domenica 27 settembre 2026

FASTER PUSSYCAT live@Slaughter Club, Paderno Dugnano (MI), 26 Settembre 2026


Più passa il tempo più ci sono quarantennali da festeggiare. È la dura legge del tempo. Si invecchia tutti insieme, nonostante i tanti giovani presenti, beati loro, siano ancora lontani da certe ricorrenze o incombenze. Non mancano l'occasione nemmeno i Faster Pussycat. 

Taime Downe porta avanti il nome e tutto sommato fa bene! I tempi dei cessi affollati di varia umanità con i piedi tra Jack Daniels sperperato e piscio al Cathouse di Hollywood di metà anni ottanta sono ricordi lontani, il rossetto sulle labbra è colato via nel tempo lasciando comunque una scia rossa da seguire ma una cosa fondamentale è rimasta: le canzoni! Taime Downe è in gran forma sia fisica che vocale ed è consapevole di quanto il tempo sappia giocare brutti scherzi. Quindi va bene la nostalgia di quando cinque giovani ragazzi inseguivano i loro sogni di rock'n'roll sognando gl Stones, le New York Dolls, gli  Aerosmith e gli Hanoi Rocks e rubando il nome al cult movie di Russ Meyer del 1965 ma i piedi calpestano il più rassicurante presente: il concerto dopo l'intro di 'Born To Be Wild' degli Steppenwolf si apre con il rombo del nuovo singolo 'Motorbike'. È un segnale.


Attorno a lui due chitarristi che sanno il fatto loro, l'esperto Ace Von Johnson (in prestito dagli L.A. Guns) e lo sbarbato Chris Borell che nonostante alcuni problemi tecnici (che alla fine danno respiro permettendo brevi parentesi di cabaret in un set diretto e senza fronzoli) si prende spesso la scena, il sodale Danny Nordahl al basso e il pachidermico Chad Stewart alla batteria, entrambi in formazione da ormai una ventina d'anni.

Naturalmente a farla da padrone è il debutto, disco che pur non avendo avuto la fortuna commerciale che avrebbe meritato (anticipò di sole due settimane Appetite For Descrution) ha aperto tante porte ad aspiranti gruppi sleaze rock. Un disco da party selvaggio da cui escono 'Don' t Change That Song', la viziosa 'Bathroom Wall', 'Cathouse', 'Babylon'. 

Tra i momenti più partecipati e commoventi certamente la ballad 'House Of Pain', la sempre bella e stradaiola  'Nonstop To Nowhere' (da Whipped!) e 'Where There's A Whip There's A Way' ex 'Poison Ivy' da Wake Me When It's Over.

Immancabili anche le cover di Carly Simon ('You're So Vain'), 'Pirate Love' degli Heartbreakers e 'Shut Up and Fuck' ( di Betty Blowtorch)

Nel finale tutti sul palco:  è la penultima data del tour europeo e poi con Lorraine Lewis che con i suoi Femme Fatale aveva aperto la serata (è pure il suo compleanno e si fa festa con una torta) e con i Blacklist Union di Tony West, compagno della Lewis. Durante la serata i due in coppia hanno dato vita a un duetto sulle note di 'Jackson' di Johnny Cash e June Carter., trasformata in una adrenalica cowpunk song.

Serata di rock'n'roll alla vecchia anche se una volta fuori dal locale non c'era il Sunset Strip hollywoodiano ad aspettarci ma solo i tanti capannoni della zona industriale dell'hinterland milanese. È  bastato chiudere gli occhi per pochi secondi con Bathroom Wall che batteva ancora forte in testa per crederci.






venerdì 18 settembre 2026

RECENSIONE: NEIL YOUNG & THE CHROME HEARTS (Second Song)

 

NEIL YOUNG & THE CHROME HEARTS  Second Song (Reprise Records, 2026)



guardare avanti dalllo specchietto retrovisore


Ci sono dischi che sembrano già rilevanti prima della loro uscita. Mi riferisco a quei dischi che escono in momenti importanti: questo potrebbe esserlo. Per me. Dischi che potrebbero far male. Segnare. Mettere dei paletti. O più semplicemente far intuire. Spronare. Far continuare. Fare del bene. Eh sì sembra increbile, vero? Eppure l'uscita di un nuovo disco di Neil Young può ancora avere la sua importanza. Dipende da noi. Dal livello della soglia emotiva che lo accoglierà. E questa volta pure Neil Young sembra averla abbassata di molto quella soglia, invitandoci dentro ai suoi pensieri di ottantenne davanti al passato. Lo aveva già fatto, certo, ma aveva meno anni.

