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lunedì 8 giugno 2026

RECENSIONE: THE QUILL (Master Of The Skies)

 

THE QUILL  Master Of The Skies (Metalville, 2026)




coerenza che premia

Fissati i Black Sabbath come punto di riferimento e il cantante Magnus Ekwall come punto di forza (enfatica e ozzyana in molti passaggi la sua ugola) gli svedesi The Quill superano i trent'anni di attività con il solito album (l'undicesimo in carriera) senza pecche e difetti: hard rock di stampo seventies solido, pesante e rallentato con accelerazioni improvvise e assoli in mano  alla chitarra di Christian Carlsson, ma con la melodia sempre ben inquadrata  e protagonista e qualche passaggio devoto allo stoner dei nineties. 

Una coerenza che li porta ad essere uno dei gruppi cult della scena hard/heavy europea ma allo stesso tempo anche uno dei più dimenticati e sinceramente non ho mai troppo capito il perché visto che la qualità non è mai venuta a mancare.

Canzoni cangianti e ricche di soluzioni melodiche, inframezzate da alcune brevi parentesi di pochi minuti che ne esaltano la magneticità: il bitish folk alla Led Zeppelin di 'Son Of Light', la liquida epicità di 'Now You Are Gone' durano al massimo un paio di minuti ma fanno da congiunzione a una narrazione che sa quasi di concept.

"Ci siamo concentrati molto sull'atmosfera. Alcuni brani necessitavano di spazio e moderazione, altri volevano esplodere: mi piaceva lasciare che la luce e l'oscurità decidessero fino a che punto spingerci." ha raccontato il cantante Ekwall.

Un viaggio registrato ai 491 Studios con il fido produttore Erik Nilsson che inizia e si conclude con la title track ripresa a fine disco. Canzone che da sola fa da buona presentazione al loro stile che gioca molto con le luci e le ombre.

Se la possente ed epica 'Dark City' sembra non lasciare troppo tempo al respiro, 'You Can Not Kill My Soul' inizia in modo soffuso e arpeggiato ricordando i migliori Uriah Heep di Demons And Wizards per  trasformarsi poi in un mid tempo che avremmo ascoltato ancora volentieri in qualche disco del compianto Ozzy.

'It's Over' viaggia nello psych stoner, eterea ma allo stesso tempo esplosiva.

Un disco carico di riff vincenti come quello heavy e circolare che battezza 'If Tomorrow Never Comes' o quello di 'Light Turns Low' in grado di stamparsi in testa fin dal primo ascolto. Fino ad arrivare ai nove minuti di 'Mastodon' vero punto focale dell'album, composizione che sciorina in un sol colpo tutte le loro carte vincenti: inizio psichedelico, rallentamenti doom, il cantato di Ekwall che si conferma tra i  più ispirati in circolazione, la sessione ritmica formata da Roger Nilsson (basso) e Jolle Atlagic (batteria) che prende il sopravvento quando la canzone accelera e acquista groove.

È incredibile che in un gruppo di questa levatura molti componenti siano ancora costretti a fare altri lavori per campare ma pare sia proprio così. 

"Continuiamo a farlo solo per la creatività e il divertimento!" dicono. 

Allora ancora lunga vita ai The Quill. E buon divertimento a chi vuole scoprirli per la prima volta da questo ultimo disco. Per chi già li conosce: la solita garanzia di un gruppo maestro nel bilanciare in modo impeccabile componenti come pesantezza, groove, melodia e potenza.






martedì 2 giugno 2026

RECENSIONE: BOOGIE BEASTS (Don't Be So Mean!)

 

BOOGIE BEASTS - Don't Be So Mean! (Donor Productions, 2026)


A Tribute to Rl Burnside

Un disco celebrativo in tutto e per tutto. I Boogie Beasts, gruppo belga formato da Jan Jaspers (chitarra/voce), Patrick Louis (chitarra/voce), Fabian Bennardo (armonica) e Gert Servaes (batteria),dedito al rock blues con l'adesivo "alternative" spesso appiccicato addosso (certamente un modo per calamitare a sé più persone), festeggia quindici anni di attività celebrando a loro volta il centenario dalla nascita della leggenda blues americana RL Burnside, "the king of the hill country".

Personaggio tra i più autentici, cresciuto nel profondo Sud durante la Grande Depressione, da mezzadro in una piantagione prese in mano la sua chitarra a sedici anni, conobbe Fred McDowell, ci suonò insieme e nulla fu come prima, anche se passò la maggior parte della sua carriera all'ombra dei grandi. Con il suo stile unico venne riscoperto e portato in gloria negli anni novanta, soprattutto grazie ai tour e alle collaborazioni con Jon Spencer. Il suo grezzo stile chitarristico, quasi punk nell'attitudine, lo si può sentire in centinaia di chitarristi moderni.

"Penso che dipenda molto dal suo ritmo ipnotico, ma anche dall'onestà e dalla schiettezza che la sua musica trasmette. È questo che ha attratto Jon Spencer, che ha poi registrato un album con Burnside, contribuendo al suo successo nella scena alternative rock. Iggy Pop, ad esempio, è un suo grande fan" lascia detto il chitarrista Jan Jaspers in una recente intervista.

Per omaggiarlo i Boogie Beasts rileggono undici canzoni del suo repertorio invitando pure numerosi ospiti di peso alla festa: ci sono il figlio Duwayne Burnside e Kenny Brown, chitarrista che suonò al fianco di Burnside per molti anni, ci sono Luther Dickinson (North Mississippi Allstars), Pablo Van De Poel degli olandesi DeWolff, G. Love che sperimenta il suo hip hop in Shake 'Em On Down' e il rocker belga Cedric Maes

Jumper On The Line, Going Down South, You Got To Move, Peaches, Over The Hill, Snakd Drive, Alice Mae sono solo alcune delle undici canzoni che pur avendo già molto di moderno quando uscirono vengono qui rilette con rispetto e devozione aggiungendo quella contemporaneità, costruita su attitudine garage rock e groove a palate, che i Boogie Beasts hanno saputo cavalcare seguendo la scia dei Black Keys.

Un disco che pare andare a braccetto proprio con il nuovo disco della band di Dan Auerbach e Patrick Carney  anche nella copertina e in un brano di Burnside che viene suonato dagli americani. Entrambi, torridi e  ottimi dischi per questa estate alle porte





venerdì 29 maggio 2026

RECENSIONE: TROY MERCY (Let The Night Begin)

TROY MERCY
  Let The Night Begin (Gitcha, 2026) 






la continuità del blues


Parlare di novità quando in ballo c'è la parola Blues è sempre un azzardo. Un rischio. Una falsità. Una speranza. Un po' tutto insieme. Qualcuno ci riesce ancora. A certi titoloni che accompagnano il debutto del chitarrista Troy Mercy  ho creduto poco. Non c'è nulla di assolutamente mai sentito dentro a Let The Night Begin, ciò non toglie che questo disco farà parlare di sè perchè Troy Mercy è un ottimo chitarrista, un buon cantante ma soprattutto un personaggio che sa quel che vuole.
Bisogna dare atto a Troy Mercy di avere capacità e personalità giuste per dire la sua in un territorio che ormai non conosce più segreti. E che abbia la "faccia di tolla" giusta (come si dice) lo si capisce da alcune dichiarazioni rilasciate per presentarsi. Tipo: alla domanda "bevanda preferita?" risponde "il sangue dei miei nemici". Tra i suoi gruppi preferiti cita: Little Walter, Richard Thompson, Captain Beefheart, Otis Redding, Black Sabbath, Lester Young. Nomi mica da poco. 
E della  sua filosofia d'approccio alla musica: "respiro il blues. Ho un cuore rock 'n' roll. Per me, ciò che conta sono le canzoni e il legame con il pubblico. Questo, e il portare sul palco un elemento di pericolo ed eccitazione.
Ma che abbia un talento indiscusso lo si capisce dalla varietà musicale, sempre in movimento, che riesce a riversare in queste dieci canzoni di debutto. Un disco che comunque arriva dopo anni trascorsi in tour suonando per Booker T e Fabulous Thunderbirds. O collaborando con personaggi come Hubert Sumlin, Billy Boy Arnold e Pinetop Perkins,  suonando la chitarra in due album di Kim Wilson. 
Che sia l'hard blues grezzo e istintivo dell'apertura 'Cheap Machine' o quello zeppeliniano della finale 'Who's Laughing Now?', il blues rurale e solitario di 'Trembling Shadow' (con i suoi grilli in sottofondo) o  'Silver Bird', chitarra, armonica e battito di piede che sembra riportare al vecchio Rod Stewart periodo Faces, il blues battente bandiera Black Keys, quelli blues di 'Better & Better' o quelli più soul di 'A Place Of Our Own'. 
Che sia una 'Traveling Light' che ha la pazzia bluesy di Jack White, una 'A Place Of Our Own' che si ispira al folk britannico o una 'Love Is A Hurt' dove gioca a fare Curtis Mayfield, Troy Mercy sa il fatto suo. Arriva. 


