sabato 2 marzo 2024

RECENSIONE: THE RODS (Rattle The Cage)

 

THE RODS  Rattle The Cage (Massacre Records, 2024)



come nuovi

Ci sono gruppi che hanno fatto la storia di un genere musicale senza aver mai raggiunto le meritate prime pagine,  lavorando duro in seconda fila ma con quella costanza e quella attitudine (quella da vendere) che li hanno condotti fino ai giorni nostri integri e scalpitanti, nonostante inevitabili periodi bui.

Ecco: i newyorchesi The Rods stanno tenendo alto il vessillo dell'hard rock heavy americano dal lontano 1979 quando David Feinstein, chitarrista e voce, oggi 76 anni e con un passato negli Elf  del cugino Ronnie James Dio e il batterista Carl Canedy misero in piedi il gruppo, trovando la migliore accoglienza in Gran Bretagna dove la nascente nuova ondata di heavy metal li accolse come i cugini americani.

Sono passati più di quarant'anni ma al decimo disco della carriera (con in mezzo un ritiro e la reunion nel 2010) continuano a digrignare i denti come in gioventù e questo nuovo album, con al basso Freddy Villano, coniuga alla perfezione le loro peculiari caratteristiche: un approccio solido, duro e quadrato alla materia dove rock’n’roll, hard rock e heavy metal trovano spesso una via comune negli anthem che si assurgono a veri e propri inni come succede in canzoni come 'Metal Highways' e 'Play It Loud'.

Ci sono  l'hard seventies dell'iniziale 'Now And Forever' e di 'Hell Or High Water'con l'hammond dietro che riporta a gruppi come Deep Putple e Uriah Heep, c'è la scura e cadenzata epicità di 'Cry Out Loud', l'heavy contagioso della title track ('la canzone parla della persona comune che si sente intrappolata da ciò che potrebbe fare nella propria vita. Non importa quale sia il lavoro, il bisogno di sollievo è urgente. Si tratta anche di libertà e di difendere ciò che si ritiene giusto, senza che qualcuno se ne approfitti" racconta Feinstein), una 'Can't Slow Down' che sfoggia un riff blues alla Led Zeppelin, lo speed metal delle finali 'Shockwave' e 'Hearts Of Steel' che alzano il tiro e indicano quanto il gruppo possa ancora giocare le proprie carte con i più giovani.

Feinstein, nonostante l'età ha mantenuto una voce invidiabile, sa scrivere ancora canzoni, cariche di cliché ma sempre avvincenti e dal tiro giusto (nessuna concessione alle ballate)la produzione è aggiornata al 2024 e le dieci canzoni si fanno ascoltare e riascoltare che è un piacere. Cosa chiedere  di  più a uno dei dischi hard rock più schietti ed onesti di questi tempi?





sabato 17 febbraio 2024

RECENSIONE: BLACKBERRY SMOKE (Be Right Here)

BLACKBERRY SMOKE   Be Right Here (3 Legged Records, 2024)




continuità

"Divertiti finché puoi, sfrutta al massimo il tuo tempo, fai che conti... prima che ti scavino una buca", così Charlie Starr canta in 'Dig A Hole' , canzone d'apertura, dal passo decisamente funky, del loro ottavo disco in carriera e bisogna dare atto alla band della Georgia di aver sfruttato bene il tempo a disposizione, diventando a tutti gli effetti una delle band di punta per certi suoni tutti americani, andando ad intercettare quei posti vacanti, lasciati dai grandi gruppi southern degli anni settanta. E forse è pure un monito dopo tutte le poco felici vicende di salute che hanno colpito il batterista Brit Turner.

I Blackberry Smoke non sono dei fuoriclasse votati al verbo "sex, drug and rock’n’roll" ma onesti lavoratori del suono, tradizionalisti, che però a volte sanno superare i maestri: ai miei occhi e alle mie orecchie, ad esempio, il loro concerto all'Alcatraz nel Marzo del 2023 (tra l'altro nel video di 'Hammer And Nail' che esalta la vita on the road si possono vedere alcune immagini girate proprio a Milano) ha superato quello dei ben più noti Black Crowes (che presto risponderanno con il loro Happiness Bastard:staremo a vedere). Stesso luogo a dirrerenza di pochi mesi. Certo, non hanno e forse mai avranno le canzoni dei fratelli Robinson ma per suoni, attitudine e voglia di suonare per me non ci fu partita. Ok, nella musica non ci dovrebbero mai essere gare (vade retro Sanremo), questo per dire che anche questo nuovo album non entrerà negli annali della epica storia del southern rock ma si conferma l'ennesimo buon disco della band, il seguito ideale del precedente You Hear Georgia: un concentrato di southern rock, blues, rock’n’roll e ballad prodotto ancora una volta da Dave Cobb in quel di Nashville in modo assolutamente vintage e analogico, senza troppi trucchi da studio di registrazione.

Un disco che punta alla forma canzone come sempre: la delicata e acustica 'Azalea' che nel testo affronta la paternità, le chitarre spianate di Starr e Paul Jackson accendono l'elettricità di 'Like It Was Yesterday' e dell'honk tonk 'Don't Mind If I Do'. I grandi spazi disegnati in stile Allman Brothers durante 'Other Side Of The Light' rimangono uno dei migliori momenti del disco insieme allo scuro blues 'Watcha Know Good' scritta insieme a Brent Cobb e che pare uscire dal canzoniere di Tom Petty (il passo è quello di 'Mary Last Dance'), 'Little Bit Crazy' alterna alla perfezione il gospel iniziale (ecco le Black Bettys) e il rock'n'roll mentre la finale e romantica 'Barefoot Angel' conferma Starr come uno dei più rassicuranti musicisti americani degli ultimi vent'anni (non tocca l'alcol da quindici anni pure), uno che sa scrivere canzoni e che potrebbe anche correre in solitaria.

"Uno dei miei migliori amici ha detto che queste canzoni sembrano molto più allegre delle ultime, e io ho detto: 'Lo sono? Non lo so, forse è così, ma se lo sono, non era quello l'intento" ha raccontato in una recente intervista.

A questo punto dopo tutti questi dischi ( il mio preferito rimane sempre il vecchio The Whippoorwill del 2012) e dopo averli visti live un paio di volte forse è diventato inutile aspettarsi dai Blackberry Smoke quel coraggio di spingersi oltre, di lasciarsi andare, di sperimentare. Loro sono questi, onesti, confortanti, sempre piacevoli e Be Right Here li rappresenta più che bene. 





domenica 4 febbraio 2024

ANANDA MIDA live@Blah Blah, Torino, 3 Febbraio 2024


 

È sempre un piacere vedere i veneti Ananda Mida, collettivo messo in piedi dal co fondatore della GoDownRecords Max Ear che stasera siede dietro la batteria indossando una t shirt degli Mc5 in omaggio a Wayne Kramer scomparso in questi giorni. E si potrebbe partire proprio dalla rivoluzionaria band di Detroit per cercare di spiegare cosa suonino gli Ananda Mida: nei momenti più tirati e rock’n’roll si avverte quell'urgenza garage proto punk che ha fatto scuola. Ma non sono nulla di tutto questo o meglio sono anche questo. I veneti sanno giocare in molti campi spostandosi con disinvoltura dell'hard rock seventies allo stoner, dal blues desertico allungando spesso e volentieri dentro la psichedelia. Rallentamenti e ripartenze che donano dinamicità alle loro canzoni che spesso si trasformano in lunghe jam strumentali. La capacità di mutazione uno dei loro punti di forza. Proprio come succede  nei loro dischi: sul finire del 2023 è uscito Reconciler, il terzo e ultimo capitolo di una trilogia certamente ambiziosa ma perfettamente riuscita. Un plauso al giovane chitarrista Pietro, classe 1999, che ha sostituito Alessandro Tedesco  ma che sembra inserito alla perfezione tra i veterani Davide Bressan (basso) e Pablo Scolaro (chitarra).

