lunedì 8 aprile 2019

It's Just Another Town Along The Road, tappa # 9: GUINEA PIG (III)

GUINEA PIG III (2018)




Basterebbe dare subito una sbirciata alle risposte qui sotto per capire quanto i Guinea Pig siano un gruppo con i piedi fortemente ancorati a terra, senza troppi sogni di gloria in testa (pure un peccato), a loro modo realisti. La provincia bresciana si conferma terra fertile per un certo rock blues che ama guardare e preservare il passato. Il power trio formato da Stefano Reboli (chitarra e voce), Andrea Sabatti (batteria) e Samuele Trivella (basso) non ama sperimentare troppo, a meno che non consideriate la voglia di jammare e allungare le canzoni come il miglior modo di giocare con la musica. Allora sì, i Guinea Pig si divertono e fanno divertire. Le lancette del loro orologio musicale seguono un percorso temporale ben definito fermandosi su due periodi ben precisi che ho individuato nel 1968-1975, il più vecchio e 1990-1995, il più recente. Mischiate tutto insieme e avrete un concentrato di hard blues dove i Cream, i Blue Cheer, i Free amoreggiano con la chitarra di Richie Kotzen, i ma i troppo lodati Badlands di Jack E. Lee e del compianto Ray Gillen, i Gov't Mule, i Cry Of Love, il southern anni 90 dei Black Crowes, senza dimenticare anche chi stava in mezzo a quei due periodi: il gruppo si formò nel 2004 proprio per tributare Stevie Ray Vaughan.
La voce aspra e arcigna di Stefano Reboli non è proprio come quella del povero Gillen ma è smerigliata al punto giusto per graffiare, la sua chitarra ispirata dal fuoco ardente di mostri sacri come Gary Moore e Jeff Healey sforna riff e la sezione ritmica è quella di chi stantuffa senza sosta dall'inizio alla fine. Non ho mai visto il gruppo dal vivo ma ascoltando il disco si può intuire che è esattamente così: nudo e crudo come si può sentire in queste undici tracce di hard blues senza trucchi, compromessi e con le palle sempre fumanti di chi vive la musica con ardore e passione. Dalla cadenzata apertura 'Broken Glass', alla velocità di 'LK', strumentale che passa come un treno  fino ai dieci minuti finali, di 'Don't Mess With None', jam che riesce a condensare tutte le loro caratteristiche peculiari.


In viaggio con i Guinea Pig
1-I km nel tuo disco. Il viaggio ha influenzato le tue canzoni?
Il viaggio non ha mai influenzato le nostre canzoni. Sono solo frutto di improvvisazioni musicali con testi aggiunti in un secondo momento.

2-Tour. Aspetti positivi e negativi del viaggiare per concerti in Italia. Dove torni spesso e volentieri?
Ci siamo sempre trovati bene a girare per il nostro paese. Basta stare coi piedi per terra e non pretendere di essere compreso. Fare l'americano in Italia è patetico.


3-Radici o vagabondaggio. Cosa ha prevalso nella tua vita?
Non puoi essere vagabondo senza radici, saresti solo un barbone. Le radici servono per aiutare i tuoi rami a spingerti un po' più in la. Non servono ne ponti ne autostrade.

4-Viaggio nel tempo. Passato: per chi o per quale tour avresti voluto aprire come spalla? Futuro: come ti vedi tra vent’anni?
Amando quel che facciamo ci basta arrivare su un palchetto e poter fare ciò che vogliamo. Un artista vale l'altro. Tra 20 anni per noi non sarà cambiato nulla. Fino a che avremo qualche idea in testa il tempo passerà solo all' anagrafe.

5-La canzone da viaggio che non manca mai durante i tuoi spostamenti.
Canzone da viaggio...potremmo andare avanti migliaia di km solo con "same rain still falls" di Robin Trower. Duro, malinconico e da capire, come solo un vero viaggio può essere.



