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domenica 23 novembre 2025

MICAH P. HINSON live@Spazio 211, Torino, 22 Novembre 2025


Serata forte questa allo Spazio 211. Un sold out che potrebbe lasciar presagire rumore e confusione in sala e invece regala momenti di assoluta attenzione, concentrazione e devoto silenzio che raramente si percepiscono a un concerto. Sì, insomma, qui nessuno ha il coraggio di farsi gli affari  suoi con il compagno a fianco.

Succede soprattutto quando Micah P. Hinson in tre occasioni, accendendosi una sigaretta, si concede al monologo aggiungendo e completando ciò che già le sue canzoni ci raccontano di lui da anni: storie di morte, peccati, fede e redenzione dove si intrufolano rapporti finiti e presenti, romanticismo e depressione, infanzia e famiglia, discendenze e lo stato di salute attuale di quel sogno americano che ha illuso generazioni, compresa la sua.

Micah P. Hinson dal precedente disco I Lie To You del 2022 sembra aver iniziato a percorrere la lunga strada della rinascita umana e artistica dove il pesante passato si fa strada verso un futuro da affrontare con più consapevolezza e saggezza. Ci sono ancora tanti demoni a circondare il percorso ma l'età e l'esperienza sembrano insegnare come affrontarli e lo canta bene in 'Ignore The Days', proiezione nel suo nuovo futuro.


Per la rinascita artistica è impossibile non pensare al nostro Alessandro "Asso" Stefana che fin dal precedente disco lo ha accolto in un forte abbraccio di sostegno come strumentista e produttore, donando la sua infinita genialità musicale. A farla da padrone è l'ultimo disco The Tomorrow Man uscito da pochissimo che parla quasi interamente italiano nei crediti (luoghi, musicisti, etichetta) e che viene  presentato interamente. Canzoni che private degli arrangiamenti d'archi, presenti su disco, ad opera del Benevento Ensemble, diventano scarne con Asso a suonare tastiere, armonica, lap steel e banjo e Paolo Mongardi (attuale batterista degli Zu) a giocare spesso di fino con spazzole e colpi ad effetto. Un concerto da crooner condotto con quella voce baritonale che sa essere potente e fragile contemporaneamente ma che non manca di condurre anche accelerazioni e crescendo radicati nel country bluegrass.

Ipnotici, cupi e struggenti in 'What Does It Matter Now', con grande gioco di squadra in 'People', canzone di David Bazan che sembra sempre indicare la via lungo la quale si sta dirigendo l'umanità, americani fino all'osso mentre eseguono 'The Last Train to Texas'.

Qualche concessione ai vecchi dischi c'è  stata, quell'esordio del 2004 sembrò battezzare un nuovo eroe dell'alt country per gli anni duemila ma il qui e ora sembra prevalere.

Mostra con orgoglio quel taglio di capelli che riporta alle sue origini dei nativi americani Chickasaw, anche se lo tiene nascosto sotto il grande cappello bianco che lo fa sudare parecchio, accorda in continuazione la chitarra e ci scherza pure su: "negli anni sessanta siamo andati sulla luna ma io sono ancora qui a perdere tempo per accordare 'sta fottuta chitarra".

Inizia il concerto con 'Oh, Sleepyhead' full band che poi riprenderà in solitaria come primo bis, forse la canzone simbolo di questa sua nuova rinascita, nata come ninna nanna per sua figlia ma simbolo di un nuovo approccio alla vita, quasi illuminato, dove canta:

"Alright

Wake up, sleepyhead

It's early morning

And all our lives are new

Cheer up, sleepyhead

It's still morning

And i'm disappointed in jesus too

We don't need to be so sad


We don't need to be so mad"

Conclude il concerto con '500 Miles', ormai un traditional scritto da Hedy West e cantato da tanti nel tempo . Chissà quanta altra strada avrà percorso, tra il Texas e la Spagna, e dove troveremo Micah P.Hinson la prossima volta che lo incontreremo? Fosse anche solo fermo da queste parti sarebbe una gran cosa.


Foto: Enzo Curelli




giovedì 26 giugno 2025

SAVATAGE live@Alcatraz, Milano, 24 Giugno 2025

 


Gods Of Metal nel Giugno 2001: durante l'esibizione dei suoi Motorhead, Lemmy indirizza un sonoro "fuck you" ai Savatage che nel palco opposto al loro, dentro al defunto Palatrussardi, o Palasharp, o come si chiamasse all'epoca non ricordo, stanno facendo un soundcheck piuttoso rumoroso (quell'edizione fu ricordata per l'assurda presenza di due palchi uno opposto all'altro). Ecco:  del concerto dei Savatage che suonarono immediatamente dopo i Motorhead ricordo solo quel sonoro "vaffanculo". Stavano portando in giro il controverso e difficoltoso da portare a termine Poets And Madmen, Zak Stevens era uscito dal gruppo, sostituito da un certo Damond Jiniya (che fine avrà fatto?). Un concerto non certo memorabile che li porterà piano piano a sciogliersi un anno dopo. Memorabili  furono invece i tre precedenti che vidi: nelle viscere dell'inferno del Rainbow a Milano nel 1996, concerto  che in una recente intervista Jon Oliva ha ricordato come uno dei più caldi della sua carriera, nell'esotico tendone del Palacquatica sempre a Milano nel 1997 in una versione serra con tanto di condensa misto sudore che pioveva nelle nostre teste e a due passi da casa al Babylonia di Biella nel 1998, quando a cinque minuti di macchina mi vedevo anche tre concerti a settimana. E che concerti!

