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sabato 12 settembre 2026
THE BLACK KEYS live@Alcatraz, Milano, 11 Settembre 2026
martedì 8 settembre 2026
MARTIN BARRE Band live@VerunoProgFestival, 5 Settembre 2026
Che i rapporti tra Martin Barre e Ian Anderson non siano idilliaci lo sappiamo ma Barre non manca di sottolinearlo dopo aver suonato 'Serenade To A Cuckoo' con l'odiato/amato flauto . Quando posa il flauto finge di spezzarlo in due con il ginocchio. "Fottuti flauti!".
È solo una piccola parentesi perchè ieri sera è stata la sua chitarra (come diversamente?) la gran protagonista in un repertorio che parte dalle sue 'Back To Steel' e 'Moment Of Madness' va fino alla lontana 'A Song For Jeffrey', passa da 'Wind Up' (lasciata nel finale), 'Teacher', 'Minstrell In The Gallery', 'Hunting Girl' e 'To Cry You A Song', omaggia i Beatles con 'Eleanor Rigby', ("un linguaggio universale"), trovando l'apice in 'Aqualung' (e le sue canzoni: 'Cross-Eyed Mary', 'My God', 'Locomotive Breath', 'Hymn 43') con quel riff alla Tony Iommi che avrebbe fatto comodo pure ai Black Sabbath dell'epoca.
Alla soglia degli ottant'anni Barre sembra ancora divertirsi un mondo con canzoni ormai immortali, senza metterla troppo sul serio, circondandosi di giovani musicisti (basso e batteria) e avendo trovato, da tempo, un compagno niente male. Una nota di merito la merita quindi Dan Crisp, seconda chitarra e voce che al giorno d'oggi con un Ian Anderson, vocalmente ai minimi storici, si prende la scena tenendo il palco in maniera impeccabile. Forse di prog in questa bella serata in un festival quasi perfetto se n'è sentito poco perchè la parte hard blues dei Jethro Tull ha sovrastato tutto, come quella volta, nel 1988, quando scipparono ai Metallica il Grammy come miglior performance rock/heavy con le canzoni di Crest Of A Knave (rappresentato da 'Steel Monkey').
martedì 28 luglio 2026
Magnolia Stone: GRAVEYARD, KADAVAR, ELDER, TRUCK FIGHTERS, GIOBIA live@Milano, 26 Luglio 2026
GRAVEYARD, KADAVAR, ELDER, TRUCK FIGHTERS, GIOBIA live@Milano, 26 Luglio 2026
Il festival Magnolia Stone si conferma ancora evento musicale a misura d'uomo: cinque concerti dove ogni band del bill ha a disposizione almeno un'ora (e più) di tempo per presentare la propria arte. Intorno: la solita atmosfera rilassata dove lo spettatore è protagonista e non passiva carne da macello da spennare. Qui si viene ad ascoltare e guardare i musicisti, a chiacchierare con amici con la stessa passione, a misurare quanto il rock’n’roll nel sottobosco sia ancora vivo e scalpitante. A tenere in piedi generi musicali che non godono di troppe attenzioni nei circuiti mainstream. Acqua gratis (quest'anno anche un po' dal cielo ma nessuno si è lamentato), ampie zone d'ombra con tavoli e alberi, buon cibo (sempre presente la pizza cotta su forno a legna) e bevande a prezzi comunque onesti. Quest'anno la presenza dei Kadavar, band berlinese che dalle nostre parti si vede pochissimo, ha fatto da attrattiva, almeno per me. Orari rispettati al secondo, cambi palco lunghi il giusto per permettere di rifocillarsi. Dato di fatto che tutte le band meriterebbero di suonare al calar del sole con i giochi delle luci a far da scenografia, ma sono gli italiani Giobia ad aprire il festival in pieno pomeriggio dopo il primo temporale della giornata e sotto la comparsa del sole. I toscani giocano un loro campionato creato su atmosfere space psichedeliche in grado di ammaliare e catturare: base ritmica dinamica su cui tastiere e chitarra costruiscono viaggi in mondi lontani tra passato, futuro e presente. Una buona colonna sonora per aprire un festival.
A seguire gli svedesi Truck Fighters. "Atletic stoner", divertente e cazzone, da non prendere troppo sul serio, quello del duo (più batterista) formato da Ozo (basso) e Dango (chitarra) con quest'ultimo che emulo di Angus Young non si è dato pace mai, correndo e saltando come un ossesso. Il loro motto: divertire, divertendosi. Vista la partecipazione, missione compiuta.
