giovedì 6 agosto 2020

RECENSIONE: JOHN CRAIGIE (Asterisk The Universe)

JOHN CRAIGIE   Asterisk The Universe (Zabriskie Point Records & Thity Tigers, 2020)

folk senza tempo
"La mia ispirazione viene dall'interazione umana". Così John Craigie, 40 anni, cerca di spiegare la sua innata capacità di scrivere canzoni. Questo è il suo settimo disco anche se pochi lo sanno. Potrebbe essere il disco del grande salto ma penso che a Craigie interessi poco la fama quanto la libertà di espressione e movimento, lui nato a Los Angeles e cresciuto a Santa Cruz: salire sopra un palco e interagire con il pubblico, coinvolgere le persone con sarcasmo, arguzia e intelligenza. Per questo è spesso accostato al compianto John Prine. I grandi palchi li ha calpestati seguendo in tour Jack Johnson, quelli a lui più consoni aprendo per Todd Snider. Due che hanno creduto in lui prima di tutti. 
 Queste canzoni sono l'esempio del suo modo di scrivere dove umorismo, filosofia e vita di strada trovano un unico comune denominatore nel folk intriso di umori soul di marchio Motown, nei limpidi e leggeri lampi di psichedelia, sempre con l'accento sudista ben in evidenza. Asterisk The Universe, titolo che tradisce i suoi vecchi studi matematici impressi in una laurea e una copertina top - particolare da non trascurare - potrebbe essere datato 1966 come 1975, non ha importanza perché i suoi temi sono in qualche modo sempre di moda: il saper rimanere a galla tra le intemperie ('Hustle') scuotendo la voglia di rinascita ('Part Wolf'), rapporti d'amore complicati (la corale 'Don' t Ask'), stili di vita a lui consoni (la ballata dylaniana 'Nomads', semplice, pura come acqua di sorgente), la sempre carente giustizia (il soffuso funky di 'Climb Up') e storie perse nel secolo scorso come quella raccontata in una magistrale, cupa, lisergica, misteriosa e piena di riverberi 'Vallecito'. "Stavo leggendo alcune storie di sopravvivenza di esseri umani catturati in situazioni meteorologiche estreme. Una storia ebbe luogo in Colorado nei primi anni del 1900…" due viaggiatori colti da una bufera di neve si dividono i viveri di una cabina trovata per puro caso. Una convivenza che nessuno dei due aveva messo in preventivo. Riuscita. Poi fa sua la 'Crazy Mama' di J. J. Cale, avvolta in una atmosfera da piccolo pub fumoso senza la necessità di tagliare qualche parola da studio prima dell'esecuzione. Mentre in 'Don' t Deny' esce tutto il Bob Dylan che ha dentro, tanto da sembrare una buona outtake dei Basement Tapes con il fiato di tutta la Band dietro. Per portare a termine la sua opera si avvale di pochi ma fidati amici come le Rainbow Girls (il disco è stato registrato a casa loro in Nord California e in 'Used It All Up' si impossessato della scena per qualche minuto), Jamie Coffis dei Coffis Brothers con il suo presente Wurlitzer, Lorenzo Loera dei California Honeydrops e Ben Barry della Old Soul Orchestra. 
 Folk senza tempo, così come dev'essere. John Craigie ci vive immerso, comodamente a proprio agio.




domenica 2 agosto 2020

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 84: NEIL YOUNG + CRAZY HORSE (Ragged Glory)

NEIL YOUNG + CRAZY HORSE  Ragged Glory (Reprise, 1990)





love and only love
"Attaccavo la Old Black, accendevo gli amplificatori e una canna, poi iniziavo a suonare e scrivere". Così Neil Young racconta la genesi di Ragged Glory tra le pagine della sua autobiografia e vi giuro io dentro a quella foto di copertina con effetto fish eye avrei voluto starci durante le poche settimane nelle quali prese forma questo ritorno elettrico con i Crazy Horse (Frank Sampedro, Ralph Molina, Billy Talbot). Mi sarei messo in un angolo, seduto con le gambe incrociate sopra a un tappeto, con tutta la consapevolezza di sottoporre le mie orecchie a un grande rischio. Sì proprio quel tappeto a destra che si vede in copertina. Non avrei disturbato nessuno. Giuro. 
Il fienile del ranch fu adibito da studio di registrazione con assi di compensato e attrezzature analogiche anche se David Briggs chiese e ottenne anche uno studio mobile da mettere in cortile. I Crazy Horse furono sottoposti a un tour de force tremendo. Non ci si fermava mai, le canzoni fluivano in continuazione e solo alla fine vennero ascoltate. Era lo spirito da vecchia garage band a prevalere e guidare le sedute e in quel campo i Crazy Horse avevano pochi rivali. Il paragone con Everybody Knows This Is Nowhere e sempre lì dietro l'angolo. 
"Ragged Glory è l'unico disco in cui suonammo tutta la scaletta due volte al giorno senza mai riascoltare le registrazioni, ma sempre prendendo nota di come ci sembrava la musica". 
Anche se Neil Young dice di aver scritto canzoni, come sempre alcune le pesca dal suo cassetto eternamente traboccante del passato: dall'annata 1975 tira fuori l'uno due iniziale formato da 'Country Home' e una superba 'White Line' che avanza come un carrarmato ( così diversa dalla prima versione uscita recentemente su Homegrown) dai canzonieri altrui ruba una cialtronesca 'Farmer John' scritta da Dewey Terry e Don Harris a metà anni sessanta per i Premiers, a conclusione del disco piazza una registrazione live di 'Mother Earth (Natural Anthem)' nata sulla melodia di un vecchio traditional britannico, eseguita al Farm Aid come "un trip", tanto per ricordare il suo impegno ecologista. 

Ma qui dentro non sono importanti tanto le parole quanto la musica e le chitarre elettriche ti imprigionano in un continuo e incessante assalto dominato da feedback e assoli. Tanto forti da confondere il tremolio dei feedback con un vero terremoto che si abbatté sulla California in quei giorni di registrazione, "stavamo facendo surf sul terremoto" dirà. 
I Crazy Horse non guardano l'orologio e tre canzoni vanno oltre gli otto minuti ('Love To Burn', 'Over And Over' e 'Love And Only Love') e 'Fuckin' Up' ( o 'F*! # in' Up' come venne stampata per non incorrere nella censura) rimane il migliore dei biglietti da visita per presentarsi al nuovo decennio alle porte. Tanto che Kurt Loder nella sua recensione per Rolling Stone del 20 Settembre 1990 scrisse:"Fuckin' Up farebbe strinare i ricci di una qualunque combriccola di metallari correntemente in classifica". Tutti avvertiti! 

"Finito l’album andammo in tour con i Sonic Youth e i Social Distortion. Era un gran cartellone, la gente vedeva un vero spettacolo. Era potente”, ecco la chiusura del cerchio. 
In 'Days That Used To Be' cita, ruba, omaggia (ma poi chi se ne frega) 'My Back Pages' di Dylan e una generazione tutta (irripetibile aggiungo io), in 'Mansion On The Hill' canta "una musica psichedelica riempie l'aria, pace e amore vivono ancora là", rendendo bene l'idea di come questo disco sia nato, un mix di aria agreste su tonnellate di ampli caldi e fumanti.
"Un giorno stavamo ascoltando i brani e arrivò ‘Mansion On The Hill’. Era un brano sporco, ma aveva tiro. Chiesi a David di farmelo ascoltare ancora. David disse a Hanlon: ascoltiamolo in tutta la sua Ragged Glory, la sua gloria stracciona". 
Così arrivò anche il titolo di un disco che anticipò la vera esplosione del grunge di pochi mesi. Non fu certamente un caso. 
Le session furono talmente  prolifiche che canzoni straordinarie come 'Don' t Spoke The Horse' (uscita come b side dell'unico singolo 'Mansion On The Hill'), una "versione condensata dell'album" dirà Neil, 
'Born To Run' e 'Interstate' furono lasciate fuori. Intanto stiamo aspettando la  più volte annunciata ristampa ampliata con inediti. Tra i miei dischi top di Neil Young, Ragged Glory c'è sempre. Ora ho le orecchie che sanguinano e il tappeto è tutto macchiato.




martedì 28 luglio 2020

RECENSIONE: SEASICK STEVE (Love&Peace)

