BOB MOULD Sunshine Rock (Merge, 2019)
Inquietudini stese al sole
Un disco che emana positività e calore da subito. Basta scorgere velocemente i titoli di alcune canzoni: il sole è spesso presente e splendente a rappresentare una sorta di energia interna, medicina contro le eterne inquietudini che si trascina dietro da una vita. Pure la copertina, così spartana, ci parla di semplicità. Bob Mould sceglie il pensare positivo per tirare avanti, per dimenticare un passato personale non esaltante (mettiamoci anche la recente morte di Grant Hart, vecchio compagno d'avventure), non quello musicale certamente (Hüsker Dü e Sugar sono sempre lì dietro la tenda parasole), sceglie pure di trasferirsi a Berlino. L'aria nuova fa bene allo spirito. Tira fuori l'anima e la mette a stendere al sole.
Nonostante questo Bob Mould non molla il colpo e continua a macinare il suo rock indomito, urgente ed emozionale insieme a Jason Narducy (basso) e Jon Wurster(batteria), iperenergetico, senza compromessi ma sempre ricco di buone melodie (‘Lost Faith' riesuma la new wave) , lanciando ipotetiche sfide alle nuove generazioni, quasi sempre vinte, dall’alto del suo stato di icona vivente, abiti che indossa sempre senza un minimo di vanità che potrebbe anche permettersi volendo: chitarre davanti a tutto e giù indomito ('Sunshine Rock',‘Sin King’, ‘Thirty Dozen Roses’). Così anche quei rari episodi dove si tira il fiato diventano piacevoli cameo da gustare con grande piacere: le tastiere e gli archi di ’The Final Years e ‘Western Sunset ’, i vividi ricordi d'infanzia messi al sole in ‘Camp Sunshine’, solo voce e chitarra,
e una ‘Send Me A Postcard’ vecchia cover della band olandese Shocking Blue che vince da subito, fin dalla scelta.
Nessuna grande novità sostanziale: Bob Mould fa bene le cose che sa fare bene. Da una vita. E si tira avanti, giorno dopo giorno, cogliendo l'attimo, come ci suggerisce di fare in questi 37 minuti di puro concentrato rock.
martedì 19 febbraio 2019
sabato 16 febbraio 2019
RECENSIONE: RYAN BINGHAM (American Love Song)
RYAN BINGHAM American Love Song (AB Records, 2019)
tra privato e politico
Vorrebbe scrivere canzoni mettendo al centro delle attenzioni gli altri ma alla fine ci ritrova sempre se stesso. Così anche American Love Song finisce per diventare una sorta di autobiografia in musica della sua vita: l'approdo definitivo dopo anni spesi a cercare la sua vera identità. La sua terapia, la sua valvola di sfogo, perché altro di meglio su cui appoggiarsi non ha se non la musica stessa. “Penso che tutti abbiano contribuito a formare quello che sono ora. Scrivere veramente canzoni richiede empatia. Devi cercare di metterti nei panni degli altri. " Ryan Bingham ci è riuscito molto bene fin dal suo esordio Mescalito, passando per un premio Oscar, e altri quattro album fino all’ultimo Fear And Saturday Night uscito quattro anni fa. Ecco che la sua dura infanzia è sempre lì dietro l’angolo a premere per un posto in prima fila e la ritrova in parte in una ballata folk come ‘Wolves’, che parla di bullismo nelle scuole, di armi che hanno vie troppo facili anche per serpeggiare indisturbate tra i banchi di scuola, una voce data a quei studenti che si stanno battendo perché ciò non avvenga più. Mai più. La morte prematura dei genitori, il padre suicida, la madre alcolizzata che ritroveremo insieme ad altre donne (Janis Joplin in prima fila) nella finale ‘Blues Lady’ un country guidato da una bella chitarra dedicato alle donne forti ma piene di debolezze, una gioventù senza un punto di riferimento geografico fisso, sempre in movimento tra il New Mexico, il Texas e la California. Così anche quando canta del dilagante razzismo, di un presidente che vende menzogne, riferendosi chiaramente a Donald Trump e di proiettili vestiti di sangue nell’apparente quiete del quasi valzer ‘Situation Station’ e ‘America’ dove si chiede anche dov’è finito il sogno da sempre promesso, lui è sempre dietro l’angolo, spettatore, a volte protagonista, di esperienze raccolte in anni passati a contatto con persone di tutti i tipi durante i tanti rodei che ha portato a termine in gioventù. American Love Songs, il suo sesto album a nove anni dal premio Oscar vinto con The Weary Kind, è sostanzialmente un album dall’impalcatura blues, prodotto da Charlie Sexton, chitarra fedele di Bob Dylan, che spazia in continuazione dal personale ai forti accenni politici come lui stesso ha raccontato durante un’intervista al Texas Monthly: “è una responsabilità” dice, spiegando perché il disco vira spesso nella denuncia sociale. “I miei figli devono sapere”.
Ma se con il blues parte il disco, l’iniziale ‘Jingle And Go’, quasi festosa, trainata da un piano honky tonk e dai cori gospel si avventura on the road tra i suoi inizi musicali continua con ‘Hot House’, il giro canonico della scura ‘Got Damn Blues’ con il suo crescendo soul, nella notturna ‘Blue’, la dylaniana ‘What Would I’ve Become’, durante l’ascolto delle 15 tracce (forse troppi 66 minuti?) incontriamo anche il vecchio Bingham nel folk acustico e leggero di ‘Beautiful And Kind’, nelle atmosfere quasi west coast di ‘Lover Girl’, nel country di ‘Time For My Mind’ con l’armonica che guida, nella tesa ballata con archi ‘Stones’, e nei numeri più accesi ed elettrici come lo sbuffante rock boogie di ‘Pontiac’ che insegue il violino e ‘Nothing Holds Me Down’. Un disco diverso da quanto fatto fino ad ora, a conferma di un talento genuino che non ha paura di mettersi ancora in gioco ma soprattutto di porre serie domande a se stesso alla sua grande America. E se tutto questo non bastasse, c’è sempre la sua voce a portare a casa la partita.
