal pianoforte 'Angeli Ubriachi Sulla Via' ci mostra invece l'altra faccia più intima e delicata così come 'Dove Brillano Le Barche' e 'Aspettiamoci A Casa' quella folk, intimista e solitaria. Come sempre ci sono anche due cover che ben delimitano lo spazio d'azione di Luca, ribadendo anche la sua immutata passione da vero fan: 'La Pioggia Vien Giù' di Steve Earle e 'Billy' di Bob Dylan.





ANTHONY BASSO
  Anthony Basso (2020) 

Conosciuto per aver militato fin da giovanissimo come chitarrista (e voce) nei friulani W. I. N. D., trio di viscerale hard blues che da qualche anno pare essersi messo in pausa (almeno così voglio credere), per questo suo primo disco solista (anticipato da un EP uscito quattro anni prima) batte le strade polverose e bollenti di quelle ballate marchiate a fuoco dal southern rock spesso bagnato dalle acque mai stantie del soul. Canzoni che profumano fortemente di anni settanta, che potrebbero benissimo essere uscite nel 1973, quindi senza tempo, come 'Ridin With A Siren', 'Things Gonna Change', il country di 'Tracks', la bellissima 'We Will See What Tomorrow Brings' che chiude il disco evocando spazi infiniti dove poter ancora camminare e sognare. C'è spazio anche per un paio di episodi più energici, ma mai troppo, come l'iniziale 'Something's Goin Wrong' o il trascinante funky di 'Biscayne Blvd Funk (Miami)'. Un suono caldo, corale e corposo che mette in gioco tutte le sue influenze da grande ascoltatore di classic rock. Ma se dovessi scegliere un solo nome da accostare a Anthony Basso opterei per gli Allman Brothers con Gregg Allman al seguito, naturalmente. 





STAGGERMAN
 Eight Crows On A Wire (AR Recordings, 2021) 

Staggerman è il progetto ormai consolidato del musicista bresciano Matteo Crema (tra le sue esperienze ricordo gli inarrivabili The Union Freego e quelle più recenti con i camuni Thee Jones Bones e il duo Franzoni- Zamboni). Un progetto che sembra fare un deciso balzo in avanti a livelli di suono e produzione grazie all'esperienza di Marco Franzoni in produzione e come musicista impegnato su più strumenti. La musica di Matteo Stagger si conferma come un caldo e rassicurante abbraccio tra un lento e pigro blues di frontiera (ecco le tromba di Francesco Venturini in 'Spilling Lifeblood', ma non solo, il tex mex di 'Crow Song' che gioca la sua partita con gli amati Calexico) e l'alt country più vicino ai nostri giorni in stile Wilco. Ciondolanti ballate che rievocano "il raccolto" di Neil Young ('Astonished J.'), il vagabondaggio notturno di 'Cursed Monkey' in grado di riesumare gli antichi spiriti lontani del primissimo Tom Waits e le ombrose calate nella notte di 'As A Stone' che chiude un disco dal suono evocativo e avvolgente come le acque del suo lago nativo nelle ore del crepuscolo.





sabato 24 aprile 2021

RECENSIONE: TOM JONES (Surrounded By Time)

TOM JONES  Surrounded By Time (2021)



il lento passo degli anni

L'altra sera Ornella Vanoni, ospite in un programma televisivo, l'ha buttata giù dura e chiara: "sono l'unica che alla mia età incide un disco di inediti. Di solito si fanno solo dischi di vecchi successi". Chissà forse era una frecciatina indirizzata anche al buon Tom Jones. Negli ultimi dieci anni però il signor Jones si è rimesso completamente in gioco e ha fatto uscire tre dischi, tra gospel, folk, R&B, country e americana, uno più bello dell'altro: Praise & Blame nel 2010, Spirit in the Room nel 2012 e Long Lost Suitcase nel 2015. Oggi a ottant'anni, quasi 81, a sei anni dall'ultimo, torna con SURROUNDED BY TIME, un disco di cover (eccolo!) nuovamente sotto la produzione di Ethan Johns. Ascoltando il nuovo brano 'Talking Reality Television Blues' che aveva anticipato il disco, una spoken song scritta da Todd Snider che vaga in tutta libertà tra la storia della televisione e le tappe che l'hanno caratterizzata sembrava proprio che pur arrivato a quella età, il gallese non avesse ancora mollato la presa, non stanco di mettersi ancora una volta in gioco. E ora che abbiamo tutto l'album si può confermare, anche se le prime canzoni sono abbastanza spiazzanti rispetto a quanto ci aveva abituato nei precedenti dischi: 'I Won't With You If You Fall' di Bernice Johnson Reagon, 'The Windmills Of Your Mind' , 'PopStar' di Cat Stevens e 'No Hole In My Mind' diMalvina Reynolds (con il sitar suonato da Ethan Johns) hanno suoni sintetici, elettronici, lenti, cupi, spesso guidati da moog e tastiere, feedback e riverberi, sembrano giocare con l'inesorabile trascorrere del tempo, della vita, ma la voce di Jones si staglia prepotente e ipnotizzante su tutto.

Se in 'In Won't Lie' dell'astro nascente Michael Kiwanuka mette sul piatto la sua età e si avvicina a grandi passi alle American Recordings di Johnny Cash e con 'This is The Sea' dei Waterboys che ci dimostra tutta la sua grandezza: sono sette minuti di crescendo folk soul che pochi al mondo possono condurre con questa naturale autorevezza. Sicuramente il miglior pezzo del disco. Troviamo poi una rivisitazione di 'Ole Mother Earth' di Tony Joe White, una straordinaria 'One More Cup Of Coffee' dell'amato Bob Dylan, spogliata dei suoni di frontiera alla Desire e gettata in pasto voce, chitarra, basso, batteria e moog. 'Samson And Delilah', è un rock’n’roll ridotto all'osso che lascia una scia di freddo dietro di sé. Ma mentre 'I'm Growing Old', una cover di Bobby Cole del 1967, guidata dal pianoforte, mette sul tavolo tutto il peso dell'età, i nove minuti finali di 'Lazarus Man' di Terry Callie, la smentiscono immediatamente con una versione che vola verso la psichedelia e la vita.

Tom Jones continua a non dare limiti alle sue interpretazioni, è la sua storia che glielo permette e il capitolo finale è ancora lontano nonostante l'amara consapevolezza, dettata anche dalla perdita dell'adorata moglie Linda, scomparsa nel 2016 e dalla malattia degli ultimi anni, che il tempo rimasto là davanti non sia più molto:"stare sulla strada. Questa è la cosa che mi è mancata di più. Sto aspettando il mio tempo, ma non ho molto tempo da aspettare. Non voglio avere 90 anni prima di poter tornare di nuovo sulla strada! ".







mercoledì 21 aprile 2021

RECENSIONE: DAVID OLNEY and ANANA KAYE (Whispers And Sighs)

DAVID OLNEY and ANANA KAYE  Whispers And Sighs (Appaloosa Records, 2021)



l'ultimo saluto

"Mi dispiace": con queste parole David Olney, chitarra ben stretta in mano, si è accomiatato dal mondo. È successo il 18 Gennaio del 2020 durante un suo concerto al 30A Songwriters Festival a Santa Rosa Beach, in Florida. 

Non era ai saluti finali, non era un semplice "arrivederci alla prossima" dato in pasto al suo pubblico, era solo alla terza canzone quando il suo cuore non ha più retto. Era veramente un addio al mondo. Improvviso. Inaspettato. Sul palco. Dieci anni prima era stato operato a quel complicato organo che tiene in piedi tutto ma il peggio sembrava essere passato. Sembrava. Olney aveva 71 anni e sebbene non arrivò mai al grande successo di pubblico, è stato uno dei songwriter di Nashville più amati e saccheggiati: da Johnny Cash a Townes Van Zandt (che una volta disse "ogni volta che qualcuno mi chiede chi sono i miei autori musicali preferiti, dico Mozart, Lightnin 'Hopkins, Bob Dylan e Dave Olney") da Emmylou Harris a Steve Earle, in tanti hanno cantato le sue canzoni. Prima di morire, però, aveva portato a compimento un piccolo grande sogno, che lui stesso disse essere ambientato in un'epoca tra il 1890 e il 1920. Durante il sogno, ubicato in una città apparentemente non esistente (ma che Olney indica simile a Parigi o Vienna), era in corso una guerra (nella dolente  'My Last Dream Of You' ci sono gli ultimi ricordi di un soldato in punto di morte)  ma tutto intorno però fioriscono e svaniscono amori e amicizie. In 'Behind Your Smile' cantano di quanto sia importante avere qualcuno che condivida i tuoi stessi sogni. Insomma, nonostante tutto, si respira ottimismo a pieni polmoni

Già i sogni. Nel sogno di Olney, in quella città, c'è perfino un bistrò vicino alla strazione ferroviaria dove incontra due musicisti di Nashville. Una coppia artistica e nella vita: la giovane cantante di origine georgiana Anana Kaye, 26 anni, e suo marito Irakj Gabriel, chitarrista. È però tutto vero. I frutti di questo incontro artistico  sono documentati in alcuni video presenti su Youtube. 


Su tutto l'album sembra sempre calare l'oscurità portata in dote dalle voci della Kaye e dalla straordinaria interpretazione dello stesso Olney che si alternano al canto in canzoni dove Americana e cultura dell'Est Europa si incrociano in modo divino. 

Aleggia un tono greve che sa di antico, di passato, imbastito da arrangiamenti d'archi e pianoforte ('Whispers And Sighs'), dalla teatralità su cui è costruita 'The World We Used To Know', dalle ballate acustiche dolenti come 'Tennessee Moon' e la quasi preveggente  'My Favorite Goodbye', dalla waitsiana e notturna 'Thank You Note' fino alla finale 'The Great Manzini', quasi un connubio perfetto tra Leonard Cohen e Nick Cave. 

Ma non mancano un paio di scosse elettriche come 'Lie To Me, Angel' e la stonesiana 'Last Days Of Rome' con un riff alla Keith Richards, un sax a sbuffare fumo e con Olney che sembra quasi darsi al rap in quella che è forse la canzone più particolare e staccata dal contesto.

Un lavoro certamente ambizioso, non facile, ma riuscitissimo. Se entrate nel mood verrete ripagati. Ecco, quando Olney esclamò quel "mi dispiace" prima di accasciarsi sul palco, forse nel suo debole cuore sapeva che questo suo ultimo sogno prima o poi si sarebbe avverato. Vista la qualità non poteva rimanere nascosto per troppo tempo.






lunedì 12 aprile 2021

RECENSIONE: SUZI QUATRO (The Devil In Me)

SUZI QUATRO  The Devil In Me (SPV/Steamhammer, 2021)


un diavolo per capello

A Suzi Quatro non si può non volere bene, soprattutto dopo essere caduti innamorati davanti ai suoi attillati vestiti di pelle nera, al suo basso pulsante, alla sua ribelle carica giovanile. Erano gli anni settanta e potevi avere dieci anni, venti o cinquanta ma lei in qualche modo riusciva a catturarti senza mettere in campo troppi ammiccamenti o pose sexy. Posò pure per Penthouse: vestita di pelle naturalmente, ma non la sua. Non era da tutte. 

Potevi averla conosciuta con le note di '48 Crash', 'Can The Can' o nascosta sotto gli abiti di Leather Tuscadero, praticamente i suoi, in Happy Days ma difficilmente passava inosservata senza lasciare segni futuri. Chiedere alle riot girl che arriveranno dopo di lei. 

Ora che di anni ne ha settanta (eh, non si dovrebbe dire ma credo che a lei interessi poco), dice di aver registrato il suo miglior disco di sempre. Non so se abbia ragione o meno (gli artisti dicono sempre così dei loro ultimi dischi), so solo che questo nuovo album prosegue diritto nella stessa direzione del precedente No Control uscito due anni fa: davanti a tutto c'è la libertà artistica che può permettersi a questo punto della carriera. Ad aiutarla in fase compositiva e alla chitarra c'è ancora una volta il figlio Richard Tuckey, frutto del suo primo matrimonio ma soprattutto buona spalla su cui appoggiarsi per riprendersi un posto che le spetta di diritto. 

The Devil In Me è un disco fresco, vario e vivace, fatto di tante chitarre ma anche di momenti di grande atmosfera blues. Pieno di belle canzoni che non hanno grandi pretese se non quella di dimostrare che se hai il groove e il rock'n'roll sotto le unghie a vent'anni continui a graffiare anche a settanta. 

Se agli estremi troviamo ancora il pulsante rock'n'roll che ci ricorda il passato, certo il bubblegum non è più di moda e si è pure indurito un po', quello con il riff di chitarra più moderno e hard dell'iniziale tite track, quello glam, boogie e on the road della finale 'Motor City Riders', in mezzo troviamo anche tutta la maturità di un'artista che ama ancora giocare con il pop ('You Can' t Dream It'), il soul ('My Heart And Soul'), il blues (la scatenata 'Get Outta Jail'), con notturni R&B  ('Isolation Blues' e 'Love' s Gone Bad') e con la ballata "In The Dark' che ne svelano una inaspettata ma vincente anima da soul crooner. È pur sempre figlia di quella Detroit musicale, quindi del rock'n'roll e della Motown, si percepisce. 

Ah dimenticavo: Suzie Quatro indossa splendidamente anche i suoi anni maturi, senza trucchi e senza inganni.





lunedì 5 aprile 2021

RECENSIONE: SMITH/KOTZEN (Smith/Kotzen)

SMITH/KOTZEN   Smith/Kotzen (BMG, 2021)



la forza di coppia

Due artisti che non hanno bisogno di troppe presentazioni: per Adrian Smith basta seguire la storia degli Iron Maiden dall'inizio fino ad oggi, togliendo gli anni novanta comunque passati in compagnia di Bruce Dickinson solista, per Richie Kotzen oltre a una carriera solista consolidata e costruita su ormai tanti dischi, ci ricordiamo anche dei tanti gruppi a cui ha prestato chitarra e voce (Poison, Mr. Big, Mother Head's Family Reunion, Winery Dogs). E di uno come Richie Kotzen io mi sono sempre fidato, ancor di più dopo averlo visto dal vivo: artista completo, non solo chitarra ma grande autore e una voce più che interessante e sorprendente. Per questo debutto la strana coppia (ma mica tanto) ha deciso di fare quasi tutto da sola: i due intrecciano le loro chitarre, suonano il basso un po' a testa, Kotzen si siede addirittura dietro alla batteria (lasciata  a Nicko McBrain nella tirata 'Solar Fire' e a Tal Bergman in altre tre tracce) e si alternano al microfono come fossero David Coverdale e Glenn Hughes in Stormbringer dei Deep Purple, disco che gli stessi Smith e Kotzen hanno indicato come uno dei fari guida. 

