sabato 24 gennaio 2026

RECENSIONE: LUCINDA WILLIAMS (World's Gone Wrong)

 LUCINDA WILLIAMS  World's Gone Wrong (Highway 20 Records, 2026)





l'ultima combattente


In questi mesi convulsi con gli equilibri del mondo ribaltati come un calzino usato e ormai logoro mi sono spesso chiesto dove fossero le voci degli artisti che più amiamo? Pochi, veramente pochi, quelli che si sono esposti in prima linea. In uno slancio di ingenua utopia ho addirittura pensato: perché nessuno organizza un grande concerto di protesta? Come dite? Son finiti gli anni d'oro del rock? Bruce Springsteen ci ha provato durante i suoi concerti dello scorso tour e ancora in questi primi giorni del 2026, pure Neil Young non le ha mandate a dire, come suo solito, facendo incazzare Donald Trump che si è spinto a rispondere loro direttamente. Ho assistito a un Bob Mould che ha interrotto il concerto per scusarsi per quello che sta succedendo negli Usa, abbiamo ascoltato il bellissimo disco di Mavis Staples dello scorso anno che già nel titolo Sad And Beautiful World diceva tutto. 

Ma solo una come la Lucinda Williams che in vita ha collezionato così tante ferite con conseguenti cicatrici da sviluppare una spiccata sensibilità, poteva tirare fuori un disco di protesta come lo è World's Gone World. Un disco inseguito da sempre ma che solo ora sembra aver senso.

Dopo aver vinto la battaglia con l'ictus che l'ha colpita qualche anno fa e che ancora sta lasciando segni del suo passaggio donando una deambulazione incerta, ora da gran combattente affronta i mali del mondo e della sua America. E se siete stati al Teatro Lirico Giorgio Gaber di Milano  il 10 Gennaio del 2023 e avete assistito a uno dei concerti più surreali, strazianti e umani che abbia mai visto sapete di che pasta è fatta la settantatreenne cantautrice della Louisiana .Una che porta sempre a casa la partita con forza e cuore. " Faccio ancora fatica a camminare, il mio tour manager, Travis, mi sostiene per un braccio mentre salgo e scendo dal palco. A volte mi aggrappo all'asta del microfono solo per mantenere l'equilibrio. So cantare. Al momento no sto suonando la chitarra, quello lo farò più tardi"

Nella title track che apre il disco, alla Stones, si immedesima nella quotidianità di una giovane coppia della working class americana che fatica a tirare avanti trovando consolazione nella musica di Miles Davis. Ed è proprio quello che vuole Lucinda Williams con queste dieci canzoni di rock blues tese come lame che affondano sulla carne viva del mondo. Che si tratti del southern rock chitarristico alla Drive By Truckers di 'Something's Gotta Give' dove il "troppo" stroppia e il presagio è dietro l'angolo "il male è arrivato...lo senti ovunque", ecco le chitarre di Pettibone e Marc Ford salire in cattedra. Che si tratti della ballata country dalla lenta andatura alla Neil Young 'Low Life' (scritta insieme ai Big Thief e con l'armonica di Mickey Raphael), aleatoria fuga dalla realtà in compagnia di un bicchiere e di un juke box che trasmette Slim Harpo e Dr. John ma con un "uragano dentro" che continua a macinare rabbia. Che si tratti del taglio sixties di 'How Much Did You Get For You Soul?' calata negli inferi con l'incontro di Robert Johnson che forse ci aveva già messo in guardia, "i sogni rimandati" (ricordando la poesia di Langston Hughes) che escono dal blues nero 'Black Tears' a ricordarci quanto il razzismo serpeggi ancora indisturbato nonostante le lezioni della storia. Che si tratti della mistica e corale elettricità rock di 'Sing Unburied Sing' ispirata all'omonimo romanzo di Jesmyn Ward, della domanda "Dio ha dimenticato la battuta finale?" che infesta la lenta e pungente 'Punchline' con una chitarra Resonator a piangere le lacrime del mondo. Che si tratti del grido liberatorio "alzatevi e combattete" che esce prepotente da 'Freedom Speaks'. Lucinda Williams ci mette in guardia, ci informa. Ci sprona. E' il momento di agire: "ogni giorno il presidente Trump diceva qualcosa di folle o prendeva una decisione. Queste canzoni dovevano uscire"

Lo sapeva bene Bob Marley che già nel 1979 con 'So Much Trouble In The World' metteva il mondo davanti ai suoi mali (povertà, disuguaglianze, conflitti armati, degrado ambientale), gli stessi di oggi. L'eterno conflitto tra realtà e illusione. Il duetto con Mavis Staples sulla canzone di Marley è un dialogo tra due generazioni di donne destinato a restare. Da tramandare nei prossimi anni. Pur circondata da uomini, il marito Tom Overbay e Ray Kennedy collaboratori fidati , la sua band formata dalle chitarre di  Doug Pettibone e Marc Ford, la batteria di Brady Blade, il basso di David Sutton e le tastiere di Rob Burger (quell'Hammond!), sono le donne le vere protagoniste di queste dieci canzoni. Lo è Mavis Staples, lo è la voce della brava Brittney Spencer che doppia quella della Williams in un paio di occasioni, lo è Norah Jones che duetta nella finale 'We've Come Too Far To Turn Around', un valzer intimo che pare ottimista, vedendo un futuro migliore all'orizzonte. Un disco che ci spiattella i mali del mondo, suggerisce azioni e ci fa sognare un futuro diverso. Un grande disco: potente, fiero e resistente. Un disco che questi tempi meritano.





venerdì 23 gennaio 2026

THE DREAM SYNDICATE live@Hiroshima Mon Amour, Torino, 21 Gennaio 2026


Negli ultimi quattro anni a Torino credo di aver incrociato più volte Steve Wynn che un piatto di bagna cauda. Due eccellenze che non smettono mai di stupirmi. Due garanzie. Sempre. Wynn, da solo per concerti più intimi: in compagnia del solo Chris Cacavas (il quinto uomo alle tastiere, a sorpresa, stasera all'Hiroshima), oppure con Enrico Gabrielli e Rodrigo D'Erasmo per il bel concerto dell'anno scorso per la presentazione della salvifica autobiografia Non Lo Direi Se Non Fosse Vero. Libro assolutamente da leggere per quanta umanità vi è contenuta. E poi con i Dream Syndicate, sbarcati l'ultima volta in città nel 2022 allo Spazio 211, concerto da salotto tutti vicini vicini. Ma stasera è diverso. Si respira l'aria del grande evento, il locale è più grande e si riempirà, meritatamente, è la prima data del tour europeo e il primo dei quattro concerti italiani per festeggiare il loro Medicine Show, il secondo disco uscito nel 1984 e da poco ristampato in un ricco box, che tanto fece soffrire in fase di registrazione ("alla fine ero molto soddisfatto del disco, ma fisicamente e mentalmente ero a pezzi" racconterà Wynn) quanto fu fondamentale per proiettarli tra i grandi gruppi rock americani degli anni ottanta. 

I Dream Syndicate non deludono mai anche quando decidono di improntare la prima parte di show pescando brani solamente dalla seconda fase di carriera, mai troppo lodata e ancora tutta da scoprire,  quella della sperimentazione, cavalcando territori più aspri e dilatati uscendone comunque vincitori. A farla da padrone in scaletta è l'album How Did I Find Myself Here? e Jason Victor a confermarsi un grande chitarrista, quando dialoga con la chitarra di Wynn e ancor di più quando parte per i suoi viaggi sonori portandosi dietro tutti noi. Tanto compassato quanto trascinatore.


Dieci minuti di pausa e la scenografia dietro a loro passa dalla copertina dell'album These Times a quella inconfondibile e iconica di Medicine Show. Momento atteso dai piu. L'età stasera conta e sotto i cinquanta anni è difficile scovare gente.

Di quei tempi lontani, oltre alla giacca di Wynn, sono rimasti in tre: Wynn e la sezione ritmica instancabile e a tratti roboante con Mark Walton al basso e Dennis Duck alla batteria.

Tutto ciò che è compreso tra 'Still Holding On To You'  e 'John Coltrane Stereo Blues' che vorresti durasse all'infinito ma che già straripa oltre, è pura gioia per le nostre orecchie. 