E poi c'è il "tedesco" Conny Ochs, voce hard rock alla vecchia maniera nei momenti heavy e da crooner folk (nella sua carriera anche una collaborazione acustica con il mitico Wino) nei momenti meno tirati, uniti a una presenza scenica di alto livello. Se vi capita a tiro una loro data tra live in Italia e all'estero non fateveli sfuggire.




giovedì 1 febbraio 2024

RECENSIONE: KARA JACKSON (Why Does The Earth Give Us People To Love?)

 

KARA JACKSON  Why Does The Earth Give Us People To Love? (September, 2023)




poesie in musica

Troppo colpevolmente intenti a celebrare il passato con ricorrenze di dischi e artisti con almeno vent'anni sul groppone, io per primo, a volte ci passano davanti delle prelibate novità che ignoriamo o facciamo finta di non vedere per troppa pigrizia. Uscire dal proprio e rassicurante orto è sempre attività che in cambio richiede indietro un po' del tuo tempo e a volte le vecchie e rassicuranti scorciatoie sono meno dispendiose. O facciamo finta di non avere tempo per ascoltare per l'ennesima volta un disco che sappiamo a memoria.

 Io per primo ancora una volta. Kara Jackson no, è arrivata subito grazie al passaparola dei social e di chi, fortunatamente, vive anche nel presente. Grazie. Però lo ammetto: la copertina è arrivata prima di tutto. Kara Jackson è una figlia del sud degli States (i genitori sono originari della Georgia) cresciuta a Chicago, bella (ecco ancora la copertina!) ma soprattutto brava. Venuta su a pane, musica e poesia ("al liceo ero conosciuta come "la ragazza della poesia". C'è sempre stata questa distanza tra me e le persone" racconta) con una mamma insegnante e sindacalista, un papà accanito ascoltatore di jazz, un fratello appassionato di hip hop e le lezioni di piano prese in giovanisssima età. In casa giravano i dischi di Pete Seeger, Joni Mitchell, Nina Simone e Jim Croce.

"Vengo da gente del sud. Per me c'è qualcosa di veramente spirituale nella musica folk" ha detto in una recente intervista. Kara Jackson non ha fatto altro che unire tutti questi puntini (mica facile eh?) aggiungere la sua voce profonda e il suo presente con testi che indagano sulla retta che unisce il dolore all'amore con una narrazione poetica che la fa emergere pur senza far uso di facili ritornelli, totalmente assenti. 'Pawnshop' però ti cattura al primo ascolto. 

Nella title track narra  della sua migliore amica mancata nel 2016 a soli diciassette anni per un tumore. I giochi di parole e gli incastri poetici legano e slegano le canzoni dove lel relazioni umane vengono in continuazione sviscerate ('Therapy', 'Brain', 'Rat'). In 'Dickhead Blues' indaga con ironia su relazioni amorose con uomini che alle fine si sono rivelati di poco conto. Scava tra le pieghe dei rapporti, scruta tra i meandri della solitudine. 

Il suo è un folk che sa unire la classicità del racconto con una chitarra acustica (compare pure un banjo) alla modernità di inaspettate fughe costruite di cori, orchestrazioni d'archi e pianoforte, mantenendo sempre una linea delicata e gentile, eterea e senza tempo.

Insieme a lei una squadra formata da Kaina Castillo, Nnamdi Ogbannaya e Sen Morimoto, che si muove in perfetta, umana simbiosi. 

Uno dei migliori dischi di debutto di questi anni. Ho pure una convinzione: il secondo disco potrà riservare ulteriori sorprese.

"Stiamo solo aspettando il nostro turno, chiamiamolo vivere” canta. E allora sarà ancora più bello aspettare ascoltando questo disco, quasi magico e ammaliante.





mercoledì 17 gennaio 2024

Accadde oggi. 17 Gennaio 1974: BOB DYLAN- Planet Waves

BOB DYLAN - Planet Waves (Asylum, 1974)



riparto da qui

Recentemente, ascoltando Southern Blood, disco epitaffio di Gregg Allman,  mi sono imbattuto ancora una volta in ‘Going Going Gone’, stupenda, oscura e sempre sottovalutata canzone di un album dalla copertina enigmatica quasi alla Picasso, dominata da tre misteriose figure in bianco e nero, due simboli ben chiari e quelle due scritte a margine “Moonglow” e “Cast-iron songs & torch ballads” che creano confusione sulla vera identità del titolo e che vorrebbero fare da introduzione a un disco che indicò, ancora timidamente ma più marcatamente rispetto al precedente NEW MORNING, la strada musicale del nuovo decennio.

 PLANET WAVES è il disco delle prime volte e dei grandi ritorni: il primo e unico disco ufficiale lavorato e registrato interamente insieme a The Band in studio di registrazione, il primo e unico disco che non uscì per la Columbia (l’etichetta si vendicò stampando gli scarti del periodo), il primo disco di Dylan a finire al primo posto in classifica dove rimase per quattro settimane trainato anche dalla pubblicità della nuova etichetta Asylum di David Geffen, anche se alla fine tutto durò poco e non in modo così entusiasmante come sperato in partenza. Fu anche il primo disco registrato in un luogo che non fu New York né Nashville (a parte la soundtrack di Pat Garrett & Billy The Kid) fu il disco che riportò Dylan in tour, il tour che Geffen vendette come “il più grande evento nella storia dello show business” (40 date in 25 città) cosa che non succedeva dal lontano 1966 e il tutto verrà impresso nell’album live BEFORE THE FLOOD. Il primo album live ufficiale di Dylan. Un tour che, conti alla mano, fece più successo del disco in promozione, che ironia della sorte finì pure per uscire a tour già iniziato. Robbie Robertson: “Quando suonavamo dal vivo, la musica diventava dinamica, violenta ed esplosiva. Quando suonavamo in studio invece…

Fu il disco che per molti sancì il vero ritorno di Dylan. Registrato in poco più di una settimana e in tre sedute di registrazione nel Novembre del 1973, PLANET WEAVES prese forma a Los Angeles anche se molte canzoni vennero scritte a New York. L’idea originale racconta di un primo abbozzo di album che sarebbe dovuto uscire con il titolo Ceremonies Of The Horsemen.

Era impressionante produrre qualcosa di così potente in così poco tempo” disse il co produttore e ingegnere del suono Rob Fraboni.

Nato dalla scintilla che scaturì tra Robbie Robertson e Bob Dylan che si ritrovarono quasi per caso a oziare a Malibu (ci fu lo zampino del furbo Geffen), a risentirne o beneficiarne (punti di vista) è l’umore generale che veleggia sulle canzoni: un senso di rilassatezza che fa convivere la semplice quotidianità che caratterizzò il periodo post incidente a Nashville (l’apertura ‘On A Night Like This’) con l’oscurità e il presagio di qualcosa che non stava andando per il verso giusto; ecco l’amore vissuto in modo contrastante  (il folk di ‘Weeding Song’ dedicata indubbiamente a Sara scritta da Dylan in un batter d’occhio e che andò a sostituire la già pronta 'Nobody 'Cept You' poi comparsa sulle Bootleg series) con l’autobiografica, amara e dura analisi di se stesso: ‘Dirge’, voce e pianoforte è forse il capolavoro nascosto, una canzone dura, cruda e cinica come solo può essere una canzone che attacca con la frase “mi odio perché ti ho amato e per la debolezza dimostrata” e “sono felice che il sipario sia calato”, “ma sopravvivrò ” è il finale. E non sai mai quando inizia l’amore e quando il rimpianto: in ‘Something There Is About You’ si parla di amore, di morte e della sua vecchia Duluth. Non tutto è ancora bene a fuoco e la travagliata vita di un brano come  ‘Forever Young’, il più famoso del disco che diventerà un classico del suo repertorio, quasi inno (suo malgrado), canzone che Dylan scrisse a Tucson e che dedicò a uno dei suoi figli (Jakob?), è l’esempio più significativo: gli girava in testa da cinque anni e dopo aver addirittura pensato di escluderla una volta scritta, sotto l’insistenza del co produttore Rob Fraboni ne inserirà addirittura due versioni, una per lato. Una annulla l’altra o inspessiamo il concetto? Una terza, in solitaria, si materializzerà su Biograph. Un disco nato in fretta che rincorre il poco tempo. Per questo rimane sempre affascinante, e nonostante sia stato registrato in California, nella mia testa è sempre stato avvolto in una strana foschia novembrina che galleggia intorno a foglie secche, fuochi accesi e il rassicurante, caldo suono della Band che accompagna lì dietro. Se non è autunno questo? Fra poco sarà nuovamente primavera!