Registrato presso le isole caraibiche di Turks e Caicos, queste nove canzoni sono il risultato di un sodalizio che premeva da alcuni anni dietro a prolungate jam tra i due a Los Angeles. "Tra noi c'è stata una scintilla!" dice Kotzen. 

Era partito tutto con la composizione di 'Running', rock roccioso e carico di groove, si è sviluppato in nove brani, lunghi, hard ('Taking My Chances'), articolati, melodici (la distesa 'I Wanna Stay') dove l'amore per il blues fa da collante (tra le migliori la notturna 'Scars') ma dove ognuna delle due parti ha portato le proprie esperienze e virtù. 

"La prima canzone che abbiamo effettivamente sviluppato è stata 'Running' , a quel punto ho pensato: 'va bene qui sta succedendo qualcosa'. Quando poi abbiamo fatto 'Scars', che penso fosse la seconda traccia  che abbiamo messo insieme, a quel punto ho pensato che avessimo davvero qualcosa di speciale" racconta Kotzen. 

Così se l'hard funk di 'Some People' e gli umori southern con l'andatura alla Free di 'Glory Road' sono iscrivibili a Kotzen e al suo sempre troppo dimenticato progetto southern Mother Head's Family Reunion, l'articolata 'Til Tomorrow' sembra uscire da un disco solista di Bruce Dickinson o dal mai troppo osannato Brave New World degli Iron Maiden così come l'epicità di You Don't Know Me'. Non ci saranno canzoni memorabili ma tutto il disco suona compatto, vivace e vero. Se i due avranno la voglia di proseguire su questa strada ne sentiremo delle belle.





martedì 30 marzo 2021

RECENSIONE: NEIL YOUNG (Young Shakespeare)

NEIL YOUNG   Young Shakespeare (Reprise Records, 1971/2021)



same old song (but I like it) 

I concerti al Cellar Door di Washington DC, quello al Massey Hall di Toronto e ora questo allo Shakespeare Theatre di Stratford, nel Connecticut, sono solo tre delle sei date suonate a pochi giorni l'una dall'altra tra la fine del 1970 e i primi giorni del 1971 con un Neil Young non in grandissima forma fisica che forse avrebbe voluto tenere tra le mani una chitarra elettrica e avere i Crazy Horse dietro, ma che invece si ritrova solo, seduto su una sedia al centro di piccoli palchi con una chitarra acustica e un pianoforte (durante il concerto scherzerà pure sulle sue capacità allo strumento). 

Dietro ha comunque  un anno straordinario come il 1970 che lo ha visto protagonista prima con Deja Vu insieme a Crosby, Stills e Nash, davanti un futuro che se non è ancora scritto è però già imbastito a dovere da canzoni presentate per la prima volta in pubblico. Ecco 'Old Man', 'The Needle And The Damage Done', uno stupendo medley  al pianoforte  tra 'A Man Needs A Maid' e 'Heart Of Gold' che usciranno su Harvest solo un anno dopo.

"Per i due anni seguenti l'uscita di After The Goldrush e Harvest facevo dentro e fuori dagli ospedali: ho un lato debole, la schiena e così non riuscivo a sostenere la chitarra. Questo è il motivo per il quale nel mio tour da solo stavo sempre seduto, non riuscivo a muovermi bene" dirà in una intervista a Rolling Stone. 

Sorvolando sull'aspetto prettamente speculativo di questa ennesima uscita (c'è comunque il DVD con le immagini della serata nella versione deluxe insieme al vinile), il bombardamento di uscite discografiche che sta investendo i fan di Neil Young in questo inizio 2021 è da terza guerra mondiale (parlo naturalmente della guerra che vorremmo tutti: fatta di amore, pace e tanta musica), anche Young Shakespeare pur avendo le stesse canzoni che troviamo sparse tra  Cellar Door e Massey Hall, e che abbiamo mandato a memoria (a parte una 'Sugar Mountain' nel finale durante la quale Young invita il pubblico a cantare con lui), è l'ennesimo disco dall'atmosfera raccolta e magica con un Young che sta vivendo una dei suoi massimi momenti creativi di sempre. A soli tre giorni dall'osannato concerto di  Toronto, queste dodici tracce, registrate il 22 Gennaio 1971, si differenziano per l'alto tasso di intimità che permea le esecuzioni (Young parla, scherza e introduce alcune canzoni)  lontane dall'esuberanza del pubblico amico del Massey Hall, rumoroso e presente con mani, grida e pure piedi. 

Dopo la facciata elettrica mostrata con i Crazy Horse dei primissimi anni Novanta con il live Way Down In The Dust Bucket ecco anche l'altro lato della sua musica. Per me è sempre stata dura scegliere una delle due. Ho sempre preso entrambe senza distinzioni. Prendo Neil Young tutto intero.




RECENSIONE: NEIL YOUNG With CRAZY HORSE - Way Down In The Rust Bucket (Reprise Records, 2021) 



mercoledì 24 marzo 2021

RECENSIONE: ISRAEL NASH (Topaz)

ISRAEL NASH  Topaz ( Loose Records, 2021)


il grande volo

Qualche mese fa in pieno primo lockdown fui catturato per l'ennesima volta dalle splendide foto di Henry Diltz, scattate tra la fine degli anni sessanta e i pieni settanta tra Laurel Canyon e la California tutta. Non nascondo che se proprio volete buttarmi dentro a un periodo storico legato alla musica vorrei finire lì dentro, affacciato alla finestra della casa di Joni Mitchell, scavalcare il recinto del Broken Arrow Ranch di Neil Young come fosse la staccionata dell'olio Cuore, farmi crescere i baffoni a manubrio alla David Crosby possibilmente con quel carisma annesso. Questo per dirvi che ascoltando questo sesto album di ISRAEL NASH ho avuto lo strano stesso desiderio: voglio finire qui dentro, anche se i suoi testi, a parte alcuni pungenti riferimenti alla non felice vita politica della sua America, sembrano troppo personali e introspettivi per far posto a qualcun altro. Mi metterò in un angolo ad osservare. Ad ascoltare prima di tutto. Voglio finire qua dentro perché TOPAZ (titolo rubato al nome di un motel) è un gran bel disco, fin dalla copertina. Ecco: finalmente c'è ancora qualcuno che ci crede a queste cose, alle belle copertine dico. Un disco, inciso quasi in presa diretta nella sua casa a Austin in Texas con la produzione di Adrian Quesada (uno dei due Black Pumas), che sa  viaggiare lontano da qualunque lato si inizi l'ascolto. Siamo sullo stesso campo di gioco del primo Jonathan Wilson, di Ryley Walker. Country folk (la ballata 'Canyonheart' tra Neil Young e Dylan) imbevuto di morbidezza acida ('Dividing Lines'), squarci psichedelici sognanti e cosmici ('Southern Coasts') e scaldato a forti dosi di fuoco soul ('Stay', 'Down In The Country', 'Pressure'), cori gospel ('Closer') e fiati. Certamente un posto affascinante dove poter stare ed è bello che qualcuno continui ancora a crearli posti così, anche se solo con la mente. Io ci sarò.




giovedì 18 marzo 2021

RECENSIONE: PETER CASE (The Midnight Broadcast)

PETER CASE  The Midnight Broadcast  (Bandaloop Records, 2021)


the last dj

Ascoltando questo nuovo disco di Peter Case, le prime immagini che mi sono venute in mente sono arrivate direttamente dai  primissimi anni ottanta, quando con la macchina dello zio si vagava a tarda sera per le stradine che delimitavano i campi di frumento delle campagne di Pordenone e provincia in cerca di quei strani segni, bruciature, che i più fantasiosi attribuivano alla calata in terra di qualche navicella extraterrestre. Gli UFO erano tra di noi e sembrava che tutte le estati venissero a trovarci. Ricordo che zio era un appassionato di CB (o baracchini) e nella sua macchina era un continuo andare e venire di segnali radio, con voci, rumori e fischi che si sovrapponevano di continuo. Comunicava con tutto il mondo così. In un'era pre internet sembrava una cosa veramente magica e "spaziale" appunto. 

"Un tentativo di catturare la sensazione che ho provato in innumerevoli viaggi durante la notte americana con la radio accesa", così Peter Case descrive questo disco: una raccolta di canzoni altrui (l'unica sua è in apertura e s'intitola 'Just Hangin 'On') spesso interrotte dalle voci e dai più vari e fantasiosi discorsi di dj radiofonici che cercano di tenere sveglio l'ascoltatore solitario al volante mentre dal finestrino scorrono veloci i paesaggi dell'America più profonda. Un disco di un certo fascino. Straniante, solitario, scuro, lo-fi, fatto di folk blues minimale, chitarra e voce, a volte solo organo e voce, essenziale che va indietro a scavare e riprendere le radici della musica americana. E qui Peter Case è un vero campione. Da traditional come 'Stewball' e 'Captain Stormalong', passando per 'Farewell To The Gold'  di Paul Meters, 'When I Was A Cowboy' (conosciuta nella versione di Ledbelly), 'President Kennedy' di Sleepy John Est e arrivando a un recente Bob Dylan con 'Early Roman Kings' (da Tempest) e The Band con 'Wheels On Fire', scritta ancora da Dylan con Rick Danko. 

Peter Case si conferma come uno dei più straordinari studiosi delle radici musicali americane e questo album possiede un fascino quasi sinistro e inquietante in grado di trasportare l'ascoltatore indietro quando le foto erano ancora in bianco e nero e la radio un lusso per pochi. E se non riuscite a immaginare quelle strade cantate da Case (e registrate nel 2019 alla Old Whaling Church) certamente vi verrà in mente un vostro ricordo legato all'asfalto, a quattro ruote che vi girano sopra veloci , un volante e quella radio tenuta accesa a far compagnia durante le ore più buie di una qualunque  giornata di tanti anni fa.






giovedì 11 marzo 2021

RECENSIONE: THOM CHACON (Marigolds And Ghosts)

 

THOM CHACON  Marigolds And Ghosts (Pie Records, 2021)



le cose semplici

Sangue metà libanese, metà messicano, nato a Sacramento ma proveniente da Durango, un vecchio cugino pugile, Bobby Chacon, avversario di quel Ray “Boom Boom” Mancini cantato da Warren Zevon e un nonno sceriffo nel New Mexico ai tempi di Billy The Kid. Basterebbero tutte queste coordinate per capire quanto per  Thom Chacon i confini non siano alti muri invalicabili ma  semplici linee da attraversare con curiosità e speranza in cerca di buone opportunità di vita, proprio come canta in 'Borderland' dove denuncia le condizioni dei bambini sul confine tra USA e Messico o la terra promessa  sognata dagli immigrati raccontata in 'A Better Life'. 

Marigolds And Ghosts è il suo terzo disco dopo il debutto  del 2013, ancora il mio preferito con quel suono che mi ricordava tanto John Wesley Harding, e di Blood In The USA di tre anni fa. Tom Cachon non è un rivoluzionario, non lo diventerà mai, credo, ma un onesto operaio che sa raccontare storie di pancia e cuore, sangue e lacrime, speranza e disillusione. Per farlo non si complica la vita, usa sempre il modo più semplice possibile: strumentazione basilare da country folker (la sua chitarra acustica e l' armonica, il contrabbasso suonato da Tony Garnier, vecchia conoscenza per chi segue Bob Dylan), e una voce calda, roca e profonda (proprio come Ryan Bingham) che si fa per forza ascoltare mentre canta sì di disperazione ma anche di cose più intime e private: la storia di un amico che ha passato cinque anni tra le sbarre ('Marigolds And Ghosts'), la vita che scorre tra paesaggi americani che catturano gli occhi e i pensieri ('Mansoon Rain'), I ricordi legati alla nonna materna ('Florence John' con la dobro di Tyler Nuffer), la sua infanzia senza i genitori ('Kenneth Avenue'), la fede ('Sorrow', 'Church Of The Great Outdoors') o più semplicemente l'infatuazione verso personaggi da film Western come Lee Van Cleef ('Angel Eyes'). 

Questa volta sembra ancora tutto più semplice, tutto ridotto all'osso perché insieme al produttore Perry A. Margouleff ha deciso di registrare queste nove canzoni live su nastro analogico, mettendo in risalto il più possibile le storie, esaltando il messaggio ben  amplificato dalla sua voce certamente d'impatto, graffiante e riconoscibile.






sabato 6 marzo 2021

RECENSIONE: ANDERS OSBORNE (Orpheus And The Mermaids)

ANDERS OSBORNE   Orpheus And The Mermaids (5th Ward Ent, 2021)



folk solitario

Cosa gli sia rimasto di svedese, ora che anche i capelli e barba sono bianchi come un vecchio bluesman della Lousiana, lo custodisce lui nel suo profondo. Trent'anni di New Orleans come minimo vuol dire averci messo tante radici da sembrare il perfetto padrone di casa di quelle terre americane dove decise di fermarsi poco più che ventenne. Ha vangato quella terra, ha respirato la musicalità presente nell'aria di quei luoghi. Ha messo tutto in musica. Ha cesellato dischi straordinari come Which Way To Here (1995) e  Living Room (1999), canzoni più cupe e scure come quelle contenute in American Patchwork (2010) e Black Eye Galaxy (2012) e cose più bizzarre e giocose come quelle di Peace (2013), sfrontato fin dalla copertina. 

