it's still rock and roll to me
enzo.curelli
sabato 12 settembre 2026
THE BLACK KEYS live@Alcatraz, Milano, 11 Settembre 2026
martedì 8 settembre 2026
MARTIN BARRE Band live@VerunoProgFestival, 5 Settembre 2026
Che i rapporti tra Martin Barre e Ian Anderson non siano idilliaci lo sappiamo ma Barre non manca di sottolinearlo dopo aver suonato 'Serenade To A Cuckoo' con l'odiato/amato flauto . Quando posa il flauto finge di spezzarlo in due con il ginocchio. "Fottuti flauti!".
È solo una piccola parentesi perchè ieri sera è stata la sua chitarra (come diversamente?) la gran protagonista in un repertorio che parte dalle sue 'Back To Steel' e 'Moment Of Madness' va fino alla lontana 'A Song For Jeffrey', passa da 'Wind Up' (lasciata nel finale), 'Teacher', 'Minstrell In The Gallery', 'Hunting Girl' e 'To Cry You A Song', omaggia i Beatles con 'Eleanor Rigby', ("un linguaggio universale"), trovando l'apice in 'Aqualung' (e le sue canzoni: 'Cross-Eyed Mary', 'My God', 'Locomotive Breath', 'Hymn 43') con quel riff alla Tony Iommi che avrebbe fatto comodo pure ai Black Sabbath dell'epoca.
Alla soglia degli ottant'anni Barre sembra ancora divertirsi un mondo con canzoni ormai immortali, senza metterla troppo sul serio, circondandosi di giovani musicisti (basso e batteria) e avendo trovato, da tempo, un compagno niente male. Una nota di merito la merita quindi Dan Crisp, seconda chitarra e voce che al giorno d'oggi con un Ian Anderson, vocalmente ai minimi storici, si prende la scena tenendo il palco in maniera impeccabile. Forse di prog in questa bella serata in un festival quasi perfetto se n'è sentito poco perchè la parte hard blues dei Jethro Tull ha sovrastato tutto, come quella volta, nel 1988, quando scipparono ai Metallica il Grammy come miglior performance rock/heavy con le canzoni di Crest Of A Knave (rappresentato da 'Steel Monkey').
sabato 29 agosto 2026
RECENSIONE: ZAN/CODY (Beautiful'n Damned)
ZAN/CODY Beautiful'n Damned (Frontiers Records, 2026)
un ritorno segnante
Ricordo ancora molto bene quando ascoltai gli Shotgun Messiah per la prima volta. In quei primi anni novanta non avevo ancora abbandonato il bel vizio imparato negli anni ottanta di registrare su musicassetta le canzoni che uscivano dalla radio. Era un modo per autoguidarmi all'acquisto di nuovi dischi: selezionavo, imparavo le canzoni a memoria perchè all'epoca sbagliare un acquisto voleva dire aspettare settimane prima di acquistare qualcos'altro. La trasmissione era Rock The Nation su Radio Dejay (se non sbaglio condotta da Nikki), la canzone 'Heartbreak Blvd' dei Shotgun Messiah che in quel 1991 erano appena usciti con il loro secondo album Second Coming. Nati in Svezia si trasferirono a Hollywood dove registrarono il primo album nel 1989. Una delle migliori sleaze band europee che però al terzo disco sorprese un po' tutti cambiando direzione musicale, Violent New Breed faceva l'occhiolino all'industrial metal imperante, siamo nel 1993, pur essendo un gran disco i fan non gradirono troppo e la storia della band giunse a prematura conclusione.
Ora a più di trent'anni di distanza, i due fondatori della band Zinny Zan (voce) e Harry Cody (chitarra) si sono riuniti, hanno abbandonato il vecchio nome ma hanno raccolto tutte le vecchie influenze di quegli anni, l'hanno trasportate al giorno d'oggi con una produzione potente e cristallina e l'esplicita 'I Am The Shit' raccoglie in quattro minuti tutto questo. Un manifesto rock'n'roll e di vita, il loro manifesto, che parte dallo street rock dei Shotgun Messiah passa nel tunnel scuro dell' industrial e arriva ai giorni nostri.
Ed un continuo alternarsi di umori e stili legati alla loro storia: la modernità (la pesante apertura 'Sever', l'hard metal di 'Ride Or Die'), la drammaticità dell'atmosferica 'Suffer City', sicuramente tra i picchi del disco con il bel assolo finale di Cody e che mi ha ricordato i Saigon Kick di Water. L' omaggio dichiarato a David Bowie con 'Let's Be Heroes (a hommage to David Bowie)', una 'She Walks With Violence' che si carica di lenta tensione fino al tagliente assolo.
'DAMN' è puro pop hard’n’roll che riporta alla mente il miglior Billy Idol degli anni ottanta, 'Beautiful 'n Damned' lascia dietro una scia il suo retrogusto new Wave, mentre 'Bad Bad Man' è uno straniante blues affogato nel gospel più scuro. Il disco si conclude come fosse quel lontano 1989: 'Tear It All Down' è una tirata sleaze rock'n'roll melodica il giusto con chitarre in prima linea e chorus ficcante. Ci fossero ancora le capigliature dell'epoca non mancherebbe nulla.
A dar man forte al duo ci sono: Bjorn Hoglund (batteria), Nalle Pahlsson (basso), Chris Laney (chitarre, tastiere) e Kara Killen (cori), più il sostegno discografico della nostrana Frontiers Records.
La concludione a Zinny Zan che in una recente intervista ha ben inquadrato l'album:"direi che è un album hard rock dal suono moderno, capace di passare da anthem veloci a passaggi più ruvidi e blues, attraversando tutto ciò che sta nel mezzo. È un po’ come la vita: un insieme di tante sfumature, tutte distillate nel mix Zan/Cody".
