venerdì 20 febbraio 2026

RECENSIONE: DEWOLFF (Fuego!)

 

DEWOLFF  Fuego! (Electrosaurus Records, 2026)





"una fiamma che brucia ancora"

Dopo la coronazione di un sogno, registrare un intero disco nei Fame Muscle Shoals Studios in Alabama (Muscle Shoals uscito nel 2024), gli olandesi Dewolff formati dai due fratelli Pablo (chitarra e voce) e Luka De Poel (batteria e voce) con Robin Piso (hammond, piano, synth e Wurlitzer), sublimano i loro inizi con un disco di cover. È però una raccolta di canzoni che cerca di fuggire il più possibile dai soliti dischi di cover, spesso incisi con svogliatezza o per riempire un buco contrattuale. Un'arma a doppio taglio che nel tempo poche volte è stata baciata dalla fortuna. Pochi ma buoni quelli che hanno fatto la storia. Qui siamo nel mezzo ma certamente non farà la storia nemmeno questo.

Queste sei canzoni (o otto) per trenta minuti di durata sono si cover, ma sembrano  metterci davanti a quel che sono i Dewolff in sede live, sopra a un palco, le canzoni ricevono un trattamento diverso, si allungano, si mischiano, diventano jam musicali.

Pescando tra i gruppi, gli autori e le canzoni che li spinsero a prendete gli strumenti in mano e formare la band.

"Un tributo alle canzoni e agli artisti che ci hanno plasmato fin dagli albori dei DeWolff. Invece di scrivere nuovi brani, siamo tornati a una manciata di canzoni che hanno acceso la scintilla. I pezzi forti che hanno plasmato chi siamo come musicisti e come band" raccontano.

 I loro eroi, non necessariamente famosi: si passa dai Redbone di 'Judgement Day' (1973)  band losangelina formata da nativi americani agli inizi degli anni sessanta raggiungendo la maggior notorietà nei primi settanta e con Jimy Hendrix loro grande fan tanto da spingersi a indicare il loro chitarrista Lolly Vegas come "il migliore che avessi mai sentito" a Leon Russell con 'Roll Away The Stone', estrapolata dal suo primo mitico disco solista del 1970. Qui i Dewolff si calano completamente nella parte, sprofondando  completamente in quel southern soul ammaliante. C'è 'The Fan' dei Little Feat di Lowell George, brano del 1974 preso da l'album Feats Don't Fail Me Know, con gli olandesi che ingranano la quarta per un lungo viaggio con la chitarra ospite di Joe Bonamassa: un carnevale di chitarre e tastiere che riporta a quelle lunghe jam dove i generi musicali non contavano più perché era il demone della musica a impossessarsi degli strumenti. Otto minuti di sarabanda strumentale con dialoghi e duelli.

C'è la più basica 'Fire And Water' dei sempre dimenticati ma più famosi Free, hard blues solido e seducente, una "veloce" 'Faster And Faster' (anno 1970) dei misconosciuti Eden Rose, band francese di jazz rock progressivo guidati dall'Hammond di Henri Garella (a salire in cattedra è il tastierista Robin Piso a inttomettersi la chitarra di Pablo De Poel ), fino ad arrivare ai dieci minuti finali di 

'Fire and Brimstone/Hawg Frog/I Walk On Gilded Splinters' dove fanno incontrare la chitarra rock'n'roll blues di Link Wray del 1971 lo swamp rock di 'Hawk Frog' di Buzz Clifford e il voodoo New Orleans sound di 'I Walk On Guilded Splinters' prelevata da Gris-Gris (1968) di Dr. John. Un finale cosmico degno di qualunque loro concerto.





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