Con gli Elder, forti del loro nuovo album fresco d'uscita Through Zero , si cambia totalmente registro: salgono in cattedra la perizia tecnica e la componente più progressive dell'intera giornata. Gli americani sono ostici ma avvolgenti con le loro canzoni lunghe e articolate, hanno un pubblico fedele e affezionato, meno groove e più cervello nel loro set.
È stato il momento della pausa cena in attesa del menù serale.
Sebbene gli ultimi album avessero spostato il loro sound verso suoni più accessibili tra elettronica e kraut pop, i tedeschi Kadavar con l'ultimo Kids Abandoning Destiny Among Vanity And Ruin sembra abbiano recuperato il passato e le canzoni in scaletta lo confermano: tanti gli estratti dal primo album, da Berlin, Abra Kadavar e Rough Times.
I Kadavar sono perfetti: belli da vedere, ottimi songwriter, dinamici nel loro passare dal doom sabbathiano degli esordi alle derive space e i cori micidiali ('Die Baby Die'). Da tre anni l'aggiunta di una seconda chitarra ha arricchito ulteriormente il loro sound e io sono contento di averli finalmente visti dal vivo. A fine serata il loro set rimarrà il più dinamitardo. Anche i Graveyard stasera presentano un nuovo chitarrista dopo l'uscita dello storico Jonatan Larocca-Ramm avvenuta solo un mese fa. Nessuno sembra risentirne. Il loro hard blues caro ai seventies sembra si sia fatto ancora più sporco e grezzo. Joakim Nilsson (chitarra) e Truls Morck (basso) si alternano al microfono con il primo che raggiunge i picchi di phatos nei chiaroscuri blues di canzoni come 'Uncomfortanly Numb' e 'The Siren' . Band fantastica che seppur seguita da un pubblico fedele meriterebbe certo pù successo. Il loro Hisingen Blues per me rimane uno dei migliori dischi hard rock di questi ultimi vent'anni.
Ma poi pensi: con altro pubblico non calcherebbero il suolo di questo festival da cui esci senza mai una lamentela in saccoccia ma solo con tante buone vibrazioni nelle orecchie. Contesti dove il rock’n’roll sopravvive ancora grazie alla passione lontano dai grandi centri commerciali del rock dominati dall'affarismo.
Bravi tutti. Al prossimo anno!
martedì 30 giugno 2026
ELIO E LE STORIE TESE live@Concertozzo, Biella, 27 Giugno 2026
Non vedevo un concerto di Elio E Le Storie Tese da almeno quindici anni dopo aver passato gli anni novanta e primi duemila in loro compagnia spesso e sovente. Per me un ritorno ad anni indimenticabili: quelli di oggetti come le cassette passate di mano in mano con le registrazioni di quei primi dischi. Qualche bella chicca come Ocio Ocio, La Visione, Burattino Senza Fichi a far compagnia alle immancabili Il Vitello dai Piedi Di Balsa, Carro, Supergiovane, Cateto. E pure a qualche illustre assenza. 31 canzoni in scaletta e tre ore di concerto con il culmine raggiunto dell'ospitata di Tony Hadley che da novello crooner con esperienza si è cimentato in Suspicious Minds (versione Elvis), Bridge Over Troubled Water (Simon & Garfunkel) e la sua Gold con un Mangoni di "silver" vestito a ballare e disturbare. "The Architect" lo apostrofa Tony. Fotografia da portarsi a casa? Tony Hadley tanto impeccabilmente vestito durante la sua performance (bicchierini d'alcol compresi) quanto sciallato in bermuda e ciabatte a fine concerto per la foto di rito. Altri ospiti: Valerio Lundini voce in Cassonetto Differenziato e Tony Pytoni in Shpalman.
