martedì 27 dicembre 2022

RECENSIONE: STEVE RUDIVELLI (Calypso Gin)

STEVE RUDIVELLI  Calypso Gin (2022)


un cocktail a mezzanotte

È stato un anno "strano" per me questo 2022. Pieno di persone e cose che hanno sostituito persone e cose. Un gioco di scambi che non ho ancora messo bene a fuoco. Sicuramente non noioso ma...c'è sempre un ma a rompere i coglioni.

Tanti chilometri come sempre, a piedi e in auto, perché ho imparato che nessuno ti viene incontro. Devi sempre muovere il culo e l'importante è non venderlo mai.

E combinazione l'anno si chiude con questo "piccolo" disco di Steve Rudivelli. Combinazione perché Steve, "il cowboy" della Brianza è un personaggio difficile da mettere a fuoco un po' come il mio 2022. Perché per incontrarlo devi andargli tu incontro nel suo Texas brianzolo. L'ho fatto una volta ma ritornerò. Lo prometto e non è una minaccia. Sicuramente un piacere.

Quando scrivo "piccolo", invece,  è perché Steve si fa bastare ancora l'antica magia artigianale: non rompe le palle a nessuno e registra i suoi dischi con la passione di sempre. Calypso Gin è il fratello del precedente Gasoline Beauty (2021) che a sua volte era fratello del precedente Metropolitan Chewingum (2020). "Un disco alcolico" mi ha scritto Steve. Non avevo dubbi.

Tante canzoni me le ha mandate in anteprima in questi mesi e per questo lo ringrazio pubblicamente.

Io aggiungo un disco dai tratti malinconici che fa battaglia con la spiaggia di copertina. E quando il mare c'è, è quello più triste e malinconico dell'inverno. 


Un disco folk di armonica e chitarre acustiche, ad aiutare le ficcanti incursioni delle chitarre elettriche di Andy D ('Tabacco Kentucky'), che mi ha riportato in mente quelle serate invernali di provincia, proprio come quella di oggi mentre scrivo, avvolte nella nebbia trafitta dalla luce gialla proveniente dalla vetrina di un bar tabacchi (in un paese "c'e sempre un bar tabacchi" canta) aperto fino a tarda sera: c'è chi gioca a carte, chi ancora a scacchi. Chi ordina due Negroni, chi compra tabacco, ci sono bicchieri vuoti e mezzi pieni, c'è chi indossa stivali "made in Mexico" e chi un pullover. Non fatevi illusioni "esotiche": siamo a Oreno city, frazione di Vimercate. Ogni mondo è paese. E il paese è bello, tranquillo e puoi tenere in mano un bicchiere con più scioltezza.

Le atmosfere da Sergio Leone di 'Caterina Malibu', quelle esotiche di 'Bikini Pub', quelle da frontiera americana alla Tom Russell di 'Mexico Boots', le atmosfere da Nashville Skyline dylaniano che si fondono con i cantautori milanesi in 'Timo It'. Jannacci meets Dylan.

Il disco si conclude con una serenata d'amore chitarra e armonica ('Serenade Of Love') che non può che essere di buon auspicio a tutti per un sereno 2023. "...la luna è sempre stanca, la luna è sempre lì da lunedi" canta Steve. Guardo fuori dalla finestra per cercare 'sta luna: c'è solo nebbia stasera, che fregatura la vita, ma è bello ugualmente.



RECENSIONE: STEVE RUDIVELLI - Metropolitan Chewingum (2020)

domenica 25 dicembre 2022

RECENSIONE: MICAH P. HINSON (I Lie To You)

MICAH P.HINSON  I Lie To You (Ponderosa Records, 2022)


punto e a capo

Così, a conferma di quanto le classifiche di fine anno contino veramente poco se fatte già a Novembre, il nuovo disco di Micah P Hinson esce a Dicembre e pretende tutte le attenzioni possibili. Uno, perché l'autore titorna a incidere dopo una pausa di quattro anni; due, perché c'è molta Italia dentro (anche se fare i patrioti non è mai bello, figuriamoci di 'sti tempi con i politici che girano in giaccia mimetica); tre, perché è un disco da groppo in gola che rischia di mandare di traverso il gran cenone di Natale e dare un cazzotto ben calibrato a tutto il finto perbenismo di questi giorni di festa. Dopo il sei Gennaio si torna alla "finta normalità" tanto vale non perdersi in illusioni e rimanere a combattere nella dura normalità.