domenica 14 gennaio 2024

WINO live@Circolo Kontiki, Torino, 13 Gennaio 2024



Ci sono presunti eroi che si atteggiano a rockstar e poi c'è Scott WINO Weinrich, un vero eroe in musica e nella vita, che per la seconda volta nel giro di pochi mesi atterra a Torino città. A Giugno arrivò con la sua creatura Obsessed (un nuovo disco è in uscita in questo 2024), questa sera è qui per presentare il film documentario sulla sua folle vita da outsider, loser, gigante, faro, ispirazione, tutto può andar bene ma forse non basta per spiegare uno degli ultimi eroi di una scena musicale. Un monumento del doom, biker e girovago del Maryland, che attraverso Obsessed, Saint Vitus, Spirit Caravan, The Hidden Hand, Shrinebuilder, Probot ha attraversato gli ultimi quarant'anni di palchi, asfalto e qualunque altro ostacolo abbia trovato sul cammino, vite riacciuffate incluse.

A raccontarsi attraverso filmati live d'epoca,  backstage, viaggi on the road, lui stesso, e una pletora di amici e artisti: dagli illustri Henry Rollins (Black Flag) e Ian MacKaye (Fugazi)  al folle Bobby Liebling (Pentagram), da un fan sfegatato come Dave Grohl (Nirvana, Foo Fighters) a Pepper Keenan (C.O.C.) fino a sua madre novantenne.

A fine proiezione un set di quasi un'ora di folk blues acustico, intimo, autobiografico e nero con alcune sue canzoni tratte dal repertorio solista (il suo album Forever Gone del 2020, una pure nuova) più Isolation dei Joy Division e Iron Horse dei Motorhead del suo mentore Lemmy.

Naturalmente alla fine non si è sottratto a firma copie (al banchetto i due dischi degli Spirit Caravan recentemente ristampati) e foto di rito. Certo, fa specie vedere un personaggio come Wino in un piccolo Arci imboscato tra le vie della Vanchiglietta di Torino come fosse l'ultimo degli artisti di quartiere. Ma anche questo è rock’n’roll, pardon: Doom. E a noi piace.





domenica 7 gennaio 2024

RECENSIONE: UNCLE LUCIUS (Like It's The Last One Left)

 

UNCLE LUCIUS  Like It's The Last One Left (Boo Clap Records/Thirty Tigers, 2023)



l'ambizione che porta lontano


Non ci sono limiti questa volta, stiamo esplorando diverse aree della musica roots americana, e lo stiamo facendo a modo nostro. C'è una nuova prospettiva che deriva dall'allontanarsi da qualcosa per un po' e poi ritornarci. Puoi vederlo con occhi nuovi." Così Kevin Galloway, chitarra e voce,  racconta il ritorno degli Uncle Lucius.


Nati oltre vent'anni fa in Texas, con quattro dischi in carriera, cinque anni fa gli Uncle Lucius annunciarono lo scioglimento. Ma si sa, le cose buone sono difficili da distruggere, capita così che la loro carriera venga riportata in superficie e rilanciata da una serie TV come Yellowstone che usa una loro canzone nella colonna sonora e al giorno d'oggi le serie tv dettano legge anche nel mercato discografico. Il risultato sta tutto qui, in questo splendido disco del ritorno che vede la band alle prese con delle canzoni di rinnovata speranza e un suono mai così compatto ma allo stesso tempo vario. Nel frattempo il vecchio bassista Hal Vorpahl si chiama fuori pur essendo ben presente come produttore, musicista e in fase di scrittura, mentre la band viene rimpolpata con un nuovo bassista e un nuovo chitarrista.

Kevin Galloway che nel frattempo ha fatto uscire lavori solisti, guida la band con la sua voce greve e soul tra  territori americani amici (le antiche lezioni di CCR, The Band e Little Feat non sono disimparate) e oggi come oggi poche band posseggono la capacità di passare con disinvtura dal soul stile Muscle Shoals dell'apertura 'Keep Singing Along' alle esplosioni chitarristiche del southern rock di 'Trace My Soul' o all' hard rock’n’roll di squadra con inflessioni gospel di 'Holy Roller' con percussioni (Josh Greco), Hammond (Jon Grossman) e la chitarra di Mike Carpenter in primo piano.

Se 'Civilized Anxiety' batte territori bayou cari a quel genio di John Fogerty, 'I'm Happy' è una border song che avanza sorniona a ritmo di valzer e 'All The Angelenos' una festosa disamina sull'invasione dei californiani nel loro Texas con il violino ospite di Cody Braun dei Reckless Kelly, a stupire è il suono ampio e maestoso di canzoni come 'Heart Over Mind' e 'Tuscaloosa Rain' che con i loro arrangiamenti d'archi costruiscono un suono non distante da quanto insegnato da maestri di architettura sonora quali Burt Bacharach e Glen Campbell.

Il disco certamente più ambizioso della loro carriera che però  continua a mantenere le vecchie radici degli esordi senza disdegnare nuove interessanti strade per il futuro.





domenica 31 dicembre 2023

30 DISCHI per ricordare il mio 2023


 


6x5 Italia


1-KARMA - K3

2-RUDY MARRA & The M.O.B. - Morfina

3-LUCIO CORSI - La Gente Che Sogna

4-OMAR PEDRINI - Sospeso

5-SABBIA - Domomental

GIORGIO CANALI & ROSSO FUOCO - Pericolo Giallo

DANIELE TENCA - Just A Dream

VINICIO CAPOSSELA - Tredici canzoni urgenti

DAVIDE VAN DE SFROOS - Manoglia



6x5 hard



1-URIAH HEEP - Chaos & Colour

2-TYGERS OF PAN TANG - Bloodlines

3-DIRTY HONEY - Can't Find The Brakes

4-ALICE COOPER - Road

5-GRAVEYARD - 6

DOKKEN - Heaven Comes Down

WINGER - Seven

EXTREME - Six

WINERY DOGS - III

L.A.GUNS - Black Diamonds



6x5 heavy


1-OVERKILL - Schorched

2-OBITUARY - Dying Of Everything

3-PRONG - State Of Emergency

4-CHURCH OF MISERY - Born Under A Mad Sign

5-BARONESS - Stone

METAL CHURCH - Congregation of Annihilation

THERAPY? - Hard Cold Fire



6x5  it's still rock'n'roll to Me



1-ROLLING STONES - Hackney Diamonds

2-IAN HUNTER - Defiance Part 1

3-THE HIVES - The Death Of Randy Fitzsimmons

4-RIVAL SONS - Lightbringer/Darkfighter

5-DEWOLFF - Love  Death & In Between

JIM JONES ALL STARS - Ain't No Peril

QUEENS OF THE STONE AGE - In Times New Roman

DANKO JONES - Electric Sounds

THE RECORD COMPANY - The Fourth Album

THE COLD STARES - Voices

GOV'T MULE - Peace...Like A River

DUFF MCKAGAN - Lighthouse



6x5 Made in Usa



1-DUANE BETTS - Wild & Precious Life

2-JOHN MELLENCAMP - Orpheus Descending

3-JONATHAN WILSON - Eat The Worm

4-MARTY STUART And His Fabulous Superlatives - Altitude

5-LUCINDA WILLIAMS - Stories From A Rock N Roll Heart

-MALCOLM HOLCOMBE - Bits & Pieces

-JASON ISBELL And The 400 Unit - Weathervanes

-RODNEY CROWELL - The Chicago Sessions

-ROBERT FINLEY - Black Bayou

-MYRON ELKINS - Factories, Farms & Amphetamines

-THE LONG RYDERS - September November

-ROSE CITY BAND - Garden Party

-GRAHAM NASH - Now

-BEN HARPER - Wide Open Light

-LUCERO - Should Have Learned By Now

-COLTER WALL - Little Songs

-MOLINA, TALBOT, LOFGREN, YOUNG - All Roads Lead Home



6x5: Live & Lost Album



1-TODD SNIDER - Crank It, We're Doomed

2-SPARKLEHORSE - Bird Machine

3-RORY GALLAGHER - All Around Man, Live in London 1990

4-THE DUCKS - High Flyin'