sabato 13 giugno 2026
THE DEL FUEGOS live@Chiari Music Festival, 12 Giugno 2026
sabato 28 marzo 2026
WILLIE NILE live@Ristorazione Sociale , Alessandria, 27 Marzo 2026
'Hard Times In America': Willie Nile lo cantava già nel lontano 1992 e l'ha ribadito più volte questa sera con quella canzone, sempre d'attualità, e con altre imbeccate che lo sottolineavano ("hello Trump? Fuck you" facendo finta di rispondere al telefonino che si è trovato sul pianoforte) chiamandoci a raccolta sotto la forza dell'unione che può ancora fare la differenza. 'We Are We Are' canta nel suo ultimo disco The Great Yellow Light rispondendo a quella 'Wild Wild World' che lo apre. Ci ha invitato dentro alla sua "casa dalle mille chitarre" dove allo scoccare della mezzanotte c'è Robert Johnson che canta e il rock’n’roll è ancora una fede e un'arma di pace, la migliore sulla piazza, in molti casi anche la più economica e potente. Illusi e romantici ci crederemo sempre. Fino alla fine.
Willie Nile, 77 anni è sempre e (ancora) una garanzia di ottima e trasudante passione rock’n’roll con la stessa coerenza che lo segue da quel suo indimenticabile debutto uscito nel 1980, che aveva già tutte le caratteristiche che si è portato dietro in anni (anche difficili) con canzoni dove il vecchio folk, sporco di polvere preziosa, tramandato dal Greenwich Village (il gran finale lo riserva a una 'Blowin in The Wind' elettrica, ma qui nessuno gli darà del "Giuda"), i sixties marchiati da una Rickenbacker dei Byrds e l'assalto urbano del punk rock che visse sulla propria pelle in anni irripetibili che oggi sembrano veramente preistoria del rock, si uniscono in un solo verbo.
Willie, instancabile, coniuga ancora quel verbo con immutata passione, aiutato dal sempre ottimo Marco Limido alla chitarra (straripante in più momenti), Antonio "Rigo" Righetti al basso ( e personale google translate di Nile) e l'impeccabile Alessio Gavioli alla batteria, la sua italian band, ma i due momenti migliori di questa sua seconda serata in Italia (la prima a Bergamo, la prossima sarà domenica a Modena) arrivano quando si siede al pianoforte (il suo primo grande amore a cui ha dedicato anche un intero disco, il sempre troppo dimenticato If I Was A River) per due ballate come 'Streets Of New York', a vent'anni dalla sua uscita, e 'Across The River', dal debutto, intense e allungate, concluse con un gran crescendo a tutta band ad amplificare messaggi, sogni, epicità e phatos.
E poi c'è anche chi le risposte nel vento cerca e di acciuffarle a modo suo...camminando tra le strade di New York, tra le strade di Alessandria con un leprotto che ti attraversa la strada, sotto la stessa luna vagabonda, l'importante è avere in tasca dei sogni e in mano solo una chitarra e non una pistola.
domenica 15 marzo 2026
SHAWN JAMES live@Spazio 211, Torino, 12 Marzo 2026
La prova che al giorno d'oggi esistono infinite vie per rendere virale e famoso un'artista mentre tu sei fermo alla copertina di un disco? Si presenta quando aspettando l'inizio del concerto di Shawn James allo Spazio 211, una coppia francese mi bussa alla spalla e mi chiede in inglese:
"l'hai conosciuto con The Last of Us Part II ?"
Scusate?
"Il gioco!" mi dicono.
Oh no, rispondo. Non conosco quel gioco. Non conosco nessun videogioco. Non mi piacciono più i videogiochi dal lontano 1992. Vaglielo a spiegare che lo conobbi una decina di anni fa alla vecchia maniera scrivendo del suo disco On The Shoulders of Giants nel mio blog e che ai tempi fui attirato dal suo faccione in copertina e mi incuriosì. Ecco spiegato perché fuori dal locale in coda c'erano così tanti ragazzi di giovane età e il locale era pieno. Poi scopro che la sua canzone più famosa è proprio quella 'Thtough The Valley' presente nel videogioco. Shawn James è un ragazzone di quarant'anni con una pazzesca e naturale forza interpretativa, una voce incredibile, profonda, baritonale, svezzata con i cori gospel delle chiese frequentate in giovane età nella periferia Sud di Chicago dove abitava prima del trasferimento in Arkansas. Diventatata adulta ascoltando Howlin’ Wolf, Robert Johnson e Otis Redding e poi il rock alternativo degli anni novanta, poi ancora tramutata in un folk soul con testi profondi tra peccato e redenzione.