A proposito, da oggi in avanti 'Please Daddy, Don't Get Drunk This Christmas', la canzone natalizia anomala di John Denver avrà la sua versione firmata da Micah P. HInson.

Nato e finito nel giro di una settimana in Irpinia, questa estate quando il cantautore è stato ospite di Vinicio Capossela allo Sponz festival, Lie To You, che esce per la Ponderosa Records, è un disco confessionale pieno di passato ma anche di visioni proiettate nel presente, con la voce profonda che scava nella vita  riportando a galla attimi, rimpianti, sensazioni, fallimenti e tutti quei demoni che hanno accompagnato la sua vita, dall'adolescenza in avanti. Una voce che pressa sulla musica tirata all'osso e preparata con dovizia da Asso Stefana che oltre a metterci la sua "benedetta" chitarra, produce il tutto e chiama a raccolta musicisti come Raffaele Tisero (la sua viola d'amore è un punto cardine su tutto il disco), Zeno De Rossi (batteria), Greg Cohen (contrabbasso).

Arrangiamenti d'archi che tessono trama e ordito di melodie da cui scaturiscono candide  lenzuola, leggere e svolazzanti su cui si adagiano grevi le parole di Hinson. 

Alla cupa, ipnotica e struggente 'What Does It Matter Now', uno dei momenti più intensi di questa mezz'ora di canzoni si contrappone il banjo della folkish 'Wasted Days And Wasted Nights'.

Agli scatti elettrici di 'Find Way Out' risponde 'People', opera di David Bazan che Hinson fa sua apportando alcune modifiche.

E se nel lento valzer di 'Carelessly' trova solo ora il coraggio di esplorare una triste parentesi del suo passato (l'aborto di una sua ex ragazza), "essendo giovani umani, abbiamo preso misure che, all'epoca, capivamo poco: ha abortito. Solo nella forma di una canzone sono stato davvero in grado di esprimere le mie emozioni e i miei pensieri sull'argomento" ha raccontato recentemente, in  '500 Miles' sembra calarsi nelle American Recordings di Johnny Cash, con l'unica differenza che Cash all'epoca ultra sessantenne entrava nell'ultima fase della sua vita mentre Micah P Hinson di anni ne ha solo quarantuno e prima dei vent'anni pare abbia già vissuto quattro vite.

Un disco che chiude la parentesi dei suoi primi quarant'anni come annuncia in 'Ignore The Days', l'unica veramente proiettata nel suo nuovo futuro.

"Come puoi progredire come essere umano nel futuro se tutto ciò che stai facendo è scrivere di tutta la merda che ti incatena al passato?". Una dichiarazione che sa di nuova rinascita.

(Rimane il mistero del perché  una canzone come 'You And Me', voce e pianoforte sia reperibile solo in versione digitale).






sabato 17 dicembre 2022

RECENSIONE: CORY BRANAN (When I Go I Ghost)


CORY BRANAN   When I Go I Ghost (Blue Elan Records, 2022)



Mi è sempre piaciuto Cory Branan, uno dei migliori cantautori americani di quella generazione di quasi cinquantenni che seguendo le orme dei grandi songwriter a stelle e strisce è riuscita creare una piccola scena. Branan non è certamente tra i più prolifici: questo è solo il suo sesto album e esce a cinque anni dal precedente Adios, che non era un addio ma un arrivederci a data da destinarsi. Ci siamo.

Nativo della terra del Misssissippi, figlio di un batterista, inizio carriera in una metal band e folgorazione cantautorale ascoltando John Prine da cui eredita quel modo di scrivere disincantato, la cinica lettura della vita con in primo piano i sentimenti compresi cuori spezzati, malesseri e storie intriganti, tanto che i Lucero lo citarono in una loro vecchia canzone 'Tears don't Matter Much' contenuta in That Much Further West(2003).

Per questo disco ha scelto undici canzoni dalle cinquanta che aveva a disposizione, lascito del tanto tempo creato dalla pandemia.

"Brani che parlano di dubbi esistenziali, della perdita di persone care, di depressione e di ansia generalizzata" dice. Per farlo mette in campo tutto il suo estro musicale che tocca sempre con disinvoltura il rock dalle influenze springsteeniane come avviene nell'apertura 'When in Rome, When in Memphis' che ospita  Jason Isbell e Brian Fallon. Per chi ama Springsteen consiglio però l'album Mutt uscito nel 2012, forse il suo migliore. Su di giri anche la tesa 'When I Leave Here'  e una 'One Happy New Year' che gravita invece dalle parti di John Mellencamp. 