It's Just Another Town Along The Road

tappa 1: GENERAL STRATOCUSTER AND THE MARSHALS/HERNANDEZ & SAMPEDRO
tappa 2: LUCA MILANI
tappa 3: PAOLO AMBROSIONI & THE BI-FOLKERS
tappa 4: MATT WALDON

tappa 5: LUCA ROVINI
tappa 6: GUY LITTELL

tappa 7: FRANK GET
tappa 8:THE FIREPLACES


venerdì 5 aprile 2019

RECENSIONE: MATT ANDERSEN (Halfway Home By Morning)

MATT ANDERSEN Halfway Home By Morning (True North Records, 2019)





una sicurezza
Chiudete un omone grande e grosso dentro ai Southern Ground Studios di Nashville insieme a un band completa di fiati e coriste (Jay Bellerose, Chris Gestrin, Jim Hoke, Charles Rose, Steve Hermann, Mike Farrington). Se quell'uomo arriva da New Brunswick, Canada, e di nome fa Matt Andersen, potete stare sereni: avrete tra le mani un signor disco di caldo southern soul e R&B in stile Memphis sound che pochi altri potrebbero darvi di questi tempi. Matt Andersen ha giocato sempre bene le sue carte in carriera (anche quando ha sperimentato qualcosa di diverso e moderno come nel precedente Honest Man), la fila di premi e nomination parlano per lui, e questo suo decimo album non bleffa, anzi. Qui si gioca a carte scoperte senza uso di trucchi e senza inganni: tredici canzoni registrate in presa diretta insieme al produttore Steve Dawson che richiamo i grandi del soul bianco: le ombre di Van Morrison, Eddie Hinton e Southside Johnny sono lì girato l’angolo. Un disco vissuto e consumato dentro le mura dello studio “è pieno della gioia e dell'energia che c’era in quella stanza" racconta lui. Quando in sala di registrazione ci si diverte.
La sua voce calda, profonda, baritonale, conduce queste ballate soul con piglio sicuro e rassicurante, tra amori, confidenze famigliari, malinconia ma con tanta positività e voglia di vivere. Una ricetta semplice in apparenza, elevata all'ennesima potenza se l’uomo che cucina è un cuoco onesto con il cappello del fuoriclasse in testa. C’è qualche accelerazione più sostenuta a variare il tema (‘Gasoline’,’Long Rider’), ci sono pennate blues e passi country, c’è qualche ospite come Amy Helm che duetta con Andersen in ‘Something To Lose’ o le sorelle McCrary che si aggiungono nella finale dal crescendo gospel ‘Quarter On The Ground’ un tributo acustico, voce e chitarra, dedicato a uno zio molto caro.
Con Andersen si va sul sicuro. Un ascolto quasi obbligato per chi non vuole allontanarsi troppo dalla tradizione della musica americana.





lunedì 1 aprile 2019

RECENSIONE: SON VOLT (Union)

SON VOLT  Union (Thirty Tigers, 2019)
 
 
 
 
 
il fantasma di Woody Guthrie
Una porta da cui si intravede un bosco aldilà della vetrata, la via di fuga, una vecchia macchina da scrivere, il mezzo per arrivare allo scopo, e una bandiera americana a fare da tenda, ciò che impedisce la vista e la libertà. Il fantasma di Woody Guthrie che si aggira nella stanza lo aggiungo io. Questo quello che si intravede, e si immagina..., in mezzo ai grandi caratteri della scritta in copertina. Questa volta a Jay Farrar sono bastate queste semplici cose per mettere su disco tutto il disprezzo verso l'attuale situazione socio politica che stanno vivendo gli States. Lo immagino chino su quei tasti mentre batte quelli che diventeranno i testi da proporre alla band.
“Quando c'è turbolenza e il tuo stile di vita sociale si sente minacciato, penso che tutti debbano intervenire e fare il possibile per raddrizzare la nave" ha raccontato in una recente intervista.
A due anni dal buon ritorno Notes Of Blue, le tredici canzoni di Union disegnano un impietoso ritratto del suo paese e si pongono un unico solo obiettivo: cercare una soluzione che possa riportare unione a un paese diviso da mille problemi.
Per rendere tutto più vero e genuino, i Son Volt, decidono di registrarlo in due luoghi simbolo della lotta: l'organizzazione sindacale Mary Harris (al Mother Jones Museum in Illinois) e al Woody Guthrie Center in Oklahoma. Si portano dietro uno studio mobile e provano a raccogliere l'ispirazione dei luoghi e della storia.
Quello che esce è un disco folk, all'antica maniera (per certi versi vicino al loro vecchio Okemah), quelli che non si fanno più, compatto, di lotta e denuncia (ecco nascere la conclusiva 'The Symbol' ispirata dalla famosa 'Deportee (Plane Wreck At Los Gatos)’) ,anche se non mancano canzoni che si staccano dal tema cercando aria fresca e positività come ‘Devil May Care’ scritta da Farrar per celebrare la musica e che sembra uscire direttamente da The River di Springsteen: ”ho cercato di pensare a cosa significasse per me l'essenza del rock'n'roll, pensavo a band come i Replacements, i Rolling Stones, gli Who” o le speranzose ‘The Reason’ e ‘Holding Your Own’ cartoline indirizzate alle future generazioni.
Sì perché questa volta intorno alle radici, al folk rock a cui la band da sempre ci ha abituati, sono germogliati dei testi che battono forte sulle diseguaglianze sociali (‘The 99’), sulla politica (‘When Rome Burns’) su faccende losche (il pianoforte e l'acustica di ‘Reality Winner’). Testi seduti comodamente dalla parte della classe operaia, dei più deboli, degli emarginati (l’incedere spettrale di ‘Union’).
Anche se paradossalmente questa volta gli scatti rock e le chitarre elettriche sono meno incisive di quanto lo siano i testi, preferendo l'impronta acustica del folk e del blues ‘Broadsides’, la breve strumentale 'Truth To Power Blues').
Union è un gran disco che sa di antico, di artigianato musicale, ma perfettamente a suo agio in questo 2019.
 