Non è uno che si risparmia Shawn James: due ore tiratissime di concerto con la sua affiatata band composta dal batterista Rob Kennedy, dalla brava e composta polistrumentista Caoimhe Hopkinson (chitarra, tastiere, violino), dal contrabbassista e chitarrista Zack Sawyer e soprattutto dall'istrionico violista elettrico Sage Cornelius, vero mattatore sopra e sotto il palco (numerose le sue calate tra il pubblico) con la sua attitudine metallara tradita dalla sua voce da screamer e dall'ossesivo headbanging. I lunghi capelli gli permettono coreografie niente male.Un pubblico fedele e partecipe ha accompagnato Shawn James in ogni canzone che si trattasse dei momenti più intimi come l'esecuzione di 'Muerte Mi Amor', di una 'Eating Like Kings' eseguita insieme al suo autore Gravedancer che ha aperto il concerto con un breve set in solitaria o nell'infuocato finale dove il folk soul tutto americano si è incendiato diventando hard ('No Blood From A Stone).
Tra storie di vita raccontate con sincerità e complicità come farebbe un vecchio amico al bar, una cover di 'Like A Stone' degli Audioslave con il violinista Cornelius che riproduce fedelmente il solo di chitarra di Tom Morello, un invito ben accolto di Shawn James a mandare un bel "fuck you" a Donald Trump dopo averci detto quanto sia "imbarazzante essere americani" in questi tempi scuri, scorrono le sue canzoni The Thief And The Moon, Burn The Witch, I Want More, Midnight Dove, Crossroads.
Shawn James vive la musica sulla propria pelle, pure in modo assolutamente indipendente, si percepisce dall'intensità e l'onestà che ci mette sia quando racconta la propria vulnerabilità nei momenti più intimi del suo songwriting oscuro sia quando, soprattutto nel finale, si cala nella parte del rocker energico e selvaggio. Una bella serata pensata e decisa all'ultimo minuto. Spesso sono le migliori.
domenica 8 marzo 2026
ANGELA BARALDI live@GPG, Torino, 6 Marzo 2026
Dopo una settimana di Sanremo subita quasi passivamente, e quella successiva di sole parole per esaltare o distruggere la settimena precedente, subita passivamente pure questa - potere dei social babie! - non vedevo l'ora di vedere rappresentate su un palco live le canzoni che compongono il mio disco italiano preferito del 2025: 3021 di Angela Baraldi. Quella di Torino è l'ultima data di questo tour e Angela, che effettivamente a Sanremo vi partecipò pure nel lontano 1993 con 'A Piedi Nudi' (presente nella scaletta della serata), sembra rappresentare bene tutto ciò che a Sanremo non si vede e sente più da qualche anno. Basterebbe quel semplice: "testi e musica di Angela Baraldi" a sostituire elenchi lunghi come formazoni di calcio che imperversano ultimamente nelle canzoni pop italiane alla voce autori.
Cantautrice dalla spiccata personalità, indipendente, vera e fiera, con 3021 ha realizzato un disco intimo, breve ma avvolgente. Quasi antico. Ipnotico. Costruito su otto canzoni essenziali, dal taglio rock , che racchiudono un po' tutta la sua carriera: c'è il suo padre putativo Lucio Dalla dentro a 'Cosmonauti' e sua madre a cui è dedicata 'Saturno', un breve volo sopra alla stagione glam. Ci sono la speranza per un futuro dove ci si potrà innamorare ancora nonostante tutto ('3021') e l'umanità, le vicinanze e le distanze in canzoni come 'La Vestizione' e 'Cuore Elettrico',
Canzoni che hanno rappresentato l'ossatura del concerto contornate però da alcune gemme pescate dal passato.
La Baraldi tiene il palco con antico magnetismo, s'inginocchia, danza leggiadra come uno sciamano e rimane in bilico su una gamba che pare Ian Anderson mentre canta 'Cuore Elettrico'. Prende ciò che le grandi cantautrici hanno insegnato in settant'anni di storia rock'n'roll e lo unisce alla italianità. Una mosca bianca all'interno del cantautorato rock femminile made in Italy da preservare con cura, forte di esperienze segnanti nella musica come quella che la vide collaborare con gli ex CSI Massimo Zamboni, Gianni Maroccolo e Giorgio Canali e nella recitazione come attrice.
Oggi ad aiutarla sul palco la sua band: il mancino Federico Fantuz alla chitarra (coautore di alcuni degli ultimi pezzi), Giovanni Fruzzetti al basso e al synth e Daniele Buffoni alla batteria.