5-STEPHEN STILLS - Live At Berkeley 1971

-BOB DYLAN - Shadow Kingdom

-NEIL YOUNG - Chrome Dreams

-DRIVE BY TRUCKERS - The Complete Dirty South



venerdì 29 dicembre 2023

RECENSIONE: FOGHAT (Sonic Mojo)

FOGHAT  Sonic Mojo (Foghat Records, 2023)




sempre in pista

Dalle nostre parti seguire i Foghat non è mai stata cosa da gran fighi già negli anni settanta pur con un loro grande seguito e  successo in America. Forse proprio per via di quel successo aldilà  dell'oceano che certa critica altezzosa mal digeriva perché persa in ascolti più "impegnati". Come se non si potesse ascoltare tutto senza paraocchi.

Hanno sempre snobbato il loro hard blues dalle tinte boogie relegandoli in serie che non sono la A ma forse nemmeno la B, figuriamoci oggi che hanno perso per strada tanti pezzi della loro storia. 

Per inciso: Foghat (1972), Energized (1974), Fool For The City (1975) e il live Foghat Live (1977) sarebbero tutti da rivalutare.

Ricordo in particolare come band come loro, con i Watt sopra la media e alcune hit commerciali (la loro 'Slow Ride' ha vissuto anche una seconda giovinezza con il gioco Guitar Hero) furono trattate in un volume chiamato Note di Pop Inglese (c'era anche il corrispettivo Americano) , tra i miei primi libri di musica negli anni ottanta: " rock blues di maniera incapace di provocare la pur minima emozione" si scriveva. Guarda caso tutte le band che piacevano a me venivano massacrate.

La compagnia era numerosa, ricordo pure i Nazareth ("uno dei tanti esempi di come si possa diventare miliardari giocando sui soliti tre accordi amplificati da qualche migliaio di Watt") e gli Status Quo ("un quartetto approssimativo persino nell'uso dello strumento" sempre in quel libro): tre gruppi che però, sarà una coincidenza, oggi pur con mille defezioni sono ancora vive e operanti.

Londinesi, nati nel 1970 da alcune costole estirpate ai Savoy Brown, oggi sono guidati dall'unico superstite dell'epoca, il batterista Roger Earl ,  dal chitarrista e produttore Bryan Bassett (Wild Cherry, Molly Hatchet), dal bassista Rodney O' Quinn (Pat Travers Band), e dal buon cantante Scott Holt (da anni sotto l'aurea di Buddy Guy), chitarra solista e voce. Ritornano dopo sette anni di assenza discografia con un disco di pregevole fattura che seppur non avendo e non potendo puntare sull'esuberanza giovanile si aggrappa al mestiere riuscendo  a portarsi a casa un pregevole titolo di "disco da viaggio" che dalle mie parti non si butta mai via.

Dodici canzoni che mettono in fila alcune cover di Chuck Berry, B.B.King, Willie Dixon, Rodney Crowell, Claude DeMetrius con quattro canzoni composte per l'occasione e tre pezzi lasciati da Kid Simmons, proprio dei Savoy Brown, prima di morire l'anno scorso (avrebbe dovuto anche suonarli su disco) che in qualche modo sembrano chiudere il cerchio con il passato.

"I brani che Kim ha scritto per noi penso siano tra i migliori dell'album e tra i miei preferiti" lascia detto Earl.

Tra trascinanti boogie alla ZZ Top ('She's A Little Bit Of Everything'), shuffle alla John Lee Hooker (la slide in 'Drivin' On'), rock melodici ('I Don't Appreciate You') e più pesanti ('Black Days & Blue Nights'), latin rock alla Santana ('Mean Woman Blues' già incisa anche da Elvis), incursioni nel country ('Wish I'd A Been There' scritta in collaborazione con Colin Earl dei Mungo Jerry, fratello maggiore di Roger Earl) e blues nostalgici e notturni ('Time Slips Away') la musica dei Foghat, inglesi ma di casa negli States (il disco è stato registrato al Boogie Motel South a Deland  in Florida), scorre ancora con incredibile disinvoltura e senza pretese di cambiare il mondo se non aggiungere altre fresche canzoni da portare in tour.

Tenacia e passione a volte riescono a sopperire l'inventiva, portando la carriera a superare il traguardo dei cinquant'anni di vita.







sabato 16 dicembre 2023

RECENSIONE: DUFF McKAGAN (Lighthouse)

DUFF McKAGAN  Lighthouse (BFD Records, 2023)





con la benedizione di Bob Dylan

Se vi siete persi Tenderness (2019), il precedente disco di Duff McKagan, recuperatelo, ne vale assolutamente la pena: un flusso di coscienza intimo e cantautorale scritto e musicato insieme a Shooter Jennings. Perfino Bob Dylan si è scomodato per elogiare una canzone lì contenuta: 'Chip Away'.

Questo per dire che questo Lighthouse non riesce ad avvicinare l'intensità di quella raccolta di canzoni, puntando piuttosto sulla varietà rafforzata dalla presenza di alcuni ospiti: il sodale Slash che lascia il suo assolo su 'Hope', l'amico Jerry Cantrell presente nella ballata acustica 'I Just Don't Know' e Iggy Pop con uno spoken, in verità poco incisivo, nell'ultima traccia del disco 'Lighthouse' che riprende la title track che apre il disco. Presenze discrete e poco ingombranti di amici che si mettono al servizio delle canzoni.

Duff McKagan ha confessato che nell'ultimo periodo ha buttato giù una enorme quantità di canzoni dal tiro punk. Non sono però su questo disco a parte la veloce 'Just Another Shakedown', certamente la più movimentata.

Cosa ci troviamo allora? Una raccolta di  canzoni intimiste dai toni scuri ('Longfeather) e malinconici ('Forgivness') ma anche pop come in  'Holy Water' che sembra guardare agli U2. Se con 'I Saw God On 10th St.', un folk punk che gioca sull'effetho elettro acustico  portando la memoria a Johnny Thunders, certamente tra gli eroi musicali di Mckagan, 'Fallen' e 'Fallen Ones' sono ballate da  classic rock vecchio stampo che rinforzano il legame con la tradizione cantautorale americana.

Il faro di Duff McKagan in questi ultimi anni sta proiettando la sua luce verso strade cantautorali sempre più marcate. Anche se poi, lui il titolo di questa raccolta lo spiega così: "ho una moglie straordinaria: è sempre stata un vero faro di speranza, bellezza ed eccitazione, e affronterei qualsiasi cosa per lei", dice. “Mi ha fatto passare così tante cose. Lei è il mio faro, ma su scala più ampia, la stiamo tutti cercando. Si tratta di speranza e di chiedersi cosa accadrà dopo". 

