mercoledì 30 ottobre 2019

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 79: JOHN MELLENCAMP (Human Wheels)

JOHN MELLENCAMP  Human Wheels (1993)





HUMAN WHEELS esce nel 1993 a due anni dal precedente Whenever We Wanted che fu un disco grezzo e genuino dal carattere decisamente rock e chitarre in stile Stones, in mezzo il fiasco del suo film Falling From Grace dalla comunque buona soundtrack. Durante le registrazioni di Human Wheels le cose virano immediatamente verso il peggio: il tastierista John Cascella muore lasciando comunque qualche traccia di sé nelle canzoni, a lui sarà dedicato il disco, il bassista Toby Myers abbandona la nave all’ultimo per motivi di salute e lo stesso Mellencamp non sembra godere di ottima salute. Quello che esce oltre ad essere uno dei suoi dischi più cupi a livello di testi è però anche uno dei più coraggiosi e completi musicalmente con una band che ha in Kenny Aronoff il metronomo perfetto, in David Grissom (già con Joe Ely) e Mike Wanchic le chitarre che sanno accarezzare più che affondare (la più rock del lotto rimane ‘What If I Came Knocking’) e in Lisa Germano il jolly dalle sfumature roots. Suoni puliti e ricercati per merito dell’aiuto in produzione di Malcolm Burn.
Un disco urbano che affonda nel sociale e in parte influenzato dal soul: il viaggio notturno nelle periferie dell’apertura ’When Jesus Left Birmingham’ è un gospel che Mellencamp dirà ispirato a Sly and the Family Stone "ho scritto When Jesus Left Birmingham ad Amsterdam nel 1992 dopo essere tornato alle 2 del mattino da un concerto che avevamo fatto a L'Aia . All'hotel, sembravano Sodoma e Gomorra , con dozzine di uomini d'affari ben vestiti in giro per l'area che raccoglievano prostitute e si scatenavano. Ho pensato: c'è qualcosa che non va qui", così come ‘French Shoes’.
Mentre ‘Sweet Evening Breeze’ percorre amaramente le terre del sud dalle parti di Atlanta, Georgia. Una delle migliori. Non è uno dei suoi dischi più immediati in carriera, tra accenni al recente passato riconducibile a The Lonesome Jubilee come ‘Beige To Beige’, ‘Suzanne and the Jewels’ o nella finale ‘To The River’ sembra camminare senza paura nelll’attualità del presente di quei primi anni novanta, raccontando le crude storie degli ultimi come quella della coppia Tony e Alice Jones che si sviluppa nel loro piccolo appartamento a Dallas.
Poi ti piazza un rock perfetto dall’irresistibile e azzeccata melodia come ‘Human Wheels’, una di quelle canzoni che non stancano mai e metteresti su all’infinito. Un classico istantaneo. L’album lo snobbai all’epoca ma ha recuperato molte posizioni con il tempo. Chissà forse è quello che succederà a MR. HAPPY GO LUCKY. Avanti il prossimo.



giovedì 24 ottobre 2019

RECENSIONE: NEIL YOUNG with CRAZY HORSE (Colorado)

NEIL YOUNG with CRAZY HORSE  Colorado (Reprise, 2019)