Passano così 'Sono Felice', canzone di un allora giovanissimo Macromeo ritrovata nei cassetti di quest'ultimo che mai la incise, 'Hollywood Babylonia' con le storie maledette di tre attori della vecchia Hollywood, lo stomp blues 'Josephine' dedicata a Joséphine Baker artista e attivista afroamericana che si stabili a Parigi, il lento e notturno blues di 'Michimaus', una 'Tutti A Casa' per non dimenticare Federico Aldrovandi e la sua triste storia fino alla finale 'Mi Vuoi Bene O No?', suo primo grande successo, privata della parte funky per essere contornata da sfumature jazz.
Eravamo davvero in pochi dentro alla sala del CPG (un centro polivalente veramente ottimo), tanto che lei ci scherza su mettendosi in posa davanti alle però tante macchine fotografiche Reflex presenti ("non mi era mai capitato di avere più fotografi che pubblico"). "Pochi ma buoni" come dice. E in TV non c'era neppure Sanremo a distrarre. Dove eravate? Angela Baraldi c'era, rocker unica e in splendida forma.
domenica 22 febbraio 2026
SCOTT H. BIRAM live@El Barrio, Torino, 21 Febbraio 2026
Si scusa Scott H. Biram. A fine concerto si ferma a parlare con noi pochi spettatori (un vero peccato. Ma la promozione per questi eventi?) e si scusa, quasi uno ad uno, per i problemi tecnici che ha avuto per più di metà concerto con la stomp box amplificata che non arrivava come avrebbe dovuto. Non è contento, sembra realmente amareggiato per non averci dato quello che voleva. Lo si rincuora perché è andata benissimo lo stesso e durante l'ora e mezza di durata forse nessuno si sarebbe accorto del problema se lui non avesse interrotto bruscamente con qualche imprecazione. Grande umiltà. Un personaggio Scott H Biram. Texano, cresciuto nella campagna di Prairie Lea, in una famiglia di musicisti (papà suonava il sax, gli zii avevano una piccola band), nello stereo di casa prima Leadbelly, Lightnin' Hopkins e Doc Watson poi i Black Sabbath e il punk rock dei tempi del liceo, mentre il suo fisico nel tempo è tenuto insieme dalle cicatrici e dalle protesi al titanio, lascito di alcuni episodi da leggenda: un incidente stradale in Texas nel 2003 che gli lasciò intatto un arto su quattro ma non gli impedì, un paio di mesi dopo, di salire sul palco in sedia a rotelle con una flebo al seguito, poi in Francia nel 2009, quando scivolò nei pressi di una pompa di benzina.
Sotto il gilet si intravede una t shirt dei Beastie Boys (Check Your Head), entra sul palco con in sottofondo Anesthesia (Pulling Teeth) dei Metallica, testamento del compianto Cliff Burton. Già questo inquadra la sua voracità musicale anche se poi la scaletta è infarcita di blues fino al midollo. Canzoni, sue e cover, di peccato e redenzione, suonate con antico spirito DIY, lo stesso che gli bolle in corpo quando suona le sue chitarre, quando sbuffa dentro un’armonica e batte il piede sulla stomp box, scuotendo il cembalo , anche se non si sente come vorrebbe lui. Tranquillo Scott! Ringhia, predica, si sfoga. Tutto insieme. Un “The Dirty Old One Man Band” come il titolo di uno dei suoi tredici dischi, quasi tutti legati alla Bloodshot Records di Chicago. Passano il reverendo Gary Davies e lo yodel di Jimmy Rodgers, Robert Johnson e Muddy Waters, John Lee Hooker. 'Throw A Boogie Woogie' di Sonny Boy Williamson diventa 'Black Betty' dei Ram Jam. Blues grezzo e qualche ballata country dagli umori texani, l'amore per il gospel (ci ha fatto un disco), la veemenza punk metal è sempre a un passo, dietro l'angolo, camuffata dalle chitarre acustiche.