Un sopravvissuto, come spesso si dichiara, che sta vivendo una dignitosa seconda parte di carriera lontana dagli eccessi di gioventù ma sempre più vicina a quella tranquillità di mezza età che però non sembra imbrigliarne l'ispirazione. Pollice verso per la copertina che seppur disegnata dal compagno della figlia, non sembra regalare una buona vetrina al disco. 





venerdì 8 dicembre 2023

RECENSIONE: NEIL YOUNG (Before + After)

NEIL YOUNG  Before + After (Reprise, 2023)





la carriera in una canzone

Mai passare al negozio in prossimità dell'uscita di un nuovo disco di Neil Young. Che poi equivarrebbe a: non passare mai in un negozio di dischi, visto la frequenza delle uscite del nostro. Perché anche se mi prometto "questa volta salto questo inutile disco" poi ci casco sempre. E non ho nemmeno mai visto il vecchio canadese fuori dal negozio con il fucile puntato: "compralo!".

Ed eccolo qui infatti, con la sua copertina minimale e quel font che ruba pari pari da After The Goldrush, con il retro copertina dove il titolo scritto sulla sabbia riporta direttamente a On The Beach, con la foto interna che lo ritrae seduto su una panchina a Zuma Beach -tre rimandi a tre dischi cardine dei settanta- e quel lenzuolo gigantesco di carta con i testi delle canzoni stampati su, quasi consuetudine ultimamente. Un aiuto ai fan che invecchiano insieme a lui. Combattiamo la presbiopia insieme pare il messaggio. Grazie Neil.

Cos'è questa ennesima uscita di Neil Young? L'ennesima bizzarria che misura la temperatura della sua salute a 78 anni. Con tutti i guai che ha passato non sta male il vecchio Neil. Primo: c'è qualcosa di nuovo? Una canzone ma non è nuova.  'If You Got Love' che doveva uscire su Trans ma non vide mai la luce dove canta "se hai l’amore, il mondo in cui cammini sarà ai tuoi ordini" su un tappeto costruito da un organo a pompa. Amore e quella paura di invecchiare inseguita per tutta la vita legano le canzoni.

Quarantotto minuti di canzoni ininterrotte suonate da solo (quasi), chitarra, armonica, pianoforte e organo a pompa appunto, e quel "ininterrotte" è l'altra novità ( ricorda un po' il recente Shadow Kingdom di Dylan), un flusso di coscienza che lo stesso Young spiega così: "le canzoni della mia vita, registrate di recente, creano un montaggio musicale senza inizio o fine, il sentimento viene catturato, non in pezzi, ma come un pezzo intero, progettato per essere ascoltato in quel modo. Questa presentazione musicale sfida la mescolanza, l'organizzazione digitale, la separazione. Solo per l'ascolto. Questo dice tutto". In pratica un concerto, senza pubblico e interruzioni tra una canzone e l'altra. Una sfida a Spotify.

Un ripescaggio comunque assortito e non banale di canzoni quasi oscure, prese dal suo infinito repertorio che parte da 'Burned' e 'Mr. Soul' dei Buffalo Springfield, passa da 'On The Way Home' uscita quando la band era già sciolta ma che farà la sua parte su 4 Way Street di CSN &Y  arriva al più recente Barn con 'Don't Forget Love'. In mezzo quella 'Comes A Time' per me fatale quando uscì improvvisa da una radio tantissimi anni fa aprendomi un mondo che quarant'anni dopo sono qui a raccontare a modo mio, 'Homefires' presa dal vecchio ma fresco d'uscita Homegrown e poi molti anni novanta con 'I'm Ocean' (da Mirrorball con i Pearl Jam) a 'A Dream That Can Last' e 'My Heart' da Sleeps With Angels, 'Mother Earth' da Ragged Glory. Canzoni elettriche che si svestono di Watt e si rivestono di acustico.

Completano 'When I Hold You In My Arms' da Are You Passionate? del  2002 la più complessa musicalmente con la chitarra elettrica di Jeff Tweedy e  l'intervento di Bob Rice  al piano e 'Birds' da After The Goldrush, dando senso ai caratteri con i quali è scritto il suo nome in copertina.

Secondo: è utile questo disco? Naturalmente  no se poi siete di quelli "i miei soldi non li avrai per le ennesime canzoni". 

Quasi sessant'anni di carriera presentati da una voce che, a tratti dolorante e con qualche caduta di stanchezza dovuta all'età, continua a mantenere quella antica magia a cui non so mai rinunciare. La sua voce è Neil Young. Neil Young è la sua voce. Anche se a tratti stanca, pare sempre il 1973, regalando però nuove sfumature, saggezza e calore. Quando poi sbuffa dentto un'armonica apre varchi temporali.

Neil Young sarà duro e crudo fino alla fine dei suoi giorni e se lo avete sposato lo amerete e lo perdonerete ogni volta. Oppure lo manderete a cagare ancora una volta.

Poche magie in sala di registrazione, le esecuzioni sono live, prodotto insieme al novantenne Lou Adler ma sfido chiunque a capirlo,  Before + After serve a mantenere vivo il fuoco. Forse una volta un disco così lo avrebbe suonato e poi accantonato. Oggi lo fa uscire. Tanto vale prenderlo subito perché comunque lo avremmo preso comunque anche se fosse uscito tra dieci anni. Ma fra dieci anni ci sarà ancora Neil Young, ci saremo ancora noi, ma soprattutto un negozio di dischi dove poter entrare e chiedere l'ultimo di Neil Young? (Quest'anno siamo riusciti a chiedere l'ultimo Beatles, figurati!). Certo, roba da vecchi indefessi ma...God bless you.





domenica 3 dicembre 2023

RECENSIONE: TODD SNIDER (Crank It, We're Doomed)

 

TODD SNIDER  Crank It, We're Doomed (Thirty Tigers, 2023/2007)



tesoro nascosto

Il mio disco americano dell'anno è vecchio di sedici anni. Proprio così, Todd Snider fa uscire il suo disco perduto, perché tutti i grandi hanno un lost record da qualche parte,  registrato a Nashville nel 2007 fu accantonato per essere abbondantemente saccheggiato di alcune canzoni che appariranno in modo e titoli diversi in alcuni album successivi tra cui Peace Queer (2008), The Excitement Plan (2009) e Agnostic Hymns & Stoner Fables (2012).

Ora esce la versione dei tempi che si pensava persa del tutto. Trovato il master originale (dal tecnico Jim Demain), nulla è stato toccato di queste quindici canzoni che ci mostrano Snider in uno dei suoi tanti stati di grazia, liricamente e musicalmente. 

"A quel tempo stavo inventando così tante canzoni. Ho inventato così tante canzoni su così tante cose" dice.

Grezzo e spartano tra folk ('Doll Face), il violino dylaniano di 'Mercer's Folly', garage rock'n'roll ('Handlemab's Revenge'), funk ('Juice'), surf rock ('Slim Chance is Still a Chance'), sgangherati shuffle e bluesacci (lo stomper alla Bo Didgley di 'Mission Accomplushed'), Snider ci racconta la sua versione del mondo nel consueto e unico modo, ficcante e acuto: il "viaggio" con LSD di 'America's Favorite Pastine' vale il disco.