Tre decenni di musica che paiono tenersi per mano: sixties e eighties mai così vicini, tra acidità, garage punk e psichedelia che ballano insieme, si mischiano, si allungano, si dilatano in cavalcate elettriche ipnotizzanti e da vero colpo da KO. Dove si finisce di riinizia con la canzone successiva. I bis finali dedicati all'album The Days Of Wine And Roses con due canzoni e a una 'Let It Rain', cover di Eric Clapton che ci accompagna verso l'uscita dopo due ore e dieci di concerto con un solo commento all'uscita da parte di tutti: i Dream Syndicate sono una garanzia! Sempre. Come un buon piatto di cucina piemontese. Sì, insomma domani sera faresti volentieri il bis. 





domenica 18 gennaio 2026

RECENSIONE: GLUECIFER (Same Drug New High)

 

GLUECIFER  Same Drug New High (Steamhammer, 2026)





il ritorno 


Me la ricordo molto bene quella serata del 1 Febbraio 1998 al Babylonia di Biella: una domenica sera con il meglio del rock'n'roll scandinavo sulla piazza ai tempi. Di scena gli svedesi Hellacopters, ad aprire i norvegesi Gluecifer. Che serata infuocata! Sono passati ventisette anni e dopo aver sognato per anni un'altro concerto con questa accoppiata protagonista, oggi nel 2026 quel sogno si potrebbe compiere da qualche parte in giro per il mondo. Non certo al Babylonia morto e sepolto da anni e forse nemmeno in altri posti d'Italia visto che il tour dei Gluecifer non toccherà nemmeno il nostro paese. Tornati in pista gli Hellacopters con un paio di dischi senza la carica della gioventù ma con la classe della maturità, anche i norvegesi guidati da Biff Malibu (voce) e Captain Poon (chitarra) con Raldo Useless (chitarra), Danny Young (batteria) e Peter Larsson (basso) ricompaiono dopo un'assenza discografica lunga ventidue anni (Automatic Thrill fu l'ultimo album nel 2004). L'idea di un nuovo disco nasce l'indomani del tour di reunion iniziato nel 2018 e proseguito fino al 2023 e come spesso succede ci si domanda: il tempo avrà scalfito l'inconfondibile rock'n'roll adrenalinico del quintetto norvegese? Quel gallo combattivo posto in copertina sembra essere chiaro: i Gluecifer sono tornati per restare e continuare a far muovere gambe e culi a tutti i loro fan sotto al palco. Il tris di canzoni iniziali le canta chiare, i Gluecifer sono ancora una fottuta macchina rock'n'roll, una delle migliori e forse sottovalutate degli ultimi trent'anni. 'The Idiot' (il titolo da un quartiere di Oslo) corre veloce con la carica del punk, 'Same Drug New High' è più cadenzata ma sferraglia che è un piacere, mentre con 'Armadas' si ritorna a correre ad alta velocità. Se 'I'm Ready' ha il tiro degli Ac Dc con una melodia contagiosa (un po' come 'Made In The Morning'), 'The Score' presenta il riff più cadenzato e quadrato che sembra uscire dagli anni ottanta di qualche metal band old school. I tempi cambiano e in 'Pharmacy' Biff Malibu  ci accompagn tra i marciapiedi di una città abitata da zombie annientati da Fentanyl, ma non troppo visto che la vita on the road dei musicisti che esce da 'Another Night, Another City' sembra essere la stessa di sempre. La loro 'We're Are The Road Crew' degli amati Motorhead che seguirono pure in tour. '1996' riporta le lancette indietro alla loro entrata in scena, poco prima del debutto Ridin' The Tiger, scandinavian rock  come ai vecchi tempi, mentre 'On The Wire' chiude il disco seguendo una stralunata tastiera molto sixties e psichedelica.

Undici canzoni tra punk, garage e hard rock che Biff Malibu descrive così: "canzoni su un quartiere di Oslo, un rifugio dalla città verso uno stile di vita rurale e alternativo, sull'amore, sull'odio, sulla grandezza da due centesimi, sull'apocalisse e sulla descrizione precisa della vita del Capitano Poon a metà degli anni Novanta".

Il mondo intorno a loro è cambiato, tutto corre sempre più veloce ma lo spirito della musica esce ancora intatto e immutato come in quel 1996. Bentornati.




sabato 17 gennaio 2026

RECENSIONE: STEVE RUDIVELLI (Bla Bla Bla Mon Amour)

 

STEVE RUDIVELLI - Bla Bla Bla Mon Amour (autoproduzione, 2025)



working class hero 


Ho sempre pensato che se abitasse in Texas, metti ad Amarillo, tanto per rimanere in tema con un grandissimo artista scomparso da pochissimo tempo, Steve Rudivelli sarebbe uno di quegli eroi locali che potresti trovare tutte le sere dove si suona musica live, nei saloon, nelle cantine, nei pub. Stivali a punta, jeans attillati, cappello in testa, chitarra in mano e armonica al collo,  Steve Rudivelli lo trovate invece nei locali della laboriosa provincia brianzola come lo trovai io l'unica volta che lo vidi  dal vivo una sera di fine autunno. Lui stava fuori dal locale coperto solo da un gilet io morivo già dal freddo. Se non avessi avuto un bicchiere d'alcol in mano lo avrei aspettato all'interno. Invece fu piacevole trovarsi lì.

Local hero per eccellenza, musicista di giorno, operaio di notte, uno che sposa di diritto la filosofia di Pino Scotto: a proposito cercatevi il suo ultimo The Devil's Call, gran bel disco di hard blues, passato troppo inosservato.

Bla Bla Bla Mon Amour non tradisce la scia degli ultimi album di Rudivelli, scarni e acustici, solitari, folk, lontani dal rock’n’roll delle sue cose più vecchie e che forse un giorno ritorneranno.

Album, gli ultimi, che sembrano ancora figli del lockdown, quando soltanto una chitarra bastava per intrattenere e sopravvivere ma c'è anche quel retrogusto di salsedine che spesso fa capolino ricordandoci, con velata malinconia, che non bisogna mai smettere di sognare che tu viva in Brianza, in Texas o a Malibù.

Canzoni tenute insieme da chitarra, voce e armonica con la sola chitarra elettrica (e slide) del fedele Andy D a ricamarci sopra. Storie di provincia e sogni di rock’n’roll appiccicati come chewgum sulla pelle dove  personaggi non ben identificati ma con la targhetta loser attaccata al collo vagano in cerca di fortuna: c'è chi ha un dente d'oro ('Jack Dal Dente D'Oro') e chi un Osso di animale come collana ('Osso Di Pescecane'). Spesso i suoi testi giocano con la fonetica delle parole ('John Sexy Paranoid Yellow') e fanno da impalcatura a uno stile personale. Tutto suo. Non è difficile intercettare Bob Dylan e il primo John Prine nella sua musica, mentre affiorano  Paolo Conte in 'Francia Perché e nelle atmosfere calienti di 'Calypso Malibù' e Rino Gaetano in 'Chewingum Revenge' e nella fotografia color seppia fotografata in 'Summer 23'. Il border walzer di  'Ultimo Ballo', la title track e 'Diamond On Diamond' ci regalano invece il suo lato più romantico. Se passate in Brianza, entrate in un bar, sfogliate il giornale locale che trovate sopra al frigo dei gelati e cercate le pagine degli spettacoli, se siete fortunati scoprirete che Steve Rudivelli quella sera suonerà da qualche parte lì, proprio vicino a voi. 



RECENSIONE: STEVE RUDIVELLI - Brianza Texas Radio (2018)

RECENSIONE: STEVE RUDIVELLI - Metropolitan Chewingum (2020)

RECENSIONE: STEVE RUDIVELLI - Gasoline Beauty (2021)

RECENSIONE: STEVE RUDIVELLI - Calypso Gin (2022)


mercoledì 7 gennaio 2026

RECENSIONE: BRYAN ADAMS (Roll With The Punches)

 

BRYAN ADAMS  Roll With The Punches (Bad Records, 2025)




il combattente

l'industria musicale è in continua trasformazione, sempre più difficile stare dietro alla valanga di uscite che sembrano attaccarci da ogni parte. Uno ci prova ma la sconfitta è sempre dietro l'angolo: centinaia di dischi in streaming e sulle piattaforme, decine e decine di CD e vinili, per chi ci crede ancora, ci riempiono le orecchie ponendoci davanti a delle scelte.

