giovedì 29 gennaio 2026

RECENSIONE: MEGADETH (Megadeth)

MEGADETH   Megadeth (Tradecraft/ BLKIIBLK, 2026)





this is my life

La mano del tempo ha lisciato a dovere il carattere ispido che ha segnato gran parte della sua carriera ma si è accanita con forza sul fisico. Dave Mustaine negli ultimi anni ha combattuto con svariati malanni (artriti alle mani, problemi cervicali con operazioni annesse, un cancro alla gola vinto) che l'hanno portato a quella decisione che un musicista vorrebbe posticipare il più possibile: la fine della sua creatura Megadeth. Il capolinea da festeggiare, possibilmente per più tempo possibile. Una fine che ha un album e avrà un tour che come minimo durerà tre anni. Scelta bizzarra per uno messo male fisicamente. Ma per ora sembra proprio sia così. O quasi. Si sa come vanno a finire certe cose. Megadeth è un album che si veste a festa fin dalla copertina con il buon Rattlehead vestito elegantemente di bianco ma con la fine segnata dal fuoco pronto a cancellarne le tracce, anche se sappiamo che tutto rimarrà a segnare la storia della musica heavy metal con almeno un poker di dischi (forse più) da possedere e amare.

Un disco che nulla inventa ma che ripercorre un pò tutte le tappe della band, musicalmente vario ma in generale con la melodia della maturità come faro guida, in barba a quei puristi del metal che vorrebbero ancora la velocità della gioventù come se tutto fosse cristallizzato al 1984 e forse neppure erano nati . Ogni epoca ha la sua marcia.

Eppure ci sono un paio di episodi che portano a quel thrash tecnico e ricco di cambi di tempo che caratterizzavano Rust In Peace: l'iniziale 'Tipping Point' che apre l'album in maniera sublime, sicuramente la migliore traccia, è  un biglietto da visita più che dignitoso per una band in giro da quarant'anni. Da sola sembra mangiarsi gli ultimi vent'anni degli amici/nemici Metallica condensando in solo quattro minuti tutto ciò che James Hetfield e soci non riescono più a raggiungere.

Le fa eco 'Made To Kill' con batteria (Dirk Verbeuren) e basso (James Lomenzo) in primo piano e quelle accelerazioni speed con assoli disseminati un po' ovunque. E i defender qui sono accontentati.

L' anarco punk di 'I Don't Care', tanto ribelle quanto quasi infantile nel suo testo è un testamento di indipendenza che scava ancora più indietro nel tempo così come 'Let There Be Shred', una battaglia all'ultimo assolo di chitarre tra Mustaine e il nuovo chitarrista, il finlandese Teemu Mantysaari che si dimostra degno successore dei tanti chitarristi che si sono avvicendati nel tempo. Lo dimostra pienamente lungo tutte le undici tracce, portandosi a casa i complimenti del capo.

Ma sono i mid tempo intrisi di melodia che si riallacciano agli anni novanta di Countdown To Extinction, Youthanasia e il sempre dimenticato Cryptic Writings a prevalere: 'Hey God' è un dialogo con la ritrovata spiritualità, un avvicinamento che ha lasciato il segno dopo la vittoria sul cancro,  'Puppet Parade' si sarebbe collocata bene in scaletta tra 'Skyn O' My Teeth' e 'Symphony Of Destruction', 'Another Bad Day' rallenta ulteriormente in una spirale melodica che lascia poco scampo, "si sopravvive giorno dopo giorno" sembra il monito, così come 'Obey The Call' avanza intrisa di velata tristezza e 'I Am War' sembra scavare dentro all'anima di un musicista che nel bene o nel male non è mai venuto a patti con nulla e nessuno, pagando tutto sulla propria pelle e reagendo a pari passo con il suo carattere mai troppo accomodante ma sempre verace e schietto.

Fino alla autobiografica, fino all'osso, 'The Last Note' dove Mustaine scrive il suo testamento, ripercorrendo la carriera fino a giungere a quel "long goodbye" che dice tutto o forse niente. Un finale che una chitarra arpeggiata rende triste più del dovuto. A proposito è uscito pure un film Behind The Musk dove Mustaine ripercorre quarant'anni di musica.

Di questi giorni però la dichiarazione che forse ci sarà il tempo per un disco solista in futuro.