A questo punto vista il buon risultato, ci si può aspettare un seguito almeno a questi livelli. Per ora il mio disco hard rock’n’roll dell'anno.
lunedì 17 agosto 2026
RECENSIONE: SAVATAGE (Madness Reigns From The Gutter 1990)
SAVATAGE Madness Reigns From The Gutter 1990 (e-a-r Music/EDEL, 2026)
apice live
Il loro concerto all'Alcatraz dell'anno scorso è stato il mio evento live del 2025 (il ritorno in Italia dopo 24 anni), i due concerti italiani di questa estate in due posti da favola come il Castello Carrarese di Este (Pd) e L'Anfiteatro Degli Scavi di Pompei (Na) (il secondo con tanto di orchestra) sono sicuro rimarranno impressi nel memoria di tutti i fortunati che hanno potuto esserci. Questo doppio album uscito in questi mesi è invece un'altra (bellissima) storia e cattura la band in un momento cruciale della carriera. Un live registrato nel 1990 durante il tour di Gutter Ballet (1989), album chiave della loro discografia che insieme a Hall Of The Mountain King (1987) sancì l'arrivo alla loro prima parte di carriera e il passaggio alla seconda, ma ancora con un importante colpo di coda da piazzare . L' Heavy Metal grezzo e oscuro dei primi dischi si arricchisce sempre più di elementi sinfonici. In queste diciannove tracce ci sono tutti gli anni ottanta di una delle più grandi metal band americane di sempre, in procinto di registrare l'ambizioso e epico Streets (1991), concept album che di fatto fa da vera chiusura alla prima incarnazione della band. Ecco il colpo di coda da veri maestri. Questo live, invece, è a dir poco monumentale. Non c'è traccia sottotono, tutto suona incredibilmente potente: le atmosfere heavy e sinistre di City Beneath The Surface, Dungeons Are Calling, Holocaust e Sirens, lo speed metal di White Witch, il groove compatto di Of Rage And War e 24 Hrs Ago, l'apertura al piano di Mentally Yours, la feroce Legions, la pacatezza melodica di Strange Wings, il power metal made in USA di She's In Love e Power Of The Night, l'epicità senza tempo di Hall Of The Mountain King e Gutter Ballett, lo struggente crescendo di When The Crowds Are Gone. Nulla è fuori posto. Tutto suona dannatamente compatto.
Jon Oliva è ancora il frontman che da lì a pochi anni non sarà più, voce potente e presenza scenica importante, ricami alle tastiere, suo fratello Criss Oliva dimostra di essere uno dei più grandi chitarristi metal di sempre e se l'incidente non se lo fosse portato via a soli trent'anni nel 1993 chissà cos'altro sarebbe riuscito a tirar fuori, ad aiutarlo Chris Caffery alla seconda chitarra e la sezione ritmica con Johnny Lee Middleton al basso e ancora Steve Wacholz alla batteria.
"Credo che questo album sia un must per ogni vero fan dei Savatage. Abbiamo remixato e rimasterizzato l'intero concerto. Devo dire che suona in modo incredibile. Penso sia il miglior concerto dal vivo che abbiamo mai fatto. L'esibizione di Criss è stata sbalorditiva. Anzi, quella sera tutta la band era inarrestabile" ha raccontato recentemente Jon Oliva.
Registrato e prodotto all'epoca da Paul O'Neill (il sesto Savatage, da sempre dietro le quinte fino alla morte), questo live se fosse uscito nei tempi giusti, nel 1990 come era programmato, sarebbe certamente entrato di diritto tra i grandi live album del rock. L'uscita trentasei anni dopo fa perdere un po' di magia senza intaccare tutto il resto. "Play Loud" come si dice.
Intanto, a proposito di magia, le voci di un nuovo album in studio ormai alle porte, venticinque anni dopo l'ultimo Poets And Madmen, fanno ben sperare. La parola fine nel magico libro dei Savatage pare ancora rimandata di qualche pagina.
domenica 9 agosto 2026
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #91: FRANCESCO GUCCINI (Opera Buffa- Album Concerto, Nomadi - Guccini)
FRANCESCO GUCCINI - Opera Buffa (1973)
stelle, grilli, lucciole, l'estate sta finendo e Guccini
Primi anni ottanta. C’erano delle sedie di legno messe a cerchio in mezzo al grande cortile, alcune recuperate dalla vecchia stalla, c’erano i cocomeri freschi che galleggiavano fin dal primo mattino nella fontana dove l’acqua sgorgava giorno e notte senza sosta, sapeva di zolfo e il fondo era colorato di verde dal muschio, c’erano i grilli e pure le lucciole (oggi rare) che giravano indisturbati tra le vigne facendo luce e componendo sinfonie famigliari.
C’erano i cani in mezzo a noi, riposavano dopo una dura giornata di sole e corse inseguendo trattori e libellule nei campi ordinati dai filari delle viti. C’erano le stelle. Tante. Sempre. Si presentava così una classica serata estiva nel grande casolare immerso nella campagna friulana. Sopra a quelle sedie c’eravamo noi: cugini, zii, nonni, amici. Quando non bastava il cocomero dalla lunga tavolata dove si era consumata la cena si recuperavano grappe liquori e ammazzacaffè di ogni sorta.
Ad un certo punto della serata, saltava spesso fuori un registratore accompagnato da una manciata di cassette. Quella sera ascoltammo Opera Buffa di Francesco Guccini. Tutti zitti! Perché quel disco era da ascoltare con attenzione e mostrava l’altra faccia di Guccini , quella satirica, umoristica e pungente, da vecchio giullare d’osteria, da cabarettista d'antan, registrato metà al Folkstudio di Roma e metà all'Osteria Delle Dame a Bologna con aggiunta di alcuni strumenti in studio di registrazione.
Già l'osteria:"sostanzialmente era un luogo di divertimento e rumorosa convivenza che spesso andava dalle nove di sera alle prime ore del mattino" ricorda Guccini.
Forse il disco meno adatto (anche non troppo amato da Guccini stesso si scoprirà) da dare in pasto a dei bambini, ma tutti gli adulti ridevano e noi andavamo dietro: ascoltando i racconti su personaggi da balera come 'Il Bello', o sulle giovani donne arriviste dell'epoca ('Fantoni Cesira'), sulla creazione del mondo in ‘La Genesi’, sulla mamma così amata dagli italiani ('Di Mamme Ce N'è Una Sola'), sui doppi sensi sul sesso che componevano ‘Talkin’ Sul Sesso’. Le sconcerie in dialetto bolognese nella ‘Fiera Di San Lazzaro’ con il giovinetto, i piccioni, la giovinetta e il terzo incomodo: la vecchiaccia. Un pezzo di memoria. Il mio disco da aperta campagna e delle valige da preparare per il ritorno a casa dopo quasi un mese di ferie. In Piemonte a fine Agosto sembrava già arrivato l'autunno dopo il primo temporale.