E quando canta " I'm still drunk, still crazy, still blue" gli credi senza ulteriori verifiche. Finito il concerto vorrebbe farne un'altra ma parte in filodiffusione una musichetta targata Walt Disney. Risalito sul palco ci saluta con un passo di danza classica e un inchino. Quest'ultimo contraccambiato da noi pochi ma fortunati.
venerdì 13 febbraio 2026
LOS LOBOS live@Teatro Superga, Nichelino (TO), 11 Febbraio 2026
venerdì 23 gennaio 2026
THE DREAM SYNDICATE live@Hiroshima Mon Amour, Torino, 21 Gennaio 2026
Negli ultimi quattro anni a Torino credo di aver incrociato più volte Steve Wynn che un piatto di bagna cauda. Due eccellenze che non smettono mai di stupirmi. Due garanzie. Sempre. Wynn, da solo per concerti più intimi: in compagnia del solo Chris Cacavas (il quinto uomo alle tastiere, a sorpresa, stasera all'Hiroshima), oppure con Enrico Gabrielli e Rodrigo D'Erasmo per il bel concerto dell'anno scorso per la presentazione della salvifica autobiografia Non Lo Direi Se Non Fosse Vero. Libro assolutamente da leggere per quanta umanità vi è contenuta. E poi con i Dream Syndicate, sbarcati l'ultima volta in città nel 2022 allo Spazio 211, concerto da salotto tutti vicini vicini. Ma stasera è diverso. Si respira l'aria del grande evento, il locale è più grande e si riempirà, meritatamente, è la prima data del tour europeo e il primo dei quattro concerti italiani per festeggiare il loro Medicine Show, il secondo disco uscito nel 1984 e da poco ristampato in un ricco box, che tanto fece soffrire in fase di registrazione ("alla fine ero molto soddisfatto del disco, ma fisicamente e mentalmente ero a pezzi" racconterà Wynn) quanto fu fondamentale per proiettarli tra i grandi gruppi rock americani degli anni ottanta.
I Dream Syndicate non deludono mai anche quando decidono di improntare la prima parte di show pescando brani solamente dalla seconda fase di carriera, mai troppo lodata e ancora tutta da scoprire, quella della sperimentazione, cavalcando territori più aspri e dilatati uscendone comunque vincitori. A farla da padrone in scaletta è l'album How Did I Find Myself Here? e Jason Victor a confermarsi un grande chitarrista, quando dialoga con la chitarra di Wynn e ancor di più quando parte per i suoi viaggi sonori portandosi dietro tutti noi. Tanto compassato quanto trascinatore.
Dieci minuti di pausa e la scenografia dietro a loro passa dalla copertina dell'album These Times a quella inconfondibile e iconica di Medicine Show. Momento atteso dai piu. L'età stasera conta e sotto i cinquanta anni è difficile scovare gente.
Di quei tempi lontani, oltre alla giacca di Wynn, sono rimasti in tre: Wynn e la sezione ritmica instancabile e a tratti roboante con Mark Walton al basso e Dennis Duck alla batteria.
Tutto ciò che è compreso tra 'Still Holding On To You' e 'John Coltrane Stereo Blues' che vorresti durasse all'infinito ma che già straripa oltre, è pura gioia per le nostre orecchie.
Tre decenni di musica che paiono tenersi per mano: sixties e eighties mai così vicini, tra acidità, garage punk e psichedelia che ballano insieme, si mischiano, si allungano, si dilatano in cavalcate elettriche ipnotizzanti e da vero colpo da KO. Dove si finisce di riinizia con la canzone successiva. I bis finali dedicati all'album The Days Of Wine And Roses con due canzoni e a una 'Let It Rain', cover di Eric Clapton che ci accompagna verso l'uscita dopo due ore e dieci di concerto con un solo commento all'uscita da parte di tutti: i Dream Syndicate sono una garanzia! Sempre. Come un buon piatto di cucina piemontese. Sì, insomma domani sera faresti volentieri il bis.
lunedì 29 dicembre 2025
i miei CONCERTI del 2025
i miei CONCERTI del 2025
Se proprio devo sceglierne uno: i Savatage a Milano, anche senza Jon Oliva, perché ne aspettavo il ritorno da 24 anni. La conferma? Lucio Corsi dal vivo ci sa fare anche se da ora in avanti difficilmente lo seguirò nei grandissimi spazi. I più rock'n'roll: Tyla dei Dogs d'Amour in buona forma nonostante la vita, i Warrior Soul di un Kory Clarke scatenato e Bob Mould da solo che ha tenuto testa senza respiro. La sorpresa: le americane La Luz. Il più rumoroso: i Sunn O)), chi se no? e i Pentagram del folle Bobby Liebling.