L'ultimo Buddha And The Blues (2019) era il suo disco dalle atmosfere solari e californiane, west coast, e questo nuovo sembra proseguire nella stessa direzione anche se in modo diverso. Solitario e senza compagnia si tuffa completamente nel folk con qualche  puntata nel blues (la ritmica 'Welcome To Earth'). Semplice e diretto. Solare ('Light Up The Sun'). Nove canzoni incredibilmente riuscite, come sempre, ispirate, costruite con sola voce, chitarra acustica e qualche armonica (l'apertura da viaggio on the road 'Jacksonville To Wichita', la riuscita e dylaniana 'Last Day In The Keys', 'Dreamin'), cantate divinamente e con la solita chitarra ispirata a ricamare (la slide di 'Pass On By'). Elettrico o acustico poco importa, Osborne sa scrivere canzoni quindi difficilmente sbaglia un disco. Eccone un altro da mettere in fila. Rimane solo il mistero della reperibilità fisica di questo disco. Al momento si può trovare solo il vinile con allegato merchandise, ordinabile dal suo sito. Aspettiamo...




lunedì 1 marzo 2021

RECENSIONE: NEIL YOUNG With CRAZY HORSE (Way Down In The Rust Bucket)

NEIL YOUNG With CRAZY HORSE 
Way Down In The Rust Bucket (Reprise Records, 2021) 


un altro anno del cavallo

Ragged Glory fu la sublimazione del suono dei CRAZY HORSE in studio ma anche l'entrata trionfale di NEIL YOUNG negli anni novanta. Talmente trionfale che dietro di sé si trovò una schiera di giovani musicisti pronti a seguirlo, ergendosi a totem di un'intera scena. "Finito l’album andammo in tour con i Sonic Youth e i Social Distortion. Era un gran cartellone, la gente vedeva un vero spettacolo. Era potente”. Ma prima del grande tour (uscirà il più granitico Weld a testimonianza) il 13 Novembre del 1990, Neil Young, Poncho Sampedro, Billy Talbot e Ralph Molina salirono sul palco del Catalyst a Santa Cruz per provare in anteprima quello spettacolo davanti a dei fan. Il locale ha una capienza da 800 posti, un posto piccolo e raccolto rispetto alle grandi arene del tour che seguirà. Forse la location perfetta per chi la perfezione non l'ha mai cercata. E la scaletta è completamente differente da quella di Weld, quasi fossero un pre e dopo guerra in Iraq, lì in mezzo pronta a scoppiare. L'inserimento di 'Blowin'in The Wind' sarà la testimonianza di tutto ciò. 
Una scaletta di tre ore che presenta in anteprima tutte le canzoni di Ragged Glory (ecco i nove minuti di 'Country Home' a fare da ariete), e pesca qualcosa dal passato tra cui due canzoni dal dimenticato Re-ac-tor ('Surfer Joe and Moe the Sleaze', il treno in corsa non sense di 'T-Bone'), una sempre ruspante 'Bite The Bullet' da American Stars 'N Bars , la vecchia 'Cinnamon Girl' (manca 'Cowgirl in the Sand' ma pare che le registrazioni non fossero il massimo, comunque presente nella versione con DVD), la sbilenca 'Roll Another Number (For the Road)' da Tonight's The Night, gli assalti frontali di 'Sedan Delivery' e 'F*! #in' Up' e la prima comparsa live della sempre amara 'Danger Bird', una delle sue grandi canzoni, sempre troppo intima e personale per essere data in pasto al pubblico. 
Inutile dire che i Crazy Horse si confermarono tanto sgraziati e sgangherati, in senso positivo, in questa occasione anche rilassati, quanto tra le più potenti e inossidabili garage band di sempre. "Suonano davvero aggressivi" dirà Young. 
Le canzoni si allungano a dismisura, si caricano di elettricità e feedback: "volevo di proposito suonare lunghi pezzi strumentali perché non sento più, negli altri dischi, l'improvvisazione. Non c'è più niente di spontaneo nei dischi che si fanno oggi…" lascerà detto Neil Young in una intervista a Rolling Stone all'epoca per l'uscita di Ragged Glory. 
E il trittico finale da 37 minuti formato da 'Like a Hurricane', 'Love and Only Love' e 'Cortez the Killer' è lì a testimoniare il tutto.








giovedì 25 febbraio 2021

RECENSIONE: ALICE COOPER (Detroit Stories)

 

ALICE COOPER - Detroit Stories (earMUSIC, 2021)



ritorno a casa

"Detroit ci calzava come un guanto. Stooges, MC5, Amboy Dukes, Bob Seger e adesso… Alice Cooper! Eravamo dentro". 

1970, così Alice Cooper annunciava il trasferimento della band dalla scena di Los Angeles alla città di Detroit. Per lui un ritorno a casa, per la band il trampolino di lancio verso il successo dopo due dischi sotto l'ala protettrice di Frank Zappa, tanto originali quanto passati inosservati nel ricco mercato discografico dei tempi. Tante le cose che cambiarono: la loro musica, il loro aspetto, gli spettacoli, l'etichetta discografica (ecco la Warner!), il produttore (ecco il giovane Bob Ezrin!, all'epoca solo diciannovenne).

"La scena hard rock di Detroit era vibrante, quasi magica. Potevi andare in un club e vedere cinque o sei incredibili band in una stessa sera...era il centro dell'universo rock" ricorda Ezrin.

Alice Cooper: "Detroit era l’unico luogo che riconobbe il tipico sound hard rock e i nostri spettacoli folli dal vivo. Detroit era un porto sicuro per gli emarginati… eravamo a casa.” 

E in quella casa Alice Cooper ci ritorna oggi dopo cinquant'anni, anche se ci era già tornato più volte, l'ultima con l'album Paranormal, uscito nel 2017. Ma attenzione non è un ritorno nostalgico, perché Alice Cooper durante la sua carriera ci ha dimostrato di prendere spunto dal passato per guardare sempre avanti. Sa stare al passo con i tempi senza mai forzare la mano. La variegata discografia parla chiaro. E a 73 anni è ancora in forma smagliante e dopo averlo visto dal vivo poco meno di due anni fa lo posso confermare: uno dei concerti più divertenti che abbia visto negli ultimi anni. E proprio due anni fa fece uscire un EP, Breadcrumbs, che sembrava già anticipare le sue future mosse. Fu la presentazione di un progetto molto più ampio che aveva in mente. Alcune tracce come il proto punk di 'Go Man Go', l'hard rock di 'Detroit City 2000', sua vecchia canzone ripresa e aggiornata dove vengono citati Mc5 e la  Motown, alcune cover come 'Sister Anne' degli MC5, 'East Side Story' di Bob Seger vengono riprese anche qui. 

Certo, la presenza di vecchie volpi come il produttore Bob Ezrin (un sodalizio resistente il loro) e musicisti ospiti come Wayne Kramer (MC5), Johnny ‘Bee’ Badanjek (batterista dei Detroit Wheels), i chitarrista Steve Hunter (The Detroit Wheels) e Mark Farmer (Grand Funf Railroad),  e il bassista Paul Randolph sembrano chiudere perfettamente il cerchio con quell'epoca d'oro così come fa quella 'Rock'n'roll' con la chitarra ospite di Joe Bonamassa posta in apertura, per omaggiare e rinsaldare l'amicizia con Lou Reed che non era di Detroit ma ha avuto il suo peso. 

Ma le vere sorprese sembrano arrivare dopo. 

"C'è un certo suono di Detroit che stiamo cercando, è indefinibile. C'è una certa quantità di R&B dentro. C'è una certa quantità di Motown. Ma poi aggiungi le chitarre e aggiungi l'atteggiamento e si trasforma in rock di Detroit. Mi sento come se fossimo in giro con tutti i musicisti di Detroit, troveremo quel suono "

E gli occhi pittati di Alice Cooper sembrano planare sì sulla città dei motori (suo padre vendeva macchine usate), della rivista Creem e del garage rock'n'roll più sguaiato (la corale  'I Hate You' che vede riuniti i membri della vecchia band  Neal Smith, Michael Bruce, Dennis Dunaway che cantano una strofa a testa, 'Hail Mary' e “Shut Up And Rock') ma più in generale sulla musica con lo sguardo sincero e ancora devoto da vero fan: sull'hard rock di 'Social Debris', dentro il blues di 'Drunk And In Love', sulle ali del pop lisergico di ‘Our Love Will Change The World’, nel rock'n'roll imbevuto di soul e funky di '$1000 High Heel Shoes’ con i suoi cori femminili delle Sister Sledge, chiaro omaggio alla Motown così come 'Wonderful World' e 'East Side Story' che sembrano mischiare l'amore mai nascosto per Jim Morrison con l'aspetto più teatrale della sua arte, nel cadenzato incedere di 'Hanging By Thread' uscita a inizio pandemia, un chiaro invito a resistere.

Se amate il rock, uno sguardo dentro a questi cinquanta minuti potete buttarlo, anche se non avete gli occhi truccati e scappate di fronte a un boa, pochi artisti a questa età riescono a trasmettere la freschezza compositiva di Alice Cooper.






martedì 16 febbraio 2021

RECENSIONE: THE DEAD DAISIES (Holy Ground)

THE DEAD DAISIES  Holy Ground (SPV, 2021)




il timbro di Glenn Hughes

Me lo immagino così David Lowy, padre e padrone dei Dead Daisies: al supermercato della musica a barattare quel che ha con qualcos'altro. Tenga signor Lowy, le diamo un solo Glenn Hughes al posto dei suoi John Corabi e Marco Mendoza, le va bene? Come no? Prendo e porto a casa. Voi lo avreste fatto? 

"Ci siamo incontrati a Los Angeles, abbiamo cenato bene e mi ha detto che la band stava cambiando, e mi ha chiesto se volevo incontrarmi con loro a New York e fare le prove, scrivere nuove canzoni…" racconta Hughes del suo incontro con il capo Lowy. 

Il risultato? Un disco che conferma i Dead Daisies come una delle band punta del moderno hard rock degli anni duemila, seppur con  la interminabile girandola di musicisti, tutte delle vecchie volpi, che vi hanno gravitato intorno. Super gruppo che oltre a Lowy (chitarra ritmica) e Hughes (voce e basso) può contare su due pezzi da novanta come Doug Aldrich (chitarre) e Deen Castronovo (batteria) che però sembra aver già abbandonato il suo posto per motivi personali. 

L'entrata di Hughes a basso e voce si sente in 'Like No Other (Bassline') che è quasi subito lì, una sorta di carta d'identità, a dimostrare forza e bravura con il suo irresistibile groove funky  e un po' tutto il disco sembra avvolgersi intorno al carisma di quella voce che non sembra aver perso un'oncia della sua forza. Gli anni sono 68. E poi si sa, ovunque vada, Hughes porta il tuo trade mark riconoscibile, che siano i Deep Purple, i Black Sabbath o i Black Country Communion.

"La presenza di Glenn ha portato un timbro diverso rispetto a John Corabi, il disco, infatti, ha delle sonorità più heavy e un groove decisamente bello" ha detto Aldrich in una recente intervista. 

Sono così sorte due correnti di pensiero: c'è chi pensa che i Dead Daisies abbiano snaturato  troppoil loro suono, c'è chi dice che Hughes abbia solo portato la sua esperienza e il suo carattere all'interno di una macchina già ben oliata e rodata. Una cosa è certa, se un brano come 'Come Alive' sembra ancora legato ai vecchi dischi in canzoni come la terremotante apertura 'Holy Ground (Shake the Memory)', nella modernità che segna 'Saving Grace', nel riff sabbathiano di 'My Fate' (i caratteri alla Master Of Reality che campeggiano nel retro copertina sono un omaggio ben evidente), nella cover '30 Days In A Hole' degli Humble Pie con Castronovo alla voce, nella finale 'Far Away', power ballad dal lungo minutaggio che alterna arpeggi a stacchi elettrici, ci sono le solide basi su cui si poggia un disco che non inventa nulla ma ha il pregio di mantenere caldo e vivo un suono troppe volte dato per agonizzante. Certo, i detrattori di Hughes, quelli che non avrebbero mai preso attraverso un baratto con altri due musicisti di primissimo piano, devono girare alla larga.






mercoledì 10 febbraio 2021

RECENSIONE: LUCERO (When You Found Me)

LUCERO
   When You Found Me (Thirty Tiger, 2021)



cambiare rimanendo se stessi

Se c'è un merito che bisogna riconoscere alla band di Ben Nichols è quello di sfuggire da l'immobilismo sempre e comunque, che piacciano o meno i territori calpestati. Prendete il precedente Among The Ghosts, stupendo album uscito nel 2018, certamente tra i vertici della loro carriera, ecco: sarebbe stato facile rimanerne almeno sulla scia di quel ritorno alle origini cupo, tinto di nero e avvolto nelle nebbie del Sud. Invece, ancora una volta, sembrano smarcarsi, così come l'apice del Memphis sound toccato in dischi come Women & Work e 1372 Overton Park si allontanava dall'alt country dei loro esordi. In questo continuo alternarsi di umori musicali c'è però un sottile ma resistente filo di continuità che lega il tutto, iscrivibile alla libertà compositiva su cui poggia da sempre la classica scrittura di Nichols, sempre sulle orme del suo mito Warren Zevon. 
"È stato emozionante e al tempo stesso scoraggiante iniziare il processo di scrittura del nuovo disco, perché Among the Ghosts è nel complesso il mio album dei Lucero preferito". E forse ha ragione. Anche se questa volta i toni cupi e minacciosi vengono dettati da un uso maggiore di riverberi chitarristici (le chitarre di Brian Venable) e dai sintetizzatori vintage ( e qui sale in cattedra il tastierista Rick Steff), crocevia tra gli eighties e il presente, tra il graffio e il velluto con la riconoscibile voce di Nichols in mezzo. L'album ha una sua atmosfera, un suo carattere. C'è tensione. L'obiettivo è stato centrato. I testi di Nichols continuano ad abbeverarsi dentro all'America più nascosta dove si stipulano ancora strani patti con il maligno nell' oscurità ('Have You Lost Your Way?'), dove viaggiare negli States più profondi può portarti a scoprire strani omicidi ('Outrun The Moon'), conoscere personaggi come William Morgan, combattente antifascista durante la rivoluzione cubana raccontato nel pungente honky tonk 'Back In Ohio' arricchito dal sax di Jim Spake, o incazzarti per quello che vedi intorno a te (l'unica concessione politica del disco  'A City On Fire'). Ma negli ultimi anni è emersa con prepotenza la sua vena introspettiva, lascito del suo matrimonio e della raggiunta paternità. 
"I testi di Lucero sono sempre stati cose abbastanza personali e il tema della famiglia è sempre stato un elemento nella scrittura delle canzoni, ma forse lo è ancora di più in When You Found Me perché ero a casa con la mia famiglia intorno a me tutto il tempo" racconta Nichols. Pesca tra i propri ricordi o nel suo vissuto quotidiano: 'Coffin Nails' prende spunto dalla storia di suo nonno, fante durante la seconda guerra mondiale, per parlare delle condizioni dei veterani di guerra, oppure nella eterea 'Pull Me Close Don't Let Go' ispirata dalla piccola figlia di quattro anni, 'All My Life' è una lettera d'amore alla moglie, mentre la ancora più personale 'When You Found Me' racchiude l'intera famiglia in una chiusura di disco malinconica e di speranza nel futuro. 
I Lucero sono ancora in movimento. A modo loro. Mosse di squadra lente e di sottrazione seguendo l'ispirazione dettata dal loro porta voce.







mercoledì 3 febbraio 2021

è uscito il mio libro METTI IL DISCO CHE STO ARRIVANDO! - Una Vita Di Dischi Aperitivo

è uscito il mio libro METTI IL DISCO CHE STO ARRIVANDO! - Una Vita Di Dischi Aperitivo

qualche anno fa all'orario giusto, iniziai a pubblicare "il disco aperitivo" nella mia bacheca Facebook. La cosa mi è un po' sfuggita di mano. 