FRANCESCO GUCCINI & I NOMADI Album Concerto (1979)
buon viaggio
Dischi da viaggio. I 35 minuti di questo live, registrato tra Modena e il buen retiro di Guccini a Pavana, possono sembrare pochi per un lungo viaggio in macchina nella notte. Di quelli che ti facevano attraversare l'intero nord Italia sulla tratta A4. Eppure a più di quarant' anni dalla sua uscita rimane uno dei miei dischi preferiti per i lunghi spostamenti su quattro ruote, da autista preferibilmente, ma anche da passeggero seduto di fianco, quello sempre pronto con il suo "stai tranquillo ti tengo sveglio io" e il finale scontato che già sapete.
I motivi stanno tutti agli estremi del disco.
Lato A, traccia 1. In quella consueta apertura che ho sempre associato a quei vecchi magneti con foto, a volte veramente inquietanti, appiccicati ai cruscotti nelle vecchie 127 degli zii di città. 'Canzone Per Un'Amica' ha sempre fatto le veci di quelle frasi scritte in corsivo, tipo "vai piano, ricordati di noi" (seguite da foto varie: mogli, figli, nonni, animali di casa) o di quei quadri ex voto presenti nel lungo corridoio presente al Santuario d'Oropa, qui dalle mie parti. Amo questa canzone meno quelle calamite e quei quadri. Il messaggio è chiaro: modera la velocità o farai una brutta fine.
Lato B. Traccia 4. L'altro è racchiuso nei sei minuti finali di 'Statale 17', compresa l'epica introduzione di Guccini: “allora per esempio c'erano dei libri che si chiamavano 'Sulla Strada'di Kerouac che erano bellissimi e tutti a fare l'autostop. Era molto bello letto in italiano ma con i nomi americani. Dice: quella sera partimmo John, Dean ed io sulla vecchia Pontiac del '55 del babbo di Dean e facemmo tutta una tirata da Omaha a Tucson. E poi lo traduci in italiano. In italiano dici: quella sera partimmo sulla vecchia 1100 del babbo di Giuseppe e facemmo tutta una tirata da Piumazzo a Sant'Annapelago. Non è la stessa cosa. Gli americani ci fregano con la lingua".
Un blues dylaniano che potrebbe non finire più e che unisce idealmente l'America con l'autostrada del sole. Esattamente lì in mezzo fra la via Emilia e il West, dove il sole cade a picco e il lungo nastro di catrame sembra andare oltre questi 35 minuti... verso un viaggio senza fine da affrontare durante tutta l'esistenza. Un disco nato sulla scia del successo del live di Fabrizio De André e Pfm che uscì solo pochi mesi prima. Ecco...un altro buon motivo per rimanere al volante con un disco nell'autoradio.
martedì 28 luglio 2026
Magnolia Stone: GRAVEYARD, KADAVAR, ELDER, TRUCK FIGHTERS, GIOBIA live@Milano, 26 Luglio 2026
GRAVEYARD, KADAVAR, ELDER, TRUCK FIGHTERS, GIOBIA live@Milano, 26 Luglio 2026
Il festival Magnolia Stone si conferma ancora evento musicale a misura d'uomo: cinque concerti dove ogni band del bill ha a disposizione almeno un'ora (e più) di tempo per presentare la propria arte. Intorno: la solita atmosfera rilassata dove lo spettatore è protagonista e non passiva carne da macello da spennare. Qui si viene ad ascoltare e guardare i musicisti, a chiacchierare con amici con la stessa passione, a misurare quanto il rock’n’roll nel sottobosco sia ancora vivo e scalpitante. A tenere in piedi generi musicali che non godono di troppe attenzioni nei circuiti mainstream. Acqua gratis (quest'anno anche un po' dal cielo ma nessuno si è lamentato), ampie zone d'ombra con tavoli e alberi, buon cibo (sempre presente la pizza cotta su forno a legna) e bevande a prezzi comunque onesti. Quest'anno la presenza dei Kadavar, band berlinese che dalle nostre parti si vede pochissimo, ha fatto da attrattiva, almeno per me. Orari rispettati al secondo, cambi palco lunghi il giusto per permettere di rifocillarsi. Dato di fatto che tutte le band meriterebbero di suonare al calar del sole con i giochi delle luci a far da scenografia, ma sono gli italiani Giobia ad aprire il festival in pieno pomeriggio dopo il primo temporale della giornata e sotto la comparsa del sole. I toscani giocano un loro campionato creato su atmosfere space psichedeliche in grado di ammaliare e catturare: base ritmica dinamica su cui tastiere e chitarra costruiscono viaggi in mondi lontani tra passato, futuro e presente. Una buona colonna sonora per aprire un festival.
A seguire gli svedesi Truck Fighters. "Atletic stoner", divertente e cazzone, da non prendere troppo sul serio, quello del duo (più batterista) formato da Ozo (basso) e Dango (chitarra) con quest'ultimo che emulo di Angus Young non si è dato pace mai, correndo e saltando come un ossesso. Il loro motto: divertire, divertendosi. Vista la partecipazione, missione compiuta.
Con gli Elder, forti del loro nuovo album fresco d'uscita Through Zero , si cambia totalmente registro: salgono in cattedra la perizia tecnica e la componente più progressive dell'intera giornata. Gli americani sono ostici ma avvolgenti con le loro canzoni lunghe e articolate, hanno un pubblico fedele e affezionato, meno groove e più cervello nel loro set.
È stato il momento della pausa cena in attesa del menù serale.
Sebbene gli ultimi album avessero spostato il loro sound verso suoni più accessibili tra elettronica e kraut pop, i tedeschi Kadavar con l'ultimo Kids Abandoning Destiny Among Vanity And Ruin sembra abbiano recuperato il passato e le canzoni in scaletta lo confermano: tanti gli estratti dal primo album, da Berlin, Abra Kadavar e Rough Times.
