venerdì 13 febbraio 2026

LOS LOBOS live@Teatro Superga, Nichelino (TO), 11 Febbraio 2026






Dalle mie parti in Valle Cervo, nell'alto biellese, negli ultimi tempi l'avvistamento di lupi è diventato sempre più frequente. Una cosa che desta curiosità, affascina, per molti aspetti preoccupa anche. È la legge della natura che si fa sentire. Bussa alla porta dell'umanità. La calata italica, organizzata da Admr Chiari, per un tour di quattro date dei vecchi lupi chicani della East Los Angeles è invece motivo di gioia e tante altre cose fuorché preoccupante. Forse solo l'assenza di Louie Perez, sembra per motivi di salute, e un inizio di concerto a lenta carburazione di David Hidalgo potevano destare qualche dubbio. Anche se l'apertura in quarta con uno dei loro primi manifesti non lascia trasparire nulla. La domanda Will The Wolf Survive? arriva fiera a ricordarci quell'incrocio tra America e Messico sublimato da lì in avanti. 
I Los Lobos sono ancora una instancabile locomotiva del ritmo che ha in Conrad Lozano (basso pazzesco, panama in testa, braghette corte e culo seduto per più di metà concerto) e Alfredo Ortiz ( batteria e vero propulsore per tutta la serata) le solide fondamenta, nel compassato Steve Berlin (sax e tastiere) il fantasista che completa l'opera con abbellimenti estetici ficcanti e opportuni e in Cesar Rosas (chitarra e voce) e David Hidalgo (chitarra, voce e fisarmonica) le due facce da prima pagina. Si scambiano assoli di chitarra, si alternano alla voce. Cantano insieme. 
 Una oliata macchina del ritmo che non ha conosciuto cali passando con disinvoltura dalla cumbia di Chuco's Cumbia e Maricela al rock di Flat Top Joint (cover degli ex compagni di scuderia Blasters), dai caldi sapori tex mex di Ay te dejo en San Antonio e Volver, Volver, omaggio a Santiago Jiménez e Vicente Fernández, al rock'n'roll di Don’t Worry Baby, Evangelina e Más y más. Poca tregua e poche parole quando sono le canzoni a raccontarci tutti i loro cinquant'anni di carriera e il delicato momento storico che si sta vivendo alle loro latitudini. Il solito mix tra canzoni autografe e cover, perché da sempre l'omaggio ad altri artisti ha caratterizzato tutta la loro carriera dagli inizi quando suonavano a feste, battesimi e matrimoni, passando per il lancio mondiale di metà anni ottanta, fino all'ultimo disco inciso cinque anni fa Native Sons che omaggiava tutta la scena musicale della loro Los Angeles, senza distinzione tra punk e latin roots. 
Dalle atmosfere jazz blues di The Neighborhood (title track del mio album preferito da cui estraggono pure la stupenda Angel Dance, ballata piena di soul), passando dalla fisarmonica che scolpisce nel tempo la melodia notturna di Kiko And The Lavender Moon all'omaggio finale a Richie Valens (Oh My Head, Come On Let's Go, l'immancabile La Bamba che li proiettò verso tutti quelli che ancora oggi: " i Los Lobos quello della Bamba?") a ricordarci che quel lontano giorno del 1959 quando il "rock'n'roll mori" partorì anche il suo futuro. 
Un finale che ha decretato il rompete le righe, con il pubblico, fino a quel momento educatamente seduto ( a parte qualche conoscente desapericodos ai lati della sala che non ne poteva più già da tempo) che finalmente ha potuto abbandonare le seggiole del pur bel teatro Superga e avvicinarsi ai propri idoli per un finale tutti vicini e stretti e le mani a tenere il ritmo sulle assi del palco. Ecco se devo trovare un neo alla serata è quella voglia, tarpata dalle seggiole, di alzarsi in piedi e muovere le gambe (soffro seduto ai concerti rock) seguendo i ritmi sempre diversi della scaletta. Un viaggio tra tempi, stili e generi. Il lupo è sopravvissuto, per farlo ha dovuto camminare, prendersi altri spazi. Scendere a valle. Niente e nessuno lo ha ancora abbattuto.







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