CORROSION OF CONFORMITY Good God/Baad Man (Nuclear Blast, 2026)
quando l'ambizione paga
Se settimana di resurrezione dev'essere, resurrezione sia. Rinascono i Corrosion Of Conformity, ma in verità non sono mai morti, con un disco doppio, forse il più ambizioso della loro lunga vita, nato e cresciuto durante uno dei periodi più bui della loro quarantennale carriera, segnato dalla morte del batterista storico Reed Mullin nel 2020 e dall' abbandono, in forma amichevole, del bassista altrettanto storico Mike Dean, come perdere una sezione ritmica da paura in un solo "brutto" colpo, ma anche un disco capace, in un'ora di musica, di mettere sul piatto le tante sfumature della loro musica. Due soli uomini rimasti al comando di quella famiglia di giovani punk rocker nata a Raleigh, Carolina del Nord, intorno al 1982: il chitarrista e fondatore Woody Watherman e Pepper Keenan (voce e chitarra) nella band dal 1990, che hanno creato e imbastito il grosso a New Orleans, ritrovandosi ad ascoltare musica come solo due vecchi amici sanno fare ("ascoltavamo vecchi dischi e roba che ci piaceva, bevevamo birra, suonavamo la chitarra e scrivevamo riff") per poi essere raggiunti da Stanton Moore, batterista di estrazione jazz già presente nel sempre dimenticato In The Arms Of God e nei live, e Bobby Landgraf al basso.
Un disco dove si percepisce tutta quella libertà di muoversi nell'universo rock guadagnata in anni di militanza senza l'obbligo di rimanere incastrati dentro a consumati cliché. Un ideale doppio
("Il nostro produttore, Warren Riker, continuava a chiamarlo Dark Side of the Doom", racconta Keenan) diviso in una prima parte, Good God, più stoner, doom, rocciosa, e incazzata, con testi di denuncia, e una seconda Baad Man più solare, che marca territori sudisti, e con l'impronta rock'n'roll tatuata sopra. Tutto suona però free e spontaneo, con la creatività lasciata libera di correre e galoppare tra passato e presente: lo si capisce in tracce come 'Run For Life', lenta, sabbathiana e psichedelica nei suoi nove minuti e nella finale, quasi strumentale 'Forever Amplified' con i suoi umori sudisti con tanto di cori femminili gospel aggiunti da Anjelika "Jelly" Joseph, dei Galactic, band jazz-funk di New Orleans dove suona il batterista Moore. Una accorata dedica a tutte le persone che ci hanno lasciato per sempre, Reed Mullin in testa.
In mezzo tutto il groove blues, heavy e stoner di 'Good God?/Final Dawn', 'You Or Me', 'The Handler', 'Asleep On The Killing Floor' riconducibili al periodo Deliverance(1994) e Wiseblood (1996), una 'Lose Yourself' che pare invece appartenere al più southern e melodico America's Volume Dealer uscito nel 2000. Ma anche una "fumata" blues e psichedelica, nello stile degli amati ZZ Top, come 'Handcuff County,' e la mazzata thrashcore 'Gimme Some Moore' con Al Jourgensen dei Ministry ai cori che pare citare in causa i Black Flag e riportare ai primi anni ottanta ("Io e Woody volevamo scrivere una canzone come se avessimo di nuovo 17 anni" racconta Kenaan), sono due facce della stessa medaglia.
Ma c'è anche il funky sudista e sbarazzino alla Grandfunk di 'Baad Man' che ospita Barry Gibb (Bee Gees) alla chitarra (ha usato la vecchia Stratocaster del fratello Maurice) che a sua volta ha ospitato la band nei suoi studi di registrazione a Miami, i sapori mediorientali della strumentale 'Bedouin's Hand', l'acustica e dolente avanzata di 'Brickman' tra country e folk nero e scuro.
Non l'ho mai negato, i COC sono da sempre una delle mie band americane preferite, sempre seminali e importanti nelle varie incarnazioni della loro carriera. Dall'hardcore punk iniziale, al crossover di metà carriera, fino ad abbracciare lo spirito seventies e lo stoner. Undici dischi che si dividono in capolavori e di mestiere ma mai brutti da sprofondare nell'insufficenza. Sì insomma anche il precedente e in ombra No Cross No Crown (2018) aveva i suoi buoni momenti.
Forse non hanno mai raccolto la popolarità adeguata all'importanza che hanno rivestito nella musica pesante americana nei due decenni in cui erano al top (gli ottanta e i novanta) ma il fatto che nel 2026 se ne escano con un disco del genere, ancora ricco di spunti è buon segno. Se poi aggiungiamo quella cappa, a volte psichedelica, a tratti fangosa, di perdita e sentita emotività che pare aleggiare sopra tutte le canzoni il gioco è fatto: il buon segno si trasforma in un ottimo disco. Bentornati. Ora aspettiamo i Down: anno impegnativo per il buon Pepper.


















.jpg)

