I Kadavar sono perfetti: belli da vedere, ottimi songwriter, dinamici nel loro passare dal doom sabbathiano degli esordi alle derive space e i cori micidiali ('Die Baby Die'). Da tre anni l'aggiunta di una seconda chitarra ha arricchito ulteriormente il loro sound e io sono contento di averli finalmente visti dal vivo. A fine serata il loro set rimarrà il più dinamitardo. Anche i Graveyard stasera presentano un nuovo chitarrista dopo l'uscita dello storico Jonatan Larocca-Ramm avvenuta solo un mese fa. Nessuno sembra risentirne. Il loro hard blues caro ai seventies sembra si sia fatto ancora più sporco e grezzo. Joakim Nilsson (chitarra) e Truls Morck (basso) si alternano al microfono con il primo che raggiunge i picchi di phatos nei chiaroscuri blues di canzoni come 'Uncomfortanly Numb' e 'The Siren' . Band fantastica che seppur seguita da un pubblico fedele meriterebbe certo pù successo. Il loro Hisingen Blues per me rimane uno dei migliori dischi hard rock di questi ultimi vent'anni.
Ma poi pensi: con altro pubblico non calcherebbero il suolo di questo festival da cui esci senza mai una lamentela in saccoccia ma solo con tante buone vibrazioni nelle orecchie. Contesti dove il rock’n’roll sopravvive ancora grazie alla passione lontano dai grandi centri commerciali del rock dominati dall'affarismo.
Bravi tutti. Al prossimo anno!
sabato 11 luglio 2026
RECENSIONE: THE ROLLING STONES (Foreign Tongues)
THE ROLLING STONES Foreign Tongues (Polydor, 2026)
rough and twisted
C'è un istante nel disco che trovo particolarmente significativo: dobbiamo andare quasi alla fine però, nella penultima canzone 'Back In Your Life' dove soffia aria di country. Ad un certo punto si sente nitidamente la voce di Mick Jagger in studio di registrazione (Metropolis Studios di Londra) gridare: " come on Ronnie". È il lasciapassare di Mick Jagger al bel assolo di Ronnie Wood che chiude la canzone in un crescendo di fiati.
Un assolo che Wood dice ispirato dalle recenti morti di Sly Stone e Brian Wilson.
Quel "Come On" che sembra anche chiudere il cerchio con quella "Come On" (la canzone, il loro primo singolo) che nel 1963 più che un cerchio aprì una delle più grandi leggende di cui siamo ancora fortunati spettatori. Spettatori anche un po' irrispettosi e cagacazzo visto che ancor prima dell'uscita del disco c'è stato chi l'ha demolito. Allora vorrei partire proprio da quei due punti che hanno fatto storcere il naso a molti con recensioni preventive e senza senso. Uno: la produzione di Andrew Watt è a suo modo perfetta. Moderna il giusto per farci sentire tutto il trade mark targato Stones nel 2026. Avrebbe più senso una produzione vintage che scimmiotta Exile? No. Gli Stones sono qui e ora. Nel nostro presente. Il ragazzo lavora da fan e sta mettendo mani nei dischi di quelli che fino a pochi anni fa erano i suoi idoli di gioventù, non ultimo Paul McCartney (presente la sua linea di basso nella funky 'Covered In You'), prima Ozzy Osbourne, Pearl Jam e Iggy Pop. Insomma è giusto che lasci il segno. Tra cinquant'anni ne riparleremo. Pardon: ne parleranno. Chi? Gli Stones naturalmente.
Basti l'ascolto di 'Ringing Hollow', una delle perle nascoste nelle quattordici canzoni: una lettera country all'America che pare iniziata dall'amico Gram Parsons. Agli Stones il compito di metterci la firma finale. Favolosa in tutto. "Lady Liberty non ha un bell'aspetto quando ha uno strappo nel suo vestito" cantano.
Keith Richards dice: "è in un certo senso una canzone d’amore molto tenera verso l’America. E su cosa cazzo sia andato storto". Ce lo chiediamo in tanti.
Li lascia suonare blues e grezzi in 'Rough And Twisted', "una fantasia blues" l'ha definita Jagger, viene citato pure Muddy Waters che insieme a Chuck Berry di cui rifanno una spartana e acustica 'Beautiful Delilah' (con Chad Smith alle percussioni) sembrano essere i padrini del disco. Della carriera. Apertura e chiusura del disco. Non fa una piega.
Li imbriglia dentro all'irresistibile e ossessivo chorus di 'Mr. Charm' che non nasconde frecciatine ai potenti della terra, li conduce tra il velluto soul della cover 'You Know I'm No Good' di Amy Winehouse dove Jagger fa con l'armonica quello che in origine erano i fiati, in 'Divine Intervention' suonano come la E Street Band tanto che non mi sarei sorpreso di trovare Bruce Springsteen tra i tanti ospiti. Ci sono invece Steve Winwood (il più presente) e Robert Smith, sorpreso pure lui di trovarsi in un disco dei Rolling Stones. Ma anche Bruno Mars che suona un campanaccio (chi l'avrebbe mai detto?) e Benmont Tench.
Alla domanda:"chi fa meglio gli Stones degli Stones?", rispondono 'In The Stars' e la buona, chitarristica e corale 'Side Effects'.
Nella registrazione di 'Hit Me In the Head' in cui compare una delle ultime prove di Charlie Watts tirano come un treno carico di garage punk rock. Sembra uscire diretta dal tunnel di Some Girls (preceduta da uno dei momenti più pop e moderni del disco 'Never Wanna Lose You' con i synth di Robert Smith)."Un giorno morirò. E morirò molto più in fretta se mi colpisci in testa" ringhia Jagger. Già, forse l'unico modo per farli fuori visto che le cadute per raccogliere noci di cocco non sono andate a bersaglio.
"È stato divertente da fare, ci abbiamo messo tutti noi stessi per registrarlo e tutti erano sul pezzo. Steve Jordan e Darryl Jones, insomma, lavorare con la nuova sezione ritmica… sai, sono sicuro che Charlie Watts ci stia sorridendo da lassù, quindi mi sento bene a riguardo." ha raccontato Richards sull'atmosfera che si respirava in studio.
Due: la tanto discussa copertina commissionata all'arista americano Nathaniel Mary Quinn.