Concerti nostalgia: i Soul Asylum, Jerry Cantrell che fa rivivere gli Alice In Chains anche senza Alice In Chains e l'ennesimo ritorno dei Ritmo Tribale nella loro Milano. I più intensi: gli ineccepibili Counting Crows, un Micah P. Hinson tornato in splendida forma accompagnato da Asso Stefana, la nottata black di Curtis Harding e uno Steve Wynn confidenziale. I più divertenti: il crossover black di Fantastic Negrito e la doppietta di Edda che ha chiuso l'anno nel segno del rock. Il più anarchico: Ryan Adams ha fatto quello che ha voluto in teatro in modo disordinato, a molti non è piaciuto ma fa parte del personaggio.
-SKIANTOS, Hiroshima Mon Amour, (Torino), 17 gennaio
-SOUL ASYLUM, Alcatraz (Milano), 22 Febbraio
-16, Blah Blah (Torino), 15 Febbraio
-PLANET OF ZEUS, Blah Blah (Torino), 27 Febbraio
-DEWOLFF, Santeria (Milano), 2 Marzo
-DEAD DAISIES, Phenomenon (Fontaneto d'Agogna), 8 marzo
-NIGHTSTALKER, Blah Blah (Torino), 12 Marzo
-RYAN ADAMS, Teatro Dal Verme (Milano), 24 Marzo
-WARRIOR SOUL, RnR (Rho), 29 Marzo
-STEVE WYNN, Blah Blah (Torino), 3 aprile
-THE PATELAVAX, Settimo Vittone, 11 Aprile
-LUCIO CORSI, Venaria Reale (To), 15 Aprile
-CONCERTO CASA CERVI (Cisco, Vinicio Capossela, Bandabardò, 99 Posse), 25 Aprile
-MICHAEL SCHENKER, Alcatraz (Milano), 1 Maggio
-CHARLIE SEXTON, DAVID GRISSOM & CALDER ALLEN, Folk Club (Torino), 16 Maggio
-HIPPIE DEATH CULT, Blah Blah (Torino), 28 Maggio
-TYLA' s DOGS D'AMOUR, RnR (Rho), 29 Maggio
-JERRY CANTRELL, Magazzini Generali (Milano), 1 Giugno
-BRANT BJORK, MOS GENERATOR, BlahBlah (Torino), 15 Giugno
-SAVATAGE, Alcatraz (Milano), 24 Giugno
-PENTAGRAM, El Barrio (Torino), 28 Giugno
-BEN HARPER & The INNOCENT CRIMINALS, Comfort Festival (Cinisello Balsamo), 5 Luglio
-KALEIDOBOLT, Blah Blah (Torino), 31 Luglio
-FU MANCHU, The Atomic Bitchwax, Ananda Mida, Earthless, King Buffalo, Magnolia (Milano), 2 Agosto
-FANTASTIC NEGRITO, Cek Franceschetti, Festa Radio Onda D'Urto (Brescia)
-ELLIOTT MURPHY, Druso (Bergamo), 12 Settembre
-RITMO TRIBALE, Legend Club (Milano), 10 Ottobre
-RAGE, El Barrio (Torino) 11 Ottobre
-COUNTING CROWS, Alcatraz (Milano) 12 Ottobre
-LA LUZ, Spazio 211 (Torino), 18 Ottobre
-CURTIS HARDING, Santeria (Milano), 24 Ottobre
-SUNN O)) Mocalieri, 25 Ottobre
-BOB MOULD Legend Club (Milano), 12 Novembre
-MICAH P. HINSON, Spazio 211 (Torino), 22 Novembre
-DANKO JONES, Legend Club (Milano), 6 Dicembre
-EDDA, Arci Bellezza (Milano), 12 Dicembre
-EDDA, Spazio 211 (Torino), 19 Dicembre
domenica 7 dicembre 2025
DANKO JONES live@Legend Club, Milano, 6 Dicembre 2025
A conferma della serata ad alto voltaggio, ad aprire Tuk Smith (ex Biters) con i suoi Restless Hearts con la loro capacità di trascinarti indietro nei seventies con un'orgia rock'n'roll tra Stones e Thin Lizzy e taglio di capelli alla Keith Richards anno 1973. Non a caso, consapevole di tutto ciò, Tuk Smith presenta i suoi compagni come Keith Richards alla chitarra, Peter Criss alla battetia e Dave Davies al basso. Il giusto tributo di chi sa da dove proviene ma anche dove vuole arrivare.
domenica 23 novembre 2025
MICAH P. HINSON live@Spazio 211, Torino, 22 Novembre 2025
Serata forte questa allo Spazio 211. Un sold out che potrebbe lasciar presagire rumore e confusione in sala e invece regala momenti di assoluta attenzione, concentrazione e devoto silenzio che raramente si percepiscono a un concerto. Sì, insomma, qui nessuno ha il coraggio di farsi gli affari suoi con il compagno a fianco.