SEASICK STEVE  Love & Peace (Countagious Records, 2020)





summer of love
Se fino a qualche anno fa la sua vita era ancora avvolta da un denso e affascinante fumo di mistero (date di nascita, vecchi lavori, amori e collaborazioni), ora di lui sappiamo vita e miracoli, la morte lasciamola ancora da parte per ora, altrimenti quelle dita in copertina potrebbe trasformarsi velocemente in un dito medio alzato al mio indirizzo. E avrebbe tutte le ragioni, altro che pace e amore. Con i suoi 69 anni, Seasick Steve questa volta sembra volgere lo sguardo indietro a un'epoca che lo vide protagonista per trovare la giusta e semplice soluzione a questo mondo che corre al rovescio: l'apertura 'Love & Peace' è subito lì anticipata da un discorso distorto del nostro, pace e amore per tutti, citando perfino 'Come Togheter' dei Beatles in un passaggio e cantando: "dobbiamo fermare l'odio adesso, restituire l'amore e la pace". Tutto molto chiaro e limpido come il personaggio. Poca filosofia e tanta strada di vita vissuta sotto gli stivali e sulle ruote di un sempre affidabile trattore John Deere.
 Un ritorno ai figli dei fiori e alla Summer Of Love. Che il buon Steve dopo dieci album non si sia ancora montato la testa lo dimostra un blues autobiografico che sbuffa, con tanto di armonica, alla vecchia maniera come 'Regular Man' e il modo con il quale sono state registrate queste dodici canzoni: su nastro analogico 2 pollici, grezze e pure con il solito aiuto del fidato batterista Dan Magnusson e un paio di ospiti come Luther Dickinson (chitarra dei North Mississippi Allstars) e dell'armonicista Malcolm Arison (BossHoss). Grezzo e ruvido sì ('Toes In The Mud') ma ormai conosciamo bene anche il suo cuore romantico (le lente e notturne 'I Will Do For You' e 'My Woman'), i dipinti country e rurali ancorati nel suo passato ricamati dalla slide che sembrano uscire da altre epoche in 'Carni Days', il forte e chiaro messaggio di indipendenza di ' Church Of Me' con la sua esplosione, il boogie polveroso di 'Ain' t Like The Boogie', la mappa on the road tracciata con 'Travelling Man', finendo con una 'Mercy', acustica e confidenziale.
 In 'Church Of Me' canta " devi essere solo te stesso, è tutto quello che devi fare". Un consiglio semplice semplice ma che spesso dimentichiamo inseguendo aspettative a volte fin troppo alte che ci distolgono dal vivere al meglio il presente. Lo sa bene Seasick Steve che arrivato al decimo album in carriera continua a fare la sua vecchia musica di sempre, che non stupirà più come qualche anno fa ma la sua attitudine e la sua generosità sopperiscono ancora molto bene a tutto quel poco che non troverete più.
Love & Peace a tutti.






RECENSIONE: SEASICK STEVE- Sonic Soul Surfer (2015)
RECENSIONE: SEASICK STEVE - Hubcap Music (2013)
RECENSIONE: SEASICK STEVE - You Can't Teach An Old Dog New Tricks (2011)



giovedì 23 luglio 2020

RECENSIONE: THE TEXAS GENTLEMEN (Floor It !!!)

 THE TEXAS GENTLEMEN  Floor It!!! (New West, 2020)







io scommetto su questi gentiluomini

"Non ci sono vincoli su ciò che facciamo".
E allora vi consiglio di prendervi un'oretta di svago con questi gentiluomini del Texas al loro secondo album: un elegante e ruspante miscuglio di american music, aperto, veramente senza vincoli, vintage e moderno allo stesso tempo. Canzoni che cambiano continuamente umore, un minuto prima sono da una parte, quello dopo dalla parte opposta pur tenendosi sempre sotto controllo con lo sguardo. A proposito di vista, occhio alla confezione che diventa gioco da tavolo.
Dal Dixieland con aperture jazzate che richiama gli anni trenta al cosmic country dei settanta, dal southern rock al gospel soul, dal country al pop beatlesiano di sponda McCartney, dal funky con tanto di fiati alle divagazioni di stampo progressive. Potrete incontrare i Little Feat che parlano con The Band, Sly Stone che discute con Elton John, i Meters che sussurrano qualcosa agli Steely Dan, a volte pure nella stessa canzone e nessuno sembra fare la voce grossa per prevalere. 
Sono invece due le voci che si alternano, quella di Nik Lee (chitarra) e quella di Daniel Creamer (tastiere), poi ci sono Ryan Ake (chitarra), Scott Edgar Lee (bassista) e il batterista Aaron Haynes. Tutta l'esperienza passata dei musicisti in altri e diversi progetti (qualcuno di loro ha suonato per Kris Kristofferson) è stata inglobata in mille direzioni imprevedibili in un album poco catalogabile ma in grado di farsi strada per originalità e pazzia compositiva.
"Siamo un gruppo di cinque persone e quando ci sentite suonare sentirete l'influenza di cinque diversi musicisti che lavorano insieme come un'unica unità".
Una colonna sonora (molte sono le parti strumentali) per un film musicale che solo delle inguaribili teste "malate di musica" riuscirebbero a produrre. I Texas Gentlemen sono dei campioni: si meriterebbero il ricovero immediato per questo. Qui butto la mia scommessa: potrebbero presto guadagnarsi un posto tra i migliori (e più folli) musicisti americani sulla piazza oggi. A meno che già non lo siano.






lunedì 20 luglio 2020

RECENSIONE: LUCA ROVINI (10 Canzoni Per Dipingere Il Cielo)


LUCA ROVINI 10 Canzoni Per Dipingere Il Cielo (2020)




lockdown blues

"Ho cercato di fare del mio meglio con i mezzi che avevo", così Luca Rovini ha risposto con somma umiltà ai miei complimenti in privato. Avevo scaricato il file che mi aveva spedito ma ho aspettato di avere in mano qualcosa come il più inguaribile e vecchio romantico degli ascoltatori di musica. Siamo o non siamo anziani aggrappati alle nostre vecchie e sane abitudini? Luca non ha stampato molte copie di questo album, forse ha fatto male, perché queste dieci canzoni, queste dieci ballate acustiche sono pure, genuine, sincere, romantiche, evocative, suonate bene e senza fronzoli con le sue chitarre acustiche e il solo aiuto di Paolo Ercoli al mandolino e dobro, e hanno la potentissima forza di arrivare. Al cuore soprattutto.
Folk minimale con buoni intrecci di chitarre, che si sposta tra le rose romantiche e la polvere della strada dell'iniziale 'Dove Il Cielo Bacia Il Mare', passa attraverso un sentito omaggio al padre in 'Dipingere Il Cielo', tocca Blackie Farrell con la sua 'Sonora' s Death Row' (l'unica cover del disco che però il cantautore pisano ha trasformato in italiano naturalmente) e poi arriva pure al suo amato Dylan con i tanti personaggi che popolano '176esimo Sogno Di Luca Rovini' e con 'La Strada Di Una Gangster' portata a casa con sola chitarra e armonica.
"10 Canzoni Per Dipingere Il Cielo" è un album nato un po' per caso in pieno lockdown, Luca era chiuso in casa come tutti noi, lontano dalla sua band elettrica (i Companeros), lontano dal suo amore. Ecco, ascoltandolo più volte, mi si sono arrossati gli occhi. E Luca sa il perché.



martedì 14 luglio 2020

RECENSIONE: STEVE RUDIVELLI (Metropolitan Chewingum)

STEVE RUDIVELLI  Metropolitan Chewingum (autoproduzione, 2020)





"Ma io sono un tipo strano voglio fare la rockstar tra Vimercate e Monza e un vecchio bar o a Conco Beach…" 
In queste parole estrapolate dalla canzone 'Conco Beach' c'è un po' tutto l'immaginario ruspante e nostrano di Steve Rudivelli, il rocker brianzolo che sfugge a qualunque definizione e come dice lui stesso non sarebbe quello che è se lo portaste a New York, anche se masticando una gomma "sogna Brooklyn".
Ho conosciuto Steve un po' in ritardo con il precedente disco Brianza Texas Radio uscito due anni fa che faceva il punto della sua carriera.
Questo nuovo disco in qualche modo l'ho visto nascere durante i tre mesi di lockdown con scambi di messaggi e file, per questo suo coinvolgermi gli sono grato. Rudivelli come tanti ha scritto molto materiale e questo sembra solo il primo di una serie. 'Milano China Town' nasce lì, dentro alla sua camera in pieno lockdown con le porte chiuse a tutto.
Steve è un operaio del rock'n'roll, che sgobba di notte per diventare un cowboy di provincia di giorno ma è proprio quando il sole tramonta che prendono vita le sue storie, sopra al bancone di un bar, davanti a qualche bicchiere dove anche il più apparente non sense prende forme concrete, dove le figure femminili si materializzano con tutte le loro curve e i loro giochetti (nell'apertura 'Metropolitan Chewingum' presente anche in una seconda versione come bonus insieme a 'Ieri Un Lupo').
Voce, chitarra acustica, armonica, nessun ampli, nessun microfono, tutto diretto, qualche chitarra elettrica aggiunta da Andy D, una viola suonata da Bryan Kazzaniga, queste dieci ballate  mettono in fila il suo micromondo dove il giovane Bob Dylan sembra materializzarsi aldilà del "Lambro river" ('Lilly Montomery') oppure ricomparire in mezza età nella notturna 'Hotel La Principessa' che ci catapulta tra Desire e Oh Mercy, dove anche il primo Vinicio Capossella  in 'Pappagallo Blu' sembra apparire come in un sogno caraibico, dove i perdenti e i falliti ('Jolly Man') cavalcano la periferia di provincia come fosse la prateria del vecchio West, dove nel non sense di  'Din Don Dan' gioca a fare Lou Reed e 'Pandcat' è una filastrocca da ripetere prima di addormentarsi.
Quando le luci si spengono e anche la luna va a dormire, la voce di Steve ci saluta con un  "buona notte rockers".