Succede così che Bryan Adams con Roll With The Punches, uscito per la sua etichetta Bad Records, tiri fuori il suo miglior disco da parecchi anni a questa parte e quasi nessuno ne parli. Ok, non sarà a livello dei grandi successi anni ottanta e novanta, non è Reckless e neppure Walking Up The Neighbours, ma il canadese è sempre stato uno piuttosto "giusto", fedele al suo rock melodico dove chitarre e pop contano alla stessa maniera e le grandi arene continua a riempirle, nonostante tutto. Togliendo una ballata di troppo come 'Life Is Beautiful', sdolcinata a dir poco, quello che rimane è un disco alla Bryan Adams al cento per cento, e l'aiuto di vecchie  volpi come Mutt Lange e Jim Vallance confermano. Dalle tirate rock di 'Make Up Your Mind', 'Be The Reason' e 'Roll With The Punches' con la chitarra del veterano Keith Scott a salire in cattedra ( "è un messaggio per me stesso. Ho lasciato il mio management e sono diventato un artista indipendente dopo 40 anni con la Universal Music. Finalmente ero libero. Il messaggio è: continua ad andare avanti, continua a progredire e tutto andrà bene") agli influssi bluesy di canzoni come 'A Little More Understanding' dal ritmo funk e guidata dall'Hammond (" è  il mio messaggio per i tempi che stiamo vivendo. Viviamo tempi precari. Non è una canzone politica, ma è certamente una canzone che parla di questo: forse se ci capissimo tutti un po' meglio, se ci mettessimo nei panni degli altri e guardassimo entrambi i lati, scopriremmo di avere effettivamente un terreno comune") e 'How' s That Workin' For Ya?' con armonica battente territori Stones a ballate come 'Two Arms To Hold You' e 'Will We Ever Be Friends Again' che non avranno la forza dirompente delle sue migliori ballate che si arrampicavano ai primi posti delle classifiche ma sembrano trasmettere ancora tanta onestà e mestiere.

'Never Ever Let You Go' è puro rock pop con la targhetta eighties attaccata al collo mentre 'Love Is Stronger Than Hate' è un folk chitarra, armonica e piano quasi springsteeniana nella sua costruzione perfino nel testo che esce dal mood dei buoni propositi che impera (la forza di combattere per andare avanti e un set fotografico molto esplicito preparato da lui stesso) per raccontarci gli orrori della guerra visti dagli occhi di un soldato.

Per chi vuole ritrovare invece il Bryan Adams più semplice e grezzo, unplugged, la versione deluxe presenta un secondo CD con sette delle dieci canzoni rilette in acustico, solo chitarra e voce, armonica e piano all'occorrenza.





venerdì 2 gennaio 2026

i miei DISCHI del 2025

 



il mio 2025 in 12 Dischi (+12)

JAMES McMURTRY - The Black Dock And The Wandering Boy

MAVIS STAPLES - Sad And Beautiful World

BONNIE PRINCE BILLY - The Purple Bird

MICAH P.HINSON - The Tomorrow Land

RODNEY CROWELL - Airline Highway

CURTIS HARDING - Departures & Arrivals: Adventures Of Captain Curt

JASON ISBELL - Foxes In The Snow

AVETT BROTHERS and MIKE PATTON - AVTT PTTN

THE SAINTS - Long March Through The Jazz Age

CHARLIE MUSSELWHITE - Look Out Highway

JONATHAN JEREMIAH - We Come Alive

CHRIS ECKMAN - The Land We Knew The Best

+

Robert Plant - Saving Grace

Counting Crows - Butter Miracle 

Van Morrison - Remembering Now

Bob Mould - Here We Go Crazy

Marcus King Band - Darling Blue

Elton John & Brandi Carlile - Who Believes In Angels?

Joe Bonamassa - Breakthrough

Paul Weller - Find El Dorado

Buddy Guy - Ain't DonevWith The Blues

Willie Nile - The Great Yelliw Light

Steven Wilson - The Overview

Hayes Carll - We're Only Human



il mio 2025 in 12 Dischi HARD/HEAVY e altre cose (+ dodici)

CORONER - Dissonance Theory

TESTAMENT - Para Bellum

PARADISE LOST - Ascension

DEFTONES - Private Music

PENTAGRAM - Lightning In A Bottle

BENEDICTION - Ravage Of Empires

HELLACOPTERS - Overdriver

HELLOWEEN - Giants & Monsters

CHEAP TRICK - All Washed Up

AGNOSTIC FRONT - Echoes In Eternity

KING WITCH - III

NIGHTSTALKER - Return From The Point Of No Return

  +

Warlung - The Poison Touch

Danko Jones - Leo Rising

Gotthard- Stereo Crush

Alice Cooper - The Revenge Of Alice Cooper

The Rods - Wild Dogs Unchained

Helstar - The Devil's Masquerade

Steve Von Till - Alone In A World Of Wounds

The Hives - The Hives Forever Forever The Hives

Biohazard - Divided We Fall

FM - Brotherhood

Adrian Smith/Richie Kotzen - Black Light/White Noise

Michael Schenker Group - Don't Sell Your Soul


il mio 2025 in 12 Dischi ITALIANI

ANGELA BARALDI -3021

MESSA - The Spin

CASINO ROYALE - Fumo

EDDA - Messe Sporche

LUCIO CORSI - Volevo Essere Un Duro/La Chitarra Nella Roccia

NEGRITA - Canzoni Per Anni Spietati 

ENRICO RUGGERI - La Caverna Di Platone

ANDREA LASZLO DE SIMONE - Una Lunghissima Ombra

CRISTIANO GODANO - Stammi Accanto

CAPAREZZA - Orbit Orbit

BANCO DEL MUTUO SOCCORSO - Storie Invisibili

DADÀ - Core In Fabula

martedì 30 dicembre 2025

RECENSIONE: JONATHAN JEREMIAH (We Come Alive)

 

JONATHAN JEREMIAH  We Come Alive (PIAS, 2025)




sempre impeccabile

Ok. In musica non esiste competizione ma voglio dire la mia: Jonathan Jeremiah questa volta sembra aver fatto un pochino meglio dell'ultimo Michael Kiwanuka, autore del poco brillante (per me) Small Changes. I due pur con le dovute differenze sembrano giocare quello stesso campionato che li colloca come punte di diamante di quei nuovi folk singer britannici (ha comunque 43 anni) che amoreggiano con il soul. 

Entrambi credo siano arrivati ad una svolta della loro carriera: un punto che necessita di una spinta per prendere o accogliere nuove direzioni nella loro musica. I loro ultimi dischi sembrano mandare questi segnali. Il prossimo sarà importante.

A tre anni dal precedente Horsepower For The Streets il cantautore londinese di padre anglo-indiano e madre irlandese conferma di essere un fuoriclasse che forse meriterebbe più attenzione. Voce calda, avvolgente e baritonale, composizioni che  avvolgono e scaldano in un abbraccio orchestrale dal piglio cinematografico con tanto di archi, ottoni e cori femminili, e tutto l'amore per le colonne sonore dei film con il quale è cresciuto esce con spietato, a tratti drammatico, vigore.

Ai tempi del suo primo album Solitary Man nel 2011 lavorava come guardia giurata alla Wembley Arena, e come raccontato da lui stesso in una intervista molte cose  sono cambiate  da allora ad oggi: "potevo essere visto come un uomo solitario , mentre camminavo per i corridoi. Ma la vita cambia; suoni al Carré davanti a qualche migliaio di persone, e tutta la dinamica cambia". Oggi vive di musica e fa il pendolare tra le campagne del Somerset e il sempre vivace quartiere Oost ad Amsterdam, sua seconda casa, luoghi dove ha scelto di registrare il disco.

 Dentro alla sua musica ci mette tutti i suoi punti di riferimento musicali (Terry Callier, Bill Whithers, Nick Drake, Scott  Walker, John Martin, Burt Bacharach, Ennio Morricone, Glen Campbell) e molto della sua esistenza e delle sue radici: le influenze indiane che caratterizzano canzoni come 'Kolkata Bear' (dove viene citata la nonna) o 'There's No Stopping Me', il piacevole folk di Love(r) e quella velata malinconia, resto di un periodo poco felice segnato dalla perdita del padre.