RECENSIONE: RYAN BINGHAM -Fear And Saturday Night (2015)
RECENSIONE: RYAN BINGHAM-Tomorrowland (2012)
RECENSIONE: RYAN BINGHAM & the DEAD HORSES Live@Sarnico(BG), 19 Giugno 2011
tra privato e politico
Vorrebbe scrivere canzoni mettendo al centro delle attenzioni gli altri ma alla fine ci ritrova sempre se stesso. Così anche American Love Song finisce per diventare una sorta di autobiografia in musica della sua vita: l'approdo definitivo dopo anni spesi a cercare la sua vera identità. La sua terapia, la sua valvola di sfogo, perché altro di meglio su cui appoggiarsi non ha se non la musica stessa. “Penso che tutti abbiano contribuito a formare quello che sono ora. Scrivere veramente canzoni richiede empatia. Devi cercare di metterti nei panni degli altri. " Ryan Bingham ci è riuscito molto bene fin dal suo esordio Mescalito, passando per un premio Oscar, e altri quattro album fino all’ultimo Fear And Saturday Night uscito quattro anni fa. Ecco che la sua dura infanzia è sempre lì dietro l’angolo a premere per un posto in prima fila e la ritrova in parte in una ballata folk come ‘Wolves’, che parla di bullismo nelle scuole, di armi che hanno vie troppo facili anche per serpeggiare indisturbate tra i banchi di scuola, una voce data a quei studenti che si stanno battendo perché ciò non avvenga più. Mai più. La morte prematura dei genitori, il padre suicida, la madre alcolizzata che ritroveremo insieme ad altre donne (Janis Joplin in prima fila) nella finale ‘Blues Lady’ un country guidato da una bella chitarra dedicato alle donne forti ma piene di debolezze, una gioventù senza un punto di riferimento geografico fisso, sempre in movimento tra il New Mexico, il Texas e la California. Così anche quando canta del dilagante razzismo, di un presidente che vende menzogne, riferendosi chiaramente a Donald Trump e di proiettili vestiti di sangue nell’apparente quiete del quasi valzer ‘Situation Station’ e ‘America’ dove si chiede anche dov’è finito il sogno da sempre promesso, lui è sempre dietro l’angolo, spettatore, a volte protagonista, di esperienze raccolte in anni passati a contatto con persone di tutti i tipi durante i tanti rodei che ha portato a termine in gioventù. American Love Songs, il suo sesto album a nove anni dal premio Oscar vinto con The Weary Kind, è sostanzialmente un album dall’impalcatura blues, prodotto da Charlie Sexton, chitarra fedele di Bob Dylan, che spazia in continuazione dal personale ai forti accenni politici come lui stesso ha raccontato durante un’intervista al Texas Monthly: “è una responsabilità” dice, spiegando perché il disco vira spesso nella denuncia sociale. “I miei figli devono sapere”.
Ma se con il blues parte il disco, l’iniziale ‘Jingle And Go’, quasi festosa, trainata da un piano honky tonk e dai cori gospel si avventura on the road tra i suoi inizi musicali continua con ‘Hot House’, il giro canonico della scura ‘Got Damn Blues’ con il suo crescendo soul, nella notturna ‘Blue’, la dylaniana ‘What Would I’ve Become’, durante l’ascolto delle 15 tracce (forse troppi 66 minuti?) incontriamo anche il vecchio Bingham nel folk acustico e leggero di ‘Beautiful And Kind’, nelle atmosfere quasi west coast di ‘Lover Girl’, nel country di ‘Time For My Mind’ con l’armonica che guida, nella tesa ballata con archi ‘Stones’, e nei numeri più accesi ed elettrici come lo sbuffante rock boogie di ‘Pontiac’ che insegue il violino e ‘Nothing Holds Me Down’. Un disco diverso da quanto fatto fino ad ora, a conferma di un talento genuino che non ha paura di mettersi ancora in gioco ma soprattutto di porre serie domande a se stesso alla sua grande America. E se tutto questo non bastasse, c’è sempre la sua voce a portare a casa la partita.
RECENSIONE: RYAN BINGHAM -Fear And Saturday Night (2015)
RECENSIONE: RYAN BINGHAM-Tomorrowland (2012)
RECENSIONE: RYAN BINGHAM & the DEAD HORSES Live@Sarnico(BG), 19 Giugno 2011
giovedì 14 febbraio 2019
RECENSIONE: ANTHONY MILLS (Blue Collar Work Ethic)
ANTHONY MILLS -Blue Collar Work Ethic (2019)
blues dal profondo
Non è mai troppo tardi per riscoprire le proprie radici. È quello che deve aver pensato Anthony Mills quando ha messo da parte il suo passato nella musica hip hop (anche come produttore) per buttarsi a capofitto nel rural blues, spinto dal produttore David Belafonte, figlio di Harry, che deve avergli detto qualcosa tipo: “con una voce così puoi fare e osare quello che vuoi”. E così questo ragazzone nero, ormai quarantasettenne di casa in Svezia, dal gran talento vocale ha messo giù dodici canzoni che scavano nel passato della propria famiglia che dall’agricoltura nei campi del profondo sud degli States, Lake Charles in Louisiana, si trasferì ad Akron in Ohio, la “rubber city” dove nacque, poi a Flint e Detroit nel Michigan in cerca di lavori sicuri nelle grandi industrie. Ne esce così un mix incredibile di storie con al centro operai di fabbrica e agricoltori di piantagioni, tradizioni voodoo e gospel ereditate dalle due nonne, una creola l’altra cristiana, cantate con una voce incredibilmente soul e profonda, musicate su una scarna costruzione strumentale che pur mantenendo una scarpa nella melodia pop, con l’altra scalcia la terra del blues (‘Trouble’, ‘Lousiana’), del calypso e del country ('Me And The Bottle', 'Stetson’) appoggiandosi solamente su chitarre acustiche, slide e percussioni (cajon) dal battito etnico e tribale (‘Blue Collar Work Ethic’). Interessante.