Come tutte le opere d'arte potrà piacere o non piacere ma in tempi dove le copertine dei dischi vengono create con l'intelligenza artificiale ben venga l'opera che mette insieme le facce "sfatte" dei tre Stones rimasti. Tre reduci. Autostrade di capelli e rughe. Tre facce, tre marchi registrati che si incastrano tra loro. Perchè ognuno di loro, chi più chi meno lascia un ricordo di sé su questo disco. Jagger è il mattatore con le grandi labbra in evidenza: la prova in falsetto su 'Jealous Lover' sarebbe da studiare in qualche laboratorio di genetica. 82 anni come fosse il 1976 o il 1978. Fool To Cry o Emotional Rescue. O Jealous Lover, appunto. Di quanti possiamo dirlo?
Ronnie Wood fa un bel lavoro su tutto il disco e la sua presenza si sente. "Come On Ronnie".
'Some Of Us', l'immancabile canzone di Richards è un'altra di quelle perle che mancasse crollerebbe il castello. La scrittura risale a vent'anni fa ma la voce roca di Keith quando canta "tutto ciò di cui abbiamo bisogno è un po' d'amore ... " non ha tempo e spazio.
Speriamo di averne ancora noi perchè sembra ci siano ancora canzoni da pubblicare. Lo avevo scritto anche dopo Hackney Diamonds. Non è bellissimo essere contemporanei di queste tre facce storte?
giovedì 2 luglio 2026
RECENSIONE: JIM JONES ALL STARS (Cat Fight)
JIM JONES ALL STARS Cat Fight (Silver Artow, 2026)
disco caldo per notti calde
Lo tengo lì nel taschino, pronto da sfoderare alla prima cantilena che sento mormorare: " il rock’n’roll è morto!". Tiro fuori quel concerto di tre anni fa quando Jim Jones con la sua masnada di brutti ceffi salirono sopra al piccolo palco del Blah Blah di Torino per dare una carica di adrenalina buona per una settimana intera. Voi miscredenti salite sul palco e ripetete loro quel che andate blaterando a scadenza mensile se avete il coraggio. Lo so su disco non è sempre facile ripetere le lezioni impartite live ma Jim Jones ci prova ugualmente: i risultati sono buoni tendenti al buonissimo. Questo secondo disco uscito sotto il monicker Jim Jones All Stars (dopo Thee Hypnotics , Black Moses , The Jim Jones Revue o Jim Jones & The Righteous Mind) si avvale della produzione di Chris Robinson (Black Crowes), anche presente in alcune tracce e di altri due ospiti come Chuck Prophet e Gloria Jones (l'ex fidanzata di Marc Bolan fino alla morte di quest'ultimo) . La ricetta è quella di sempre: garage rock'n'roll che si accoppia felicemente con il soul, nuotando tra le acque che bagnano New Orleans. Dove non arrivano le chitarre arrivano i fiati e viceversa. Difficile stare immobili davanti all'apertura blues Make It Rain ("a Robinson piace molto Make It Rain ', la prima traccia. Allora gli ho chiesto perché non ci cantasse un po', perché volevo una canzone con due voci, come Drive My Car dei Beatles , e... Beh, non è venuta fuori per niente così.”) fino alla finale Let U Go dove Little Richard e Screamin' Jay Hawkins paiono stringersi la mano, passando dal funky di Exiled, il doo woop di I'm On Fire, il garage di Goin Higher, una Luvu dedicata a David Johansen e una Bekolah messa a metà album per tirar il fiato.
Per ora il mio disco rock’n’roll dell'anno, vizioso, sensuale, carismatico, però santo cielo e per tutti gli dei del rock'n'roll come si fa a far uscire ( per la Silver Arrow dei Black Crowes) un disco del genere in una confezione fisica (parlo del CD) degna della peggior demo in circolazione, per altro pure di difficile reperibilità. Forse varrà il detto: le cose belle vanno conquistate. Fatelo comunque vostro in qualche maniera.
martedì 30 giugno 2026
ELIO E LE STORIE TESE live@Concertozzo, Biella, 27 Giugno 2026
Non vedevo un concerto di Elio E Le Storie Tese da almeno quindici anni dopo aver passato gli anni novanta e primi duemila in loro compagnia spesso e sovente. Per me un ritorno ad anni indimenticabili: quelli di oggetti come le cassette passate di mano in mano con le registrazioni di quei primi dischi. Qualche bella chicca come Ocio Ocio, La Visione, Burattino Senza Fichi a far compagnia alle immancabili Il Vitello dai Piedi Di Balsa, Carro, Supergiovane, Cateto. E pure a qualche illustre assenza. 31 canzoni in scaletta e tre ore di concerto con il culmine raggiunto dell'ospitata di Tony Hadley che da novello crooner con esperienza si è cimentato in Suspicious Minds (versione Elvis), Bridge Over Troubled Water (Simon & Garfunkel) e la sua Gold con un Mangoni di "silver" vestito a ballare e disturbare. "The Architect" lo apostrofa Tony. Fotografia da portarsi a casa? Tony Hadley tanto impeccabilmente vestito durante la sua performance (bicchierini d'alcol compresi) quanto sciallato in bermuda e ciabatte a fine concerto per la foto di rito. Altri ospiti: Valerio Lundini voce in Cassonetto Differenziato e Tony Pytoni in Shpalman.
sabato 13 giugno 2026
THE DEL FUEGOS live@Chiari Music Festival, 12 Giugno 2026
lunedì 8 giugno 2026
RECENSIONE: THE QUILL (Master Of The Skies)
THE QUILL Master Of The Skies (Metalville, 2026)
coerenza che premia
Fissati i Black Sabbath come punto di riferimento e il cantante Magnus Ekwall come punto di forza (enfatica e ozzyana in molti passaggi la sua ugola) gli svedesi The Quill superano i trent'anni di attività con il solito album (l'undicesimo in carriera) senza pecche e difetti: hard rock di stampo seventies solido, pesante e rallentato con accelerazioni improvvise e assoli in mano alla chitarra di Christian Carlsson, ma con la melodia sempre ben inquadrata e protagonista e qualche passaggio devoto allo stoner dei nineties.
Una coerenza che li porta ad essere uno dei gruppi cult della scena hard/heavy europea ma allo stesso tempo anche uno dei più dimenticati e sinceramente non ho mai troppo capito il perché visto che la qualità non è mai venuta a mancare.