Dice: "in realtà, ho scritto il nuovo album come un singolo brano" e nella title track posta a metà disco con i suoi sei minuti sembra toccare il culmine della sua arte musicale, a cui l'assolo del trombettista Till Brönner, registrato in una sola take, regala lo zenit del disco. Un avvicinamento a territori jazz che potrebbe essere la freccia da seguire per il prossimo futuro.







lunedì 29 dicembre 2025

i miei CONCERTI del 2025

 


i miei CONCERTI del 2025

Se proprio devo sceglierne uno: i Savatage a Milano, anche senza Jon Oliva,  perché ne aspettavo il ritorno da 24 anni. La conferma? Lucio Corsi dal vivo ci sa fare anche se da ora in avanti difficilmente lo seguirò nei grandissimi spazi. I più rock'n'roll: Tyla dei Dogs d'Amour in buona forma nonostante la vita, i Warrior Soul di un Kory Clarke scatenato e Bob Mould da solo che ha tenuto testa senza respiro. La sorpresa: le americane La Luz. Il più rumoroso: i Sunn O)), chi se no? e i Pentagram del folle Bobby Liebling.

Concerti nostalgia: i Soul Asylum, Jerry Cantrell che fa rivivere gli Alice In Chains anche senza Alice In Chains e l'ennesimo ritorno dei Ritmo Tribale nella loro Milano. I più intensi: gli ineccepibili Counting Crows, un Micah P. Hinson tornato in splendida forma accompagnato da Asso Stefana, la nottata black di Curtis Harding  e uno Steve Wynn confidenziale. I più divertenti: il crossover black di Fantastic Negrito e la doppietta di Edda che ha chiuso l'anno nel segno del rock. Il più anarchico: Ryan Adams ha fatto quello che ha voluto in teatro in modo disordinato, a molti non è piaciuto ma fa parte del personaggio. 

-SKIANTOS,  Hiroshima Mon Amour, (Torino), 17 gennaio

-SOUL ASYLUM,  Alcatraz (Milano), 22 Febbraio 

-16, Blah Blah (Torino), 15 Febbraio

-PLANET OF ZEUS, Blah Blah (Torino), 27 Febbraio 

-DEWOLFF, Santeria (Milano), 2 Marzo

-DEAD DAISIES,  Phenomenon (Fontaneto d'Agogna), 8 marzo

-NIGHTSTALKER,  Blah Blah (Torino), 12 Marzo

-RYAN ADAMS, Teatro Dal Verme (Milano), 24 Marzo

-WARRIOR SOUL, RnR (Rho), 29 Marzo 

-STEVE WYNN, Blah Blah (Torino), 3 aprile 

-THE PATELAVAX, Settimo Vittone, 11 Aprile 

-LUCIO CORSI, Venaria Reale (To), 15 Aprile 

-CONCERTO CASA CERVI (Cisco, Vinicio Capossela, Bandabardò, 99 Posse), 25 Aprile 

-MICHAEL SCHENKER, Alcatraz (Milano), 1 Maggio 

-CHARLIE SEXTON, DAVID GRISSOM & CALDER ALLEN, Folk Club (Torino), 16 Maggio

-HIPPIE DEATH CULT, Blah Blah (Torino), 28 Maggio

-TYLA' s DOGS D'AMOUR, RnR (Rho), 29 Maggio 

-JERRY CANTRELL, Magazzini Generali (Milano), 1 Giugno

-BRANT BJORK, MOS GENERATOR, BlahBlah (Torino), 15 Giugno

-SAVATAGE,  Alcatraz (Milano), 24 Giugno

-PENTAGRAM, El Barrio (Torino), 28 Giugno

-BEN HARPER & The INNOCENT CRIMINALS, Comfort Festival (Cinisello Balsamo), 5 Luglio

-KALEIDOBOLT, Blah Blah (Torino), 31 Luglio

-FU MANCHU, The Atomic Bitchwax, Ananda Mida, Earthless, King Buffalo, Magnolia (Milano), 2 Agosto

-FANTASTIC NEGRITO, Cek Franceschetti, Festa Radio Onda D'Urto (Brescia)

-ELLIOTT MURPHY,  Druso (Bergamo), 12 Settembre

-RITMO TRIBALE, Legend Club (Milano), 10 Ottobre

-RAGE, El Barrio (Torino) 11 Ottobre

-COUNTING CROWS, Alcatraz (Milano) 12 Ottobre 

-LA LUZ, Spazio 211 (Torino), 18 Ottobre 

-CURTIS HARDING, Santeria (Milano), 24 Ottobre 

-SUNN O))  Mocalieri, 25 Ottobre 

-BOB MOULD  Legend Club (Milano), 12 Novembre

-MICAH P. HINSON, Spazio 211 (Torino), 22 Novembre

-DANKO JONES, Legend Club (Milano), 6 Dicembre 

-EDDA, Arci Bellezza (Milano), 12 Dicembre

-EDDA, Spazio 211 (Torino), 19 Dicembre

mercoledì 24 dicembre 2025

RECENSIONE: KADAVAR (K.A.D.A.V.A.R.)

 

KADAVAR  K.A.D.A.V.A.R. (CH Records, 2025)




nuovo inizio

A soli sei mesi dal precedente I Just Want  To Be A Sound, la band berlinese torna con nove nuove canzoni che una volta ascoltate ci mandano un chiaro segnale di pentimento: Kids Abandoning Destiny Among Vanity And Ruin  è un ritorno sui loro passi dopo la precedente sbandata per suoni più easy listening che evidentemente non era andata giù a nessuno, fan in primis. Un territorio calpestato per pochi mesi per sfida, curiosità, avventura, ambizione ma che evidentemente non era il loro habitat naturale. In questi giorni ho riascoltato il disco incriminato e devo dire che con orecchie diverse e preparate lo si può anche promuovere. E comunque loro non lo rinnegano ma lo bollano come "necessario". La luce sembra trasformarsi: tutto diventa più cupo e pesante. Appena parte 'Lies' le  chitarre pesanti e i riff che avevano caratterizzato la loro prima parte di carriera sembrano ritornare prepotenti. Al resto pensa la registrazione effettuata in analogico, direttamente su nastro.

Il batterista Tiger Bartelt dice "questa canzone ha segnato una svolta nella realizzazione dell'album. In qualche modo ci ha riconnessi con il nostro lato più duro. Non mi ero reso conto di quanto mi fosse mancato suonare arrabbiato e crudo".

Aggiunge il cantante e chitarrista Lupus Lindemann: "volevamo di nuovo riff corposi, avevamo semplicemente voglia di hard rock esplosivo". 

Ma i Kadavar pur con le radici ben solide nello stoner, nel doom blues sabbathiano degli anni settanta non sono mai stati un gruppo statico. E così raccolgono quello che hanno seminato a partire dall'album For The Dead Travel Fast uscito nel  2019 che aprì loro nuovi spazi sonori più dilatati e meno terreni o da quel The Isolation Tapes (2020) registrato e uscito in piena pandemia (furono tra i primi a trasmettere un concerto in streaming durante il lockdown) che li avvicinava più ai Pink Floyd, Hawkind e Can  rispetto ai Black Sabbath. Ecco così lo space rock psichedelico di 'Explosions In The Sky' o il kraut rock di 'Stick It' (anticipato dall'overture 'The Corner Of E 2nd & Robert Martinez') dove gran spazio lo prende il quarto uomo Jascha Kreft alle tastiere.

Per chi aspettava il gran ritorno del fuzz hard rock primordiale, oltre alla galoppante 'Heartache,  c'è la tripletta finale formata da  'Children', 'K.A.D.A.V.A.R." e l'ultima traccia 'Total Annihilation' che sconfina addirittura in territori cari al thrash metal.

La copertina che ci mostra le facce dei quattro membri che si specchiano in un vetro in frantumi sembra essere chiara: nonostante tutto siamo ancora qua.




lunedì 15 dicembre 2025

RECENSIONE: LUCIO CORSI (La Chitarra Nella Roccia)

 

LUCIO CORSI  La Chitarra Nella Roccia (Sugar Music/Universal, 2025)




anno da incorniciare

"Il mondo si divide in due: chi ama Lucio Corsi e chi non l'ha mai visto dal vivo". Prendo a prestito questa frase usata per una grande rockstar (e voi sapete chi), per concludere questo 2025 che ha visto il buon Corsi entrare nelle case di tutti, con permesso ma anche no, dopo dieci anni di onorata carriera. Naturalmente quando il tuo nome diventa mainstream, iniziano a piovere  paragoni altisonanti (chiamiamole citazioni o riferimenti perché qualcuno s'incazza veramente) ma anche critiche pesanti. Mi sono accorto, però, che le critiche maggiori spesso sono arrivate da chi non ha mai visto un suo concerto. Lucio Corsi ci mette una pezza facendo uscire questo live album che in qualche modo sa di antico proprio come i suoi live vissuti sul campo. Per me è incredibile che un ragazzo di trentadue anni sia riuscito a farmi vivere una sala da concerti degli anni settanta. Cose che né io né lui abbiamo mai vissuto veramente in diretta.

