sabato 28 marzo 2026

WILLIE NILE live@Ristorazione Sociale , Alessandria, 27 Marzo 2026

'Hard Times In America': Willie Nile lo cantava già nel lontano 1992 e l'ha ribadito più volte questa sera con quella canzone, sempre d'attualità, e con altre imbeccate che lo sottolineavano ("hello Trump? Fuck you" facendo finta di rispondere al telefonino che si è trovato sul pianoforte)  chiamandoci a raccolta sotto la forza dell'unione che può ancora fare la differenza. 'We Are We Are' canta nel suo ultimo disco The Great Yellow Light rispondendo  a quella 'Wild Wild World' che lo apre. Ci ha invitato dentro alla sua "casa dalle mille chitarre" dove allo scoccare della mezzanotte c'è Robert Johnson che canta e il rock’n’roll è ancora una fede e un'arma di pace, la migliore sulla piazza, in molti casi anche la più economica e potente. Illusi e romantici ci crederemo sempre. Fino alla fine.

Willie Nile, 77 anni  è sempre e (ancora) una garanzia di ottima e trasudante passione rock’n’roll con la stessa coerenza che lo segue da quel suo indimenticabile debutto uscito nel 1980, che aveva già tutte le caratteristiche che si è portato dietro in anni (anche difficili) con canzoni dove il vecchio folk, sporco di polvere preziosa, tramandato dal Greenwich Village (il gran finale lo riserva a una 'Blowin in The Wind' elettrica, ma qui nessuno gli darà del "Giuda"), i sixties marchiati da una Rickenbacker dei Byrds e l'assalto urbano del punk rock che visse sulla propria pelle in anni irripetibili che oggi sembrano veramente preistoria del rock, si uniscono in un solo verbo.


Willie, instancabile,  coniuga ancora quel verbo con immutata passione, aiutato dal sempre ottimo Marco Limido alla chitarra (straripante in più momenti), Antonio "Rigo" Righetti al basso ( e personale google translate di Nile) e l'impeccabile Alessio Gavioli alla batteria, la sua italian band,  ma i due momenti migliori di questa sua seconda serata in Italia (la prima a Bergamo, la prossima sarà domenica a Modena) arrivano quando si siede al pianoforte (il suo primo grande amore  a cui ha dedicato anche un intero disco, il sempre troppo dimenticato If I Was A River) per due ballate come 'Streets Of New York', a vent'anni dalla sua uscita,  e 'Across The River', dal debutto, intense e allungate, concluse con un gran crescendo a tutta band ad amplificare messaggi, sogni, epicità e phatos.

E poi c'è anche chi le risposte nel vento cerca e di acciuffarle a modo suo...camminando tra le strade di New York, tra le strade di Alessandria con un leprotto che ti attraversa la strada, sotto la stessa luna vagabonda, l'importante è avere in tasca dei sogni e in mano solo una chitarra e non una pistola.




sabato 21 marzo 2026

RECENSIONE: THE LONG RYDERS (High Noon Hymns)

 

THE LONG RYDERS  High Noon Hymns (Cherry Red, 2026)





già tre dopo il ritorno

Tre anni fa i Long Ryders si presentarono sul piccolo palco del Blah Blah a Torino per la prima volta senza il bassista storico Tom Stevens scomparso nel Gennaio del 2021. Al suo posto accanto al solito briccone Sid Griffin, al sempre  perfetto e impeccabile Stephen McCarthy e a  Greg Sowders che sotto il suo cappellaccio non sbaglia un colpo c'era il nuovo bassista Murry Hammond ( già nei Old97s). Ricordo che in città quella sera c'era il regista Tim Burton che presenziava all'inaugurazione di una mostra a lui dedicata. Era metà Ottobre e l'autunno iniziava a farsi sentire e non fu un caso che l'album presentato in quell'occasione si intitolasse September November uscito nel 2023, seguito di quel Psychedelic Country Soul che sancì il ritorno della band che insieme a una bella manciata di altre band contribuì a costruire il movimento Paisley Underground che tenne in piedi il rock’n’roll negli anni ottanta. Di quelle band i Long Ryders erano quelli che fondevano il folk rock  dei Byrds con le sonorità post punk.

