sabato 21 marzo 2026

RECENSIONE: THE LONG RYDERS (High Noon Hymns)

 

THE LONG RYDERS  High Noon Hymns (Cherry Red, 2026)





già tre dopo il ritorno

Tre anni fa i Long Ryders si presentarono sul piccolo palco del Blah Blah a Torino per la prima volta senza il bassista storico Tom Stevens scomparso nel Gennaio del 2021. Al suo posto accanto al solito briccone Sid Griffin, al sempre  perfetto e impeccabile Stephen McCarthy e a  Greg Sowders che sotto il suo cappellaccio non sbaglia un colpo c'era il nuovo bassista Murry Hammond ( già nei Old97s). Ricordo che in città quella sera c'era il regista Tim Burton che presenziava all'inaugurazione di una mostra a lui dedicata. Era metà Ottobre e l'autunno iniziava a farsi sentire e non fu un caso che l'album presentato in quell'occasione si intitolasse September November uscito nel 2023, seguito di quel Psychedelic Country Soul che sancì il ritorno della band che insieme a una bella manciata di altre band contribuì a costruire il movimento Paisley Underground che tenne in piedi il rock’n’roll negli anni ottanta. Di quelle band i Long Ryders erano quelli che fondevano il folk rock  dei Byrds con le sonorità post punk.

Fu un ritorno per restare. Trent'anni dopo. E non è un caso che nell'incalzante 'Four Winters Away', brano che apre questo nuovo High Noon Hymns cantino di quanto non ci sia troppo tempo da perdere. Soprattutto davanti al mondo di oggi. Un brano politico scritto ai tempi del primo mandato di Trump ma poi messo nel cassetto.

"Sono contento di poter dire che credo siamo stati tra i primi veri gruppi anti-Trump. Saremmo stati i primi se l'avessimo fatta uscire prima. Ora si sono uniti Springsteen e Billy Bragg. Facciamo parte del gruppo e sono contento che ne siamo stati coinvolti" racconta Griffin in un'intervista.

Anche se sono passati più di quarant'anni  Sid Griffin e soci continuano a camminare sulla stessa strada che Native Sons, State Of Our Union, Two Fisted Tales, i loro primi tre album, avevano solcato. Certo, oltre a quel taglio di capelli alla Byrds che li caratterizzava, manca anche lo spirito giovanile che ti permetteva di saltare invece di camminare ma il filo che tiene unite una Rickenbacker a una Telecaster, i vecchi Byrds a Gram Parsons, il Paisley Underground al country, il jingle jangle al rock non si è ancora consumato nonostante i chilometri percorsi. Lo si capisce dai momenti più tirati e rock come la già citata 'Four Winters Way', una 'Stand A Little Further In The Fire' che ci stampa un riff degno dei T Rex di Marc Bolan e un testo nuovamente anti Trump, una '(How How How) How Do YoubWanna Be Loved?' dal piglio punk e surfer, non lontano dai Ramones ("il mio tentativo di imitare Paul McCartney. Pensavo che se lui riusciva a scrivere una canzone dal nulla, forse potevo farlo anch'io" spiega Griffin), una 'Down To The Well' che fa bella mostra di quei accenti alla Tom Petty And The Heartbreakers, o una 'A Belief In Birds' che pur parlando di volatili non riesce a trattenere nemmeno nel titolo un riferimento agli amati Byrds.

Lo si ribadisce nei momenti più soft, che sia l'omaggio a Los Angeles di 'A Hymn For The City Of Angels', l'ariosa 'World Without Fear' che pare lasciare entrare un vento soffiato ancora da Tom Petty, il country rock alla Flying Burrito Brothers di 'Ramona', la pedal steel da tramonto che dipinge 'Knoxville On The Line', le atmosfere country bluegrass di 'Wanted Man In Arkansas' (una rapina in un negozio di liquori finita con un omicidio), le sognanti armonie di 'Say Goodbye To Crying', "una sorta di omaggio ai tempi del Paisley Underground" come racconta ancora Griffin.

A dividersi la scrittura Sid Griffin e Stephen McCarthy, in produzione la vecchia volpe Ed Stasium (The Ramones, Living Colour, Soul Asylum) che ga lavorato nei suoi studi Kizy Tone a Poway in California, tra gli ospiti spiccano DJ Bonebrake  degli X, batterista imprestato  al vibrafono e il giovane prodigio del bluegrass Wyatt Ellis al mandolino. 

A chiudere la cover di 'Forever Young' di Bob Dylan che forse non sarà memorabile ma è pur sempre un buon rifugio dentro a cui accomodarsi in tempi come questi e un ormai eterno buon auspicio per il futuro di tutto e di tutti.





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