Registrato in modo essenziale in una baita riscaldata a legna con dove insieme a Troy Mercy (voce, chitarra, armonica), ci sono Harrison Foti (batteria, percussioni), Tim Carman (batteria, percussioni) e Marty Ballou (basso) e prodotto da Tim Carman (Parlor Greens, Canyon Lights, ex membro dei GA-20)  Le dieci tracce che in definitiva cercano di trovare ancora una strada che porti alla speranza e all'amore nonostante gli ostacoli disseminati dalla crudeltà umana ci presentano un nuovo bluesman in città.
Le sue performance live si riducono a duo, chitarra e batteria, ma sembra sia il suo habitat naturale e prediletto: "suonare sul palco, ovunque, conferisce una forza che non si può ottenere in altro modo. Con le prove si può diventare molto bravi, ma un concerto probabilmente vale dieci o venti prove".
"Suono quello che mi piace definire 'un blues nuovo e coraggioso'... Se dovessi descrivere il nostro sound, immaginate Lightnin' Hopkins nei Black Sabbath e David Lynch a filmare la scena". Dopo una presentazione del genere vuoi non essere curioso?









venerdì 22 maggio 2026

RECENSIONE: DRIVIN N CRYIN (Crushing Flowers)

DRIVIN N CRYIN   Crushing Flowers (Drivin N Cryin Records, 2026)





la forza della continuità

Basterebbe partire dall'ultima strofa cantata in questo disco per custodire gelosamente questa raccolta di dieci canzoni  tra gli ascolti migliori battente bandiera americana di quest'anno. A cantarla è  Todd Snider in quella che probabilmente potrebbe essere una delle sue ultime registrazioni in vita: la canzone è Iggy Monkey ed è contenuta nel decimo album  dei Drivin N Crying. Quarant'anni di carriera per la band di Atlanta guidata da Kevin Kinney (Tim Nielsen al basso e Dave Johnson alla batteria, più l'aiuto del produttore Sadler Vaden, dai 400 Unit di Jason Isbell, anche chitarra e piano) che non sembra mostrare segni di vecchiaia viaggiando avanti e indietro in tutta sicurezza tra sessant'anni di rock'n'roll americano con attitudine, ruvidezza e fierezza, facendo della varietà stilistica un punto di forza. Puoi metterti all'ascolto dell'iniziale Mirror Mirror, un toccante testo sulla demenza dell'anziana madre di Kinney, convinto di aver messo su un disco di Tom Petty, trovandoti un attimo dopo alle prese con la title track che ospita la chitarra di Peter Buck che inevitabilmente sembra portare la canzone in direzione dei suoi Rem. E se Dead End Road, uno sprono a proseguire a testa bassa incontro ai propri ideali, è puro esercizio cantautorale vicino al country folk e alla carriera solista di Kinney, Why Don't You Go Around è un assalto southern rock con le chitarre davanti e Keep The Change viaggia veloce tra le praterie del cowpunk. Il rock’n’roll garage tinto di glam alla New York Dolls di Come On And Dance, il power pop di Looks Like We're Back Again, il blues tagliente e hard di The Death Of Me Yet, una Jesse Electric che pare omaggiare Marc Bolan confermano quanto qui dentro non ci si annoi per nulla. 

Si arriva poi alla finale e già citata Iggy Monkey dedicata a Stooges e Monkeys che ospita Todd Snider a cui è dedicato invece l'intero disco. La carriera dei Drivin N Cryin non è mai stata lineare nelle uscite ma proprio per questo degna di totale rispetto. Da ascoltare assolutamente se non credete a quella falsità che vorrebbe il rock dentro a quattto assi inchiodate seppellite sotto terra:" il rock’n’roll non è morto" per nulla e il buon Kinney ci mette la propria firma. Ancora una volta. 





giovedì 14 maggio 2026

RECENSIONE: RYAN BINGHAM And THE TEXAS GENTLEMEN (They Call Us The Lucky One)

RYAN BINGHAM And THE TEXAS GENTLEMEN  They Call Us The Lucky One (Thirty Tigers, 2026)




ritorno in buona compagnia

Lo avevamo lasciato solitario davanti a un falò in piena notte a rimuginare sugli accadimenti della vita. 

Watch Out For The Wolf, uscito tre anni fa, pur non convincendo troppo musicalmente (un ep di sole sette canzoni e venticinque minuti di durata) era comunque un segnale di vita a cui bisognava dare ascolto. Ryan Bingham si mise in gioco come mai prima: scrivendo, cantando, suonando, producendo in completa solitudine nel suo rifugio del Montana. Scarnificato fino all'osso, usando pure una batteria elettronica. Sette canzoni che servirono forse più a lui per mettere ordine alla vita che a noi ascoltatori. Ci diceva che era pronto a tornare dopo la proficua parentesi come attore nella serie Yellowstone e dopo la nuova storia d'amore con Hassie Harrison, attrice conosciuta proprio sul set. Tutte cose che lo hanno riportato sulla retta via e a riabbracciare la gioia di suonare con una vera band al seguito: The Texas Gentlemen, il cui nome compare pure in copertina per sottolinearne l'importanza. 

Oggi, a tre anni distanza e a ben sette dall'ultimo vero disco American Love Songs, è bello riascoltarlo con rinnovato ardore.

Un disco di chilometri sull'asfalto, scorribande on the road, amore verso la vita e il proprio lavoro di musicista, una stoccata ai suoi compatrioti e qualche delicata storia di vita incontrata lungo la strada. Cose semplici, insomma, in una vita dura da portare avanti. Così traspare subito, dal crescendo emozionale dell'iniziale 'The Lucky Ones'. ("Due mani sul volante, i miei occhi sulla strada, quanto lontano, quanto a lungo possiamo andare da una strada secondaria verso un carico pesante").

Un disco ben bilanciato ma a due facce, che alterna momenti di pacatezza a momenti di pura gioia musicale, free e sganciati da ogni freno inibitore.

Della prima faccia fanno parte l'introspettiva e quasi springsteeniana  'Twist A Knife', voce, armonica a cui si aggiunge un pianoforte a sottolineare la cupezza e i lasciti di alcune ferite emotive. La critica (che sa di satira) alla semplicità tutta yankee di affrontare la vita nel pigro valzer, voce e piano, 'Americana' che si conclude con la strofa "perché la vita è troppo breve per fregarsene". La pesante liricità di 'Cocaine Charlie', chitarra, voce, un pianoforte a battere emozioni e un violino che si aggiunge a sottolineare il drammatico destino di uno spacciatore di droga tradito e ucciso dalla moglie. Sette minuti ad alta tensione lungo il Rio Grande come le migliori delle murder ballad. I sette minuti che raggiungono il picco del disco. 'Blue Skies' emana positività così come la finale 'I'm A Goin Nowhere', delicata nel suo procedere che nel finale svela però l'animo corale e semplice su cui è stato costruito l'intero  disco.

"Abbiamo cercato di mantenere un'atmosfera molto rilassata e spontanea, senza alcuna sovraproduzione, cercando semplicemente di catturare il momento, il modo in cui stavamo suonando. Sono tutti musicisti fantastici. Facevamo due o tre take per ogni canzone e poi, per quel giorno, lasciavamo che le canzoni vivessero da sole. Sappiamo che cambieranno ed evolveranno in futuro. Questa è stata una delle cose che ho apprezzato di più nella realizzazione dell'album. È stato semplice e piacevole" racconta Bingham.

Poi ci sono le canzoni corali, gioco di squadra dove la band composta da Ryan Ake (chitarre), Daniel Creamer (pianoforte), Paul Grass (batteria) e Scott Lee (basso), affiancati in tutto l'album da Richard Bowden (violino, mandolino) e Cody Huggins (chitarre, pedal steel) viene fuori in tutta la sua esplosività: nella sarabanda funky blues e caciarona di 'Let The Big Dog Eat', un honky tonk elettrico e ubriaco da suonare a tarda notte per tenere svegli gli avventori, uno dei momenti più divertenti dell'album che comunque sembra continuare in 'I Got Feelin', voci in sottofondo e atmosfere decisamente texane, slide e violino e un testo che punta sull'umorismo. Nel caos controllato di 'Revelance' e soprattutto in 'Ballad Of The Texas Gentlemen', honky tonk, elogio alla vita del musicista in tour ("ce ne siamo andati di nuovo, rincorrendo questo sogno" canta).

C'è voglia di suonare e divertirsi. Traspare dalle canzoni e da come sono state registrate, mantenendo intatta l'atmosfera primordiale con pochi interventi in produzione. Libere e grezze, a tratti imperfette. Bingham sembra essersi liberato da fantasmi e pesanti pesi del passato che comunque riaffiorano con velata malinconia: la difficile infanzia, un debutto come Mescalito (2007) mai eguagliato e sempre li a fare da pietra di paragone (anche se Fear and Saturday Night del 2015 non è da meno) e il successo planetario di The Weary Kind sono ora solo episodi. Certo segnanti e importanti, da guardare con rispetto ma la strada davanti sembra ancora lunga e piena di buone cose da raccogliere. Lui prova ad acciuffarle.

