FRANCESCO GUCCINI - Opera Buffa (1973)
stelle, grilli, lucciole, l'estate sta finendo e Guccini
Primi anni ottanta. C’erano delle sedie di legno messe a cerchio in mezzo al grande cortile, alcune recuperate dalla vecchia stalla, c’erano i cocomeri freschi che galleggiavano fin dal primo mattino nella fontana dove l’acqua sgorgava giorno e notte senza sosta, sapeva di zolfo e il fondo era colorato di verde dal muschio, c’erano i grilli e pure le lucciole (oggi rare) che giravano indisturbati tra le vigne facendo luce e componendo sinfonie famigliari.
C’erano i cani in mezzo a noi, riposavano dopo una dura giornata di sole e corse inseguendo trattori e libellule nei campi ordinati dai filari delle viti. C’erano le stelle. Tante. Sempre. Si presentava così una classica serata estiva nel grande casolare immerso nella campagna friulana. Sopra a quelle sedie c’eravamo noi: cugini, zii, nonni, amici. Quando non bastava il cocomero dalla lunga tavolata dove si era consumata la cena si recuperavano grappe liquori e ammazzacaffè di ogni sorta.
Ad un certo punto della serata, saltava spesso fuori un registratore accompagnato da una manciata di cassette. Quella sera ascoltammo Opera Buffa di Francesco Guccini. Tutti zitti! Perché quel disco era da ascoltare con attenzione e mostrava l’altra faccia di Guccini , quella satirica, umoristica e pungente, da vecchio giullare d’osteria, da cabarettista d'antan, registrato metà al Folkstudio di Roma e metà all'Osteria Delle Dame a Bologna con aggiunta di alcuni strumenti in studio di registrazione.
Già l'osteria:"sostanzialmente era un luogo di divertimento e rumorosa convivenza che spesso andava dalle nove di sera alle prime ore del mattino" ricorda Guccini.
Forse il disco meno adatto (anche non troppo amato da Guccini stesso si scoprirà) da dare in pasto a dei bambini, ma tutti gli adulti ridevano e noi andavamo dietro: ascoltando i racconti su personaggi da balera come 'Il Bello', o sulle giovani donne arriviste dell'epoca ('Fantoni Cesira'), sulla creazione del mondo in ‘La Genesi’, sulla mamma così amata dagli italiani ('Di Mamme Ce N'è Una Sola'), sui doppi sensi sul sesso che componevano ‘Talkin’ Sul Sesso’. Le sconcerie in dialetto bolognese nella ‘Fiera Di San Lazzaro’ con il giovinetto, i piccioni, la giovinetta e il terzo incomodo: la vecchiaccia. Un pezzo di memoria. Il mio disco da aperta campagna e delle valige da preparare per il ritorno a casa dopo quasi un mese di ferie. In Piemonte a fine Agosto sembrava già arrivato l'autunno dopo il primo temporale.
FRANCESCO GUCCINI & I NOMADI Album Concerto (1979)
buon viaggio
Dischi da viaggio. I 35 minuti di questo live, registrato tra Modena e il buen retiro di Guccini a Pavana, possono sembrare pochi per un lungo viaggio in macchina nella notte. Di quelli che ti facevano attraversare l'intero nord Italia sulla tratta A4. Eppure a più di quarant' anni dalla sua uscita rimane uno dei miei dischi preferiti per i lunghi spostamenti su quattro ruote, da autista preferibilmente, ma anche da passeggero seduto di fianco, quello sempre pronto con il suo "stai tranquillo ti tengo sveglio io" e il finale scontato che già sapete.
I motivi stanno tutti agli estremi del disco.
Lato A, traccia 1. In quella consueta apertura che ho sempre associato a quei vecchi magneti con foto, a volte veramente inquietanti, appiccicati ai cruscotti nelle vecchie 127 degli zii di città. 'Canzone Per Un'Amica' ha sempre fatto le veci di quelle frasi scritte in corsivo, tipo "vai piano, ricordati di noi" (seguite da foto varie: mogli, figli, nonni, animali di casa) o di quei quadri ex voto presenti nel lungo corridoio presente al Santuario d'Oropa, qui dalle mie parti. Amo questa canzone meno quelle calamite e quei quadri. Il messaggio è chiaro: modera la velocità o farai una brutta fine.
Lato B. Traccia 4. L'altro è racchiuso nei sei minuti finali di 'Statale 17', compresa l'epica introduzione di Guccini: “allora per esempio c'erano dei libri che si chiamavano 'Sulla Strada'di Kerouac che erano bellissimi e tutti a fare l'autostop. Era molto bello letto in italiano ma con i nomi americani. Dice: quella sera partimmo John, Dean ed io sulla vecchia Pontiac del '55 del babbo di Dean e facemmo tutta una tirata da Omaha a Tucson. E poi lo traduci in italiano. In italiano dici: quella sera partimmo sulla vecchia 1100 del babbo di Giuseppe e facemmo tutta una tirata da Piumazzo a Sant'Annapelago. Non è la stessa cosa. Gli americani ci fregano con la lingua".
Un blues dylaniano che potrebbe non finire più e che unisce idealmente l'America con l'autostrada del sole. Esattamente lì in mezzo fra la via Emilia e il West, dove il sole cade a picco e il lungo nastro di catrame sembra andare oltre questi 35 minuti... verso un viaggio senza fine da affrontare durante tutta l'esistenza. Un disco nato sulla scia del successo del live di Fabrizio De André e Pfm che uscì solo pochi mesi prima. Ecco...un altro buon motivo per rimanere al volante con un disco nell'autoradio.




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