La Chitarra Nella Roccia è un lungo excursus sulla sua carriera che tocca tutti i suoi dischi pubblicati in studio, aggiunge il canto sociale e politico dell'ottocento 'Maremma Amara' ma dimentica le tante cover e citazioni  che ama eseguire nei suoi concerti (Battisti, Ivan Graziani, Randy Newman, T.Rex, ma pure gli Allman Brothers). Un peccato. Forse per problemi di copyright? La splendida cornice dell' Abbazia di San Galgano  (è stato pure girato in analogico un film documentario sulla serata), edificio gotico senza tetto piantato nel centro della Toscana e un packaging curato nei minimi dettagli con inserto e poster che mi ricorda tanto  quei vecchi vinili di Edoardo Bennato, ricchi di foto e fumetti.

Sedici musicisti sul palco (con tanto di fiati) che pare quelle carovane live un po' Joe Cocker Mad Dogs & Englishmen, un po' Rolling Thunder Revue  di Bob Dylan, scenografia con casse giganti che rimanda dritto al Rust Never Sleeps Tour di Neil Young, 21 canzoni eseguite, i soliti amici di sempre sul palco, quelli del liceo, "la banda" come li chiama lui e a tratti compaiono quattro chitarre elettriche   come le grandi band del southern rock. Rocker con tanto di stage diving o menestrello folk con armonica e chitarra acustica tenuta insieme con lo scotch, stella glitter e vanitosa del glam o piano man raccontastorie. Quasi tanti personaggi in uno. Lucio Corsi gioca con la musica, è una spugna, un bulimico di arte musicale. Ha trent'anni ma potrebbe benissimo viaggiare verso i settanta. Ha sempre vissuto sopra un vinile che girava. Continua a farlo anche ora che il vinile sembra essersi trasformato in un disco volante che lo trasporta intorno al mondo.

Omaggia i suoi miti, si ispira (Ivan Graziani, Paolo Conte, Flavio Giurato, Lucio Dalla, Neil Young, Randy Newman, Bob Dylan) ma poi nei suoi testi riesce a creare un mondo che è tutto suo. Solo suo.  Dagli animali della campagna protagonisti del suo Bestiario Musicale, agli elementi della terra che prendono voce e volto (Gli Alberi, il vento di Lugano, la bora di Trieste), a personaggi umani che diventano trasparenti o talmente leggeri da essere trasportati via dal vento, case che diventano astronavi spaziali, fino al più personale e autobiografico Volevo Essere Un Duro dove canta pezzi di vita (Sigarette), di strani amici (l'ormai leggendario Francis Delacroix), compagni di scuola, amore (Tu Sei Il Mattino) e amicizia (Nel Cuore Della Notte).

Eppure no, anche questo live, dove sembra mancare un po' il pubblico con il quale si relaziona parecchio, non riesce a rendere l'idea di quale festa rock'n'roll siano i suoi concerti. A volte pure sgangherati, con pause ed errori che ne risaltano l'umanità.

Credo che gli scettici per ricredersi debbano andare a un suo concerto. Per tutti gli altri il coronamento ideale di un anno importante. Tutti i grandi della musica hanno segnato nel calendario l'anno cruciale della loro carriera: per Lucio Corsi sarà il 2025!





lunedì 8 dicembre 2025

RECENSIONE: THE AVETT BTOTHERS / MIKE PATTON - (AVTT PTTN)

THE AVETT BTOTHERS / MIKE PATTON  AVTT PTTN (2025)




facciamolo strano ma non troppo

Diciamo subito che l'acronimo scelto per il progetto e le diverse radici di provenienza delle due parti coinvolte non aiutano affatto alla buona diffusione dell'opera. AVTT - PTTN potrebbe essere tutto o nulla, i fan degli Avett Brothers potrebbero aver paura di una strana e incatalogabile creatura come solo sa essere Mike Patton, mentre i sostenitori di quest'ultimo chissà se hanno mai ascoltato un disco di Americana Bluegrass? Questo disco lo sto ascoltando da alcune settimane ma come a volte accade è il luogo ad aprire le porte alla musica. Un tragitto in montagna, all'alba,  con l'ascolto di questa collaborazione frutto di reciproco rispetto musicale (soprattutto i due fratelli Avett si sono proclamati grandi fan di Patton e dei suoi mille progetti fin dagli anni novanta, Mr.Bungle in testa) ha sprigionato tutta la forza di un disco che fa proprio dell'uniforme pacatezza il suo maggior pregio (o difetto come ho letto in giro). Togliendo subito ogni dubbio: in queste nove canzoni è maggiormente Mike Patton ad entrare dentro al mondo dei fratelli Avett, d'altronde con la duttilità della sua voce potrebbe entrare senza permesso in ogni genere musicale. E un po' è quello che ha fatto durante tutta la sua carriera. Nove canzoni dai tratti malinconici e che mostrano pochi veri sorrisi, dipingendo quadri  dai sapori agrodolci e dalla successione cinematografica. 'Dark Night Of My Soul' è una lenta cavalcata western al crepuscolo con armonica e intreccio di voci con il baritono di Patton a creare profondità così come il country di 'Eternal Love' e 'The Things I Do' che stringono un patto con il pop.

'Disappearing' è la più oscura con delle aperture quasi sinfoniche e non sarebbe dispiaciuta a Johnny Cash. 'To Be Know' è invece appesa alla malinconia dei tasti di un pianoforte, mentre 'Too Awesome' accarezza e si avvolge in parole d'amore, ballata pop dalle armonie vocali che sembrano perdersi nei sixties. 'Received' conclude il disco con un canto corale di redenzione.

La bizzarria di Patton appare nettamente solo in due tracce: 'Heaven's Breath' con le sue chitarre distorte ci mostra cosa sarebbe potuto succedere se il volante l'avesse preso in mano Patton, mentre 'The Ox Driver's Song', l'unica canzone non scritta da loro, essendo un vecchio traditional, è un canto di lavoro rivisitato che batte ancora dove deve battere.

Finito il disco capisci le cause del perché di questo disco si parla così poco: oltre all'acronimo difficile da memorizzare e oltre all'apertura mentale di chi si approccia all'opera, non fa assolutamente nulla per attirare l'attenzione su di sé. Se avrete il prezioso tempo da concedergli (al giorno d'oggi buttiamo tanta musica nel cestino dopo un solo acolto) potrebbe catturarvi lentamente e rivelarsi come una delle collaborazioni più ardite e riuscite dell'anno al termine. Con ancora tante vie da esplorare per un futuro successore. Se nemmeno un determinato luogo in un determinato momento riusciranno a farvi entrare dentro a queste nove canzoni vorrà dire che è piaciuto solo a me.





domenica 7 dicembre 2025

DANKO JONES live@Legend Club, Milano, 6 Dicembre 2025


John Calabrese
, bassista storico che con Danko Jones ha messo in piedi la band quasi trent'anni fa, è il più felice di tutti questa sera. Indossa una t shirt delle nostrane glorie hardcore Raw Power e in sala ci sono dei suoi conterranei calabresi che lo hanno raggiunto a Milano ( lui ormai si divide tra le radici italiane il Canada e la Finlandia), amici che gli donano una bandiera con la scritta Cosenza Rock City immediatamente appesa per abbellire la scenografia, completamente inesistente. In fondo quel che conta per la band è solo la musica. Calabrese dispensa sorrisi ad ogni canzone. Ed è un po' l'effetto della musica di Danko Jones: dispensare buone vibrazioni in mezzo al brutto mondo lasciato fuori dal locale.

