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giovedì 29 gennaio 2026

RECENSIONE: MEGADETH (Megadeth)

MEGADETH   Megadeth (Tradecraft/ BLKIIBLK, 2026)





this is my life

La mano del tempo ha lisciato a dovere il carattere ispido che ha segnato gran parte della sua carriera ma si è accanita con forza sul fisico. Dave Mustaine negli ultimi anni ha combattuto con svariati malanni (artriti alle mani, problemi cervicali con operazioni annesse, un cancro alla gola vinto) che l'hanno portato a quella decisione che un musicista vorrebbe posticipare il più possibile: la fine della sua creatura Megadeth. Il capolinea da festeggiare, possibilmente per più tempo possibile. Una fine che ha un album e avrà un tour che come minimo durerà tre anni. Scelta bizzarra per uno messo male fisicamente. Ma per ora sembra proprio sia così. O quasi. Si sa come vanno a finire certe cose. Megadeth è un album che si veste a festa fin dalla copertina con il buon Rattlehead vestito elegantemente di bianco ma con la fine segnata dal fuoco pronto a cancellarne le tracce, anche se sappiamo che tutto rimarrà a segnare la storia della musica heavy metal con almeno un poker di dischi (forse più) da possedere e amare.

Un disco che nulla inventa ma che ripercorre un pò tutte le tappe della band, musicalmente vario ma in generale con la melodia della maturità come faro guida, in barba a quei puristi del metal che vorrebbero ancora la velocità della gioventù come se tutto fosse cristallizzato al 1984 e forse neppure erano nati . Ogni epoca ha la sua marcia.

Eppure ci sono un paio di episodi che portano a quel thrash tecnico e ricco di cambi di tempo che caratterizzavano Rust In Peace: l'iniziale 'Tipping Point' che apre l'album in maniera sublime, sicuramente la migliore traccia, è  un biglietto da visita più che dignitoso per una band in giro da quarant'anni. Da sola sembra mangiarsi gli ultimi vent'anni degli amici/nemici Metallica condensando in solo quattro minuti tutto ciò che James Hetfield e soci non riescono più a raggiungere.

Le fa eco 'Made To Kill' con batteria (Dirk Verbeuren) e basso (James Lomenzo) in primo piano e quelle accelerazioni speed con assoli disseminati un po' ovunque. E i defender qui sono accontentati.

L' anarco punk di 'I Don't Care', tanto ribelle quanto quasi infantile nel suo testo è un testamento di indipendenza che scava ancora più indietro nel tempo così come 'Let There Be Shred', una battaglia all'ultimo assolo di chitarre tra Mustaine e il nuovo chitarrista, il finlandese Teemu Mantysaari che si dimostra degno successore dei tanti chitarristi che si sono avvicendati nel tempo. Lo dimostra pienamente lungo tutte le undici tracce, portandosi a casa i complimenti del capo.

Ma sono i mid tempo intrisi di melodia che si riallacciano agli anni novanta di Countdown To Extinction, Youthanasia e il sempre dimenticato Cryptic Writings a prevalere: 'Hey God' è un dialogo con la ritrovata spiritualità, un avvicinamento che ha lasciato il segno dopo la vittoria sul cancro,  'Puppet Parade' si sarebbe collocata bene in scaletta tra 'Skyn O' My Teeth' e 'Symphony Of Destruction', 'Another Bad Day' rallenta ulteriormente in una spirale melodica che lascia poco scampo, "si sopravvive giorno dopo giorno" sembra il monito, così come 'Obey The Call' avanza intrisa di velata tristezza e 'I Am War' sembra scavare dentro all'anima di un musicista che nel bene o nel male non è mai venuto a patti con nulla e nessuno, pagando tutto sulla propria pelle e reagendo a pari passo con il suo carattere mai troppo accomodante ma sempre verace e schietto.

Fino alla autobiografica, fino all'osso, 'The Last Note' dove Mustaine scrive il suo testamento, ripercorrendo la carriera fino a giungere a quel "long goodbye" che dice tutto o forse niente. Un finale che una chitarra arpeggiata rende triste più del dovuto. A proposito è uscito pure un film Behind The Musk dove Mustaine ripercorre quarant'anni di musica.

Di questi giorni però la dichiarazione che forse ci sarà il tempo per un disco solista in futuro.

Ma siccome l'inizio della  storia di Mustaine ha un nome la fine lo riesuma mantenendo fede alle radici: 'Ride The Lighning' sia'. Assolo o non assolo uguale all'originale chi se ne frega: dibattiti per giovani youtuber. Megadeth ha diviso, sta dividendo, ma è un disco piacevole dall'inizio alla fine, cosa che, dalle mie parti, con i Megadeth non succedeva da parecchio. 





sabato 24 gennaio 2026

RECENSIONE: LUCINDA WILLIAMS (World's Gone Wrong)

 LUCINDA WILLIAMS  World's Gone Wrong (Highway 20 Records, 2026)





l'ultima combattente


In questi mesi convulsi con gli equilibri del mondo ribaltati come un calzino usato e ormai logoro mi sono spesso chiesto dove fossero le voci degli artisti che più amiamo? Pochi, veramente pochi, quelli che si sono esposti in prima linea. In uno slancio di ingenua utopia ho addirittura pensato: perché nessuno organizza un grande concerto di protesta? Come dite? Son finiti gli anni d'oro del rock? Bruce Springsteen ci ha provato durante i suoi concerti dello scorso tour e ancora in questi primi giorni del 2026, pure Neil Young non le ha mandate a dire, come suo solito, facendo incazzare Donald Trump che si è spinto a rispondere loro direttamente. Ho assistito a un Bob Mould che ha interrotto il concerto per scusarsi per quello che sta succedendo negli Usa, abbiamo ascoltato il bellissimo disco di Mavis Staples dello scorso anno che già nel titolo Sad And Beautiful World diceva tutto. 

Ma solo una come Lucinda Williams che in vita ha collezionato così tante ferite con conseguenti cicatrici da sviluppare una spiccata sensibilità, poteva tirare fuori un disco di protesta come lo è World's Gone World. Un disco inseguito da sempre ma che solo ora sembra aver senso.

Dopo aver vinto la battaglia con l'ictus che l'ha colpita qualche anno fa e che ancora sta lasciando segni del suo passaggio donando una deambulazione incerta, ora da gran combattente affronta i mali del mondo e della sua America. E se siete stati al Teatro Lirico Giorgio Gaber di Milano  il 10 Gennaio del 2023 e avete assistito a uno dei concerti più surreali, strazianti e umani che abbia mai visto sapete di che pasta è fatta la settantatreenne cantautrice della Louisiana .Una che porta sempre a casa la partita con forza e cuore. " Faccio ancora fatica a camminare, il mio tour manager, Travis, mi sostiene per un braccio mentre salgo e scendo dal palco. A volte mi aggrappo all'asta del microfono solo per mantenere l'equilibrio. So cantare. Al momento no sto suonando la chitarra, quello lo farò più tardi"

Nella title track che apre il disco, alla Stones, si immedesima nella quotidianità di una giovane coppia della working class americana che fatica a tirare avanti trovando consolazione nella musica di Miles Davis. Ed è proprio quello che vuole Lucinda Williams con queste dieci canzoni di rock blues tese come lame che affondano sulla carne viva del mondo. Che si tratti del southern rock chitarristico alla Drive By Truckers di 'Something's Gotta Give' dove il "troppo" stroppia e il presagio è dietro l'angolo "il male è arrivato...lo senti ovunque", ecco le chitarre di Pettibone e Marc Ford salire in cattedra. Che si tratti della ballata country dalla lenta andatura alla Neil Young 'Low Life' (scritta insieme ai Big Thief e con l'armonica di Mickey Raphael), aleatoria fuga dalla realtà in compagnia di un bicchiere e di un juke box che trasmette Slim Harpo e Dr. John ma con un "uragano dentro" che continua a macinare rabbia. Che si tratti del taglio sixties di 'How Much Did You Get For You Soul?' calata negli inferi con l'incontro di Robert Johnson che forse ci aveva già messo in guardia, "i sogni rimandati" (ricordando la poesia di Langston Hughes) che escono dal blues nero 'Black Tears' a ricordarci quanto il razzismo serpeggi ancora indisturbato nonostante le lezioni della storia. Che si tratti della mistica e corale elettricità rock di 'Sing Unburied Sing' ispirata all'omonimo romanzo di Jesmyn Ward, della domanda "Dio ha dimenticato la battuta finale?" che infesta la lenta e pungente 'Punchline' con una chitarra Resonator a piangere le lacrime del mondo. Che si tratti del grido liberatorio "alzatevi e combattete" che esce prepotente da 'Freedom Speaks'. Lucinda Williams ci mette in guardia, ci informa. Ci sprona. E' il momento di agire: "ogni giorno il presidente Trump diceva qualcosa di folle o prendeva una decisione. Queste canzoni dovevano uscire"