 
 

 
 
 
RECENSIONE: SON VOLT-Notes Of Blue (2017)


martedì 26 marzo 2019

TODD SNIDER (Cash Cabin Sessions, Vol.3)

TODD SNIDER Cash Cabin Sessions, Vol.3 (Aimless Records/Thirty Tigers, 2019)




semplice e solitario

A tre anni di distanza da Eastside Bulldog, l’ultimo album solista, TODD SNIDER mette da parte anche la sua superband sfogo Hard Working Americans e ritorna capovolgendo completamente le carte. Quell’album era un puro spasso rock’n’roll swing, un disco sghangherato, corale, con fiati e cori ubriachi, questa volta invece indietreggia al suo passato remoto: torna a vestire gli abiti larghi del folk singer alla vecchia maniera. Solitario, si siede sopra una sedia e tira fuori dodici canzoni di puro folk blues accompagnato da una chitarra Martin, un’armonica, un mandolino e un banjo (‘The Blues On Banjo’) . Registrato alla Cash Cabin a Hendersonville nel Tennessee, il fantasma del vecchio man in black sembra aggirarsi con frequenza a benedire le registrazioni: ‘The Ghost Of Johny Cash’ è chiarissima subito, fin dal titolo. Anche se io ci vedo di più l'ombra di Bob Dylan.
Non sono dei fantasmi invece Jason Isbell e sua moglie Amanda Shires che si materializzano spesso ai cori (bella ‘Like A Force Of Nature’). Una prova brillante come sempre, che profuma d’antico, confermata da una scrittura ficcante, acuta (‘Watering Flowers In The Rain’ è dedicata a un vecchio roadie di Elvis Presley), ironica (‘Talking Reality TV Blues’ è un talking folk chitarra-armonica che rimanda e cita il primissimo Bob Dylan) e aggrappata all’attualità (‘A Timeless Response To Current Events’).
Nel titolo del disco compare un Volume 3, ma è solo uno dei tanti scherzi di Todd. C'è da aspettarsi un Volume 2 in tempi brevi?








venerdì 22 marzo 2019

RECENSIONE: L. A. GUNS (The Devil You Know)

