sabato 29 agosto 2026

RECENSIONE: ZAN/CODY (Beautiful'n Damned)

 

ZAN/CODY  Beautiful'n Damned (Frontiers Records, 2026)





un ritorno segnante

Ricordo ancora molto bene quando ascoltai gli Shotgun Messiah per la prima volta. In quei primi anni novanta non avevo ancora abbandonato il bel vizio imparato negli anni ottanta di registrare su musicassetta le canzoni che uscivano dalla radio. Era un modo per autoguidarmi all'acquisto di nuovi dischi: selezionavo, imparavo le canzoni a memoria perchè all'epoca sbagliare un acquisto voleva dire aspettare settimane prima di acquistare qualcos'altro. La trasmissione era Rock The Nation su Radio Dejay (se non sbaglio condotta da Nikki), la canzone  'Heartbreak Blvd' dei Shotgun Messiah che in quel 1991 erano appena usciti con il loro secondo album Second Coming. Nati in Svezia si trasferirono a Hollywood dove registrarono il primo album nel 1989. Una delle migliori sleaze band europee che però al terzo disco sorprese un po' tutti cambiando direzione musicale, Violent New Breed faceva l'occhiolino all'industrial metal imperante, siamo nel 1993, pur essendo un gran disco i fan non gradirono troppo e la storia della band giunse a prematura conclusione.

Ora a più di trent'anni di distanza, i due fondatori della band Zinny Zan (voce) e Harry Cody (chitarra) si sono riuniti, hanno abbandonato il vecchio nome ma hanno raccolto tutte le vecchie influenze di quegli anni, l'hanno trasportate al giorno d'oggi con una produzione potente e cristallina e l'esplicita 'I Am The Shit' raccoglie in quattro minuti tutto questo. Un manifesto rock'n'roll e di vita, il loro manifesto, che parte dallo street rock dei Shotgun Messiah passa nel tunnel scuro dell' industrial e arriva ai giorni nostri.

Ed un continuo alternarsi di umori e stili legati alla loro storia: la modernità (la pesante apertura 'Sever', l'hard metal di 'Ride Or Die'), la drammaticità dell'atmosferica 'Suffer City', sicuramente tra i picchi del disco con il bel assolo finale di Cody e che mi ha ricordato i Saigon Kick di Water. L' omaggio dichiarato a David Bowie con 'Let's Be Heroes (a hommage to David Bowie)', una 'She Walks With Violence' che  si carica di lenta tensione fino al tagliente assolo.

'DAMN' è puro pop hard’n’roll che riporta alla mente il miglior Billy Idol degli anni ottanta, 'Beautiful 'n Damned' lascia dietro una scia il suo retrogusto new Wave, mentre 'Bad Bad Man' è uno straniante blues affogato nel gospel  più scuro. Il disco si conclude come fosse quel lontano 1989:  'Tear It All Down' è una tirata sleaze rock'n'roll melodica il giusto con chitarre in prima linea e chorus ficcante. Ci fossero ancora le capigliature dell'epoca non mancherebbe nulla.

A dar man forte al duo ci sono: Bjorn Hoglund (batteria), Nalle Pahlsson (basso), Chris Laney (chitarre, tastiere) e Kara Killen (cori), più il sostegno discografico della nostrana Frontiers Records.

La concludione a Zinny Zan che in una recente intervista ha ben inquadrato l'album:"direi che è un album hard rock dal suono moderno, capace di passare da anthem veloci a passaggi più ruvidi e blues, attraversando tutto ciò che sta nel mezzo. È un po’ come la vita: un insieme di tante sfumature, tutte distillate nel mix Zan/Cody".

A questo punto vista il buon risultato, ci si può aspettare un seguito almeno a questi livelli. Per ora il mio disco hard rock’n’roll dell'anno.




lunedì 17 agosto 2026

RECENSIONE: SAVATAGE (Madness Reigns From The Gutter 1990)

 