Lo sapeva bene Bob Marley che già nel 1979 con 'So Much Trouble In The World' metteva il mondo davanti ai suoi mali (povertà, disuguaglianze, conflitti armati, degrado ambientale), gli stessi di oggi. L'eterno conflitto tra realtà e illusione. Il duetto con Mavis Staples sulla canzone di Marley è un dialogo tra due generazioni di donne destinato a restare. Da tramandare nei prossimi anni. Pur circondata da uomini, il marito Tom Overbay e Ray Kennedy collaboratori fidati , la sua band formata dalle chitarre di  Doug Pettibone e Marc Ford, la batteria di Brady Blade, il basso di David Sutton e le tastiere di Rob Burger (quell'Hammond!), sono le donne le vere protagoniste di queste dieci canzoni. Lo è Mavis Staples, lo è la voce della brava Brittney Spencer che doppia quella della Williams in un paio di occasioni, lo è Norah Jones che duetta nella finale 'We've Come Too Far To Turn Around', un valzer intimo che pare ottimista, vedendo un futuro migliore all'orizzonte. Un disco che ci spiattella i mali del mondo, suggerisce azioni e ci fa sognare un futuro diverso. Un grande disco: potente, fiero e resistente. Un disco che questi tempi meritano.





domenica 18 gennaio 2026

RECENSIONE: GLUECIFER (Same Drug New High)

 

GLUECIFER  Same Drug New High (Steamhammer, 2026)





il ritorno 


Me la ricordo molto bene quella serata del 1 Febbraio 1998 al Babylonia di Biella: una domenica sera con il meglio del rock'n'roll scandinavo sulla piazza ai tempi. Di scena gli svedesi Hellacopters, ad aprire i norvegesi Gluecifer. Che serata infuocata! Sono passati ventisette anni e dopo aver sognato per anni un'altro concerto con questa accoppiata protagonista, oggi nel 2026 quel sogno si potrebbe compiere da qualche parte in giro per il mondo. Non certo al Babylonia morto e sepolto da anni e forse nemmeno in altri posti d'Italia visto che il tour dei Gluecifer non toccherà nemmeno il nostro paese. Tornati in pista gli Hellacopters con un paio di dischi senza la carica della gioventù ma con la classe della maturità, anche i norvegesi guidati da Biff Malibu (voce) e Captain Poon (chitarra) con Raldo Useless (chitarra), Danny Young (batteria) e Peter Larsson (basso) ricompaiono dopo un'assenza discografica lunga ventidue anni (Automatic Thrill fu l'ultimo album nel 2004). L'idea di un nuovo disco nasce l'indomani del tour di reunion iniziato nel 2018 e proseguito fino al 2023 e come spesso succede ci si domanda: il tempo avrà scalfito l'inconfondibile rock'n'roll adrenalinico del quintetto norvegese? Quel gallo combattivo posto in copertina sembra essere chiaro: i Gluecifer sono tornati per restare e continuare a far muovere gambe e culi a tutti i loro fan sotto al palco. Il tris di canzoni iniziali le canta chiare, i Gluecifer sono ancora una fottuta macchina rock'n'roll, una delle migliori e forse sottovalutate degli ultimi trent'anni. 'The Idiot' (il titolo da un quartiere di Oslo) corre veloce con la carica del punk, 'Same Drug New High' è più cadenzata ma sferraglia che è un piacere, mentre con 'Armadas' si ritorna a correre ad alta velocità. Se 'I'm Ready' ha il tiro degli Ac Dc con una melodia contagiosa (un po' come 'Made In The Morning'), 'The Score' presenta il riff più cadenzato e quadrato che sembra uscire dagli anni ottanta di qualche metal band old school. I tempi cambiano e in 'Pharmacy' Biff Malibu  ci accompagn tra i marciapiedi di una città abitata da zombie annientati da Fentanyl, ma non troppo visto che la vita on the road dei musicisti che esce da 'Another Night, Another City' sembra essere la stessa di sempre. La loro 'We're Are The Road Crew' degli amati Motorhead che seguirono pure in tour. '1996' riporta le lancette indietro alla loro entrata in scena, poco prima del debutto Ridin' The Tiger, scandinavian rock  come ai vecchi tempi, mentre 'On The Wire' chiude il disco seguendo una stralunata tastiera molto sixties e psichedelica.

Undici canzoni tra punk, garage e hard rock che Biff Malibu descrive così: "canzoni su un quartiere di Oslo, un rifugio dalla città verso uno stile di vita rurale e alternativo, sull'amore, sull'odio, sulla grandezza da due centesimi, sull'apocalisse e sulla descrizione precisa della vita del Capitano Poon a metà degli anni Novanta".

Il mondo intorno a loro è cambiato, tutto corre sempre più veloce ma lo spirito della musica esce ancora intatto e immutato come in quel 1996. Bentornati.




mercoledì 7 gennaio 2026

RECENSIONE: BRYAN ADAMS (Roll With The Punches)

 

BRYAN ADAMS  Roll With The Punches (Bad Records, 2025)




il combattente

l'industria musicale è in continua trasformazione, sempre più difficile stare dietro alla valanga di uscite che sembrano attaccarci da ogni parte. Uno ci prova ma la sconfitta è sempre dietro l'angolo: centinaia di dischi in streaming e sulle piattaforme, decine e decine di CD e vinili, per chi ci crede ancora, ci riempiono le orecchie ponendoci davanti a delle scelte.

Succede così che Bryan Adams con Roll With The Punches, uscito per la sua etichetta Bad Records, tiri fuori il suo miglior disco da parecchi anni a questa parte e quasi nessuno ne parli. Ok, non sarà a livello dei grandi successi anni ottanta e novanta, non è Reckless e neppure Walking Up The Neighbours, ma il canadese è sempre stato uno piuttosto "giusto", fedele al suo rock melodico dove chitarre e pop contano alla stessa maniera e le grandi arene continua a riempirle, nonostante tutto. Togliendo una ballata di troppo come 'Life Is Beautiful', sdolcinata a dir poco, quello che rimane è un disco alla Bryan Adams al cento per cento, e l'aiuto di vecchie  volpi come Mutt Lange e Jim Vallance confermano. Dalle tirate rock di 'Make Up Your Mind', 'Be The Reason' e 'Roll With The Punches' con la chitarra del veterano Keith Scott a salire in cattedra ( "è un messaggio per me stesso. Ho lasciato il mio management e sono diventato un artista indipendente dopo 40 anni con la Universal Music. Finalmente ero libero. Il messaggio è: continua ad andare avanti, continua a progredire e tutto andrà bene") agli influssi bluesy di canzoni come 'A Little More Understanding' dal ritmo funk e guidata dall'Hammond (" è  il mio messaggio per i tempi che stiamo vivendo. Viviamo tempi precari. Non è una canzone politica, ma è certamente una canzone che parla di questo: forse se ci capissimo tutti un po' meglio, se ci mettessimo nei panni degli altri e guardassimo entrambi i lati, scopriremmo di avere effettivamente un terreno comune") e 'How' s That Workin' For Ya?' con armonica battente territori Stones a ballate come 'Two Arms To Hold You' e 'Will We Ever Be Friends Again' che non avranno la forza dirompente delle sue migliori ballate che si arrampicavano ai primi posti delle classifiche ma sembrano trasmettere ancora tanta onestà e mestiere.

'Never Ever Let You Go' è puro rock pop con la targhetta eighties attaccata al collo mentre 'Love Is Stronger Than Hate' è un folk chitarra, armonica e piano quasi springsteeniana nella sua costruzione perfino nel testo che esce dal mood dei buoni propositi che impera (la forza di combattere per andare avanti e un set fotografico molto esplicito preparato da lui stesso) per raccontarci gli orrori della guerra visti dagli occhi di un soldato.

Per chi vuole ritrovare invece il Bryan Adams più semplice e grezzo, unplugged, la versione deluxe presenta un secondo CD con sette delle dieci canzoni rilette in acustico, solo chitarra e voce, armonica e piano all'occorrenza.





martedì 30 dicembre 2025

RECENSIONE: JONATHAN JEREMIAH (We Come Alive)

 

JONATHAN JEREMIAH  We Come Alive (PIAS, 2025)




sempre impeccabile

Ok. In musica non esiste competizione ma voglio dire la mia: Jonathan Jeremiah questa volta sembra aver fatto un pochino meglio dell'ultimo Michael Kiwanuka, autore del poco brillante (per me) Small Changes. I due pur con le dovute differenze sembrano giocare quello stesso campionato che li colloca come punte di diamante di quei nuovi folk singer britannici (ha comunque 43 anni) che amoreggiano con il soul. 

Entrambi credo siano arrivati ad una svolta della loro carriera: un punto che necessita di una spinta per prendere o accogliere nuove direzioni nella loro musica. I loro ultimi dischi sembrano mandare questi segnali. Il prossimo sarà importante.