Riprende pure 'West Nashville Grand Ballroom Gown' di Jimmy Buffett e ospita due pezzi da novanta come Loretta Lynn (nel frattempo anche lei scomparsa insieme a Buffett e amici vari) con la quale ha coscritto lo swing 'Don't Tempt Me'  e Kris Kristofferson nella finale 'Good Fortune'. Un piccolo tesoro che lo stesso Snider ha raccontato essere un  personale incrocio tra Exile On Main Street degli Stones  e Desire di Dylan. Ora Snider sta attraversando un periodo di convalescenza, speriamo che queste canzoni perdute siano da spunto per una ennesima rinascita.





venerdì 24 novembre 2023

RECENSIONE: DIRTY HONEY (Can't Find The Brakes)

 

DIRTY HONEY  Can't Find The Brakes (Dirt Records, 2023)




California dreamin'

Siamo ancora fortunati dai. Nel 2023 abbiamo due possibilità per ascoltare quello che tutti chiamano ancora classic rock, quella miscela di rock&roll,  blues e hard rock che non sembra avere date di scadenza pur avendo vissuto i propri giorni migliori in passato con strascichi a scadenza più o meno fissa: da una parte ci sono ancora band in pista da sessant'anni che sfornano dischi freschi e battaglieri (sì mi sto riferendo ai Rolling Stones) dall'altra si può dar fiducia a giovani band che certi suoni li hanno metabolizzati così bene nel proprio DNA che a volte pare di ascoltare gli originali dei bei tempi che furono, come i californiani Dirty Honey arrivati all'importante traguardo del secondo disco (c'è anche un Ep di debutto). Tra una decina di anni (ad essere ottimisti) ci rimarranno solo i secondi, lo sapete vero?  Quindi stiamo buoni e godiamoci entrambi senza troppe seghe filosofiche dietro. Il titolo Can't Find The Brakes gioca sul fatto che la band californiana è in tour ininterrotto da un paio di anni, aprendo per colossi come The Who, Kiss, Black Crowes e Guns 'N Roses ma anche come headliner, proprio come li ho visti questa estate a Torino e devo dire che mi hanno fatto una buonissima impressione, presentando anche qualche canzone qui presente. Una band senza trucchi e sovrastrutture, gente che sale sopra a un palco, attacca gli strumenti e parte. Un po' come l'artista graffitaro Kelly “RISK” Graval ha disegnato la copertina: d'istinto.

Musicisti con l'attitudine giusta che sanno scrivere canzoni, buoni riff e conosco così bene il passato da riuscire a proiettarlo in qualche modo nel futuro. Gente che ha studiato la storia del rock'n'roll con passione e voti alti. Ecco quello che ci aspetta nel futuro.

Pure per registrare queste nuove undici canzoni i Dirty Honey hanno viaggiato: sono volati in Australia dal produttore Nick DiDia.

L’album Can’t Find The Brakes è stata un’esperienza completamente diversa rispetto alla realizzazione dell’album Dirty Honey. Il Covid ha creato una situazione in cui non stavamo realmente vivendo o sperimentando. Ma, per il nostro nuovo album, abbiamo potuto trascorrere di nuovo del tempo insieme. Abbiamo trascorso più di un mese con Nick, il nostro produttore, nel suo studio in Australia. Il semplice fatto di tornare in studio con lui – senza Zoom questa volta – essendo tutti noi fisicamente insieme nello stesso spazio, ci ha permesso di fare qualche sperimentazione, il che ha contribuito all’ampio spettro di emozioni del nuovo album” racconta il cantante Marc LaBelle.

Quello che più mi piace dei Dirty Honey, a parte la voce di LaBelle che insieme a Jay Buchanan dei Rival Sons possiamo considerare tra le migliori voci hard con sfumature soul di questi anni, è quel groove funky che batte come un metronomo sotto a quasi tutte le canzoni, quel ritmo incalzante che avevano gli Aerosmith negli anni settanta per intenderci. Lo si può ascoltare in episodi come 'Won't
Take Me Alive' o nella più veloce 'Can't Find The Brakes'. Altrove lasciano trasparire influenze southern come in 'Get A Little High' o nell'apertura 'Don't Put Out The Fire', che rievoca i primi Black Crowes o i Cinderella di Heartbreak Station,  bluesy in 'Ride On', country e folk nella ballata 'You Make It All Right', i Led Zeppelin della finale 'Rebel Son'.

Li si può apprezzare ancora meglio dal vivo guardando il bassista Justin Smolian che da questo disco ha un nuovo compagno di ritmo: il batterista Jaidon Bean.



Detto di Labelle, del suo carisma sul palco e della sua voce in evidenza nelle altre slow song, l' acustica e molto Led Zeppelin giocata sul fingerpicking 'Coming Home' e il falsetto che usa nella ballata 'Roam" puntellata da un Hammond , merita un plauso anche la chitarra di John Notto, sul palco le sue mosse sono un ben calibrato mix tra Eddie Van Halen e Gary Moore, mentre la sua tecnica non è in discussione e i riff e la ritmica in una canzone cone 'Dirty Mind' sono lì da ascoltare.

I Dirty Honey non vogliono certo rivoluzionare il rock ma portarlo solo il più avanti possibile nel tempo e hanno tutti i numeri per farlo.





domenica 12 novembre 2023

KARMA live@Spazio 211, Torino, 11 Novembre 2023


Le rimpatriate in stile "compagni di scuola" dopo trent'anni di lontananza spesso si consumano in delusione. Ma ti ricordi come era bella quella lì? Ma cosa le  è successo? E quello? Irriconoscibile senza capelli. Queste le conclusioni più scontate. La musica invece, a volte, fa miracoli e possono succedere cose straordinarie tipo: che i Karma tornino dopo 27 anni di assenza con un disco monstre come K3 e un nuovo tour che ne conferma tutta la bontà.  L'hanno suonato integralmente creando un lungo ponte che dagli anni novanta li ha catapultati nei nostri giorni. Poi nel futuro. E il tempo sembra essersi fermato veramente ma con la maturità acquisita in tutti questi anni: Andrea Viti dall'alto della sua calma Zen è lo stesso motore ritmico di sempre, David Moretti canta e dirige (da art director) con strordinaria presenza scenica e pienezza, Ralph Salati (Destrage) è il chitarrista che in un mese ha imparato le canzoni di tre dischi ed è partito in tour in sostituzione dell'assente Andrea Bacchini, Pacho e Diego Besozzi là dietro creano un muro percussivo che ha pochi eguali, un fiore all'occhiello concesso a pochi.


La seconda tappa del tour, dopo l'esordio sold out in casa della sera prima, al Bloom di Mezzago, con tanto di ospite (Manuel Agnelli), li vede sul piccolo palco dello Spazio 211, locale  che ha vissuto momenti terribili pochi mesi fa ma che oggi è ancora qui, aperto e resistente per ospitarci. La sua chiusura sarebbe stata un fallimento della società tutta e la musica non lo avrebbe certamente meritato.

Se K3 è un disco monolitico e intenso da prendere in blocco seppur ricco di sfumature, contempraneo e per nulla nostalgico, un'ascesa, le sue canzoni ('Neri Relitti', 'Abbandonati A Me', 'Atlante', 'Il Monte Analogo' e 'Eterna' le mie preferite)  vanno a incastrarsi in modo perfetto con il passato, o meglio è K3 che sembra accoglierie e lasciare spazio al resto.

Alle due cover, 'Quello Che Non C'è' degli Afterhours (sbirciando la scaletta prima del concerto qualcuno aveva ipotizzato la presenza di Agnelli anche stasera ma "non possiamo portarcerlo sempre dietro" ha ironizzato Moretti) canzone che Viti contribuì a scrivere durante la sua permanenza nel gruppo di Agnelli, e 'Teardrop' dei Massive Attack, scritta e dedicata a Jeff Buckley, fino alle canzoni dei due storici album degli anni novanta: 'Cosa Resta', 'Terzo Millennio', 'La Terra', 'Jaisalmer' e l'immancabile 'Il Cielo' che fa da sipario e grido di liberazione. Un grido di nuova accoglienza e speranza per il futuro.

I Karma sono tornati. Guardando avanti non c'è più troppo spazio per un'altra lunga assenza, quindi per "restare" è l'imperativo che facciamo nostro. Il pubblico caloroso di questa sera il messaggio l'ha mandato chiaro e preciso. Bentornati. 