Ha una memoria infinita, dicono sia democratico e a portata di tutti ma io del web non mi sono mai fidato troppo. Forse perché sono ancora uno di quelli all’antica che vuole metterci il naso dentro. Per questo ho raccolto su carta anni di scritti sparsi su blog e social: li voglio vedere, toccare e annusare proprio come faccio con la musica e i suoi ormai obsoleti supporti fisici che piacciono a noi “pochi”. Una raccolta di dischi che in qualche modo hanno segnato la mia vita (tanti ho dovuto escluderli, forse troveranno il loro spazio in futuro), di alcuni troverete storie più dettagliate, altri si limiteranno a incrociare il mio percorso, i miei sogni, i miei passi, per alcuni sono bastati solo pochi pensieri. Ci sono anche dieci anni di quei “dischi aperitivo” che mi hanno fatto compagnia nei social (Facebook), giorno dopo giorno, all’orario giusto. Un libro che serve a me per fare ordine ma spero giunga anche a voi con lo stesso spirito con il quale è stato concepito: nella più totale libertà di parlare di musica intrecciando ricordi personali, sensazioni e passione. 

Da oggi è disponibile il mio libro che raccoglie 150 di quei dischi. 


Le prime copie sono disponibili chiedendole direttamente a me. Potete contattarmi su Facebook o Messenger.
250 pagine. 
16 euro (spese di spedizione comprese) 
Pagamento PayPal. 
Per gli amici di Biella, ricordo che potrete trovarlo anche da Paper Moon Dischi. Naturalmente è severamente vietato uscire dal negozio senza un disco.



martedì 2 febbraio 2021

RECENSIONE: THE NUDE PARTY (Midnight Manor)

THE NUDE PARTY   Midnight Manor (New West Records, 2020)


il rock non è morto

Certo, stando seduto sprofondato dentro una poltrona puoi continuare a ripetere il mantra "il rock è morto" perché tutto è già stato detto e suonato. Va bene, ma poi è come dire la pizza fa schifo perché l'hai già mangiata migliaia di volte in vita. Mica vero. Il rock è rock ieri come oggi. C'è chi l'ha inventato, chi l'ha modificato e chi lo tiene in vita tra mille difficoltà combattendo anche contro chi è seduto sprofondato dentro una poltrona e ripete il mantra "il rock è morto" e bla bla bla…mangiatevi la coda

Allora alza il culo e vallo a dire in faccia a un gruppo come i Nude Party che il rock'n'roll non esiste più quando loro il culo se lo stanno facendo per tenerlo in vita. Mica da seduti in poltrona. Vogliono anche che il culo tu lo muova. Al ritmo ci pensano loro e quel piano saltellante che compare dall'inizio alla fine è una meraviglia.

Tra le migliori realtà di retro rock americano di questi anni, il secondo album del sestetto dello Stato di New York, una combriccola che si è conosciuta frequentando l'Università degli Appalachi in North Carolina, è una bomba esplosiva di energia, amarcord, ironia, vitalità che pare racchiudere dentro di sé tutta la freschezza dei migliori anni del rock'n'roll a cavallo tra i sessanta e settanta. Cresciuti con una collezione di dischi importante vicino al comodino della cameretta dove Stones, Kinks, Faces, Velvet Underground giravano spesso e volentieri. Indie, garage, psichedelia, rock'n'roll, country, beat con quel taglio pop sbarazzino e contagioso che non guasta mai in canzoni semplici, pure, suonate con il giusto equilibrio tra energia e melodia. C'è l'antico profumo dei sixties sopra ai solchi, l'alcol che penetra il naso in nottate al club lunghe come l'intera settimana a benedire.

Lo si percepisce immediatamente. Ci si diverte con spensieratezza e un pizzico di esuberanza che non guasta mai. Forse è pure ambizione. Non era forse questo l'obiettivo primario? "Volevamo suonare come i Rolling Stones, Creedence Clearwater Revival e i Kinks" dicono. Ecco: sento già la voce "il rock è morto" arrivare in lontananza…Il culo, bisogna muovere il culo.










venerdì 22 gennaio 2021

RECENSIONE: THE BONEBREAKERS (Party Time!)

THE BONEBREAKERS
    Party Time! (2021)
 




let's go party

Percorrendo gli intrecci stradali di Brescia (e provincia) in questi ultimi sei anni, mi sono spesso imbattuto in intrecci musicali di mio gradimento, quelli legati al rock'n'roll, al blues, al country, al folk di matrice americana. In fondo a questo disco ce n'è uno di questi intrecci: vi partecipano i padroni di casa naturalmente, il bluesman del lago d'Iseo Cek Franceschetti, il bassista Andrea Bresciani direttamente dagli Hell Spet e i lanciatissimi Superdownhome (Beppe Facchetti e Enrico Sauda), in questo momento certamente la band più in vista della scena bresciana. 'City Blues' è un bluegrass nato durante questi difficili mesi, un esplicito invito al ritorno alla semplicità suonato come si farebbe in qualche juke joint sperduto nel sud degli States. 
 Esce oggi, 22 Gennaio 2021, Party Time! il nuovo disco dei BONEBREAKERS, la creatura di Alle B. Goode, chitarra con "il manico perennemente impennato" di Slick Steve And The Gangsters, uno dove i cromosomi di Chuck Berry e dello Springsteen più rock'n'roll (quello di The River per intenderci) sembrano sempre tenersi per mano, di Mattia Bertolassi (batteria) e di Andrea Braga al basso. Il disco è stato registrato nello studio dei fratelli Poddighe con il padrone di casa Carlo Poddighe che aggiunge un sempre presente piano honky tonk che sembra dare nuovo colore alla musica del trio, unitamente alla presenza del sax suonato da Antonio Saldi e Peter Hector Ace. 

E il titolo dell'album, insieme alla copertina disegnata da Biro, mantiene quello che promette. Un invito a mettere i problemi da parte, uscire (prima o poi si potrà) e divertirsi. Lo si capisce subito dall'iniziale' Keep The Beat, Move Your Hip, Stomp Your Feet', canzone davanti la quale è difficile stare fermi e non battere il piede. Una scorribanda di contagioso rock'n'roll con due cover come il classico rockabilly 'Seven Nights To Rock' (quante volte l'abbiamo sentita?) e il traditional 'Downtown Strutter' s Ball' a fare da collante. Tra il dichiarato omaggio ai Sonics ('It’s Been A Long Time'), un mambo esotico fradicio di alcol ('My Baby Likes to Mambo') che fa coppia con il rock'n'roll da bancone ' Three Shots of Tequila', una 'Let Some Good Roll' che corre veloce in una ipotetica autostrada che collega New Orleans ai T. Rex di Marc Bolan, un omaggio a un vecchio rocker di casa ('Trashman Blues'), e una heartbreaker song che viaggia dalle parti dei Creedence Crearwater Revival ('Cherry Cherry'), l'album va giù come il più veloce degli shot di Tequila. Avanti c'è posto per un altro. 
L'augurio migliore è che il party riprenda esattamente lì dove lo avevamo lasciato circa un anno fa: in mezzo tra il bancone e il palco di qualche locale. Cheers.





domenica 17 gennaio 2021

RECENSIONE: AARON FRAZER (Introducing...)

AARON FRAZER
   Introducing… (Easy Eye Sound, 2021) 




la collezione di Auerbach 

Se avete amato tutte le precedenti produzioni di Dan Auerbach qui si va nuovamente sul sicuro. Il procedimento è lo stesso. Consolidato. Early James, Yola, Robert Finley, Marcus King, John Anderson, Jimmy Duck Holmes, Ceelo Green sono alcuni degli ultimi artisti prodotti dal Black Keys. La lista si allunga ogni anno. Chi rilancia la carriera, chi debutta. 
Aaron Frazer è al debutto. È una delle prime uscite di questo 2021 ma come dimostra la copertina, vintage sì ma anche bruttina e poco accattivante, si ritorna indietro nel tempo, agli anni d'oro del soul, della Stax e della Motown, gli anni di Marvin Gaye e Curtis Mayfield. Anche se lui si dichiara un grande fan dell' hip hop. Tutto sta tra Smokey Robinson e Jay Z, il suo idolo da adolescente. 
"È musica soul filtrata attraverso l'era hip hop degli anni '90. Ho trovato l'anima attraverso il mio amore iniziale per l'Hip Hop"
Aaron Frazer nasce a Brooklin come batterista e cantante del gruppo Duran Jones & The Indications ma qui grazie all'aiuto di Auerbach riesce a esprimere tutto il suo amore per certa musica, coronando un piccolo sogno. "È il disco che volevo fare" dice. 
Come sempre Auerbach non bada a spese, mettendo a disposizione songwriter, musicisti di alto rango (membri dei Memphis Boys, gente che ha suonato per Dusty Springfield e Aretha Franklin per intenderci) e studio di registrazione. Dal canto suo Frazer sa quel vuole, determinato, forte di un falsetto che gli permette di condurre canzoni che spaziano con disinvolta facilità tra il Soul, il funk, il doo woop ('Have Metcy') e il blues. Certo, a parte un paio di tracce tra cui l'up tempo di 'Over You' tutto il disco pur attraversando diversi stili, viaggia alla stessa velocità di crociera, in modo vellutato e confidenziale. A voi scoprire se sia un pregio o un difetto.







mercoledì 6 gennaio 2021

RECENSIONE: STEVE EARLE AND THE DUKES (J.T.)

 

STEVE EARLE AND THE DUKES   J. T. (New West Records, 2021)



"Ho fatto il disco perché ne avevo bisogno". Basterebbero queste poche parole estrapolate dalla sentita lettera scritta con il cuore in mano da Steve Earle al figlio per capire quanto straziante sia stato registrare questo album. Una terapia. Uno dei primi dischi ad uscire in questo 2021 ma  qualcosa di cui avremmo fatto volentieri a meno. Tutti. Steve Earle nella sua carriera aveva già omaggiato amici  passati a miglior vita: era successo con Townes Van Zandt, poi con Guy Clark ma la morte di un figlio è qualcosa di troppo pesante e inspiegabile anche per uno come Earle che nella vita ne ha viste e vissute di tutti i colori. Justin Townes Earle aveva cercato di seguire le orme del padre nella buona sorte (la musica: partita in adolescenza inseguendo i Nirvana, passata poi da Ledbelly e gli insegnamenti del padre) e la  cattiva sorte (i vizi inseguendo falsi miti: "ho creduto che dovevo distruggermi per fare grande arte"). Ma mentre Steve Earle a 65 anni è un sopravvissuto, Justin il 20 Agosto del 2020 a 38 anni ha ceduto davanti a un' overdose di farmaci e cocaina. Era a Nashville dopo l'ennesimo ricovero in una clinica per disintossicarsi, i medici lo avevano pure messo in guardia dalla brutta e pericolosa strada che la sua vita stava imboccando. Tutto troppo tardi. Ma attenzione, non è tutto triste e straziante, ascoltando queste undici canzoni traspare chiaro un messaggio di forte speranza e fiducia, almeno nel futuro che arriverà. Lo si deve, almeno a chi resta: buona parte dei proventi andranno alla moglie di Justin, Jennifer e alla piccola figlia di tre anni Etta St. James. Il futuro sono loro. 

Steve Earle con i suoi Dukes hanno pescato dieci canzoni nella corta ma prolifica carriera di Justin (otto sono gli album registrati) rileggendole alla loro maniera, come abbiamo imparato ad ascoltarli in questi ultimi anni, dove strumenti a corda come violino, banjo e mandolino sono indiscussi protagonisti: nel country di Ain't Glad I'm Leaving' e 'They Killed John Henry', nel  bluegrass  di 'I Don' t Care' che apre il disco. 

"Ho fatto questo disco, come ogni altro disco che abbia mai fatto. Era l'unico modo che conoscevo per dire addio". 

Mentre 'Far Away In Another Town' è un folk con l'hammond dietro, 'The Saint Of Lost Causes' avanza scura, lenta e minacciosa, invece 'Lone Pine Hill' e 'Turn Out My Lights' accarezzano dolcemente l'anima. Il ritmo si scalda e si fa elettrico poche volte: nel rockabilly  di 'Champagne Corolla', nel country rock  'Maria' e nel crescendo gospel di 'Harlem River Blues'. 


Mentre la chiusura affidata al folk nudo e crudo di 'Last Words' è da groppo in gola, unica composizione firmata da Earle, scritta di getto dopo la morte di Justin. La  vita del figlio viene omaggiata dall'inizio quando in adolescenza veniva chiamato J. T. (ecco il titolo) alla fine quando a  rimbombare sono le ultime parole che i due si scambiarono al telefono poche ore prima della morte: "l'ultima cosa che ho detto è stata ti amo, le tue ultime parole per me erano anch'io ti amo". In mezzo ci sono stati anche tanti dissidi, ma di fronte a una cosa così grande, tutto sembra svanire. 