Già gli undici minuti del primo singolo 'Second Song' uscito un mese prima, una classica ballata che sembra iniziare la' dove finiva 'Will To Love' (non vi è dubbio: "NEIL YOUNG fa Neil Young" e anche bene, ancora bene) e dove canta "sogno un modo di vivere, un modo di condividere ciò che troviamo. Un modo di camminare lentamente tra le foglie fumose del tempo" con la sua bella melodia, arricchita dal Dulcimer di Micah Nelson, si piazza al centro e fa ruotare su di sé il carattere acustico e rarefatto dell'intero disco. Un disco dal carattere ben deciso, omogeneo.

Come già usato per Before + After i caratteri della scritta di copertina riprendono quelli di After The Goldrush, forse a sottolineare il mood nostalgico dell'album che questa  canzone sembra confermare, anche nel video dove le strade che portano al suo mitico Broken Arrow Ranch sono protagoniste. In copertina sembra guardarsi indietro, o meglio dire:"prima che chiuda la portiera della mia auto aspettate che vi racconto ancora qualcosa di me". Anche di molto intimo.

E lo fa in queste sette canzoni registrate rigorosamente in analogico (non parlate di intelligenza artificiale applicata alla musica difronte a lui) agli Shangri-La Studios di Rick Rubin a Malibu, in California, prodotto da Lou Adler, insieme ai Volume Dealers, ossia lo stesso Young con Niko Bolas.

Ad accompagnarlo i Chrome Hearts dove un fondamentale Spooner Oldham (83 primavere) tesse trame di organo, piano, mellotron che si riallacciano al passato, partendo da Comes A Time (1978) e toccando tutti i successivi e importanti dischi acustici del canadese, serpeggiando in modo così naturale tra la voce di Young. I Chrome Dreams formati dal batterista Anthony LeGerfo, il bassista Corey McCormick, e la chitarra di Micah Nelson vanno dietro come veterani, costruendo suoni spesso rarefatti ma caldi e avvolgenti. Ci si sente a casa. Ma che la band sappia il fatto suo lo si era capito già dal fantastico live album As Time Explodes uscito pochi mesi fa. Avevano pure suonato nel precedente in studio Talking To The Trees.

Tra le sette canzoni anche due vecchi ripescaggi dai tempi degli Squires, la sua band attiva dal 1963 al 1965: ossia 'I'll Love You Forever' e 'Casting Me Away From You'. La prima che conclude il disco, fu scritta per un vecchio e "primo amore" dei tempi del liceo ma ora è diventata una dedica d'amore alla sua attuale compagna Daryl Hannah che si merita pure i versi della nuova 'Earth Girl', breve e dolce dedica al pianoforte ("sei la luce della mia vita / Come un fiume che scorre dritto nel mio cuore "e alcuni versi contenuti in 'Soon I Might Be Going'.

La seconda, il country rock 'Casting Me Away From You', la più movimentata del disco, è invece un brano che registrò per la prima volta nel 1965 nella soffitta di un amico a Toronto. Divenne poi quella 'Emperor of Wyoming' che apriva il primo album solista. Ora, con questo passo, pare uscita direttamente da Harvest.

Il passo lento e  meditativo dell'intero album parte con 'The Foggy Edge Of Time', una canzone che ha nel testo il dna impetuoso del suo autore. Un uomo, ora dalle voce più debole, che ha portato sempre avanti le sue scelte, a volte sbagliando, ma non rinnegando mai nulla." Dovevo semplicemente prendere delle decisioni, e non erano decisioni facili, ma le ho prese e avranno ripercussioni per sempre" lascia detto in una recente intervista a NPR. Canzone che sembra evocare il viaggio dal Canada a Los Angeles, dove i Buffalo Springfield hanno mosso i primi passi a metà degli anni sessanta: "Mi stavo dirigendo a sud verso il mio destino/ Quel giorno ho iniziato a vivere come volevo".