Ma siccome l'inizio della  storia di Mustaine ha un nome la fine lo riesuma mantenendo fede alle radici: 'Ride The Lighning' sia'. Assolo o non assolo uguale all'originale chi se ne frega: dibattiti per giovani youtuber. Megadeth ha diviso, sta dividendo, ma è un disco piacevole dall'inizio alla fine, cosa che, dalle mie parti, con i Megadeth non succedeva da parecchio. 





sabato 24 gennaio 2026

RECENSIONE: LUCINDA WILLIAMS (World's Gone Wrong)

 LUCINDA WILLIAMS  World's Gone Wrong (Highway 20 Records, 2026)





l'ultima combattente


In questi mesi convulsi con gli equilibri del mondo ribaltati come un calzino usato e ormai logoro mi sono spesso chiesto dove fossero le voci degli artisti che più amiamo? Pochi, veramente pochi, quelli che si sono esposti in prima linea. In uno slancio di ingenua utopia ho addirittura pensato: perché nessuno organizza un grande concerto di protesta? Come dite? Son finiti gli anni d'oro del rock? Bruce Springsteen ci ha provato durante i suoi concerti dello scorso tour e ancora in questi primi giorni del 2026, pure Neil Young non le ha mandate a dire, come suo solito, facendo incazzare Donald Trump che si è spinto a rispondere loro direttamente. Ho assistito a un Bob Mould che ha interrotto il concerto per scusarsi per quello che sta succedendo negli Usa, abbiamo ascoltato il bellissimo disco di Mavis Staples dello scorso anno che già nel titolo Sad And Beautiful World diceva tutto. 

Ma solo una come Lucinda Williams che in vita ha collezionato così tante ferite con conseguenti cicatrici da sviluppare una spiccata sensibilità, poteva tirare fuori un disco di protesta come lo è World's Gone World. Un disco inseguito da sempre ma che solo ora sembra aver senso.

Dopo aver vinto la battaglia con l'ictus che l'ha colpita qualche anno fa e che ancora sta lasciando segni del suo passaggio donando una deambulazione incerta, ora da gran combattente affronta i mali del mondo e della sua America. E se siete stati al Teatro Lirico Giorgio Gaber di Milano  il 10 Gennaio del 2023 e avete assistito a uno dei concerti più surreali, strazianti e umani che abbia mai visto sapete di che pasta è fatta la settantatreenne cantautrice della Louisiana .Una che porta sempre a casa la partita con forza e cuore. " Faccio ancora fatica a camminare, il mio tour manager, Travis, mi sostiene per un braccio mentre salgo e scendo dal palco. A volte mi aggrappo all'asta del microfono solo per mantenere l'equilibrio. So cantare. Al momento no sto suonando la chitarra, quello lo farò più tardi"

Nella title track che apre il disco, alla Stones, si immedesima nella quotidianità di una giovane coppia della working class americana che fatica a tirare avanti trovando consolazione nella musica di Miles Davis. Ed è proprio quello che vuole Lucinda Williams con queste dieci canzoni di rock blues tese come lame che affondano sulla carne viva del mondo. Che si tratti del southern rock chitarristico alla Drive By Truckers di 'Something's Gotta Give' dove il "troppo" stroppia e il presagio è dietro l'angolo "il male è arrivato...lo senti ovunque", ecco le chitarre di Pettibone e Marc Ford salire in cattedra. Che si tratti della ballata country dalla lenta andatura alla Neil Young 'Low Life' (scritta insieme ai Big Thief e con l'armonica di Mickey Raphael), aleatoria fuga dalla realtà in compagnia di un bicchiere e di un juke box che trasmette Slim Harpo e Dr. John ma con un "uragano dentro" che continua a macinare rabbia. Che si tratti del taglio sixties di 'How Much Did You Get For You Soul?' calata negli inferi con l'incontro di Robert Johnson che forse ci aveva già messo in guardia, "i sogni rimandati" (ricordando la poesia di Langston Hughes) che escono dal blues nero 'Black Tears' a ricordarci quanto il razzismo serpeggi ancora indisturbato nonostante le lezioni della storia. Che si tratti della mistica e corale elettricità rock di 'Sing Unburied Sing' ispirata all'omonimo romanzo di Jesmyn Ward, della domanda "Dio ha dimenticato la battuta finale?" che infesta la lenta e pungente 'Punchline' con una chitarra Resonator a piangere le lacrime del mondo. Che si tratti del grido liberatorio "alzatevi e combattete" che esce prepotente da 'Freedom Speaks'. Lucinda Williams ci mette in guardia, ci informa. Ci sprona. E' il momento di agire: "ogni giorno il presidente Trump diceva qualcosa di folle o prendeva una decisione. Queste canzoni dovevano uscire"