"Nel bene o nel male, giusto o sbagliato, ho amato Justin Townes Earle più di ogni altra cosa su questa terra". Così Steve Earle conclude la sua lettera al figlio nella presentazione del disco, uscito in rete il 4 Gennaio, giorno del trentanovesimo compleanno di Justin Townes. Per averlo fisicamente bisognerà invece aspettare Marzo.





lunedì 4 gennaio 2021

RECENSIONE: FIREFALL (Comet)

FIREFALL
   Comet (Sunset Blvd, 2020) 




west coast di ritorno 

Supergruppo di Boulder, Colorado, di seconda fascia dentro alla grande stagione West Coast dei settanta, almeno dalle nostre parti ma non in patria che hanno marcato con alcuni successi, formato da ex membri provenienti invece da gruppi da prima pagina (Flying Burrito Brothers, Byrds e Spirit), i Fireball ritornano dopo 22 anni dall'ultimo album in studio (dal vivo non si sono mai fermati) con tre membri storici a portare avanti il lavoro di quelli che ai tempi erano i maggiori compositori della band, ossia Rick Roberts e Larry Burnett. Ci sono i vecchi Jock Bartley (chitarre e voci), Mark Andes (basso e voci) e David Muse (flauto, sax e tastiere) affiancati da Sandy Ficca ( batteria) e l'ultimo entrato Gary Jones (chitarra). 
 "Negli ultimi 15 o 20 anni, abbiamo suonato fondamentalmente lo stesso set di 45 minuti o 60 minuti ogni volta che abbiamo suonato, perché è quello che i fan pagano per sentire. Che è grandioso. E questo dice quanto fossero meravigliose le nostre canzoni dei settanta con Rick Roberts e Larry Burnett, ma abbiamo iniziato a sentire la necessità di fare nuova musica ". 
Comet è un disco che riparte dal lontano 1976 ma con lo spirito di questi anni ben presente, nonostante il testo dell'apertura 'Way Back When', un country rock che lascia raggi luminosi di Byrds e CCR ('Lodi'!!!) su ogni nota, sia un nostalgico sguardo indietro verso la grande musica dei sessanta con i suoi protagonisti in prima linea. Nel testo vengono citati Beatles, Rolling Stones, Byrds, Young Rascals, Aretha Franklin, Led Zeppelin. Un disco di armonie vocali e melodia alla vecchia maniera ('Hardest Chain'), di ballate pop rock ariose ('A Real Fine Day'), giocate su chitarra, pianoforte e nostalgia come faceva il vecchio Bob Seger ('Younger') dove ricompare anche quel flauto che ne segnò i giorni più lontani ('Ghost Town'). Mentre il rock immerso nel R&B di 'There She Is' e il Latin rock di 'New Mexico' (sequel della loro vecchia 'Mexico') alzano il ritmo e l'elettricità, nella cover degli Spirit 'Nature's Way' riallacciano definitivamente i ponti con il passato, rinforzato dalla presenza di due ospiti come Timothy B. Schmit degli Eagles e John McFee dei Doobie Brothers. Non i soli perché nel disco fanno la loro comparsa anche altri due ex membri ( Jim Waddell e Steven Weinmeister) e Donnie Lee Clark dei Pure Prairie League, voce in due brani. E di colpo sembra di ritrovarsi in quel divano con lo stereo davanti, la carta da parati floreale e le copertine di Byrds, Eagles, CSN, America e Doobie Brothers sparpagliate sul pavimento da guardare e riguardare. Country rock di facile ascolto come si diceva, costruito con antica maestria e rinnovata professionalità.






domenica 27 dicembre 2020

64 DISCHI per ricordare il MIO 2020




i grandi vecchi

BOB DYLAN - Rough And Rowdy Ways  

un disco ispiratissimo che è già storia, uscito a sorpresa  in uno dei momenti più bui e drammatici degli ultimi anni. Il futuro è incerto, il passato è lì dietro l'angolo da leggere e rileggere. Al New York Times lascia detto : "c'è molta più ansia e nervosismo in giro ora di quanto non ce ne fossero. ma questo vale per le persone di una certa età. Abbiamo la tendenza a vivere nel passato, ma siamo solo noi. I giovani non hanno questa tendenza"


BILL FAY - Countless Branches

E pensare che l'anno era iniziato con l'uscita di questo disco, prezioso, solitario e avvolgente che con la pioggia battente di queste ore sembra dialogare bene. A qualche sprovveduto che continua a ripetere "non escono più dischi belli", BILL FAY risponde alla sua maniera, senza troppi sensazionalismi e prendendosi tutto quel prezioso tempo "necessario" così nemico di questo mondo che vuole imporci velocità insostenibili. Nonostante la sua nuova prolificità, inconsapevole figlia del volersi riprendere il tempo perduto, forse anche rubatogli- siamo al  terzo disco nel giro di soli sette anni- la vera sensazione è sempre quella di piacevole dilatazione che non conosce fretta ma che in qualche modo la combatte. Pesca dieci canzoni incompiute (occhio alla più ricca versione deluxe) e dimenticate nei suoi ultimi quarant'anni di vita e ce le presenta così, nude, crude, casalinghe, avvolte dentro a un titolo quasi prezioso come COUNTLESS BRANCHES: la sua voce, il suo pianoforte, la chitarra del fido Matt Deighton, la batteria e qualche arrangiamento d'archi in aggiunta. La copertina creata da  Benjamin A. Vierling è già di per sé un invito a scoprire lo struggimento, la vulnerabilità, la commozione, l'intimità, la spiritualità che aleggiano intorno alle sue mani quasi tremanti appoggiate sul bianco e nero dei tasti e alla sua voce che il tempo ha reso forse più fragile ma in grado di esaltare ancor di più questi potenti dialoghi con la natura, la vita, i rapporti umani e quel magico momento individuabile solo al calare del silenzio durante il crepuscolo di ogni giorno che ci è concesso.

BRUCE SPRINGSTEEN - Letter To You

"Avevo voglia di fare un disco con la E Street Band, ma non scrivevo canzoni per la band da sette anni. Non importa quante volte l'hai fatto, ti viene comunque l’ansia e ti chiedi se riuscirai a farlo di nuovo." L'ha fatto di nuovo e gli è venuto fuori bene. Springsteen vive la sua età. Lo aveva già dimostrato con il precedente e più coraggioso Western Stars. Qui va quasi sul sicuro ma lo sguardo è volto al passato con un velo di nostalgia.


PAUL McCARTNEY - III   RECENSIONE

"Certo, quando si  siede al pianoforte e tira fuori 'Woman And Wives' anche la voce segnata inevitabilmente dal tempo (pare Johnny Cash nelle American Recording) diventa un punto di forza." È allora mi ripeto, come allora: non male per un vecchio sosia che cerca di mantenere ancora in vita uno dei più grandi compositori pop a cavallo di due secoli. Poi giri la copertina e c'è una sua foto: non è mica Paul McCartney quello!


WILLIE NELSON - First Rose Of Spring

con First Rose Of Spring continua a sfornare dischi ispiratissimi costruiti con il fedele Buddy Cannon, interpretando canzoni altrui (Chris Stapleton, Billy Joe Shaver, Toby Keith) e con un paio di autografe tra country e eleganti riflessi jazzati che sembrano dare un calcio in culo alla pensione.



PRETENDERS - HateFor Sale 

"Stava nascendo un nuovo decennio e Chrissie con l'attitudine fiera, le sue canzoni ben costruite e commerciali e il supporto di una band giovane alle spalle era destinata a diventare uno degli artisti più di successo". Così Nick Kent ricorda il debutto dei PRETENDERS della sua ex fiamma Chrissie Hynde alle porte di quel 1980 tra le pagine di Apathy For The Devil. Sono passati 40 anni e i Pretenders pubblicano il loro undicesimo disco HATE FOR SALE. Di quel lontano debutto ad accompagnare la Hynde è rimasto il solo batterista Martin Chambers (rientrato dopo anni), mentre a dare una forte mano nel songwriting c'è il chitarrista James Walbourne. Non facciamoci ingannare dalla falsa partenza della title track piazzata a inizio disco, queste nuove dieci canzoni scivolano via veloci che è un piacere, tra elettricità rock'n'roll, qualche vecchio e vetusto  rimasuglio punk, melodia pop, romantiche ballate e pure un'escursione nel reggae. Non un miracolo ma abbastanza fresco e accattivante per rispondere a chi forse non se lo aspettava più.


DEEP PURPLE - Whoosh   RECENSIONE   

da quando Bob Ezrin ha iniziato a prendersene cura (questa volta li ha portati a registrare a Nashville) stanno tirando fuori degli album freschi, rilassanti, a tratti scoppiettanti, ma in totale libertà musicale e stilistica, senza rincorrere il passato. "Semplicemente ci mettiamo a suonare, non abbiamo piani prestabiliti. Non scriviamo le canzoni dall’inizio alla fine: le suoniamo finché non si evolvono in qualcosa che sorprende noi stessi. Non ci interessa essere all’altezza delle aspettative di nessuno se non di noi stessi. Con una grande storia come la nostra, forse l’unica cosa che cerchiamo di far è non essere una parodia di noi stessi." così Roger Glover sulle pagine di Billboard Italia.


BLUE OYSTER CULT - The Symbol Remains   RECENSIONE 

Prima che parta 'The Machine', canzone incastonata a metà di un un album fin troppo generoso di quattordici canzoni per sessanta minuti (naturalmente i giapponesi hanno anche la loro esclusiva bonus track), si sente la vibrazione e il suono di un cellulare: è un po' il segno dei tempi che ci annuncia il ritorno della band guidata dagli storici Eric Bloom (chitarre, tastiere, voce) e Donald "Buck Dharma" Roeser (chitarre, tastiere, voce) dopo diciannove anni di assenza discografica (Danny Miranda al basso, Jules Radino alla batteria e Richie Castellano alle tastiere, chitare e voce in un paio di pezzi a completare). Tanti ma l'importante è esserci e dimostrare vitalità e freschezza. 


OZZY OSBOURNE - Ordinary Man  RECENSIONE

Un "all right now" gridato come ai vecchi tempi, poi la sua inconfondibile risata malefica. ORDINARY MAN, il nuovo disco di OZZY OSBOURNE inizia nel segno della tradizione. Un deja vu che ti fa pensare immediatamente: "Ozzy è tornato, è sempre lui". Quando qualche mese fa diceva che questo è il miglior disco della sua carriera però non gli credevo. Ora, parecchi ascolti gli credo ancor meno, ma mica perché sia brutto eh, solo perché ritengo non sia così. Ha voluto accontentare un po' tutti con questo disco e in qualche modo si è pure rimesso in gioco (l'hanno rimesso in gioco): ha messo in fila la sua carriera con una decina di belle canzoni. Sicuramente il miglior disco dai tempi di Ozzmosis.


AC/DC - Power Up   RECENSIONE

Da un certo punto della loro carriera a oggi, io la partenza la fisserei da The Razor's Edge, dei nuovi album degli AC DC non amo tanto le canzoni in sé quanto il fatto che loro insieme a quel marchio stampato ci siano ancora e sempre. Nonostante tutto. Anche se una menzione particolare per Stiff Upper Lip (2000) la farei, tentativo di uscire fuori dagli schemi e buttarsi nelle acque più torbide del blues senza l'aggettivo hard prima. Loro oggi sono un po' come quella statuina che campeggiava in quella copertina, puoi metterli dove vuoi tanto ci stanno sempre bene. E allora anche questo Power Up diventa un altro manifesto di resistenza dopo la morte di un pilastro basilare come Malcolm Young, l'uomo che teneva tutto attaccato con chiodi, martello e chitarra ritmica. E a chi si aspettava un disco in studio con la voce di Axl Rose chiamato per completare il tour dell'ultimo album Rock Or Bust ( il ragazzo si comportò pure bene) rispondono con il ritorno a sorpresa di quella vociaccia da corvaccio di Brian Johnson, miracolosamente guarito dai suoi problemi uditivi, forse. Speriamo. 


facciamolo insieme

RAY WYLIE HUBBARD - Co-Starring    

continua la sua strada polverosa fatta di rock blues misterioso, strisciante e famelico, a seguirlo stelle di prima grandezza come Ringo Starr, Don Was, Joe Walsh, Chris Robinson ma anche nuovi talenti come i southern rockers The Cadillac Three o le promettentissime Larkin Poe. Un progetto nato per caso: "Non era un'idea preconcettaHo avuto modo di aprire alcuni spettacoli per i Cadillac Three e avevo questa piccola canzone funky chiamata" Fast Left Hand ", quindi li ho chiamati e ho detto, 'Ehi amici, volete venire in studio e registrare con me?' E loro hanno detto: "Come no"? "


DION - Blues With Friends

il disco blues che mancava nella sua lunga e incredibile carriera, vi suona e canta gente come Jeff Beck, Billy Gibbons, Brian Setzer, Paul Simon, Bruce Springsteen, Van Morrison. La passione è quella di sempre. "Quando ero bambino e mi alzavo davanti a un ballo del liceo con la mia band e cantavo una canzone, portavo le persone in viaggio. E non credo di essere cambiato. Sono sempre lo stesso. Mi piace ancora quella sensazione. "

ROBERT GORDON -  Rockabilly For Life

Per Robert Gordon, 73 anni, il tempo sembra non passare mai. Un disco pieno di ospiti (Dale Watson, Dave Alvin, Clem Burke, James Williamson tra i tanti) che ha nel titolo tutta la sua carriera.  "Sto cantando meglio di quanto abbia mai fatto. Allora tutto era pazzo. Tutti i nove metri. Eravamo cattivi ragazzi. Mi ci è voluto molto tempo per smetterla". Un ragazzaccio ancora in forma. .



che debutto!

COUNTRY WESTERNS - Country Westerns  RECENSIONE 

Un suono minimale ereditato dal punk rock ma caldo e completo come sapeva essere certo indie rock americano degli anni ottanta. Come spiega bene il loro produttore Matt Sweeney "l'idea era di catturare l'urgenza del loro spettacolo dal vivo". La missione sembra riuscita molto bene. Anche se nati proprio a Nashville nel 2016, dall' incontro tra il chitarrista Joseph Plunket dei The Weight (che nella città del country ci era andato per aprire un bar) e il batterista ma anche attore Brian Kotzur con un passato nei Silver Jews. Dopo mesi di prove dentro al garage di Kotzur, la vera svolta arrivò proprio grazie al l'intuizione del compianto David Berman che si innamorò di loro li spedì a New York dove incontrarono il produttore Matt Sweeney. 