blues dal profondo
Non è mai troppo tardi per riscoprire le proprie radici. È quello che deve aver pensato Anthony Mills quando ha messo da parte il suo passato nella musica hip hop (anche come produttore) per buttarsi a capofitto nel rural blues, spinto dal produttore David Belafonte, figlio di Harry, che deve avergli detto qualcosa tipo: “con una voce così puoi fare e osare quello che vuoi”. E così questo ragazzone nero, ormai quarantasettenne di casa in Svezia, dal gran talento vocale ha messo giù dodici canzoni che scavano nel passato della propria famiglia che dall’agricoltura nei campi del profondo sud degli States, Lake Charles in Louisiana, si trasferì ad Akron in Ohio, la “rubber city” dove nacque, poi a Flint e Detroit nel Michigan in cerca di lavori sicuri nelle grandi industrie. Ne esce così un mix incredibile di storie con al centro operai di fabbrica e agricoltori di piantagioni, tradizioni voodoo e gospel ereditate dalle due nonne, una creola l’altra cristiana, cantate con una voce incredibilmente soul e profonda, musicate su una scarna costruzione strumentale che pur mantenendo una scarpa nella melodia pop, con l’altra scalcia la terra del blues (‘Trouble’, ‘Lousiana’), del calypso e del country ('Me And The Bottle', 'Stetson’) appoggiandosi solamente su chitarre acustiche, slide e percussioni (cajon) dal battito etnico e tribale (‘Blue Collar Work Ethic’). Interessante.
martedì 12 febbraio 2019
RECENSIONE: MICHAEL CHAPMAN (True North)
MICHAEL CHAPMAN True North (Paradise of Bachelors, 2019)
RECENSIONE: STEVE GUNN-The Unseen In Between (2019)
il magnetico trascorrere del tempo
“Se solo il tempo fosse dalla mia parte” canta MICHAEL CHAPMAN nel nuovo album TRUE NORTH che esce a due anni di distanza da 50 con una copertina che presenta un vecchio scatto in bianco e nero catturato tra la folla molti anni fa dallo stesso Chapman nel suo freddo Yorkshire e una foto sul retro a contrastare, a fermare l'esatto contrario, la solitudine, il silenzio, il freddo.
Sembra una impietosa dichiarazione sulla vita che sfugge via, imprendibile. Tutto il disco ruota lì intorno.
Gli anni quest'anno sono 78. Eppure in questi ultimi 36 mesi il chitarrista britannico si è ripreso in mano una carriera lunghissima costruita su una serie infinita di dischi partita dal lontano Rainmaker (1969) nel momento d'oro del folk britannico, rimettendosi in gioco ancora una volta splendidamente e guadagnando nuovamente le prime pagine come negli anni settanta. In verità lui non mai mollato il colpo e la critica è sempre stata dalla sua parte.
C’è ancora Steve Gunn, l’uomo del momento, a produrre e suonare la chitarra e la batteria (se ancora vi è sfuggito ascoltate il suo nuovo The Unseen In Between) ma ci sono anche la pedal steel del vecchio BJ Cole a disegnare i consueti spazi infiniti, Sarah Smout a creare grevi atmosfere con il violoncello e Bridget St. John a venire in soccorso aggiungendo la sua voce morbida che contrasta con quella ruvida, a volte stanca, di Chapman. Un’idea di band un po’ particolare che il musicista spiega così in una intervista sulla rete: ”l'intera idea dell'album era di farlo senza una sezione ritmica, senza bassi e batteria. Il grosso errore che avremmo potuto fare è provare ad essere una band rock & roll, che non siamo ".
Pochi ingredienti amalgamati benissimo insieme. Undici canzoni che raschiano l’osso: nuove (‘Bluesman’) e vecchie, più un paio di magnetici strumentali (‘Caddo Lake’, ‘Eleuthera’). Tutte però si perdono nella profonda intimità. Se 50 era il suo disco del sogno americano, rincorso da una vita, e che regalava qualche scatto più marcato, True North, registrato in Galles viaggia in più direzioni geografiche in mezzo a territori cangianti tra il Texas e le moorland britanniche, mantenendo però sempre un passo lento, cupo e magnetico costruito su magnifici giochi di chitarre. Escludendo la finale ‘Bon Ton Roolay’ che alza di una tacca il ritmo.
Personale e introspettivo all’inverosimile, True North da voce alle occasioni mancate e cerca disperatamente un altro futuro perché come canta in ‘Youth Is Wasted On The Young’: “c'erano così tanti futuri e ora non ce ne sono più ". Di una cosa però siamo sicuri: Chapman sta vivendo alla grande il suo presente di quasi ottantenne.
Mentre mezza Italia ha lo sguardo e le orecchie rivolti sulla chiassosa città della riviera ligure, è uscito questo piccolo gioiello di introspezione in musica. Il baccano e il silenzio. Basta scegliere.
“Se solo il tempo fosse dalla mia parte” canta MICHAEL CHAPMAN nel nuovo album TRUE NORTH che esce a due anni di distanza da 50 con una copertina che presenta un vecchio scatto in bianco e nero catturato tra la folla molti anni fa dallo stesso Chapman nel suo freddo Yorkshire e una foto sul retro a contrastare, a fermare l'esatto contrario, la solitudine, il silenzio, il freddo.
Sembra una impietosa dichiarazione sulla vita che sfugge via, imprendibile. Tutto il disco ruota lì intorno.
Gli anni quest'anno sono 78. Eppure in questi ultimi 36 mesi il chitarrista britannico si è ripreso in mano una carriera lunghissima costruita su una serie infinita di dischi partita dal lontano Rainmaker (1969) nel momento d'oro del folk britannico, rimettendosi in gioco ancora una volta splendidamente e guadagnando nuovamente le prime pagine come negli anni settanta. In verità lui non mai mollato il colpo e la critica è sempre stata dalla sua parte.