L. A. GUNS  The Devil You Know (Frontiers Music, 2019)





pistole ancora fumanti
Che fossero in gran forma lo avevano dimostrato, inaspettatamente, due anni fa nel tour che passò anche in Italia (chi c'era può testimoniarlo) , questa volta lo marchiano a fuoco con un nuovo disco, il secondo dopo la pace fatta tra Tracii Guns e Phil Lewis. Questa reunion non è un fottutissimo fuoco di paglia, gli L. A. Guns sono tornati per restare e riprendere in mano le redini di una scena che sembra vivere più ...di ricordi, spesso sbiaditi, che nel presente. Anche se la copertina riprende in tutto e per tutto quella del loro esordio.
Accantonato l’ego che ne decretò la rottura, Phil Lewis e Tracii Guns questa volta si mettono d'impegno, collaborano da bravi vecchi amici e tirano fuori un disco carico, esplosivo e fresco che tutto sembra fuorché uscito da una band con 35 anni sul groppone.
Un album che si muove bene nel presente grazie a sonorità più dure e cupe (‘Rage’ apre con il tiro punk, ‘Down That Hole’), la title track e ‘Going High’ richiamano sonorità hard quasi sabbathiane nel loro incedere, i riff metal che più anni ottanta non si può di ‘Stay Away’ e il mix tra Led Zeppelin e Aerosmith di ‘Loaded Bomb’ convincono in pieno.
Il tutto senza dimenticare le camminate lungo Sunset Strip con le frizzanti e trascinanti, proprio come ai vecchi tempi, ‘Gone Honey’ e ‘Boom’ più legate ai vecchi tempi scanditi dal glam più stradaiolo. Ci mettono pure una ballata elettrica e notturna per non farsi mancare nulla (‘Another Season In Hell’).
Lewis ha passato i sessanta ma si mangia una buona fetta di cantanti ventenni per attitudine e figaggine, la chitarra di Tracii Guns lascia impronte in tutte le canzoni, inventando riff e assoli, ancora tremendamente ispirata, mica come qualcuno con la tuba in testa che pur riempendo ancora i palazzetti non azzecca una canzone da tempo (polemica gratuita tanto per…), aiutato dal nuovo entrato in formazione Johnny Monaco (ex Enuff Z’Nuff).
Si può invecchiare con dignità? La risposta provano a darla gli L. A. Guns qui dentro.







 

martedì 19 marzo 2019

RECENSIONE: THE STEEL WOODS (Old News)

THE STEEL WOODS Old News (Thirty Tigers, 2019)





le care vecchie ma “buone” notizie dal southern rock

Nel leggere i sottotitoli della pagina di giornale piazzata in copertina, dove la scritta Old News si mangia tutto, pure il nome del gruppo, pare non ci sia da stare troppo allegri perché le notizie pur dal sapore antico hanno un legame con la stretta attualità. Ma se la situazione socio politica negli Stati Uniti è quella che è, tanto da indurre alle lacrime perfino la Statua della Libertà , bisogna ammettere che il southern rock sta vivendo l’ennesima e ciclica “nuova giovinezza” grazie a numerosi gruppi nati negli ultimi anni: Blackberry Smoke, Whiskey Myers, Cadillac Tree, Sheepdogs, The Vegabonds, The National Reserve, non degli innovatori ma abbastanza per leggere la stato “in salute” sullo schermo del termometro e rallegrarsi. In fondo si tratta solo di portare avanti la tradizione, facendo le cose per bene.
Gli Steel Of Woods si sono formati a Nashville e sono tra i gruppi più interessanti della scena, guidati dalla più classica delle coppie cantante-chitarrista che sembra rimandare ai tempi dei settanta. Wes Bayliss è un cantante dalla particolare timbrica soul e profonda che a tratti richiama il buon Chris Stapleton, un po’ anche nell'aspetto, Jason Cope un chitarrista fantasioso e poliedrico a suo agio tanto nel ricamare con tranquillità nel country rock quanto nel costruire riff di chiara scuola southern e hard, con alle spalle la buona gavetta di nove anni nella band di Jamey Johnson. Completano la formazione il bassista Johnny Stanton e il batterista Jay Tooke. Old News pare sia stato registrato in soli sei giorni, tra un tour e l’altro, e arriva dopo il debutto Straw In The Wind, uscito nel 2017. La prima cosa che si può notare scorrendo i titoli è il grande numero di cover presenti. Ma non fermatevi all'apparenza c’è un motivo preciso che dopo vedremo. Le nove canzoni autografe passano con disinvoltura dal più tipico southern rock alla Lynyrd Skynyrd, quelli della reunion però, periodo 1991,The Last Rebel, nell'apertura ‘All Of These Years’, alle chitarre più hard di ‘Blind Lover’ e della breve strumentale ‘Red River’, a ballate acustiche malinconiche e scure (‘Wherever You Are’) al country di ‘Anna Lee’, l’epicità di pezzi come ‘Compared To A Soul’, ‘Old News’ e i sei minuti di ‘Rock That Says My Name’ tra le cose più riuscite del disco con il cameo del vecchio nonno del cantante che nel finale pare affidarsi alla lettura della Bibbia. In mezzo due cover: la rilettura in chiave soul di ‘Changes’ dei Black Sabbath, sembra confermare il grande amore del gruppo per la band inglese dopo quella ‘Hole In The Sky’ nel debutto e poi una perfetta ‘The Catfish Song’ di Townes Van Zandt, più che mai di attualità in queste settimane in cui il nome di Van Zandt è tornato sulle prime pagine. Il disco potrebbe finire qui e la band avrebbe già lasciato un buon ricordo di sé, invece nel finale piazza un poker di sentite cover che, nonostante tutto, riescono ad alzare le quotazioni. Da ‘One Of These Days’ del songwriter dell’Alabama Wayne Mills, a ‘Are The Good Time Really’ Over di un altro maestro come Merle Haggard, da una energica ‘Whipping Post’ degli Allman Brothers per concludere con ‘Southern Accents’ di Tom Petty, ormai un inno di appartenenza a certe latitudini musicali.
Ecco come il cantante Wes Bayliff spiega la scelta di aggiungere così tante cover nel disco: “abbiamo fatto ‘Hole In The Sky’ e ‘Changes’, un brano davvero diverso dei Black Sabbath, già splendidamente rifatta da Charles Bradley. Quella e ‘Catfish Song’ sono quelle che considero cover. Le ultime quattro del disco sono tributi. In origine li abbiamo chiamati ‘necrologi’ come sono nella parte posteriore di Old News. Penso sia una bella cosa. Volevamo scegliere alcuni artisti a cui volevamo rendere omaggio, senza necessariamente cambiare molto le originali”. Il giornale è finito. Andate in pace. Motivi per aspettare il terzo numero sono ora tanti.