Succede soprattutto quando Micah P. Hinson in tre occasioni, accendendosi una sigaretta, si concede al monologo aggiungendo e completando ciò che già le sue canzoni ci raccontano di lui da anni: storie di morte, peccati, fede e redenzione dove si intrufolano rapporti finiti e presenti, romanticismo e depressione, infanzia e famiglia, discendenze e lo stato di salute attuale di quel sogno americano che ha illuso generazioni, compresa la sua.
Micah P. Hinson dal precedente disco I Lie To You del 2022 sembra aver iniziato a percorrere la lunga strada della rinascita umana e artistica dove il pesante passato si fa strada verso un futuro da affrontare con più consapevolezza e saggezza. Ci sono ancora tanti demoni a circondare il percorso ma l'età e l'esperienza sembrano insegnare come affrontarli e lo canta bene in 'Ignore The Days', proiezione nel suo nuovo futuro.
Per la rinascita artistica è impossibile non pensare al nostro Alessandro "Asso" Stefana che fin dal precedente disco lo ha accolto in un forte abbraccio di sostegno come strumentista e produttore, donando la sua infinita genialità musicale. A farla da padrone è l'ultimo disco The Tomorrow Man uscito da pochissimo che parla quasi interamente italiano nei crediti (luoghi, musicisti, etichetta) e che viene presentato interamente. Canzoni che private degli arrangiamenti d'archi, presenti su disco, ad opera del Benevento Ensemble, diventano scarne con Asso a suonare tastiere, armonica, lap steel e banjo e Paolo Mongardi (attuale batterista degli Zu) a giocare spesso di fino con spazzole e colpi ad effetto. Un concerto da crooner condotto con quella voce baritonale che sa essere potente e fragile contemporaneamente ma che non manca di condurre anche accelerazioni e crescendo radicati nel country bluegrass.
Ipnotici, cupi e struggenti in 'What Does It Matter Now', con grande gioco di squadra in 'People', canzone di David Bazan che sembra sempre indicare la via lungo la quale si sta dirigendo l'umanità, americani fino all'osso mentre eseguono 'The Last Train to Texas'.
Qualche concessione ai vecchi dischi c'è stata, quell'esordio del 2004 sembrò battezzare un nuovo eroe dell'alt country per gli anni duemila ma il qui e ora sembra prevalere.
Mostra con orgoglio quel taglio di capelli che riporta alle sue origini dei nativi americani Chickasaw, anche se lo tiene nascosto sotto il grande cappello bianco che lo fa sudare parecchio, accorda in continuazione la chitarra e ci scherza pure su: "negli anni sessanta siamo andati sulla luna ma io sono ancora qui a perdere tempo per accordare 'sta fottuta chitarra".
Inizia il concerto con 'Oh, Sleepyhead' full band che poi riprenderà in solitaria come primo bis, forse la canzone simbolo di questa sua nuova rinascita, nata come ninna nanna per sua figlia ma simbolo di un nuovo approccio alla vita, quasi illuminato, dove canta:
"Alright
Wake up, sleepyhead
It's early morning
And all our lives are new
Cheer up, sleepyhead
It's still morning
And i'm disappointed in jesus too
We don't need to be so sad
We don't need to be so mad"
Conclude il concerto con '500 Miles', ormai un traditional scritto da Hedy West e cantato da tanti nel tempo . Chissà quanta altra strada avrà percorso, tra il Texas e la Spagna, e dove troveremo Micah P.Hinson la prossima volta che lo incontreremo? Fosse anche solo fermo da queste parti sarebbe una gran cosa.
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| Foto: Enzo Curelli |












