C’è ancora Steve Gunn, l’uomo del momento, a produrre e suonare la chitarra e la batteria (se ancora vi è sfuggito ascoltate il suo nuovo The Unseen In Between) ma ci sono anche la pedal steel del vecchio BJ Cole a disegnare i consueti spazi infiniti, Sarah Smout a creare grevi atmosfere con il violoncello e Bridget St. John a venire in soccorso aggiungendo la sua voce morbida che contrasta con quella ruvida, a volte stanca, di Chapman. Un’idea di band un po’ particolare che il musicista spiega così in una intervista sulla rete: ”l'intera idea dell'album era di farlo senza una sezione ritmica, senza bassi e batteria. Il grosso errore che avremmo potuto fare è provare ad essere una band rock & roll, che non siamo ".
Pochi ingredienti amalgamati benissimo insieme. Undici canzoni che raschiano l’osso: nuove (‘Bluesman’) e vecchie, più un paio di magnetici strumentali (‘Caddo Lake’, ‘Eleuthera’). Tutte però si perdono nella profonda intimità. Se 50 era il suo disco del sogno americano, rincorso da una vita, e che regalava qualche scatto più marcato, True North, registrato in Galles viaggia in più direzioni geografiche in mezzo a territori cangianti tra il Texas e le moorland britanniche, mantenendo però sempre un passo lento, cupo e magnetico costruito su magnifici giochi di chitarre. Escludendo la finale ‘Bon Ton Roolay’ che alza di una tacca il ritmo.
Personale e introspettivo all’inverosimile, True North da voce alle occasioni mancate e cerca disperatamente un altro futuro perché come canta in ‘Youth Is Wasted On The Young’: “c'erano così tanti futuri e ora non ce ne sono più ". Di una cosa però siamo sicuri: Chapman sta vivendo alla grande il suo presente di quasi ottantenne.
Mentre mezza Italia ha lo sguardo e le orecchie rivolti sulla chiassosa città della riviera ligure, è uscito questo piccolo gioiello di introspezione in musica. Il baccano e il silenzio. Basta scegliere.
RECENSIONE: STEVE GUNN-The Unseen In Between (2019)
sabato 9 febbraio 2019
RECENSIONE: STEVE RUDIVELLI (Brianza Texas Radio)
STEVE RUDIVELLI Brianza Texas Radio (2018)
musica per organi caldi
Che Steve Rudivelli fosse un personaggio lo avevo già capito vedendo alcuni suoi video su Youtube che su pornhub troverebbero posto nella categoria “amatoriale”: quelli dove è seduto nel sedile della sua auto parcheggiata chissà dove con occhiali da sole e cappello in testa, una chitarra tra le mani, l’armonica al collo e le sue storie talmente comuni da diventare letteralmente fuori dal comune. Quasi folli.
Finalmente ho in mano un suo disco. Brianza Texas Radio è la summa del suo pensiero rock: diciannove canzoni tra demo e ripescaggi dai suoi dischi passati dove il protagonista assoluto è il caro vecchio rock’n’roll elettrico nelle sue tante vesti, ma dove predilige gli abiti più sdruciti e vintage, macchiati di alcol, rossetto e chissà cos'altro.
Musica per organi caldi, che viaggia secca, spedita e grezza nel country rock come fosse uscita da John Wesley Harding di Dylan (‘Blue Jeans Girl’), da un vecchio e impolverato disco rock’n’roll anni 50 di Chuck Berry (‘Rock’n’roll Serenade’, ‘Titty Love’), dalla chitarra rockabilly di Brian Setzer o dagli anni settanta di Edoardo Bennato ('Hey Hey Rockabilly').
Gente comune, donne facili e ragazze irraggiungibili, sentimenti bollenti, vecchi cani fedeli e banconi di bar affollati nell'ora di punta, spesso vuoti di cuori e ricchi di alcol per anime perse e solitarie a tarda notte ch'è già prima mattina. Tacchi a spillo, pelle profumata, cicche appiccicose e bicchieri di gin tonic amari mandati giù in fretta dall'ultimo perdente del paese.
Le sue storie di ordinaria follia senza luogo e tempo potrebbero essere ambientate in pianura padana come nei deserti al confine messicano, tra la landa di terra paludosa che si affaccia nelle acque del Mississippi o sopra il ponte che attraversa il Molgora nella sua Brianza, all’hotel California come in quel motel ai bordi della A4 che si intravede sfrecciando con la macchina a tarda notte. Bella la melodia soffusa e notturna di 'Al Night Manila'.
Rockeggia che è un piacere tanto che alzare il volume dello stereo è un'azione quasi spontanea, poi alla fine piazza due folk acustici, chitarra e armonica, (‘Billy Frank’, ‘Jack And Mary’) che ci mostrano anche l’altra faccia (another side di Steve Rudivelli), non meno interessante, del suo repertorio. E si torna in quel parcheggio sopra al sedile dell’auto.
Rudivelli è un po' il Bukowski italiano del rock'n'roll.
musica per organi caldi
Che Steve Rudivelli fosse un personaggio lo avevo già capito vedendo alcuni suoi video su Youtube che su pornhub troverebbero posto nella categoria “amatoriale”: quelli dove è seduto nel sedile della sua auto parcheggiata chissà dove con occhiali da sole e cappello in testa, una chitarra tra le mani, l’armonica al collo e le sue storie talmente comuni da diventare letteralmente fuori dal comune. Quasi folli.
Finalmente ho in mano un suo disco. Brianza Texas Radio è la summa del suo pensiero rock: diciannove canzoni tra demo e ripescaggi dai suoi dischi passati dove il protagonista assoluto è il caro vecchio rock’n’roll elettrico nelle sue tante vesti, ma dove predilige gli abiti più sdruciti e vintage, macchiati di alcol, rossetto e chissà cos'altro.
Musica per organi caldi, che viaggia secca, spedita e grezza nel country rock come fosse uscita da John Wesley Harding di Dylan (‘Blue Jeans Girl’), da un vecchio e impolverato disco rock’n’roll anni 50 di Chuck Berry (‘Rock’n’roll Serenade’, ‘Titty Love’), dalla chitarra rockabilly di Brian Setzer o dagli anni settanta di Edoardo Bennato ('Hey Hey Rockabilly').