A tre anni dal precedente Horsepower For The Streets il cantautore londinese di padre anglo-indiano e madre irlandese conferma di essere un fuoriclasse che forse meriterebbe più attenzione. Voce calda, avvolgente e baritonale, composizioni che  avvolgono e scaldano in un abbraccio orchestrale dal piglio cinematografico con tanto di archi, ottoni e cori femminili, e tutto l'amore per le colonne sonore dei film con il quale è cresciuto esce con spietato, a tratti drammatico, vigore.

Ai tempi del suo primo album Solitary Man nel 2011 lavorava come guardia giurata alla Wembley Arena, e come raccontato da lui stesso in una intervista molte cose  sono cambiate  da allora ad oggi: "potevo essere visto come un uomo solitario , mentre camminavo per i corridoi. Ma la vita cambia; suoni al Carré davanti a qualche migliaio di persone, e tutta la dinamica cambia". Oggi vive di musica e fa il pendolare tra le campagne del Somerset e il sempre vivace quartiere Oost ad Amsterdam, sua seconda casa, luoghi dove ha scelto di registrare il disco.

 Dentro alla sua musica ci mette tutti i suoi punti di riferimento musicali (Terry Callier, Bill Whithers, Nick Drake, Scott  Walker, John Martin, Burt Bacharach, Ennio Morricone, Glen Campbell) e molto della sua esistenza e delle sue radici: le influenze indiane che caratterizzano canzoni come 'Kolkata Bear' (dove viene citata la nonna) o 'There's No Stopping Me', il piacevole folk di Love(r) e quella velata malinconia, resto di un periodo poco felice segnato dalla perdita del padre.

Dice: "in realtà, ho scritto il nuovo album come un singolo brano" e nella title track posta a metà disco con i suoi sei minuti sembra toccare il culmine della sua arte musicale, a cui l'assolo del trombettista Till Brönner, registrato in una sola take, regala lo zenit del disco. Un avvicinamento a territori jazz che potrebbe essere la freccia da seguire per il prossimo futuro.







mercoledì 24 dicembre 2025

RECENSIONE: KADAVAR (K.A.D.A.V.A.R.)

 

KADAVAR  K.A.D.A.V.A.R. (CH Records, 2025)




nuovo inizio

A soli sei mesi dal precedente I Just Want  To Be A Sound, la band berlinese torna con nove nuove canzoni che una volta ascoltate ci mandano un chiaro segnale di pentimento: Kids Abandoning Destiny Among Vanity And Ruin  è un ritorno sui loro passi dopo la precedente sbandata per suoni più easy listening che evidentemente non era andata giù a nessuno, fan in primis. Un territorio calpestato per pochi mesi per sfida, curiosità, avventura, ambizione ma che evidentemente non era il loro habitat naturale. In questi giorni ho riascoltato il disco incriminato e devo dire che con orecchie diverse e preparate lo si può anche promuovere. E comunque loro non lo rinnegano ma lo bollano come "necessario". La luce sembra trasformarsi: tutto diventa più cupo e pesante. Appena parte 'Lies' le  chitarre pesanti e i riff che avevano caratterizzato la loro prima parte di carriera sembrano ritornare prepotenti. Al resto pensa la registrazione effettuata in analogico, direttamente su nastro.

Il batterista Tiger Bartelt dice "questa canzone ha segnato una svolta nella realizzazione dell'album. In qualche modo ci ha riconnessi con il nostro lato più duro. Non mi ero reso conto di quanto mi fosse mancato suonare arrabbiato e crudo".

Aggiunge il cantante e chitarrista Lupus Lindemann: "volevamo di nuovo riff corposi, avevamo semplicemente voglia di hard rock esplosivo". 

Ma i Kadavar pur con le radici ben solide nello stoner, nel doom blues sabbathiano degli anni settanta non sono mai stati un gruppo statico. E così raccolgono quello che hanno seminato a partire dall'album For The Dead Travel Fast uscito nel  2019 che aprì loro nuovi spazi sonori più dilatati e meno terreni o da quel The Isolation Tapes (2020) registrato e uscito in piena pandemia (furono tra i primi a trasmettere un concerto in streaming durante il lockdown) che li avvicinava più ai Pink Floyd, Hawkind e Can  rispetto ai Black Sabbath. Ecco così lo space rock psichedelico di 'Explosions In The Sky' o il kraut rock di 'Stick It' (anticipato dall'overture 'The Corner Of E 2nd & Robert Martinez') dove gran spazio lo prende il quarto uomo Jascha Kreft alle tastiere.

Per chi aspettava il gran ritorno del fuzz hard rock primordiale, oltre alla galoppante 'Heartache,  c'è la tripletta finale formata da  'Children', 'K.A.D.A.V.A.R." e l'ultima traccia 'Total Annihilation' che sconfina addirittura in territori cari al thrash metal.

La copertina che ci mostra le facce dei quattro membri che si specchiano in un vetro in frantumi sembra essere chiara: nonostante tutto siamo ancora qua.




lunedì 15 dicembre 2025

RECENSIONE: LUCIO CORSI (La Chitarra Nella Roccia)

 

LUCIO CORSI  La Chitarra Nella Roccia (Sugar Music/Universal, 2025)




anno da incorniciare

"Il mondo si divide in due: chi ama Lucio Corsi e chi non l'ha mai visto dal vivo". Prendo a prestito questa frase usata per una grande rockstar (e voi sapete chi), per concludere questo 2025 che ha visto il buon Corsi entrare nelle case di tutti, con permesso ma anche no, dopo dieci anni di onorata carriera. Naturalmente quando il tuo nome diventa mainstream, iniziano a piovere  paragoni altisonanti (chiamiamole citazioni o riferimenti perché qualcuno s'incazza veramente) ma anche critiche pesanti. Mi sono accorto, però, che le critiche maggiori spesso sono arrivate da chi non ha mai visto un suo concerto. Lucio Corsi ci mette una pezza facendo uscire questo live album che in qualche modo sa di antico proprio come i suoi live vissuti sul campo. Per me è incredibile che un ragazzo di trentadue anni sia riuscito a farmi vivere una sala da concerti degli anni settanta. Cose che né io né lui abbiamo mai vissuto veramente in diretta.

La Chitarra Nella Roccia è un lungo excursus sulla sua carriera che tocca tutti i suoi dischi pubblicati in studio, aggiunge il canto sociale e politico dell'ottocento 'Maremma Amara' ma dimentica le tante cover e citazioni  che ama eseguire nei suoi concerti (Battisti, Ivan Graziani, Randy Newman, T.Rex, ma pure gli Allman Brothers). Un peccato. Forse per problemi di copyright? La splendida cornice dell' Abbazia di San Galgano  (è stato pure girato in analogico un film documentario sulla serata), edificio gotico senza tetto piantato nel centro della Toscana e un packaging curato nei minimi dettagli con inserto e poster che mi ricorda tanto  quei vecchi vinili di Edoardo Bennato, ricchi di foto e fumetti.

Sedici musicisti sul palco (con tanto di fiati) che pare quelle carovane live un po' Joe Cocker Mad Dogs & Englishmen, un po' Rolling Thunder Revue  di Bob Dylan, scenografia con casse giganti che rimanda dritto al Rust Never Sleeps Tour di Neil Young, 21 canzoni eseguite, i soliti amici di sempre sul palco, quelli del liceo, "la banda" come li chiama lui e a tratti compaiono quattro chitarre elettriche   come le grandi band del southern rock. Rocker con tanto di stage diving o menestrello folk con armonica e chitarra acustica tenuta insieme con lo scotch, stella glitter e vanitosa del glam o piano man raccontastorie. Quasi tanti personaggi in uno. Lucio Corsi gioca con la musica, è una spugna, un bulimico di arte musicale. Ha trent'anni ma potrebbe benissimo viaggiare verso i settanta. Ha sempre vissuto sopra un vinile che girava. Continua a farlo anche ora che il vinile sembra essersi trasformato in un disco volante che lo trasporta intorno al mondo.

Omaggia i suoi miti, si ispira (Ivan Graziani, Paolo Conte, Flavio Giurato, Lucio Dalla, Neil Young, Randy Newman, Bob Dylan) ma poi nei suoi testi riesce a creare un mondo che è tutto suo. Solo suo.  Dagli animali della campagna protagonisti del suo Bestiario Musicale, agli elementi della terra che prendono voce e volto (Gli Alberi, il vento di Lugano, la bora di Trieste), a personaggi umani che diventano trasparenti o talmente leggeri da essere trasportati via dal vento, case che diventano astronavi spaziali, fino al più personale e autobiografico Volevo Essere Un Duro dove canta pezzi di vita (Sigarette), di strani amici (l'ormai leggendario Francis Delacroix), compagni di scuola, amore (Tu Sei Il Mattino) e amicizia (Nel Cuore Della Notte).