Lo sapeva bene Bob Marley che già nel 1979 con 'So Much Trouble In The World' metteva il mondo davanti ai suoi mali (povertà, disuguaglianze, conflitti armati, degrado ambientale), gli stessi di oggi. L'eterno conflitto tra realtà e illusione. Il duetto con Mavis Staples sulla canzone di Marley è un dialogo tra due generazioni di donne destinato a restare. Da tramandare nei prossimi anni. Pur circondata da uomini, il marito Tom Overbay e Ray Kennedy collaboratori fidati , la sua band formata dalle chitarre di  Doug Pettibone e Marc Ford, la batteria di Brady Blade, il basso di David Sutton e le tastiere di Rob Burger (quell'Hammond!), sono le donne le vere protagoniste di queste dieci canzoni. Lo è Mavis Staples, lo è la voce della brava Brittney Spencer che doppia quella della Williams in un paio di occasioni, lo è Norah Jones che duetta nella finale 'We've Come Too Far To Turn Around', un valzer intimo che pare ottimista, vedendo un futuro migliore all'orizzonte. Un disco che ci spiattella i mali del mondo, suggerisce azioni e ci fa sognare un futuro diverso. Un grande disco: potente, fiero e resistente. Un disco che questi tempi meritano.





venerdì 23 gennaio 2026

THE DREAM SYNDICATE live@Hiroshima Mon Amour, Torino, 21 Gennaio 2026


Negli ultimi quattro anni a Torino credo di aver incrociato più volte Steve Wynn che un piatto di bagna cauda. Due eccellenze che non smettono mai di stupirmi. Due garanzie. Sempre. Wynn, da solo per concerti più intimi: in compagnia del solo Chris Cacavas (il quinto uomo alle tastiere, a sorpresa, stasera all'Hiroshima), oppure con Enrico Gabrielli e Rodrigo D'Erasmo per il bel concerto dell'anno scorso per la presentazione della salvifica autobiografia Non Lo Direi Se Non Fosse Vero. Libro assolutamente da leggere per quanta umanità vi è contenuta. E poi con i Dream Syndicate, sbarcati l'ultima volta in città nel 2022 allo Spazio 211, concerto da salotto tutti vicini vicini. Ma stasera è diverso. Si respira l'aria del grande evento, il locale è più grande e si riempirà, meritatamente, è la prima data del tour europeo e il primo dei quattro concerti italiani per festeggiare il loro Medicine Show, il secondo disco uscito nel 1984 e da poco ristampato in un ricco box, che tanto fece soffrire in fase di registrazione ("alla fine ero molto soddisfatto del disco, ma fisicamente e mentalmente ero a pezzi" racconterà Wynn) quanto fu fondamentale per proiettarli tra i grandi gruppi rock americani degli anni ottanta. 

I Dream Syndicate non deludono mai anche quando decidono di improntare la prima parte di show pescando brani solamente dalla seconda fase di carriera, mai troppo lodata e ancora tutta da scoprire,  quella della sperimentazione, cavalcando territori più aspri e dilatati uscendone comunque vincitori. A farla da padrone in scaletta è l'album How Did I Find Myself Here? e Jason Victor a confermarsi un grande chitarrista, quando dialoga con la chitarra di Wynn e ancor di più quando parte per i suoi viaggi sonori portandosi dietro tutti noi. Tanto compassato quanto trascinatore.


Dieci minuti di pausa e la scenografia dietro a loro passa dalla copertina dell'album These Times a quella inconfondibile e iconica di Medicine Show. Momento atteso dai piu. L'età stasera conta e sotto i cinquanta anni è difficile scovare gente.

Di quei tempi lontani, oltre alla giacca di Wynn, sono rimasti in tre: Wynn e la sezione ritmica instancabile e a tratti roboante con Mark Walton al basso e Dennis Duck alla batteria.

Tutto ciò che è compreso tra 'Still Holding On To You'  e 'John Coltrane Stereo Blues' che vorresti durasse all'infinito ma che già straripa oltre, è pura gioia per le nostre orecchie. 