"Probabilmente le registrazioni più divertenti  a cui abbia mai partecipato" dice. E forse ha ragione. Bentornato.





domenica 10 maggio 2026

RECENSIONE: EAGLES (One Of These Nights)

 

EAGLES  One Of These Nights (Rhino Records, 1975/2026)




da qui in avanti: o ci ami o ci odi

One Of These Nights vanta tanti primati: è uno degli album con la gestazione più lunga e difficile della loro carriera ma allo stesso tempo fu anche il primo album degli Eagles a raggiungere la prima posizione nelle classifiche di vendita, trainato da importanti singoli come ‘Take It To The Limit’  (cantata da Randy Meisner: "il verso 'take it to the limit' significava continuare a provare. Arrivi a un punto della vita in cui senti di aver fatto tutto e visto tutto: fa parte dell'invecchiamento. E semplicemente spingersi oltre il limite ancora una volta, come ogni giorno, continuando a dare pugni...") e ‘Lyin Eyes’, un country che parla di tradimenti travestito sapientemente da pop song , che conquisteranno con facilità le radio americane ma anche con altrettanta facilità le critiche di chi li aspettava al varco. Fu uno spartiacque importante: il passaggio cruciale dal country rock per pochi dei primi dischi allo status di rockstar mondiali che diverranno da qui in avanti (Hotel California è lì dietro la curva), complice una visione allargata, a tratti visionaria, coraggiosa e audace, per qualcuno anche furba, sul pianeta musica, ben rappresentata da ‘One Of These Nights’, canzone funky soul che faceva l'occhiolino al dancefloor  in grado di conquistare nuovi  fan fuori dal loro vecchio circuito più polveroso. Quasi come togliersi gli stivali e indossare scarpe lucide da ballo.

Il duo Glenn Frey / Don Henley inizia a conquistare gradi in seno al gruppo a scapito del povero Bernie Leadon (l’anima country fino ad allora) a cui vengono lasciate le briciole: quelle scintillanti e importanti che compongono lo stralunato e psichedelico strumentale ‘Journey Of The Sorcerer’, un country western morriconiano con i violini di David Bromberg e gli archi della Royal Martian Orchestra che leggenda vuole registrata live in studio, uno dei picchi dell’album, e della finale ‘I Wish You Peace’, ballata, (insieme a ‘After The Thrill Is Gone’) scritta da Leadon con la sua compagna Patti Davis Reagan, figlia di Ronald futuro presidente USA, mal vista dal resto del gruppo e uno dei tanti motivi  che porteranno alla separazione  tra Leadon e la band a fine 1975 e la conseguente entrata di Joe Walsh. 

Rimangono ancora le impronte soul rock di ‘Visions’, il valzer di ‘Hollywood Waltz’ e il bel western rock di ‘Too Many Hands’ con le sue vampate elettriche. Da qui in avanti, tanti inizieranno a odiarli, vedendo nelle loro canzoni  solo il lato più leggero, sorvolando ingiustamente sull'aspetto umano, pesante e che toccherà  il culmine in Hotel California, e sulle grandi doti artistiche individuali. Henley commentando la canzone  'After The Thrill Is Gone' sembra predirre il futuro:  "per quanto a volte l'esperienza con gli Eagles fosse entusiasmante, parte del suo splendore stava iniziando a svanire. Stavamo unendo la nostra vita personale e professionale in una canzone".


Dopo cinquant'anni (più uno) attraverso la Rhino Records esce la versione rimasterizzata curata da Rob Jacobs. Un buon modo per avvicinarsi a questo disco anche se non c'è nessun inedito a rimpolparlo. Interessante invece il concerto aggiunto, l'ultimo con Bernie Leadon in formazione al Sunshine Festival di Anaheim il 28 settembre 1975. Momento cruciale della loro carriera in quanto proprio in quel concerto nei bis durante l'esecuzione di 'Rocky Mountain Way' compare Joe Walsh che di Leadon prenderà il posto. Interessante anche la presenza, per la prima volta in un supporto ufficiale, della cover 'Carol' di Chuck Berry, spesso presente nei concerti dell'epoca. A proposito della separazione dagli Eagles, Bernie Leadon in una recente intervista per la presentazione del  suo nuovo e bel album solista Too Be Late To Be Cool appena uscito, ha dichiarato: "gli Eagles ebbero un successo così rapido che, già dal secondo anno, qualsiasi occasione si presentasse c 'erano spacciatori di droga che non avevano nulla a che fare con la band. Semplicemente, eravamo una calamita per ogni genere di cose, e la situazione divenne insostenibile. Stavamo in tour per un mese, e poi pensavo che saremmo tornati a casa dopo dieci giorni o una settimana, e invece ti davano un altro foglio con trenta date in più. E per me, questo era un po' eccessivo. Litigavo con la band: "Guardate, sono a pezzi", dissi, "e penso che tutti noi trarremmo beneficio da una pausa. Prendiamoci sei mesi di pausa, rimettiamoci in sesto, scriviamo canzoni, torniamo insieme e spaccheremo tutto". Non avvenne. Leadon salutò. A questo punto le porte dell' Hotel California, con i suoi abissi travestiti da dollari, iniziavano a intravedersi.




sabato 9 maggio 2026

RECENSIONE: SOCIAL DISTORTION (Born To Kill)

 

SOCIAL DISTORTION  Born To Kill (Epitaph Records, 2026)





Nati per uccidere ma duri a morire. 


Mike Ness con i suoi Social Distortion ritorna quindici anni dopo l'ultimo  Hard Times and Nursery Rhymes (2011) che fu un tuffo nell'accogliente fieno della tradizione americana (a sua volta sette anni dopo Sex, Love And Rock'n'roll del 2004), con un disco che citando in più occasioni i suoi eroi (nei testi riferimenti a Lou Reed, David Bowie e Stooges) vuole riportare la band ai lontani tempi degli esordi segnati dal rock’n’roll e dal punk. Anche se non mancano riferimenti roots come il country 'Crazy Dreamer' con le ospitate di Lucinda Wiliams a duettare e Benmont Tench al pianoforte o il rifacimento di 'Wicked Game' di Chris Isaak, inspessita dalle chitarre e già proposta dal vivo. A proposito: ricordo il disappunto di qualche fan (al grido:" le chitarre Mike, le chitarre!" seguito da bestemmia) durante il loro ultimo concerto al Carroponte (Milano) nel 2022 durante l'esecuzione del brano. Chissà poi perché?

"Ho cercato di tornare a uno stile un po' più primitivo" dice Ness. E non mente. Nemmeno il suo fisico mente, tornato alla piena energia dopo la vittoria su un tumore alle tonsille che ne ha segnato gli ultimi anni di vita e di fatto frenato la registrazione di questo nuovo album rimandato più volte anche se in sede live non sono mancati i tour a tenere viva fiamma e bilanci. L'ultima volta in Italia a Milano nel 2022 , quest'anno la replica a Giugno, stesso posto, stesso orario.

Vittoria che va a sommarsi alle tante della sua vita. Non ultima: "mio figlio maggiore ha avuto problemi con la droga e l'alcol. Dovevo comunque andare in tour e affrontare la situazione".

Gli altri segnali sono proprio lì all'inizio: 'Born To Kill' e 'No Way Out' indicano la strada. Fiere, potenti, grezze, con la voce di sempre, per nulla intaccata dalla malattia. La prima una autobiografica dichiarazione d'intenti, un piccolo manifesto del "Ness pensiero", la  seconda, insieme a 'Don't Keep Me Hanging On' ripescata addirittura dal periodo di White Light, (White Heat, White Trash), annata 1996. Disco che Ness ha ammesso di usare come bussola della propria carriera, ma "penso che questo sia migliore". Il tempo ce lo dirà. E se i chorus di 'The Way Things Here', riflessione sulla gioventù a Fullerton, e di 'Tonight' sembrano entrare di diritto nella tradizione scritta dalla band (tra i più imitati ma mai eguagliati), suonano quasi heavy canzoni come 'Partners In Crime', un omaggio al potere salvifico del rock'n'roll e 'Walk Away (Don't Look Back)'. Il blues riveste 'Never Goin Back Again', autobiografica fino al midollo nel suo testo (Ness mette sempre tutto se stesso, vittorie e sconfitte) mentre la finale 'Over You' che chiude il disco, mischia alla perfezione radici e punk. Se qualcuno in questo 2026 mi chiedesse cosa sono i Social Distortion, farei ascoltare loro 'Over You'. Perfetta.

Prodotto da una vecchia conoscenza come Dave Sardy che intelligentemente sembra lasciare un po' di quella grezza e sporca patina da live band anche in studio di registrazione e con la partecipazione dei compagni di band Jonny Wickersham alla chitarra, Brent Harding al basso e David Hidalgo Jr. alla batteria (in formazione dal 2010 ma alla sua prima registrazione in studio con la band) e qualche ospite (Josh Jove, D. Sardy, Todd O'Keefe, Brett Gurewitz), Born To Kill non ha paura di intrufolarsi tra i migliori dischi della band di Orange County e questo a più di quarant'anni dagli inizi, confermando Ness come uno degli ultimi veri, grandi eroi del rock'n'roll americano. E se ancora non bastasse, le dichiarazioni rilasciate nelle ultime interviste promettono che non passeranno altri quindici anni per sentire nuove canzoni: "avevo più di 40 canzoni da esaminare e 40 idee, e abbiamo dovuto passare un paio di mesi solo per arrangiarle, suonarle e vedere quali funzionavano meglio. Abbiamo intenzione di sorprendere tutti e pubblicare un altro album in studio in tempi brevi". E noi aspetteremo. Intanto godiamoci questo ritorno. Uno dei più importanti dell'anno per chi crede ancora al potere salvifico del rock'n'roll.





giovedì 30 aprile 2026

RECENSIONE: JOHN CORABI (New Day)

JOHN CORABI  New Day (Frontiers Records, 2026)




un disco perfetto?

