venerdì 13 marzo 2026

RECENSIONE: THE BLACK CROWES (A Pound Of Feathers)

THE BLACK CROWES 
 A Pound Of Feathers (Silver Arrows Records, 2026) 





vivi di rock and roll


 Molto probabilmente tra le foto promozionali dei Black Crowes non vedremo mai più una band al completo davanti a una discarica di macchine abbandonate come apparivano nella copertina di The Southern Harmony And Musical Companion o quei cinque abbigliati come una band garage rock di fine anni sessanta come nel debutto Shake Your Money Maker. I Black Crowes di oggi sono i fratelli Robinson, Chris e Rich che camminano in coppia, di notte, tra le vie di una città. Forse era già così allora ma i compagni di merenda contavano eccome. Steve Gorman dove sei? Da quando hanno fatto l'ennesima pace ogni foto promozionale li ritrae insieme, loro due e nessun altro a fare ombra quasi a voler dimostrare che questa volta gli scazzi sono stati appianati definitivamente e l'amore fraterno e la sinergia famigliare campeggiano davanti a tutto. E forse, proprio per voler cogliere a pieno questo attimo di pace e fratellanza non fanno passare nemmeno due anni dal precedente disco che segnò il loro fortunato ritorno. Se Happiness Bastards era un buon ritorno con il rock’n’roll a trainare il tutto, A Pound Of Fathers sembra consacrarli. Diciamolo: difficile trovare una band che invecchiando alzi così l'asticella del rumore. E della freschezza compositiva pure. I fratelli Robinson ci hanno provato e hanno sbancato: A Pound Of Feathers è forse il loro disco più hard e heavy in carriera e arriva dopo quasi quarant'anni di dischi, litigi, tour e reunion. Non è da tutti. Erano dei fuoriclasse e lo sono ancora. La dimostrazione arriva da come è nato il disco, registrato in sole due settimane a Nashville con lo stesso produttore di Happiness Bastards, Jay Joyce, e con il solo Cully Symington, batterista della band dal 2023, in studio e Rich Robinson a suonare il basso. In tour ci saranno pure gli altri.
 "Alla fine della prima settimana avevamo nove canzoni finite, pronte, al punto che tutti noi, persino Jay, dicevamo, 'Non perdere tempo con queste canzoni. Ci piace già molto dove sono.
Un lavoro nato d'impeto. Da buona alla prima. Senza troppe sovrastrutture. Aggiornano i riff di casa Stones con la pesantezza dei loro anni novanta mantenendo le loro origini southern con cori di tradizione soul: 'It's Like That' sferraglia che è un piacere, 'Do The Parasite' possiede uno dei riff più sanguigni del disco, la slide di 'Profane Prophecy' è incalzante. 'You Call This A Good Time?' si stampa in testa con un riff hard che porta alla mente gli Ac-Dc e quel coro che fa "ahahah" pure. 'Blood Red Regrets' insegue i Led Zeppelin di Physical Graffiti, la voce di Chris Robinson è effettata e la chitarra di Rich si traveste con gli abiti del vecchio amico Page. Se questa è il lato più selvaggio e dominante non mancano vecchi sapori della tradizione americana a partire da 'Queen of the B-Sides', una di quelle ballate che negli anni novanta avrebbero fatto il botto, due soli minuti che avremmo registrato nella cassettina per l'innamorata di turno accanto a 'Patience' dei Guns N' Roses se fosse il 1991. C'è poi il ritmo saltellante di 'High & Lonesome' acustica, con il violino, una delle tracce più melodiche del disco. Quella che può piacere a tutti. 'Pharmacy Chronicles' è un altro numero acustico vestito d'Americana guidato dalla slide, diario di una rock’n’roll che guida sulla corsia di sorpasso. Restano le due canzoni finali: 'Eros Blues', è un blues scuro con l'Hammond in evidenza che nella seconda metà si infiamma di hard rock per poi finire in un corale gospel che riporta tutto a casa e poi c'è 'Doomday Doggerel', una delle canzoni più cupe della loro carriera, dove i Led Zeppelin incontrano i Black Sabbath e fanno la pace.
 "Abbiamo scritto molto spontaneamente, io lavoro in questo modo, ma qualcosa come 'Doomsday Doggerel' è un ottimo esempio di come un minuto prima non ci fosse una canzone, e 30 minuti dopo c'è una delle mie canzoni preferite che abbiamo mai scritto" dice Chris Robinson. Gli ascolti forse gli daranno ragione. E se in tempi come questi, ognuno di noi cerca un rifugio sicuro e confortevole dove ripararsi dai mali del mondo, i Black Crowes pur con tanti anni su groppone ne offrono uno che suona dannatamente fresco, frizzante e per certi versi nuovo nella loro discografia. Se cercate ancora le sfumature di Amorica non le troverete. I Black Crowes ora sono più diretti di quanto non lo siano mai stati. "Amiamo suonare musica perché il mondo è caos. Possiamo connetterci a qualcosa che non è questa realtà". Lo ribadisce anche Chris Robinson. La loro realtà è certamente migliore della realtà là fuori.



Nessun commento:

Posta un commento