Che il tempo sia un prezioso alleato su cui però non bisogna fare troppo affidamento lo si capisce anche da 'Day After Day'. Non c'è tempo per troppi rimpianti. Young mette in fila giorni e pensieri, a prima vista disordinati e vive il suo presente tra gesti quotidiani e la natura che lascia i suoi inequivocabili segni. C'è tutto il Neil Young pensiero, anche musicale.

Se il precedente album Talking To The Trees (2025) era più incisivamente politico e calato nel fosco presente (citando apertamente Donald Trump e Elon Musk) questa volta solo nei nove minuti di 'Soon I Might Be Going', apparentemente una lettera alla figlia, vi è qualche traccia di attualità. ("Il presidente era in TV e diceva che andava tutto a gonfie vele / Ma sta demolendo la vecchia Casa Bianca"). Una delle migliori canzoni del disco, unica concessione ai riverberi delle chitarre elettriche, ricordando da vicino certe atmosfere cupe e notturne di Le Noise.

Sulla scia dei suoi più importanti dischi acustici, Second Song è una lunga riflessione, il più possibile spontanea, sul ruolo di un ottantenne davanti al trascorrere del tempo. A galla questa volta rimangono i piccoli gesti quotidiani, l'amore e i piccoli e grandi cambiamenti che hanno segnato il percorso. Dopo il regalo di Paul McCartney con The Boys Of Dungeon Lane, un ottimo Neil Young segue la scia. Da tempo attendevo un suo disco così: che potesse fare compagnia a Harvest, Comes A Time, Harvest Moon, Silver And Gold e Prairie Wind. Eccolo! Tra i migliori della sua ultima produzione.







sabato 12 settembre 2026

THE BLACK KEYS live@Alcatraz, Milano, 11 Settembre 2026




A Dan Auerbach bisogna dire qualche grazie. Di aver portato sul palco, prima dei suoi Black Keys, un personaggio come Robert Finley, dalla storia avvolta dentro a una favola a lieto fine che a 64 anni (ora ne ha 72) culminò e partì allo stesso tempo con un disco (Goin' Platinum!) prodotto da Auerbach per la Easy Eye Sound. Un magnetico incrocio tra r&b, swamp blues, gospel e retro soul con dietro le storie di un ex giovane della Louisiana che a diciannove anni lascia i campi di cotone a Bernice per arruolarsi nell'esercito e ritrovare proprio in Europa lo slancio per continuare a sognare, lui cresciuto a pane e gospel (a undici anni si comprò la prima chitarra con i soldi che il padre gli diede per un nuovo paio di scarpe), con James Brown, B.B. King e i Temptations in testa. Tornato in Usa dopo il duro lavoro da carpentiere capisce che la sua vera strada è la musica. La strada sarà però dura e in salita ma arriverà al culmine. Difficile voler male al suo carisma, alle sue storie, al suo falsetto e alla figlia che lo accompagna ai cori e lo sostiene in tutto data la cecità. 