Se oggi 30 Aprile 2026 qualcuno mi chiedesse il significato di Classic Rock non andrei indietro nel tempo scomodando artisti e band del passato, troppo facile, ma punterei diritto su questo New Day, il primo album solista con brani inediti di John Corabi, una delle migliori voci della sua generazione. Un disco che arriva all'età di 67 anni dopo quasi quarant'anni di carriera dove ha lasciato la sua voce e il suo carisma nei dischi di Scream, Motley Crue, Union e ultimi i Dead Daisies.

Perché arrivi solo adesso rimane un grande mistero visto che fa subito centro e avrebbe già potuto avere tanti piccoli e degni fratelli a precederlo. Non importa e godiamoci questo disco nato e cresciuto come si faceva un tempo.

Che dentro ci sia la libertà di muoversi dentto all'universo dfi generi musicali e tutto l'amore per anni di ascolti e vita on the road lo si potrebbe capire dall'unica cover presente che chiude le dodici canzoni: la non scontata 'Everyday People' di Sly And The Family Stone. Suono analogico, niente modernismi disturbanti a pompare i suoni e tanta, tanta passione. Sono gli ingredienti che ricorrono e che tengono legate le dodici canzoni incise con la supervisione e l'esperienza di Marti Frederiksen e l'aiuto tra gli altri di musicisti quali Richard Fortus (chitarra nei Guns N' Roses), il pianoforte di Paul Taylor (Winger, Steve Perry) e Charlie Starr, chitarra e voce dei Blackberry Smoke. Dal messaggio positivo della title track posta in apertura, il disco viaggia tra i  sapori southern rock di tracce come 'That Memory' (ecco l'impronta di Charlie Starr), cadenzati e ariosi soul come 'Faith, Hope And Love' venuta in ispirazione calandosi nel grigio presente disegnato dalle guerre,  in 'When I Was Young', ispirata pensando al proprio figlio e a quello del ptoduttore Frederiksen, presente come musicista nell'album,  impossibile non pensare al primo Rod Stewart solista, amatissimo da Corabi, così come 'One More Shot' potrebbe uscire da un disco dei Black Crowes più funky e '1969' che già dal titolo potrebbe dire tutto ha il tiro dei bei tempi dei Creedence Clearwater Revival di John Fogerty. "1969 è una grande canzone ispirata dalla situazione attuale in America, che mi ha fatto pensare a un altro periodo turbolento negli anni ’60 e ’70".

'Laurel' ha il passo della stagione west coast anni settanta, ricordandomi anche Anders Osborne. L'accoppiata formata da 'Good To Be Back Here Again' e 'Love That 'll Never Be', la prima condotta al pianoforte, la seconda, già presente nel repertorio dei Dead Daidies, arricchita da arrangiamenti d'archi ci offre il momento più emozionale del disco. Nel finale oltre alla cover di Sly Stone c'è posto per due canzoni già conosciute uscite come singoli negli anni precedenti: 'Così Bella' con il suo sapore sixties e 'Your Own Worst Enemy' che gira intorno al contagioso e ritmato hard funky degli Aerosmith periodo Toys In The Attic.

"Volevo mettere insieme un album di brani eclettici e organici che ricordassero la musica con cui sono cresciuto, e credo davvero che la missione sia stata compiuta! Questo è un disco di puro rock and roll classico con sonorità anni ’60 e ’70… Alzate il volume e divertitevi!!!". Fatto.

Bravo Corabi! Un gran bel disco che potrebbe piacere a molti, non necessariamente fan dell'hard rock.  Per chi volesse: John Corabi sarà nel week end del Primo Maggio 2026 a Trezzo nella tre giorni del festival organizzato dalla nostrana Frontiers Records.




sabato 4 aprile 2026

RECENSIONE: CORROSION OF CONFORMITY (Good God/Baad Man)

 


CORROSION OF CONFORMITY 
Good God/Baad Man (Nuclear Blast, 2026)




quando l'ambizione paga

Se settimana di resurrezione dev'essere, resurrezione sia. Rinascono i Corrosion Of Conformity, ma in verità non sono mai morti, con un disco doppio, forse il più ambizioso della loro lunga vita, nato e cresciuto durante uno dei periodi più bui della loro quarantennale carriera, segnato dalla morte del batterista storico Reed Mullin nel 2020 e dall' abbandono, in forma amichevole, del bassista altrettanto storico Mike Dean, come perdere una sezione ritmica da paura in un solo "brutto" colpo, ma anche un disco capace, in un'ora di musica, di mettere sul piatto  le tante sfumature della loro musica. Due soli uomini rimasti al comando di quella famiglia di  giovani punk rocker nata a Raleigh, Carolina del Nord, intorno al 1982: il chitarrista e fondatore Woody Watherman e Pepper Keenan (voce e chitarra) nella band dal 1990, che hanno creato e imbastito il grosso a New Orleans, ritrovandosi ad ascoltare musica come solo due vecchi amici sanno fare ("ascoltavamo vecchi dischi e roba che ci piaceva, bevevamo birra, suonavamo la chitarra e scrivevamo riff") per poi essere raggiunti da Stanton Moore, batterista di estrazione jazz già presente nel sempre dimenticato In The Arms Of God e nei live, e Bobby Landgraf al basso.
Un disco dove si percepisce tutta quella libertà di muoversi nell'universo rock guadagnata in anni di militanza senza l'obbligo di rimanere incastrati dentro a consumati cliché. Un ideale doppio
 ("Il nostro produttore, Warren Riker, continuava a chiamarlo Dark Side of the Doom", racconta Keenan) diviso in una prima parte, Good God, più stoner, doom, rocciosa, e incazzata, con testi di denuncia, e una seconda Baad Man più solare, che marca territori sudisti, e con l'impronta rock'n'roll tatuata sopra. Tutto suona però free e spontaneo, con la creatività lasciata libera di correre e galoppare tra passato e presente: lo si capisce in tracce come 'Run For Life', lenta, sabbathiana e psichedelica nei suoi nove minuti e nella finale, quasi strumentale 'Forever Amplified' con i suoi umori sudisti con tanto di cori femminili gospel aggiunti da Anjelika "Jelly" Joseph, dei Galactic, band jazz-funk di New Orleans dove suona il batterista Moore. Una accorata dedica a tutte le persone che ci hanno lasciato per sempre, Reed Mullin in testa.
In mezzo tutto il groove blues, heavy e  stoner di 'Good God?/Final Dawn', 'You Or Me', 'The Handler', 'Asleep On The Killing Floor' riconducibili al periodo Deliverance(1994) e Wiseblood (1996), una 'Lose Yourself' che pare invece appartenere al più southern e melodico America's Volume Dealer uscito  nel 2000. Ma anche una "fumata" blues e psichedelica, nello stile degli amati ZZ Top, come 'Handcuff County,' e la mazzata thrashcore 'Gimme Some Moore' con Al Jourgensen dei Ministry ai cori che pare citare in causa i Black Flag e riportare ai primi anni ottanta ("Io e Woody volevamo scrivere una canzone come se avessimo di nuovo 17 anni" racconta Kenaan), sono due facce della stessa medaglia.
Ma c'è anche il funky sudista e sbarazzino alla Grandfunk  di 'Baad Man' che ospita Barry Gibb (Bee Gees) alla chitarra (ha usato la vecchia Stratocaster del fratello Maurice) che a sua volta ha ospitato la band nei suoi studi di registrazione a Miami, i sapori mediorientali della strumentale 'Bedouin's Hand', l'acustica e dolente avanzata di 'Brickman' tra country e folk nero e scuro.
Non l'ho mai negato, i COC sono da sempre una delle mie band americane preferite, sempre seminali e importanti nelle varie incarnazioni della loro carriera. Dall'hardcore punk iniziale, al crossover di metà carriera, fino ad abbracciare lo spirito seventies e lo stoner. Undici dischi che si dividono in capolavori e di mestiere ma mai brutti da sprofondare nell'insufficenza. Sì insomma anche il precedente e in ombra No Cross No Crown (2018) aveva i suoi buoni momenti.
Forse non hanno mai raccolto la  popolarità adeguata all'importanza che hanno rivestito nella musica pesante americana nei due decenni in cui erano al top (gli ottanta e i novanta) ma il fatto che nel 2026 se ne escano con un disco del genere, ancora ricco di spunti è buon segno. Se poi aggiungiamo quella cappa, a volte psichedelica, a tratti fangosa,  di perdita e sentita emotività che pare aleggiare sopra tutte le canzoni il gioco è fatto: il buon segno si trasforma in un ottimo disco. Bentornati. Ora aspettiamo i Down: anno impegnativo per il buon Pepper.




lunedì 30 marzo 2026

RECENSIONE: KEVIN STEELE (One Thing Left To Do)

 

KEVIN STEELE  One Thing Left To Do (Steele Records, 2026)





riinizio dal blues

"Questo è il disco che ho sempre voluto realizzare. È il mio primo album da solista. Nessun compromesso. Non ho dovuto rendere conto a nessuno se non a me stesso". A parlare è Kevin Steele che fino all'altro ieri conoscevamo come ex cantante dei Roxx Gang e ancora attuale dei Mojo Gurus, messi in piedi dopo la fine della prima band.

