RYAN BINGHAM And THE TEXAS GENTLEMEN They Call Us The Lucky One (Thirty Tigers, 2026)
ritorno in buona compagnia
Lo avevamo lasciato solitario davanti a un falò in piena notte a rimuginare sugli accadimenti della vita.
Watch Out For The Wolf, uscito tre anni, fa pur non convincendo troppo musicalmente (un ep di sole sette canzoni e venticinque minuti di durata) era comunque un segnale di vita a cui bisognava dare ascolto. Ryan Bingham si mise in gioco come mai prima: scrivendo, cantando, suonando, producendo in completa solitudine nel suo rifugio del Montana. Scarnificato fino all'osso, usando pure una batteria elettronica. Sette canzoni che servirono forse più a lui per mettere ordine alla vita che a noi ascoltatori. Ci diceva che era pronto a tornare dopo la proficua parentesi come attore nella serie Yellowstone e dopo la nuova storia d'amore con Hassie Harrison, attrice conosciuta proprio sul set. Tutte cose che lo hanno riportato sulla retta via e a riabbracciare la gioia di suonare con una vera band al seguito: The Texas Gentlemen, il cui nome compare pure in copertina per sottolinearne l'importanza.
Oggi, a tre anni distanza e a ben sette dall'ultimo vero disco American Love Songs, è bello riascoltarlo con rinnovato ardore.
Un disco di chilometri sull'asfalto, scorribande on the road, amore verso la vita e il proprio lavoro di musicista, una stoccata ai suoi compatrioti e qualche delicata storia di vita incontrata lungo la strada. Cose semplici, insomma, in una vita dura da portare avanti. Così traspare subito, dal crescendo emozionale dell'iniziale 'The Lucky Ones'. ("Due mani sul volante, i miei occhi sulla strada, quanto lontano, quanto a lungo possiamo andare da una strada secondaria verso un carico pesante").
Un disco ben bilanciato ma a due facce, che alterna momenti di pacatezza a momenti di pura gioia musicale, free e sganciati da ogni freno inibitore.
Della prima faccia fanno parte l'introspettiva e quasi springsteeniana 'Twist A Knife', voce, armonica a cui si aggiunge un pianoforte a sottolineare la cupezza e i lasciti di alcune ferite emotive. La critica (che sa di satira) alla semplicità tutta yankee di affrontare la vita nel pigro valzer, voce e piano, 'Americana' che si conclude con la strofa "perché la vita è troppo breve per fregarsene". La pesante liricità di 'Cocaine Charlie', chitarra, voce, un pianoforte a battere emozioni e un violino che si aggiunge a sottolineare il drammatico destino di uno spacciatore di droga tradito e ucciso dalla moglie. Sette minuti ad alta tensione lungo il Rio Grande come le migliori delle murder ballad. I sette minuti che raggiungono il picco del disco. 'Blue Skies' emana positività così come la finale 'I'm A Goin Nowhere', delicata nel suo procedere che nel finale svela però l'animo corale e semplice su cui è stato costruito l'intero disco.
"Abbiamo cercato di mantenere un'atmosfera molto rilassata e spontanea, senza alcuna sovraproduzione, cercando semplicemente di catturare il momento, il modo in cui stavamo suonando. Sono tutti musicisti fantastici. Facevamo due o tre take per ogni canzone e poi, per quel giorno, lasciavamo che le canzoni vivessero da sole. Sappiamo che cambieranno ed evolveranno in futuro. Questa è stata una delle cose che ho apprezzato di più nella realizzazione dell'album. È stato semplice e piacevole" racconta Bingham.
Poi ci sono le canzoni corali, gioco di squadra dove la band composta da Ryan Ake (chitarre), Daniel Creamer (pianoforte), Paul Grass (batteria) e Scott Lee (basso), affiancati in tutto l'album da Richard Bowden (violino, mandolino) e Cody Huggins (chitarre, pedal steel) viene fuori in tutta la sua esplosività: nella sarabanda funky blues e caciarona di 'Let The Big Dog Eat', un honky tonk elettrico e ubriaco da suonare a tarda notte per tenere svegli gli avventori, uno dei momenti più divertenti dell'album che comunque sembra continuare in 'I Got Feelin', voci in sottofondo e atmosfere decisamente texane, slide e violino e un testo che punta sull'umorismo. Nel caos controllato di 'Revelance' e soprattutto in 'Ballad Of The Texas Gentlemen', honky tonk, elogio alla vita del musicista in tour ("ce ne siamo andati di nuovo, rincorrendo questo sogno" canta).
C'è voglia di suonare e divertirsi. Traspare dalle canzoni e da come sono state registrate, mantenendo intatta l'atmosfera primordiale con pochi interventi in produzione. Libere e grezze, a tratti imperfette. Bingham sembra essersi liberato da fantasmi e pesanti pesi del passato che comunque riaffiorano con velata malinconia: la difficile infanzia, un debutto come Mescalito (2007) mai eguagliato e sempre li a fare da pietra di paragone (anche se Fear and Saturday Night del 2015 non è da meno) e il successo planetario di The Weary Kind sono ora solo episodi. Certo segnanti e importanti, da guardare con rispetto ma la strada davanti sembra ancora lunga e piena di buone cose da raccogliere. Lui prova ad acciuffarle.
"Probabilmente le registrazioni più divertenti a cui abbia mai partecipato" dice. E forse ha ragione. Bentornato.


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