Mentre in 'O Charlene' escono tutte le influenze ereditate da John Prine, 'Angels in the Details' e 'That Look I Lost' si muovono sinuose nel soul. A conferma della sua grande bontà di scrittura che ama spaziare nei generi, a una ballata notturna e malinconica come 'Pocket Of God', certamente tra le più riuscite del disco, contrappone due pezzi dal retrogusto pop come 'Waterfront', cantata insieme alla cantautrice Garrison Starr e 'Come on If You Wanna Come'.

Branan si conferma un cantautore randagio e poco omologato, libero di muoversi nello scacchiere musicale americano senza troppi obblighi di tempo e generi.




venerdì 9 dicembre 2022

VOIVOD live@Bloom, Mezzago, 6 Dicembre 2022

 

"Siete leggenda", grida uno dietro di me a fine concerto quando i canadesi a centro palco distribuiscono strette di mano e ringraziamenti a un pubblico caloroso. Sono realmente commossi per l'accoglienza e per come è andata la serata. Lo si capisce dalle loro facce.

Perché i Voivod non frequentino i grandi palazzetti del rock rimane uno dei tanti misteri della musica pesante (e non). Ci sarebbero tante risposte per capire questo mistero ma guardandoli questa sera sul palco, divertirsi come dei ragazzini alle prime armi si capisce tutto, anche che a loro, pur con una carriera lunga quarant'anni piena di attestati di stima da parte di critica e pubblico, interessa solo stare lì davanti  e suonare. La storia e i loro dischi parlano per loro. Non  c'è bisogno d'altro.

E allora mi capita di osservare spesso Michel "Away" Langevin dietro alla sua batteria essenziale e pratica, sorridere in continuazione mentre suona, si diverte ancora una cifra, potrebbe tirarsela come la più celebre delle rockstar e invece puoi incontrarlo dentro ai cessi del Bloom, timido, pacato e riservato. Denis  "Snake" Belanger potrebbe invece essere il compagno di bevute ideale, il mattacchione della compagnia, con la battuta sempre pronta, le mosse da scemo e le smorfie pure, Daniel "Chewy" Mongrain (chitarra) e Dominique "Rocky" Laroche (basso) sono gli uomini affidabili su  cui puoi contare sempre, rispettosi dei ruoli che stanno coprendo e di chi è venuto prima di loro. Denis Piggy D'Amour è stato ricordato, come sempre.


I Voivod hanno sempre avuto uno strano destino, quasi maledetto, che però è sempre stato combattuto, avendone in cambio l'assoluta certezza di essere uno dei gruppi più inimitabili della scena rock. I Voivod hanno avuto il merito artistico di elevare il metal, portarlo in un altra dimensione, a volte troppo avanti ed "intelligenti"per essere capiti ma alla fine dei conti irrangiungibili ed inimitabili.

Hanno elevato il metal, l'hanno complicato così tanto che l'unico modo per presentarlo al pubblico è quello di svestirlo di certi luoghi comuni, di abbandonare certe pose da duri e puri e giocare tutto sulla spontaneità, la generosità e l'umiltà. Ai loro concerti ci si diverte. E poco importa se suonano la vecchissima e tirata Voivod, le nuove canzoni del loro ultimo album Synchro Anarchy (tra i dischi dell'anno come ogni anno che esce un loro disco) o quelle di album epocali come Nothingface, Dimension Atross, Angel Rat o Outer Limits, la loro carriera è sempre stata livellata sull'eccellenza. Non hanno scheletri da nascondere.

Ma poi, chi altri si è impossessato di una canzone dei Pink Floyd ( Astronomy Domine) così bene da farla propria?

Setlist

Experiment

The Unknown Knows

Tribal Convictions

Synchro Anarchy

Iconspiracy

The Prow

Holographic Thinking

Overreaction

Pre-Ignition

Sleeves Off

Astronomy Domine 

Voivod

Fix My Heart




sabato 3 dicembre 2022

RECENSIONE: TOM PETTY And The HEARTBREAKERS - Live At Fillmore 1997

TOM PETTY And The HEARTBREAKERS  Live At Fillmore 1997 (Warner Records, 2022)



il concerto infinito...