RECENSIONE: STEVE RUDIVELLI- Brianza Texas Radio (2018)


venerdì 10 luglio 2020

RECENSIONE: THERAPY? (Greatest Hits-The Abbey Road Session)

THERAPY?   Greatest Hits - The Abbey Road Session (2020)





 welcome to the church of noise 
A parte un paio di stagioni trascorse con tutti gli onori e gli oneri della cronaca (il biennio 1994-1995, con TROUBLEGUM e INFERNAL LOVE sul podio non solo della loro carriera ma tra i dischi più influenti del decennio dei novanta per il rock alternativo), i nord irlandesi THERAPY? non hanno mai raccolto tutto quello che avrebbero meritato in popolarità. E quando penso a quegli anni e a certi gruppi britannici in cima al mondo, senza trovare i Therapy?, un po' mi incazzo. Troppo scomodi e inclassificabili. Oggi, però, a differenza di tanti altri compagni di viaggio persi per le tortuose strade degli anni trascorsi o magari alle prese con improbabili reunion, sono ancora qui a girare per i palchi di tutto il mondo, grandi e piccoli, guidati dalla inseparabile coppia-unita saldamente da una vera e palpabile amicizia- formata da Andy Cairns e Michael McKeegan, a proporre la loro carriera in musica che non si è mai fermata di fronte a nulla: più forti dei cambi di formazione (batteristi che vanno e vengono, formazione a tre che diventa a quattro e poi di nuovo trio), mode musicali passeggere, attentati, crisi economiche mondiali e pandemie incluse e la vita. Andy Cairns ne sa qualcosa. Una certezza, tanto che il punto interrogativo alla fine del loro nome andrebbe trasformato in esclamativo e sottolineato in neretto. Uno di quei gruppi a cui ti affezioni in giovane età e che non molli più, seguendo fedelmente la loro bizzarra vena creativa che si contorce come una montagna russa senza mai fine. Una band che avrebbe potuto costruire una carriera su hits come ‘Nowhere’, ‘Screamager’ o ‘Stories’ e che invece ha proseguito a testa bassa, andando spesso incontro alla cieca critica che li dava per morti quando invece di continuare a sfornare singoli, si avventurarono in percorsi musicali più ostici e meno immediati, voltando lo sguardo a ritroso verso i loro esordi industrial/noise rumoristi, scatenando pure le ire delle loro case discografiche. Spigolosi e accomodanti quando serve: dai dischi più melodici e rock'n'roll (SHAMELESS-2001, HIGH Anxiety-2003) ai quelli ostici e poco penetrabili (SUICIDE PACT YOU FIRST-1999, CROOKED Timber-2009 fino al buon CLEAVE di due anni fa) il tutto senza farsi influenzare da mode musicali e lontano da qualsiasi catalogazione. E forse sta lì la loro disgrazia: quando alternative rock, noise, post punk, grunge, industrial, metal si ritrovano in un solo gruppo, il rischio è quello di spiazzare e confondere.. L'uscita di questa atipica raccolta in un momento così nefasto per l'umanità sembra solo confermare il trend della loro carriera. Andy Cairns, Michael McKeegan e Neil Cooper prendono dodici canzoni del loro repertorio (da 'Teethgrinder' a 'Opal Mantra' passando per 'Loose', 'Church Of Noise' 'Diane' (la cover dei mentori Husker Du) fino a una 'Die Laughing' insieme a James Dean Bradfield dei Manic Street Preachers e le risuonano nude e crude live agli Abbey Road Studios insieme al fido produttore Chris Sheldon. Nulla di nuovo, solo un altro segnale che i Therapy? ci sono sempre e lottano insieme a noi. Esiste anche una versione con un CD in più che raccoglie altre canzoni registrate live tra il 1990 e il 2020.





sabato 4 luglio 2020

RECENSIONE: JOHNNY CASH (The Complete Mercury Recordings 1986-1991)





















JOHNNY CASH  The Complete Mercury Recordings 1986-1991 (Mercury, Box 7 CD, 2020)


THE COMPLETE MERCURY RECORDINGS, il periodo Mercury di JOHNNY CASH, dal 1986 al 1991: tutto da riscoprire

Scaricato a metà anni ottanta da una  Columbia delusa dalle scarse vendite di un personaggio che i loro occhi  consideravano ormai perso in un lento declino se non finito del tutto, anche lo stesso Johnny Cash non nascose delusione e stanchezza di fronte all'etichetta che da circa trent'anni pubblicava i suoi dischi, un odio reciproco: "ero stufo di sentirli parlare di statistiche, ricerche di mercato, di nuove evoluzioni del genere country e di tutta una serie di tendenze che remavano contro la mia musica…". Avevano ragione entrambi.
Ma in quegli anni le cose che andavano storte erano maggiori di quelle positive nella vita di Cash: scosso dalla morte del padre Ray a ottantotto anni con il quale dopotutto aveva dei rapporti non troppo idilliaci, Johnny Cash trova un tetto apparentemente sicuro sotto la Mercury Records che inizialmente sembra lasciargli l'illusione della migliore carta bianca su cui scrivere il proprio futuro. Sei dischi incisi, tanto freschi e ispirati quanto ignorati dal grande pubblico e dimenticati troppo in fretta, complice la scarsa promozione dell'etichetta (allora è un vizio!). Se ci mettiamo alcuni problemi di salute tra cui un ricovero per aritmia cardiaca nel 1987 che lo porterà all'inserimento di un bypass due anni dopo (Roy Orbison morì per lo stesso motivo in quei mesi) e anche la morte della madre avvenuta nel 1991, ne esce un quadro generale non troppo esaltante per un personaggio in cerca di riscatto in un mondo musicale che stava viaggiando veloce lontano dalle sue rotte.
Anche questa parentesi verrà archiviata velocemente e lo stesso Cash che nonostante tutto considerava questo periodo "il più felice della mia carriera discografica", sconfortato, dirà: "per un po' mi sentii sollevato ma i vertici della Mercury a New York cambiarono opinione  e scivolai lentamente nel dimenticatoio. I miei dischi non meritavano di essere promossi nel migliore dei modi. Jack (Clement) e io ci impegnammo a fondo in sala di registrazione  e abbiamo prodotto brani di cui sono molto orgoglioso ma era come se avessi cantato in un teatro vuoto. I miei singoli non passavano alla radio e non c'era nessun investimento pubblicitario per promuovere i miei album".
Un disco rotto che gira.
Questo cofanetto corredato da un bel libretto esaustivo ce li ripropone quei dischi (erano da tempo fuori catalogo) unitamente a un altro disco quasi inedito per un totale di sette dischi ad un prezzo abbordabile (almeno in versione CD): l'inedito  CLASSIC CASH: HALL OF FAME EARLY MIXES  include una versione grezza ritrovata recentemente dei brani di CLASSIC CASH: HALL OF FAME SERIES (1988) in cui rileggeva i suoi vecchi cavalli di battaglia con lo spirito e i suoni di quei metà anni ottanta.
C'è certamente voglia di revival: il ritorno ai Sun studio dopo ventisette anni con le registrazioni di CLASS OF '55: MEMPHIS ROCK & ROLL HOMECOMING (1986) un omaggio a Elvis e al primo rock'n'roll in compagnia di "vecchi amici" come Carl Perkins, Jerry Lee Lewis e Roy Orbison con l'inclusione di ' Big Train (From Memphis)' un inedito scritto per l' occasione da John Fogerty è un po' il seguito di Survivors e fratello di Highwayman, dischi di gruppo dove vecchi amici sembravano farsi coraggio l'un l'altro.
Gli anni Mercury includono JOHNNY CASH IS COMING TO TOWN (1987), il primo vero disco uscito per la Mercury, venduto (poco) come "l'album del ritorno" e prodotto da una vecchia conoscenza come Jack Clement che includeva pure 'The Big Light' di Elvis Costello da King Of America, 'Let Him Roll' di Guy Clark e due buoni inediti come 'The Ballad Of Barbara' e 'I'd Rather Have You', passando per i duetti di WATER FROM THE WELLS OF HOME (1988) insieme a June Carter, alla figlia Rosanne, al figlio John Carter ('Call Me The Breeze' di J. J. Cale), gli Everly Brothers, Paul McCartney ("è una splendida canzone" dirà CASH di 'New Moon Over Jamaica') Hank Williams Jr., Waylon Jennings, Glen Campbell, Emmylou Harris, tentativo di attirare l'attenzione con l'esca degli ospiti ma che naturalmente non riuscì nel suo nobile intento.
C'è poi il tentativo di tornare ai suoni delle origini con BOOM CHICKA BOOM (1990) e al suono dei Tennessee Two, prodotto da Bob Moore che inizia con la classica intro live "Hello, I'm Johnny Cash" a introdurre la giocosa 'A Backstage Pass', scherzosa rappresentazione del backstage di un concerto di Willie Nelson, con 'Hidden Shame'  scritta per l'occasione da Elvis Costello e 'Cat' s In The Cradle' di Harry Chapin, con alcune B-side aggiunte e la forte identità che lo porta a essere il suo miglior disco targato Mercury, infine THE MISTERY OF LIFE (1991) con in scaletta vecchi successi consolidati e alcune riletture tra cui 'The Hobo Dong' di John Prine, disco fresco e da rivalutare che chiude la parentesi Mercury e che include anche 'The Wanderer' insieme agli U2, "del mio ultimo album per la Mercury sono state realizzate solo cinquecento copie. Anche da parte loro mi sono sentito propinare le solite storie su statistiche e ricerche di mercato".
La solita vecchia storia.
Fortunatamente dietro l'angolo c'era già uno scalpitante Rick Rubin pronto a  dare inizio  all'ultima incredibile parte di carriera di Johnny Cash, questa volta sì baciata da successo e pubblico.