RECENSIONE: KARMA - K3 (2023)


domenica 5 novembre 2023

RECENSIONE: PAUL RODGERS (Midnight Rose)

PAUL RODGERS  Midnight Rose (Sun Records, 2023)



libero

Il mondo è anche quel brutto posto dove nessuno parla del nuovo disco di inediti di Paul Rodgers dopo 23 anni di assenza (l'ultimo fu Electric del 2000) con in mezzo tante cose tra cui i Queen naturalmente, un buon potenziale buttato in canzoni così e così tendenti al "dimenticate in fretta" (The Cosmos Rocks), un tour di reunion con i Bad Company, parecchie cover e un buon live per ricordare i vecchi tempi dei Free (Free Spirit del 2018).

Sì ok, anche Midnight Rose  non sarà un capolavoro ma lui è pur sempre uno dei più grandi e influenti cantanti rock blues apparsi sulla scena e dimenticarsene così non fa  noi onore. Midnight Rose, suonato insieme alla band che lo accompagna in tour,  ha il lancio del nuovo disco dopo tanta assenza, la produzione di Bob Rock (e della moglie Cynthia Rodgers), l'uscita per la prestigiosa Sun Records (un sogno per lui cresciuto a pane e Elvis) ma nella sostanza ha numeri di un EP: otto canzoni per la durata totale di poco più di mezz'ora. Forse però è solo un disco alla vecchia maniera a cui non siamo più abituati troppo. Paul Rodgers ha 74 anni ma ha mantenuto quella voce unica e graffiante che possiamo apprezzare sia nei momenti più rock ('Take Love' sa tanto di Bad Company e southern rock) e hard ('Photo Shooter', 'Living It Up' ha il tiro hard dei seventies e la ricerca della tranquillità nel testo) sia nelle ballate ('Midnight Rose' piano e archi per atmosfere molto Irish, la spagnoleggiante e soul 'Dance In The Sun', una 'Highway Robber' da viaggio on the road) e nei blues, l'iniziale 'Coming Home' e la finale 'Melting' che vuole riportare tutto agli anni meravigliosi dei Free.

Se poi consideriamo l'ictus che lo ha colpito pochi anni fa e da cui è uscito dopo vari interventi chirurgici ("quando mi sono svegliato, ho aperto gli occhi e ho pensato 'Oh, sono ancora qui' ") è comunque bello parlare ancora di Paul Rodgers a prescindere da questo disco comunque onesto, ben cantato, ben suonato e pure piacevole. 






mercoledì 1 novembre 2023

RECENSIONE: KARMA (K3)

 

KARMA  K3 (Vrec, 2023)





il ritorno

I Karma furono un sogno lisergico durato il giro di due soli dischi, anche se Fabrizio Rioda (chitarrista dei Ritmo Tribale e  produttore) ricordo che qualche tempo fa in un vecchio post su facebook confessò che in mezzo ci sarebbe dovuto essere un terzo disco registrato addirittura tra i deserti del Mojave, con canzoni poi disperse da sabbia e vento chissà dove. 

Proprio intorno ai Jungle Sound di Rioda a Milano, i Karma fecero nascere i loro dischi. All'inizio c'era l'amore di David Moretti (voce e chitarra), Andrea Viti (basso), Andrea Bacchini (chitarre), Diego Besozzi (batteria) e Alessandro Pacho Rossi (percussioni)per la psichedelia tardi anni 60, i Pink Floyd, i Led Zeppelin, Jimi Hendrix, in quegli anni novanta si inbastardì  con il grande fermento musicale proveniente da oltreoceano, il grunge di Alice in Chains, lo stoner dei Kyuss. Aggiungete un amore incondizionato per l'oriente e  i suoi ritmi spirituali e otterrete un suono che pochi avevano in Italia in quel preciso momento. E quell'adesivo "grunge all'italiana" andava loro perfin troppo stretto, nonostante la scelta di cantare in italiano faccia loro onore. 

Per questo il rimpianto per un'avventura di così breve durata fu tanto, almeno fino a quando, in tempi di lockdown, iniziarono a girare le prime indiscrezioni su qualcosa che si stava muovendo.

E pensare che Moretti e Viti ci riprovarono nel 2007 con il progetto, desertico e stoner, Juan Mordecai, ma anche quello fu archiviato e dimenticato in fretta. 

Karma (1994) e Astronotus (1996) sono dischi nati dalle lunghe jam notturne ai Jungle Sound di Milano, una comune musicale più unica che rara in quegli anni, frequentata da Afterhours (ecco Manuel Agnelli ospite in 'Nascondimi'), Ritmo Tribale (ecco Andrea Scaglia ospite in 'Una Stella Che Cade') , Casino Royale, Scisma, La Crus. Mentre nel debutto ci sono ancora le terrose radici rock che però piano piano si stavano arrampicando verso il cielo, nel secondo iniziarono un viaggio liquido, stellare, inafferrabile e alquanto affascinante. Un grande cerchio che sembrava chiuso ma che oggi a distanza di  26 anni si riapre e sembra proprio riprendere da quel 1996 aggiungendo alle già note influenze almeno un altro quarto di secolo di musica assorbita (Tool, Radiohead, Porcupine Tree, Opeth e Sigur Ros), masticata e riscritta come pochi in Italia stanno facendo ora. 

David Moretti che ormai vive negli Stati Uniti da molti anni pesca dall'alta letteratura e dalle suggestioni della natura gli spunti per i suoi testi incastonati dentro un flusso di coscienza musicale a cui piace giocare in continuazione con sali e scendi emozionali fatti di liquidità (Luce Esatta) ed esplosioni elettriche (Corda Di Parole). Registrato tra la California e le Officine Meccaniche di Mauro Pagani a Milano, K3 è un lavoro di una intensità quasi devastante, di rinascita (Neri Relitti), di poetica lucidità romantica (Abbandonati A Me), tribalità primordiale (K3), profondità abissale (Atlante) e scalate elettriche in cielo (Il Monte Analogo). Un disco che segue un suo corso, un cammino che lo porta a un finale esaltante scritto in canzoni come Ophelia ed Eterna, undici minuti ricchi, avvolgenti, drammatici, psichedelici, temprati. "Gambe e polmoni". Anticipazione di quello che ci aspetta nell'imminente tour.

Se negli anni novanta i Karma erano una delle band di una scena fiorente e numerosa che ha lasciato musica e ricordi indelebili, oggi sono una mosca bianca, rara, da proteggere e accudire, sperando non sfugga via ancora una volta per altri decenni in cerca di libertà e nuove ispirazioni. Se sarà così l'aspetteremo ancora una volta, intanto godiamoci questo sorprendente presente.

Tra i miei dischi italiani dell'anno.







sabato 28 ottobre 2023

RECENSIONE: RIVAL SONS (Lightbringer)

RIVAL SONS  Lightbringer (A Low Country Sound/Atlantic, 2023)




doppietta

Uscire con un nuovo disco lo stesso giorno dei Rolling Stones non è cosa facile per nessuno. I titoli da prima pagina saranno per la prossima volta. I RIVAL SONS, in verità, con Lightbringer, prodotto ancora una volta da Dave Cobb, vanno a completare la loro opera omnia di questo 2023 che li ha visti già protagonisti a Giugno con la prima parte Darkfighter. Complesso di canzoni nate e registrate nello stesso periodo ma divise in due, un concept sull'oscurità di questi ultimi tempi che poteva diventare un disco doppio ma si è optato per due uscite a distanza. "C'era troppa musica per un solo disco. Non appena ho presentato l’idea di dividerlo a Jay (Buchanan), gli è piaciuta moltissimo” racconta il chitarrista Scott Holiday.

Là regnava una certa rassegnazione, qui l'umore sembra più disteso e ottimista. Dove c'era il buio ora si intravede un barlume di luce. La redenzione ('Redemption').

Ormai non hanno più bisogno di troppe conferme e possono permettersi di aprire l'album con i ben nove minuti di Darkfighter, cangiante canzone che fa da ponte con il precedente album (che portava quel titolo) ne riassume le caratteristiche che esplodono nella loro parte più selvaggia e hard in altre canzoni come la tirata 'Sweet Life' e nella parte più distesa nella finale 'Mosaic'.

