l'ultima combattente
In questi mesi convulsi con gli equilibri del mondo ribaltati come un calzino usato e ormai logoro mi sono spesso chiesto dove fossero le voci degli artisti che più amiamo? Pochi, veramente pochi, quelli che si sono esposti in prima linea. In uno slancio di ingenua utopia ho addirittura pensato: perché nessuno organizza un grande concerto di protesta? Come dite? Son finiti gli anni d'oro del rock? Bruce Springsteen ci ha provato durante i suoi concerti dello scorso tour e ancora in questi primi giorni del 2026, pure Neil Young non le ha mandate a dire, come suo solito, facendo incazzare Donald Trump che si è spinto a rispondere loro direttamente. Ho assistito a un Bob Mould che ha interrotto il concerto per scusarsi per quello che sta succedendo negli Usa, abbiamo ascoltato il bellissimo disco di Mavis Staples dello scorso anno che già nel titolo Sad And Beautiful World diceva tutto.
Ma solo una come la Lucinda Williams che in vita ha collezionato così tante ferite con conseguenti cicatrici da sviluppare una spiccata sensibilità, poteva tirare fuori un disco di protesta come lo è World's Gone World. Un disco inseguito da sempre ma che solo ora sembra aver senso.
Dopo aver vinto la battaglia con l'ictus che l'ha colpita qualche anno fa e che ancora sta lasciando segni del suo passaggio donando una deambulazione incerta, ora da gran combattente affronta i mali del mondo e della sua America. E se siete stati al Teatro Lirico Giorgio Gaber di Milano il 10 Gennaio del 2023 e avete assistito a uno dei concerti più surreali, strazianti e umani che abbia mai visto sapete di che pasta è fatta la settantatreenne cantautrice della Louisiana .Una che porta sempre a casa la partita con forza e cuore. " Faccio ancora fatica a camminare, il mio tour manager, Travis, mi sostiene per un braccio mentre salgo e scendo dal palco. A volte mi aggrappo all'asta del microfono solo per mantenere l'equilibrio. So cantare. Al momento no sto suonando la chitarra, quello lo farò più tardi"
Nella title track che apre il disco si immedesima nella quotidianità di una giovane coppia della working class americana che fatica a tirare avanti trovando consolazione nella musica di Miles Davis. Ed è proprio quello che vuole Lucinda Williams con queste dieci canzoni di rock blues tese come lame che affondano sulla carne viva del mondo. Che si tratti del southern rock chitarristico alla Drive By Truckers di 'Something's Gotta Give' dove il "troppo" stroppia e il presagio è dietro l'angolo "il male è arrivato...lo senti ovunque", ecco le chitarre di Pettibone e Marc Ford salire in cattedra. Che si tratti della ballata country dalla lenta andatura alla Neil Young 'Low Life' (scritta insieme ai Big Thief e con l'armonica di Mickey Raphael), aleatoria fuga dalla realtà in compagnia di un bicchiere e di un juke box che trasmette Slim Harpo e Dr. John ma con un "uragano dentro" che continua a macinare rabbia. Che si tratti del taglio sixties di 'How Much Did You Get For You Soul?' calata negli inferi con l'incontro di Robert Johnson che forse ci aveva già messo in guardia, "i sogni rimandati" (ricordando la poesia di Langston Hughes) che escono dal blues nero 'Black Tears' a ricordarci quanto il razzismo serpeggi ancora indisturbato nonostante le lezioni della storia. Che si tratti della mistica e corale elettricità rock di 'Sing Unburied Sing' ispirata all'omonimo romanzo di Jesmyn Ward, della domanda "Dio ha dimenticato la battuta finale?" che infesta la lenta e pungente 'Punchline' con una chitarra Resonator a piangere le lacrime del mondo. Che si tratti del grido liberatorio "alzatevi e combattete" che esce prepotente da 'Freedom Speaks'. Lucinda Williams ci mette in guardia, ci informa. Ci sprona. E' il momento di agire: "ogni giorno il presidente Trump diceva qualcosa di folle o prendeva una decisione. Queste canzoni dovevano uscire"
Lo sapeva bene Bob Marley che già nel 1979 con 'So Much Trouble In The World' metteva il mondo davanti ai suoi mali (povertà, disuguaglianze, conflitti armati, degrado ambientale), gli stessi di oggi. L'eterno conflitto tra realtà e illusione. Il duetto con Mavis Staples sulla canzone di Marley è un dialogo tra due generazioni di donne destinato a restare. Da tramandare nei prossimi anni. Pur circondata da uomini, il marito Tom Overbay e Ray Kennedy collaboratori fidati , la sua band formata dalle chitarre di Doug Pettibone e Marc Ford, la batteria di Brady Blade, il basso di David Sutton e le tastiere di Rob Burger (quell'Hammond!), sono le donne le vere protagoniste di queste dieci canzoni. Lo è Mavis Staples, lo è la voce della brava Brittney Spencer che doppia quella della Williams in un paio di occasioni, lo è Norah Jones che duetta nella finale 'We've Come Too Far To Turn Around', un valzer intimo che pare ottimista, vedendo un futuro migliore all'orizzonte. Un disco che ci spiattella i mali del mondo, suggerisce azioni e ci fa sognare un futuro diverso. Un grande disco: potente, fiero e resistente. Un disco che questi tempi meritano.


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