Canzoni cangianti e ricche di soluzioni melodiche, inframezzate da alcune brevi parentesi di pochi minuti che ne esaltano la magneticità: il bitish folk alla Led Zeppelin di 'Son Of Light', la liquida epicità di 'Now You Are Gone' durano al massimo un paio di minuti ma fanno da congiunzione a una narrazione che sa quasi di concept.
"Ci siamo concentrati molto sull'atmosfera. Alcuni brani necessitavano di spazio e moderazione, altri volevano esplodere: mi piaceva lasciare che la luce e l'oscurità decidessero fino a che punto spingerci." ha raccontato il cantante Ekwall.
Un viaggio registrato ai 491 Studios con il fido produttore Erik Nilsson che inizia e si conclude con la title track ripresa a fine disco. Canzone che da sola fa da buona presentazione al loro stile che gioca molto con le luci e le ombre.
Se la possente ed epica 'Dark City' sembra non lasciare troppo tempo al respiro, 'You Can Not Kill My Soul' inizia in modo soffuso e arpeggiato ricordando i migliori Uriah Heep di Demons And Wizards per trasformarsi poi in un mid tempo che avremmo ascoltato ancora volentieri in qualche disco del compianto Ozzy.
'It's Over' viaggia nello psych stoner, eterea ma allo stesso tempo esplosiva.
Un disco carico di riff vincenti come quello heavy e circolare che battezza 'If Tomorrow Never Comes' o quello di 'Light Turns Low' in grado di stamparsi in testa fin dal primo ascolto. Fino ad arrivare ai nove minuti di 'Mastodon' vero punto focale dell'album, composizione che sciorina in un sol colpo tutte le loro carte vincenti: inizio psichedelico, rallentamenti doom, il cantato di Ekwall che si conferma tra i più ispirati in circolazione, la sessione ritmica formata da Roger Nilsson (basso) e Jolle Atlagic (batteria) che prende il sopravvento quando la canzone accelera e acquista groove.
È incredibile che in un gruppo di questa levatura molti componenti siano ancora costretti a fare altri lavori per campare ma pare sia proprio così.
"Continuiamo a farlo solo per la creatività e il divertimento!" dicono.
Allora ancora lunga vita ai The Quill. E buon divertimento a chi vuole scoprirli per la prima volta da questo ultimo disco. Per chi già li conosce: la solita garanzia di un gruppo maestro nel bilanciare in modo impeccabile componenti come pesantezza, groove, melodia e potenza.
martedì 2 giugno 2026
RECENSIONE: BOOGIE BEASTS (Don't Be So Mean!)
BOOGIE BEASTS - Don't Be So Mean! (Donor Productions, 2026)
A Tribute to Rl Burnside
Un disco celebrativo in tutto e per tutto. I Boogie Beasts, gruppo belga formato da Jan Jaspers (chitarra/voce), Patrick Louis (chitarra/voce), Fabian Bennardo (armonica) e Gert Servaes (batteria),dedito al rock blues con l'adesivo "alternative" spesso appiccicato addosso (certamente un modo per calamitare a sé più persone), festeggia quindici anni di attività celebrando a loro volta il centenario dalla nascita della leggenda blues americana RL Burnside, "the king of the hill country".
Personaggio tra i più autentici, cresciuto nel profondo Sud durante la Grande Depressione, da mezzadro in una piantagione prese in mano la sua chitarra a sedici anni, conobbe Fred McDowell, ci suonò insieme e nulla fu come prima, anche se passò la maggior parte della sua carriera all'ombra dei grandi. Con il suo stile unico venne riscoperto e portato in gloria negli anni novanta, soprattutto grazie ai tour e alle collaborazioni con Jon Spencer. Il suo grezzo stile chitarristico, quasi punk nell'attitudine, lo si può sentire in centinaia di chitarristi moderni.
"Penso che dipenda molto dal suo ritmo ipnotico, ma anche dall'onestà e dalla schiettezza che la sua musica trasmette. È questo che ha attratto Jon Spencer, che ha poi registrato un album con Burnside, contribuendo al suo successo nella scena alternative rock. Iggy Pop, ad esempio, è un suo grande fan" lascia detto il chitarrista Jan Jaspers in una recente intervista.
Per omaggiarlo i Boogie Beasts rileggono undici canzoni del suo repertorio invitando pure numerosi ospiti di peso alla festa: ci sono il figlio Duwayne Burnside e Kenny Brown, chitarrista che suonò al fianco di Burnside per molti anni, ci sono Luther Dickinson (North Mississippi Allstars), Pablo Van De Poel degli olandesi DeWolff, G. Love che sperimenta il suo hip hop in Shake 'Em On Down' e il rocker belga Cedric Maes.
Jumper On The Line, Going Down South, You Got To Move, Peaches, Over The Hill, Snakd Drive, Alice Mae sono solo alcune delle undici canzoni che pur avendo già molto di moderno quando uscirono vengono qui rilette con rispetto e devozione aggiungendo quella contemporaneità, costruita su attitudine garage rock e groove a palate, che i Boogie Beasts hanno saputo cavalcare seguendo la scia dei Black Keys.