"Darkfighter segna una nuova era dei Rival Sons e Lightbringer è la chiara definizione di ciò che siamo ora. Con Darkfighter abbiamo aperto un varco, ma Lightbringer è un passo avanti rispetto alla nostra innovazione ed esplorazione personale. Si spinge un po’ più in là. Abbiamo davvero preso tutto nelle nostre mani e ci siamo spinti fino a dove potevamo arrivare" così parla Jay Buchanan.

La calma che tocca il folk bucolico, le esplosioni hard, gli allunghi di tastiere che fanno immaginare la lontana stagione progressive, tutto segni distintivi del loro approccio musicale mai stantio, dove il passato seventies ben si incastra con il presente ('Before The Fire').

Jay Buchanan rimane lo strepitoso cantante di sempre, graffiante ma anche pregno di calore soul, Scott Holiday un chitarrista che tra riff di elettrica, slide e arpeggi acustici sa il fatto suo. Sicuramente tra i migliori della sua generazione e da tenere in considerazione.

 A proposito di Stones, in questi giorni Mick Jagger ha dichiarato: "i Maneskin sono oggi la più grande rock band al mondo. Stupisce che sia un gruppo italiano». Beh per me una delle più grandi rock band di classic rock di oggi proviene da Long Beach, California, ha ormai una carriera lunga 14 anni sul groppone e otto dischi in bacheca. Per i miscredenti l'appuntamento è all'Alcatraz di Milano, domenica 29 Ottobre.






martedì 17 ottobre 2023

RECENSIONE: THE RECORD COMPANY (The 4th Album)

 

THE RECORD COMPANY  The 4th Album (Round Hill Records, 2023)





ritorno alla partenza


Che i Record Company avessero le strade spianate per ottenere un buon successo lo si capì fin  da subito. Nati a Los Angeles facendo bisboccia in un pub intorno a un disco epocale come Hooker 'N Heat che girava, prima ancora dell'uscita del loro esordio Give It BackTo You (2016), la loro canzone 'Off The Ground' fu scelta dalla birra Miller Lite per uno spot pubblicitario.  La fama accresce velocemente e si trovano a suonare come spalla di Buddy Guy, B.B.King, Social Distortion, Bob Seger, Blackberry Smoke. Quando esce il debutto che in copertina li ritraeva on stage, loro habitat naturale, i consensi furono unanimi e il disco finì in nomination per i Grammy . Il successore All Of This Life (2018) batte le stesse strade di quel blues che scavava nel passato ma con costanti proiezioni nel presente che ne garantivano una rara dote di freschezza. Poi con il terzo disco Play Loud (2021) fecero il classico passo più lungo della gamba: si aprirono a suoni più commerciali, patinati e moderni che snaturarono il loro sound primordiale. La loro casa discografica, la Universal, li abbandonò.

"È stato difficile da digerire, perché avevamo già deciso di scrivere il disco più essenziale e grezzo che avessimo fatto negli ultimi anni, e avevano dei demo di questa nuova musica. Combinando tutto questo con alcune nuove realtà economiche, un tour cancellato, ci siamo sentiti davvero come se tutto stesse crollando all’improvviso” racconta il bassista Alex Stiff.

Sono passati due anni  e la band di Chris Vos (voce, chitarre e armonica), Alex Stiff (basso) e Marc Cazorla (batteria) decide di tornare all'umiltà delle origini: mettono la produzione nelle mani delli stesso Stiff, cambiano casa discografica e ritornano veramente al suono semplice e primordiale del blues, senza troppe sovrastrutture: chitarre, voce, armonica, basso e batteria.Una scelta che paga sempre. 

 “Un tema comune in questo disco era mantenere il suono grezzo e un ritorno alle origini. Con Talk To Me abbiamo utilizzato la stessa batteria scadente ascoltata nelle nostre prime registrazioni".

Così tra rock blues movimentati e caricati a groove come 'I'm Working' e l'apertura 'Dance On Mondays' ("mi riprendo la mia vita e non ballerò per nessuno" è il suo significato), rock’n’roll blues guidati dall'armonica  ('I Found Heaven'), rockabilly ('Roll With It') e momenti acustici come l'inno On the road 'Highway Lady' e la finale 'You Made A Mistake', un blues che sa di antico, i Record Company dimostrano quanto la semplicità sia sempre il miglior antidoto per riprendersi in mano la carriera.





sabato 7 ottobre 2023

RECENSIONE: GRAVEYARD (6)

 

GRAVEYARD  6 (Nuclear Blast, 2023)




facciamolo diverso

Un sabato notte, siamo quasi a fine concerto dei Graveyard al Bloom di Mezzago: i quattro svedesi salutano e si dileguano nel backstage. Le luci del locale non si accendono. È chiaro: c’è tempo per altre canzoni. Saranno poi tre. Davanti al palco due fan (ma chiamiamoli pure coglioni) che durante il concerto non hanno fatto altro che farsi i cazzi loro (ma a questi individui il biglietto chi lo paga?) parlando a voce alta e facendo spola tra la sala e il bar con birre medie in mano, approfittando dell’assenza della band decidono di raccattare tutti i plettri (quattro o cinque) che il bassista Truls Mörck aveva comunemente infilato nell’asta del microfono. Quando i Graveyard rientrano per i bis, dopo due minuti di canzone, il bassista fa due passi in avanti, allunga la mano verso il microfono cercando i plettri con le dita, abbassa lo sguardo e non ne trova più nemmeno uno. Sorpreso e corrucciato, indietreggia cercandone altri sopra gli ampli. Non li troverà e finirà il concerto senza plettri. A questa scena i due coglioni (non sono dei fan ho deciso!) se la ridono con i loro miseri feticci nelle tasche, lì mischiati a chiavi, chewing gum e ai loro cervelli…

Si concluse così il concerto dei Graveyard al Bloom di Mezzago nell'ottobre del 2018, concerto che portava in giro il loro ultimo album Peace, uscito pochi mesi prima, un disco che ne sanciva il ritorno dopo pochi mesi bui, durante i quali decisero addirittura di sciogliersi. 

Sono trascorsi cinque anni da allora e gli svedesi provenienti dall'isola di Hisingen, quartiere operaio di Goteborg,  ritornano con 6 (il numero dei loro dischi naturalmente), un disco che testimonia, se ancora ce ne fosse bisogno, di come la band abbia ragione di esistere. Rispetto al precedente e ruspante Peace che guardava all'hard blues queste nuove nove tracce circondate da un progetto grafico molto vintage, portano il suono verso un'aurea intimista e psichedelica di stampo seventies, viaggiando leggere più in cielo che in terra.

Fin dall'apertura 'Godnatt', liquida e lisergica quanto basta per tarare il mood dell'intero album. A farle  compagnia le impronte desertiche lasciate su 'Breathe In Breathe Out' con i cori femminili che allungano sul gospel, la malinconia di una 'Sad Song' che nel titolo ha già tutto, la psichedelia di 'Bright Lights' fino alla lenta calata della finale 'Rampant Fields', blues notturno e fumoso.

Le chitarre di  Joakim Nilsson (anche voce) e Jonatan La Rocca Ramm giocano spesso di fino ma sanno anche ritornare all'antico dando un tiro hard zeppeliano a 'Twice', suonando  blues nel crescendo di 'No Way Out', nello sviluppo alla Doors del  rock’n’roll di 'I Follow You' incastonato tra inquietanti trame bluesy folk, nella cavalcata 'Just A Drop' che si guadagna il titolo di canzone più heavy del disco.

Un disco "diverso" che va ad arricchire la loro discografia e che li conferma come una delle migliori band europee degli ultimi anni nelle latitudini seventies che non passeranno mai si moda.