l'importante è il fine non il mezzo
Se c'è un artista che potrebbe unirsi a Greta Thunberg nella quotidiana battaglia per preservare quello che di buono c'è rimasto di questo povero mondo in continuo collasso sotto i nostri occhi, quello è certamente Neil Young.
Il canadese lo grida da sempre. Madre natura è entrata nelle sue canzoni fin dall'inizio della sua carriera e mai ci è uscita (i più recenti The Monsanto Years, il live Earth e Peace Trail, sulle orme dei pellerossa, sono gli ultimi messaggi incisi su disco).
Nel 1970 cantava "guarda madre natura in fuga" , ora "i vecchi uomini bianchi stanno provando ad uccidere madre natura". La stessa cosa a distanza di cinquant'anni. O Neil Young ci vide lungo in After The Goldrush o il mondo è cieco da parecchi anni. Scegliete voi. Io scelgo la seconda.
 "Abbiamo ascoltato le chiamate di avvertimento, ma le abbiamo ignorate" canta nel soffuso incedere al pianoforte di 'Green Is Blue'. È un disco rotto che continua la sua corsa da anni. E già li vedo, Neil e Greta, mano nella mano davanti a guidare il corteo: il vecchio Neil con la sua camicia lisa e il cappello in testa e la giovane nipote agguerrita che lo trascina presentandogli i tanti nuovi amici incontrati nelle piazze e uniti nella battaglia contro i grandi del mondo.
 Neil Young continua a lanciare appelli anche in COLORADO, il disco che segna il ritorno dei Crazy Horse su disco da Psychedelic Pill uscito nel 2012: il basso di Billy Talbot, la batteria di Ralph Molina e Nils Lofgren alle chitarre e piano, di nuovo in sella al cavallo da quei lontani anni settanta, in sostituzione di Poncho Sampedro (che ha preferito la pensione nelle isole Hawaii alle chitarre rock), hanno registrato il disco ad alta quota, sulle Montagne Rocciose nello Studio In The Clouds vicino a Telluride (session documentate nel documentario Mountaintop Sessions dedicato a Elliot Roberts scomparso quest'anno). Anche questo è un segnale di purezza.
Neil Young e i Crazy Horse hanno suonato per undici giorni e undici notti consecutive nell'aprile del 2019, ad alta quota, anche con l'aiuto di bombole d'ossigeno, sotto una luna color rosa. E proprio Pink Moon fu il primo titolo dato all'album.
Il suono dei Crazy Horse vola quindi alto ed è sublimato nei tredici minuti di 'She Showed Me Love' con le chitarre che si rincorrono in una infinità jam e dove è impossibile non tornare indietro ai tempi di 'Down By The River' o a quelli più recenti ma comunque lontanissimi di Ragged Glory (1990), "questa è la band più cosmica in cui abbia suonato, punto. Non c'è paragone" ha raccontato recentemente Neil Young a Wired, anche se poi l'album si apre nel modo più tranquillo possibile con il carezzevole country, tutto acustica, armonica e pianoforte di 'Think Of Me' che potrebbe arrivare direttamente dai suoi dischi acustici Harvest Moon o Silver & Gold, mentre in 'Milk Away' i Crazy Horse gigioneggiano con quelle chitarre cupe, pigre e scure che arrivano da Zuma o Sleeps With Angels. Uno dei migliori pezzi del disco.
 Anche la finale 'I Do' è un sussurro sotto voce. È se troppo spesso la musica, comunque sempre genuina e sincera, sembra richiamare antichi e gloriosi fasti già scritti nel tempo, con i testi Neil Young ha sempre dimostrato di vivere invece il presente sulla propria pelle (a parte il R&B di 'Olden Days' che rivanga nel passato). Ecco allora che la sua voce, che a tratti sembra dimostrare debolmente tutta la sua età, attacca i grandi colossi dell'industria in 'Shut It Down', con le chitarre più rock del disco, o grida tutto il suo disprezzo per Donald Trump e la sua politica "alza muri" in 'Rainbow Of Colors', che avanza pigra, sbilenca, elettrica e corale. Nella dura, stonata e marziale 'Help Me Lose My Mind' lancia il suo grido di aiuto e smarrimento. Vorrebbe un altro mondo Neil. È chiaro.
Anche la vita privata è passata in rassegna con 'Eternity' spensierata ballata al pianoforte (mi ricorda Till The Morning Comes) dedicata alla nuova moglie Daryl Hannah "oh fortunato me, spero di vivere nella casa dell'amore per l'eternità" canta. Anche se il mio pensiero va alla povera Pegi Young scomparsa il primo Gennaio di quest'anno.
 E come è successo per parecchi dei suoi ultimi dischi, arrivati al termine capisci che nessuna di queste canzoni insidierà mai il suo consolidato greatest hits, nonostante sia un disco dignitosissimo (per me un 6/7 per gli amanti dei voti). Neil Young ne è conscio perché ancora una volta il suo messaggio è chiaro: l'importante è il fine non il mezzo. E così sarà, coerentemente, fino alla fine dei suoi giorni. Statene certi.










martedì 22 ottobre 2019

RECENSIONE: JIMMY "DUCK" HOLMES (Cypress Grove)