Eppure no, anche questo live, dove sembra mancare un po' il pubblico con il quale si relaziona parecchio, non riesce a rendere l'idea di quale festa rock'n'roll siano i suoi concerti. A volte pure sgangherati, con pause ed errori che ne risaltano l'umanità.

Credo che gli scettici per ricredersi debbano andare a un suo concerto. Per tutti gli altri il coronamento ideale di un anno importante. Tutti i grandi della musica hanno segnato nel calendario l'anno cruciale della loro carriera: per Lucio Corsi sarà il 2025!





lunedì 8 dicembre 2025

RECENSIONE: THE AVETT BTOTHERS / MIKE PATTON - (AVTT PTTN)

THE AVETT BTOTHERS / MIKE PATTON  AVTT PTTN (2025)




facciamolo strano ma non troppo

Diciamo subito che l'acronimo scelto per il progetto e le diverse radici di provenienza delle due parti coinvolte non aiutano affatto alla buona diffusione dell'opera. AVTT - PTTN potrebbe essere tutto o nulla, i fan degli Avett Brothers potrebbero aver paura di una strana e incatalogabile creatura come solo sa essere Mike Patton, mentre i sostenitori di quest'ultimo chissà se hanno mai ascoltato un disco di Americana Bluegrass? Questo disco lo sto ascoltando da alcune settimane ma come a volte accade è il luogo ad aprire le porte alla musica. Un tragitto in montagna, all'alba,  con l'ascolto di questa collaborazione frutto di reciproco rispetto musicale (soprattutto i due fratelli Avett si sono proclamati grandi fan di Patton e dei suoi mille progetti fin dagli anni novanta, Mr.Bungle in testa) ha sprigionato tutta la forza di un disco che fa proprio dell'uniforme pacatezza il suo maggior pregio (o difetto come ho letto in giro). Togliendo subito ogni dubbio: in queste nove canzoni è maggiormente Mike Patton ad entrare dentro al mondo dei fratelli Avett, d'altronde con la duttilità della sua voce potrebbe entrare senza permesso in ogni genere musicale. E un po' è quello che ha fatto durante tutta la sua carriera. Nove canzoni dai tratti malinconici e che mostrano pochi veri sorrisi, dipingendo quadri  dai sapori agrodolci e dalla successione cinematografica. 'Dark Night Of My Soul' è una lenta cavalcata western al crepuscolo con armonica e intreccio di voci con il baritono di Patton a creare profondità così come il country di 'Eternal Love' e 'The Things I Do' che stringono un patto con il pop.

'Disappearing' è la più oscura con delle aperture quasi sinfoniche e non sarebbe dispiaciuta a Johnny Cash. 'To Be Know' è invece appesa alla malinconia dei tasti di un pianoforte, mentre 'Too Awesome' accarezza e si avvolge in parole d'amore, ballata pop dalle armonie vocali che sembrano perdersi nei sixties. 'Received' conclude il disco con un canto corale di redenzione.

La bizzarria di Patton appare nettamente solo in due tracce: 'Heaven's Breath' con le sue chitarre distorte ci mostra cosa sarebbe potuto succedere se il volante l'avesse preso in mano Patton, mentre 'The Ox Driver's Song', l'unica canzone non scritta da loro, essendo un vecchio traditional, è un canto di lavoro rivisitato che batte ancora dove deve battere.

Finito il disco capisci le cause del perché di questo disco si parla così poco: oltre all'acronimo difficile da memorizzare e oltre all'apertura mentale di chi si approccia all'opera, non fa assolutamente nulla per attirare l'attenzione su di sé. Se avrete il prezioso tempo da concedergli (al giorno d'oggi buttiamo tanta musica nel cestino dopo un solo acolto) potrebbe catturarvi lentamente e rivelarsi come una delle collaborazioni più ardite e riuscite dell'anno al termine. Con ancora tante vie da esplorare per un futuro successore. Se nemmeno un determinato luogo in un determinato momento riusciranno a farvi entrare dentro a queste nove canzoni vorrà dire che è piaciuto solo a me.





sabato 29 novembre 2025

RECENSIONE: DANKO JONES (Leo Rising)

DANKO JONES  Leo Rising (Perception, 2025)







same old song and dance

Passano gli anni, e sono trenta , passano i dischi, Leo Rising è il dodicesimo album in studio, ma Danko Jones è quello di sempre, quello che vive "ogni giorno come fosse sabato sera". Everyday Is Saturday Night ha già l'imprinting del classico da cantare sotto palco. Qui sono dei campioni perché il palco per loro è aria e acqua vitale.

 In una recente intervista alla domanda "di cosa trattano i nuovi testi?" ha risposto: "sono le stesse cose degli ultimi undici dischi". Consapevole di ciò tira dritto a testa bassa, chitarra in fiamme e ghigno da sberleffo imminente.

Dischi buoni per caricare il van e ripartire per l'ennesimo tour mondiale. Danko Jones insieme all' inseparabile bassista John Calabrese e al batterista Rich Knox sono depositari di quell'antico modo di vivere il rock'n'roll dove potenza, sguaiatezza,vizi e paraculaggine tengono ancora testa e fanno la differenza restando in piedi nonostante il passare del tempo e rimanendo, nonostante tutto, sempre di moda.

"Mi piace la routine di registrare, andare in tour, scrivere, ripetere… potrei farlo fino alla morte. Può sembrare noioso, ma è così difficile per una band riuscirci".

E allora Leo Rising, prodotto da Eric Ratz, che nel titolo riprende quello che per me rimane ancora il loro miglior disco, quel Born A Lion uscito nel 2002 , è il consueto carico di attitudine e adrenalina rock'n'roll a cui il trio canadese ci ha abituati. Di quei primi tempi di garage blues rimane l'attitudine mentre a prevalere è sempre il binomio riff-chorus sparati ad alti volumi che si tratti di hard rock belli quadrati come l'iniziale What You Need dove canta " ti daremo ciò di cui hai bisogno" citazione e manifesto degli amati Kiss, una viziosoa e spigolosa Hot Fox, una Pretty Stuff che cavalca Thin Lizzy e Nazareth o che si tratti di punk pestoni come Gonna Let It Go e I Love It Louder che ha Ramones e Motorhead tra i padri putativi.

Ma nei dischi di Danko Jones ci sono sempre due o tre momenti da ricordare. Questa volta sono: l'ospitata della chitarra virtuosa dell'ex Megadeth Marty Friedman nella kissiana Diamond In The Rough con il video  ispirato al film "Kiss Meets the Phantom of the Park", una I'm Going Blind che pare di sentire i Creedence Clearwater Revival di John Fogerty con i volumi tarati al massimo e la finale Too Slick For Love che avanza baldanzosa come un carrarmato stoner rock con l'adesivo degli amici Qotsa appiccicato sopra.

Si insomma il solito gioco di carte dove  riff, sudore e volume si intrecciano, si mischiano e amoreggiano assieme. Non è roba per palati fini del rock ma per chi vuole testare di essere ancora in vita.

Alla fine, senza troppe pretese,  la migliore definizione la da lo stesso Danko Jones: "Niente fronzoli, solo musica di base pensata per strapparvi un sorriso appagante, preferibilmente con i finestrini abbassati". Con sto freddo, caro Danko, facciamo che i finestrini rimangono su sarà bellissimo ugualmente.






mercoledì 19 novembre 2025

RECENSIONE: CHEAP TRICK (All Washed Up)

 

CHEAP TRICK   All Washed Up (BMG, 2025)






la cetrifuga perfetta

Solo tre anni fa il loro concerto a Milano fu annullato una settimana prima dell'evento, il motivo lo sto ancora aspettando ora. Era il tour del loro ventesimo disco In Another  World uscito nel 2021. Sono passati quattro anni, loro in Italia non sono più tornati ma in questi giorni è uscito il nuovo disco All Washed Up che con un gioco di parole e assonanze riprende il titolo del loro vecchio disco All Shock Up del 1980. Insomma passano anni ( 51!), tour e dischi ma i Cheap Trick sembrano essere usciti nuovi di zecca da quelle lavatrici che campeggiano in copertina. Ancora freschi, profumati e stimolanti come fosse il 1977. A parte l'uscita del vecchio batterista/impiegato Bun E.Carlos avvenuta nel 2016, quando la band entrò nella Rock And Roll Hall Of Fame, la loro musica continua ad essere quel movimentato, frizzante e fresco ibrido tra hard rock e pop senza fronzoli e troppe menate dove i riff di chitarra elettrica tengono per mano la melodia, accompagnandola per le strade degli States, dal Midwest di Rockford, Illinois, attraversano l'oceano, e arrivano là lontano, in Inghilterra, direzione Liverpool.