WHITE DOG
 -White Dog     RECENSIONE

I WHITE DOG arrivano da Austin, Texas, hanno firmato per l'etichetta inglese Rise Above di Lee Dorrian (Cathedral) e il 25 Settembre è uscito questo loro debutto, anticipato dal singolo 'The Lanterns', un blues che sembra tirare in ballo lo spirito lisergico di Jimi Hendrix. Anche se sembra siano già al lavoro per il successore: il tempo non manca in questo periodo orfano di concerti e ascoltando il disco si può intuire subito quanto la dimensione live, free e jammata sia a loro più congeniale ('Crystal Panther').


THE DIRTY KNOBS - Wreckless Abandon    RECENSIONE

Dopo la scomparsa di Petty, dopo l'entrata di Campbell nei Fleetwood Mac, sembrava fosse finalmente giunta  l'ora di questa creatura rock nata per calpestare i palchi dei piccoli club di Los Angeles e della California, lontano dalle grandi arene. Un ritorno all'essenzialità del rock, alla libertà di comporre senza seguire canovacci imposti dal piedistallo della gloria. Qui c'è ancora tutto da costruire. Si parte però da basi molto solide. 


MATT BERNINGER - Serpentine Prison

"Volevo che fosse un disco classico di piccole strane canzoni pop che sembrassero semplicemente semplici e accoglienti", così il cantante dei National spiega a Rolling Stone il suo disco. Un disco poetico, costruito come ai vecchi tempi. Sì la cosa gli è riuscita dannatamente bene.



che sorpresa!

RYAN ADAMS - Wednesdays   RECENSIONE 

Possiamo farlo entrare tra i migliori dischi di questo 2020, oppure prenotargli un posto tra quelli che usciranno nel 2021, visto che fisicamente vedrà la luce solo a Marzo. Una cosa sembra certa: Ryan Adams è tornato con un disco importante, di peso, che ci mostra tutte le sue fragilità anche se convertite in canzoni dall'impianto musicale lieve e ridotto all'osso. Un cuore aperto, spezzato e sanguinante dato in pasto a chi ha ancora voglia di porgergli le mani per raccoglierlo. 


southern accents

DRIVE BY TRUCKERS - The Unraveling    RECENSIONE 

THE UNRAVELING sembra iniziare proprio là dove finiva il precedente American Band. "Gli ultimi tre anni e mezzo sono stati tra i più tumultuosi che il nostro paese abbia mai visto" racconta Patterson Hood. Se quattro anni fa la preoccupazione più grande era affrontare e scongiurare la possibile vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali, questo nuovo album fa i conti con tutto quello che è avvenuto dopo il trionfo dell'attuale presidente.


THE OUTLAWS - Dixie Highway    RECENSIONE 

'Southern Rock Will Never Die', la canzone che apre il disco (che copertina brutta però), sembra essere anche il manifesto programmatico di quello che DIXIE HIGHWAY (secondo album dopo il ritorno del 2012) promette fin da subito: un ritorno agli antichi fasti anni settanta degli OUTLAWS, dove la tradizionale epicità del southern rock e la forza delle tre chitarre viaggiano all'unisono lungo quello che è rimasto della vecchia Dixie Highway, autostrada che univa Chicago a Miami. Chitarre fiammeggianti, lunga coda finale e l'omaggio a tutti i grandi caduti del southern rock. E purtroppo sono tanti. "Ghost riders on the wind in the southern sky" cantano.


THE STEEPWATER BAND - Turn Of THe Wheel    RECENSIONE 

Con quasi vent'anni di carriera alle spalle, torna la band di Chicago con il settimo disco, a quattro anni dall'ultima registrazione in studio. Persa solo per strada l'attitudine più free, aperta alle jam, che caratterizzava i primi lavori, rimane il suono tosto di una band ancora solida, verace e sincera come ai primi tempi dove le chitarre hanno ancora la loro fottuta importanza ('Trance'), la sezione ritmica è basilare e il groove è sempre di casa e dietro l'angolo ('The Peace You' re Looking For' che chiude il disco). Chiaro, ancora una volta, che le lancette dei loro orologi siano sempre puntate indietro ai seventies.


black

BETTE SMITH - The Good The Bad And The Bette   RECENSIONE 

Produce Matt Patton dei Drive By- Truckers, vi suonano il compagno di band Patterson Hood, Jimbo Mathus e Luther Dickinson. E già solo da qui sembra una buona garanzia. Ma il meglio arriva durante l'ascolto di questo album registrato a Water Valley, Mississippi, luogo così lontano dalla sua New York: bello, compatto e scorrevole, dieci tracce dieci, senza riempitivi, noia e passaggi a vuoto. Proprio come i cari vecchi vinili di un tempo. Il secondo album di Bette Smith (il primo Jetlagger è del 2017), cantante soul d'assalto, nativa di Brooklyn è una vera bomba esplosiva di seducenti vibrazioni soul rock, tanto autobiografico nei testi da lei scritti quanto impreziosito da alcuni significativi aiuti esterni in alcune tracce. 


CEELO GREEN - CeeLo Green is Thomas Callaway   RECENSIONE

Dan Auerbach sembra inarrestabile. Sotto la tela del ragno costruita nei suoi studi Easy Eye Sound di Nashville (band e etichetta discografica sono incluse nel prezzo) questa volta ci finisce CeeLo Green, ossia Thomas Callaway, 46 anni, cantante R&B ma anche rapper (con i Goodie Mob) e pop star di Atlanta con diversi Grammy nel taschino ma anche giudice nei talent americani, anche se per i più  rimane la metà dei  Gnarls Barkley, duo formato con Danger Mouse. Era il 2006 e la loro canzone 'Crazy' usciva da ogni posto dove delle note avessero avuto la possibilità di uscire. 


FANTASTIC NEGRITO - Have You Lost Your Mind Yet? 

"Chiamo la mia musica, musica dalle radici nere per tutti. non devo farmi prendere dai generi". Un disco che a differenza degli altri ci mette un po' a entrare dentro. Quando scardina la porta non ti abbandona più. Fantastic Negrito si dimostra ancora una volta uno stregone della musica capace di muoversi tra i generi con una disinvoltura conosciuta a pochi.


solisti

MARCUS KING - El Dorado     RECENSIONE

Auerbach mette a disposizione del ragazzo di Greenville il suo solito studio di registrazione Easy Eye Sound a Nashville, gli importanti session men che vi gravitano attorno (i "ragazzi" di Memphis, gente che ha suonato con Elvis tanto per intenderci) e regala, con la collaborazione di tre esterni, quelle canzoni in grado di far uscire con maggior prepotenza le doti vocali e chitarristiche di King, fino ad oggi ben ingabbiate dentro all'approccio da jam band della gruppo madre.


ONDARA  - Folk N'Roll Vol. 1: Tales Of Isolation    RECENSIONE

Tre giorni per scriverle, tre giorni per registrarle, e un intero lockdown come sfogo ultimo di di ansie, paure e fonte di ispirazione. È nato così Folk N'Roll Vol. 1, Tales Of Isolation, il secondo album di JS Ondara. Già con l'esordio Tales Of America, uscito l'anno scorso aveva fatto parlare di sé, prenotando un posto tra i più interessanti giovani folk singer d'America, meritandosi una nomination al Grammy Award. Se fossimo negli anni settanta un bel "nuovo Dylan" non glielo avrebbe tolto nessuno.



TENNESSEE JET  - The Country    RECENSIONE     

THE COUNTRY è il suo terzo disco, il più completo musicalmente, il più country certamente. Se i primi due erano scarni e con frequenti puntate rock (TJ McFarland, ecco il suo vero nome, si esibisce come one man band dove Steve Earle sembra amoreggiare con i Black Keys), questa volta sembra guardare maggiormente al lato bucolico della sua arte, a quegli ascolti adolescenziali che lo hanno accompagnato per tanti chilometri, anche se non mancano alcune scosse elettriche: nel grunge alla Nirvana, pure un po' troppo, di 'Johnny', dedicata alla leggenda country degli anni 50 Johnny Horton, scomparso nel 1960 in un incidente stradale, investito da un ubriaco


JONATHAN WILSON - Dixie Blur     RECENSIONE 

Due anni di tour insieme a Roger Waters e un ultimo disco, Rare Birds, nato dopo la fine di una relazione d'amore, che dal bassista dei Pink Floyd prendeva pure ispirazione, ma non solo questo, visto che era talmente ambizioso nel suo viaggiare nel tempo (c'erano anche gli azzardi di certi anni ottanta lì dentro) che è risultato ostico e poco capito anche dai suoi fan. Questa volta Jonathan Wilson ha puntato diritto a Nashville ( in questi giorni alle prese con la devastazione di un uragano) sotto il suggerimento di Steve Earle e con l'aiuto di Patrick Sansone (Wilco) in produzione ha scritto tredici canzoni (più una cover) dove riversa la sua personale idea di country americana, a volte con i piedi ben piantati nel classico, altre con le scarpe a un metro da terra, dando sfogo alla sua arte più visionaria come già ci ha abituato nel passato.


JASON ISBELL AND THE 400 UNIT - Reunions    RECENSIONE 

Quando sette anni fa uscì Southeastern, il primo disco a suo nome senza i 400 Unit, ascoltandolo veniva spontaneo inserirlo nella categoria dei dischi di autoanalisi. Mi venne in mente una sorta di nudità dell'anima esposta senza vergogna nello stendino, a guarire sotto il caldo sole del sud ma ben in mostra, finalmente visibile a tutti. Dentro al cestello della lavatrice deve aver dimenticato dei pezzi perché con questo Reunions tira fuori ancora qualcosa di quel suo passato di cicatrici, sbagli, debolezze, arrivando a dichiarare che queste dieci canzoni le avrebbe volute scrivere quindici anni fa. Ecco cos'è quel Reunions del titolo: "una reunion con il mio io di allora".


RAY LAMONTAGNE - Monovision       RECENSIONE 

Ultimamente ci aveva abituato ad album sempre più coraggiosi con produttori dal nome importante, ricchi e sfaccettati che si spingevano in territori psichedelici e sperimentali (prima Supernova poi il culmine in Ouroboros del 2016), quasi pinkfloydiani e con la voce spesso sacrificata, ma questa volta Ray Lamontagne per il suo ottavo album sembra veramente essersi stancato di tutti i contorni che girano intorno alla musica. Si sveste completamente, ritorna in terra e in qualche modo riparte da Trouble (forse irraggiungibile per l'intensità delle canzoni), il suo primo album uscito nel 2004 quando l'età bussava già ai trenta e lavorare in una fabbrica di scarpe prima e da carpentiere poi erano stati i suo maggior impegni fino a quel momento.


JOHN CRAIGIE - Asterik The Universe       RECENSIONE 

"La mia ispirazione viene dall'interazione umana". Così John Craigie, 40 anni, cerca di spiegare la sua innata capacità di scrivere canzoni. Questo è il suo settimo disco anche se pochi lo sanno. Potrebbe essere il disco del grande salto ma penso che a Craigie interessi poco la fama quanto la libertà di espressione e movimento, lui nato a Los Angeles e cresciuto a Santa Cruz: salire sopra un palco e interagire con il pubblico, coinvolgere le persone con sarcasmo, arguzia e intelligenza. Per questo è spesso accostato al compianto John Prine. I grandi palchi li ha calpestati seguendo in tour Jack Johnson, quelli a lui più consoni aprendo per Todd Snider. Due che hanno creduto in lui prima di tutti. 


CHRIS STEPLETON - Starting Over        RECENSIONE 

Lo avevamo lasciato con un progetto ambizioso, i due dischi From A  Room legati tra loro ma usciti in tempi diversi che in qualche modo sembravano disperdere un po' troppo il concentrato di americana e soul che legava così bene il debutto Traveller. Un disco che lo proiettò diritto tra i grandi cantautori americani degli ultimi anni ma che comunque arrivò tardi dopo una vita passata nell'ombra come autore e poi come componente dei SteelDrivers e dei Jompson Brothers, canzoni nate dopo l'importante perdita del padre lungo le strade di un viaggio salvifico insieme alla moglie tra l'Arizona e il Tennessee.Nel mezzo anche collaborazioni mainstream (Justin Timberlake) che hanno trascinato il suo nome fuori dall'underground. Sono passati tre anni e questa volta Stapleton ritorna con un disco che fin dalla copertina sembra intenzionato a far parlare solo la musica. Il suo white album


JONO MANSON - Silver Moon

L'impressione è che, arrivati a Dicembre, ci sia un pre e un dopo "primo lockdown" in questo lungo e interminabile anno. Capita così che alcuni dischi usciti prima di Marzo sembrino talmente lontani da essere stati dimenticati un po' troppo in fretta, inghiottiti, poverini, da tutto quello che è successo dopo. Silver Moon di Jono Manson è uno di questi. Come si fa a non voler bene a Jono, un personaggio, abitante del mondo, gioviale e ricco di passione, che in questi ultimi anni si sta dividendo tra la sua casa a Santa Fe in New Mexico dove è stato registrato il disco e l'Italia che lo ha praticamente adottato. Cantautore, musicista, produttore, l'elenco di chi in questi anni si è abbeverato alla fonte della sua esperienza è lungo. E poi come si fa a non volergli bene quando tira fuori canzoni come queste con un elenco interminabile di amici che hanno voluto collaborare, impreziosendo un disco che va diritto tra i migliori della sua carriera. Warren Haynes (morbida slide nel country soul 'Silver Moon'), Joan Osborne (seconda voce nel RnB 'Loved Me Into Loving Again'), James Maddock (che duetta in Only A Dream'), Paolo Bonfanti (chitarra nella tesa e western 'Shooter') sono solo alcuni dei tanti musicisti che arricchiscono un disco di americana fatto di ballate country rock che profumano  di Byrds ('Home Ahsin To You'), di canzoni che si sporcano di chitarre elettriche ben presenti e ruspanti in  'I Have A Heart', nel rotolante honky tonk 'Face The Music' e nel southern rock di 'I' m A Pig'. Ci sono le radici blues in 'The Wrong Angel', e country nella distesa ballad  'The Christian Thing' con la voce di Terry Allen e Eliza Gilkyson a cantare una preghiera per la libertà. La stessa libertà che Jono Manson si prende per questo disco da non dimenticare assolutamente in un anno che strapperemmo  volentieri dal calendario della nostra vita se non fosse stato nobilitato da tante buone uscite discografiche come questa.