JIMMY "DUCK " HOLMES  Cypress Grove (Easy Eye Sound, 2019)





una nuova vetrina sul vecchio juke joint
In anni dove spesso le canzoni possono essere sempre più equiparate a un fazzoletto usa e getta, tanto necessario sul momento quanto inutile dopo pochi minuti, ben venga un disco come questo con dietro una storia che ha il germoglio delle sue radici all' inizio degli anni venti del secolo scorso e i suoi frutti da raccogliere ancora qui, oggi. Nel presente. Un disco che assomiglia a quei vecchi fazzoletti di stoffa, indistruttibili: una volta sporchi, li lavi, li asciughi e li usi nuovamente. Ti durano una vita.
Bentonia è una piccola cittadina rurale del Mississippi dove il blues è di casa e tramandato di generazione in generazione tanto da diventare uno stile unico e riconoscibile che ha nei bluesmen Skip James (tre le sue canzoni rilette) e Jack Owens i suoi principali esponenti nella storia. Un blues ipnotico, circolare, ossessivo, terroso, scuro, seducente che evoca la morte, il diavolo, la dura vita e i tempi sempre troppo difficili.
A Bentonia, ancora oggi, esiste il Blue Front Cafe, il juke joint più vecchio d'America portato avanti da Jimmy "Duck" Holmes e aperto nel lontano 1948 dai suoi genitori (che fondarono anche il Bentonia Blues Festival). Jimmy Duck Holmes è uno degli ultimi veri esponenti di un suono in cerca di nuovi adepti che ne portino avanti la tradizione.
Jimmy "Duck" Holmes oggi ha 72 anni ma ha iniziato a incidere dischi solamente dalla seconda metà degli anni 2000 in età avanzata, incrementando la sua popolarità disco dopo disco (l'ultimo fu It Is What It Is del 2016), nonostante la sua esperienza l'abbia costruita giorno dopo giorno fin dalla tenera età. Quando può, ora che il suo nome ha iniziato a girare fuori da Bentenoia, si presenta ancora al juke joint con la sua chitarra, quella con quel suono originale e accordatura riconoscibile e lo si può ancora ascoltare fuori dalla barrel house a tarda sera, magari immaginando di essere vecchi avventori con del moonshine dentro al bicchiere. Il suono dei maestri deve essere insegnato.
Dan Auerbach (Black Keys) da alcuni anni si è impegnato nella valorizzazione della vecchia musica della tradizione: dopo aver riportato allo splendore un artista come Robert Finley, lanciato la carriera di Yola, collaborato con John Prine, prende per mano il vecchio Jimmy Duck Holmes, lo trasporta nei suoi studi a Nashville e lo porta a fare un giro nella contemporaneità in modo discreto preservandone gli antichi valori ma arricchendone il suono di sfumature strumentali con la speranza di allargare la sua fama ancora di più: una manciata di vecchie canzoni della tradizione del Bentonia Blues ('Hard Times' condotta in solitaria da Jimmy, Duck, 'Cypress Grove', 'Devil Got My Woman' di Skip James) alcuni traditional blues ('Catfish Blues' di Robert Petway, 'Goin Away Baby' di Jimmy Rogers, 'Little Red Rooster' di Willie Dixon con il sassofono ospite di Leon Michels, 'Train Train' di Jesse Mae Henphill) e una manciata di sue composizioni ( 'Two Women', 'All Night Long', 'Gonna Get Old Somebody'). Ad accompagnarlo un tris di grandi musicisti messi a disposizione da Auerbach: Sam Bacco alla percussioni, Eric Deaton al basso, la incredibile chitarra di Marcus King che piazza assoli in un paio di canzoni ('Rock Me' e 'All Night Long') e Auerbach stesso.
Il blues di Bentonia è pronto e servito per fare nuove conquiste. Ascoltare per credere.