Se ti piace il rock'n'roll allora è molto probabile che ti piaccia il gruppo dell'Illinois guidato dalla voce del biondo Robin Zander che pare sempre in ottima forma, dal basso del tenebroso Tom Petersson, dalla chitarra del monello Rick Nielsen e dall'ultimo entrato alla batteria Daxx Nielsen, figlio del monello. 

Un disco che parte in quarta con un poker di canzoni ad alto voltaggio: la title track è  un hard rock con Nielsen che stampa il riff più pesante e moderno del disco e con Zander che canta "cattivo",  'All Wrong Long Gone' è la canzone che gli Ac/Dc non scrivono più da una ventina d'anni, 'The Riff That Won't Quit' ha tutto scritto nel suo titolo mentre in 'Bet It All' giocano a fare i Black Sabbath che giocano a fare i Cheap Trick. Da metà disco in avanti esplodono i vividi e classici colori pop di sempre dove le melodie beatlesiane sembrano prevalere su tutto: 'The Best Thing', 'Twelve Gates', 'Bad Blood', 'Love Gone', 'A Long Way To Worcester' sono pop rock ballad forse messe troppo vicine una con l'altra e  scritte con mestiere ma è anche vero che il mestiere te lo guadagni solo con anni di duro lavoro e dei Cheap Trick che di andare in pensione non ci pensano nemmeno, ti puoi sempre fidare così come ti fideresti di un vecchio operaio assunto fin dal primo giorno di vita di un'azienda. Ne sanno tante, conoscono trucchi e segreti.

Giustamente lo aggiungo io, finché fanno uscire dischi che si mangiano in un sol boccone una buona fetta delle band rock odierne per scrittura, impatto e freschezza perché mandarli a passeggiare al parco?

 C'è ancora tempo per la più sbarazzina 'Dancin'With The Band' e per la finale 'Wham Boom Bang', uno swing jazzato, senza troppe pretese,  dove i nostri, però, sembrano divertirsi ancora molto. Noi con loro. Lunga vita ai Cheap Trick!





venerdì 14 novembre 2025

RECENSIONE: EDDA (Messe Sporche)

 

EDDA  Messe Sporche (Woodworm/Universal, 2025)




un diavoletto

"Iniziamo il concerto con una canzone dei No Guru". Esordì così , quasi sottovoce, Edda, mentre con gli occhi  tra il pubblico vide una t-shirt del gruppo. La mia. No, non suonerà nulla della band formata dai suoi ex compagni dei Ritmo Tribale insieme a Xabier Iriondo e il compianto Bruno Romani, ma non mancherà, durante e dopo la serata, di ricordarsi di loro, spendendo buone parole e mantenendo intatto il filo che lo collega al suo passato. "Loro sono bravi" aggiunse, quasi come a dire " mica come me".

Era il lontano 2011,  era tornato da poco, aveva le nuove canzoni del suo straordinario esordio solista Semper Biot, scritto a quattro mani con Walter Somà, e le scalette le infarciva di cover, ricordo 'Strada' di Finardi, 'Laura' di Ciro Sebastianelli e 'Sogna' dei "suoi" Ritmo Tribale.

Poche settimane fa, e qui torniamo al presente di questo 2025, (quattordici anni dopo!) una nuova reunion live dei Ritmo Tribale si è concretizzata in quel del Legend a Milano, naturalmente in formazione tipo ma senza Edda e quasi in contemporanea ecco arrivare nei negozi (si perché uscito solo in formato fisico, driblando e lasciando a bocca asciutta chi si abbevera di musica liquida! Bravo!) Messe Sporche di Edda, il suo settimo album in studio.

Tutto questo intreccio tra Ritmo Tribale e Edda per dire che Messe Sporche è uno dei dischi più rock e diretti della sua discografia, musicalmente il più vicino alla sua vecchia band, anche se Stavolta Come Mi Ammazzerai non scherzava e insieme al debutto e a Graziosa Utopia rimangono per me i suoi vertici, contornati da altri quattro diversamente capolavori.

Se aggiungete che in questi giorni si sono concretizzate le reunion di Litfiba e CSI, è inevitabile che si stia dipingendo da solo un quadro in tinta amarcord che si spinge al passato per guardare al futuro. Ricordando che una reunion, al giorno d'oggi, non si nega a nessuno,  lascio le chiacchiere da Alta Fedeltà ai diretti interessati che certamente ne sanno più di me. 

Messe Sporche che si presenta con una copertina alla Fausto Papetti, ideata da Paolo Proserpio e Marta Biasi (dopo le tette di Odio i Vivi mancavano le parti basse), è stato lavorato e arrangiato insieme a Luca Bossi, musicista e produttore, che da anni collabora e lo segue live, costruendo intorno alla sempre straordinaria voce, agli incastri impossibili di parole e melodia, e testi anarchicamente liberi da ogni preconcetto, pieni di rimandi e citazioni "vintage", e intimamente visionari di Edda dove gli "strani" sentimenti fanno a cazzotti con il sesso ("la tua bocca sa di cazzo, adesivo come il sole scioglie il ghiaccio, aggressivo come il sole"), un rock lo-fi diretto quasi da garage band ma che non manca di smarcarsi con intuizioni e voli pindarici. A suonare oltre a Bossi al basso, troviamo l'essenzialità di Alberto Moscone e Simone Galassi alle chitarre, Teo Canali alla batteria, mentre ai fiati di Mauro Ottolini è affidato il compito del disturbo.

Sul lato rock sono buone testimoni canzoni come 'Diavoletto', con la musica a elevare le sfighe della vita, 'Giorni Di Gloria' quando la quotidianità si traveste quasi da inno, quando Gloria è un'amica ma fa lo stesso, la più acida e perversa 'Family Day', il blues pestone di 'Cinque Meno Meno' ("l'uomo che teme il confronto con la donna" dice) e il punk Made in Italy  di 'Belisotta' che tanto sarebbe piaciuto a Freak Antoni con i suoi Skiantos, canzone questa che contiene pure uno dei versi must del disco ("stai attento a te, Fedez non è Hegel, però i russi sono de coccio").

Ma non manca il lato intimista, cantautorale e quasi amaro in canzoni come 'Mucca Rossa' che insegue il pop perfetto dal retrogusto sixties,  lasciando nel finale due piccole perle intime e nostalgiche come l'acustica 'Ezechiele' (dedica ad un amico dove si chiede: "cambia qualcosa se muore Dalla?") e 'Macchia' la più ardita con il suo crescendo, i suoi fiati e vocalizzi impossibili.

Passano gli anni, i dischi e le canzoni ma Edda continua e rimanere puro e genuino, istintivo, nudo proprio come lo era all'inizio con Semper Biot. Questa è la sua forza. Non toccategliela. Non inquinategliela. Sarà solo quintupliclata nei live imminenti a cui si aggiungeranno Killa alle chitarre e Diego Galeri (ex Timoria) alla batteria. 





mercoledì 10 settembre 2025

RECENSIONE: GLENN HUGHES (Chosen)

 

GLENN HUGHES  Chosen (Frontiers Music, 2025)





"the voice" in my head

C'è chi a sessant'anni si è già sputtanato la voce ed è costretto a cambiare registro alle sue canzoni e poi c'è Glenn Hughes che a 74 primavere la preserva con mestiere d'altri tempi e canta come fosse ancora il 1974. Anche se concentrandoci  sulla voce ci si dimentica spesso del suo ruolo di bassista.

Il live visto l'anno scorso all'Alcatraz di Milano, incentrato sulle canzoni dei Deep Purple (si celebrava Burn) è buon testimone di tutto ciò.

Hughes ci disse pure che eravamo fortunati ad essere lì quella sera perché  lui è rimasto l'unico a cantare ancora le canzoni di album come Burn, Stormbringer e Come Taste The Band.

 Il segreto? Lo sa solo lui.

Sempre lui dice che questo Chosen (pubblicato dalla nostrana Frontiers Music) uscito a ben nove anni dall'ultimo solista Resonate e con in mezzo i progetti Black Country Communion e The Dead Daisy (abbandonati), sarà l'ultimo prettamente rock della sua carriera. Ma perché? Cosa si metterà a fare poi? In queste dieci tracce c'è poco spazio per la parte più funky della sua musica, quella che conquistò pure Stevie Wonder, pur se presente in canzoni come 'My Alibi' ,'Hot Damn Thing' e la nervosa 'Black Cat Moan', per il resto si picchia giù duro di hard rock alla vecchia maniera mantenendo sempre la faccia modernista  con il groove davanti a tutto ('Voice In My Head' è il buon inizio disco, 'Heal', la finale 'Into The Fade') ma con la melodia spiccata della title track ( "parla di libertà, di trovare se stessi in quest'epoca, in questo mondo folle in cui viviamo") e della ballata 'Come And Go', dove le acque si fanno meno impetuose, viaggiando a motore spento.