Un disco che pare andare a braccetto proprio con il nuovo disco della band di Dan Auerbach e Patrick Carney anche nella copertina e in un brano di Burnside che viene suonato dagli americani. Entrambi, torridi e ottimi dischi per questa estate alle porte
venerdì 29 maggio 2026
RECENSIONE: TROY MERCY (Let The Night Begin)
venerdì 22 maggio 2026
RECENSIONE: DRIVIN N CRYIN (Crushing Flowers)
la forza della continuità
Basterebbe partire dall'ultima strofa cantata in questo disco per custodire gelosamente questa raccolta di dieci canzoni tra gli ascolti migliori battente bandiera americana di quest'anno. A cantarla è Todd Snider in quella che probabilmente potrebbe essere una delle sue ultime registrazioni in vita: la canzone è Iggy Monkey ed è contenuta nel decimo album dei Drivin N Crying. Quarant'anni di carriera per la band di Atlanta guidata da Kevin Kinney (Tim Nielsen al basso e Dave Johnson alla batteria, più l'aiuto del produttore Sadler Vaden, dai 400 Unit di Jason Isbell, anche chitarra e piano) che non sembra mostrare segni di vecchiaia viaggiando avanti e indietro in tutta sicurezza tra sessant'anni di rock'n'roll americano con attitudine, ruvidezza e fierezza, facendo della varietà stilistica un punto di forza. Puoi metterti all'ascolto dell'iniziale Mirror Mirror, un toccante testo sulla demenza dell'anziana madre di Kinney, convinto di aver messo su un disco di Tom Petty, trovandoti un attimo dopo alle prese con la title track che ospita la chitarra di Peter Buck che inevitabilmente sembra portare la canzone in direzione dei suoi Rem. E se Dead End Road, uno sprono a proseguire a testa bassa incontro ai propri ideali, è puro esercizio cantautorale vicino al country folk e alla carriera solista di Kinney, Why Don't You Go Around è un assalto southern rock con le chitarre davanti e Keep The Change viaggia veloce tra le praterie del cowpunk. Il rock’n’roll garage tinto di glam alla New York Dolls di Come On And Dance, il power pop di Looks Like We're Back Again, il blues tagliente e hard di The Death Of Me Yet, una Jesse Electric che pare omaggiare Marc Bolan confermano quanto qui dentro non ci si annoi per nulla.
Si arriva poi alla finale e già citata Iggy Monkey dedicata a Stooges e Monkeys che ospita Todd Snider a cui è dedicato invece l'intero disco. La carriera dei Drivin N Cryin non è mai stata lineare nelle uscite ma proprio per questo degna di totale rispetto. Da ascoltare assolutamente se non credete a quella falsità che vorrebbe il rock dentro a quattto assi inchiodate seppellite sotto terra:" il rock’n’roll non è morto" per nulla e il buon Kinney ci mette la propria firma. Ancora una volta.
giovedì 14 maggio 2026
RECENSIONE: RYAN BINGHAM And THE TEXAS GENTLEMEN (They Call Us The Lucky One)
RYAN BINGHAM And THE TEXAS GENTLEMEN They Call Us The Lucky One (Thirty Tigers, 2026)
ritorno in buona compagnia
Lo avevamo lasciato solitario davanti a un falò in piena notte a rimuginare sugli accadimenti della vita.
Watch Out For The Wolf, uscito tre anni fa, pur non convincendo troppo musicalmente (un ep di sole sette canzoni e venticinque minuti di durata) era comunque un segnale di vita a cui bisognava dare ascolto. Ryan Bingham si mise in gioco come mai prima: scrivendo, cantando, suonando, producendo in completa solitudine nel suo rifugio del Montana. Scarnificato fino all'osso, usando pure una batteria elettronica. Sette canzoni che servirono forse più a lui per mettere ordine alla vita che a noi ascoltatori. Ci diceva che era pronto a tornare dopo la proficua parentesi come attore nella serie Yellowstone e dopo la nuova storia d'amore con Hassie Harrison, attrice conosciuta proprio sul set. Tutte cose che lo hanno riportato sulla retta via e a riabbracciare la gioia di suonare con una vera band al seguito: The Texas Gentlemen, il cui nome compare pure in copertina per sottolinearne l'importanza.
Oggi, a tre anni distanza e a ben sette dall'ultimo vero disco American Love Songs, è bello riascoltarlo con rinnovato ardore.
Un disco di chilometri sull'asfalto, scorribande on the road, amore verso la vita e il proprio lavoro di musicista, una stoccata ai suoi compatrioti e qualche delicata storia di vita incontrata lungo la strada. Cose semplici, insomma, in una vita dura da portare avanti. Così traspare subito, dal crescendo emozionale dell'iniziale 'The Lucky Ones'. ("Due mani sul volante, i miei occhi sulla strada, quanto lontano, quanto a lungo possiamo andare da una strada secondaria verso un carico pesante").
Un disco ben bilanciato ma a due facce, che alterna momenti di pacatezza a momenti di pura gioia musicale, free e sganciati da ogni freno inibitore.
Della prima faccia fanno parte l'introspettiva e quasi springsteeniana 'Twist A Knife', voce, armonica a cui si aggiunge un pianoforte a sottolineare la cupezza e i lasciti di alcune ferite emotive. La critica (che sa di satira) alla semplicità tutta yankee di affrontare la vita nel pigro valzer, voce e piano, 'Americana' che si conclude con la strofa "perché la vita è troppo breve per fregarsene". La pesante liricità di 'Cocaine Charlie', chitarra, voce, un pianoforte a battere emozioni e un violino che si aggiunge a sottolineare il drammatico destino di uno spacciatore di droga tradito e ucciso dalla moglie. Sette minuti ad alta tensione lungo il Rio Grande come le migliori delle murder ballad. I sette minuti che raggiungono il picco del disco. 'Blue Skies' emana positività così come la finale 'I'm A Goin Nowhere', delicata nel suo procedere che nel finale svela però l'animo corale e semplice su cui è stato costruito l'intero disco.
"Abbiamo cercato di mantenere un'atmosfera molto rilassata e spontanea, senza alcuna sovraproduzione, cercando semplicemente di catturare il momento, il modo in cui stavamo suonando. Sono tutti musicisti fantastici. Facevamo due o tre take per ogni canzone e poi, per quel giorno, lasciavamo che le canzoni vivessero da sole. Sappiamo che cambieranno ed evolveranno in futuro. Questa è stata una delle cose che ho apprezzato di più nella realizzazione dell'album. È stato semplice e piacevole" racconta Bingham.
Poi ci sono le canzoni corali, gioco di squadra dove la band composta da Ryan Ake (chitarre), Daniel Creamer (pianoforte), Paul Grass (batteria) e Scott Lee (basso), affiancati in tutto l'album da Richard Bowden (violino, mandolino) e Cody Huggins (chitarre, pedal steel) viene fuori in tutta la sua esplosività: nella sarabanda funky blues e caciarona di 'Let The Big Dog Eat', un honky tonk elettrico e ubriaco da suonare a tarda notte per tenere svegli gli avventori, uno dei momenti più divertenti dell'album che comunque sembra continuare in 'I Got Feelin', voci in sottofondo e atmosfere decisamente texane, slide e violino e un testo che punta sull'umorismo. Nel caos controllato di 'Revelance' e soprattutto in 'Ballad Of The Texas Gentlemen', honky tonk, elogio alla vita del musicista in tour ("ce ne siamo andati di nuovo, rincorrendo questo sogno" canta).