Fu un ritorno per restare. Trent'anni dopo. E non è un caso che nell'incalzante 'Four Winters Away', brano che apre questo nuovo High Noon Hymns cantino di quanto non ci sia troppo tempo da perdere. Soprattutto davanti al mondo di oggi. Un brano politico scritto ai tempi del primo mandato di Trump ma poi messo nel cassetto.

"Sono contento di poter dire che credo siamo stati tra i primi veri gruppi anti-Trump. Saremmo stati i primi se l'avessimo fatta uscire prima. Ora si sono uniti Springsteen e Billy Bragg. Facciamo parte del gruppo e sono contento che ne siamo stati coinvolti" racconta Griffin in un'intervista.

Anche se sono passati più di quarant'anni  Sid Griffin e soci continuano a camminare sulla stessa strada che Native Sons, State Of Our Union, Two Fisted Tales, i loro primi tre album, avevano solcato. Certo, oltre a quel taglio di capelli alla Byrds che li caratterizzava, manca anche lo spirito giovanile che ti permetteva di saltare invece di camminare ma il filo che tiene unite una Rickenbacker a una Telecaster, i vecchi Byrds a Gram Parsons, il Paisley Underground al country, il jingle jangle al rock non si è ancora consumato nonostante i chilometri percorsi. Lo si capisce dai momenti più tirati e rock come la già citata 'Four Winters Way', una 'Stand A Little Further In The Fire' che ci stampa un riff degno dei T Rex di Marc Bolan e un testo nuovamente anti Trump, una '(How How How) How Do YoubWanna Be Loved?' dal piglio punk e surfer, non lontano dai Ramones ("il mio tentativo di imitare Paul McCartney. Pensavo che se lui riusciva a scrivere una canzone dal nulla, forse potevo farlo anch'io" spiega Griffin), una 'Down To The Well' che fa bella mostra di quei accenti alla Tom Petty And The Heartbreakers, o una 'A Belief In Birds' che pur parlando di volatili non riesce a trattenere nemmeno nel titolo un riferimento agli amati Byrds.

Lo si ribadisce nei momenti più soft, che sia l'omaggio a Los Angeles di 'A Hymn For The City Of Angels', l'ariosa 'World Without Fear' che pare lasciare entrare un vento soffiato ancora da Tom Petty, il country rock alla Flying Burrito Brothers di 'Ramona', la pedal steel da tramonto che dipinge 'Knoxville On The Line', le atmosfere country bluegrass di 'Wanted Man In Arkansas' (una rapina in un negozio di liquori finita con un omicidio), le sognanti armonie di 'Say Goodbye To Crying', "una sorta di omaggio ai tempi del Paisley Underground" come racconta ancora Griffin.

A dividersi la scrittura Sid Griffin e Stephen McCarthy, in produzione la vecchia volpe Ed Stasium (The Ramones, Living Colour, Soul Asylum) che ga lavorato nei suoi studi Kizy Tone a Poway in California, tra gli ospiti spiccano DJ Bonebrake  degli X, batterista imprestato  al vibrafono e il giovane prodigio del bluegrass Wyatt Ellis al mandolino. 

A chiudere la cover di 'Forever Young' di Bob Dylan che forse non sarà memorabile ma è pur sempre un buon rifugio dentro a cui accomodarsi in tempi come questi e un ormai eterno buon auspicio per il futuro di tutto e di tutti.





domenica 15 marzo 2026

SHAWN JAMES live@Spazio 211, Torino, 12 Marzo 2026

 


La prova che al giorno d'oggi esistono infinite vie per rendere virale e famoso un'artista mentre tu sei fermo alla copertina di un disco? Si presenta quando aspettando l'inizio del concerto di Shawn James allo Spazio 211, una coppia francese mi bussa alla spalla e mi chiede in inglese:

"l'hai conosciuto con The Last of Us Part II ?"

Scusate? 