E come memorabile, seppur fresco di nemmeno 24 ore, è stato il concerto di ieri sera. Uno dei concerti emotivamente più toccanti e  partecipati a cui abbia assistito negli ultimi anni. Le ragioni sono state tante: i Savatage sono tornati a suonare in Italia dopo 24 anni e il pubblico che ha riempito l'Alcatraz si divideva sostanzialmente in chi non li aveva mai visti prima e chi aspettava questo momento da circa un quarto di secolo dopo averli già visti negli anni d'oro. La formazione è quella del tour di Wake Of Magellan, ossia Zak Stevens alla voce, simpatico e coinvolgente con qualche trascurabile pecca vocale, un Chris Caffery alla chitarra che durante 'I Am' dimostra di poter sostuire più che degnamente anche la voce di Oliva volendo, un serafico e compassato Al Pitrelli alla chitarra solista, un Johnny Lee Middleton al basso, sereno e sempre sorridente,  Jeff Plate terremotante anche se nascosto dietro alla sua ingombrante batteria. Più due tastieristi. Già, perché per sostituire Jon Oliva, assente giustificato in riabilitazione dopo una brutta caduta, ci vogliono due musicisti. Ma l'ingombrante ombra di Oliva sembra sempre presenziare durante tutte le canzoni (lui ha dato l'ok per continuare comunque un tour già programmato anche senza la sua presenza) per poi materializzarsi davanti ai nostri occhi sul megaschermo, seduto davanti a un pianoforte in sala di registrazione (il prossimo anno uscirà un nuovo disco, si spera), mostrando tutti i segni fisici del tempo che però non hanno scalfito la voce che apre e chiude una commovente 'Believe' dedicata al fratello Criss. Uno dei tanti momenti da lacrima facile e pelle d'oca. La scelta di dare maggior spazio alle canzoni di The Wake Of Magellan invece (se ne conteranno sei), la vedo come un gesto di continuità con la propria carriera: se ai tempi fosse continuata come doveva, il concerto sarebbe stato questo.


Con 'Welcome' a dare il benvenuto allo show e la strumentale 'The Storm' per mettere in risalto la perizia strumentale.

 I Savatage non sono mai stati personaggi da prima pagina (singolare il fatto che raggiunsero il picco di notorietà dopo la morte di Criss Oliva): lo stupore davanti a un pubblico che ha cantato tutte le canzoni, dalla prima all'ultima (20 in scaletta, 1 ora e 50 la durata) e la tanta voglia di suonare e star bene si legge in faccia a ognuno di loro. Quando i musicisti suonano divertendosi si crea una speciale e naturale alchimia con i fan. Qualcosa di magico (semplici e azzeccati anche i  fondali con le copertine dei dischi), palpabile, sontuoso, che si percepiva ad ogni nota suonata. In tempi in cui le basi preregistrate abbondano, i Savatage tirano fuori l'antica artiglieria da veterani: gli intrecci vocali di una canzone come 'Chance' non sono da tutti, nemmeno i Queen ripetevano live certi cori registrati in studio, i Savatage sì. Una scaletta dove hanno trovato posto l'epicità di metà carriera ('Edge Of Thorns', 'All That I Bleed', 'Dead Winter Dead', 'Handful Of Rain') e la grezza attitudine power metal made in USA dei primi sei dischi (il crescendo di 'Gutter Ballett' sempre da brividi, 'Strange Wings', 'Sirens', 'Jesus Saves') che tocca il culmine con un finale d'altri tempi con 'Power Of The Night' e 'Hall Of The Mountain King' con Stevens a ringhiare come avrebbe fatto Oliva.

Riavvolgendo il nastro: dopo pochi mesi da quel Giugno del 2001 il mondo sociale e politico cambiò per sempre con gli attentati del 11 Settembre. Dopo ventiquattro anni si spera sempre che qualcosa sia cambiato. In meglio. Sbirciando fuori di casa ti accorgi che non è così. Tutto è immutato, perfino peggiorato. Con la musica, invece, speri che tutto rimanga uguale a vent'anni prima, perché, di solito, invecchiando si peggiora. I Savatage no, sembrano essere rimasti lì, quelli di sempre. Congelati. Un buon segno per il disco nuovo che arriverà. In più: il jolly da calare di nome Jon Oliva che se si dovesse rimettere in forma potrebbe regalarci ancora tante altre soddisfazioni. Serata da segnare e archiviare tra i concerti della vita. Ebbene sì.



Foto: Enzo Curelli