venerdì 29 maggio 2026

RECENSIONE: TROY MERCY (Let The Night Begin)

TROY MERCY
  Let The Night Begin (Gitcha, 2026) 






la continuità del blues


Parlare di novità quando in ballo c'è la parola Blues è sempre un azzardo. Un rischio. Una falsità. Una speranza. Un po' tutto insieme. Qualcuno ci riesce ancora. A certi titoloni che accompagnano il debutto del chitarrista Troy Mercy  ho creduto poco. Non c'è nulla di assolutamente mai sentito dentro a Let The Night Begin, ciò non toglie che questo disco farà parlare di sè perchè Troy Mercy è un bravo chitarrista ma soprattutto un personaggio che sa quel che vuole.
Bisogna dare atto a Troy Mercy di avere capacità e personalità giuste per dire la sua in un territorio che ormai non conosce più segreti. E che abbia la "faccia di tolla" giusta (come si dice) lo si capisce da alcune dichiarazioni rilasciate per presentarsi. Tipo: alla domanda "bevanda preferita?" risponde "il sangue dei miei nemici". Tra i suoi gruppi preferiti cita: Little Walter, Richard Thompson, Captain Beefheart, Otis Redding, Black Sabbath, Lester Young. Nomi mica da poco. 
E della  sua filosofia d'approccio alla musica: "respiro il blues. Ho un cuore rock 'n' roll. Per me, ciò che conta sono le canzoni e il legame con il pubblico. Questo, e il portare sul palco un elemento di pericolo ed eccitazione.
Ma che abbia un talento indiscusso lo si capisce dalla varietà musicale che riesce a riversare in queste dieci canzoni di debutto. Un disco che comunque arriva dopo anni trascorsi in tour suonando per Booker T e Fabulous Thunderbirds. O collaborando con personaggi come Hubert Sumlin, Billy Boy Arnold e Pinetop Perkins,  suonando la chitarra in due album di Kim Wilson. 
Che sia l'hard blues grezzo e istintivo dell'apertura 'Cheap Machine' o quello zeppeliniano della finale 'Who's Laughing Now?', il blues rurale e solitario di 'Trembling Shadow' (con i suoi grilli in sottofondo) o  'Silver Bird', chitarra, armonica e battito di piede che sembra riportare al vecchio Rod Stewart periodo Faces, il blues battente bandiera Black Keys, quelli blues di 'Better & Better' o quelli più soul di 'A Place Of Our Own'. 
Che sia una 'Traveling Light' che ha la pazzia bluesy di Jack White, una 'A Place Of Our Own' che si ispira al folk britannico o una 'Love Is A Hurt' dove gioca a fare Curtis Mayfield, Troy Mercy sa il fatto suo. Arriva. 


Registrato in modo essenziale in una baita riscaldata a legna con dove insieme a Troy Mercy (voce, chitarra, armonica), ci sono Harrison Foti (batteria, percussioni), Tim Carman (batteria, percussioni) e Marty Ballou (basso) e prodotto da Tim Carman (Parlor Greens, Canyon Lights, ex membro dei GA-20)  Le dieci tracce che in definitiva cercano di trovare ancora una strada che porti alla speranza e all'amore nonostante gli ostacoli disseminati dalla crudeltà umana ci presentano un nuovo bluesman in città.
Le sue performance live si riducono a duo, chitarra e batteria, ma sembra sia il suo habitat naturale e prediletto: "suonare sul palco, ovunque, conferisce una forza che non si può ottenere in altro modo. Con le prove si può diventare molto bravi, ma un concerto probabilmente vale dieci o venti prove"







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