venerdì 15 marzo 2019

RECENSIONE: STEVE EARLE & THE DUKES (Guy)

STEVE EARLE & THE DUKES  Guy (New West Records, 2019)




“Townes Van Zandt e Guy Clark erano come Kerouac e Allen Ginsberg per me".

STEVE EARLE non ha mai lesinato riconoscenza verso la scena musicale che lo ha accolto nel lontano 1974, quando, diciannovenne, andò a cercare il suo futuro a Nashville. Lì ci sono le sue radici, le prime esperienze, i germi della sua carriera. La sua musica. Conobbe Guy Clark, le sue canzoni, finì per suonare dentro al suo primo disco, quel Old No 1 che arrivò tardi nella carriera di Clark, raccolta di canzoni scritte negli anni, cariche di esperienze e metafore. Una pietra angolare per le future generazioni di songwriter americani. Se attraversi il Texas non puoi non ascoltare almeno una volta quelle canzoni. Canzoni mandate a memoria-
Dopo Townes, il disco omaggio a Townes Van Zandt uscito nel 2009, dopo So you Wanna Be An Outlaw, il suo ultimo disco dedicato a tutta la scena Outlaw degli anni settanta, mancava un omaggio tutto dedicato a Clark. Anche se proprio in quel disco, uscito due anni fa, alla fine c’era una canzone a lui dedicata, a quel maestro del cantautorato americano scomparso nel 2016: ‘Goodbye Michelangelo’. Earle riprende sedici canzoni del repertorio di Clark (presenti: ‘L. A. Freeway’, ‘Desperado Waiting For A Train’ e ‘That Old Time Feeling’ da quel strepitoso debutto) le rilegge con i fedeli Dukes e con una buona vagonata di ospiti, tra cui: Rodney Crowell, Terry Allen, Emmylou Harris, Jerry Jeff Walker, Verlon Thompson, Mickey Raphael, Shawn Camp, Gary Nicholson, Jim McGuire.
Alcune le rilegge in maniera fedele (‘New Cut Road’), altre le piega a suo favore imbastardendole con il rock carico di chitarre elettriche (‘Out In The Parking Lot’). C’è tutto l'immaginario di quel suono che ha unito il maestro e l'allievo: il country, il bluegrass, l’irish folk, il rock’n’roll.
È stato registrato in fretta, con poche sovraincisioni, quasi live, ma soprattutto con un rimpianto che lo tormenta da quel 17 Maggio del 2016: non essere riuscito a scrivere una canzone a quattro mani con lui, prima che morisse. “Con Guy, tuttavia, c'era questa cosa. Quando era malato mi ha chiesto se potevamo scrivere una canzone insieme. Dovremmo farlo 'per i nipotini', disse. Beh, non lo so ... al momento ero titubante. Poi Guy è morto ed era troppo tardi. Questo, mi dispiace.” Un disco condotto con il rimpianto stampato in testa e l’amore incondizionato tatuato nel cuore.