giovedì 2 luglio 2020

RECENSIONE: CEELO GREEN (Ceelo Green Is Thomas Callaway)

CEELO GREEN CeeLo Green is Thomas Callaway (Easy Eye Records, 2020)


incontri che svoltano la carriera? Dan Auerbach sembra inarrestabile. Sotto la tela del ragno costruita nei suoi studi Easy Eye Sound di Nashville (band e etichetta discografica sono incluse nel prezzo) questa volta ci finisce CeeLo Green, ossia Thomas Callaway, 46 anni, cantante R&B ma anche rapper (con i Goodie Mob) e pop star di Atlanta con diversi Grammy nel taschino ma anche giudice nei talent americani, anche se per i più rimane la metà dei Gnarls Barkley, duo formato con Danger Mouse. Era il 2006 e la loro canzone 'Crazy' usciva da ogni posto dove delle note avessero avuto la possibilità di uscire. Proprio Danger Mouse già produttore di un paio di lavori dei Black Keys fa da ponte tra Auerbach e Ceelo Green. L'intesa tra i due è stata immediata ed ha portato alla scrittura di una dozzina di pezzi Soul e R&B con piccole striature rock ('Doing It All Togheter'). "CeeLo è così incredibilmente audace con le sue parole e la sua gamma è fuori controllo, non abbiamo lavorato per scrivere un successo. Abbiamo finito per scrivere canzoni sulla famiglia, i propri cari, bambini, il Vangelo. È molto eccentrico, molto divertente. Ma è anche molto umile e molto dolce" racconta Aurbach. Ma è la voce di Green, in grande evidenza, a fare la differenza "è uno dei più grandi cantanti viventi" alza la posta sempre Auerbach. Green si è trovato a registrare per la prima volta davanti ad una vera e propria band che comprendeva anche mitici componenti dei Muscle Shoals Sound Studio di Sheffield, Alabama. Le dodici canzoni sono state registrate in due soli giorni, sei per giorno, mantenendo intatta la patina di autenticità: ad esempio il primo singolo 'Lead Me' è venuto fuori così alla prima. Il risultato è sorprendente, morbido e esplosivo pur ricalcando suoni in perfetto stile sixties di casa Motown e Stax ('la contagiosa' People Watching'), gospel, arrangiamenti orchestrali compresi ('I Wonder How Love Feels') e con il tipico Nashville sound bianco dietro l'angolo ('Little Mama'). Ecco se proprio un difetto bisogna trovarlo, forse qualche episodio "mosso" in più avrebbe giovato.
"Sento che insieme abbiamo catturato alcuni momenti molto speciali su nastro. Per me, questo disco parla di amore, guarigione e tranquillità" dice Green. Certo la mano di Auerbach è ormai riconoscibile e secondo me non ha mai sbagliato un intervento, alcune cose meglio di altre ma tutto è sempre stato fatto con classe invidiabile: l'abbiamo sentita sopra ai dischi di Dr. John, Early James, Yola, Robert Finley, Marcus King, John Anderson, Jimmy Duck Holmes. Dischi corposi, curati in ogni minimo dettaglio proprio come si faceva una volta. Ma qui secondo me siamo oltre perché dona a Ceelo Green la possibilità di reinventarsi completamente calcando territori vintage solo sfiorati in precedenza, diventare Thomas Callaway per un disco e se le cose andranno bene, chissà, forse per sempre.
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lunedì 29 giugno 2020

RECENSIONE: RAY LAMONTAGNE (Monovision)

RAY LAMONTAGNE  Monovision (RCA Records, 2020)




nudo, puro, libero e solitario
Ultimamente ci aveva abituato ad album sempre più coraggiosi con produttori dal nome importante, ricchi e sfaccettati che si spingevano in territori psichedelici e sperimentali (prima Supernova poi il culmine in Ouroboros del 2016), quasi pinkfloydiani e con la voce spesso sacrificata, ma questa volta Ray Lamontagne per il suo ottavo album sembra veramente essersi stancato di tutti i contorni che girano intorno alla musica. Si sveste completamente, ritorna in terra e in qualche modo riparte da Trouble (forse irraggiungibile per l'intensità delle canzoni), il suo primo album uscito nel 2004 quando l'età bussava già ai trenta e lavorare in una fabbrica di scarpe prima e da carpentiere poi erano stati i suo maggior impegni fino a quel momento.
È un ritorno all'essenzialità primordiale della folk music bagnata dal soul e per farlo sembra fidarsi solo di una persona che conosce meglio di tante altre: sé stesso. Qualcosa lo aveva già anticipato nel precedente Part Of Light uscito nel 2018 ma qui estremizza ancor di più la sua voglia di libertà compositiva. Scrive, canta - con quella voce inconfondibile tanto profonda quanto inarrivabile - suona tutti gli strumenti e si produce. Un dialogo con sé stesso senza interferenze esterne.
"È stato un processo di apprendimento, ma è stato stimolante, divertente, tutto allo stesso tempo. Essere colui che sceglie il microfono e lo posiziona nel punto desiderato per ottenere quel suono. Mi piace lavorare sulle cose" ha raccontato al sito americansongwriter.
Inizia con l'arpeggio di 'Roll Me Mama, Roll Me' che sembra addirittura chiamare in causa i fantasmi dei Led Zeppelin più bucolici mentre la sua voce si inerpica su tonalità black. Non ci sono trucchi e inganni da studio di registrazione (a parte che fa tutto lui, naturalmente), tutto esce limpido e puro come il trascorrere dei giorni della sua vita nella fattoria nel Massachusetts insieme alla compagna di sempre. Come in 'I Was Born To Love You', ballata acustica in puro stile west coast con una elettrica a ricamare dietro e richiamare il suo primo idolo Stephen Stills e quel disco Still Alone che lo fece correre al primo negozio di strumenti musicali per acquistare la prima chitarra, come nella delicata 'Summer Clouds' che dietro alle nubi pare di intravedere gli illuminati sixties di Tim Buckley, mentre in 'Weeping Willow' con la voce doppiata con un multitraccia gli anni sessanta sono quelli dei grandi gruppi vocali come Everly Brothers e Simon And Garfunkel, mentre l'armonica potrebbe fare di 'We'll Make It Through' una delle tante canzoni perdute di Neil Young degli anni giusti. 'Rocky Mountain Healin' è un omaggio a John Denver già dal titolo, country arioso e malinconico che fa pace con la natura del Colorado.
Il ritmo, ereditato da John Fogerty, aumenta in 'Strong Enough' quasi autobiografica nel raccontare la forza di una madre single che cresce da sola i propri figli (sua madre lo era dopo che il padre alcolizzato li abbandonò, cambia solo il luogo: il Maine), in 'Misty Morning Rain' invece c'è tutto il Van Morrison, tanto, che si nasconde dentro di lui. Il disco si chiude nel dolce amaro e malinconico viaggio di 'Highway To The Sun' dove canta "voglio solo provare qualcosa di reale prima di morire".
Intanto lo fa provare a noi: qui tutto è reale, nessun trucco, nessun inganno. Lunga vita a lui e a noi tutti. Ben tornato sulla terra.









