giovedì 14 maggio 2026

RECENSIONE: RYAN BINGHAM And THE TEXAS GENTLEMEN (They Call Us The Lucky One)

RYAN BINGHAM And THE TEXAS GENTLEMEN  They Call Us The Lucky One (Thirty Tigers, 2026)




ritorno in buona compagnia

Lo avevamo lasciato solitario davanti a un falò in piena notte a rimuginare sugli accadimenti della vita. 

Watch Out For The Wolf, uscito tre anni fa, pur non convincendo troppo musicalmente (un ep di sole sette canzoni e venticinque minuti di durata) era comunque un segnale di vita a cui bisognava dare ascolto. Ryan Bingham si mise in gioco come mai prima: scrivendo, cantando, suonando, producendo in completa solitudine nel suo rifugio del Montana. Scarnificato fino all'osso, usando pure una batteria elettronica. Sette canzoni che servirono forse più a lui per mettere ordine alla vita che a noi ascoltatori. Ci diceva che era pronto a tornare dopo la proficua parentesi come attore nella serie Yellowstone e dopo la nuova storia d'amore con Hassie Harrison, attrice conosciuta proprio sul set. Tutte cose che lo hanno riportato sulla retta via e a riabbracciare la gioia di suonare con una vera band al seguito: The Texas Gentlemen, il cui nome compare pure in copertina per sottolinearne l'importanza. 

Oggi, a tre anni distanza e a ben sette dall'ultimo vero disco American Love Songs, è bello riascoltarlo con rinnovato ardore.

Un disco di chilometri sull'asfalto, scorribande on the road, amore verso la vita e il proprio lavoro di musicista, una stoccata ai suoi compatrioti e qualche delicata storia di vita incontrata lungo la strada. Cose semplici, insomma, in una vita dura da portare avanti. Così traspare subito, dal crescendo emozionale dell'iniziale 'The Lucky Ones'. ("Due mani sul volante, i miei occhi sulla strada, quanto lontano, quanto a lungo possiamo andare da una strada secondaria verso un carico pesante").

Un disco ben bilanciato ma a due facce, che alterna momenti di pacatezza a momenti di pura gioia musicale, free e sganciati da ogni freno inibitore.

Della prima faccia fanno parte l'introspettiva e quasi springsteeniana  'Twist A Knife', voce, armonica a cui si aggiunge un pianoforte a sottolineare la cupezza e i lasciti di alcune ferite emotive. La critica (che sa di satira) alla semplicità tutta yankee di affrontare la vita nel pigro valzer, voce e piano, 'Americana' che si conclude con la strofa "perché la vita è troppo breve per fregarsene". La pesante liricità di 'Cocaine Charlie', chitarra, voce, un pianoforte a battere emozioni e un violino che si aggiunge a sottolineare il drammatico destino di uno spacciatore di droga tradito e ucciso dalla moglie. Sette minuti ad alta tensione lungo il Rio Grande come le migliori delle murder ballad. I sette minuti che raggiungono il picco del disco. 'Blue Skies' emana positività così come la finale 'I'm A Goin Nowhere', delicata nel suo procedere che nel finale svela però l'animo corale e semplice su cui è stato costruito l'intero  disco.

"Abbiamo cercato di mantenere un'atmosfera molto rilassata e spontanea, senza alcuna sovraproduzione, cercando semplicemente di catturare il momento, il modo in cui stavamo suonando. Sono tutti musicisti fantastici. Facevamo due o tre take per ogni canzone e poi, per quel giorno, lasciavamo che le canzoni vivessero da sole. Sappiamo che cambieranno ed evolveranno in futuro. Questa è stata una delle cose che ho apprezzato di più nella realizzazione dell'album. È stato semplice e piacevole" racconta Bingham.

Poi ci sono le canzoni corali, gioco di squadra dove la band composta da Ryan Ake (chitarre), Daniel Creamer (pianoforte), Paul Grass (batteria) e Scott Lee (basso), affiancati in tutto l'album da Richard Bowden (violino, mandolino) e Cody Huggins (chitarre, pedal steel) viene fuori in tutta la sua esplosività: nella sarabanda funky blues e caciarona di 'Let The Big Dog Eat', un honky tonk elettrico e ubriaco da suonare a tarda notte per tenere svegli gli avventori, uno dei momenti più divertenti dell'album che comunque sembra continuare in 'I Got Feelin', voci in sottofondo e atmosfere decisamente texane, slide e violino e un testo che punta sull'umorismo. Nel caos controllato di 'Revelance' e soprattutto in 'Ballad Of The Texas Gentlemen', honky tonk, elogio alla vita del musicista in tour ("ce ne siamo andati di nuovo, rincorrendo questo sogno" canta).

C'è voglia di suonare e divertirsi. Traspare dalle canzoni e da come sono state registrate, mantenendo intatta l'atmosfera primordiale con pochi interventi in produzione. Libere e grezze, a tratti imperfette. Bingham sembra essersi liberato da fantasmi e pesanti pesi del passato che comunque riaffiorano con velata malinconia: la difficile infanzia, un debutto come Mescalito (2007) mai eguagliato e sempre li a fare da pietra di paragone (anche se Fear and Saturday Night del 2015 non è da meno) e il successo planetario di The Weary Kind sono ora solo episodi. Certo segnanti e importanti, da guardare con rispetto ma la strada davanti sembra ancora lunga e piena di buone cose da raccogliere. Lui prova ad acciuffarle.