"Il gioco!" mi dicono. 

Oh no, rispondo. Non conosco quel gioco. Non conosco nessun videogioco. Non mi piacciono più i videogiochi dal lontano 1992. Vaglielo a spiegare che lo conobbi una decina di anni fa alla vecchia maniera scrivendo del suo disco On The Shoulders of Giants nel mio blog e che ai tempi fui attirato dal suo faccione in copertina e mi incuriosì. Ecco spiegato perché fuori dal locale in coda c'erano così tanti ragazzi di giovane età e il locale era pieno. Poi scopro che la sua canzone più famosa è proprio quella 'Thtough The Valley' presente nel videogioco. Shawn James è un ragazzone di quarant'anni con una pazzesca e naturale forza interpretativa, una voce incredibile, profonda, baritonale, svezzata con i cori gospel delle chiese frequentate in giovane età nella periferia Sud di Chicago dove abitava prima del trasferimento in Arkansas. Diventatata adulta ascoltando Howlin’ Wolf, Robert Johnson e Otis Redding e poi il rock alternativo degli anni novanta, poi ancora tramutata in un folk soul con testi profondi tra peccato e redenzione. 

Non è uno che si risparmia Shawn James: due ore tiratissime di concerto con la sua affiatata band composta dal batterista Rob Kennedy, dalla brava e composta polistrumentista Caoimhe Hopkinson (chitarra, tastiere, violino), dal contrabbassista e chitarrista Zack Sawyer  e soprattutto dall'istrionico violista elettrico Sage Cornelius, vero mattatore sopra e sotto il palco (numerose le sue calate tra il pubblico) con la sua attitudine metallara tradita dalla sua voce da screamer e dall'ossesivo headbanging. I lunghi capelli gli permettono coreografie niente male. 

Un pubblico fedele e partecipe ha accompagnato Shawn James in ogni canzone che si trattasse dei momenti più intimi come l'esecuzione di 'Muerte Mi Amor', di una 'Eating Like Kings' eseguita insieme al suo autore Gravedancer che ha aperto il concerto con un breve set in solitaria o nell'infuocato finale dove il folk soul tutto americano si è incendiato diventando hard ('No Blood From A Stone).

Tra storie di vita raccontate con sincerità e complicità come farebbe un vecchio amico al bar, una cover di 'Like A Stone' degli Audioslave con il violinista Cornelius che riproduce fedelmente il solo di chitarra di Tom Morello, un invito ben accolto di Shawn James a mandare un bel "fuck you" a Donald Trump dopo averci detto quanto sia "imbarazzante essere americani" in questi tempi scuri, scorrono le sue canzoni The Thief And The Moon, Burn The Witch, I Want More, Midnight Dove, Crossroads.

Shawn James vive la musica sulla propria pelle, pure in modo assolutamente indipendente, si percepisce dall'intensità e l'onestà che ci mette sia quando racconta la propria vulnerabilità nei momenti più intimi del suo songwriting oscuro sia quando, soprattutto nel finale, si cala nella parte del rocker energico e selvaggio. Una bella serata pensata e decisa all'ultimo minuto. Spesso sono le migliori.




venerdì 13 marzo 2026

RECENSIONE: THE BLACK CROWES (A Pound Of Feathers)

THE BLACK CROWES 
 A Pound Of Feathers (Silver Arrows Records, 2026) 





