Negli ultimi quattro anni a Torino credo di aver incrociato più volte Steve Wynn che un piatto di bagna cauda. Due eccellenze che non smettono mai di stupirmi. Due garanzie. Sempre. Wynn, da solo per concerti più intimi: in compagnia del solo Chris Cacavas (il quinto uomo alle tastiere, a sorpresa, stasera all'Hiroshima), oppure con Enrico Gabrielli e Rodrigo D'Erasmo per il bel concerto dell'anno scorso per la presentazione della salvifica autobiografia Non Lo Direi Se Non Fosse Vero. Libro assolutamente da leggere per quanta umanità vi è contenuta. E poi con i Dream Syndicate, sbarcati l'ultima volta in città nel 2022 allo Spazio 211, concerto da salotto tutti vicini vicini. Ma stasera è diverso. Si respira l'aria del grande evento, il locale è più grande e si riempirà, meritatamente, è la prima data del tour europeo e il primo dei quattro concerti italiani per festeggiare il loro Medicine Show, il secondo disco uscito nel 1984 e da poco ristampato in un ricco box, che tanto fece soffrire in fase di registrazione ("alla fine ero molto soddisfatto del disco, ma fisicamente e mentalmente ero a pezzi" racconterà Wynn) quanto fu fondamentale per proiettarli tra i grandi gruppi rock americani degli anni ottanta.
I Dream Syndicate non deludono mai anche quando decidono di improntare la prima parte di show pescando brani solamente dalla seconda fase di carriera, mai troppo lodata e ancora tutta da scoprire, quella della sperimentazione, cavalcando territori più aspri e dilatati uscendone comunque vincitori. A farla da padrone in scaletta è l'album How Did I Find Myself Here? e Jason Victor a confermarsi un grande chitarrista, quando dialoga con la chitarra di Wynn e ancor di più quando parte per i suoi viaggi sonori portandosi dietro tutti noi. Tanto compassato quanto trascinatore.
Dieci minuti di pausa e la scenografia dietro a loro passa dalla copertina dell'album These Times a quella inconfondibile e iconica di Medicine Show. Momento atteso dai piu. L'età stasera conta e sotto i cinquanta anni è difficile scovare gente.
Di quei tempi lontani, oltre alla giacca di Wynn, sono rimasti in tre: Wynn e la sezione ritmica instancabile e a tratti roboante con Mark Walton al basso e Dennis Duck alla batteria.
Tutto ciò che è compreso tra 'Still Holding On To You' e 'John Coltrane Stereo Blues' che vorresti durasse all'infinito ma che già straripa oltre, è pura gioia per le nostre orecchie.
Tre decenni di musica che paiono tenersi per mano: sixties e eighties mai così vicini, tra acidità, garage punk e psichedelia che ballano insieme, si mischiano, si allungano, si dilatano in cavalcate elettriche ipnotizzanti e da vero colpo da KO. Dove si finisce di riinizia con la canzone successiva. I bis finali dedicati all'album The Days Of Wine And Roses con due canzoni e a una 'Let It Rain', cover di Eric Clapton che ci accompagna verso l'uscita dopo due ore e dieci di concerto con un solo commento all'uscita da parte di tutti: i Dream Syndicate sono una garanzia! Sempre. Come un buon piatto di cucina piemontese. Sì, insomma domani sera faresti volentieri il bis.




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