Lo fanno da sempre. Rock'n'roll senza troppe menate con  testi dozzinali (chi è qui stasera non cerca certamente Bob Dylan in una canzone), dodici album incisi come ricorda Danko Jones in uno dei suoi sermoni autoindulgenti che lanciano sempre il più semplice dei messaggi: divertitevi! E l'ultimo album Leo Rising, il più saccheggiato giustamente, che nel titolo cita il debutto Born A Lion sembra confermarlo: il leone è nato, è cresciuto ma di morire non ha assolutamente voglia finché ci sarà gente che balla e canta sotto i colpi di hard rock'n'roll a volte veloce come il garage punk altre pesante come l'heavy metal, altre ancora suadente e allusivo come il blues. Coerenti con la propria storia Danko Jones portano avanti il loro verbo buono per ogni occasione. Ieri, oggi e domani. Inni semplici e diretti da portarsi fuori dal locale (il power trio rende meglio su questi palchi ridotti) e continuare a cantare durante il viaggio di ritorno in auto: domani non sarà già più sabato sera ("I say, Mondays are now Fridays, Tuesdays are my birthday, Every day is Saturday night" cantano ed è già un piccolo inno) ma cosa importa, il rock'n'roll non conosce ferie e Code Of The Road, Lovercall funzioneranno ancora anche tra cent'anni. "È solo rock'n'roll" e "il rock'n'roll non morirà mai" cantavano negli anni settanta. Nonostante tutto avevano ragione, chi è qui stasera ha l'irrefrenabile bisogno di sentire la musica in modo fisico: basso roboante, colpi di batteria (il bravo Rich Knox) che arrivano al cuore, riff di chitarra penetranti e chorus cantabili. Danko Jones ti da tutto questo, sempre, e non delude mai perché sai quel che vuoi trovare e lo trovi. Sempre. Come canta nell'opener dell'ultimo slbum What You Need.

A conferma della serata ad alto voltaggio, ad aprire Tuk Smith (ex Biters) con i suoi Restless Hearts con la loro capacità di trascinarti indietro nei seventies con un'orgia  rock'n'roll tra Stones e Thin Lizzy e taglio di capelli alla Keith Richards anno 1973. Non a caso, consapevole di tutto ciò, Tuk Smith presenta i suoi compagni come Keith Richards alla chitarra, Peter Criss alla battetia e Dave Davies al basso. Il giusto tributo di chi sa da dove proviene ma anche dove vuole arrivare.




sabato 29 novembre 2025

RECENSIONE: DANKO JONES (Leo Rising)

DANKO JONES  Leo Rising (Perception, 2025)







same old song and dance

Passano gli anni, e sono trenta , passano i dischi, Leo Rising è il dodicesimo album in studio, ma Danko Jones è quello di sempre, quello che vive "ogni giorno come fosse sabato sera". Everyday Is Saturday Night ha già l'imprinting del classico da cantare sotto palco. Qui sono dei campioni perché il palco per loro è aria e acqua vitale.

 In una recente intervista alla domanda "di cosa trattano i nuovi testi?" ha risposto: "sono le stesse cose degli ultimi undici dischi". Consapevole di ciò tira dritto a testa bassa, chitarra in fiamme e ghigno da sberleffo imminente.

Dischi buoni per caricare il van e ripartire per l'ennesimo tour mondiale. Danko Jones insieme all' inseparabile bassista John Calabrese e al batterista Rich Knox sono depositari di quell'antico modo di vivere il rock'n'roll dove potenza, sguaiatezza,vizi e paraculaggine tengono ancora testa e fanno la differenza restando in piedi nonostante il passare del tempo e rimanendo, nonostante tutto, sempre di moda.

"Mi piace la routine di registrare, andare in tour, scrivere, ripetere… potrei farlo fino alla morte. Può sembrare noioso, ma è così difficile per una band riuscirci".

E allora Leo Rising, prodotto da Eric Ratz, che nel titolo riprende quello che per me rimane ancora il loro miglior disco, quel Born A Lion uscito nel 2002 , è il consueto carico di attitudine e adrenalina rock'n'roll a cui il trio canadese ci ha abituati. Di quei primi tempi di garage blues rimane l'attitudine mentre a prevalere è sempre il binomio riff-chorus sparati ad alti volumi che si tratti di hard rock belli quadrati come l'iniziale What You Need dove canta " ti daremo ciò di cui hai bisogno" citazione e manifesto degli amati Kiss, una viziosoa e spigolosa Hot Fox, una Pretty Stuff che cavalca Thin Lizzy e Nazareth o che si tratti di punk pestoni come Gonna Let It Go e I Love It Louder che ha Ramones e Motorhead tra i padri putativi.

Ma nei dischi di Danko Jones ci sono sempre due o tre momenti da ricordare. Questa volta sono: l'ospitata della chitarra virtuosa dell'ex Megadeth Marty Friedman nella kissiana Diamond In The Rough con il video  ispirato al film "Kiss Meets the Phantom of the Park", una I'm Going Blind che pare di sentire i Creedence Clearwater Revival di John Fogerty con i volumi tarati al massimo e la finale Too Slick For Love che avanza baldanzosa come un carrarmato stoner rock con l'adesivo degli amici Qotsa appiccicato sopra.

Si insomma il solito gioco di carte dove  riff, sudore e volume si intrecciano, si mischiano e amoreggiano assieme. Non è roba per palati fini del rock ma per chi vuole testare di essere ancora in vita.

Alla fine, senza troppe pretese,  la migliore definizione la da lo stesso Danko Jones: "Niente fronzoli, solo musica di base pensata per strapparvi un sorriso appagante, preferibilmente con i finestrini abbassati". Con sto freddo, caro Danko, facciamo che i finestrini rimangono su sarà bellissimo ugualmente.






domenica 23 novembre 2025

MICAH P. HINSON live@Spazio 211, Torino, 22 Novembre 2025


Serata forte questa allo Spazio 211. Un sold out che potrebbe lasciar presagire rumore e confusione in sala e invece regala momenti di assoluta attenzione, concentrazione e devoto silenzio che raramente si percepiscono a un concerto. Sì, insomma, qui nessuno ha il coraggio di farsi gli affari  suoi con il compagno a fianco.

Succede soprattutto quando Micah P. Hinson in tre occasioni, accendendosi una sigaretta, si concede al monologo aggiungendo e completando ciò che già le sue canzoni ci raccontano di lui da anni: storie di morte, peccati, fede e redenzione dove si intrufolano rapporti finiti e presenti, romanticismo e depressione, infanzia e famiglia, discendenze e lo stato di salute attuale di quel sogno americano che ha illuso generazioni, compresa la sua.

Micah P. Hinson dal precedente disco I Lie To You del 2022 sembra aver iniziato a percorrere la lunga strada della rinascita umana e artistica dove il pesante passato si fa strada verso un futuro da affrontare con più consapevolezza e saggezza. Ci sono ancora tanti demoni a circondare il percorso ma l'età e l'esperienza sembrano insegnare come affrontarli e lo canta bene in 'Ignore The Days', proiezione nel suo nuovo futuro.


Per la rinascita artistica è impossibile non pensare al nostro Alessandro "Asso" Stefana che fin dal precedente disco lo ha accolto in un forte abbraccio di sostegno come strumentista e produttore, donando la sua infinita genialità musicale. A farla da padrone è l'ultimo disco The Tomorrow Man uscito da pochissimo che parla quasi interamente italiano nei crediti (luoghi, musicisti, etichetta) e che viene  presentato interamente. Canzoni che private degli arrangiamenti d'archi, presenti su disco, ad opera del Benevento Ensemble, diventano scarne con Asso a suonare tastiere, armonica, lap steel e banjo e Paolo Mongardi (attuale batterista degli Zu) a giocare spesso di fino con spazzole e colpi ad effetto. Un concerto da crooner condotto con quella voce baritonale che sa essere potente e fragile contemporaneamente ma che non manca di condurre anche accelerazioni e crescendo radicati nel country bluegrass.

Ipnotici, cupi e struggenti in 'What Does It Matter Now', con grande gioco di squadra in 'People', canzone di David Bazan che sembra sempre indicare la via lungo la quale si sta dirigendo l'umanità, americani fino all'osso mentre eseguono 'The Last Train to Texas'.

Qualche concessione ai vecchi dischi c'è  stata, quell'esordio del 2004 sembrò battezzare un nuovo eroe dell'alt country per gli anni duemila ma il qui e ora sembra prevalere.

Mostra con orgoglio quel taglio di capelli che riporta alle sue origini dei nativi americani Chickasaw, anche se lo tiene nascosto sotto il grande cappello bianco che lo fa sudare parecchio, accorda in continuazione la chitarra e ci scherza pure su: "negli anni sessanta siamo andati sulla luna ma io sono ancora qui a perdere tempo per accordare 'sta fottuta chitarra".

