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I Black Keys si divertono e noi con loro. Piazzano un minivan vintage(Chrysler) in copertina(...e un'altra ventina tra nuovi e usati nel booklet, degno di una rivista stile "Quattroruote"), intitolano il loro album El Camino come la famosa chevrolet che non c'entra nulla con la foto e registrano l'album a Nashville, patria del country , nuovamente sotto la regia di Danger Mouse, già produttore del loro "Attack & Release"(2008) e con lo zampino anche nel fortunatissimo album "Brothers"(2010), che fece anche incetta di Grammys. Tutte nozioni che potrebbero portare a leggere l'album sotto l'aspetto sbagliato. Perchè i Black Keys sopra al van, sembrano salirci e ripercorrere a ritroso il cammino della loro carriera e Nashville non è altro che la nuova città dove Dan Auerbach abita e dove si è costruito il suo personale studio di registrazione(Easy Eye Studio). Un ritorno alle radici istintive e primordiali del loro essenziale rock'n'roll, rivisto e rivisitato con le esperienze accumulate fino ad ora. Abbandonando, seppur non totalmente, l'impronta soul e black di "Brothers"( tracce di quell'album sono ancora presenti in Stop Stop e disseminate in buona quantità in tutto il disco) per tuffarsi in canzoni più dirette e snelle ma che mantengono tutte quelle sfumature che l'incontro con Danger Mouse(Gnarls Barkley) ha fatto uscire, più tante altre nuove influenze incontrate strada facendo. Tastiere vintage suonate da B.Burton, inoltre, rimpolpano la musica del duo che da minimalista è diventato una calda e revisionistica band con il presente sempre ben focalizzato che sa unire pop e rock mantenendo quel sapore di antico che li rende, oggi come oggi, unici.
El Camino è quindi la strada che i nostri hanno percorso durante gli ultimi due anni di tour, strada che è stata la madre di queste undici canzoni spalmate in quasi quaranta minuti. Già ci avevano avvisato, nelle prime indiscrezioni, che i suoni sarebbero stati figli di The Clash e The Cramps e le promesse sono in parte mantenute, purchè non cerchiate il grezzo blues dei primi dischi perchè di esso non vi è più traccia se non nei loro infuocati set live. Il primo singolo Lonely Boy, già da qualche settimana era entrato in circolo con i suoi riff di chitarra che sembravano sbucare dai riccioloni glam di Marc Bolan e i suoi T.Rex e un appeal soul che furiusciva dai chorus femminili. Un brano sulle pene in amore che cattura al primo ascolto. Difficile starsene fermi. Dead and Gone è una London Calling immersa nel bagno soul dei suoi coretti, e ancora i Clash "contaminati" fuoriescono da Hell of a season che presenta un inusuale intermezzo reggaeggiante.
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