RECENSIONE: ROBERT FINLEY -Goin' Platinum! (2017) 
RECENSIONE: YOLA -Walk Through Fire (2019)


venerdì 18 ottobre 2019

RECENSIONE: THE MAGPIE SALUTE (High Water II)

THE MAGPIE SALUTE  High Water II (Provogue Records, 2019)
 
 



 
l'ultimo volo delle gazze?
 Le recenti voci che vorrebbero i Black Crowes (o meglio i fratelli Chris e Rich Robinson) vicini a una nuova reunion potrebbero mettere in ombra prima del tempo High Water II, il nuovo disco dei Magpie Salute, fratello gemello della precedente uscita. E sarebbe un peccato perché la band di Rich Robinson con queste nuove dodici... canzoni sembra mettere sul tavolo le sue carte migliori fino ad oggi: nulla di così eclatante, intendiamoci, ma sicuramente qualcosa di più omogeneo che possa farci esclamare: "questo è un buon lavoro di squadra".
Intanto nello spazio che separa i due dischi abbiamo avuto anche la possibilità di vedere la band all'opera, misurandone le capacità live (ma non c'erano dubbi sulla qualità visti i personaggi): un concerto quello al live di Trezzo penalizzato per buona metà da un suono impastato che non ha reso la vita facile a un giudizio pienamente positivo. Fu un vero peccato ma ci confermò quantomeno che Rich Robinson di questa nuova costola dei Black Crowes è il leader incontrastato.
Questo High Water II riprende il discorso esattamente dove si era interrotto il primo: nove canzoni provengono dalle stesse session di registrazione avvenute al Dark Horse Studios a Nashville mentre tre sono state registrate in seguito al Rockfield Studios a Manmouth in Galles ('Gimme Something' , 'Leave It All Behind' e 'Life Is A Landslide' con le sue atmosfere british).
"Entrambi i dischi fanno parte di un viaggio collettivo. Ho scelto la sequenza appositamente per ogni disco. Volevo High Water l per farci conoscere al mondo. Con High Water II , volevo approfondire un po'. Per portare le persone in luoghi in cui non si sarebbero aspettati di andare ", ha raccontato Rich Robinson.
Non illudiamoci, i luoghi sono quelli di sempre: l'America del southern rock, del country e del soul e il Regno Unito del rock blues.
Luoghi ben presentati dal tris di canzoni ('Sooner Or Later', 'Gimme Something' e 'Leave It Behind') poste in apertura: rock e R&B con le chitarre di Robinson e Marc Ford in primo piano, il tasti del pianoforte di Matt Slocum a scandire il tempo, sezione ritmica martellante (Joe Magistro alla batteria e Sven Pipen al basso) armonie vocali e la voce di John Hogg che svolge bene il suo compito con diligenza e passione che sopperiscono bene a una personalità non proprio da frontman di razza.
Ma il meglio sembra passare attraverso i fiati suonati da Matt Holland nella sorprendente 'In Here', il primo singolo, nelle ballata 'You And I' condotta da Rich Robinson e soprattutto nell armonioso country 'Lost Boy' con Marc Ford che presta la sua profonda voce accompagnato dalla voce e il violino dell'ospite Alison Krauss, nel cangiante lavoro di squadra in 'Mother Storm', nella più feroce e belluina 'Turn It Around', nello scatenato funky rock di 'Doesn't Really Matter' che precede la quiete della finale, soffusa e notturna 'Where Is The Place', un lento rock blues che ci accompagna lentamente verso la fine.
Ora ci sarà solo da capire se la parola fine è stampata solo su questo capitolo o anche su tutta questa breve avventura. Le gazze torneranno a volare tramutandosi in corvi?
 
 
 

 
 
 
 
 

mercoledì 16 ottobre 2019

RECENSIONE: KADAVAR (For The Dead Travel Fast)

 KADAVAR   For The Dead Travel Fast (Nuclear Blast, 2019)



 
 