Inizia il concerto con 'Oh, Sleepyhead' full band che poi riprenderà in solitaria come primo bis, forse la canzone simbolo di questa sua nuova rinascita, nata come ninna nanna per sua figlia ma simbolo di un nuovo approccio alla vita, quasi illuminato, dove canta:

"Alright

Wake up, sleepyhead

It's early morning

And all our lives are new

Cheer up, sleepyhead

It's still morning

And i'm disappointed in jesus too

We don't need to be so sad


We don't need to be so mad"

Conclude il concerto con '500 Miles', ormai un traditional scritto da Hedy West e cantato da tanti nel tempo . Chissà quanta altra strada avrà percorso, tra il Texas e la Spagna, e dove troveremo Micah P.Hinson la prossima volta che lo incontreremo? Fosse anche solo fermo da queste parti sarebbe una gran cosa.


Foto: Enzo Curelli




mercoledì 19 novembre 2025

RECENSIONE: CHEAP TRICK (All Washed Up)

 

CHEAP TRICK   All Washed Up (BMG, 2025)






la cetrifuga perfetta

Solo tre anni fa il loro concerto a Milano fu annullato una settimana prima dell'evento, il motivo lo sto ancora aspettando ora. Era il tour del loro ventesimo disco In Another  World uscito nel 2021. Sono passati quattro anni, loro in Italia non sono più tornati ma in questi giorni è uscito il nuovo disco All Washed Up che con un gioco di parole e assonanze riprende il titolo del loro vecchio disco All Shock Up del 1980. Insomma passano anni ( 51!), tour e dischi ma i Cheap Trick sembrano essere usciti nuovi di zecca da quelle lavatrici che campeggiano in copertina. Ancora freschi, profumati e stimolanti come fosse il 1977. A parte l'uscita del vecchio batterista/impiegato Bun E.Carlos avvenuta nel 2016, quando la band entrò nella Rock And Roll Hall Of Fame, la loro musica continua ad essere quel movimentato, frizzante e fresco ibrido tra hard rock e pop senza fronzoli e troppe menate dove i riff di chitarra elettrica tengono per mano la melodia, accompagnandola per le strade degli States, dal Midwest di Rockford, Illinois, attraversano l'oceano, e arrivano là lontano, in Inghilterra, direzione Liverpool.

Se ti piace il rock'n'roll allora è molto probabile che ti piaccia il gruppo dell'Illinois guidato dalla voce del biondo Robin Zander che pare sempre in ottima forma, dal basso del tenebroso Tom Petersson, dalla chitarra del monello Rick Nielsen e dall'ultimo entrato alla batteria Daxx Nielsen, figlio del monello. 

Un disco che parte in quarta con un poker di canzoni ad alto voltaggio: la title track è  un hard rock con Nielsen che stampa il riff più pesante e moderno del disco e con Zander che canta "cattivo",  'All Wrong Long Gone' è la canzone che gli Ac/Dc non scrivono più da una ventina d'anni, 'The Riff That Won't Quit' ha tutto scritto nel suo titolo mentre in 'Bet It All' giocano a fare i Black Sabbath che giocano a fare i Cheap Trick. Da metà disco in avanti esplodono i vividi e classici colori pop di sempre dove le melodie beatlesiane sembrano prevalere su tutto: 'The Best Thing', 'Twelve Gates', 'Bad Blood', 'Love Gone', 'A Long Way To Worcester' sono pop rock ballad forse messe troppo vicine una con l'altra e  scritte con mestiere ma è anche vero che il mestiere te lo guadagni solo con anni di duro lavoro e dei Cheap Trick che di andare in pensione non ci pensano nemmeno, ti puoi sempre fidare così come ti fideresti di un vecchio operaio assunto fin dal primo giorno di vita di un'azienda. Ne sanno tante, conoscono trucchi e segreti.

Giustamente lo aggiungo io, finché fanno uscire dischi che si mangiano in un sol boccone una buona fetta delle band rock odierne per scrittura, impatto e freschezza perché mandarli a passeggiare al parco?

 C'è ancora tempo per la più sbarazzina 'Dancin'With The Band' e per la finale 'Wham Boom Bang', uno swing jazzato, senza troppe pretese,  dove i nostri, però, sembrano divertirsi ancora molto. Noi con loro. Lunga vita ai Cheap Trick!





venerdì 14 novembre 2025

RECENSIONE: EDDA (Messe Sporche)

 

EDDA  Messe Sporche (Woodworm/Universal, 2025)




un diavoletto

"Iniziamo il concerto con una canzone dei No Guru". Esordì così , quasi sottovoce, Edda, mentre con gli occhi  tra il pubblico vide una t-shirt del gruppo. La mia. No, non suonerà nulla della band formata dai suoi ex compagni dei Ritmo Tribale insieme a Xabier Iriondo e il compianto Bruno Romani, ma non mancherà, durante e dopo la serata, di ricordarsi di loro, spendendo buone parole e mantenendo intatto il filo che lo collega al suo passato. "Loro sono bravi" aggiunse, quasi come a dire " mica come me".

Era il lontano 2011,  era tornato da poco, aveva le nuove canzoni del suo straordinario esordio solista Semper Biot, scritto a quattro mani con Walter Somà, e le scalette le infarciva di cover, ricordo 'Strada' di Finardi, 'Laura' di Ciro Sebastianelli e 'Sogna' dei "suoi" Ritmo Tribale.

Poche settimane fa, e qui torniamo al presente di questo 2025, (quattordici anni dopo!) una nuova reunion live dei Ritmo Tribale si è concretizzata in quel del Legend a Milano, naturalmente in formazione tipo ma senza Edda e quasi in contemporanea ecco arrivare nei negozi (si perché uscito solo in formato fisico, driblando e lasciando a bocca asciutta chi si abbevera di musica liquida! Bravo!) Messe Sporche di Edda, il suo settimo album in studio.

Tutto questo intreccio tra Ritmo Tribale e Edda per dire che Messe Sporche è uno dei dischi più rock e diretti della sua discografia, musicalmente il più vicino alla sua vecchia band, anche se Stavolta Come Mi Ammazzerai non scherzava e insieme al debutto e a Graziosa Utopia rimangono per me i suoi vertici, contornati da altri quattro diversamente capolavori.

Se aggiungete che in questi giorni si sono concretizzate le reunion di Litfiba e CSI, è inevitabile che si stia dipingendo da solo un quadro in tinta amarcord che si spinge al passato per guardare al futuro. Ricordando che una reunion, al giorno d'oggi, non si nega a nessuno,  lascio le chiacchiere da Alta Fedeltà ai diretti interessati che certamente ne sanno più di me. 

Messe Sporche che si presenta con una copertina alla Fausto Papetti, ideata da Paolo Proserpio e Marta Biasi (dopo le tette di Odio i Vivi mancavano le parti basse), è stato lavorato e arrangiato insieme a Luca Bossi, musicista e produttore, che da anni collabora e lo segue live, costruendo intorno alla sempre straordinaria voce, agli incastri impossibili di parole e melodia, e testi anarchicamente liberi da ogni preconcetto, pieni di rimandi e citazioni "vintage", e intimamente visionari di Edda dove gli "strani" sentimenti fanno a cazzotti con il sesso ("la tua bocca sa di cazzo, adesivo come il sole scioglie il ghiaccio, aggressivo come il sole"), un rock lo-fi diretto quasi da garage band ma che non manca di smarcarsi con intuizioni e voli pindarici. A suonare oltre a Bossi al basso, troviamo l'essenzialità di Alberto Moscone e Simone Galassi alle chitarre, Teo Canali alla batteria, mentre ai fiati di Mauro Ottolini è affidato il compito del disturbo.

Sul lato rock sono buone testimoni canzoni come 'Diavoletto', con la musica a elevare le sfighe della vita, 'Giorni Di Gloria' quando la quotidianità si traveste quasi da inno, quando Gloria è un'amica ma fa lo stesso, la più acida e perversa 'Family Day', il blues pestone di 'Cinque Meno Meno' ("l'uomo che teme il confronto con la donna" dice) e il punk Made in Italy  di 'Belisotta' che tanto sarebbe piaciuto a Freak Antoni con i suoi Skiantos, canzone questa che contiene pure uno dei versi must del disco ("stai attento a te, Fedez non è Hegel, però i russi sono de coccio").