vivi di rock and roll


 Molto probabilmente tra le foto promozionali dei Black Crowes non vedremo mai più una band al completo davanti a una discarica di macchine abbandonate come apparivano nella copertina di The Southern Harmony And Musical Companion o quei cinque abbigliati come una band garage rock di fine anni sessanta come nel debutto Shake Your Money Maker. I Black Crowes di oggi sono i fratelli Robinson, Chris e Rich che camminano in coppia, di notte, tra le vie di una città (foto di copertina di Lindsey Ross).
Forse era già così allora ma i compagni di merenda contavano eccome. Steve Gorman dove sei? Da quando hanno fatto l'ennesima pace ogni foto promozionale li ritrae insieme, loro due e nessun altro a fare ombra quasi a voler dimostrare che questa volta gli scazzi sono stati appianati definitivamente e l'amore fraterno e la sinergia famigliare campeggiano davanti a tutto. E forse, proprio per voler cogliere a pieno questo attimo di pace e fratellanza non fanno passare nemmeno due anni dal precedente disco che segnò il loro fortunato ritorno. Se Happiness Bastards era un buon ritorno con il rock’n’roll a trainare il tutto, A Pound Of Fathers sembra consacrarli. Diciamolo: difficile trovare una band che invecchiando alzi così l'asticella del rumore. E della freschezza compositiva pure. I fratelli Robinson ci hanno provato e hanno sbancato: A Pound Of Feathers è forse il loro disco più hard e heavy in carriera e arriva dopo quasi quarant'anni di dischi, litigi, tour e reunion. Non è da tutti. Erano dei fuoriclasse e lo sono ancora. La dimostrazione arriva da come è nato il disco, registrato in sole due settimane a Nashville con lo stesso produttore di Happiness Bastards, Jay Joyce, e con il solo Cully Symington, batterista della band dal 2023 in studio, poi raggiunti da Erik Deutsch (tastiere) e Mackenzie Adams e Leslie Grant (cori)  e con Rich Robinson a suonare il basso. In tour ci saranno pure gli altri.
 "Alla fine della prima settimana avevamo nove canzoni finite, pronte, al punto che tutti noi, persino Jay, dicevamo, 'Non perdere tempo con queste canzoni. Ci piace già molto dove sono.
Un lavoro nato d'impeto. Da buona alla prima. Senza troppe sovrastrutture. Aggiornano i riff di casa Stones con la pesantezza dei loro anni novanta mantenendo le loro origini southern con cori di tradizione soul: 'It's Like That' sferraglia che è un piacere, 'Do The Parasite' possiede uno dei riff più sanguigni del disco, la slide di 'Profane Prophecy' è incalzante. 'You Call This A Good Time?' si stampa in testa con un riff hard che porta alla mente gli Ac-Dc e quel coro che fa "ahahah" pure. 'Blood Red Regrets' insegue i Led Zeppelin di Physical Graffiti, la voce di Chris Robinson è effettata e la chitarra di Rich si traveste con gli abiti del vecchio amico Page. Se questa è il lato più selvaggio e dominante non mancano vecchi sapori della tradizione americana a partire da 'Queen of the B-Sides', una di quelle ballate che negli anni novanta avrebbero fatto il botto, due soli minuti che avremmo registrato nella cassettina per l'innamorata di turno accanto a 'Patience' dei Guns N' Roses se fosse il 1991. C'è poi il ritmo saltellante di 'High & Lonesome' acustica, con il violino, una delle tracce più melodiche del disco. Quella che può piacere a tutti. 'Pharmacy Chronicles' è un altro numero acustico vestito d'Americana guidato dalla slide, diario di una rock’n’roll band che guida sulla corsia di sorpasso. Restano le due canzoni finali: 'Eros Blues', è un blues scuro con l'Hammond in evidenza che nella seconda metà si infiamma di hard rock per poi finire in un corale gospel che riporta tutto a casa e poi c'è 'Doomday Doggerel', una delle canzoni più cupe della loro carriera, dove i Led Zeppelin incontrano i Black Sabbath e fanno la pace.
 "Abbiamo scritto molto spontaneamente, io lavoro in questo modo, ma qualcosa come 'Doomsday Doggerel' è un ottimo esempio di come un minuto prima non ci fosse una canzone, e 30 minuti dopo c'è una delle mie canzoni preferite che abbiamo mai scritto" dice Chris Robinson. Gli ascolti forse gli daranno ragione. E se in tempi come questi, ognuno di noi cerca un rifugio sicuro e confortevole dove ripararsi dai mali del mondo, i Black Crowes pur con tanti anni su groppone ne offrono uno che suona dannatamente fresco, frizzante e per certi versi nuovo nella loro discografia. Se cercate ancora le sfumature di Amorica non le troverete. I Black Crowes ora sono più diretti di quanto non lo siano mai stati. "Amiamo suonare musica perché il mondo è caos. Possiamo connetterci a qualcosa che non è questa realtà". Lo ribadisce anche Chris Robinson. La loro realtà è certamente migliore della realtà là fuori.