giovedì 25 giugno 2020

RECENSIONE: COUNTRY WESTERNS (Country Westerns)

COUNTRY WESTERNS 
 Country Westerns (Fat Possum Records, 2020)





l'ultima scommessa di David Berman

Non fatevi ingannare troppo dal nome, nel suono dei Country Westerns si nascondono le chitarre, i germi e l'influenza di gruppi come Replacements, Green On Red, Dream Syndicate o meglio ancora dei Drive By Truckers, the Bottle Rockets, dei Son Volt, o i Lucero più recenti, piuttosto che paglia, violini, banjo, mandolini e sterco da ranch di campagna.
Un suono minimale ereditato dal punk rock ma caldo e completo come sapeva essere certo indie rock americano degli anni ottanta. Come spiega bene il loro produttore Matt Sweeney "l'idea era di catturare l'urgenza del loro spettacolo dal vivo". La missione sembra riuscita molto bene.
Anche se nati proprio a Nashville nel 2016, dall' incontro tra il chitarrista Joseph Plunket dei The Weight (che nella città del country ci era andato per aprire un bar) e il batterista ma anche attore Brian Kotzur con un passato nei Silver Jews. Dopo mesi di prove dentro al garage di Kotzur, la vera svolta arrivò proprio grazie al l'intuizione del compianto David Berman che si innamorò di loro li spedì a New York dove incontrarono il produttore Matt Sweeney. Le canzoni iniziano a prendere forma fino a diventare realtà quando entra in formazione Sabrina Rush al basso, musicista che fino ad allora aveva sempre suonato il violino nei State Champion.
Il risultato sono queste dodici brevi canzoni, dirette e ruvide ma anche evocative nei testi dove lo spirito dell'indie rock americano, il paisley sound e l'americana trovano una via comune tra l'asperità di chitarre tarate in stile Crazy Horse (riff e assoli), il calore delle radici americane strappate come i Old 97's sapevano fare e la voce ruvida ma calda di Plunket che spesso mi ricorda il miglior Ben Nichols dei Lucero. L'iniziale 'Anytime' è un buon lasciapassare che detta l'anima di questo debutto, passando per 'Times To Tunnels' e una 'I' m Not Ready' che il cantante presenta così "nessuno ci accuserà mai di essere una band Kraut rock, ma i dischi dei Can, Neu, Harmonia e Amon Duul II ecc. Sono sempre vicini al mio giradischi. Il nostro batterista Brian Kotzur è in grado di fare un perfetto motorik tutto il giorno. Volevamo solo un po' di quella sensazione per questa traccia", anche se poi il tutto si conclude quasi ironicamente con 'Two Characters In Search Of A Country Song'.
Una band da tenere d'occhio e certamente uno dei debutti dell'anno a certe latitudini rock.





martedì 23 giugno 2020

RECENSIONE: ANDREA VAN CLEEF (Q Sessions Vol.2, Johhny Cash Tribute)

ANDREA VAN CLEEF   Q Sessions Vol. 2, Johnny Cash Tribute (2020)



Durante il lockdown dai nostri bollenti schermi abbiamo visto e assistito di tutto da parte di cantanti solitari, imbonitori, band, rockstar e cantanti improvvisati.
Alcune cose sono capitate davanti ai nostri occhi a sorpresa (le scenette di Robert Fripp e consorte), altre stavano avvenendo di nascosto (registrazione di nuovi interi album). Abbiamo visto i Rolling Stones suonare separatamente ognuno dalla propria casa (anche un nuovo singolo per loro), Bob Dylan regalarci alcune canzoni inedite piovute dal nulla dopo otto anni di silenzio (ecco un nuovo disco nelle nostre mani!), Neil Young suonare antiche canzoni alla vecchia maniera in mezzo al fienile del suo ranch con cani e galline come unici spettatori, artisti di tutti i generi improvvisare concerti in diretta streaming. Quelli di Jesse Malin li ho apprezzati più di altri. Nel frattempo c'era anche modo da parte loro di raccimolare qualche soldo donato dai fan. Il loro settore è stato, e lo è ancora-lo sappiamo tutti o quasi, il più colpito.
Il bresciano Andrea Van Cleef ha vinto una iniziale riluttanza e si è prestato alle dirette streaming con molta parsimonia e la consueta dedizione, proponendo set a tema e assecondando anche richieste. Il set dedicato a Johnny Cash è stato certamente uno dei più riusciti. Da qui, credo, l'idea di farne un vero e proprio disco  di ben dodici canzoni pescate dallo sterminato repertorio di Johnny Cash. Si va da 'I`m An Old Cowhand' alle American Recordings di 'Rusty Cage', 'Hurt', '13' e 'Personal Jesus' passando per le immancabili 'Ring Of Fire', 'I Walk The Line', 'Cry Cry Cry' e 'Folsom Prison Blues'.
Chi già conosce Andrea, sa quanto il suo timbro vocale ben si adatti al 'man in black' così come si adattava alla vocalità di Mark Sandman dei Morphine, gruppo che qualche anno fa "coverizzava" in modo sublime. Ecco proprio quel timbro lì, senza sforzarsi o cadere in ridicole parodie.
Ma c'è di più, perché allentato il lockdown, Andrea ha pensato di personalizzare e  colorare la sua performance registrata il 21 Maggio da casa sua nel bel pieno di un trasloco con alcuni overdub aggiunti da lui successivamente (percussioni, synth e chitarra elettrica) e gentilmente altri offerti da amici musicisti: Pietro Ettore Gozzini  ci ha messo il suo double bass, Marcello Milanese e Diego Potron  le loro chitarre elettriche, Ottavia Brown (voce) e Matteo Rossetti (piano) intervengono in una riuscitissima versione di 'Jackson'.
Per chi volesse ascoltare queste dodici tracce presentate da una copertina che più vintage non si può (vi ricordate la serie Linea tre?), potrà farlo acquistandole all'indirizzo PayPal qui sotto. Attenzione c'è tempo fino a fine mese di Giugno.  PayPal.me/andreavancleef
Naturalmente siete tutti invitati a scoprire Andrea Van Cleef attraverso i suoi dischi solisti (l'ultimo disco pre Covid che acquistai fu proprio il suo cofanetto con il nuovo progetto Fuzz Resistance) e a quelli con la band Humulus se amate anche sonorità più dure e stoner. La loro ultima fatica discografica  The Deep è una delle tante vittime del lockdown ma i ragazzi avranno modo di presentarla ugualmente come si deve nei prossimi mesi.



RECENSIONE: ANDREA VAN CLEEF- Tropic Of Nowhere (2018)
RECENSIONE: HUMULUS-The Deep (2020)


sabato 20 giugno 2020

RECENSIONE: SUPERDOWNHOME (Blues Case Scenario)

SUPERDOWNHOME
   Blues Case Scenario (Warner, 2020)



un salto in major
Di loro ho ampiamente parlato in occasione dell'uscita dei precedenti tre dischi. (Sotto vi lascio i link). 
Si potrebbe liquidare tutto con: questa è una semplice raccolta, esercizio di routine per tracciare un primo bilancio di carriera (ancora breve ma concentrata e intensa) o buona esca per attirare nuovi adepti dentro alle maglie della loro rete blues intrecciata sapientemente con suoni grezzi e viscerali, entusiasmo da eterni debuttanti e esperienza da carta di identità che canta e che conta e ancora tanta voglia di shakerare il blues con il rock a loro somiglianza. 
Invece no, perché, ancora una volta nell'arco di brevissimo tempo il duo bresciano composto da Beppe Facchetti e Enrico Sauda ha fatto passi da gigante, coadiuvato da Slang Music e Giancarlo Trenti che li hanno condotti verso uno step inizialmente inaspettato. 
Dall'uscita del precedente Get My Demons Straight, hanno infilato uno dietro l'altro due colpi da gran giocolieri che potrebbero portarli  verso risultati ancor più sorprendenti in futuro: in Gennaio anche se sembra già un secolo fa, in tempo massimo pre Covid, sono riusciti a partecipare all'International Blues Challenge a Memphis in rappresentanza del blues made in Italy, riuscendo anche a girare gli States per sondare il terreno, allacciando nuove amicizie e prenotando nuove future collaborazioni che certamente segneranno il prossimo disco. 
Lì è uscita anche la bella copertina, opera del fido Ronnie Amighetti
Il lockdown ha invece portato la notizia del contratto con la major Warner e il risultato è questo vinile (un regalo, un premio meritato, un oggetto da collezione, chiamatelo come volete ma è una cosa figa e ben fatta), uscito per questo Record Store Day estivo, nipote di quello primaverile vittima pure lui del lockdown come se i dischi non avessero già troppi problemi loro: dieci canzoni prodotte da Marco Franzoni e scelte dal loro repertorio, rimasterizzate per l'occasione e ben rappresentative del loro approccio alla musica dove la tradizione e il presente giocano a carte allo stesso tavolo. Nessuno ha la meglio sull'altro ma tutti giocano per vincere. 
Naturalmente i nomi di Charlie Musselwhite e Poppa Chubby incastrati dentro alle parentesi come featuring sono un sigillo di qualità che non tutti possono permettersi ma l'esplosione che avviene posando la puntina dello stereo sul nero vinile è il vero valore aggiunto del duo che non vede l'ora di tornare sopra a un palco. E chi li ha già visti all'opera sa cosa aspettarsi.

