lunedì 26 novembre 2012

RECENSIONE: JOSHUA JAMES( From The Top Of Willamette Mountain )

JOSHUA JAMES  From The Top Of Willamette Mountain (Intelligent Noise, 2012)

"There is a mystic in the mountain/high above the Great Salt Lake/he's dancing in the heavens far below his golden gates/he is looking to our cars below, and laughing at our rock n roll" da Mystic

Le canzoni di Joshua James posseggono la stessa straordinaria magia trascendentale che solo alcuni luoghi consacrati al culto riescono ad emanare. Non sto parlando delle affollate e per certi versi "rumorose" cattedrali durante le feste comandate, ma di quei luoghi solitari e sperduti in mezzo alle montagne, lontani dalla civiltà dove il silenzio e la meditazione valgono più di tante parole ordinate sottoforma di preghiera  ripetute all'infinito, quelli che per arrivarci necessitano di un enorme sacrificio fisico che il pellegrino errante mette già in conto all'inizio del viaggio. Quelli dove ci sei solo tu di fronte a qualcosa di immenso.
Anche Joshua James, già dal suo esordio The Sun Is Always Brighter(2007)-anche se prima uscirono altri due album-, passando dal bello Build Me This (2009), sta cercando delle risposte importanti e questo suo terzo album, più degli altri, sembra darne prova trovando alcune risposte nella realtà, tanto da mettere in dubbio alcune certezze che ha sempre avuto, quelle legate a quell'immenso di cui sopra. Lo capisci immediatamente quando vieni a sapere che il disco è stato registrato nella sua fattoria sperduta nello Utah, dove vive in compagnia della moglie e circondato da tanti animali, lontano da ogni possibile frenesia moderna. Uno studio di registrazione, i collaboratori Evan Coulombe e Richard Swift (produttore) e poco altro sono la sua ricetta di sopravvivenza.
Il taglio della sua voce, tanto profonda e ad alta tensione drammatica quanto confidenziale e così veloce nel penetrare sotto pelle, basta a tenere a galla un disco che non ha bisogno di alzare troppo i toni degli strumenti, giocando, a differenza dei precedenti, sulla uniformità.
Passano così, una dietro l'altra, le 11 canzoni dal sapore acustico roots/folk dove l'introspezione scava a fondo tra i silenzi, i riverberi e i crescendo dell'evocativa Mystic, la devianza pop/rock del singolo up-tempo Queen Of The City, i nostalgici tocchi '50 di un pianoforte nel doo-wop  Surrender, la famiglia, l'amore (la moglie è spesso citata), la casa e la fede come unici appigli  nei folk minimali di Doctor Oh Doctor, Willamette Mtn, Feel The Same e Ghost In The Town, l'algida atmosfera di So Did I e Holly Haley, la costruzione di Sister che mi ha ricordato i Simon & Garfunkel di Bookends, e le incertezze e gli incubi nascosti nel complicato reticolo della mente umana in Wolves.
Una voce che sembra spesso suonare come uno strumento dentro ad una stanza vuota, arrivando prima di tutto. 
Imtimismo,contemplazione e spiritualità sono ancora una volta le chiavi di lettura della sua onestà di artista, trasportata nelle profondità delle liriche delle sue canzoni. Senza dubbio il disco più personale, fino ad ora, di un cantautore meritevole di rispetto e attenzione.







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