domenica 8 marzo 2026

ANGELA BARALDI live@GPG, Torino, 6 Marzo 2026

 



Dopo una settimana di Sanremo subita quasi passivamente, e quella successiva di sole parole per esaltare o distruggere la settimena precedente, subita passivamente pure questa - potere dei social babie! - non vedevo l'ora di vedere rappresentate su un palco live le canzoni che compongono il mio disco italiano preferito del 2025: 3021 di Angela Baraldi. Quella di Torino è l'ultima data di questo tour e Angela, che effettivamente a Sanremo vi partecipò pure nel lontano 1993 con 'A Piedi Nudi' (presente nella scaletta della serata), sembra rappresentare bene tutto ciò che a Sanremo non si vede e sente più da qualche anno. Basterebbe quel semplice: "testi e musica di Angela Baraldi" a sostituire elenchi lunghi come formazoni di calcio che imperversano ultimamente nelle canzoni pop italiane alla voce autori.

Cantautrice dalla spiccata personalità, indipendente, vera e fiera, con 3021 ha realizzato un disco intimo, breve ma avvolgente. Quasi antico. Ipnotico. Costruito su otto canzoni essenziali, dal taglio rock , che racchiudono un po' tutta la sua carriera: c'è il suo padre putativo Lucio Dalla dentro a 'Cosmonauti' e sua madre a cui è dedicata 'Saturno', un breve volo sopra alla stagione glam. Ci sono la speranza per un futuro dove ci si potrà innamorare ancora nonostante tutto ('3021') e l'umanità, le vicinanze e le distanze in canzoni come 'La Vestizione' e 'Cuore Elettrico',

Canzoni che hanno rappresentato l'ossatura del concerto contornate però da alcune gemme pescate dal passato. 

La Baraldi tiene il palco con antico magnetismo, s'inginocchia, danza leggiadra come uno sciamano e rimane in bilico su una gamba che pare Ian Anderson mentre canta 'Cuore Elettrico'. Prende ciò che le grandi cantautrici hanno insegnato in settant'anni di storia rock'n'roll e lo unisce alla italianità. Una mosca bianca all'interno del cantautorato rock femminile made in Italy da preservare con cura, forte di esperienze segnanti nella musica come quella che la vide collaborare con gli ex CSI Massimo Zamboni, Gianni Maroccolo e Giorgio Canali e nella recitazione come attrice.

Oggi ad aiutarla sul palco la sua band: il mancino Federico Fantuz alla chitarra (coautore di alcuni degli ultimi pezzi), Giovanni Fruzzetti al basso e al synth e Daniele Buffoni alla batteria.

Passano così  'Sono Felice', canzone di un allora giovanissimo Macromeo ritrovata nei cassetti di quest'ultimo che mai la incise, 'Hollywood Babylonia' con le storie maledette di tre attori della vecchia Hollywood, lo stomp blues 'Josephine' dedicata a Joséphine Baker artista e attivista afroamericana che si stabili a Parigi, il lento e notturno blues di 'Michimaus', una 'Tutti A Casa' per non dimenticare Federico Aldrovandi e la sua triste storia fino alla finale 'Mi Vuoi Bene O No?', suo primo grande successo, privata della parte funky per essere contornata da sfumature jazz. 

Eravamo davvero in pochi dentro alla sala del CPG (un centro polivalente veramente ottimo), tanto che lei ci scherza su mettendosi in posa davanti alle però tante macchine fotografiche Reflex presenti ("non mi era mai capitato di avere più fotografi che pubblico"). "Pochi ma buoni" come dice. E in TV non c'era neppure Sanremo a distrarre. Dove eravate? Angela Baraldi c'era, rocker unica e in splendida  forma.