curelli enzo




mercoledì 17 giugno 2020

RECENSIONE: NEIL YOUNG (Homegrown)

NEIL YOUNG     Homegrown  (Reprise Records, 1975/2020)




affetti personali

Chissà se quella notte al Chateau Marmont Hotel di Hollywood, al bungalow Belushi, come lo chiama Neil Young e come è conosciuto dopo la scomparsa di John Belushi avvenuta il 5 Marzo del 1982 proprio tra quelle mura per overdose, girava la stessa "roba" presente durante le registrazioni di Tonight's The Night avvenute circa un anno prima sotto l'effetto di tequila Jose Cuevo e chissà quali altre corroboranti sostanze? In quel hotel star, rockstar e presunte tali andavano per sballarsi. Luogo di incontri tra simili: tutto era lecito, tutto era consentito.
Tonight's The Night, un album (che album!) registrato e messo da parte per tempi migliori che non tarderanno troppo ad arrivare. In quei mesi a cavallo tra il 1974 e il 1975 Neil Young è un fiume in piena di ispirazione, difficile stare dietro alla sua vena creativa, ingrossata a dismisura di umori, di alti e bassi in continua e rapida successione. La vita lo mette continuamente  di fronte a prove da superare. E lui scrive, collabora, registra.

"Sembrava che ogni giorno avessi una nuova canzone. Con tutti i cambiamenti che stavano avvenendo nella mia vita, scrivevo canzoni quotidianamente trasformandoli in qualcosa. Considero sempre le vicende della vita come fonte di ispirazione".




Dentro alle bobine di Tonight's The Night già registrato riposavano i fantasmi di Danny Whitten (scomparso il 18 Novembre del 1972) e Bruce Berry (il roadie scomparso il 4 Giugno del 1973), gli amici volati via troppo presto. Aveva appena pubblicato On The Beach ma quella notte al bungalow Belushi voleva far ascoltare ai suoi amici, quelli ancora in vita, altre nuove canzoni che aveva appena registrato. Canzoni dall'impronta acustica, country, "molto personali" come dirà, più vicine ad Harvest piuttosto che al blues tinto di nero che inquina  la spiaggia di On The Beach, l'ultimo album inciso, uscito nel 1974. Con lui nella stanza ci sono Ben Keith e tanti musicisti tra cui Rick Danko della Band. Ascoltano tutte le nuove canzoni che Young aveva catalogato sotto il titolo Homegrown, poi i nastri continuano la loro corsa e in rapida successione partono le canzoni di Tonight's The Night, quell'album messo da parte. La storia è tutta nella sentenza di Rick Danko: "dovresti farlo uscire! Che diavolo è?" riferendosi all'ultimo blocco di canzoni ascoltate. In quel periodo Neil Young aveva preso in affitto una casa a Broad Beach Road vicino a Zuma Beach ed era entrato in contatto con Danko e Levon Helm che con tutta la Band (con la maiuscola davanti) trascorrevano molto tempo nello studio di registrazione che si erano costruiti poco lontano.
Ecco: dopo la sentenza di Danko, le canzoni di Homegrown che erano già state impacchettate dentro una copertina pronte per invadere il mercato, iniziano una loro seconda vita fatta di scatole, polvere e scaffali.

"Così l`ho tenuto per me, nascosto nel caveau, sullo scaffale, in fondo alla mia mente.... ma avrei dovuto condividerlo. In realtà è bellissimo" sono le recenti parole di Neil Young.

Tonight's The Night uscirà il 20 Giugno del 1975.


Le canzoni che componevano Homegrown erano invece tante, visto che in origine doveva essere un doppio album. Tante di loro finiranno su album seguenti, alcune faranno capolino solo in concerto, altre vedono la luce solo ora. Finalmente! Altre ancora chissà quando?
Registrate tra il Broken Arrow Ranch, al Quadrafonic Sound Studios di Nashville e al Village Recorders di Los Angeles, sotto la produzione di Elliot Mazer e Ben Keith con l'accompagnamento di musicisti come lo stesso Ben Keith (steel guitar), Tim Drummond (basso), Levon Helm e Karl Himmel alla batteria.
Le canzoni già pubblicate ufficialmente in precedenza le conosciamo tutti, anche se alcune differiscono dalle versioni già pubblicate: 'Love Is A Rose', suonata dal solo Young insieme al basso di Drummond vedrà la luce su Decade, il prezioso greatest hits uscito nell'Ottobre del 1977, la lap slide di Ben Keith che guida una versione più grezza ed elettrica della già conosciuta 'Homegrown', un non troppo velato invito alla coltivazione casalinga di "erbe miracolose" finirà insieme alla ballata acustica 'Star Of Bethlehem', impreziosita dall'intervento di Emmylou Harris, su American Stars 'N Bars (1977), il delicato quadretto acustico, chitarra e armonica, di 'Little Wing' l'abbiamo già ascoltata su Hawks And Doves (1980), mentre 'White Line' rimpolperà Ragged Glory ma qui possiamo ascoltarla in una inedita versione registrata ai Ramport Studios di Londra insieme ai ricami chitarristici di  Robbie Robertson, certamente tra le migliori tracce del disco.

Il disco inizia con una classica ballata sbilenca 'Separate Ways', la prima delle canzoni inedite, che indugia sul rapporto che stava andando a rotoli con Carrie Snodgress, attrice americana e madre di loro figlio Zeke, e quel "era un po' troppo personale ... mi ha spaventato" riferito al disco trova subito riscontro in una canzone. Sarà così fino alla fine. Dentro a Homegrown c'è un po' il sunto del Neil Young pensiero anni settanta: quello country di 'Try', perfettamente in linea con Harvest, che continua a rimuginare sul rapporto amoroso arrivato al capolinea rimane uno dei più affascinanti: "abbiamo avuto molto tempo per riuscire a stare insieme, se avessimo provato" canta Young.
C'è quello solitario, voce e pianoforte della brevissima 'Mexico', in cui si chiede "perché è così difficile tener stretto il tuo amore?", quello solitario, chitarra e armonica di 'Kansas', quasi un sussurro appeso tra sogno e realtà, canzone che lui stesso definirà "allucinogena", quello blues di 'We Don' t Smoke It No More' la canzone più lunga del disco nei suoi quasi cinque minuti, pigra, sbilenca, elettrica, quasi interamente strumentale tolto il chorus.
Quello sballato dei tre minuti di 'Florida', uno spoken portato avanti insieme a Ben Keith, due bicchieri di vino, un pianoforte, rumori stridenti, vecchi ricordi d'infanzia, mistero e chissà cos'altro che forse piazzato lì in mezzo al disco non fa una grande figura, spezzando l'atmosfera fin troppo presto.
Quello elettrico di 'Vacancy' con Stan Szelest all'organo Wurlitzer che ha il passo deciso di 'Ohio' e un riff di chitarra accattivante che ci ribadisce ancora una volta perché il movimento grunge degli anni novanta gli abbia voluto così tanto bene.
Ci sono voluti quarant'anni per fare pace con sé stesso e ricucire vecchie ferite, Homegrown potrebbe essere il Blood On The Tracks di Neil Young che non è mai arrivato al mittente (intanto Carrie Snodgress si è spenta il primo Aprile del 2004) anche se solo pochi anni dopo con Comes A Time il sole sembrava risplendere nuovamente, tanto da indurre Young ad accennare un sorriso in copertina.
Intanto godiamoci Homegrown, uno dei dischi "perduti del rock" più suggestivi e tristi di sempre, perché dentro ai cassetti degli archivi altre canzoni stanno già scalpitando per uscire.
Rimane il solo rammarico di avere tra le mani poco più di mezz'ora (37 minuti) di un progetto che aveva ben altri confini.