"Probabilmente le registrazioni più divertenti  a cui abbia mai partecipato" dice. E forse ha ragione. Bentornato.





domenica 10 maggio 2026

RECENSIONE: EAGLES (One Of These Nights)

 

EAGLES  One Of These Nights (Rhino Records, 1975/2026)




da qui in avanti: o ci ami o ci odi

One Of These Nights vanta tanti primati: è uno degli album con la gestazione più lunga e difficile della loro carriera ma allo stesso tempo fu anche il primo album degli Eagles a raggiungere la prima posizione nelle classifiche di vendita, trainato da importanti singoli come ‘Take It To The Limit’  (cantata da Randy Meisner: "il verso 'take it to the limit' significava continuare a provare. Arrivi a un punto della vita in cui senti di aver fatto tutto e visto tutto: fa parte dell'invecchiamento. E semplicemente spingersi oltre il limite ancora una volta, come ogni giorno, continuando a dare pugni...") e ‘Lyin Eyes’, un country che parla di tradimenti travestito sapientemente da pop song , che conquisteranno con facilità le radio americane ma anche con altrettanta facilità le critiche di chi li aspettava al varco. Fu uno spartiacque importante: il passaggio cruciale dal country rock per pochi dei primi dischi allo status di rockstar mondiali che diverranno da qui in avanti (Hotel California è lì dietro la curva), complice una visione allargata, a tratti visionaria, coraggiosa e audace, per qualcuno anche furba, sul pianeta musica, ben rappresentata da ‘One Of These Nights’, canzone funky soul che faceva l'occhiolino al dancefloor  in grado di conquistare nuovi  fan fuori dal loro vecchio circuito più polveroso. Quasi come togliersi gli stivali e indossare scarpe lucide da ballo.

Il duo Glenn Frey / Don Henley inizia a conquistare gradi in seno al gruppo a scapito del povero Bernie Leadon (l’anima country fino ad allora) a cui vengono lasciate le briciole: quelle scintillanti e importanti che compongono lo stralunato e psichedelico strumentale ‘Journey Of The Sorcerer’, un country western morriconiano con i violini di David Bromberg e gli archi della Royal Martian Orchestra che leggenda vuole registrata live in studio, uno dei picchi dell’album, e della finale ‘I Wish You Peace’, ballata, (insieme a ‘After The Thrill Is Gone’) scritta da Leadon con la sua compagna Patti Davis Reagan, figlia di Ronald futuro presidente USA, mal vista dal resto del gruppo e uno dei tanti motivi  che porteranno alla separazione  tra Leadon e la band a fine 1975 e la conseguente entrata di Joe Walsh. 

Rimangono ancora le impronte soul rock di ‘Visions’, il valzer di ‘Hollywood Waltz’ e il bel western rock di ‘Too Many Hands’ con le sue vampate elettriche. Da qui in avanti, tanti inizieranno a odiarli, vedendo nelle loro canzoni  solo il lato più leggero, sorvolando ingiustamente sull'aspetto umano, pesante e che toccherà  il culmine in Hotel California, e sulle grandi doti artistiche individuali. Henley commentando la canzone  'After The Thrill Is Gone' sembra predirre il futuro:  "per quanto a volte l'esperienza con gli Eagles fosse entusiasmante, parte del suo splendore stava iniziando a svanire. Stavamo unendo la nostra vita personale e professionale in una canzone".


Dopo cinquant'anni (più uno) attraverso la Rhino Records esce la versione rimasterizzata curata da Rob Jacobs. Un buon modo per avvicinarsi a questo disco anche se non c'è nessun inedito a rimpolparlo. Interessante invece il concerto aggiunto, l'ultimo con Bernie Leadon in formazione al Sunshine Festival di Anaheim il 28 settembre 1975. Momento cruciale della loro carriera in quanto proprio in quel concerto nei bis durante l'esecuzione di 'Rocky Mountain Way' compare Joe Walsh che di Leadon prenderà il posto. Interessante anche la presenza, per la prima volta in un supporto ufficiale, della cover 'Carol' di Chuck Berry, spesso presente nei concerti dell'epoca. A proposito della separazione dagli Eagles, Bernie Leadon in una recente intervista per la presentazione del  suo nuovo e bel album solista Too Be Late To Be Cool appena uscito, ha dichiarato: "gli Eagles ebbero un successo così rapido che, già dal secondo anno, qualsiasi occasione si presentasse c 'erano spacciatori di droga che non avevano nulla a che fare con la band. Semplicemente, eravamo una calamita per ogni genere di cose, e la situazione divenne insostenibile. Stavamo in tour per un mese, e poi pensavo che saremmo tornati a casa dopo dieci giorni o una settimana, e invece ti davano un altro foglio con trenta date in più. E per me, questo era un po' eccessivo. Litigavo con la band: "Guardate, sono a pezzi", dissi, "e penso che tutti noi trarremmo beneficio da una pausa. Prendiamoci sei mesi di pausa, rimettiamoci in sesto, scriviamo canzoni, torniamo insieme e spaccheremo tutto". Non avvenne. Leadon salutò. A questo punto le porte dell' Hotel California, con i suoi abissi travestiti da dollari, iniziavano a intravedersi.




sabato 9 maggio 2026

RECENSIONE: SOCIAL DISTORTION (Born To Kill)

 

SOCIAL DISTORTION  Born To Kill (Epitaph Records, 2026)





Nati per uccidere ma duri a morire. 