Ci sono poi due pezzi da novanta come le sabbathiane  'In The Golden' e soprattutto 'The Lost Parade', dove il buon chitarrismo del sempre sorridente Søren Andersen ( Ash Sheehan alla batteria e Bob Fridzema alle tastiere completano la band) cavalca le onde basse care al vecchio amico Tony Iommi, tanto che pare uscito dal disco Fused che Iommi e Hughes registrarono vent'anni fa .

Chosen è un disco fresco e vivace che pur ripetendo formule antiche e spesso già sentite, conferma Hughes come uno dei rocker meglio conservati di quell' epopea rock che sta lentamente navigando verso il tramonto.






domenica 7 settembre 2025

RECENSIONE: STEVE VON TILL (Alone in a World of Wounds)

 

STEVE VON TILL  Alone in a World of Wounds (NR, 2025)




immersione

Era qualche giorno che non dialogavo a modo mio con la natura. Una chiacchierata molto basica dove io mi limito ad osservare e ascoltare, il resto lo fa lei con i suoi umori, rumori, suoni, odori e colori. Le mie azioni sono semplici ed elementari: alzarsi presto al mattino (potrebbe essere la più dura, invece mi riesce sempre bene), cercare subito con gli occhi una volpe nei campi, trovarla (perché c'è sempre una volpe nei campi a quell'ora, è quasi un appuntamento), eccola ferma la in mezzo a fissarmi, devo aver rovinato qualche suo progetto, pochi secondi poi si dilegua in lontananza tra le ombre delle frasche dove i primi raggi del sole non battono ancora anche se si percepiscono puntando gli occhi al cielo. Cuciono le nuvole a punto croce. Ascolto le diverse voci degli esseri viventi già svegli come me, osservo i campi tagliati, ordinati e arati e gli altri no dove la vegetazione è alta, selvatica, diversamente ordinata e si va a confondere con il cielo dell'orizzonte.

Una divisione che rappresenta bene anche l'essere umano.

Poi il sole arriva veramente, tra l'oro e il rosso, ancora tiepido, le nuvole assorbono quelle tonalità calde, le montagne si vestono di ombre e le luci, un cane abbaia pigro e poco convinto al mio passaggio, due gattini, cuccioli, giocano tra un fienile e la legnaia, curiosi di affrontare la nuova vita ma ancora timidi davanti a tanta maestosità e a quello sconosciuto che si ferma davanti loro facendo strani versi con la bocca per cercare di avvicinarli, mentre il torrente giù a valle rotola ma non è troppo carico e il rumore dell'acqua è lieve, sordo e continuo, così come lo è il dialogo con la natura nel nuovo disco di Steve Von Till, il sesto fuori dalla creatura Neurosis (messi in pausa, finiti, ritorneranno?).

In giorni dove la natura sembra attaccata da ogni angolo dalle notizie di cronaca che provengono dal mondo, quello più vicino a noi con gli scandali milanesi che ci raccontano di un "magna magna" legato alla cementificazione imperante, a quello più lontano con guerre che polverizzano tutto il creato che incontrano sulla propria strada.

Voce baritonale dalla profondità abissale (a tratti ci senti Mark Lanegan, a volte Leonard Cohen, spesso Nick Cave), assenza quasi totale della chitarra per abbracciare un suono che si fa bastare un pianoforte, un violoncello, una pedal steel, un synth e un corno francese. Più i tanti silenzi che vi gravitano attorno, quelli che fanno più rumore creando ruote emotive che girano tra la gotica americana, l'ambient, il folk e il blues scarnificato fino a lasciare il piatto vuoto, graffiato da rumori ambientali.

"Certo, canto della mia vita personale, delle mie emozioni e delle mie difficoltà, ma sempre nel contesto di un quadro più ampio. E il quadro più ampio è che siamo disconnessi da noi stessi perché siamo disconnessi dall'essere parte del tutto. Consideriamo la natura un luogo dove andare, un posto da visitare. Una vacanza nella natura. Ma noi siamo natura, ce ne siamo semplicemente dimenticati" ha raccontato in una recente intervista Von Till che oltre a essere il musicista che conosciamo è pure un maestro di scuola elementare.

Stiamo abusando di questo mondo. "Siamo disconnessi dalla natura" è il mantra che allaccia le otto composizioni.

Von Till con racconti poetici e visionari, carichi di atmosfera, che si trascinano dietro un costante senso di perdita (sia esso per la natura, per il tempo, per i legami), tanto cupi quanto fascinossmente struggenti ci mette in guardia. Forse è troppo tardi ma almeno lui ci sta provando. Uno degli ascolti più immersivi di questa prima metà d'anno. 





sabato 23 agosto 2025

RECENSIONE: KING WITCH (III)

 

KING WITCH   III (Listenable Records, 2025)





re e regina

Una delle poche cose  che mi hanno deluso del concerto d'addio di Ozzy Osbourne e Black Sabbath tenutosi a Birmingham il 5 Luglio scorso è stata l'assenza pressoché totale dei veri figli del suono creato da Tony Iommi e soci. Chessò non c'era nessun rappresentante di gruppi come Pentagram (più che figli quasi gemelli in questo caso), Trouble, Candlemass, Saint Vitus, Cathedral ma neppure della scena stoner degli anni novanta (Kyuss e derivati, Sleep). Certo, troppo di nicchia rispetto ai grandi nomi coinvolti. Tornando alle band dei nostri giorni, su quel palco, invece, ci avrei visto bene gli scozzesi (di Edimburgo) King Witch che a inizio estate sono usciti con III, loro terzo disco uscito a cinque anni dal secondo, che senza ombra di smentite li catapultata tra i grandi della scena doom metal odierna, anche se il genere va un po' stretto visto la loro capacità nell'inglobare certo hard blues di matrice seventies e folk anglosassone.

Nati nel 2015, la band guidata dalla straordinaria cantante Laura Donnelly, dal chitarrista Jamie Gilchriest e dal bassista Rory Lee, sembra aver trovato la propria via in un contesto che parte proprio dai Black Sabbath e via via sale su, inglobando la nuova ondata del metal inglese dei primi anni ottanta, il doom svedese dei Candlemass fino ad arrivare alle band Grunge più legate al metal come Alice In Chains e Soundgarden dei quali rifanno una versione stratosferica di 'Jesus Christ Pose', aggiunta come bonus track. Il tutto condito da liriche per nulla banali legate da un concept  sull'innata capacità di autodistruzione dell'uomo moderno e l'eventuale sua salvezza da cercare nella natura.

Che si tratti di cavalcate stoner doom come l'iniziale 'Suffer In Life' della più veloce e groovy 'Digging In The Dirt', di lente discese negli inferi del doom ('Sea If Lies'), delle più folkie e sognanti atmosfere di 'Little Witch' e 'Behind The Veil', o dei chiaro scuri di una canzone come 'Last Great Wilderness' che con i suoi contrasti tra esplosioni elettriche e melodia mi ha ricordato molto i nostrani Messa, i King Witch non deludono mai. Già, sono proprio i chiaro scuri, ben evidenziati dalla bella copertina a rappresentare, insieme alla duttile voce della Donnelly,  i punti di forza di una band che da ora in avanti può iniziare a fare la voce grossa.





giovedì 7 agosto 2025

RECENSIONE: JOE BONAMASSA (Breakthrough)

 

JOE BONAMASSA  Breakthrough (J&R)






canzoni

Joe Bonamassa ha fatto un gran bel disco di canzoni, orbitanti intorno al blues ('I'll Take The Blame', 'Life After Dark' ): southern ('Breakthroug', 'Drive By The Exit Sign'), hard ('You Don't Own Me'), soul ('Broken Record'), funk ('Trigger Finger'), tenute insieme dalla melodia ('Shake This Ground', 'Pain's On Me'), suonate e cantate con gusto, con la chitarra sempre al servizio della canzone. Punto.

Serve altro alla musica? Certo ma a volte bastano le canzoni. Con buona pace dei puristi del blues con il manico sempre puntato per giudicare.

Dieci canzoni belle su dieci. Di questi tempi non è così scontato trovarle in un disco intero. Canzoni che non faranno la storia di nulla ma che rimetti su con piacere.

E non sono affatto un suo fan. A parte il progetto Black Country Communion ho solo un paio di suoi vecchi dischi. I primi. E di album ne ha fatti parecchi.