SAVATAGE  Madness Reigns From The Gutter 1990 (e-a-r Music/EDEL, 2026)




apice live

Il loro concerto all'Alcatraz dell'anno scorso è stato il mio evento live del 2025 (il ritorno in Italia dopo 24 anni), i due concerti italiani di questa estate in due posti da favola come il Castello Carrarese di Este (Pd) e L'Anfiteatro Degli Scavi di Pompei (Na) (il secondo con tanto di orchestra) sono sicuro rimarranno impressi nel memoria di tutti i fortunati che hanno potuto esserci. Questo doppio album uscito in questi mesi è invece un'altra (bellissima) storia e cattura la band in un momento cruciale della carriera. Un live registrato nel 1990 durante il tour di Gutter Ballet (1989), album chiave della loro discografia che insieme a Hall Of The Mountain King (1987) sancì l'arrivo alla loro prima parte di carriera e il passaggio alla seconda, ma ancora con un importante colpo di coda da piazzare . L' Heavy Metal grezzo e oscuro dei primi dischi si arricchisce sempre più di elementi sinfonici. In queste diciannove tracce ci sono tutti gli anni ottanta di una delle più grandi metal band americane di sempre, in procinto di registrare l'ambizioso e epico Streets (1991), concept album che di fatto fa da vera chiusura alla prima incarnazione della band. Ecco il colpo di coda da veri maestri. Questo live, invece, è a dir poco monumentale. Non c'è traccia sottotono, tutto suona incredibilmente potente: le atmosfere heavy e sinistre di City Beneath The Surface, Dungeons Are Calling, Holocaust e Sirens, lo speed metal di White Witch, il groove compatto di Of Rage And War e 24 Hrs Ago, l'apertura al piano di Mentally Yours, la feroce Legions, la pacatezza melodica di Strange Wings, il power metal made in USA di She's In Love e Power Of The Night, l'epicità senza tempo di Hall Of The Mountain King e Gutter Ballett, lo struggente crescendo di When The Crowds Are Gone. Nulla è fuori posto. Tutto suona dannatamente compatto.

Jon Oliva è ancora il frontman che da lì a pochi anni non sarà più, voce potente e presenza scenica importante, ricami alle tastiere, suo fratello Criss Oliva dimostra di essere uno dei più grandi chitarristi metal di sempre e se l'incidente non se lo fosse portato via a soli trent'anni nel 1993 chissà cos'altro sarebbe riuscito a tirar fuori, ad aiutarlo Chris Caffery alla seconda chitarra e la sezione ritmica con Johnny Lee Middleton al basso e ancora Steve Wacholz alla batteria.

"Credo che questo album sia un must per ogni vero fan dei Savatage. Abbiamo remixato e rimasterizzato l'intero concerto. Devo dire che suona in modo incredibile. Penso sia il miglior concerto dal vivo che abbiamo mai fatto. L'esibizione di Criss è stata sbalorditiva. Anzi, quella sera tutta la band era inarrestabile" ha raccontato recentemente Jon Oliva.

Registrato e prodotto all'epoca da Paul O'Neill (il sesto Savatage, da sempre dietro le quinte fino alla morte), questo live se fosse uscito nei tempi giusti, nel 1990 come era programmato, sarebbe certamente entrato di diritto tra i grandi live album del rock. L'uscita trentasei anni dopo fa perdere un po' di magia senza intaccare tutto il resto. "Play Loud" come si dice.

 Intanto, a proposito di magia, le voci di un nuovo album in studio ormai alle porte, venticinque anni dopo l'ultimo Poets And Madmen, fanno ben sperare. La parola fine nel magico libro dei Savatage pare ancora rimandata di qualche pagina.




domenica 9 agosto 2026

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #91: FRANCESCO GUCCINI (Opera Buffa- Album Concerto, Nomadi - Guccini)

FRANCESCO GUCCINI - Opera Buffa (1973)



stelle, grilli, lucciole, l'estate sta finendo e Guccini

Primi anni ottanta. C’erano delle sedie di legno messe a cerchio in mezzo al grande cortile, alcune recuperate dalla vecchia stalla, c’erano i cocomeri freschi che galleggiavano fin dal primo mattino nella  fontana  dove l’acqua sgorgava giorno e notte senza sosta, sapeva di zolfo e il fondo era colorato di verde dal muschio, c’erano i grilli e pure le lucciole (oggi rare) che giravano indisturbati tra le vigne facendo luce e componendo sinfonie famigliari.

C’erano i cani in mezzo a noi, riposavano dopo una dura giornata di sole e corse inseguendo  trattori e libellule nei campi ordinati dai filari delle viti. C’erano le stelle. Tante. Sempre. Si presentava così una classica serata estiva nel grande casolare immerso nella campagna friulana. Sopra a quelle sedie c’eravamo noi: cugini, zii, nonni, amici. Quando non bastava il cocomero dalla lunga tavolata dove si era consumata la cena si recuperavano grappe liquori e ammazzacaffè di ogni sorta.