A Dan Auerbach bisogna dire grazie di non aver abbandonato la nave dopo qualche anno fosco di sbandamento che fecero temere anche il peggio: tour annullati e ridimensionati, cambiamenti di management non erano segni positivi. Diciamo la verità: gli ultimi dischi dei Black Keys li compri, li ascolti, suonano bene, ci sono anche cose interessanti (Dropout Boogie è divertente, Ohio Players ha tante sorprese fuori dal.seminato) ma non hanno lasciato troppi ricordi. A loro stessi in primis visto le scalette. Ci sono voluti due dischi di cover per riportare la band a certi slanci primordiali legati al garage blues. Anche se dall'ultimo Peaches! stasera sono state suonate solamente 'Where's There's Smoke, There's Fire' di Willie Griffin e 'You Got To Lose' di Ike Turner. 
 In questa seconda serata consecutiva sold out all'Alcatraz è proprio l'inizio concerto a colpire, vedendoli impegnati in duo come ai bei vecchi tempi: l'instancabile Patrick Carney con la sua batteria piantata a centro palco e Auerbach a girarci intorno e scalciare proponendo un breve medley dei loro esordi. Luci soffuse da garage di periferia che esplodono con l'entrata in scena della band: formata da due vecchie volpi come il chitarrista inglese Barrie Cadogan, che spesso si prenderà la scena rimanendo comunque nelle retrovie e Jimbo Mathius alle tastiere e armonica, un vero southern man dalla carriera imprevedibile. A completare: il bassista Andrew Gabbard e il percussionista Chris St. Hilaire. Tutti rigorosamente con occhiali da sole, tanta sostanza e poca scena. 
Una grande scritta luminosa fatta di lampadine, la scenografia semplice ma d'effetto lascia il campo alla musica, curata nei suoni, con i grandi successi a svettare come 'Fever', 'Everlasting Light', 'Gold On Ceiling', 'Howlin Gor You', 'Tighten Up'. 

Due ore tiratissime tra blues, garage rock, funky, southern soul, pop e psichedelia, senza fronzoli e ammiccamenti, poche parole, diretti ma anche in grado di allungare in jam strumentali piacevoli e mai troppo prolisse. Belli i duelli di chitarra tra Auerbach e Cadogan. Il culmine viene toccato con 'I Wanna Be Your Dog' degli Stooges, punk nelle chitarre ma rivestita blues dal resto degli strumenti, e con il finale partecipato (di un pubblico vario e divertito) con l'esecuzione della zeppeliniana a due velocità 'Little Black Submarines' (con la scritta illuminata di rosso che sembra rimandare al Tv Special di Elvis del 1968) e l'immancabile 'Lonely Boy' che ci conduce all'uscita ballando con la consapevolezza di aver assistito a un gran concerto di una band più viva che mai, con il passato come focus (encomiabile il lavoro di Auerbach per dare nuova vita alle radici musicali) e la consapevolezza di avere tutto il mestiere necessario per rileggerlo a proprio piacimento. Per tanti anni ancora. Speriamo.








martedì 8 settembre 2026

MARTIN BARRE Band live@VerunoProgFestival, 5 Settembre 2026


Che i rapporti tra Martin Barre e Ian Anderson non siano idilliaci lo sappiamo ma Barre non manca di sottolinearlo dopo aver suonato 'Serenade To A Cuckoo' con l'odiato/amato flauto . Quando posa il flauto finge di spezzarlo in due con il ginocchio. "Fottuti flauti!". 

È solo una piccola parentesi perchè ieri sera è stata la sua chitarra (come diversamente?) la gran protagonista in un repertorio che parte dalle sue 'Back To Steel' e 'Moment Of Madness' va fino alla lontana 'A Song For Jeffrey', passa da 'Wind Up' (lasciata nel finale), 'Teacher', 'Minstrell In The Gallery', 'Hunting Girl' e 'To Cry You A Song', omaggia i Beatles con 'Eleanor Rigby', ("un linguaggio universale"), trovando l'apice in 'Aqualung' (e le sue canzoni: 'Cross-Eyed Mary',  'My God', 'Locomotive Breath', 'Hymn 43') con quel riff alla Tony Iommi che avrebbe fatto comodo pure ai Black Sabbath dell'epoca. 


Alla soglia degli ottant'anni Barre sembra ancora divertirsi un mondo con canzoni ormai immortali, senza metterla troppo sul serio, circondandosi di giovani musicisti (basso e batteria) e avendo trovato, da tempo, un compagno niente male. Una nota di merito la merita quindi Dan Crisp, seconda chitarra e voce che al giorno d'oggi con un Ian Anderson, vocalmente ai minimi storici, si prende la scena tenendo il palco in maniera impeccabile. Forse di prog in questa bella serata in un festival quasi perfetto se n'è sentito poco perchè la parte hard blues dei Jethro Tull ha sovrastato tutto, come quella volta, nel 1988, quando scipparono ai Metallica il Grammy come miglior performance rock/heavy con le canzoni di Crest Of A Knave (rappresentato da 'Steel Monkey').