C'è voglia di suonare e divertirsi. Traspare dalle canzoni e da come sono state registrate, mantenendo intatta l'atmosfera primordiale con pochi interventi in produzione. Libere e grezze, a tratti imperfette. Bingham sembra essersi liberato da fantasmi e pesanti pesi del passato che comunque riaffiorano con velata malinconia: la difficile infanzia, un debutto come Mescalito (2007) mai eguagliato e sempre li a fare da pietra di paragone (anche se Fear and Saturday Night del 2015 non è da meno) e il successo planetario di The Weary Kind sono ora solo episodi. Certo segnanti e importanti, da guardare con rispetto ma la strada davanti sembra ancora lunga e piena di buone cose da raccogliere. Lui prova ad acciuffarle.
"Probabilmente le registrazioni più divertenti a cui abbia mai partecipato" dice. E forse ha ragione. Bentornato.
domenica 10 maggio 2026
RECENSIONE: EAGLES (One Of These Nights)
EAGLES One Of These Nights (Rhino Records, 1975/2026)
da qui in avanti: o ci ami o ci odi
One Of These Nights vanta tanti primati: è uno degli album con la gestazione più lunga e difficile della loro carriera ma allo stesso tempo fu anche il primo album degli Eagles a raggiungere la prima posizione nelle classifiche di vendita, trainato da importanti singoli come ‘Take It To The Limit’ (cantata da Randy Meisner: "il verso 'take it to the limit' significava continuare a provare. Arrivi a un punto della vita in cui senti di aver fatto tutto e visto tutto: fa parte dell'invecchiamento. E semplicemente spingersi oltre il limite ancora una volta, come ogni giorno, continuando a dare pugni...") e ‘Lyin Eyes’, un country che parla di tradimenti travestito sapientemente da pop song , che conquisteranno con facilità le radio americane ma anche con altrettanta facilità le critiche di chi li aspettava al varco. Fu uno spartiacque importante: il passaggio cruciale dal country rock per pochi dei primi dischi allo status di rockstar mondiali che diverranno da qui in avanti (Hotel California è lì dietro la curva), complice una visione allargata, a tratti visionaria, coraggiosa e audace, per qualcuno anche furba, sul pianeta musica, ben rappresentata da ‘One Of These Nights’, canzone funky soul che faceva l'occhiolino al dancefloor in grado di conquistare nuovi fan fuori dal loro vecchio circuito più polveroso. Quasi come togliersi gli stivali e indossare scarpe lucide da ballo.
Il duo Glenn Frey / Don Henley inizia a conquistare gradi in seno al gruppo a scapito del povero Bernie Leadon (l’anima country fino ad allora) a cui vengono lasciate le briciole: quelle scintillanti e importanti che compongono lo stralunato e psichedelico strumentale ‘Journey Of The Sorcerer’, un country western morriconiano con i violini di David Bromberg e gli archi della Royal Martian Orchestra che leggenda vuole registrata live in studio, uno dei picchi dell’album, e della finale ‘I Wish You Peace’, ballata, (insieme a ‘After The Thrill Is Gone’) scritta da Leadon con la sua compagna Patti Davis Reagan, figlia di Ronald futuro presidente USA, mal vista dal resto del gruppo e uno dei tanti motivi che porteranno alla separazione tra Leadon e la band a fine 1975 e la conseguente entrata di Joe Walsh.
Rimangono ancora le impronte soul rock di ‘Visions’, il valzer di ‘Hollywood Waltz’ e il bel western rock di ‘Too Many Hands’ con le sue vampate elettriche. Da qui in avanti, tanti inizieranno a odiarli, vedendo nelle loro canzoni solo il lato più leggero, sorvolando ingiustamente sull'aspetto umano, pesante e che toccherà il culmine in Hotel California, e sulle grandi doti artistiche individuali. Henley commentando la canzone 'After The Thrill Is Gone' sembra predirre il futuro: "per quanto a volte l'esperienza con gli Eagles fosse entusiasmante, parte del suo splendore stava iniziando a svanire. Stavamo unendo la nostra vita personale e professionale in una canzone".
Dopo cinquant'anni (più uno) attraverso la Rhino Records esce la versione rimasterizzata curata da Rob Jacobs. Un buon modo per avvicinarsi a questo disco anche se non c'è nessun inedito a rimpolparlo. Interessante invece il concerto aggiunto, l'ultimo con Bernie Leadon in formazione al Sunshine Festival di Anaheim il 28 settembre 1975. Momento cruciale della loro carriera in quanto proprio in quel concerto nei bis durante l'esecuzione di 'Rocky Mountain Way' compare Joe Walsh che di Leadon prenderà il posto. Interessante anche la presenza, per la prima volta in un supporto ufficiale, della cover 'Carol' di Chuck Berry, spesso presente nei concerti dell'epoca. A proposito della separazione dagli Eagles, Bernie Leadon in una recente intervista per la presentazione del suo nuovo e bel album solista Too Be Late To Be Cool appena uscito, ha dichiarato: "gli Eagles ebbero un successo così rapido che, già dal secondo anno, qualsiasi occasione si presentasse c 'erano spacciatori di droga che non avevano nulla a che fare con la band. Semplicemente, eravamo una calamita per ogni genere di cose, e la situazione divenne insostenibile. Stavamo in tour per un mese, e poi pensavo che saremmo tornati a casa dopo dieci giorni o una settimana, e invece ti davano un altro foglio con trenta date in più. E per me, questo era un po' eccessivo. Litigavo con la band: "Guardate, sono a pezzi", dissi, "e penso che tutti noi trarremmo beneficio da una pausa. Prendiamoci sei mesi di pausa, rimettiamoci in sesto, scriviamo canzoni, torniamo insieme e spaccheremo tutto". Non avvenne. Leadon salutò. A questo punto le porte dell' Hotel California, con i suoi abissi travestiti da dollari, iniziavano a intravedersi.













