RECENSIONE: STEVE EARLE & THE DUKES -So You Wannabe An Outlaw (2017)
 

martedì 12 marzo 2019

RECENSIONE: TESLA (Shock)

TESLA  Shock (Universal, 2019)
 
 
 
 
luce ad intermittenza
Disco da maneggiare con cautela. A cinque anni da Simplicity la band di Sacramento ritorna con una sola grande novità ma in grado di sbilanciare il giudizio finale del disco: Phil Collen, l’amico e chitarrista dei Def Leppard, si piazza in produzione e mette la sua firma su tutte le dodici canzoni. “Phil è venuto da noi e voleva produrci un album. Ci ha davvero aiutato molto, sarò onesto, eravamo ad un livello basso dopo aver fatto Simplicity nel 2014. Frustrati, e probabilmente non avremmo fatto un altro album” racconta il chitarrista Frank Hannon.
Il risultato è un disco hard rock dai suoni più puliti del solito, a volte fin troppo, dal chiaro stampo anni ottanta, ricco di momenti melodici che ricordano la band inglese di Hysteria da vicino (‘Shock’, ‘Taste Like’, ‘Comfort Zone’), a voi scegliere se sia un bene oppure no, e con qualche ballata di troppo. Se ne contano almeno cinque, di cui tre consecutive nella track list piazzate a metà disco (non una scelta azzeccata): se la coralità beatlesiana, o alla ELO, di ‘We Can Rule The World’ con le sue orchestrazioni e ‘Forever Loving You’ convincono confermando i Tesla come degli specialisti nel campo (Five Man Acoustical Jam insegna), piacciono un po’ meno la solarità scontata di ‘California Summer Song’ e ‘Afterlife’ che ricordano quello che meno mi piace degli Aerosmith anni 2000, quelli delle ballad prima di tutto. Manca tutta la sporcizia roots che elevava i Tesla rispetto a tante altre band nate con loro. Fortunatamente a bilanciare il peso della melodia ci pensano l’iniziale e frizzante rock’n’roll di ‘You Won’t Take Me Alive’ con la voce di Jeff Keith rimasta immutata nel tempo e poi tracce come ‘Mission’ che pare uscita da Psychotic Supper (“canzone che sembra i vecchi Tesla, un po’ come qualcosa che avremmo scritto ai tempi in cui facevamo cose come Song & Emotion . Non che ci stiamo ripetendo. Siamo persone molto diverse ora, molto più mature” dice Hannon) e la mia preferita ‘Tied To The Tracks’ con la slide in primo piano, tre canzoni che si riallacciano meglio al loro passato e ci ricordano che razza di band siano quando fanno quel che sanno fare meglio.
Phil Collen ha strappato alla band americana più radici blues del dovuto, snaturando a tratti una delle poche band coerentemente rock uscite dagli anni ottanta, quello uscito è un disco riuscito a metà che cerca con troppa facilità la via melodica che spesso risulta scontata e a tratti pure soporifera. Non mi piace dare voti, per questo disco infrango le regole: 6,5.
Phil Collen li ha pur tenuti in vita,  ma ora tocca a loro non affogare in un campo che non è esattamente il loro.
 
 
 

 
 

 

giovedì 7 marzo 2019

RECENSIONE: TOWNES VAN ZANDT (Sky Blue)

TOWNES VAN ZANDT   Sky Blue (Fat Possum Records, 2019)





l'armadio aperto sul cielo
Qui non ci si sbaglia. Townes Van Zandt nel mezzo della sua esistenza nomade, era solito rifugiarsi ad Atlanta nella casa del giornalista Bill Hedgepeth, un musicista ma soprattutto grande amico. Ci andava con tutta la famiglia. Si chiudeva nello studio di registrazione sotterraneo di Hedgepeth e provava le canzoni che la sua vita, condotta sempre in corsia di sorpasso, gli aveva suggerito. Da solo, in acustico. Senza porre un ordine ben preciso ma lasciando andare a ruota libera l'ispirazione del momento. Un po’ come è sempre stata la sua carriera artistica: l’imperfezione il valore aggiunto. A quarantasei anni di distanza sono saltate fuori queste registrazioni straordinarie che, pur non aggiungendo nulla alla carriera, fermano e congelano il tempo a quei primi mesi del 1973.
Ci sono due inediti assoluti che sembrano mettere a confronto due lati della sua personalità : l'amara ‘All I Need’ dove i suoi desideri appaiono ancora incatenati e l’apparentemente più solare ‘Sky Blue’. Basterebbero queste due per fiondarsi dentro al disco. Ma soprattutto c’è la sua inconfondibile voce, lo straordinario fingerpicking sulla chitarra e le sue storie, molte delle quali stavano prendendo forma proprio in quel momento in un ambiente intimo, soffuso, notturno e casalingo. ‘Snake Song’, ‘Dream Spider’ e ‘Rex's Blues’ vedranno la luce su disco solamente anni dopo, anche a seguito del disco abortito Seven Come Eleven del 1972, segnale e vero preludio a una sequenza di anni bui, tristi e silenziosi con poca musica e tanti bassi esistenziali a fare da colonna sonora. Il rumore assordante di un tonfo.
Un lavoro sempre di sottrazione il suo, imperfetto, a tratti stonato, ma in grado di riempire gli spazi vuoti in maniera straordinaria, proprio come la polvere che copriva il suo Texas. Caposcuola stimato, rispettato e imitato. Quell’anno uscì con il disco The Late Great Townes Van Zandt che rimarrà l’ultimo per molti anni. Era il disco della saga di frontiera ‘Pancho And Lefty’ e di ‘Silver Ships Of Andilar’ qui presenti in versioni assolutamente inedite.


