domenica 10 maggio 2026

RECENSIONE: EAGLES (One Of These Nights)

 

EAGLES  One Of These Nights (Rhino Records, 1975/2026)




da qui in avanti: o ci ami o ci odi

One Of These Nights vanta tanti primati: è uno degli album con la gestazione più lunga e difficile della loro carriera ma allo stesso tempo fu anche il primo album degli Eagles a raggiungere la prima posizione nelle classifiche di vendita, trainato da importanti singoli come ‘Take It To The Limit’  (cantata da Randy Meisner: "il verso 'take it to the limit' significava continuare a provare. Arrivi a un punto della vita in cui senti di aver fatto tutto e visto tutto: fa parte dell'invecchiamento. E semplicemente spingersi oltre il limite ancora una volta, come ogni giorno, continuando a dare pugni...") e ‘Lyin Eyes’, un country che parla di tradimenti travestito sapientemente da pop song , che conquisteranno con facilità le radio americane ma anche con altrettanta facilità le critiche di chi li aspettava al varco. Fu uno spartiacque importante: il passaggio cruciale dal country rock per pochi dei primi dischi allo status di rockstar mondiali che diverranno da qui in avanti (Hotel California è lì dietro la curva), complice una visione allargata, a tratti visionaria, coraggiosa e audace, per qualcuno anche furba, sul pianeta musica, ben rappresentata da ‘One Of These Nights’, canzone funky soul che faceva l'occhiolino al dancefloor  in grado di conquistare nuovi  fan fuori dal loro vecchio circuito più polveroso. Quasi come togliersi gli stivali e indossare scarpe lucide da ballo.

Il duo Glenn Frey / Don Henley inizia a conquistare gradi in seno al gruppo a scapito del povero Bernie Leadon (l’anima country fino ad allora) a cui vengono lasciate le briciole: quelle scintillanti e importanti che compongono lo stralunato e psichedelico strumentale ‘Journey Of The Sorcerer’, un country western morriconiano con i violini di David Bromberg e gli archi della Royal Martian Orchestra che leggenda vuole registrata live in studio, uno dei picchi dell’album, e della finale ‘I Wish You Peace’, ballata, (insieme a ‘After The Thrill Is Gone’) scritta da Leadon con la sua compagna Patti Davis Reagan, figlia di Ronald futuro presidente USA, mal vista dal resto del gruppo e uno dei tanti motivi  che porteranno alla separazione  tra Leadon e la band a fine 1975 e la conseguente entrata di Joe Walsh. 

Rimangono ancora le impronte soul rock di ‘Visions’, il valzer di ‘Hollywood Waltz’ e il bel western rock di ‘Too Many Hands’ con le sue vampate elettriche. Da qui in avanti, tanti inizieranno a odiarli, vedendo nelle loro canzoni  solo il lato più leggero, sorvolando ingiustamente sull'aspetto umano, pesante e che toccherà  il culmine in Hotel California, e sulle grandi doti artistiche individuali. Henley commentando la canzone  'After The Thrill Is Gone' sembra predirre il futuro:  "per quanto a volte l'esperienza con gli Eagles fosse entusiasmante, parte del suo splendore stava iniziando a svanire. Stavamo unendo la nostra vita personale e professionale in una canzone".


Dopo cinquant'anni (più uno) attraverso la Rhino Records esce la versione rimasterizzata curata da Rob Jacobs. Un buon modo per avvicinarsi a questo disco anche se non c'è nessun inedito a rimpolparlo. Interessante invece il concerto aggiunto, l'ultimo con Bernie Leadon in formazione al Sunshine Festival di Anaheim il 28 settembre 1975. Momento cruciale della loro carriera in quanto proprio in quel concerto nei bis durante l'esecuzione di 'Rocky Mountain Way' compare Joe Walsh che di Leadon prenderà il posto. Interessante anche la presenza, per la prima volta in un supporto ufficiale, della cover 'Carol' di Chuck Berry, spesso presente nei concerti dell'epoca. A proposito della separazione dagli Eagles, Bernie Leadon in una recente intervista per la presentazione del  suo nuovo e bel album solista Too Be Late To Be Cool appena uscito, ha dichiarato: "gli Eagles ebbero un successo così rapido che, già dal secondo anno, qualsiasi occasione si presentasse c 'erano spacciatori di droga che non avevano nulla a che fare con la band. Semplicemente, eravamo una calamita per ogni genere di cose, e la situazione divenne insostenibile. Stavamo in tour per un mese, e poi pensavo che saremmo tornati a casa dopo dieci giorni o una settimana, e invece ti davano un altro foglio con trenta date in più. E per me, questo era un po' eccessivo. Litigavo con la band: "Guardate, sono a pezzi", dissi, "e penso che tutti noi trarremmo beneficio da una pausa. Prendiamoci sei mesi di pausa, rimettiamoci in sesto, scriviamo canzoni, torniamo insieme e spaccheremo tutto". Non avvenne. Leadon salutò. A questo punto le porte dell' Hotel California, con i suoi abissi travestiti da dollari, iniziavano a intravedersi.




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