Gente comune, donne facili e ragazze irraggiungibili, sentimenti bollenti, vecchi cani fedeli e banconi di bar affollati nell'ora di punta, spesso vuoti di cuori e ricchi di alcol per anime perse e solitarie a tarda notte ch'è già prima mattina. Tacchi a spillo, pelle profumata, cicche appiccicose e bicchieri di gin tonic amari mandati giù in fretta dall'ultimo perdente del paese.
Le sue storie di ordinaria follia senza luogo e tempo potrebbero essere ambientate in pianura padana come nei deserti al confine messicano, tra la landa di terra paludosa che si affaccia nelle acque del Mississippi o sopra il ponte che attraversa il Molgora nella sua Brianza, all’hotel California come in quel motel ai bordi della A4 che si intravede sfrecciando con la macchina a tarda notte. Bella la melodia soffusa e notturna di 'Al Night Manila'.
Rockeggia che è un piacere tanto che alzare il volume dello stereo è un'azione quasi spontanea, poi alla fine piazza due folk acustici, chitarra e armonica, (‘Billy Frank’, ‘Jack And Mary’) che ci mostrano anche l’altra faccia (another side di Steve Rudivelli), non meno interessante, del suo repertorio. E si torna in quel parcheggio sopra al sedile dell’auto.
Rudivelli è un po' il Bukowski italiano del rock'n'roll.
martedì 5 febbraio 2019
RECENSIONE: TIJUANA HORROR CLUB (The Big Swindle)
Brescia rock city
Non capita tutti i giorni che un gruppo rock citi tra le proprie influenze principali Django Reinhardt. Ma se avete visto almeno una volta dal vivo il gruppo bresciano capirete perché: dal grande chitarrista jazz franco-sinti, i Tijuana Horror Club hanno ereditato sì lo swing, ma principalmente quella gran strafottenza e spirito di rivalsa contro le avversità della vita che li fa emergere in mezzo al mare di mediocrità. Si chiama anche personalità. Se dovessimo riempire quel bicchiere presente nella copertina del loro secondo album The Big Swindle, con gli ingredienti che compongono la loro offerta musicale probabilmente non basterebbe, ci vorrebbe almeno una bottiglia da un litro. Preferibilmente con un'etichetta che indichi l'elevato grado alcolico. Voce greve e cavernosa quella del chitarrista Joey Gaibina che spesso riporta alla mente il Tom Waits delle sperimentazioni ma pure Howlin Wolf pare entrare nella partita a voce grossa, piano rock’n’roll saettante alla Jerry Lee Lewis, o come un Elton John in loop su 'Crocodile Rock' ma anche in grado di preziosismi suonato da Alberto Ferrari (anche voce), ritmiche swing (Mario Agnelli alla batteria e Davide Rudelli al basso)
tanta carica iconoclasta ereditata da rock'n'roll (provare 'Same Ol' Story'), punk e psychobilly, la teatralità perversa, scockante e bluesy di Screaming Jay Hawkins e testi immaginifici ma totalmente ricavati dal quotidiano vivere. Non è forse una “grande truffa” questa vita? La finale ‘Tarantella Anti-Siae’ è una patchanka che potrebbe essere un inno adottato da ogni musicista indipendente (e no). Ai loro concerti si suda e si balla, davanti al loro disco è impossibile stare fermi con le gambe, fin dall'iniziale 'Canton Mombello Swing' con i suoi contagiosi fiati. Live e disco: effetto identico.
Per questo secondo album, poi, fanno le cose in grande: l'esperienza di Ronnie Amighetti che produce nei suoi studi e tanti amici che hanno lasciato il loro segno e bevuto un bicchiere. Dal grande bluesman della valcamonica Cek Franceschetti che si aggira come un diavolo tentatore lungo le canzoni lasciando la sua benedizione, la chitarra e la voce in ‘The Devil’s Blues’, a Andy MacFarlane che i più anziani ricorderanno negli Hormonauts ora nei Rock and Roll Kamikazes presente nell'alcolica
'The Devil, The Reaper & The Saloon-Keeper', a Andrea Bresciani dei concittadini Hell Spet che suona il contrabbasso in due brani. Se vi capitano a tiro, andate loro incontro senza timore e con un bicchiere in mano. Anche vuoto, a riempirlo ci penseranno loro. L'importante è fidarsi.
RECENSIONE: CEK FRANCESCHETTI-Blues Tricks (2018)
RECENSIONE: SUPERDOWNHOME-Twenty-Four Days (2018)
RECENSIONE: ANDREA VAN CLEEF-Tropic Of Nowhere (2018)
RECENSIONE: THEE JONES BONES-This Is Love (2017)
RECENSIONE: SEDDY MELLORY-Urban Cream Empire (2016)
BRESCIA ROCK
BRESCIA ROCK
domenica 3 febbraio 2019
STEVE FORBERT live@Chiari (BS), 2 Febbraio 2019
STEVE FORBERT live@Chiari (BS), 2 Febbraio 2019
“Nel disco suono la mia musica”. Fu più o meno la frase che un ventiquattrenne ma già deciso Steve Forbert disse ai signori incravattati della Epic quando nel 1978 si guadagnò un contratto discografico per il suo debutto Alive On Arrival. Era un ragazzo carico di speranze proveniente dal lontano Mississippi che a New York cercò e trovò la sua strada tra le strade del Greenwich village e le stanze del CBGB. Ieri sera mi è capitato spesso di guardare la sua faccia, e dietro agli inevitabili segni del tempo vederci ancora quella ritratta nelle copertine dei suoi primi tre dischi: la stessa espressione e due occhi che sembrano non mentire sulla determinazione ma anche sulla romantica bontà delle sue canzoni.