LUCINDA WILLIAMS - Good Souls Better Angels       RECENSIONE

Ascoltando queste nuove dodici canzoni, il periodo nero, intimo e personale che caratterizzò l'ultima sua uscita discografica The Ghosts Of Highway 20 di quattro anni fa sembra ormai alle spalle. Lì sembrava quasi nascondersi dietro ai silenzi degli spazi infiniti dei luoghi. Quelle canzoni pigre, tormentate, rarefatte costruite sulle pagine del suo sud e che affrontavano il tema del viaggio segnato dalle perdite umane (il padre prima di tutti) sono ora delle cicatrici da guardare con tutto rispetto anche se non mancano anche qui ballate dolenti come 'Big Black Train' che scavano all'interno della depressione su un lento soul con le chitarre di Stuart Mathis a irrompere violente, le stesse chitarre (protagoniste assolute) che sporcano lo stomp blues d'apertura 'You Can't Rule Me' , un vecchio blues degli anni trenta di Memphis Minnie che svolge bene il suo compito di introduzione.


GRANT - LEE PHILLIPS - Lightning, Show Us Your Stuff   RECENSIONE

Difficilmente Grant - Lee Phillips sbaglia un disco e questo, il decimo da solista, inizialmente potrebbe sembrare un primo passo falso. Ma è solo un grande abbaglio. Un po' come il fulmine che ha fatto pronunciare a sua figlia la frase diventata poi titolo del disco. Mostraci cosa sai fare. Forse tra le canzoni scorre meno impeto del solito ma no, è difficile poter dire che è un brutto disco, soprattutto dopo averlo ascoltato più volte. Assimilato. Grant -Lee Phillips sembra scegliere la ballata morbida, sfumata, tenue, come supporto alla sua ricerca tra le fragilità dell'esistenza. Un viaggio tra "le vite tranquille di persone che lottano per resistere, cercando di mantenere la dignità" dice. Lui è compreso lì dentro. Noi pure. Gran parte di noi. 


COLTER WALL - Western Swing & Waltzes And Other Punchy    

Aspettavo con curiosità questo terzo disco per dare una valutazione definitiva del venticinquenne  COLTER WALL: sì, il giovane vecchio cowboy canadese è proprio quello che si è fatto conoscere nei due precedenti dischi e credo che questo WESTERN SWING & WALTZES AND OTHER PUNCHY SONGS sia il suo migliore. Lui è un puro, un corservatore vero della tradizione country folk che porta il passato nel futuro a suon di lap steel, armonica, violini e melodie spesso agrodolci e malinconiche. Nelle sue canzoni convivono ancora cowboy, vacche al pascolo, cavalli, lavoratori, contadini, rodei, rangers, luoghi antichi e natura incontaminata. Il letame ti prende il naso, l'erba verde appena tagliata te lo ridona prima di diventare fieno. La sua voce scura, baritonale, polverosa è al comando di dieci canzoni a cui è difficile dare una data precisa se non aggiungere che sanno tanto di passato. Colter Wall mischia sapientemente  canzoni scritte di suo pugno con alcune cover e traditional ('I Ride An Old Paint', 'Diamond Joe', 'Big Iron' di Marty Robbins e 'Slowpoke' di Stan Jones), ma è veramente difficile individuare le une dalle altre. Lui è un po' Johnny Cash ma è anche John Prine, Willie Nelson, Waylon Jennings e Ramblin Jack Elliot tutti insieme e la band che lo ha accompagnato agli Yellow Dog Studios nel cuore del Texas, un mix tra i  musicisti che lo seguono live  e esperti session men è straordinaria, così come lo è lui quando fa tutto da solo come nella finale 'Houlihan At The Holiday Inn'.  Questa volta sì, mi ha convinto al primo ascolto.


STEVE EARLE & The DUKES   - Ghosts Of West Virginia   RECENSIONE 


Le loro storie vengono sempre a galla quando è troppo tardi. I giornali dedicano pagine intere e titoli, i loro volti, i nomi vengono sbattuti in prima pagina. I  sindacati, quando ci sono, fanno la voce grossa. Ma solo pochi giorni dopo il  ricordo si stinge, le foto sbiadiscono, i nomi vengono dimenticati, tutto vive sempre e solo nella memoria dei cari rimasti in piedi in questa superficie alla luce del sole, poco sicura anch'essa, oppure scolpito sopra a un monumento in granito che li ricorda, posizionato lungo la statale. Visibile solo quando passa la mano di un tosaerba e se freni, parcheggi  e scendi dall'auto.Era il pomeriggio del 5 Aprile del 2010 quando un'esplosione improvvisa non lasciò scampo a 25 minatori che stavano lavorando nella miniera di Upper Big Branch nella comunità di Montcoal nel West Virginia, 1000 piedi sotto la terra.

EARLY JAMES  - Singing For My Supper   RECENSIONE    


Dan Auerbach continua a pescare personaggi dal suo cilindro senza fondo. Ecco questo EARLY JAMES, ventiseienne nativo di Birmingham, Alabama, voce profonda, aspra e soul da vecchio crooner navigato, un giovane nato vecchio, testi sarcastici che affondano nella profondità del suo animo e del suo sud, a partire dal primo singolo che apre il disco 'Blue Pill Blues' che naviga tra i suoi passati problemi con la depressione con un rock pop a tinte psichedeliche che pare uscito dai... tardi anni sessanta.


buon viaggio

ARBOURETUM - Let It All In   RECENSIONE 

Procede senza sosta la marcia della band di Baltimora guidata dal gran cerimoniere Dave Heumann. Fino ad ora si può dire che non abbiano incontrato ostacoli nel loro percorso, sbagliando veramente poco e costruendo con il tempo il loro ampio habitat naturale che però sembra non avere steccati o confini. Gli spigoli più taglienti della loro musica li hanno abbandonati da tanto tempo ormai, in favore di un viaggio sonoro, avv...enturoso, ipnotico, suggestivo, dilatato ed elegante nella forma, carico di riferimenti spirituali, metafore e leggende, lavorando con minuziosa arte sui dettagli che forse ha toccato il suo apice con Coming Out Of The Fog (2012).


THE DREAM SYNDICATE - The Universal Inside

l'invito al viaggio in completa libertà . In giorni  nei quali  cerchiamo di aggrapparci il più possibile al nostro conosciuto, sia esso ben rappresentato dalla canzone del cuore che ci ha accompagnato per tutta la vita e ancora lo fa così bene oggi o quel cibo che ci ha sempre fatto impazzire che sogniamo di poter rimangiare ancora una volta alla fine di tutto, i DREAM SYNDICATE escono con THE UNIVERSE INSIDE, un disco che, seppur registrato prima di tutto quello che ci sta travolgendo, sembra incastrarsi perfettamente all'incertezza che accompagna il nostro futuro. Steve Wynn e soci questa volta (ma già lo avevano anticipato con il precedente These Times ) non ci danno solo canzoni, solo cinque o forse solo una, dai sette minuti di 'The Longing' ai venti minuti di 'The Regulator' (un viaggio dentro a New York che in questi giorni di lockdown sembra assumere ancora di più una forma straniante) ma una lunga e bulimica soundtrack da prendere a dosi o intera in una volta sola, visionaria e musicalmente inclusiva, completamente free, alienante, nata da una altrettanto lunga jam in studio di registrazione, che non lascia troppi appigli su cui piangere il nostro passato o pensare a questo presente da incubo ma solo (si fa per dire) infiniti chilometri proiettati  in avanti su cui poter costruire il nostro, mai come ora,  ignoto futuro. Loro, reinventandosi, pare si siano già portati bene avanti con il lavoro...

ROSE CITY BAND - Summerlong       RECENSIONE

I Rose City Band nascono come puro divertimento, senza pretese, per riempire le pigre, a tratti noiose, serate infrasettimanali giù al locale sottocasa, ma con questa seconda uscita dal titolo Summerlong (ecco il disco colonna sonora per questa strana e folle estate) il progetto di Ripley Johnson, conosciuto per i suoi Moon Duo e i Wooden Shjips, rischia di diventare una cosa seria e compiuta, andando a tappare la fame di tutti gli orfani della scena country rock psichedelica che ha colorato la seconda metà degli anni sessanta.


ALL THEM WITCHES - Nothing As The Ideal

registrato agli Abbey Road Studio, prosegue il personale trip della band di Nashville dove stoner metal, blues, desert rock e psichedelia trovano una via personale e ormai riconoscibile 



DATURA4  -  West Coast Highway Cosmic   RECENSIONE

Il messaggio sembra chiaro: alzate le chiappe da quel divano ormai sfondato, chiudete la porta di casa avendo l'accortezza di lasciarvela dietro e mettete in moto l'auto arrugginita ferma in garage o almeno la vostra migliore fantasia che forse arrugginita non è ancora. Alla colonna sonora ci pensa il quarto album degli australiani DATURA4 guidati dalla vecchia volpe Dom Mariani (chitarra e voce), leggenda del garage rock australiano con i suoi Stems, i suoi Someloves e le altre sue creature.


hard/heavy

ARMORED SAINT - Punching The Sky   RECENSIONE

Quasi quarant'anni di carriera, otto album incisi in studio. Una pausa, la ripartenza Mai un passo falso. Mai. Ecco se c'è un gruppo che meriterebbe più di quanto raccolto, gli Armored Saint sarebbero lì davanti a reclamare un posto tra i grandissimi. Punching The Sky è qui, ora, a ribadirlo con le sue canzoni stampate a fuoco, dove passato e presente si uniscono, hard rock e heavy metal si fondono, riff e melodia si abbracciano, si odono addirittura strumenti inusuali come la  cornamusa nella maestosa apertura 'Standing On The Shoulders Of Giants', già sulla via del classico e un flauto che apre la finale 'Never You Fret', thrash metal veloce, melodico e diretto alla Armored Saint, lo stesso di 'End Of The Attention Span'.


SEPULTURA - Quadra

fate finta di essere sulla spiaggia di Belo Horizonte con un ramoscello di legno in mano. Ora disegnate sulla sabbia una croce. Due linee: una verticale e una orizzontale per ottenere quattro spazi. Nel primo spazio metteteci quello che è rimasto del passato più lontano, dei primi, importanti dischi di intransigente thrash death metal, Beneath The Remains e Arise su tutti. L'apertura 'Isolation' paga ancora pegno ai  numi tutelari Slayer, le tre tracce che arrivano dopo seguono a ruota con la band formata dai veterani Andreas Kisser (chitarra) e Paulo Jr. (basso), il cantante Derrick Green (da vent'anni dietro il microfono) e lo strepitoso batterista Eloy Casagrande, finalmente stabile in formazione, mai così a loro agio come oggi. Nel secondo spazio metteteci i ritmi carichi di groove ottenuti aggiungendo le radici etniche  che hanno segnato l'esplosione a livello mondiale di Chaos A. D e Roots.  'Capital Enslavement' arriva da lì da quegli anni novanta. Nel terzo una spiccata vena free  che sfocia nella strumentale 'The Pentagram' e nella sorprendente 'Autem', dagli umori progressive. Nel quarto l'apertura verso la melodia ('Agony Of Defeat' con la voce pulita), sperimentale, dark, solenne e sinfonica della conclusiva ‘Fear, Pain Chaos, Suffering’ con una sorprendente voce femminile. QUADRA è il miglior album dei SEPULTURA periodo Derrick Green (insieme a Nation), periodo che ha ormai superato in longevità quello, inarrivabile-sia chiaro-dei fratelli Cavalera. Un disco vario, poco inquadrabile, pieno di spunti interessanti, politico, finalmente piacevole, dall'inizio alla fine.


MR. BUNGLE - The Raging Wrath On The Easter Bunny Demo

riesumati nella loro prima incarnazione da Mike Patton che chiama con sé altre due leggende come Dave Lombardo e  Scott Ian e sembra di essere catapultati di colpo al più selvaggio degli headbanging datato1985.



italiani

RITMO TRIBALE - La Rivoluzione Del Giorno Prima  RECENSIONE

Ho ancora nel cuore e nelle orecchie quel primo "ritorno" live dei RITMO TRIBALE al Fillmore di Cortemaggiore. Chi si scorda più quella botta pazzesca appena partì la prima canzone? E le ingenue domande prima del concerto: ma ci sarà anche Edda? Era il 17 Marzo del 2007. Erano passati solo otto anni dall'ultimo disco Bahamas e sembrava già un'eternità. Edda naturalmente non c'era ma alla fine nessuno se ne accorse e quando si uscì, sudati con i cimeli (tra cui il disco della raccolta Uomini appena uscito) si aveva il sorriso e l'adrenalina a mille. I Ritmo Tribale in quel momento erano Andrea Scaglia, Alex Marc
heschi, Briegel, Fabrizio Rioda e Luca Talia. Ora eccomi qui a ventuno anni da quell'ultimo album che si apprestava a entrare nella "nuova civiltà del 2000" con tante speranze e qualche incertezza e a tredici da quel concerto. Oggi, 17 Aprile 2020 ci siamo dentro fino al collo in questi duemila. Fin troppo.


SUPERDOWNHOME - Blue Case Scenario  RECENSIONE


ancora una volta nell'arco di brevissimo tempo il duo bresciano composto da Beppe Facchetti e Enrico Sauda ha fatto passi da gigante, coadiuvato da Slang Music e Giancarlo Trenti che li hanno condotti verso uno step inizialmente inaspettato. Dall'uscita del precedente Get My Demons Straight, hanno infilato uno dietro l'altro due colpi da gran giocolieri che potrebbero portarli  verso risultati ancor più sorprendenti in futuro: in Gennaio anche se sembra già un secolo fa, in tempo massimo pre Covid, sono riusciti a partecipare all'International Blues Challenge a Memphis in rappresentanza del blues made in Italy, riuscendo anche a girare gli States per sondare il terreno, allacciando nuove amicizie e prenotando nuove future collaborazioni che certamente segneranno il prossimo disco. 