For The Dead Travel Fast, il nuovo disco dei berlinesi KADAVAR che prende il titolo da una frase citata nel Dracula di Bram Stoker potrebbe essere una delle più belle sorprese di questo 2019 a certe latitudini rock. In copertina si fanno fotografare in Transilvania, ai piedi del castello di Bran (quello di Vlad Tepes, sì proprio quello!) e da quella terra sembrano aver preso il mood che anima le nove canzoni del disco.
Certamente il loro disco più ambizioso fino ad ora, il quinto: mantengono le vecchie radici doom, sabbathiane (la scura e finale 'Long Forgotten Song', la più lunga e pesante ) e hard rock del passato (la dinamica 'Evil Forces' con il maligno falsetto del cantante e chitarrista Lupus Lindemann) ma allungano le canzoni che diventano meno dirette ma più magnetiche e aperte ('The Devil's Masters'), arricchite da nuove cangianti sfumature che vanno a raccogliere le influenze nella psichedelia (le malinconiche carezze sixties di 'Saturnales' e la dissonante e malata 'Demons In My Mind'), nel prog (il tango nero di 'Dancing With The Dead') , ma soprattutto nell'occulto, nell'horror e nella teatralità per tematiche ('Children Of The Night' pare uscire direttamente dal canzoniere anni settanta di Alice Cooper), rievocando vecchi film e relative colonne sonore. Una totale libertà d'azione che li rimanda direttamente indietro alle più influenti e ispirate stagioni rock, abbracciandone una fetta ancora più consistente rispetto al passato.
Quasi un concept sulla morte e le forze oscure registrato in presa diretta, in analogico, nel loro studio di registrazione a Berlino, modus operandi che permette loro di comportarsi esattamente come fossero sopra ad un palco.
"Qualcosa del genere non sarebbe stato possibile all'inizio della nostra carriera. Solo ora ci conosciamo abbastanza bene da riuscire a realizzare qualcosa del genere". Per me il passo è quello giusto per distinguersi senza perdere la credibilità conquistata in questi anni.








 

venerdì 11 ottobre 2019

RECENSIONE: CHRIS KNIGHT (Almost Daylight)



CHRIS KNIGHT   Almost Daylight (Drifters Church Production, 2019)
 
 
 
 

la voce di un vero lavoratore
Quando uscì Little Victories, il suo ultimo disco, Chris Knight coronò un piccolo sogno: duettare con John Prine, il cantautore che più di chiunque altro lo stimolò in giovane età a prendere una chitarra in mano e raccontare storie, anche se il suo debutto arrivò quando di anni ne aveva già 37, dopo aver conseguito una laurea in agricoltura e aver lavorato nel settore minerario per molti anni.
Sono passati sette anni dall'ultimo disco e i due si incontrano nuovamente in 'Mexican Home' una vecchia canzone di Prine del 1973 che chiude ALMOST DAYLIGHT il disco che segna il ritorno di Knight.
Nel 1998 quando uscì il debutto fu subito chiaro che il songwriting di Knight andava nella stessa direzione di gente come Prine, Guy Clark, John Mellencamp (la voce è quella). Ai tempi la stampa fece ancor di più e impiegò poco nel farlo diventare il "nuovo" Steve Earle.
Sono passati vent'anni e quel ragazzone del Kentucky dalla faccia rassicurante e paciosa, a parte la voce cambiata e segnata incredibilmente dal tempo, rivelatrice dei suoi 59 anni, non ha cambiato il suo linguaggio semplice, legato alla gente comune, ai perdenti, ai solitari, ai viaggiatori ('Almost Daylight' scritta insieme alla cantautrice Christy Sutherland), i sognatori, al trascorrere del tempo con le sue atroci verità ('The Damn Truth'), alle difficoltà quotidiane incontrate lungo le strade che portano nelle "small town" della sua zona (lui arriva da Slaughters con le sue 300 e poco più anime) abitate da gente legata ancora al mondo rurale e all'unico bene, il carbone, che mantiene ancora il lavoro dalla parte della sicurezza. Un cantautore alla vecchia maniera a cui piace poco l'avventura e che entra in scena solamente quando ha qualcosa da dire.
"Se non ho qualcosa che valga la pena di dire, non apro bocca, motivo per cui ho impiegato sette anni per realizzare questo album".
Un abitudinario della musica che non saprebbe ingannati per nessun motivo al mondo. Ecco così canzoni country rock dal sapore southern costruite con semplicità insieme al produttore Ray Kennedy (già con Lucinda Williams, Steve Earle) che viaggiano quasi tutte alla stessa velocità, mai troppo sostenuta, scandita da chitarre elettriche taglienti che si espandono nell'aria ('Crooked Mile') - da notare la presenza della sei corde di Dan Baird (ex Georgia Satellites) che firma anche 'Go On' e di Lee Ann Womack voce in 'Se d It On Down' - o da folk, con il violino, come fa nella rilettura di 'Flesh And Blood' di Johnny Cash.
"Almost Daylight penso sia un titolo piuttosto interessante per un album. Potrebbe significare molte cose per molte persone, come superare un periodo di oscurità nella vita stessa. Proprio prima dell'alba, perché è sempre più buio prima dell'alba." Domani è un altro giorno.
 