Fuori dal salone Marchetti di Chiari, messo a disposizione dall'associazione ADMR, diluvia, dentro Forbert snocciola la sua carriera con il mestiere del folksinger navigato dove le due anime contrastanti vengono bene in evidenza: il suo modo di suonare la chitarra acustica, così sgraziato e impetuoso tanto da mandare all'aria le corde a ogni fine canzone ( accorda la chitarra prima di ogni canzone, inganna il tempo perso con qualche battuta), i potenti battiti dello stivale sulla stomp box, il soffio deciso sull’armonica, contrastano con i quadri poetici delle canzoni, caricate di ritornelli spesso facili (che cerca di far cantare anche a noi come su ‘All I Nedd To Do- JESSICA’) e ombre nostalgiche ('Tonight I Feel So Far Away From Home') e malinconiche che si allungano tra marciapiedi lontani e delicati petali di rose. Il mio debole per alcune ballate del suo debutto è stato appagato. Anche una bella ‘I’m An Automobile’ dal sempre dimenticato terzo disco Little Stevie Orbit . Partendo dall’iniziale ‘Thinkin’ fino a ‘Romeo’ s Tune’ (accompagnato dal bravo Paolo Ercoli alla dobro, ma anche mandolino, che ha arricchito di sfumature la seconda parte di concerto), le due canzoni capaci di fargli guadagnare un po’ di notorietà a inizio carriera, in mezzo ci mostra quanto il suo folk sia in verità anche figlio del blues della terra natia (bella ‘What Kinda Guy? ‘), ma soprattutto ci mostra la ritrovata serenità dopo l'ultima battaglia vinta contro la malattia ben testimoniata dall’ ultimo disco
The Magic Tree, infarcito di ottime canzoni raccolte nel tempo ('The Magic Tree', 'Let' s Get High') e dall’autobiografia che lo accompagna. E questa è la cosa più bella. Una nota di merito anche per i due fratelli bresciani Corvaglia che sotto il nome Crowsroads hanno aperto il concerto e di cui ho già avuto modo di parlare in altre occasioni. (Recensione: THE CROWSROADS-Reels 2016)
Faranno sicuramente strada. Forse non hanno scelto la via più semplice da percorrere per dei ventenni catapultati alla ribalta musicale in questi anni duemila, ma sicuramente la più appagante e la bella storia artistica di Forbert, sicuramente non bagnata dal grande successo ma dall'onestà é certamente un buon esempio da seguire. Bella serata.
| The CrowsRoads |
RECENSIONE: STEVE FORBERT-The Magic Tree (2018)
sabato 2 febbraio 2019
RECENSIONE: THE VEGABONDS (V)
il nuovo southern rock che avanza
Hanno dieci anni di vita sulle spalle, l'etica del duro lavoro sui palchi come vocazione, hanno aperto concerti per Lynyrd Skynyrd, Gregg Allman e Kid Rock, e questo V, è naturalmente il loro quinto album in carriera. Il quintetto nativo dell'Alabama ma da anni di casa a Nashville suona un concentrato di musica americana che sarebbe troppo riduttivo catalogare sotto la voce Southern rock come si può facilmente leggere in giro. Prodotto dall’esperto Tom Tapley (i Blackberry Smoke tra le sue produzioni, ma anche i Mastodon) , il gruppo guidato dal frontman Daniel Allen accompagna su strade moderne le lezioni di Tom Petty And The Heartbreakers, (‘Partyin’ With Strangers’, ‘Generation Of Happiness’, ‘Everything I Need’), di Bob Seger nella evocativa country ballad da viaggio ‘Traveling Man’.
“Questo disco è nato in modo diverso da come abbiamo fatto qualsiasi altro disco. Ogni volta che stavamo viaggiando o suonando in giro per Atlanta, ci fermavamo per un paio di giorni, registrando alcune canzoni con Tom Tapley in modo da poter mantenere costante il lavoro senza dover viaggiare fino a Nashville. È stato un processo interessante. Siamo sorprendentemente riusciti a passare più tempo sul disco facendo così.” racconta il cantante. Un disco che abbraccia la melodia, ricordando spesso la lezione FM data dai 38 Special, forse troppo frequentemente (ecco una pecca): nel calipso ‘I Ain’t Having It’ che ricorda alcune cose di Jack Johnson, nella ballata acustica ‘When The Smoke Clears Up’, nella più moderna ‘Best I Can’. A volte sembra spuntare anche il fantasma di quello che furono i primi Gaslight Anthem. Lasciano alla finale ‘Help Is On The Way’ il compito di alzare l'asticella rock, con la chitarra di Richard Forehand libera di correre incontrastata e senza ostacoli. Tutto sommato, trentaquattro minuti piacevoli che il cantante Daniel Allen descrive così: “ci piace descriverlo come "New South Rock". Siamo orgogliosi del fatto che possiamo inserirci in molti generi diversi: rock, Americana, country e jam.” Ascoltato on the road senza troppi pensieri fa la sua bella figura.
“Questo disco è nato in modo diverso da come abbiamo fatto qualsiasi altro disco. Ogni volta che stavamo viaggiando o suonando in giro per Atlanta, ci fermavamo per un paio di giorni, registrando alcune canzoni con Tom Tapley in modo da poter mantenere costante il lavoro senza dover viaggiare fino a Nashville. È stato un processo interessante. Siamo sorprendentemente riusciti a passare più tempo sul disco facendo così.” racconta il cantante. Un disco che abbraccia la melodia, ricordando spesso la lezione FM data dai 38 Special, forse troppo frequentemente (ecco una pecca): nel calipso ‘I Ain’t Having It’ che ricorda alcune cose di Jack Johnson, nella ballata acustica ‘When The Smoke Clears Up’, nella più moderna ‘Best I Can’. A volte sembra spuntare anche il fantasma di quello che furono i primi Gaslight Anthem. Lasciano alla finale ‘Help Is On The Way’ il compito di alzare l'asticella rock, con la chitarra di Richard Forehand libera di correre incontrastata e senza ostacoli. Tutto sommato, trentaquattro minuti piacevoli che il cantante Daniel Allen descrive così: “ci piace descriverlo come "New South Rock". Siamo orgogliosi del fatto che possiamo inserirci in molti generi diversi: rock, Americana, country e jam.” Ascoltato on the road senza troppi pensieri fa la sua bella figura.
martedì 29 gennaio 2019
RECENSIONE: WATERMELON SLIM (Church Of The Blues)
WATERMELON SLIM Church Of The Blues (Northen Blues Music, 2019)
la messa perfetta...