Se come primato i Roxx Gang da Tampa, Florida, vantano quello di essere stati la prima band rock americana a firmare per la Virgin Records, musicalmente si elevarono dalla scena glam sleaze rock  americana degli anni ottanta grazie ad un approccio che sembrava preferire più la sostanza a all'aspetto visivo. Il loro disco Things You've Never Done Before del 1988 rientra certamente tra quelli da avere. Kevin Steele era il cantante dalla voce ruvida che ora dopo quarant'anni realizza il suo primo album solista, cercando di concentrare in 45 minuti di musica tutte le influenze che ha assorbito da ascoltatore e da artista. Un disco vario, grezzo e con poche rifiniture, che preferisce l'impatto pur con il blues a fare da collante. Ad aiutarlo Billy Summer alle chitarre, al basso e in produzione. Insieme a Steele formano i Cosmic Twins: "Io e Billy formavamo una squadra fantastica. C'era una sintonia mentale immediata. Sapeva istintivamente dove volevo arrivare musicalmente con ogni canzone prima ancora che glielo dicessi. Ecco perché ci chiamano i Gemelli Cosmici". E poi: Steve Peake (tastiere), Steven C. Tanner (batteria), Rob Pastore (pedal steel), Kyle Lovell (batteria in "I Know What Yer Up To), Scott Myers (trombone, Voce), Adam Turkel (Voce, Percussioni), Linda Militello e Zoe Summer (Voci).

Anche se all'inizio piazza la tirata punk della title track che inganna parecchio, il resto del disco alterna ed esplora il blues nelle sue varianti: il classico giro che aggroviglia 'The 9 Lives Blues', la strisciante, ipnotica e oscura 'Snake Charmer', la polvere alla ZZ Top che circonda 'I Know What Yer Up To', l'honky tonk rotolante di 'The BedSpring Boogie',  il rock’n’roll di 'My Baby Didn't Come Home' e l'ottimismo di 'Last e There's A Better Day Comin' con la benedizione gospel nel finale, il funky che agita 'Nobody Tells Me When To Quit'.

Non mancano  tre ballate: l'autobiografica 'Sad Sad Song' toccante nei suoi sei minuti ondeggianti verso  New York Dolls e David Johansen, il country guidato dalla pedal steel 'Fingers Crossed', e il blues voce e chitarra 'Don't You Worry 'Bout Me' (presente come bonus).

Un disco vario e piacevole dove Steele si mette a nudo, dimostrando di poter iniziare una nuova carriera a 63 anni.




sabato 21 marzo 2026

RECENSIONE: THE LONG RYDERS (High Noon Hymns)

 

THE LONG RYDERS  High Noon Hymns (Cherry Red, 2026)





già tre dopo il ritorno

Tre anni fa i Long Ryders si presentarono sul piccolo palco del Blah Blah a Torino per la prima volta senza il bassista storico Tom Stevens scomparso nel Gennaio del 2021. Al suo posto accanto al solito briccone Sid Griffin, al sempre  perfetto e impeccabile Stephen McCarthy e a  Greg Sowders che sotto il suo cappellaccio non sbaglia un colpo c'era il nuovo bassista Murry Hammond ( già nei Old97s). Ricordo che in città quella sera c'era il regista Tim Burton che presenziava all'inaugurazione di una mostra a lui dedicata. Era metà Ottobre e l'autunno iniziava a farsi sentire e non fu un caso che l'album presentato in quell'occasione si intitolasse September November uscito nel 2023, seguito di quel Psychedelic Country Soul che sancì il ritorno della band che insieme a una bella manciata di altre band contribuì a costruire il movimento Paisley Underground che tenne in piedi il rock’n’roll negli anni ottanta. Di quelle band i Long Ryders erano quelli che fondevano il folk rock  dei Byrds con le sonorità post punk.

Fu un ritorno per restare. Trent'anni dopo. E non è un caso che nell'incalzante 'Four Winters Away', brano che apre questo nuovo High Noon Hymns cantino di quanto non ci sia troppo tempo da perdere. Soprattutto davanti al mondo di oggi. Un brano politico scritto ai tempi del primo mandato di Trump ma poi messo nel cassetto.

"Sono contento di poter dire che credo siamo stati tra i primi veri gruppi anti-Trump. Saremmo stati i primi se l'avessimo fatta uscire prima. Ora si sono uniti Springsteen e Billy Bragg. Facciamo parte del gruppo e sono contento che ne siamo stati coinvolti" racconta Griffin in un'intervista.

Anche se sono passati più di quarant'anni  Sid Griffin e soci continuano a camminare sulla stessa strada che Native Sons, State Of Our Union, Two Fisted Tales, i loro primi tre album, avevano solcato. Certo, oltre a quel taglio di capelli alla Byrds che li caratterizzava, manca anche lo spirito giovanile che ti permetteva di saltare invece di camminare ma il filo che tiene unite una Rickenbacker a una Telecaster, i vecchi Byrds a Gram Parsons, il Paisley Underground al country, il jingle jangle al rock non si è ancora consumato nonostante i chilometri percorsi. Lo si capisce dai momenti più tirati e rock come la già citata 'Four Winters Way', una 'Stand A Little Further In The Fire' che ci stampa un riff degno dei T Rex di Marc Bolan e un testo nuovamente anti Trump, una '(How How How) How Do YoubWanna Be Loved?' dal piglio punk e surfer, non lontano dai Ramones ("il mio tentativo di imitare Paul McCartney. Pensavo che se lui riusciva a scrivere una canzone dal nulla, forse potevo farlo anch'io" spiega Griffin), una 'Down To The Well' che fa bella mostra di quei accenti alla Tom Petty And The Heartbreakers, o una 'A Belief In Birds' che pur parlando di volatili non riesce a trattenere nemmeno nel titolo un riferimento agli amati Byrds.

Lo si ribadisce nei momenti più soft, che sia l'omaggio a Los Angeles di 'A Hymn For The City Of Angels', l'ariosa 'World Without Fear' che pare lasciare entrare un vento soffiato ancora da Tom Petty, il country rock alla Flying Burrito Brothers di 'Ramona', la pedal steel da tramonto che dipinge 'Knoxville On The Line', le atmosfere country bluegrass di 'Wanted Man In Arkansas' (una rapina in un negozio di liquori finita con un omicidio), le sognanti armonie di 'Say Goodbye To Crying', "una sorta di omaggio ai tempi del Paisley Underground" come racconta ancora Griffin.

A dividersi la scrittura Sid Griffin e Stephen McCarthy, in produzione la vecchia volpe Ed Stasium (The Ramones, Living Colour, Soul Asylum) che ga lavorato nei suoi studi Kizy Tone a Poway in California, tra gli ospiti spiccano DJ Bonebrake  degli X, batterista imprestato  al vibrafono e il giovane prodigio del bluegrass Wyatt Ellis al mandolino. 

A chiudere la cover di 'Forever Young' di Bob Dylan che forse non sarà memorabile ma è pur sempre un buon rifugio dentro a cui accomodarsi in tempi come questi e un ormai eterno buon auspicio per il futuro di tutto e di tutti.





venerdì 13 marzo 2026

RECENSIONE: THE BLACK CROWES (A Pound Of Feathers)

THE BLACK CROWES 
 A Pound Of Feathers (Silver Arrows Records, 2026) 