Tre decenni di musica che paiono tenersi per mano: sixties e eighties mai così vicini, tra acidità, garage punk e psichedelia che ballano insieme, si mischiano, si allungano, si dilatano in cavalcate elettriche ipnotizzanti e da vero colpo da KO. Dove si finisce di riinizia con la canzone successiva. I bis finali dedicati all'album The Days Of Wine And Roses con due canzoni e a una 'Let It Rain', cover di Eric Clapton che ci accompagna verso l'uscita dopo due ore e dieci di concerto con un solo commento all'uscita da parte di tutti: i Dream Syndicate sono una garanzia! Sempre. Come un buon piatto di cucina piemontese. Sì, insomma domani sera faresti volentieri il bis. 





domenica 18 gennaio 2026

RECENSIONE: GLUECIFER (Same Drug New High)

 

GLUECIFER  Same Drug New High (Steamhammer, 2026)





il ritorno 


Me la ricordo molto bene quella serata del 1 Febbraio 1998 al Babylonia di Biella: una domenica sera con il meglio del rock'n'roll scandinavo sulla piazza ai tempi. Di scena gli svedesi Hellacopters, ad aprire i norvegesi Gluecifer. Che serata infuocata! Sono passati ventisette anni e dopo aver sognato per anni un'altro concerto con questa accoppiata protagonista, oggi nel 2026 quel sogno si potrebbe compiere da qualche parte in giro per il mondo. Non certo al Babylonia morto e sepolto da anni e forse nemmeno in altri posti d'Italia visto che il tour dei Gluecifer non toccherà nemmeno il nostro paese. Tornati in pista gli Hellacopters con un paio di dischi senza la carica della gioventù ma con la classe della maturità, anche i norvegesi guidati da Biff Malibu (voce) e Captain Poon (chitarra) con Raldo Useless (chitarra), Danny Young (batteria) e Peter Larsson (basso) ricompaiono dopo un'assenza discografica lunga ventidue anni (Automatic Thrill fu l'ultimo album nel 2004). L'idea di un nuovo disco nasce l'indomani del tour di reunion iniziato nel 2018 e proseguito fino al 2023 e come spesso succede ci si domanda: il tempo avrà scalfito l'inconfondibile rock'n'roll adrenalinico del quintetto norvegese? Quel gallo combattivo posto in copertina sembra essere chiaro: i Gluecifer sono tornati per restare e continuare a far muovere gambe e culi a tutti i loro fan sotto al palco. Il tris di canzoni iniziali le canta chiare, i Gluecifer sono ancora una fottuta macchina rock'n'roll, una delle migliori e forse sottovalutate degli ultimi trent'anni. 'The Idiot' (il titolo da un quartiere di Oslo) corre veloce con la carica del punk, 'Same Drug New High' è più cadenzata ma sferraglia che è un piacere, mentre con 'Armadas' si ritorna a correre ad alta velocità. Se 'I'm Ready' ha il tiro degli Ac Dc con una melodia contagiosa (un po' come 'Made In The Morning'), 'The Score' presenta il riff più cadenzato e quadrato che sembra uscire dagli anni ottanta di qualche metal band old school. I tempi cambiano e in 'Pharmacy' Biff Malibu  ci accompagn tra i marciapiedi di una città abitata da zombie annientati da Fentanyl, ma non troppo visto che la vita on the road dei musicisti che esce da 'Another Night, Another City' sembra essere la stessa di sempre. La loro 'We're Are The Road Crew' degli amati Motorhead che seguirono pure in tour. '1996' riporta le lancette indietro alla loro entrata in scena, poco prima del debutto Ridin' The Tiger, scandinavian rock  come ai vecchi tempi, mentre 'On The Wire' chiude il disco seguendo una stralunata tastiera molto sixties e psichedelica.

Undici canzoni tra punk, garage e hard rock che Biff Malibu descrive così: "canzoni su un quartiere di Oslo, un rifugio dalla città verso uno stile di vita rurale e alternativo, sull'amore, sull'odio, sulla grandezza da due centesimi, sull'apocalisse e sulla descrizione precisa della vita del Capitano Poon a metà degli anni Novanta".