Watermelon Slim è uno vero, duro e puro che ha coltivato e maturato il suo blues sottopelle. Un cerimoniere credibile. Lo si può capire dalle numerose e incredibili esperienze che ha passato in vita. Un vero working class hero (ecco il suo nome!). Ho ancora negli occhi quella t shirt dei “veterani del Vietnam” che esibì con orgoglio girando per le strade di Ameno qualche anno fa. Facemmo pure un brindisi con la birra a quella maglietta lisa dal tempo, testimone di chissà quali atroci ricordi. Piccole cose indimenticabili. Da quando ha iniziato a fare sul serio con il blues ha collezionato premi e riconoscimenti e questo tredicesimo disco è un omaggio alla religione blues fatto alla vecchia e sana maniera: Slim mette insieme sette canzoni e sette cover, chiama tantissimi amici (Sherman Holmes e John Nemeth alle voci, Red Young alle tastiere, Nick Schnebelen, Joe Louis Walker, Albert Castiglia alle chitarre) tra cui spicca su tutti la chitarra di Bob Margolin, presente in più pezzi tra cui ‘Gypsy Woman’ di McKinley Morgan field. Ad accompagnarlo, la sua band composta da Brian Wells (batteria) e John Allouise (basso).
Dalle quasi autobiografiche e personali ‘Tax Man Blues’ di John Mayall e ‘That Ole 1-4-5’, ai fiati swing che sbuffano su ‘Post-Modern Blues’, all'impegno di canzoni come ‘Mni Wiconi-The Water Song’ dai toni soul o ‘Charlottesville (Blues For My Nation), un southern blues che le canta chiare, fino alla leggera ‘Me And My Woman’ di Shuggie Otis, il solitario ululato di ‘Holler #4’, e il divertente finale affidato a ‘Halloween Man’, le quattordici canzoni scivolano via tra infuocati blues elettrici (belle ‘Smokestack Lightning’ nella versione di Howlin Wolf e ‘Too Much Alcohol’di Rory Gallagher), slide come piovesse, armonica e quell’immaginario profumo di vecchio blues che dischi come questo sono ancora capaci di regalare. Poi tanto per inquadrare meglio il personaggio c’è una canzone scritta da un amico, un ex collega camionista (Watermelon ha guidato pure i tir): " ‘Saint Peter's Ledger’ è stata scritta da un mio amico camionista, Ronnie Lereaux Meadors. Un giorno era a Clarksdale e mi consegnò questa canzone su carta. Ho detto, "Ehi, mi piace, forse dovrei metterla sul mio prossimo disco", e nel giro di pochi mesi, è quello che abbiamo fatto.” Avercene amici così.
la messa perfetta...
Watermelon Slim è uno vero, duro e puro che ha coltivato e maturato il suo blues sottopelle. Un cerimoniere credibile. Lo si può capire dalle numerose e incredibili esperienze che ha passato in vita. Un vero working class hero (ecco il suo nome!). Ho ancora negli occhi quella t shirt dei “veterani del Vietnam” che esibì con orgoglio girando per le strade di Ameno qualche anno fa. Facemmo pure un brindisi con la birra a quella maglietta lisa dal tempo, testimone di chissà quali atroci ricordi. Piccole cose indimenticabili. Da quando ha iniziato a fare sul serio con il blues ha collezionato premi e riconoscimenti e questo tredicesimo disco è un omaggio alla religione blues fatto alla vecchia e sana maniera: Slim mette insieme sette canzoni e sette cover, chiama tantissimi amici (Sherman Holmes e John Nemeth alle voci, Red Young alle tastiere, Nick Schnebelen, Joe Louis Walker, Albert Castiglia alle chitarre) tra cui spicca su tutti la chitarra di Bob Margolin, presente in più pezzi tra cui ‘Gypsy Woman’ di McKinley Morgan field. Ad accompagnarlo, la sua band composta da Brian Wells (batteria) e John Allouise (basso).
Dalle quasi autobiografiche e personali ‘Tax Man Blues’ di John Mayall e ‘That Ole 1-4-5’, ai fiati swing che sbuffano su ‘Post-Modern Blues’, all'impegno di canzoni come ‘Mni Wiconi-The Water Song’ dai toni soul o ‘Charlottesville (Blues For My Nation), un southern blues che le canta chiare, fino alla leggera ‘Me And My Woman’ di Shuggie Otis, il solitario ululato di ‘Holler #4’, e il divertente finale affidato a ‘Halloween Man’, le quattordici canzoni scivolano via tra infuocati blues elettrici (belle ‘Smokestack Lightning’ nella versione di Howlin Wolf e ‘Too Much Alcohol’di Rory Gallagher), slide come piovesse, armonica e quell’immaginario profumo di vecchio blues che dischi come questo sono ancora capaci di regalare. Poi tanto per inquadrare meglio il personaggio c’è una canzone scritta da un amico, un ex collega camionista (Watermelon ha guidato pure i tir): " ‘Saint Peter's Ledger’ è stata scritta da un mio amico camionista, Ronnie Lereaux Meadors. Un giorno era a Clarksdale e mi consegnò questa canzone su carta. Ho detto, "Ehi, mi piace, forse dovrei metterla sul mio prossimo disco", e nel giro di pochi mesi, è quello che abbiamo fatto.” Avercene amici così.
sabato 26 gennaio 2019
RECENSIONE: RIVAL SONS (Feral Roots)
RIVAL SONS Feral Roots (Warner, 2019)
il lato selvaggio dei Rival Sons
A dieci anni dal debutto e otto da quel Pressure And Time che li decretò i nuovi paladini del classic hard rock degli anni duemila, i californiani RIVAL SONS continuano a mantenere intatta una freschezza invidiabile, nonostante in mezzo ci siano altri tre dischi incisi e una sequenza ininterrotta di tour come opener (Black Sabbath, QOTSA, Rolling Stones) e da headliner. Questo FERAL ROOTS si guadagna il titolo di disco più immediato e vario della loro discografia, che nel loro caso non sembra essere un aspetto negativo visto che con il tempo sono riusciti a trovare una strada tutta loro, personale quanto basta per sfuggire ai facili paragoni come avvenne a inizio carriera. Capito Greta Van Fleet? L’unica pecca sembra sempre la mancanza di canzoni veramente memorabili. Nel loro caso vince sempre l'insieme.