Ad un certo punto della serata, saltava spesso fuori un registratore accompagnato da una manciata di cassette. Quella sera ascoltammo Opera Buffa di Francesco Guccini. Tutti zitti! Perché quel disco era da ascoltare con attenzione e mostrava  l’altra faccia di Guccini , quella satirica, umoristica e pungente, da vecchio giullare d’osteria, da cabarettista d'antan, registrato metà al Folkstudio di Roma e metà all'Osteria Delle Dame a Bologna con aggiunta di alcuni strumenti in studio di registrazione. 

Già l'osteria:"sostanzialmente era un luogo di divertimento e rumorosa convivenza che spesso andava dalle nove di sera alle prime ore del mattino" ricorda Guccini.

Forse il disco meno adatto (anche non troppo amato da Guccini stesso si scoprirà) da dare in pasto a  dei bambini, ma tutti gli adulti ridevano e noi andavamo dietro: ascoltando i racconti su personaggi da balera come 'Il Bello', o sulle giovani donne arriviste dell'epoca ('Fantoni Cesira'), sulla creazione del mondo  in ‘La Genesi’, sulla mamma così amata dagli italiani ('Di Mamme Ce N'è Una Sola'), sui doppi sensi sul sesso  che componevano ‘Talkin’ Sul Sesso’. Le sconcerie in dialetto bolognese nella ‘Fiera Di  San Lazzaro’ con il giovinetto, i piccioni, la giovinetta e il terzo incomodo: la vecchiaccia. Un pezzo di memoria. Il mio disco da aperta campagna e delle valige da preparare per il ritorno a casa dopo quasi un mese di ferie. In Piemonte a fine Agosto sembrava già arrivato l'autunno dopo il primo temporale. 




FRANCESCO GUCCINI & I NOMADI  Album Concerto (1979)



buon viaggio

Dischi da viaggio. I 35 minuti di questo live, registrato tra Modena e il buen retiro di Guccini a Pavana, possono sembrare pochi per un lungo viaggio in macchina nella notte. Di quelli che ti facevano attraversare l'intero nord Italia sulla tratta A4. Eppure a più  di quarant' anni dalla sua uscita rimane uno dei miei dischi preferiti per i lunghi spostamenti su quattro ruote, da autista preferibilmente, ma anche da passeggero seduto di fianco, quello sempre pronto con il suo "stai tranquillo ti tengo sveglio io" e il finale scontato che già sapete.

I motivi stanno tutti agli estremi del disco.

Lato A, traccia 1. In quella consueta apertura che ho sempre associato a quei vecchi magneti con foto, a volte veramente inquietanti, appiccicati ai cruscotti nelle vecchie 127 degli zii di città. 'Canzone Per Un'Amica' ha sempre fatto le veci di quelle frasi scritte in corsivo, tipo "vai piano, ricordati di noi" (seguite da foto varie: mogli, figli, nonni, animali di casa) o di quei quadri ex voto presenti nel lungo corridoio presente al Santuario d'Oropa, qui dalle mie parti. Amo questa canzone meno quelle calamite e quei quadri. Il messaggio è chiaro: modera la velocità o farai una brutta fine.

Lato B. Traccia 4. L'altro è racchiuso  nei sei minuti finali di 'Statale 17', compresa l'epica introduzione di Guccini: “allora per esempio c'erano dei libri che si chiamavano 'Sulla Strada'di Kerouac che erano bellissimi e tutti a fare l'autostop. Era molto bello letto in italiano ma con i nomi americani. Dice: quella sera partimmo John, Dean ed io sulla vecchia Pontiac del '55 del babbo di Dean e facemmo tutta una tirata da Omaha a Tucson. E poi lo traduci in italiano. In italiano dici: quella sera partimmo sulla vecchia 1100 del babbo di Giuseppe e facemmo tutta una tirata da Piumazzo a Sant'Annapelago. Non è la stessa cosa. Gli americani ci fregano con la lingua".

Un blues dylaniano che potrebbe non finire più e che unisce idealmente l'America con l'autostrada del sole. Esattamente lì in mezzo fra la via Emilia e il West, dove il sole cade a picco e il lungo nastro di catrame sembra andare oltre questi 35 minuti... verso un viaggio senza fine da affrontare durante tutta l'esistenza. Un disco nato sulla scia del successo del live di Fabrizio De André e Pfm che uscì solo pochi mesi prima. Ecco...un altro buon motivo per rimanere al volante con un disco nell'autoradio.