sabato 3 ottobre 2026

RECENSIONE: EUROPE (Come This Madness)

 

EUROPE  Come This Madness (Silver Lining Music, 2026)




guardare avanti


Prima facciamo due calcoli: da quando si sono riformati nel 2004, ventidue anni fa, hanno registrato sette dischi. Nei primi tredici anni di carriera (dal 1979 al 1992) hanno inciso cinque album.

Se però ci mettessimo sul marciapiede più frequentato di una qualsiasi città italiana per fare una semplice domanda ai passanti, sono sicuro che il novanta per cento di loro risponderebbe:" chi quelli di The Final Countdown? Ma sono ancora vivi?". Naturalmente la domanda  sarebbe stata:"hai ascoltato l'ultimo disco degli Europe?". Male molto male, perché con Come This Madness, uscito nove anni dopo Walk The Earth (2017) siamo di fronte a uno dei migliori album di uno di quei rari gruppi che sembrano migliorare con il tempo o meglio non sembrano vivacchiare solo tra i fasti del passato. Anche se quest'anno nei palchi di tutto il mondo verranno festeggiati i quarant'anni proprio di The Final Countdown: la data all' Alcatraz di Milano ha raggiunto il sold out in questi giorni. A proposito, Joey Tempest dice:"Questa canzone fa parte del mondo da decenni e sta raggiungendo nuove generazioni, ed è meraviglioso. Ma non ci dà fastidio perché amiamo ancora suonarla dal vivo. Sentiamo ancora quell'energia e riusciamo a trasmetterla, che sia a un festival per famiglie o a un festival metal: la gente si raduna intorno, sentiamo quell'energia... amiamo suonarla dal vivo. Quindi questa canzone rimane importante per noi."

Come This Madnes sembMira fare da punto di raccolta di tutte le anime della band svedese: ci sono le tastiere di Mic Michaeli che richiamano il periodo di Out Of This World con non rare incursioni orchestrali come nell'apertura 'One On One' e 'In The Absence Of Grace', la chitarra di John Norum è quella solida e dai riff pesanti della seconda parte di carriera anche se non mancano assoli che riportano ai primissimi due album Europe (1983) e Wing Of Tomorrow (1984), Joey Tempest in barba agli anni che passano si conferma uno dei migliori vocalist hard rock della sua generazione, spesso dimenticato, sembra che il tempo non abbia intaccato la sua ugola  e la sezione ritmica formata da John Leven (è suo il basso a dare la partenza al disco) e Ian Haugland (batteria) è sempre una garanzia e motore instancabile.

Certo, guardano al passato con i gruppi che da sempre, fin da inizio carriera, sono stati i fari ad illuminare la strada (Rainbow, Deep Purple, Ufo, Thin Lizzy) ma che ora vengono in superficie con più facilità ma mantengono i piedi ancorati nel presente con suoni moderni e testi attuali e pure politici come 'The Cult Of Ignorance' ispirato da una frase di  Isaac Asimov, 'The Absence Of Grace'  è un dichiarato attacco ai clown che muovono i fili del mondo prendendo spunto da un vecchio proverbio turco che recita "quando un pagliaccio si trasferisce in un castello, non diventa re. Piuttosto, il castello diventa un circo" e 'Come This Madrnss' che Tempest non nasconde ispirata da Bob Dylan.

"Non siamo una band politica, ma a volte, quando scrivo, lo faccio con il telegiornale acceso: mi piace avere un po' di rumore di sottofondo mentre scrivo e raccolgo idee, e ovviamente gli eventi attuali trovano spazio nei testi". È sempre Tempest a parlare.

Lasciate da parte le atmosfere pesanti e cupe degli ultimi due dischi War Of Kings (2015) e Walk The Earth (2017), Come This Madness è un album vario, e fresco, che sa passare dall'hard rock dai chorus impeccabili di 'The Cult Of Ignorance' ai tanti cambi di atmosfera della title track con il suo messaggio di speranza, alla malinconica ballata in crescendo guidata dal pianoforte 'This Time Of Year', alla più bluesy 'In A Different World'. 

La scattante e galoppante 'Scandinavian Eyes' con la sua  intro sinfonica e gli ospiti Mikael Åkerfeldt (Opeth) e Tobias Forge (Ghost) è certamente tra i punti più alti di un disco che comunque non ha punti deboli, 'Takin' It Back' è puro hard anni settanta che sembra guardare ai Thin Lizzy, In The Absence Of Grace' è un breve intermezzo pianoforte, orchestra e con il cantato di Tempest in bella evidenza  che introduce 'The Angels Must Have Flown' con il riff di chitarra più pesante del disco.

The Devil's Back è altro hard rock abbastanza massiccio che fa da preludio alla finale 'Nothing Can Follow This', un bel riassunto del disco e di cosa sono gli Europe oggi: instancabili professionisti del rock (produzione cristallina di Tom Dalgety e Mike Fraser e artwork uscito dagli Storm Studios che rivorda da vicino Blackout degli Scorpions) che non hanno perso la voglia di comporre musica dove chitarre pesanti e melodia si incontrano nel mezzo di un equlibrio che spesso rasenta la perfezione. Non stanno più rincorrendo il successo ma stanno cavalcando la libertà espressiva con coerenza (rimanere se stessi anche nei cambiamenti)  e pochi gruppi con cinquant'anni di carriera riescono a farlo ancora così bene. Forse sarebbe ora di riconoscere alla band svedese tutti i meriti acquisiti sul campo.