“Non volevamo ripeterci in modo negativo. Penso che questo disco sia il nostro miglior tentativo per dimostrarlo. È ancora grezzo come piace a noi, ma pensiamo che ci sia un bel po’ di varietà, ed è un po' più diretto. "
Canzoni nate tra i boschi e la natura selvaggia del Tennessee del Sud (ben rappresentate dalla copertina dell'artista Martin Wittfooth), disco prodotto dal rassicurante Dave Cobb e registrato tra Nashville, negli studi RCA, e i Muscle Shoals in Alabama alla consueta loro maniera: live in studio. E questo si sente nelle canzoni più rock guidate dalla chitarra di Scott Holiday che sa giocare bene le sue carte sia quando affonda nei riff dal taglio più moderno (l'iniziale ‘Do Your Worst’, ‘The End Of Forever’) sia quando dai seventies pesca i riff più oscuri e pesanti di ‘Too Bad’ e ‘Back In The Woods’ o quando mischia sapientemente i periodi come nella terremotante ‘Sugar On The Bone’. Piacciono pure il bianco e il nero di canzoni avvolgenti e cangianti come ‘Look Away’ e ‘All Directions’ dove all’inizio acustico segue l'esplosione elettrica.
“Il Rock ’n’ Roll è da sempre punto chiave della nostra identità culturale e questo è tangibile in ogni nostra canzone” racconta il chitarrista.
Il loro segreto rimane un retrobottega che nasconde quelle pillole soul che la gola del cantante Jay Buchanan, il vero trascinatore, digerisce con estrema disinvoltura: la già citata ‘Back On The Woods’, la title track che ci mostra quanto Paul Rodgers non sia poi così lontano, il contagioso gospel blues finale ‘Shooting Stars’ ne sono l'esempio più lampante, con l’ultima che insieme al latin funk di ‘Stood By Me’ ci mostrano una duttilità rara e vincente che pochi possono permettersi risultando così credibili.
RECENSIONE: RIVAL SONS-Pressure & Time (2011)
RECENSIONE: RIVAL SONS-Head Down (2012)
RECENSIONE: RIVAL SONS-Great Western Valkyrie
giovedì 24 gennaio 2019
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 73: CINDERELLA (Long Cold Winter/Heartbreak Station)
CINDERELLA Long Cold Winter (Mercury, 1988)inizia il lungo inverno
Allora perché non tirare fuori un disco dalla candida ed elegante copertina che all’epoca spazzò via in un solo colpo i vestiti colorati e il trucco pesante di NIGHT SONGS, il pur buon debutto uscito solo due anni prima e messo in piedi con l’aiuto di Bon Jovi. Lo si capisce subito dalla slide che introduce ‘Bad Seamstress Blues’ e che si trasforma subito in ‘Fallin’ Apart At The Seams’ che qualcosa è maturato in meglio: la consapevolezza di essere una delle migliori band uscite negli Stati Uniti a metà anni ottanta prende forma. I Cinderella cambiano vestiti e pelle musicale e LONG COLD WINTER guidato dalle sue perle bianche come neve è un disco da conservare gelosamente: la trascinante ‘Gypsy Road’, la ballata pianistica ‘Don’t Know What You Got (Till It’s Gone)’ in grado di succhiare lacrime ad ogni ascolto e prenotarsi un posto nelle immancabili compilation in cassetta dell'epoca dedicate alle ballads, le chitarre di ‘The Last Mile’ e ‘Fire And Ice’ colpiscono tra hard e southern rock, mettendo in fila influenze catturate a Aerosmith, Led Zeppelin, Lynyrd Skynyrd e AC/DC. Nata a Philadelphia, la band di TOM KEIFER, fino compositore e voce aspra, abrasiva e graffiante come poche-e corde vocali delicate visti i tanti problemi che arriveranno dopo-del chitarrista Jeff Labar, del bassista Eric Brittingham e del batterista Fred Coury (ma sul disco ci suonarono Cozy Powell e Danny Carmassi) da qui in avanti metterà da parte l’iniziale sbandata glam così vicina a ciò che girava nei marciapiedi di Los Angeles all’epoca, per gettarsi dentro alle acque più torbide e stagnanti del blues (‘Long Cold Winter’ è un blues ammaliante e notturno, ‘la finale ‘Take Me Back’ va giù di slide), per poi asciugarsi sdraiata sull’erba sempre verde del country (l’altra ballata ‘Coming Home’), anticipando le mosse del successivo e altrettanto bello HEARTBREAK STATION (1990). Uno dei migliori album americani dell’epoca, in grado di raccogliere estimatori ad ogni latitudine musicale.
CINDERELLA Heartbreak Station (Vertigo, 1990)Tra il portico in legno di una vecchia casa abbandonata in Pennsylvania, gli infiniti binari di una ferrovia che attraversa il nulla e gli stadi stracolmi di fan, i Cinderella di Tom Keifer registrano uno dei miei album americani perfetti, senza scomodare tanti altri nomi blasonati. C'è tutto quello che mi piace qui dentro: voce graffiante e unica, grandi chitarre slide ('The More Things Change'), rock alla Aerosmith vecchia maniera ('Love's Got Me Doin' Time'), rock'n'roll che strizza l'occhio a Keith Richards ('Sick Gor The Cure','Make Your Own Way'), country ('One For The Rock And Roll'), RnB ('Shelter Me'), ballad perfette ('Heartbreak Station'), western song ('Dead Man's Road'), anthem trascinanti ('Love Gone Bad'). E c'è pure John Paul Jones come arrangiatore di archi. Me lo porto dietro da quasi trent'anni...
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