vivi di rock and roll


 Molto probabilmente tra le foto promozionali dei Black Crowes non vedremo mai più una band al completo davanti a una discarica di macchine abbandonate come apparivano nella copertina di The Southern Harmony And Musical Companion o quei cinque abbigliati come una band garage rock di fine anni sessanta come nel debutto Shake Your Money Maker. I Black Crowes di oggi sono i fratelli Robinson, Chris e Rich che camminano in coppia, di notte, tra le vie di una città (foto di copertina di Lindsey Ross).
Forse era già così allora ma i compagni di merenda contavano eccome. Steve Gorman dove sei? Da quando hanno fatto l'ennesima pace ogni foto promozionale li ritrae insieme, loro due e nessun altro a fare ombra quasi a voler dimostrare che questa volta gli scazzi sono stati appianati definitivamente e l'amore fraterno e la sinergia famigliare campeggiano davanti a tutto. E forse, proprio per voler cogliere a pieno questo attimo di pace e fratellanza non fanno passare nemmeno due anni dal precedente disco che segnò il loro fortunato ritorno. Se Happiness Bastards era un buon ritorno con il rock’n’roll a trainare il tutto, A Pound Of Fathers sembra consacrarli. Diciamolo: difficile trovare una band che invecchiando alzi così l'asticella del rumore. E della freschezza compositiva pure. I fratelli Robinson ci hanno provato e hanno sbancato: A Pound Of Feathers è forse il loro disco più hard e heavy in carriera e arriva dopo quasi quarant'anni di dischi, litigi, tour e reunion. Non è da tutti. Erano dei fuoriclasse e lo sono ancora. La dimostrazione arriva da come è nato il disco, registrato in sole due settimane a Nashville con lo stesso produttore di Happiness Bastards, Jay Joyce, e con il solo Cully Symington, batterista della band dal 2023 in studio, poi raggiunti da Erik Deutsch (tastiere) e Mackenzie Adams e Leslie Grant (cori)  e con Rich Robinson a suonare il basso. In tour ci saranno pure gli altri.
 "Alla fine della prima settimana avevamo nove canzoni finite, pronte, al punto che tutti noi, persino Jay, dicevamo, 'Non perdere tempo con queste canzoni. Ci piace già molto dove sono.
Un lavoro nato d'impeto. Da buona alla prima. Senza troppe sovrastrutture. Aggiornano i riff di casa Stones con la pesantezza dei loro anni novanta mantenendo le loro origini southern con cori di tradizione soul: 'It's Like That' sferraglia che è un piacere, 'Do The Parasite' possiede uno dei riff più sanguigni del disco, la slide di 'Profane Prophecy' è incalzante. 'You Call This A Good Time?' si stampa in testa con un riff hard che porta alla mente gli Ac-Dc e quel coro che fa "ahahah" pure. 'Blood Red Regrets' insegue i Led Zeppelin di Physical Graffiti, la voce di Chris Robinson è effettata e la chitarra di Rich si traveste con gli abiti del vecchio amico Page. Se questa è il lato più selvaggio e dominante non mancano vecchi sapori della tradizione americana a partire da 'Queen of the B-Sides', una di quelle ballate che negli anni novanta avrebbero fatto il botto, due soli minuti che avremmo registrato nella cassettina per l'innamorata di turno accanto a 'Patience' dei Guns N' Roses se fosse il 1991. C'è poi il ritmo saltellante di 'High & Lonesome' acustica, con il violino, una delle tracce più melodiche del disco. Quella che può piacere a tutti. 'Pharmacy Chronicles' è un altro numero acustico vestito d'Americana guidato dalla slide, diario di una rock’n’roll band che guida sulla corsia di sorpasso. Restano le due canzoni finali: 'Eros Blues', è un blues scuro con l'Hammond in evidenza che nella seconda metà si infiamma di hard rock per poi finire in un corale gospel che riporta tutto a casa e poi c'è 'Doomday Doggerel', una delle canzoni più cupe della loro carriera, dove i Led Zeppelin incontrano i Black Sabbath e fanno la pace.
 "Abbiamo scritto molto spontaneamente, io lavoro in questo modo, ma qualcosa come 'Doomsday Doggerel' è un ottimo esempio di come un minuto prima non ci fosse una canzone, e 30 minuti dopo c'è una delle mie canzoni preferite che abbiamo mai scritto" dice Chris Robinson. Gli ascolti forse gli daranno ragione. E se in tempi come questi, ognuno di noi cerca un rifugio sicuro e confortevole dove ripararsi dai mali del mondo, i Black Crowes pur con tanti anni su groppone ne offrono uno che suona dannatamente fresco, frizzante e per certi versi nuovo nella loro discografia. Se cercate ancora le sfumature di Amorica non le troverete. I Black Crowes ora sono più diretti di quanto non lo siano mai stati. "Amiamo suonare musica perché il mondo è caos. Possiamo connetterci a qualcosa che non è questa realtà". Lo ribadisce anche Chris Robinson. La loro realtà è certamente migliore della realtà là fuori.



giovedì 26 febbraio 2026

RECENSIONE: MICHAEL MONROE (Outerstellar)

 

MICHAEL MONROE  Outerstellar (Silver Lining Music, 2026)





rock and roll finchè ce n'è

Si fa fatica ad associare questa copertina che pare più la scatola di qualche collirio a buon mercato al rock'n'roll di un'istituzione in pista da quarant'anni come Michael Monroe. E allora non giudichiamo il disco dalla copertina ma passiamo subito alla dodicesima traccia in scaletta: si intitola 'One More Sunrise' è la canzone più lunga che il finlandese abbia mai scritto. Sette minuti e quaranta secondi che sembrano ben rappresentare la completa maturità artistica di chi non ha più nulla da dimostrare a nessuno: una canzone dall' imponente crescendo che pare cercare quell'epicicità quasi springsteeniana perduta nei seventies con l'amato sax e un pianoforte protagonisti . Una canzone che non ti aspetti che lo stesso Monroe racconta così: "mi piace perché rompe gli schemi e si allontana dai formati classici. Mi piace creare qualcosa di diverso, inaspettato. Ecco perché "One More Sunrise" è una delle mie canzoni preferite".

Ok. Ma prima cosa troviamo? Il solito grande rock'n'roll di uno dei pochi grande rocker rimasti su questa terra. Michael Monroe sta viaggiando verso i sessantaquattro anni (salutista e ripulito pure ) ma dentro di lui alberga ancora lo spirito ribelle di chi attraverso tutte le tappe della sua carriera che si chiamino Hanoi Rocks, Demolition 23, Jerusalem Slim o solista (è partito con Night Are So Long nel 1987)sia riuscito a creare quel lungo ponte  che parte da Stooges, Stones e New York Dolls e porta allo sleaze rock degli anni ottanta fino a proiettarsi fino ad oggi. Saranno pure passati gli anni ma quando partono canzoni come  'Rockin Horse' (una dichiarazione di indipendenza), 'Shinola', 'Newtro Bombs', 'Rode To Ruin' caricate a salve  da antico spirito punk , lo sleaze di 'Disconnected' che si scaglia contro il modernismo esasperato , l'armonica di 'Precious', le atmosfere più cupe di 'Painless' (racconto sui rapporti burrascosi con le case discografiche) , le accattivanti  atmosfere sixties create dalle tastiere su cui veleggia 'When The Apocalypse Comes' (dove canta: "Quando arriva l’apocalisse, il posto migliore per l’ultimo momento è tra le braccia di una persona cara") o i toni che si abbassano nella ballata acustica 'Glitter & Dust' capisci che Michael Monroe fa ancora dannatamente sul serio.

E quell'epopea legata al rock'n'roll rimane salda in canzoni esplicite come 'Black Cadillac' che Monroe racconta così: "questa canzone parla di un amico, un tossicodipendente che viveva nel bagagliaio di una Cadillac in un parcheggio. Era Johnny Thunders , il chitarrista dei New York Dolls , un tipo che conoscevo bene. Aveva ovviamente un problema di eroina. Ma a un certo punto, a New York , viveva effettivamente nel retro di questa Cadillac in un parcheggio". E il forte legame a musicisti fedeli come il chitarrista Steve Conte e il bassista Sammi Yaffa fa il resto. A completare Rich Jones (chitarra) e Karl Rockfist (batteria).  

Ennesima lezione di attitudine. Disco che  arriva ancora con freschezza e vitalità.





venerdì 20 febbraio 2026

RECENSIONE: DEWOLFF (Fuego!)

 

DEWOLFF  Fuego! (Electrosaurus Records, 2026)





"una fiamma che brucia ancora"

Dopo la coronazione di un sogno, registrare un intero disco nei Fame Muscle Shoals Studios in Alabama (Muscle Shoals uscito nel 2024), gli olandesi Dewolff formati dai due fratelli Pablo (chitarra e voce) e Luka De Poel (batteria e voce) con Robin Piso (hammond, piano, synth e Wurlitzer), sublimano i loro inizi con un disco di cover. È però una raccolta di canzoni che cerca di fuggire il più possibile dai soliti dischi di cover, spesso incisi con svogliatezza o per riempire un buco contrattuale. Un'arma a doppio taglio che nel tempo poche volte è stata baciata dalla fortuna. Pochi ma buoni quelli che hanno fatto la storia. Qui siamo nel mezzo ma certamente non farà la storia nemmeno questo.

Queste sei canzoni (o otto) per trenta minuti di durata sono si cover, ma sembrano  metterci davanti a quel che sono i Dewolff in sede live, sopra a un palco, le canzoni ricevono un trattamento diverso, si allungano, si mischiano, diventano jam musicali.

Pescando tra i gruppi, gli autori e le canzoni che li spinsero a prendere gli strumenti in mano e formare la band.

"Un tributo alle canzoni e agli artisti che ci hanno plasmato fin dagli albori dei DeWolff. Invece di scrivere nuovi brani, siamo tornati a una manciata di canzoni che hanno acceso la scintilla. I pezzi forti che hanno plasmato chi siamo come musicisti e come band" raccontano.

 I loro eroi, non necessariamente famosi: si passa dai Redbone di 'Judgement Day' (1973)  band losangelina formata da nativi americani agli inizi degli anni sessanta raggiungendo la maggior notorietà nei primi settanta e con Jimi Hendrix loro grande fan tanto da spingersi a indicare il loro chitarrista Lolly Vegas come "il migliore che avessi mai sentito" a Leon Russell con 'Roll Away The Stone', estrapolata dal suo primo mitico disco solista del 1970. Qui i Dewolff si calano completamente nella parte, sprofondando  completamente in quel southern soul ammaliante. C'è 'The Fan' dei Little Feat di Lowell George, brano del 1974 preso da l'album Feats Don't Fail Me Know, con gli olandesi che ingranano la quarta per un lungo viaggio con la chitarra ospite di Joe Bonamassa: un carnevale di chitarre e tastiere che riporta a quelle lunghe jam dove i generi musicali non contavano più perché era il demone della musica a impossessarsi degli strumenti. Otto minuti di sarabanda strumentale con dialoghi e duelli.