Aggiunte una manciata di cover come ‘Forever For Always For Certain’ di Richard Dobson, ‘Folk Of My Mind’ di Tom Paxton e la tradizionale murder ballad nera come il petrolio più sporco ‘Hills Of Roane County’, assolutamente in linea con il suo songwriting. I nastri presenti su Sky Blue come tantissimi altri ancora inediti furono donati da Hedgepeth a Jeanene, ultima compagna di Van Zandt, negli anni novanta e rimasti sigillati in un armadio fino ad oggi. Sky Blue con foto e note di copertina di John Lomax III, suo vecchio manager, è quindi il suggello di quel periodo d’oro, tra il 1968 e il 1973, il più prolifico della sua carriera, anni in cui alzò l'asticella del folk americano ad un’altezza raggiunta da pochi altri in seguito. Prolificità che non andò mai a braccetto con popolarità e successo ma Van Zandt visse ogni giorno come l'ultimo, raccontando la sua personale visuale dell' America, ma soprattutto l'influenza che questa terra ebbe nel suo oscuro quotidiano, capovolgendo la sua anima e ispirando la sua poesia, impressa su pagine tanto romantiche quanto tristi, come solo i più grandi sanno fare.
Oggi 7 Marzo, Townes Van Zandt avrebbe compiuto 75 anni.



lunedì 4 marzo 2019

RECENSIONE: GARY CLARK JR. (This Land)

GARY CLARK JR. This Land (Warner Bros Records, 2019)





