HANDSOME JACK Barnburners! (Alive records, 2026)
in blues we trust
Continuano a non deludere i figli dello stato di New York (provengono da Lockport), proprio perché stanno un passo indietro ai tempi. Anche nel loro sesto disco e con più di vent'anni di carriera continuano a macinare il loro sound in bilico tra southern rock targato nineties con la benedizione di Chris Robinson che ai tempi li volle ad aprire per la "confraternita" formata insieme al compianto Neal Casal (grande fan della band), hard blues figlio delle grandi power trio band dei seventies, lo swamp rock benedetto dall'acqua santissima di John Fogerty e il blues nero dei padri su cui si fonda maggiormente questa nuova uscita.
Il trio formato da Jamison Passuite (chitarra, voce), Joey Verdonselli (basso, voce) e Bennie Hayes (batteria, voce) continua a puntare sul calore di composizioni che non hanno bisogno di troppi addittivi, fregandosene di essere troppi alla moda. Basti la cover di 'Polk Salad Annie' con cui omaggiano il grande Tony Joe White per avere il loro codice fiscale. Persa per strada la carica garage dei primissimi dischi a farla da padrone sono le profonde radici blues fatte crescere e trasportate ai nostri tempi: dallo stomp con il classico beat alla Bo Diddley di 'Tonight We Ride', lo sbilenco andazzo di It's 'Only Business', organizzato edulcorata tra Captain Beefheart e Canned Heat, il trotto boogie dell'esuberante e sensuale 'Do It! Do It!' e 'I'm Hooked' con tanto di cori trascinanti, a una 'Poly Molly' che è puro Chicago Blues alla Elmore James con la slide a fare la voce grossa, ("In 'Polly Molly' abbiamo preso il classico stile bottleneck di Elmore James e lo abbiamo adattato ai tempi moderni. La versione live, semplice e grezza, suona allo stesso tempo antica e fresca, e questo era uno dei nostri grandi obiettivi per il nuovo disco" dicono), 'Let's Go Downtown' cavalca invece più veloce di tutte mentre nel finale affidato a 'Ghost Woman', frenano mettendosi all'ombra di una composizione cupa, spettrale e limacciosa con chitarre eletttiche aspre.
Nel ritmato swamp rock 'Barnburner' che apre il disco ricordando i Black Keys cantano "we’re gonna light it, we’re gonna burn it down" promettendo fuoco e fiamme per i successivi 33 minuti. Pochi ma abbastanza per confermare il trio come uno dei migliori e buoni traghettatori di certi vecchi suoni nel presente e futuro. Veri e grezzi.


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