 
 
 

 
 
 

mercoledì 9 ottobre 2019

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 78: MOTÖRHEAD (Overkill)

MOTÖRHEAD  Overkill (1979)





"shake your head you must be dead if it don't make you fly"

Dalla finestra dei Roadhouse Studios di Londra si può vedere la neve scendere giù copiosa. Quella sera, Ian "Lemmy" Kilmister, "Fast" Eddie Clark e "Filthy Animal" Taylor stavano attendendo che il loro produttore Jimmy Miller arrivasse nello studio: avevano una sola nottata per portare a termine le registrazioni del loro secondo album Overkill. Un secondo disco importante per la loro sorte dopo un esordio passato inosservato e un seguente singolo, la cover 'Louie Louie' di Richard Berry che invece ebbe un inaspettato successo. Una volta sul mercato, Overkill diventerà importante per loro e la sorte di tanti altri gruppi. Iniziò a serpeggiare nervosismo in sala, l'affitto dello studio non era propriamente economico, quando ad un certo punto dalla finestra videro il loro produttore rotolarsi nella neve del marciapiede. Quando Miller entrò in sala fradicio dalla testa ai piedi con cinque ore di ritardo sui tempi previsti iniziò a scartabellare il lungo elenco di inconvenienti che a dir suo furono la causa del ritardo, tra cui una lunga camminata sotto la neve. Naturalmente nessuno ci credette, Miller era un bugiardo nato, dentro alla droga come i suoi scarponi lo erano nella neve bianca. A Miller non piacevano i Motorhead ma a Lemmy e compagni piace Miller, quello che aveva già lavorato sui dischi importanti di Rolling Stones, Traffic e Blind Faith. Quella notte prese forma un disco che farà scuola alla nascente scena britannica di heavy metal quanto al futuro thrash metal americano. La title track è uno dei più micidiali inizi disco che si ricordi: la doppia cassa di Taylor e quel susseguirsi di finti finali entreranno nella storia, insieme alle restanti nove canzoni: dal riff rubato agli ZZ Top che fa da impalcatura a 'No Class' a 'Stay Clean', dal riff alla Chuck Berry velocizzato di 'Damage Case' alla psichedelica 'Capricorn' (segno zodiacale di Lemmy) con l'assolo di chitarra registrato all'insaputa di Eddie Clark mentre si stava scaldando in studio. Nessun riempitivo inutile: il blues diventa pesante, tirato e aggressivo come non lo fu mai prima. Il grande successo li porterà in tour con le Schoolgirl e all'incisione di Bomber a soli sette mesi da Overkill. Da qui in avanti nessuno li fermerà più. Top.





venerdì 4 ottobre 2019

RECENSIONE: WHISKEY MYERS (Whiskey Myers)

WHISKEY MYERS  Whiskey Myers (Spinefarm, 2019)