C'è la più basica 'Fire And Water' dei sempre dimenticati ma più famosi Free, hard blues solido e seducente, una "veloce" 'Faster And Faster' (anno 1970) dei misconosciuti Eden Rose, band francese di jazz rock progressivo guidati dall'Hammond di Henri Garella (a salire in cattedra è il tastierista Robin Piso a inttomettersi la chitarra di Pablo De Poel ), fino ad arrivare ai dieci minuti finali di 

'Fire and Brimstone/Hawg Frog/I Walk On Gilded Splinters' dove fanno incontrare la chitarra rock'n'roll blues di Link Wray del 1971 lo swamp rock di 'Hawk Frog' di Buzz Clifford e il voodoo New Orleans sound di 'I Walk On Guilded Splinters' prelevata da Gris-Gris (1968) di Dr. John. Un finale cosmico degno di qualunque loro concerto.





domenica 8 febbraio 2026

RECENSIONE: JAY BUCHANAN (Weapons Of Beauty)

JAY BUCHANAN  Weapons Of Beauty (Sacred Tongue Records/Thirty Tigers, 2026)




dialogo con il silenzio

Per tutti quelli che in questi ultimi vent'anni hanno seguito il crescendo artistico dei californiani Rival Sons culminato (per ora) negli ultimi due dischi legati tra loro Darkfighter e Lightbringer, il loro sforzo artistico più impegnativo e personale, una scommessa vinta, la bravura interpretativa, su disco e live,  del loro cantante Jay Buchanan non  è certamente una novità. Qualcuno prima dell'uscita di questo disco, invece, può averlo riconosciuto anche nel concerto di addio a Ozzy Osbourne, Back To The Beginning a cui ha partecipato senza sbavature, oppure nel film Springsteen, Deliver Me From Nowhere, diretto da Steve Cooper : Buchanan si era calato completamente a suo agio nel cantante leader della resident band dello Stone Pony, il locale del New Jersey dove Springsteen amava rifugiarsi, lontano dalla fama, per farsi una cantata con gli amici, lontano dai riflettori rock che iniziavano a puntarlo con insistenza in quei primi anni ottanta. Io Buchanan non l'ho avevo riconosciuto, l'ho capito dopo leggendo i nomi del cast. 

E proprio dal regista Scott Cooper si potrebbe partire per raccontare il suo primo album solista: è lo stesso regista ad aver messo giù la sequenza di queste dieci canzoni come fossero la sceneggiatura di un film. Una pellicola girata tra i deserti del Mojave dove Buchanan si è rifugiato (come fosse lo Stone Pony per Springsteen) per tre mesi, in un bunker sotterraneo con un generatore a benzina per la luce, tenendo fuori la sua anima da rockstar sviluppata con la band, gli otto dischi pubblicati e i tanti tour, alla ricerca di qualcosa di più profondo  e intimo radicato dentro a sé stesso. Di giorno in superficie tra il nulla della sabbia e di una vecchia miniera d'oro abbandonata, di notte sottoterra a mettere giù  le sensazioni e i ricordi che quei luoghi hanno portato a galla nella sua memoria. Un intenso dialogo con il silenzio. Contemplazione di anima e paesaggi circostanti.

"Weapons Of Beauty’ è il suono di queste placche che si spostano dentro di me, troppo forte per essere ignorato. Sorprendentemente, non ho mai conosciuto una vulnerabilità che mi facesse sentire così potente...Ho anche fatto amicizia con l'isolamento e alla fine il deserto stesso è diventato in un certo senso un collaboratore davvero vivace" ha raccontato. 

Sono uscite dieci canzoni registrate successivamente in soli cinque giorni a Savannah, Georgia, insieme al produttore e amico Dave Cobb e alcuni fidati amici ospiti e musicisti di Nashville: Chris Powell (batteria), Leroy Powell (chitarra), Brian Allen (basso), J.D. Simo (chitarra) e Philip Towns (tastiere).

" Penso che questo disco sia come guardare direttamente nel cuore di Jay: nessun filtro, nessun rumore, solo emozione pura e cruda" ha raccontato il produttore Dave Cobb.

Dieci canzoni, tra cui la cover della sempre straziante 'Dance Me To The End Of Love' di Leonard Cohen qui rivestita di soul, che dimenticano l'elettricità della band e sprofondano nella sottrazione strumentale per mettere bene in evidenza la sua voce potente, il vibrato, le sfumature. Gli strumenti non sovrastano mai il racconto ma accompagnano, sorreggono.

Ne è uscito un ritratto interiore, un percorso inedito che esplora territori folk e gotici, radici e Americana.

Canzoni di perdita e redenzione (il crescendo della toccante 'Caroline', come sopravvivere a un dolore e lasciare il passato per affrontare il futuro), di solitudine ('High And Lonesome' vede la slide di J. D. Simo ospite nel disegnare impronte tra la sabbia e un falò) e fede dentro al bel gospel soul 'True Black', guidato dal pianoforte protagonista e con Buchanan a fare da predicatore, ricordando il primo Billy Joel, country/gospel del periodo Piano Man. 

Una narrazione intima, la vita che rallenta per spiare dentro all'amore per la compagna  nel folk 'Sway', nella intima poesia di 'Shower Of Roses' sembra intravedersi il cuore dell'autore, i ricordi d'infanzia che affiorano in 'Deep Swimming', la canzone più ritmata in scaletta. Prove cantautorali come la road song 'Tumbleweeds', le atmosfere west coast seventies di 'The Great Divide' e poi la confessionale title track in chiusura, confidenziale, voce e pianoforte.

Per completare l'opera, l'artista Jeremy Lipking, pittore realista, è stato chiamato per disegnare la copertina.

Intanto mentre queste dieci canzoni inizieranno a lasciare il deserto del Mojave per entrare in modo discreto nelle case di tutto il mondo, Jay Buchanan ha annunciato di essere già al lavoro sul nuovo disco dei suoi Rival Sons. Un disco sorprendente e rivelatore.





venerdì 6 febbraio 2026

RECENSIONE: HANDSOME JACK (Barnburners!)

 

HANDSOME JACK  Barnburners! (Alive records, 2026)




in blues we trust

Continuano a non deludere i figli dello  stato di New York (provengono da Lockport), proprio perché stanno un passo indietro ai tempi. Anche nel loro sesto disco e con più di vent'anni di carriera continuano a macinare il loro sound in bilico tra southern rock targato nineties con la benedizione di Chris Robinson che ai tempi li volle ad aprire per la "confraternita" formata insieme al compianto Neal Casal (grande fan della band), hard blues figlio delle grandi power trio band dei seventies,  lo swamp rock benedetto dall'acqua santissima di John Fogerty e il blues nero dei padri su cui si fonda maggiormente questa nuova uscita. 

Il trio formato da Jamison Passuite (chitarra, voce), Joey Verdonselli (basso, voce) e Bennie Hayes (batteria, voce) continua a puntare sul calore di composizioni che non hanno bisogno di troppi addittivi, fregandosene di essere troppi alla moda. Basti la cover di 'Polk Salad Annie' con cui omaggiano il grande Tony Joe White per avere il loro codice fiscale. Persa per strada la carica garage dei primissimi dischi a farla da padrone sono le profonde radici blues fatte crescere e trasportate ai nostri tempi: dallo stomp con il classico beat alla Bo Diddley di 'Tonight We Ride', lo sbilenco andazzo di It's 'Only Business', orgia edulcorata tra Captain Beefheart e Canned Heat, il trotto boogie dell'esuberante e sensuale 'Do It! Do It!' e 'I'm Hooked' con tanto di cori trascinanti, a una 'Poly Molly' che è puro Chicago Blues alla Elmore James con la slide a fare la voce grossa, ("In 'Polly Molly' abbiamo preso il classico stile bottleneck di Elmore James e lo abbiamo adattato ai tempi moderni. La versione live, semplice e grezza, suona allo stesso tempo antica e fresca, e questo era uno dei nostri grandi obiettivi per il nuovo disco" dicono), 'Let's Go Downtown' cavalca invece  più veloce di tutte mentre nel  finale affidato a 'Ghost Woman', frenano mettendosi all'ombra di una composizione cupa, spettrale e limacciosa con chitarre eletttiche aspre.

Nel ritmato swamp rock 'Barnburner' che apre il disco ricordando i Black Keys cantano "we’re gonna light it, we’re gonna burn it down" promettendo fuoco e fiamme per i successivi 33 minuti. Pochi ma abbastanza per confermare il trio come uno dei migliori e buoni traghettatori di certi vecchi suoni nel presente e futuro. Veri e grezzi.





giovedì 29 gennaio 2026

RECENSIONE: MEGADETH (Megadeth)

MEGADETH   Megadeth (Tradecraft/ BLKIIBLK, 2026)





this is my life

La mano del tempo ha lisciato a dovere il carattere ispido che ha segnato gran parte della sua carriera ma si è accanita con forza sul fisico. Dave Mustaine negli ultimi anni ha combattuto con svariati malanni (artriti alle mani, problemi cervicali con operazioni annesse, un cancro alla gola vinto) che l'hanno portato a quella decisione che un musicista vorrebbe posticipare il più possibile: la fine della sua creatura Megadeth. Il capolinea da festeggiare, possibilmente per più tempo possibile. Una fine che ha un album e avrà un tour che come minimo durerà tre anni. Scelta bizzarra per uno messo male fisicamente. Ma per ora sembra proprio sia così. O quasi. Si sa come vanno a finire certe cose. Megadeth è un album che si veste a festa fin dalla copertina con il buon Rattlehead vestito elegantemente di bianco ma con la fine segnata dal fuoco pronto a cancellarne le tracce, anche se sappiamo che tutto rimarrà a segnare la storia della musica heavy metal con almeno un poker di dischi (forse più) da possedere e amare.