CRISTIANO GODANO - Mi Ero Perso Il Cuore   

MI ERO PERSO IL CUORE, il disco solista di CRISTIANO GODANO è tra le uscite italiane che ho ascoltato e apprezzato di più quest'anno. Una piccola sorpresa che non mi aspettavo. Un disco di ballate molto intime e "molto americane" (il country finale di 'Ma Il Cuore Batte'), guidate dalle chitarre acustiche e da una batteria spazzolata, che spesso viaggiano con lo stesso passo delle tante Harvest di Neil Young, influenza dichiarata ('Ciò Che Sarò Io', Figlio E Padre', la Slide di 'Ti Voglio Dire') e con qualche riferimento esplicito a Dylan ('Com' è Possibile'). Atmosfere calde e tenui, dimesse, con un paio di momenti più movimentati  come 'Lamento Del Depresso' (la più vicina ai Marlene Kuntz) e 'Panico' che pare girare dalle parti dei Massimo Volume. Pur nella sua atmosfera intima e pacata, esplorazione tenue di sentimenti e debolezze, è  suonato da pezzi da novanta come Gianni Maroccolo, Vittorio Cosma, Enrico Gabrielli, Luca Rossi e Simone Filippi degli Üstamamò. Di Guido Harari il ritratto in copertina. Ecco.


FRANZONI - ZAMBONI - La Signora Marron       RECENSIONE

a sorpresa in pieno lockdown Covid19 un video casalingo, girato con pochi mezzi dalla coppia formata da Marco Franzoni e Manuele Zamboni, autori della canzone, fa la sua comparsa nei social. È 'La Signora Marron' preludio a qualcosa che stava finalmente prendendo forma. "Una raccolta di canzoni inseguita per vent'anni" dicono. "Vent'anni perché le parole suonassero, e un suono le traducesse ancora meglio. Scrivendo e riscrivendo, gettando o salvando, con niente da raccontare davvero se non un senso di non appartenenza. Niente da scacciare, nessun demone. Ci serviva solamente bere fino in fondo qualche altro bicchiere di troppo lasciando dietro un vuoto: a perdere". Questo disco suggella l’incontro artistico e un’amicizia che durano da circa vent’anni.


GIORGIO CANALI - Venti

2020, 20 canzoni "di merda" come dice lui stesso. Iniziato a scrivere a Marzo insieme ai suoi Rosso Fuoco, il progetto si è ampliato con il trascorrere del lockdown. La solita scrittura di Canali: irriverente, sarcastica, incazzata, iconoclasta. Canali ci racconta questi anni con lo sguardo di chi ancora non vuole arrendersi e sottostare a niente e nessuno. 



TIJUANA HORROR CLUB - Naked Truth   RECENSIONE

Un altro lunedì è lasciato alle spalle ed è nuovamente ora di montare gli strumenti, preparare o disfare il backstage (tanto è uguale), riempire i bicchieri e salire sul palco. I bresciani Tijuana Horror Club non lasciano sciogliere troppo il ghiaccio nel tumbler della vita e ritornano a poco più di un anno dal precedente The Big Swindle. Lo fanno alla loro maniera proprio come recitava la copertina del precedente disco: una base ritmica solida e da battaglia


GENERAL STRATOCUSTER AND THE MARSHALS  - Get A Lawyer   RECENSIONE 

"La musica è un viaggio" rispose Jacopo Meille alla mia domanda "il viaggio ha influenzato la vostra musica?", non più tardi di quattro anni fa quando uscì il loro terzo disco Dirty Boulevard. Doveva essere una di quelle band nate quasi per gioco, un progetto estemporaneo, dove musicisti già rodati provenienti da diversi gruppi si incontrano per dare sfogo alla loro passione comune per il caro vecchio  rock a tinte hard. Sulla mappa un viaggio corto, breve ma intenso. Si è trasformato in un viaggio lungo costruito su tappe sempre più sorprendenti e a fuoco. La partenza da Firenze, l'arrivo è ancora ignoto.


THE STONE GARDEN - Black Magic     RECENSIONE 

Nati nel 2015 nella provincia bergamasca ma con già tre lavori in discografia, i STONE GARDEN sono un super gruppo formato da componenti e ex componenti provenienti da diverse formazioni come The Presence, Mojo Filter, Bulldog, No Quarter, Mr. Feedback che hanno unito il loro amore per la rozza semplicità del buon vecchio e caro rock'n'roll fatto di sole chitarre (Marco Mazzucotelli, Carlo Lancini), basso (Daniele Togni), batteria (Francesco Bertino) e una voce, quella di Claudio "Klod" Brolis in grado di graffiare e prendersi la scena con disinvoltura e mestiere. Chi l'ha detto che in Italia non sappiamo suonare rock? Ecco uno dei tanti esempi. Da provare assolutamente con un volante tra le mani e le ruote sull'asfalto. 


HELL SPET - Killer Machine    RECENSIONE 

Pronti per l'apocalisse? Gli Hell Spet ce ne danno un anticipo di mezz'ora (29 minuti e 32 secondi per la precisione) tanto per metterci in guardia da quello che ci aspetterà in un futuro nemmeno troppo lontano, quando le macchine e la tecnologia prenderanno il sopravvento. Continuando il discorso programmatico iniziato da band come i Fear Factory in tempi non sospetti. Ma se là regnava il freddo chirurgico della proposta musicale, qui c'è ancora spazio per il calore. C'è ancora speranza. La band bresciana arriva al traguardo del quinto disco riuscendo nell'intento di mettere su disco quello che stavano sempre cercando: il connubio perfetto tra la tradizione musicale del country bluegrass americano (ecco il calore!), l'anarchia e la libertà d'intenti punk gridata nei chorus, la pesantezza delle chitarre e le trame del thrash metal. Queste ultime in netta prevalenza rispetto al passato. Quello che vogliono in questo momento. 


quelli del lockdown 

LUCA ROVINI  - 10 Canzoni per Dipingere il Cielo       RECENSIONE

"Ho cercato di fare del mio meglio con i mezzi che avevo", così Luca Rovini ha risposto con somma umiltà ai miei complimenti in privato. Avevo scaricato il file che mi aveva spedito ma ho aspettato di avere in mano qualcosa come il più inguaribile e vecchio romantico degli ascoltatori di musica. Siamo o non siamo anziani aggrappati alle nostre vecchie e sane abitudini? Luca non ha stampato molte copie di questo album, forse ha fatto male, perché queste dieci canzoni, queste dieci ballate acustiche sono pure, genuine, sincere, romantiche, evocative, suonate bene e senza fronzoli con le sue chitarre acustiche e il solo aiuto di Paolo Ercoli al mandolino e dobro, e hanno la potentissima forza di arrivare. Al cuore soprattutto.


STEVE RUDIVELLI - Metropolitan Chewingum     RECENSIONE

Questo nuovo disco in qualche modo l'ho visto nascere durante i tre mesi di lockdown con scambi di messaggi e file, per questo suo coinvolgermi gli sono grato. Rudivelli come tanti ha scritto molto materiale e questo sembra solo il primo di una serie. 'Milano China Town' nasce lì, dentro alla sua camera in pieno lockdown con le porte chiuse a tutto. Steve è un operaio del rock'n'roll, che sgobba di notte per diventare un cowboy di provincia di giorno ma è proprio quando il sole tramonta che prendono vita le sue storie, sopra al bancone di un bar, davanti a qualche bicchiere dove anche il più apparente non sense prende forme concrete, dove le figure femminili si materializzano con tutte le loro curve e i loro giochetti (nell'apertura 'Metropolitan Chewingum')




Box, live, ristampe

JOHN PRINE - Crooked Piece Of Time 

Ecco un cofanetto fatto come si deve a un prezzo più che ragionevole: The Atlantic & Asylum Albums (1971-1980). 7 CD confezionati dentro a custodie di cartone (quello bello spesso!) riprodotte con le grafiche originali dei vecchi vinili, tutti muniti di mini poster con testi, foto e note originali (quel "in più" vincente!). In più tanto per non farsi mancare nulla, un libretto di venti pagine curato dal giornalista David Fricke. Naturalmente lui è JOHN PRINE e non ha bisogno di altre presentazioni.


JOHNNY CASH - The Complete Mercury Recordings 1986/1991   RECENSIONE

Scaricato a metà anni ottanta da una  Columbia delusa dalle scarse vendite di un personaggio che i loro occhi  consideravano ormai perso in un lento declino se non finito del tutto, anche lo stesso Johnny Cash non nascose delusione e stanchezza di fronte all'etichetta che da circa trent'anni pubblicava i suoi dischi, un odio reciproco: "ero stufo di sentirli parlare di statistiche, ricerche di mercato, di nuove evoluzioni del genere country e di tutta una serie di tendenze che remavano contro la mia musica…". Avevano ragione entrambi.Ma in quegli anni le cose che andavano storte erano maggiori di quelle positive nella vita di Cash: scosso dalla morte del padre Ray a ottantotto anni con il quale dopotutto aveva dei rapporti non troppo idilliaci, Johnny Cash trova un tetto apparentemente sicuro sotto la Mercury Records che inizialmente sembra lasciargli l'illusione della migliore carta bianca su cui scrivere il proprio futuro. Sei dischi incisi, tanto freschi e ispirati quanto ignorati dal grande pubblico e dimenticati troppo in fretta

TOM PETTY  - Wildflowers & All The Rest 

Pur uscendo senza il monicker degli HEARTBREAKERS in copertina, i fidi compagni di sempre ci sono eccome e a Mike Campbell spetta il compito di collaborare anche in produzione. Tra i miei dischi fondamentali degli anni ’90 (e oltre). In questi giorni è finalmente uscito All The Rest…ossia: tutto quello che era rimasto nei cassetti, tra cui spiccano certamente le scarne registrazioni casalinghe e le incredibili versioni live (vero valore aggiunto del cofanetto). “Ho scritto molto di più di quello che è andato a finire nell’album. Ne abbiamo registrate venticinque dall’inizio alla fine, più qualche altra che non abbiamo inciso. Componevo senza sosta.” Momenti magici e tanti fiori ancora da raccogliere (ascoltare).


ELTON JOHN - Jewel Box

8 CD, 148 canzoni, 60 inediti tra cui delle preziosissime registrazioni del periodo 1965-1971. Un libro pieno di foto e memorabilia con le canzoni commentate dallo stesso Elton John. Un dono prezioso per tutti i fan più accaniti ma anche una diversa panoramica per avvicinarsi all' artista, certamente lontana da come abbiamo imparato a conoscerlo. "Ripercorrere ogni periodo della mia carriera in modo così dettagliato per Jewel Box è stato un vero piacere. Ascoltando di nuovo queste tracce perdute da tempo, trovo difficile comprendere quanto io e Bernie fossimo prolifici durante i primi giorni. Le canzoni uscivano fuori da noi e la band era semplicemente incredibile in studio".


NEIL YOUNG - Homegrown   RECENSIONE

Ci sono voluti quarant'anni per fare pace con sé stesso e ricucire vecchie ferite, Homegrown potrebbe essere il Blood On The Tracks di Neil Young che non è mai arrivato al mittente (intanto Carrie Snodgress si è spenta il primo Aprile del 2004) anche se solo pochi anni dopo con Comes A Time il sole sembrava risplendere nuovamente, tanto da indurre Young ad accennare un sorriso in copertina. Intanto godiamoci Homegrown, uno dei dischi "perduti del rock" più suggestivi e tristi di sempre, perché dentro ai cassetti degli archivi altre canzoni stanno già scalpitando per uscire. Rimane il solo rammarico di avere tra le mani poco più di mezz'ora (37 minuti) di un progetto che aveva ben altri confini.

 

GEORGE THOROGOOD AND THE DESTROYERS - Live In Boston  1982: The Complete
Concert    RECENSIONE

È un Thorogood al massimo della forma "noi al nostro meglio" come dice lui stesso. Un concerto che arrivò a coronare un anno, il 1982, vissuto costantemente in corsia di sorpasso. Se il 1981 lo aveva visto protagonista aprendo i concerti dei suoi amati Rolling Stones, nel 1982 la viscerale carica di Thorogood venne consacrata con un disco da cui uscì quella Bad To The Bone ("è solo Hoochie Choochie Man di Muddy Waters con le parole diverse" disse una volta) che bucò i video di Mtv diventando un tatuaggio indelebile da mostrare in futuro e con una serie di concerti, 50 in 50 giorni (ma furono 51!) che lo consacrarono come uno degli animali da palco più sudati, selvaggi e coinvolgenti in circolazione. Esuberante, anfetaminico. Il concerto al Bradford Ballroom, locale che sorgeva in uno dei quartieri più malfamati di Boston (città che li adottò), già uscito nel 2010 in forma ridotta, questa volta è completo nelle sue 27 tracce e 140 minuti raccolti in 2 cd: c'è il pubblico rumoroso, c'è Thorogood che parla e presenta i brani, ci sono i Destroyers in piena forma, una bar band rodata e perfetta


CAT STEVENS - Tea For The Tillerman 2

se ci sono dischi inscindibili con i giorni  della mia adolescenza, Tea For The Tillerman di Cat Stevens è certamente sul podio. Quest'anno compie pure cinquant'anni. Se inizialmente non avevo troppa voglia di ascoltare la nuova versione con le canzoni risuonate oggi tanto da ripetere dentro me stesso "per me questo disco è quel vecchio vinile che accompagnava i miei pomeriggi degli anni ottanta e basta!" …mi sono dovuto ricredere. La sua voce che qualcosa ha perso e altro ha guadagnato rimane unica ancora oggi. Le undici canzoni ancora perfette anche in questi insoliti arrangiamenti  e poi è bastata la nuova versione di 'Wild World' per farmi cambiare idea all'istante: versione incredibile!


AMERICA   Heritage II: Demos / Alternate Takes 1971-1976     RECENSIONE 

Quando si parla degli America mi si illuminano sempre gli occhi. Il primo amore non si scorda mai e i loro primi dischi li toccavo, li annusavo e ascoltavo a sette anni in quelle domeniche che mi vedevano già sveglio alle sette di mattina, intento a frugare tra i dischi impilati nel mobiletto dello stereo. Ai tempi stavano tutti lì, in poco spazio. Inserivo il jack delle cuffie, sprofondavo dentro la poltrona e sognavo. L'anno scorso, un po' in ritardo, li ho pure visti per la prima volta dal vivo a Verona. Serata quasi magica dopo un temporale fortissimo che per un attimo sembrò far svanire quel mio vecchio sogno. Sono cresciuto anche con le loro canzoni e quando qualche musicofilo snob me li attacca con puerili argomentazioni potrei diventare anche cattivo. Quando escono cose come queste invece sono contento.