lunedì 8 giugno 2026

RECENSIONE: THE QUILL (Master Of The Skies)

 

THE QUILL  Master Of The Skies (Metalville, 2026)




coerenza che premia

Fissati i Black Sabbath come punto di riferimento e il cantante Magnus Ekwall come punto di forza (enfatica e ozzyana in molti passaggi la sua ugola) gli svedesi The Quill superano i trent'anni di attività con il solito album (l'undicesimo in carriera) senza pecche e difetti: hard rock di stampo seventies solido, pesante e rallentato con accelerazioni improvvise e assoli in mano  alla chitarra di Christian Carlsson, ma con la melodia sempre ben inquadrata  e protagonista e qualche passaggio devoto allo stoner dei nineties. 

Una coerenza che li porta ad essere uno dei gruppi cult della scena hard/heavy europea ma allo stesso tempo anche uno dei più dimenticati e sinceramente non ho mai troppo capito il perché visto che la qualità non è mai venuta a mancare.

Canzoni cangianti e ricche di soluzioni melodiche, inframezzate da alcune brevi parentesi di pochi minuti che ne esaltano la magneticità: il bitish folk alla Led Zeppelin di 'Son Of Light', la liquida epicità di 'Now You Are Gone' durano al massimo un paio di minuti ma fanno da congiunzione a una narrazione che sa quasi di concept.

"Ci siamo concentrati molto sull'atmosfera. Alcuni brani necessitavano di spazio e moderazione, altri volevano esplodere: mi piaceva lasciare che la luce e l'oscurità decidessero fino a che punto spingerci." ha raccontato il cantante Ekwall.

Un viaggio registrato ai 491 Studios con il fido produttore Erik Nilsson che inizia e si conclude con la title track ripresa a fine disco. Canzone che da sola fa da buona presentazione al loro stile che gioca molto con le luci e le ombre.

Se la possente ed epica 'Dark City' sembra non lasciare troppo tempo al respiro, 'You Can Not Kill My Soul' inizia in modo soffuso e arpeggiato ricordando i migliori Uriah Heep di Demons And Wizards per  trasformarsi poi in un mid tempo che avremmo ascoltato ancora volentieri in qualche disco del compianto Ozzy.

'It's Over' viaggia nello psych stoner, eterea ma allo stesso tempo esplosiva.

Un disco carico di riff vincenti come quello heavy e circolare che battezza 'If Tomorrow Never Comes' o quello di 'Light Turns Low' in grado di stamparsi in testa fin dal primo ascolto. Fino ad arrivare ai nove minuti di 'Mastodon' vero punto focale dell'album, composizione che sciorina in un sol colpo tutte le loro carte vincenti: inizio psichedelico, rallentamenti doom, il cantato di Ekwall che si conferma tra i  più ispirati in circolazione, la sessione ritmica formata da Roger Nilsson (basso) e Jolle Atlagic (batteria) che prende il sopravvento quando la canzone accelera e acquista groove.

È incredibile che in un gruppo di questa levatura molti componenti siano ancora costretti a fare altri lavori per campare ma pare sia proprio così. 

"Continuiamo a farlo solo per la creatività e il divertimento!" dicono. 

Allora ancora lunga vita ai The Quill. E buon divertimento a chi vuole scoprirli per la prima volta da questo ultimo disco. Per chi già li conosce: la solita garanzia di un gruppo maestro nel bilanciare in modo impeccabile componenti come pesantezza, groove, melodia e potenza.






martedì 2 giugno 2026

RECENSIONE: BOOGIE BEASTS (Don't Be So Mean!)

 

BOOGIE BEASTS - Don't Be So Mean! (Donor Productions, 2026)


A Tribute to Rl Burnside

Un disco celebrativo in tutto e per tutto. I Boogie Beasts, gruppo belga formato da Jan Jaspers (chitarra/voce), Patrick Louis (chitarra/voce), Fabian Bennardo (armonica) e Gert Servaes (batteria),dedito al rock blues con l'adesivo "alternative" spesso appiccicato addosso (certamente un modo per calamitare a sé più persone), festeggia quindici anni di attività celebrando a loro volta il centenario dalla nascita della leggenda blues americana RL Burnside, "the king of the hill country".

Personaggio tra i più autentici, cresciuto nel profondo Sud durante la Grande Depressione, da mezzadro in una piantagione prese in mano la sua chitarra a sedici anni, conobbe Fred McDowell, ci suonò insieme e nulla fu come prima, anche se passò la maggior parte della sua carriera all'ombra dei grandi. Con il suo stile unico venne riscoperto e portato in gloria negli anni novanta, soprattutto grazie ai tour e alle collaborazioni con Jon Spencer. Il suo grezzo stile chitarristico, quasi punk nell'attitudine, lo si può sentire in centinaia di chitarristi moderni.

"Penso che dipenda molto dal suo ritmo ipnotico, ma anche dall'onestà e dalla schiettezza che la sua musica trasmette. È questo che ha attratto Jon Spencer, che ha poi registrato un album con Burnside, contribuendo al suo successo nella scena alternative rock. Iggy Pop, ad esempio, è un suo grande fan" lascia detto il chitarrista Jan Jaspers in una recente intervista.

Per omaggiarlo i Boogie Beasts rileggono undici canzoni del suo repertorio invitando pure numerosi ospiti di peso alla festa: ci sono il figlio Duwayne Burnside e Kenny Brown, chitarrista che suonò al fianco di Burnside per molti anni, ci sono Luther Dickinson (North Mississippi Allstars), Pablo Van De Poel degli olandesi DeWolff, G. Love che sperimenta il suo hip hop in Shake 'Em On Down' e il rocker belga Cedric Maes

Jumper On The Line, Going Down South, You Got To Move, Peaches, Over The Hill, Snakd Drive, Alice Mae sono solo alcune delle undici canzoni che pur avendo già molto di moderno quando uscirono vengono qui rilette con rispetto e devozione aggiungendo quella contemporaneità, costruita su attitudine garage rock e groove a palate, che i Boogie Beasts hanno saputo cavalcare seguendo la scia dei Black Keys.

Un disco che pare andare a braccetto proprio con il nuovo disco della band di Dan Auerbach e Patrick Carney  anche nella copertina e in un brano di Burnside che viene suonato dagli americani. Entrambi, torridi e  ottimi dischi per questa estate alle porte