Un disco che nulla inventa ma che ripercorre un pò tutte le tappe della band, musicalmente vario ma in generale con la melodia della maturità come faro guida, in barba a quei puristi del metal che vorrebbero ancora la velocità della gioventù come se tutto fosse cristallizzato al 1984 e forse neppure erano nati . Ogni epoca ha la sua marcia.

Eppure ci sono un paio di episodi che portano a quel thrash tecnico e ricco di cambi di tempo che caratterizzavano Rust In Peace: l'iniziale 'Tipping Point' che apre l'album in maniera sublime, sicuramente la migliore traccia, è  un biglietto da visita più che dignitoso per una band in giro da quarant'anni. Da sola sembra mangiarsi gli ultimi vent'anni degli amici/nemici Metallica condensando in solo quattro minuti tutto ciò che James Hetfield e soci non riescono più a raggiungere.

Le fa eco 'Made To Kill' con batteria (Dirk Verbeuren) e basso (James Lomenzo) in primo piano e quelle accelerazioni speed con assoli disseminati un po' ovunque. E i defender qui sono accontentati.

L' anarco punk di 'I Don't Care', tanto ribelle quanto quasi infantile nel suo testo è un testamento di indipendenza che scava ancora più indietro nel tempo così come 'Let There Be Shred', una battaglia all'ultimo assolo di chitarre tra Mustaine e il nuovo chitarrista, il finlandese Teemu Mantysaari che si dimostra degno successore dei tanti chitarristi che si sono avvicendati nel tempo. Lo dimostra pienamente lungo tutte le undici tracce, portandosi a casa i complimenti del capo.

Ma sono i mid tempo intrisi di melodia che si riallacciano agli anni novanta di Countdown To Extinction, Youthanasia e il sempre dimenticato Cryptic Writings a prevalere: 'Hey God' è un dialogo con la ritrovata spiritualità, un avvicinamento che ha lasciato il segno dopo la vittoria sul cancro,  'Puppet Parade' si sarebbe collocata bene in scaletta tra 'Skyn O' My Teeth' e 'Symphony Of Destruction', 'Another Bad Day' rallenta ulteriormente in una spirale melodica che lascia poco scampo, "si sopravvive giorno dopo giorno" sembra il monito, così come 'Obey The Call' avanza intrisa di velata tristezza e 'I Am War' sembra scavare dentro all'anima di un musicista che nel bene o nel male non è mai venuto a patti con nulla e nessuno, pagando tutto sulla propria pelle e reagendo a pari passo con il suo carattere mai troppo accomodante ma sempre verace e schietto.

Fino alla autobiografica, fino all'osso, 'The Last Note' dove Mustaine scrive il suo testamento, ripercorrendo la carriera fino a giungere a quel "long goodbye" che dice tutto o forse niente. Un finale che una chitarra arpeggiata rende triste più del dovuto. A proposito è uscito pure un film Behind The Musk dove Mustaine ripercorre quarant'anni di musica.

Di questi giorni però la dichiarazione che forse ci sarà il tempo per un disco solista in futuro.

Ma siccome l'inizio della  storia di Mustaine ha un nome la fine lo riesuma mantenendo fede alle radici: 'Ride The Lighning' sia'. Assolo o non assolo uguale all'originale chi se ne frega: dibattiti per giovani youtuber. Megadeth ha diviso, sta dividendo, ma è un disco piacevole dall'inizio alla fine, cosa che, dalle mie parti, con i Megadeth non succedeva da parecchio. 





sabato 24 gennaio 2026

RECENSIONE: LUCINDA WILLIAMS (World's Gone Wrong)

 LUCINDA WILLIAMS  World's Gone Wrong (Highway 20 Records, 2026)





l'ultima combattente


In questi mesi convulsi con gli equilibri del mondo ribaltati come un calzino usato e ormai logoro mi sono spesso chiesto dove fossero le voci degli artisti che più amiamo? Pochi, veramente pochi, quelli che si sono esposti in prima linea. In uno slancio di ingenua utopia ho addirittura pensato: perché nessuno organizza un grande concerto di protesta? Come dite? Son finiti gli anni d'oro del rock? Bruce Springsteen ci ha provato durante i suoi concerti dello scorso tour e ancora in questi primi giorni del 2026, pure Neil Young non le ha mandate a dire, come suo solito, facendo incazzare Donald Trump che si è spinto a rispondere loro direttamente. Ho assistito a un Bob Mould che ha interrotto il concerto per scusarsi per quello che sta succedendo negli Usa, abbiamo ascoltato il bellissimo disco di Mavis Staples dello scorso anno che già nel titolo Sad And Beautiful World diceva tutto. 

Ma solo una come Lucinda Williams che in vita ha collezionato così tante ferite con conseguenti cicatrici da sviluppare una spiccata sensibilità, poteva tirare fuori un disco di protesta come lo è World's Gone World. Un disco inseguito da sempre ma che solo ora sembra aver senso.

Dopo aver vinto la battaglia con l'ictus che l'ha colpita qualche anno fa e che ancora sta lasciando segni del suo passaggio donando una deambulazione incerta, ora da gran combattente affronta i mali del mondo e della sua America. E se siete stati al Teatro Lirico Giorgio Gaber di Milano  il 10 Gennaio del 2023 e avete assistito a uno dei concerti più surreali, strazianti e umani che abbia mai visto sapete di che pasta è fatta la settantatreenne cantautrice della Louisiana .Una che porta sempre a casa la partita con forza e cuore. " Faccio ancora fatica a camminare, il mio tour manager, Travis, mi sostiene per un braccio mentre salgo e scendo dal palco. A volte mi aggrappo all'asta del microfono solo per mantenere l'equilibrio. So cantare. Al momento no sto suonando la chitarra, quello lo farò più tardi"

Nella title track che apre il disco, alla Stones, si immedesima nella quotidianità di una giovane coppia della working class americana che fatica a tirare avanti trovando consolazione nella musica di Miles Davis. Ed è proprio quello che vuole Lucinda Williams con queste dieci canzoni di rock blues tese come lame che affondano sulla carne viva del mondo. Che si tratti del southern rock chitarristico alla Drive By Truckers di 'Something's Gotta Give' dove il "troppo" stroppia e il presagio è dietro l'angolo "il male è arrivato...lo senti ovunque", ecco le chitarre di Pettibone e Marc Ford salire in cattedra. Che si tratti della ballata country dalla lenta andatura alla Neil Young 'Low Life' (scritta insieme ai Big Thief e con l'armonica di Mickey Raphael), aleatoria fuga dalla realtà in compagnia di un bicchiere e di un juke box che trasmette Slim Harpo e Dr. John ma con un "uragano dentro" che continua a macinare rabbia. Che si tratti del taglio sixties di 'How Much Did You Get For You Soul?' calata negli inferi con l'incontro di Robert Johnson che forse ci aveva già messo in guardia, "i sogni rimandati" (ricordando la poesia di Langston Hughes) che escono dal blues nero 'Black Tears' a ricordarci quanto il razzismo serpeggi ancora indisturbato nonostante le lezioni della storia. Che si tratti della mistica e corale elettricità rock di 'Sing Unburied Sing' ispirata all'omonimo romanzo di Jesmyn Ward, della domanda "Dio ha dimenticato la battuta finale?" che infesta la lenta e pungente 'Punchline' con una chitarra Resonator a piangere le lacrime del mondo. Che si tratti del grido liberatorio "alzatevi e combattete" che esce prepotente da 'Freedom Speaks'. Lucinda Williams ci mette in guardia, ci informa. Ci sprona. E' il momento di agire: "ogni giorno il presidente Trump diceva qualcosa di folle o prendeva una decisione. Queste canzoni dovevano uscire"

Lo sapeva bene Bob Marley che già nel 1979 con 'So Much Trouble In The World' metteva il mondo davanti ai suoi mali (povertà, disuguaglianze, conflitti armati, degrado ambientale), gli stessi di oggi. L'eterno conflitto tra realtà e illusione. Il duetto con Mavis Staples sulla canzone di Marley è un dialogo tra due generazioni di donne destinato a restare. Da tramandare nei prossimi anni. Pur circondata da uomini, il marito Tom Overbay e Ray Kennedy collaboratori fidati , la sua band formata dalle chitarre di  Doug Pettibone e Marc Ford, la batteria di Brady Blade, il basso di David Sutton e le tastiere di Rob Burger (quell'Hammond!), sono le donne le vere protagoniste di queste dieci canzoni. Lo è Mavis Staples, lo è la voce della brava Brittney Spencer che doppia quella della Williams in un paio di occasioni, lo è Norah Jones che duetta nella finale 'We've Come Too Far To Turn Around', un valzer intimo che pare ottimista, vedendo un futuro migliore all'orizzonte. Un disco che ci spiattella i mali del mondo, suggerisce azioni e ci fa sognare un futuro diverso. Un grande disco: potente, fiero e resistente. Un disco che questi tempi meritano.