Ma non manca il lato intimista, cantautorale e quasi amaro in canzoni come 'Mucca Rossa' che insegue il pop perfetto dal retrogusto sixties,  lasciando nel finale due piccole perle intime e nostalgiche come l'acustica 'Ezechiele' (dedica ad un amico dove si chiede: "cambia qualcosa se muore Dalla?") e 'Macchia' la più ardita con il suo crescendo, i suoi fiati e vocalizzi impossibili.

Passano gli anni, i dischi e le canzoni ma Edda continua e rimanere puro e genuino, istintivo, nudo proprio come lo era all'inizio con Semper Biot. Questa è la sua forza. Non toccategliela. Non inquinategliela. Sarà solo quintupliclata nei live imminenti a cui si aggiungeranno Killa alle chitarre e Diego Galeri (ex Timoria) alla batteria. 





domenica 2 novembre 2025

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #89: THE BLACK CROWES (Amorica)

 

THE BLACK CROWES   Amorica  (American, 1994)




aria di libertà

"L' America è, spesso, un luogo di paura. Amorica invece è l'America che noi sogniamo, cioè un posto dove la gente sia libera di vivere senza paure" così Rich Robinson spiegò il titolo del terzo album dei Black Crowes, presentato da una copertina tanto acchiappa sguardi, rubata da una vecchia copertina della rivista Hustler, anno 1976, quanto ostacolo per la buona diffusione del prodotto che infatti venne censurato. Chissà se per quella bandiera americana messa lì davanti oppure per quello che c'era sotto o tutto l'insieme? 

A proposito, Chris Robinson appena dopo l'uscita disse: "sarà raffigurata una ragazza abbigliata in classico bikini a stelle e strisce… Staremo a vedere. L'America, essendo un paese giovane, cerca di aggrapparsi a dei valori, stanno ancora cercando di capire cosa accade nel mondo e penso che la mentalità europea sia diversa". Non si sbagliava. 

E pensare che se possiamo accarezzare la copertina di Amorica è solo grazie a quei due fratelli serpenti che mandarono in fumo un album fatto e finito, nato sul finire del 1993 dopo i tour che seguirono The Southern Harmony and Musical Companion. Tall non vide mai la luce se non anni dopo quando uscì con l'altro album perduto Band, registrato nel 1997: raccolti sotto The Lost Crowes. Dentro Amorica ci finirono un po' di quelle canzoni perdute. 

"Vogliamo davvero vedere fino a che punto possiamo spingere la nostra espressione". Con queste parole Chris Robinson cercò di spiegare il balzo in avanti che la band provò a fare con Amorica, alla perenne ricerca di un suono identificativo lontano da mode e da tutto. I suoni si dilatano, c'è la voglia di lasciarsi andare, di entrare dentro a un mood senza troppi steccati a fare da argine. Cambia anche il produttore, dopo George Drakoulias arriva Jack Joseph Puig. Si intravedono tappeti, candele e incensi, piedi nudi che ci ballano intorno. 


Così da 'Gone' che sembra un bel invito messo in apertura ma ancora ben legato ai due precedenti dischi, passando per la liberatoria e sensuale  'A Conspiracy' e con un prezioso Eddie Harsch che sembra essersi inserito molto bene dentro alle trame della band, si passa attraverso i ritmi latini che accompagnano 'High Head Blues' con quell' invito esplicito nascosto tra le rime e piazzato alla fine:  "questa è l'erba migliore" viene ribadito  in spagnolo. E noi ci crediamo, visto che da qui in avanti tutto sembra apparire e scomparire dietro al fumo profumato. 

Perché il viaggio jammato dei nuovi Black Crowes sembra non avere più ostacoli: 'Cursed Diamond' inizia lieve e introspettiva poi  si incendia sotto le chitarre di Marc Ford e Rich Robinson con Chris a cantare l'incredibile forza del perdono, 'Nonfiction' è una pausa dalle chitarre che sa di vecchia west coast anni settanta ma che poi conduce alla solarità senza confini di 'She Gave Good Sunflower', lavoro di squadra dove c'è spazio per tutti. 

Una malata 'P. 25 London' che pur  sembrando un semplice divertissment blues con tanto di armonica ha il raro pregio di catturare l'attenzione con il suo groove (ecco il basso di Johnny Colt) prima di condurre il disco verso  l'accoppiata 'Ballad In Urgency' e 'Wiser Time', due viaggi accomunati dalla leggerezza, la prima si aggancia così bene ai padri Allman Brothers, la seconda è una corsa in macchina in discesa a motore spento, con il vento in faccia e il drumming percussivo di Steve Gorman che duella ad armi pari con le slide. Siamo ora on the road. 

Il disco nel finale si abbandona completamente, sgancia i freni, attorcigliandosi alle radici: il delta blues acustico di 'Downton Money Waster' con dobro e pianoforte e la forza evocativa e quasi gospel della finale 'Descending', con il grande lavoro al pianoforte di Harsch, sembrano riallacciare tutti i fili con la tradizione del southern rock che così bene questo disco aveva in qualche modo cercato di spezzare.

"Che genere suonano i Black Crowes? Semplicemente musica, l'importante è quello che pensano gli ascoltatori", così Rich Robinson.

Tra pochi giorni l'uscita di un box set cercherà di fare ulteriore luce (forse) su questo piccolo gioiello.





domenica 26 ottobre 2025

CURTIS HARDING live@Santeria, Milano, 24 Ottobre 2025

 


Sapete come ci si sente ad ascoltare un concerto con due persone dietro di te che non fanno altro che parlare per un'ora e mezza no? A voce alta, naturalmente, perché la musica sembra un ostacolo per loro.

Altro che problema dei telefonini, qui siamo ad alti livelli di cafonaggine, almeno chi ha un telefono in mano un po' di interesse verso ciò che succede sopra al palco  sembra dimostrarlo. Spostarmi? No, niente affatto, ho difeso il mio posto. Litigare? No, è venerdì sera e non voglio. Per fortuna  ci pensa Curtis Harding a tasportarmi lontano, ti carica sopra la sua nuova navicella spaziale, quella protagonista dell'ultimo concept album e s'innalza da terra guardando tutto dall'alto in basso. Un viaggio metaforico nel buio dello spazio che diventa esperienza dentro a sé stessi. Siamo sempre in movimento, dovremmo esserlo sempre, anche quando lontani dai propri affetti si soffre lo smarrimento. 

Per i primi quarantacinque minuti di concerto Departures & Arrivals: Adventures Of Captain Curt, uscito poche settimane fa,  è il grande protagonista, privato degli arrangiamenti e delle finezze presenti su disco, tutto arriva diretto, in your face, un concentrato dove  c'è tutto il mondo di Curtis,  nato nel Michigan, e cresciuto seguendo gli spostamenti della madre cantante gospel: il vecchio suono Stax e Motown, il funk, il R&b, la psichedelia, perfino accenni disco. I musicisti stanno tutti al loro posto, anche Curtis non è un personaggio istrionico da palco, si concede dei grandi occhiali, passa dalla chitarra al tamburello, sale di falsetto ma il carisma arriva a paccate: quando scherza, quando invita a cantare con lui, quando chiede quanti di noi abbiano già il nuovo disco che ci sta suonando da cima a fondo. 


Dopo una breve pausa, la seconda parte di concerto è dedicata ai suoi primi tre album Soul Power, Face Your Fear e If Words Were Flowers, che lo hanno candidato ad essere uno dei nuovi principi della black music americana. A proposito di re, recentemente ha omaggiato D'Angelo, scomparso da poco con l'esecuzione di Brown Sugar, che sa quasi di passaggio di testimone, anche  se tra loro diversissimi, la black music ha bisogno di ritornare a dettar legge.

L' alto numero di giovani spettatori presenti, che per una volta fa sentire noi cinquantenni, in su,  in minoranza, fa ben sperare per il futuro della musica. Intanto sotto i colpi di On And On e Keep On Shining è difficile rimanere fermi e pure i due tizi dietro di me, sul più bello, sembrano essersi placati, godendosi il loro momento di riposo mentre Harding con i suoi straordinari musicisti sulle note della finale Need Your Love ha in mano tutto il locale, bello pieno per l'occasione. Si congeda con le dita in alto verso il cielo  augurandoci "Peace And Love". Noi qui dentro siamo pronti ad eseguire, sentiamo cosa ne pensa il brutto mondo là fuori.