Sarà quell'aspetto da banchiere che passa le serate a suonare al pub sotto casa con gli amici, così poco rockstar maledetta, così poco bluesman del Delta, ma le ragioni per cui è così tanto odiato non l'ho mai capite e mi sembrano sempre un po' buttate lì a caso. Ma proprio l'odio in musica non l'ho mai concepito, casomai l'indifferenza, quella sì. Se passati i quaranta sei ancora lì a gridare il tuo odio per artisti e band, forse qualcosa è andato storto nella tua vita o forse sei rimasto fermo a quella fase post adolescenziale dove difendevi i tuoi ascolti esclusivi e di nicchia lontani da ciò che usciva dalle radio mainstream perché faceva figo non allinearsi troppo alla massa. Vorrai mica sporcarti? Poi certe cose dovrebbe passare. Perché se si arriva a odiare un artista di solito è perché lo si ritiene sopravvalutato (rispetto a chi?), o perché è troppo famoso o ha canzoni che escono da ogni parte. Joe Bonamassa ha l'unica colpa di fare tanti dischi ma è un music addicted (pure collezionista di strumenti), devoto fan di chi è arrivato prima di lui, come noi del resto. Uno che vive di musica ventiquattro ore su ventiquattro. Come noi del resto. Breakthrough è un bel disco.





sabato 26 luglio 2025

RECENSIONE: ALICE COOPER (The Revenge Of Alice Cooper)

 

ALICE COOPER  The Revenge Of Alice Cooper (ear Music/Edel, 2025)




siam tornati

Il giusto e meritato clamore mediatico intorno alla morte dell'amico Ozzy  rischia di distogliere l'attenzione su questo importante ritorno appena uscito: la Alice Cooper Band grida vendetta e  torna in pista cinquant'anni dopo lo scioglimento. A questo ritorno Alice Cooper ci aveva preparato a piccole dosi riunendo la band in più occasioni per alcune canzoni nei suoi dischi più recenti ma questa volta il miracolo è completo, o quasi,  e la cosa si fa seria o quasi: c'è pure l'unico assente giustificato, Glen Buxton morto a soli 49 anni nel 1997, con il recupero di un vecchio nastro con la sua chitarra impressa e quindi aggiunta al rock’n’roll in stile Chuck Berry di 'What Happened To You'. Ma tranquilli: è l'unica concessione alle stranezze di un disco suonato come si deve dall'inizio alla fine. Quindi eccoli tutti lì, ritratti in copertina come fosse una vecchia locandina cinematografica di un horror movie di serie... A (naturalmente): Alice Cooper, Michael Bruce (chitarra), Dennis Dunaway (basso) e Neal Smith (batteria), tutti apparentemente arzilli, grintosi e prossimi agli...ottanta.

Arrivati al culmine della loro carriera nel 1973, partita sotto l'influenza e l'aiuto di Frank Zappa con l'apice toccato con il tour che seguì Billion Dollar Babies, la Alice Cooper Band si prese un periodo di meritato riposo per tornare quasi subito con il deludente Muscle Of Love che ne sancì la definitiva fine a favore dell' avvio della carriera solista di Mister Vincent Furnier, partita in quarta con Welcome To My Nightmare. Per sapere come andarono le cose dopo c'è la biografia di Alice Cooper.

A tenere unito il tutto l'immancabile mano del produttore Bob Ezrin, indicato come regista allora come oggi e la chitarra del trentacinquenne Gyasi Heus, vera sorpresa a fare le veci di Buxton. "È davvero surreale, un onore incredibile poter lavorare con questi ragazzi" dice lui, ragazzo dall' aspetto androgino che pare appena uscito da una band glam degli anni settanta, adora Jimmy Page ed è stato provinato con 'I Ain't Done Wrong' cover degli Yardbirds poi finita qui sul disco.

Dalla strisciante partenza con 'Black Mamba', preceduta dallo spoken di Alice Cooper e che vede il cameo chitarristico di Robby Krieger (The Doors) alla finale 'SeeYou On The Other Side', omaggio a Buxton sotto forma di ballata e che sa di arrivederci (prima o poi ci si ritroverà da qualche parte), è la consolidata unione di humor nero, teatralità, colpi ad effetto e rimandi al passato in compagnia di ragni velenosi, studi psichiatrici, mosche fastidiose e locande di serie...B (naturalmente).

La veloce e saettante 'Wild Ones', la jazzata e swingante 'What A Syd',  il blues di 'Intergalactic Vagabond Blues' con Alice all'armonica, le chitarre hard di 'Up All Night' e 'Crap That Gets In The Way Of Your Dreams', il rock doo-woop di 'Kill The Flies', la più dark 'One Night Stand', i rimandi all'Alice Cooper da classifica periodo Poison di  'Famous Faces'.

I garage days anni sessanta di inizio carriera di 'Money Screams' fino alla più articolata e lunga 'Blood On The Sun', psichedelica e cangiante, sicuramente uno dei migliori momenti di un disco scritto in squadra e suonato da veri marpioni del rock'n'roll. L'attitudine è più garage che hard rock.

Pare che si divertano ancora un mondo ed in effetti il disco viaggia con piacere nonostante raggiunga quasi l'ora di durata. Sulla carta pare un'operazione nostalgica ma chi segue Alice Cooper da sempre sa che il nostro pur tornando spesso indietro nel tempo lo ha fatto sempre con i piedi ben piantati nel presente: suoni e attitudine sono del 2025, nonostante sia stato registrato alla vecchia maniera in studio di registrazione.

Quando si tratta di registrare nuovi dischi non è secondo a nessuno e i suoi spettacoli live lo confermano sempre sul pezzo. 

 "Siamo ancora qui e non siamo mai stati meglio" dice. A questo punto sarebbe bello aspettarsi un tour con questa formazione e quel vecchio repertorio di canzoni.





giovedì 17 luglio 2025

RECENSIONE: RYAN ADAMS (Changes)

RYAN ADAMS   Changes (Paxam, 2025)





cover me

Scorrendo tra le setlist del tour acustico di Ryan Adams in Europa, quello di questa primavera per festeggiare i venticinque anni di Heartbreaker, ci si può imbattere in serate durante le quali le cover presenti in scaletta sono state più della metà delle canzoni suonate. Vedi Stoccolma. A Milano ci siamo accontentati tra le sole tre proposte di una 'Idiot Wind' da favola ma tutto questo la dice lunga su quanto la bulimica passione di Adams per la musica non conosca confini e steccati di genere. È ancora un grande fan e non ne ha mai fatto mistero, tanto che molto spesso si lascia prendere la mano.

Passare da Taylor Switft agli Iron Maiden è veramente  un attimo, provateci voi, ti distrai un secondo e lo vedi con una t-shirt con raffigurato Eddie, la mascotte dei Maiden, (recentemente si presenta spesso con la felpa dei Corrosion Of Conformity) mentre un attimo prima indossava scarpe lucide e un completo in giacca e cravatta. Questo disco che prende il nome da 'Changes', canzone dei Black Sabbath, qui presente (che tempismo!), è una raccolta di venti cover che  ben rappresentano una parte dei suoi ascolti: da Neil Young (presente con ben tre canzoni: 'Powderfinger', 'Harvest Moon' e 'After The Gold Rush') ai Velvet Underground, da Bob Dylan ('The Man In Me') ai già citati Black Sabbath, da Bonjovi ai Replacements, dai Rolling Stones ('Sympathy For The Devil') agli Alice In Chains ('Nutshell'), dai Simple Minds agli Oasis, da Prince a Bruce Springsteen ('Atlantic City'), dai Doors ('The Crystal Ship') ai Soul Asylum ('Runaway Train') dai Pixies a Daniel Johnston,  dagli adorati Smiths a Juice Newton ('Queen Of Hearts').

Versioni acustiche per chitarra, armonica, pianoforte e talvolta con degli arrangiamenti d'archi a rendere tutto intimo e quasi  spettrale. Alcune versioni catturate live con tanto di pubblico.

Certo, un disco per completisti di Adams che esce per la sua etichetta Paxam, ma cercando bene ci si imbatte in qualche chicca veramente ben fatta tipo 'Don't You (Forget About Me)' dei Simple Minds o la stessa 'Changes'.





sabato 12 luglio 2025

RECENSIONE: BRUCE SPRINGSTEEN (Somewhere North Of Nashville)

BRUCE SPRINGSTEEN  Somewhere North Of Nashville (Columbia/Sony, 1995/2025)




uno dei sette

Dentro al monumentale box contenente sette dischi perduti ce ne sono almeno due o tre che mi sarei aspettato da Bruce Springsteen durante la carriera, prima o poi. Tra questi sicuramente  Streets Of Philadelphia Sessions e Inyo.

Lui ha preferito tenerseli e far uscire album come Working On A Dream e High Hopes (due dischi a caso). Questo la dice lunga su quanto spesso abbia "calcolato" troppo intorno ai suoi dischi o sia stato consigliato/indirizzato male. E farli uscire tutti così, in un sol colpo vista la varietà, a parte il costo assurdo, mi sembra  faccia un ulteriore sgarbo a certe canzoni. Uscite singole spalmate nel tempo avrebbero giovato di più a tutti. Qualcuno dice "arriveranno".

Alle tasche dei fan sicuramente, perché in fondo chi se ne fotte del librone che fa alzare il prezzo, sfogli una volta e metti via senza aprirlo mai più. Fatemi pagare la musica il giusto prezzo che non è sicuramente questo e io sono contento.