lo chef del blues moderno (handle with care)
Immaginate di essere arrivati davanti all’entrata di quel ristorante da guida Michelin che il vostro miglior amico vi ha consigliato, quello con lo chef stellato che si inventa cose nuove ogni volta. Entrate curiosi, ma con un po’ di diffidenza nascosta sotto il palato. Una volta seduti tirate un sospiro di sollievo: sfogliando il menù avete visto quel piatto della tradizione che vostra nonna vi cucinava con amore quando eravate piccoli. Che ricordi! Lo ordinate senza esitazione. Quando arriva il piatto però non lo riconoscete. Lo chef naturalmente si è divertito a modo suo-vi avevano comunque avvertito-e l’ha destrutturato a suo piacimento. È sempre lui. Ci vuole solo un po’ di pazienza per ricomporlo e apprezzarne i sapori antichi che ricordavate. Ecco, GARY CLARK JR. fa la stessa cosa: è lo chef del blues. Uno chef ambizioso (e coraggioso). Per questo terzo album di studio decide di osare ancora, di più rispetto al precedente e cangiante The Story Of Sonny Boy Slim. Prende la black music tutta (da Sly and The Family Stone a Prince, da Hendrix a Curtis Mayfield) , il blues, gli passa sopra pennellate moderne di pop (‘The Guitar Man’, ‘Don’t Wait Til Tomorrow’), hip hop (‘This Land’), R&B (‘When I’M Gone’), funky(‘Got To Get Up’) e soul (‘Feed The Babies’ con i suoi fiati), proprio come accadeva nella miglior stagione crossover degli anni novanta (‘What About Us’).
La sua chitarra inventa, colpisce, vola nell’assolo e ricama, il suo prodigioso falsetto sale alto (‘Pearl Cadillac’ scava nei ricordi arrivando a sua madre) ma, importante, lascia sempre l’ultima parola alla forma canzone. Attacca Trump senza giri di parole, rivendicando il suo diritto da figlio di questa America del 2019, ma scende pure nel profondo della sua anima tra pentimenti, redenzione e aspetti intimi e privati. “Se sono in grado di mescolare i generi, dovrei essere in grado di mescolare anche le emozioni” racconta in una intervista.
Naturalmente non dimentica i sapori antichi, quelli da lasciare così, nudi e crudi, perchè certe cose funzionano meglio così: ‘Low Down Rolling Stone’ è un hard blues sporco, ’The Governor’ gioca sulla semplicità acustica del rock’n’roll , ‘Dirty Dishes Blues’ con quella del blues facendosi bastare voce, chitarra e batteria (JJ Johnson). Altre volte parte per la tangente e va giù diretto in direzioni inaspettate: l’accoppiata ‘Feelin’Like A Million’ e ‘Gotta Get Into Something’ può lasciare inizialmente interdetti. Nel giro di pochi minuti passiamo dai ritmi in levare del reggae a un punk rock veloce e tirato (anonimo e pure bruttino) che dal vivo faranno però sfracelli. Già, i live, la sua dimensione ideale. Ci sono tante idee e invenzioni nel menù del texano. A volte dispersive e poco a fuoco. Naturalmente non sono tutte riuscite ma ai geni della cucina e della musica bisogna dare carta bianca. Inventate! In mezzo alle 15 tracce (17 se si aggiungono le due bonus track: il dub strumentale alla Santana di ‘Highway 71’ e il soul pop di ‘Did Dat’) troverete anche qualcosa che non vi piacerà ma il sapore delle cose riuscite coprirà tutto.
“Desideravo che ogni parola e ogni nota significassero qualcosa” racconta. Con un po’ di pazienza gli si crede. Da lui e da Fantastic Negrito passa il rinnovamento dei vecchi piatti della tradizione. Io continuo a preferire il secondo però.






sabato 2 marzo 2019

RECENSIONE: YOLA (Walk Through Fire)

YOLA Walk Through Fire (Easy Eye Sound/Nonesuch, 2019)





metà soul metà country
Ancora una volta le mani e l’intuito di Dan Auerbach sembrano anticipare tutti. Le sue scoperte musicali sono ormai tantissime e Yola (Yola Carter) è solo l’ultima in ordine di tempo - bello ricordare anche il suo lavoro con il vecchio Robert Finley - anche se la cantautrice nata a Bristol in Inghilterra (comunque aiutata dallo stesso Auerbach e da songwriter di prim'ordine per la scrittura dei pezzi) oltre a un Ep d'esordio vanta già collaborazioni prestigiose con i Massive Attack (ai cori) e alla guida del gruppo Phantom Limb. “Nel momento in cui ho incontrato Yola, sono rimasto impressionato. Il suo spirito riempie la stanza, proprio come la sua voce ... ha la capacità di cantare con un ruggito pieno o solo con un sussurro e questo è un vero dono” racconta Auerbach.
Registrato a Nashville nello studio personale di Auerbach con l’aiuto di vecchie volpi da studio come il bassista Dave Roe (Johnny Cash), il batterista Gene Chrisman e il pianista Bobby Wood già all'opera su dischi di Dusty Springfield ed Elvis Presley, WALK THROUGH FIRE è un'esplosione di generi e colori dall’inizio alla fine anche se pecca di dinamismo, viaggiando quasi sempre sulle stesse rotaie ritmiche. Alla fine si contano più sussurri che ruggiti. Aiutata da una presenza fisica importante e da un passato di vita non troppo facile (infanzia difficile, una parentesi di gioventù da senzatetto, un incendio nella sua casa che diventa poi protagonista nel titolo dell'album), la sua voce vola senza difficoltà dal soul di casa Stax (‘It Ain’t Easier’), al country (l'autobiografica ‘Walk Through Fire’), dalla west coast dei settanta (‘Ride Out The Country’) al pop (‘Faraway Look’) in un tripudio di arrangiamenti orchestrali (‘Stiil Gone’) e pedal steel (‘Rock Me Gently’) dove Mavis Staples e Dolly Parton si tengono per mano e sembrano andare d'amore e d'accordo.
Un debutto che farà parlare di sé ma Yola ha sicuramente altre carte (e ruggiti) da scoprire in futuro.





RECENSIONE: ROBERT FINLEY-Goin' Platinum! (2017)