★★★★ (5)






RECENSIONE: NEIL YOUNG With CRAZY HORSE-Colorado (2019)
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RECENSIONE: NEIL YOUNG and STRAY GATORS-Tuscaloosa (2019)



venerdì 12 giugno 2020

RECENSIONE: DATURA4 (West Coast Highway Cosmic)

DATURA4   West Coast Highway Cosmic (Alive Naturalsound Records, 2020)






…evitando le buche più dure. Sulle strade australiane con Dom Mariani

Il messaggio sembra chiaro: alzate le chiappe da quel divano ormai sfondato, chiudete la porta di casa avendo l'accortezza di lasciarvela dietro e mettete in moto l'auto arrugginita ferma in garage o almeno la vostra migliore fantasia che forse arrugginita non è ancora. Alla colonna sonora ci pensa il quarto album degli australiani DATURA4 guidati dalla vecchia volpe Dom Mariani (chitarra e voce), leggenda del garage rock australiano con i suoi Stems, i suoi Someloves e le altre sue creature.
Ad accompagnarlo Warren Hall alla batteria e Stu Loasby al basso.
L'ultima creatura sono i Datura4, attivi da una decina di anni. Alcuni cambiamenti ne hanno segnato la formazione come l'entrata del tastierista Bob Patient che con il suo Moog inaugura la prima traccia 'West Coast Highway Cosmic' rinfrenscando la 'Highway Star' di purpleiana memoria, indicando però il sentiero da seguire lungo le dieci tracce del disco, costruito su ciottoli di pesante porfido hard stoner rock, umida terra blues e alte nubi psichedeliche. Non c'è tempo di annoiarsi lungo i tornanti hendrixiani di 'Wolfman Woogle' arricchita dall'armonica di Howie Smallman, nei cadenzati e più pesanti blues di 'A Darker Shade Of Brown' e 'You Be The Fool', e nel boogie alla ZZ Top di 'Rule My World' che instancabili solcano la terra dalle prime luci dell'alba fino alle ore del crepuscolo, là nei campi che fiancheggiano la highway.
Anche la siesta come la più pigra delle lucertole sotto il sole durante la pausa lisergica di 'You're The, Only One', e nel gioioso pop sixties di 'Give' assume la sua giusta importanza.
Almeno fino alla ripartenza lungo il rettilineo dove vecchi sassi di garage rock'n'roll colpiscono a mitragliate i cerchioni delle ruote in 'Mother Medusa' che ha pure in dote la pesantezza dello stoner e in 'Get Out' con quel pianoforte alla Jerry Lee Lewis che tiene il tempo meglio di un qualunque orologio: non lo fa passare. La sospensione su cui vive la finale 'Evil People, Pt. 1' conferma il tutto.








martedì 9 giugno 2020

RECENSIONI: BLACK RAINBOWS (Cosmic Ritual Supertrip) BRANT BJORK (Brant Bjork)


BLACK RAINBOWS  Cosmic Ritual Supertrip (Heavy Psych Sounds Records, 2020)




Mentre il pop italiano si riunisce per omaggiare Rino Gaetano con la scusa del Covid (o viceversa) con un risultato alquanto imbarazzante ma raggiungendo con un clic le prime pagine, ricordiamoci che in Italia ci sono realtà, nascoste ai più ma ben note alla piccola e ristretta schiera dei seguaci, che girano l'Europa, e pure gli States in questo caso, facendo tour, festival e anche buoni numeri con fatica e sudore d'altri tempi. Oggi parlo di loro perché è appena uscito il nuovo disco, ma sono tante le band che in qualche modo tengono a galla il rock (italiano) in giro per il mondo con concerti e una cura dei particolari che sa di antico, vedere grafiche e merchandising. Si intitola Cosmic Ritual Supertrip, il ritorno dei BLACK RAINBOWS, band guidata da Gabriele Fiori, anche a capo dell'etichetta Heavy Psych Sounds Records che vanta nel proprio rooster pezzi da novanta come Brant Bjork, Geezer, prossimamente anche Mondo Generator e tantissime altre band. Più di dieci anni di carriera concentrati dentro al loro album più centrato, meglio registrato e completo fino a qui. Nel titolo c'è pure la miglior recensione al disco. Non sbagliano praticamente nulla in queste dodici canzoni. Chitarre fuzz, riff pesanti ereditati da Tony Iommi ('Universal Phase'), stoner rock anni novanta ('Snowball'), psichedelia e space rock alla Hawkwind ('Hypnotized By The Solenoid') come se piovessero pianeti, non manca il pezzo acustico ('Searching For Satellites'), riff selvaggi che richiamano il proto punk dei seventies ('At Midnight You Cry') e l'attitudine hard rock'n'roll presa in prestito dai Monster Magnet di Dave Wyndorf sono sempre i riferimenti ben amalgamati e stampati nel loro colorato biglietto da visita. Basta solo allungare una mano e ritirarlo.









BRANT BJORK   Brant Bjork (Heavy Psych Sounds Records, 2020)

La cosa migliore sarebbe indossare gli occhiali da sole che riposano lì sul mobile da circa tre mesi, mettere in moto la macchina con il pieno di benzina fatto ancora a inizio Marzo (quanto risparmio però!) e partire per un lungo viaggio senza meta, passando pure da regione in regione. Così, tanto per infrangere anche le regole. Regole?!? O anche solo per il gusto di abbassare il finestrino, mettere un braccio fuori, alzare l'autoradio e sentirsi un po' liberi. Là fuori non ci saranno il sole e i deserti di Joshua Tree, ma BRANT BJORK è un buon padrone di casa. Uno che fa tutto da solo, ci racconta un po' di sé e si inventa un po' di storielle bizzarre. Sa sempre come farti sentire a casa sua. Accomodatevi. Ci riesce bene anche questo nuovo album che cattura, grazie al suo ipnotico groove dove desert rock, stoner, chitarre fuzz e psichedelia amano più del solito bagnarsi tra le acque calde del soul e del funky. Caldo, sudato, sexy, avvolgente. E allora per un attimo ci si sente un po' come quel Gesù eretico ed errante protagonista di 'Jesus Was A Bluesman' .








giovedì 4 giugno 2020

RECENSIONE in pillole: THE COFFIS BROTHERS (In The Cuts)

THE COFFIS  BROTHERS In The Cuts (Blue Rose Music, 2020)




leggera brezza
IN THE CUTS è quarto disco dei californiani THE COFFIS BROTHERS, gruppo nato dieci anni fa, creatura dei fratelli Jamie e Kellen Coffis e del bravo chitarrista Kyle Poppen.
Come si potrebbe intuire dalla copertina siamo in territori soleggiati, pieni di luce: la west coast morbida, quella più gentile, pop e musicalmente educata di America ('In My Imagination') e Jackson Browne, ci sono i sixties dei Byrds e il country rock dei nineties alla Jayhawks ('Real Thing') ma non mancano anche buone rock song con chitarre elettriche in primo piano che chiamano in causa Tom Petty, i suoi cuori spezzati e le strade del sud ('Too Goog To Let Go').
Già Petty, insieme a Neil Young, Beatles, Buddy Holly, ELO sono i loro punti fermi, orgogliosamente dichiarati.
Da quelle parti, sulle montagne di Santa Cruz (fino al precedente disco il nome era The Coffis Brothers And The Mountain Men) e giù fino al mare, paradiso per i surfisti, sanno come scrivere buone canzoni, ariose e accattivanti, guardando, omaggiando e rispettando i padri.
Le loro influenze musicali le spiegano così : "siamo cresciuti nella valle di San Lorenzo sulle montagne di Santa Cruz, e c'è sicuramente qualcosa di vecchio nella zona… alcuni hippy si trasferirono qui negli anni '70, avendo figli da metà alla fine degli anni '80 e quindi influenzarono pesantemente i nostri gusti musicali".
Non a caso il tutto si conclude con la citazione più in vista degli Everly Brothers nella finale 'Bye Bye Susie'.
Un disco dai sapori antichi, di buone armonie vocali e vibrazioni positive, di juke box sulla spiaggia e barbecue nei prati, di van sull'asfalto che attraversano pini e sequoie su strade in discesa per raggiungere il mare che si scorge dall'alto.
Leggera brezza per i prossimi mesi estivi.




domenica 31 maggio 2020

RECENSIONE in pillole: JOE ELY (Love In The Midst Of Mayhem)

JOE ELY  Love In The Midst Of Mayhem  (2020)