Mike Ness con i suoi Social Distortion ritorna quindici anni dopo l'ultimo  Hard Times and Nursery Rhymes (2011) che fu un tuffo nell'accogliente fieno della tradizione americana (a sua volta sette anni dopo Sex, Love And Rock'n'roll del 2004), con un disco che citando in più occasioni i suoi eroi (nei testi riferimenti a Lou Reed, David Bowie e Stooges) vuole riportare la band ai lontani tempi degli esordi segnati dal rock’n’roll e dal punk. Anche se non mancano riferimenti roots come il country 'Crazy Dreamer' con le ospitate di Lucinda Wiliams a duettare e Benmont Tench al pianoforte o il rifacimento di 'Wicked Game' di Chris Isaak, inspessita dalle chitarre e già proposta dal vivo. A proposito: ricordo il disappunto di qualche fan (al grido:" le chitarre Mike, le chitarre!" seguito da bestemmia) durante il loro ultimo concerto al Carroponte (Milano) nel 2022 durante l'esecuzione del brano. Chissà poi perché?

"Ho cercato di tornare a uno stile un po' più primitivo" dice Ness. E non mente. Nemmeno il suo fisico mente, tornato alla piena energia dopo la vittoria su un tumore alle tonsille che ne ha segnato gli ultimi anni di vita e di fatto frenato la registrazione di questo nuovo album rimandato più volte anche se in sede live non sono mancati i tour a tenere viva fiamma e bilanci. L'ultima volta in Italia a Milano nel 2022 , quest'anno la replica a Giugno, stesso posto, stesso orario.

Vittoria che va a sommarsi alle tante della sua vita. Non ultima: "mio figlio maggiore ha avuto problemi con la droga e l'alcol. Dovevo comunque andare in tour e affrontare la situazione".

Gli altri segnali sono proprio lì all'inizio: 'Born To Kill' e 'No Way Out' indicano la strada. Fiere, potenti, grezze, con la voce di sempre, per nulla intaccata dalla malattia. La prima una autobiografica dichiarazione d'intenti, un piccolo manifesto del "Ness pensiero", la  seconda, insieme a 'Don't Keep Me Hanging On' ripescata addirittura dal periodo di White Light, (White Heat, White Trash), annata 1996. Disco che Ness ha ammesso di usare come bussola della propria carriera, ma "penso che questo sia migliore". Il tempo ce lo dirà. E se i chorus di 'The Way Things Here', riflessione sulla gioventù a Fullerton, e di 'Tonight' sembrano entrare di diritto nella tradizione scritta dalla band (tra i più imitati ma mai eguagliati), suonano quasi heavy canzoni come 'Partners In Crime', un omaggio al potere salvifico del rock'n'roll e 'Walk Away (Don't Look Back)'. Il blues riveste 'Never Goin Back Again', autobiografica fino al midollo nel suo testo (Ness mette sempre tutto se stesso, vittorie e sconfitte) mentre la finale 'Over You' che chiude il disco, mischia alla perfezione radici e punk. Se qualcuno in questo 2026 mi chiedesse cosa sono i Social Distortion, farei ascoltare loro 'Over You'. Perfetta.

Prodotto da una vecchia conoscenza come Dave Sardy che intelligentemente sembra lasciare un po' di quella grezza e sporca patina da live band anche in studio di registrazione e con la partecipazione dei compagni di band Jonny Wickersham alla chitarra, Brent Harding al basso e David Hidalgo Jr. alla batteria (in formazione dal 2010 ma alla sua prima registrazione in studio con la band) e qualche ospite (Josh Jove, D. Sardy, Todd O'Keefe, Brett Gurewitz), Born To Kill non ha paura di intrufolarsi tra i migliori dischi della band di Orange County e questo a più di quarant'anni dagli inizi, confermando Ness come uno degli ultimi veri, grandi eroi del rock'n'roll americano. E se ancora non bastasse, le dichiarazioni rilasciate nelle ultime interviste promettono che non passeranno altri quindici anni per sentire nuove canzoni: "avevo più di 40 canzoni da esaminare e 40 idee, e abbiamo dovuto passare un paio di mesi solo per arrangiarle, suonarle e vedere quali funzionavano meglio. Abbiamo intenzione di sorprendere tutti e pubblicare un altro album in studio in tempi brevi". E noi aspetteremo. Intanto godiamoci questo ritorno. Uno dei più importanti dell'anno per chi crede ancora al potere salvifico del rock'n'roll.