Abbiamo assistito a tanti concerti nella nostra vita, così tanti da riuscire ad acquisire quella capacità che ti fa capire quando gli artisti e le band sopra al palco si divertono o stanno solamente suonando per contratto, per portare a casa l'agognata pagnotta: tanto domani siamo in un'altra città. "Un'altra città, un altro posto, un'altra ragazza, un'altra faccia" ringhiava Lemmy. "Caffè al mattino, cocaina al pomeriggio" gli fa eco Jackson Browne. È la routine che serpeggia, in qualche modo deve essere spezzata e alleviata. 


Sbirciare le scalette da già un'idea: se è sempre la stessa, sera dopo sera, la noia può far visita. Figuriamoci se la città è sempre la stessa, il palco anche e l'hotel dove si alloggia, il Miyako Hotel, pure. 

Al Fillmore di San Francisco in quelle venti date consecutive sold out comprese tra il 10 Gennaio e il 7 Febbraio del 1997 non c'era nessuno di noi (se sì fatevi avanti e raccontate per dio!) ma il divertimento è palese, si sente, ti entra sotto pelle anche solo ascoltando le canzoni senza vedere gli sguardi complici dei musicisti. E la scalette furono messe giù sul momento (per un totale di 85 canzoni eseguite), sera dopo sera, (per la felicità dell'ultimo entrato in formazione, il batterista Steve Ferrone), così piene di tanti devoti  omaggi alla musica (da Bob Dylan ai Kinks, da J.J.Cale agli Everly Brothers, da Bill Withers a Chuck Berry, dagli Stones a Booker T. & the M.G.’s), una narrazione avvincente ed esaltante di tutte le corde che può solleticare, toccare e stringere forte il rock’n’roll.

Gli Heartbreakers uniscono i puntini che separano John Lee Hooker dai Byrds ( ospiti sul palco il bluesman e Roger McGuinn) compreso tutto quello che sta in mezzo (peccato non vi sia la testimonianza dell'altro ospite Carl Perkins), agli Heartbreakers, invece, il compito di proseguire a tratteggiare la strada futura, almeno fino a quando hanno potuto, fino alla prematura morte di Petty.

Ed è stato già tanto. Ma tanto è anche quello che potevano ancora dare. 

Un gioco di squadra che non ha boss (anche nei dischi "solisti" di Petty gli Heartbreakers in qualche modo c'erano sempre). E quella solida unione la si percepisce guardando e ascoltando quella American Girl così straziante che sta girando in rete in questi giorni, eseguita da Benmont Tench e Mike Campbell, solo piano e chitarra. Tom dove sei?

E tutto sembra riportare a quel club a Gainesville in Florida quando Tom, Mike e Benmont nel 1970 erano la resident band di un locale. Iniziò tutto lì. Questa è la chiusura del cerchio o forse meglio ancora la continuità con in più l'esperienza.

Paragoni e assolutismi li lascio volentieri ad altri, perché ho hai ascoltato tutti i live della storia o si finisce per tirare in ballo i soliti cinque titoli. (A proposito: ma perché nessuno cita mai live di band hard rock e heavy?).

L'importante è che queste date abbiano smesso di circolare nel sottobosco dei fan sottoforma di bootleg ma abbiano incominciato a volare sopra alle teste di tutti, encomiabile esempio di cosa voglia dire suonare sopra a un palco. Palestra, manifesto, enciclopedia per chiunque si avvicini al rock'n'roll.

"Ho pensato che il Fillmore sarebbe stato il posto migliore per farlo, perché il pubblico qui è molto più indulgente nel permetterti di sperimentare. E si è rivelato vero. Sono semplicemente venuti con noi, al punto che ci siamo sentiti molto a nostro agio in quel lungo periodo. Penso che il lungo termine sia stata una grande idea, perché non stavamo promuovendo nulla e non avevamo motivo di farlo, a parte il fatto che volevamo farlo" disse in una vecchia intervista Petty.

E poi c'è una cosa che Tom Petty, suo malgrado mi ha insegnato: ogni lasciata è persa. Me lo persi stupidamente a Lucca nel 2012. E il finale è stato quello che è stato.

Di questo disco avevo ordinato la versione con due CD. Qualcosa mi diceva che me ne sarei pentito, nuovamente: l'ho subito cambiata con il cofanetto da quattro dischi. Al diavolo anche il vile denaro. Ogni lasciata è persa e questo è veramente imperdibile.