southern accents
Il "white album" dei Whiskey Myers, texani di Palestine, sa di nuovo inizio, di nuova verginità artistica, anche se la base di partenza è la stessa dei primi quattro album: southern rock per il nuovo millennio. Loro sono uno dei gruppi di punta insieme a Blackberry Smoke, Hogjaw, The Steel Woods, The Vegabonds, The Cadillac Three.
"Questo è stato il primo album che abbiamo prodotto da soli ed è al 100% nostro" dicono dopo anni di collaborazione con il produttore Dave Cobb. Un disco che mette in risalto tutte le loro influenze quando vanno giù di chitarre (tre come nella migliore tradizione del southern rock d'annata: Cody Cannon, John Jeffers e Cody Tate) con episodi potenti ed enfatici ('Gasoline') sia quando l'aspetto più country e bucolico prende il sopravvento ('Rolling Stone') ma sempre guidati dalla sontuosa e versatile voce di Cody Cannon che ben si adatta ad ogni sfumatura. Dall'iniziale gospel a tinte hard 'Die Rockin' scritta insieme a Ray Wylie Hubbard e con i cori delle McCrary Sisters, passando per le ballate mai scontate che fanno da contorno.
Si sentono gli echi dei Lynyrd Skynyrd anni novanta, quelli del loro miglior disco dell'epoca Last Rebel, nell'epico avanzare di canzoni come la dichiarazione d'identità 'Bury My Bones' e 'Kentucky Gold' , c'è la freschezza sudista di Tom Petty nel rock'n'roll 'Mona Lisa', c'è il vecchio e intramontabile blues in canzoni come 'Bitch' e nella più pesante 'Hammer'.
Qualche sfumatura western sembra rimandare addirittura al miglior Bonjovi, periodo New Jersey e Blaze Of Glory ('Glitter Ain' t Gold') che non era affatto da buttare o cumunque a certo sound a cavallo tra gli anni ottanta e novanta.
Quando rallentano sanno mostrarci i paesaggi americani a bordo di una decappottabile attraverso la melodia on the road di 'Houston Country Sky' o nelle più distese 'California To Caroline' e 'Bad Weather' che richiamano i vecchi fantasmi sepolti negli anni settanta di gruppi come Eagles e Outlaws. Di questi dischi si dice "nulla di nuovo sotto il sole" ma abbastanza freschi da non far morire le tradizioni sotto il caldo cocente degli anni passati.










martedì 1 ottobre 2019

RECENSIONE: DAN McCAFFERTY (Last Testament)

DAN McCAFFERTY   Last Testament (Ear Music, 2019)
 
 
 
la voce scozzese a tratti commovente
Per me Dan McCafferty è stato una delle migliori e più sottovalutate voci del mondo rock: una voce vissuta, abrasiva, penetrante. Riconoscibile e rock come poche. Quando qualche anno fa annunciò l'uscita dai Nazareth per problemi di salute dopo l'album Rock'n Roll Telephone del 2014 mai più avrei sperato di ritrovarlo dietro un microfono. La sua malattia BPCO (malattia che attacca l'apparato respiratorio) non gli permetteva più di seguire la band in tour. "Sul palco avrei deluso i fan, deluso la band e deluso me stesso, quindi ho dovuto prendere quella decisione".
Il gruppo, con i suoi cinquanta anni sulle spalle, è rimasto nelle mani del bassista Pete Agnew (unico membro originale) e sta proseguendo la sua corsa con un nuovo cantante ma con la benedizione di McCafferty: "volevo che continuassero, facessero andare avanti l'eredità".
Di Dan McCafferty nessuna notizia fino ad oggi con l'uscita di questo Last Testament che sembra avere scritto nel titolo un definitivo epitaffio dalla musica, anche se il diretto interessato sembra smentire e voler proseguire questa nuova avventura anche in futuro.
È un disco amaro, spesso triste, di ballate folk e pianistiche ('Sunshine', 'Refugee' a cui si aggiunge un dolente violoncello) lontano mille miglia dall'hard rock della band scozzese, riscontrabile solo in un paio di episodi più movimentati come 'Bring It On Back' e 'My Baby'.
Dan McCafferty mette in tavola tutti i suoi anni (quest'anno sono 73) in canzoni sofferenti, malinconiche anche se mai rassegnate, personali fino all'osso (bellissima 'Why', 'Tell Me' è pura sofferenza) affrontate spesso con voce che pare debole, quasi stanca e remissiva salvo poi graffiare come ai vecchi tempi. Il vecchio leone c'è ancora. Dal crescendo di 'Looking Back' alle atmosfere scozzesi di 'You And Me' (presente anche in una versione acustica a fine disco) le cornamuse ogni tanto affiorano come in 'Home Is Where The Heart Is' che emana sapori Scottish ad ogni nota, alla fisarmonica di Karel Marik, musicista della Repubblica Ceca che ha collaborato assiduamente alla riuscita del disco come autore (delle musiche) e produttore, che contrasta con la voce cresciuta a Whisky e sigarette di McCafferty in 'I Can' t Find One For Me', o in 'Right To Fail', fino alla più teatrale e quasi epica 'Mafia'.
Un disco autobiografico dall'inizio alla fine: dentro, in mezzo alle nuvole grigie, ci scorre ancora la vita.