Quando qualche settimana fa uscì 'Repo Man', uno dei singoli scelti per lanciare il cofanetto, un divertente honky- tonk alla Chuck Berry, mi piacque subito e pensai " se il disco Somwhere North Of Nashville dal quale è uscito è tutto così ne ascolteremo delle belle".

 Somewhere North Of Nashville sarebbe dovuto uscire nel 1995 e fu registrato con i fidi Danny Federici, Garry Tallent e Gary Mallaber, il presentissimo Marty Rifkin alla pedal steel, Jennifer Condos, Jim Hanson, Charlie Giordano e Soozie Tyrell (violino) in registrazioni veloci, con poche takes, e senza troppi abbellimenti estetici intorno a togliere quella ruvidezza troppo spesso sacrificata per eccesso di perfezione.

E mi domando ancora una volta perché non l'abbia fatto uscire nei tempi giusti: avrebbe giovato ulteriormente ai suoi anni novanta. La parte country, honky-tonk, rockabilly, spensierata di The Ghost Of Tom Joad. Anche se sottotraccia la disperazione di quel disco fa capolino pure qui, smussata, a volte nascosta tra paesaggi, personaggi e sentimenti ma c'è.

"Quello che è successo è che ho scritto tutte queste canzoni country contemporaneamente a 'The Ghost of Tom Joad, quelle sessioni si sovrappongono completamente. Canto 'Repo Man' nel pomeriggio e 'The Line' la sera. Quindi il disco country è stato realizzato insieme a 'The Ghost of Tom Joad. 'Streets of Philadelphia' mi ha avvicinato al mio modo di scrivere canzoni socialmente impegnate o di attualità. Ecco da dove è nato 'The Ghost of Tom Joad'. Ma allo stesso tempo avevo questa vena country che pervadeva anche quelle sessioni e ho finito per realizzare un disco country parallelamente" ha detto Springsteen presentando il disco.

Un poker di canzoni si conoscono già, anche se qui sono presentate con diversi arrangiamenti: 'Stand On It' (già pubblicata, in diverse versioni, come lato B di 'Glory Days' nel 1985 e poi nel primo cofanetto Tracks) e 'Janey Don't You Lose Heart' qui in una versione bluegrass (lato B di 'I'm Goin' Down' nell'85, pure lei inclusa in Tracks), arrivano, insieme a 'Delivery Man' e 'Under A Big Sky'  dalle session di Born In The USA. Le altre conosciute sono: la title track che uscì in Western Stars ma qui è alleggerita dai sontuosi arrangiamenti che dettavano il mood di quell'album per trasformarsi in un honky- tonk, mentre 'Tiger Rose' uscì registrata da Sonny Burgess nel 1996 sotto l'intercessione di Garry Tallent, e  'Poor Side of Town'  cover del successo di Johnny Rivers del 1966 con la pedal steel di Marty Rifkyn a cucire note di malinconia. Tra i momenti top dell'album.

Ciò che resta sono canzoni semplici che svelano un'altra America con un lato a volte pure ironico ('Delivery Man', 'Detail Man'), alternando rock'n'roll con composizioni dai tratti più amari e malinconici come 'You're Gonna Miss Me When I'm Gone' e 'Under A Big Sky' che si apre in acustico, chitarra e armonica, per poi abbandonarsi al trascorrere del tempo e alla lontananza ("stasera sto inseguendo i randagi giù nel canyon, grido il tuo nome e ascolto mentre l'eco muore, sotto un grande cielo"),  e romantici ma con un finale che fa prevedere tragicità come 'Silver Mountain' ("mi incontrerai al fiume?, Ti prenderò per mia sposa, di' a tuo padre che sto arrivando, non me ne andrò finché non sarò soddisfatto") che si apre con un fischiettio per poi allungarsi in territori irish non lontani dalle Seeger Session.

Ma nel viaggio dentro a questa America non troppo esposta c'è anche lo spazio per la speranza come canta nella sognante 'Blue Highway':" un giorno mi costruirò una bella casa, sì, in alto su una collina, dove dolore e memoria, dolore e memoria sono stati placati". Visto dove è sprofondato il sogno americano in questi ultimi anni, la sua attualità non l'ha persa. Si continua a viaggiare verso una terra promessa anche se le nebbie sembrano più fitte del previsto.





martedì 24 giugno 2025

RECENSIONE: JAMES McMURTRY (The Black Dog And The Wandering Boy)


JAMES McMURTRY  The Black Dog And The Wandering Boy (New West Records, 2025)




parole al posto giusto


In questi giorni si fa fatica a pensare che Donald Trump e James McMurtry siano entrambi cittadini americani. Mentre uno in una spirale di delirio misto di demenza e onnipotenza dice cose e ne fa altre, fa cose e dice il contrario quasi fosse dentro a un reality tv da consumare di giorno e dimenticare di notte con l'unico grave difetto di tenere  sotto scacco l'intero mondo, McMurtry da seguito al precedente e ottimo The Horses And The Hounds mantenendo lo stesso livello di scrittura di sempre: alto, tendente all' altissimo. Uno di cui ci si può sempre fidare, insomma. Un candidato alla presidenza perfetto.

"Segui le parole dove ti conducono. Se riesci a creare un personaggio, forse puoi creare una storia. Se riesci a impostare una struttura strofa-ritornello, forse puoi creare una canzone" dice lui come fosse una delle cose più semplici da fare. Il manuale del perfetto songwtiter è aperto ma non sono tantissimi quelli che l'hanno studiato come ha fatto McMurtry durante la sua ormai lunga carriera, cosparsa di dischi usciti però con parsimonia temporale.

Togliendo il capo e la coda del disco, due canzoni non sue, la prima da tempo nelle  setlist, il tagliente rock 'Laredo (Small Dark Something)' dell'amico texano John Dee Graham che indaga sulle dipendenze e i confini, l'ultima 'Broken Freedom Song' un raggio di speranza per il futuro cotruito però dalle profonde  cicatrici della vita, è una rilettura omaggio di un altro texano sconparso recentemente, Kris Kristofferson, faro guida per le generazioni che arrivarono dopo, in mezzo, nelle restanti otto canzoni un campionario esaustivo della sua scrittura. Personali e lucide riflessioni sull'invecchiamento come 'South Texas Lawman' dove il protagonista ripete "non sopporto di invecchiare, non mi si addice" e il blues della title track, in crescendo con l'esplosione nell'assolo di chitarra, che in accoppiata con il disegno di copertina, schizzo di Ken Kesey, ricordano il padre Larry romanziere scomparso nel 2021 che ha vissuto gli ultimi anni di vita con la compagnia della demenza; stoccate politiche messe giù con arguzia (per chi preferisce  la pancia c'è Neil Young) come 'Annie' che ritorna indietro all'Undici Settembre e alla presidenza di George W. Bush (con l'aiuto vocale e il banjo della texana Sarah Jarosz), momenti più leggeri disegnati con sottile ironia dove a contare sono sempre i dettagli e l'incastro delle parole che donano il ritmo come succede in 'Pinocchio In Vegas' dove rilegge da par suo la favola di Pinocchio donandole attualità e rivestendola con suoni d'archi o la descrittiva e più leggera 'Back To Coeur D'Alene' viaggio lungo i sempre affascinanti, se raccontati bene,  paesaggi americani con l'organo suonato da Red Young in evidenza.

Si fa aiutare in produzione da una vecchia conoscenza come Don Dixon, i fidati musicisti di sempre (BettySoo alla fisarmonica e cori, Cornbread al basso, Tim Holt alla chitarra e Daren Hess alla batteria) più qualche ospite (Sarah Jarosz, Charlie Sexton, Bonnie Whitmore e Bukka Allen) in dieci canzoni forse poco omogenee nei temi trattati rispetto al passato, McMurtry affonda bene nel tempo e nella storia, da attento osservatore raccoglie personaggi noti e "qualunque", perdenti e finti vincenti, percorre strade spesso secondarie, dipinge fondali e visita paesaggi. Più omogeneo musicalmente, con poche vere stoccate elettriche, ma giocando preferibilmente tra le ombre elettro-acustiche delle radici.

'The Color Of Night' rappresenta bene quanto musica e parole tarate con minuziosità di particolari possano viaggiare bene insieme. Ed è un bel viaggiare.

Tornando all'inizio: in 'Sons Of The Second Sons' McMurtry sembra proprio rivolgersi alla recente presidenza Trump, quando scavando indietro nella breve storia degli USA porta a galla malesseri e malattie che nonostante il tempo trascorso, a questo punto un "invano" ci può stare, sembrano rimanere croniche.

No,  Trump e McMurtry non possono essere figli della stessa terra, ci dev'essere un errore. Cotanta cialtroneria non può correre in parallelo con questa limpida visione delle cose.