Molti artisti nei mesi di quarantena ci hanno regalato nuove canzoni. Bob Dylan ci ha dato la sveglia per ben due volte con  nuove canzone, che finiranno nel prossimo disco di imminente uscita.
JOE ELY, venerdì 17 Aprile 2020, ci  ha regalato addirittura un disco intero di dieci canzoni: LOVE IN THE MIDST OF MAYHEM.
"Volevo che queste canzoni fossero ascoltate ora piuttosto che tra sei mesi" dice Joe Ely di questa atipico album costruito in casa con canzoni inedite e chiuse nei cassetti privati della sua vita. Li ha aperti insieme a sua moglie Sharon.
"Dormivo più del dovuto. Alla fine, mia moglie Sharon e io abbiamo deciso di concentrare la nostra energia su ciò che facciamo meglio. " Sono saltati fuori fogli, appunti, files, canzoni scritte nell'arco di tutta la sua carriera, da quelle più vecchie, datate 1973/74 come 'There' s Ever Been' e 'Soon All Your Sorrows Be Gone' a una 'Garden Of Manhattan' (2015), l'unico scatto elettrico del disco, alle recentissime 'A Man And His Dog' (2018) e il valzer 'You Can Rely On Me' (2019), passando per gli anni ottanta dell'ombrosa 'Cry' (1987), la ballata al pianoforte 'Your Eyes' (2012), l'andatura quasi clownesca di 'Glare Of Glory'.
Tutte hanno un denominatore comune: gravitano intorno all'amore. E tutte, inutile dirvelo hanno l'inconfondibile marchio del rocker senza padroni di Amarillo, Texas, fatto di ballate, border songs, fisarmoniche, spazi desertici, polvere, lentezza e dolcezza, romanticismo, libertà e tanto amore.





martedì 26 maggio 2020

RECENSIONE: STEVE FORBERT (Early Morning Rain)

STEVE FORBERT    Early Morning Rain (Blue Rose Music, 2020)





early in the morning

Questa raccolta di canzoni potrebbero essere i 45 giri (questi oggetti scomparsi!) che il giovane Steve Forbert si portò con sé dentro la valigia quando a metà anni settanta si spostò dal natio Mississippi verso New York in cerca della famosa buona stella. Che trovò con caparbietà tra i locali del Greenwich Village e le strade che portavano al CBGB.
"Undici delle mie canzoni preferite. Una sola scritta dopo il 1973". Ci tiene a precisarlo Forbert.
La valigia è pesante di storia e preziosa di ricordi. Dopo Magic Tree, uscito due anni fa raccogliendo vecchie canzoni dimenticate nel cassetto, dopo l'autobiografia che faceva il punto della situazione, passato un periodo poco felice per la sua salute, questo disco di cover sembra essere una nuova ripartenza. Ripartire dai propri punti fermi. Queste sono le canzoni che ama di più, suonate con il suo inconfondibile tocco dove melodia, folk e blues si incontrano con l'immancabile freschezza che lo ha accompagnato da sempre e una voce che non sembra aver subito troppo il trascorrere del tempo. Chiudendo gli occhi quell'uomo di 65 anni in copertina sembra sempre lo stesso ragazzo di quel debutto arrivato nel 1978. Ci mette nuovamente la faccia.
"Nel corso dei decenni ho sempre mantenuto un elenco di canzoni per le quali provavo forti sentimenti o una certa affinità. Per questo album, ho iniziato con un elenco di 130 brani e, a partire dallo scorso maggio, insieme al mio produttore Steve Greenwell, abbiamo iniziato a fare demo delle canzoni e a sfoltire la lista" ha raccontato Forbert in una recente intervista
Certo, confrontarsi con 'Suzanne' di Leonard Cohen, 'Your Song' di Elton John, 'Dignity' di Bob Dylan non è certamente facile per nessuno. Ma non è una sfida ma un atto di amore. E si sente. La sua spontaneità è l'arma vincente.
In scaletta anche: Kinks ('Supersonic Rocket Ship'), Grateful Dead ('Box Of Rain'), Richard e Linda Thompson ('Withered And Died'), Judy Collins ('Someday Soon'), Charlie Walker ('Pick Me Up On Your Way Down'), Danny O'Keefe ('Good Time Charlie's Got The Blues') e Gordon Lightfoot con 'Early Morning Rain' a regalare il titolo alla raccolta.
Che Forbert non abbia dimenticato di essere prima di tutto un grande fan della musica lo si capisce anche durante i suoi live quando pur con quarant'anni di carriera alle spalle non è raro sentirlo rendere omaggio ai suoi idoli, quelli che ancora oggi si porta dietro nella valigia della vita.
 

venerdì 22 maggio 2020

RECENSIONE: STEVE EARLE & THE DUKES (Ghosts Of West Virginia)

STEVE EARLE & The DUKES   Ghosts Of West Virginia (New West Records, 2020)






l'ultimo dei working class hero

Le loro storie vengono sempre a galla quando è troppo tardi. I giornali dedicano pagine intere e titoli, i loro volti, i nomi vengono sbattuti in prima pagina. I  sindacati, quando ci sono, fanno la voce grossa. Ma solo pochi giorni dopo il  ricordo si stinge, le foto sbiadiscono, i nomi vengono dimenticati, tutto vive sempre e solo nella memoria dei cari rimasti in piedi in questa superficie alla luce del sole, poco sicura anch'essa, oppure scolpito sopra a un monumento in granito che li ricorda, posizionato lungo la statale. Visibile solo quando passa la mano di un tosaerba e se freni, parcheggi  e scendi dall'auto.
Era il pomeriggio del 5 Aprile del 2010 quando un'esplosione improvvisa non lasciò scampo a 25 minatori che stavano lavorando nella miniera di Upper Big Branch nella comunità di Montcoal nel West Virginia, 1000 piedi sotto la terra. Altri quattro dispersi verranno trovati successivamente portando il conto a 29 operai deceduti. Le scarse condizioni di sicurezza della miniera furono spesso denunciate ma rimasero un grido inascoltato, pronto da tirare fuori a tragedia avvenuta. Buono e utile solo per eventuali processi. Per la cronaca: la miniera è stata chiusa, il presidente ha passato un solo anno di reclusione e ha continuato la sua vita riciclandosi in politica. Sembra un copione già scritto troppe volte: giustizia non fu fatta, naturalmente. Rimane solo il granito scolpito con i loro nomi e l'erba alta intorno.
Steve Earle quei 29 minatori li nomina tutti, quasi con rabbia, nel testo della tesa ed elettrica 'It' s About Blood' una delle dieci canzoni che compongono questo nuovo Ghosts Of West Virginia, figlio di uno spettacolo teatrale. Un progetto nel quale venne coinvolto, pensato da Jessica Blank e Eric Jensen per mantenere intatta la memoria e che sarebbe stato messo in scena nel marzo di quest'anno se il lockdown non fosse intervenuto a mettere i sigilli.
Earle nel disco riprende quella triste storia di cronaca e alcune canzoni scritte appositamente per la commedia e ce le racconta insieme ai suoi Dukes (la "rossa e indispensabile Eleanor Whitmore al violino, il marito Chris Masterson alla chitarra, Ricky Ray Jackson alla pedal steel, Brad Pemberton alla batteria e Jeff Hill-Chris Robinson Brotherhood-al basso in sostituzione di Kelley Looney, scomparso poco prima di entrare in studio), più Eleanor Masterson voce nell'arioso ma straziante folk  'If I Could See Your Face Again', interpretata con la vista spostata dalla parte di chi sta a casa ad aspettare, magari con dei figli e un mutuo da pagare.
Un disco breve (29 sono i minuti proprio come i morti), registrato in mono (per via dei problemi all'udito di Earle), diretto, accusatorio, che ha i suoi eroi e i suoi bersagli politici.
Si apre con il canto a cappella che sa di traditional 'Heaven Ain' t Goin'Nowhere', si prosegue sulle strade ben battute del bluegrass in 'Union, God And Country' (una vita già segnata da rotaie sempre uguali ma da affrontare con orgoglio) e la nera 'Black Lung' (se sopravvivi ai disastri dovrai comunque fare i conti con altre malattie), dell' honky tonk in 'John Henry Was A Steel Drivin' Man', dove la figura di John Henry viene rivista, del folk ('Time Is Never Our Side', 'The Mine'), del rockabilly in una 'Fastest Man Alive' quasi springsteeniana.
L'orgoglio e la consapevolezza degli operai già svegli di prima mattina con una preghiera stretta tra i denti a scongiurare un rischio calcolato, nell'incalzante ritmo con violino e banjo che guida 'Devil Put The Coal In The Ground', un blues primitivo, straziante, che si spezza con l'entrata della chitarra elettrica, sono forse l'apice di un disco che non fa nulla per compiacere l'ascoltatore. Qui conta solo l'empatia e con Steve Earle di mezzo si va sempre sul sicuro. Insomma: sappiamo sempre da che parte sta.
Ora, a ricordarci di quella giornata di dieci anni fa, oltre a un monumento in granito fermo su un lato di una strada trafficata, all'opera teatrale ferma invece al palo ancora prima di iniziare c'è questo disco che conferma Steve Earle come uno dei pochi veri songwriter in grado di portare in superficie storie dimenticate alla maniera dei vecchi folk singer.
Un disco che solo uno come Steve Earle può permettersi.
Corto, ruvido, sincero, poco accomodante. Di denuncia e speranza. Anche se non aggiungerà nulla alla sua carriera musicale, è un'altra tacca da scolpire sopra al monumento Earle alla voce rispetto. Adesso tagliate quell'erba!