Il mondo intorno a loro è cambiato, tutto corre sempre più veloce ma lo spirito della musica esce ancora intatto e immutato come in quel 1996. Bentornati.




sabato 17 gennaio 2026

RECENSIONE: STEVE RUDIVELLI (Bla Bla Bla Mon Amour)

 

STEVE RUDIVELLI - Bla Bla Bla Mon Amour (autoproduzione, 2025)



working class hero 


Ho sempre pensato che se abitasse in Texas, metti ad Amarillo, tanto per rimanere in tema con un grandissimo artista scomparso da pochissimo tempo, Steve Rudivelli sarebbe uno di quegli eroi locali che potresti trovare tutte le sere dove si suona musica live, nei saloon, nelle cantine, nei pub. Stivali a punta, jeans attillati, cappello in testa, chitarra in mano e armonica al collo,  Steve Rudivelli lo trovate invece nei locali della laboriosa provincia brianzola come lo trovai io l'unica volta che lo vidi  dal vivo una sera di fine autunno. Lui stava fuori dal locale coperto solo da un gilet io morivo già dal freddo. Se non avessi avuto un bicchiere d'alcol in mano lo avrei aspettato all'interno. Invece fu piacevole trovarsi lì.

Local hero per eccellenza, musicista di giorno, operaio di notte, uno che sposa di diritto la filosofia di Pino Scotto: a proposito cercatevi il suo ultimo The Devil's Call, gran bel disco di hard blues, passato troppo inosservato.

Bla Bla Bla Mon Amour non tradisce la scia degli ultimi album di Rudivelli, scarni e acustici, solitari, folk, lontani dal rock’n’roll delle sue cose più vecchie e che forse un giorno ritorneranno.

Album, gli ultimi, che sembrano ancora figli del lockdown, quando soltanto una chitarra bastava per intrattenere e sopravvivere ma c'è anche quel retrogusto di salsedine che spesso fa capolino ricordandoci, con velata malinconia, che non bisogna mai smettere di sognare che tu viva in Brianza, in Texas o a Malibù.

Canzoni tenute insieme da chitarra, voce e armonica con la sola chitarra elettrica (e slide) del fedele Andy D a ricamarci sopra. Storie di provincia e sogni di rock’n’roll appiccicati come chewgum sulla pelle dove  personaggi non ben identificati ma con la targhetta loser attaccata al collo vagano in cerca di fortuna: c'è chi ha un dente d'oro ('Jack Dal Dente D'Oro') e chi un Osso di animale come collana ('Osso Di Pescecane'). Spesso i suoi testi giocano con la fonetica delle parole ('John Sexy Paranoid Yellow') e fanno da impalcatura a uno stile personale. Tutto suo. Non è difficile intercettare Bob Dylan e il primo John Prine nella sua musica, mentre affiorano  Paolo Conte in 'Francia Perché e nelle atmosfere calienti di 'Calypso Malibù' e Rino Gaetano in 'Chewingum Revenge' e nella fotografia color seppia fotografata in 'Summer 23'. Il border walzer di  'Ultimo Ballo', la title track e 'Diamond On Diamond' ci regalano invece il suo lato più romantico. Se passate in Brianza, entrate in un bar, sfogliate il giornale locale che trovate sopra al frigo dei gelati e cercate le pagine degli spettacoli, se siete fortunati scoprirete che Steve Rudivelli quella sera suonerà da qualche parte lì, proprio vicino a voi. 



RECENSIONE: STEVE RUDIVELLI - Brianza Texas Radio (2018)

RECENSIONE: STEVE RUDIVELLI - Metropolitan Chewingum (2020)

RECENSIONE: STEVE RUDIVELLI - Gasoline Beauty (2021)

RECENSIONE: STEVE RUDIVELLI - Calypso Gin (2022)


mercoledì 7 gennaio 2026

RECENSIONE: BRYAN ADAMS (Roll With The Punches)

 

BRYAN ADAMS  Roll With The Punches (Bad Records, 2025)




il combattente

l'industria musicale è in continua trasformazione, sempre più difficile stare dietro alla valanga di uscite che sembrano attaccarci da ogni parte. Uno ci prova ma la sconfitta è sempre dietro l'angolo: centinaia di dischi in streaming e sulle piattaforme, decine e decine di CD e vinili, per chi ci crede ancora, ci riempiono le orecchie ponendoci davanti a delle scelte.

Succede così che Bryan Adams con Roll With The Punches, uscito per la sua etichetta Bad Records, tiri fuori il suo miglior disco da parecchi anni a questa parte e quasi nessuno ne parli. Ok, non sarà a livello dei grandi successi anni ottanta e novanta, non è Reckless e neppure Walking Up The Neighbours, ma il canadese è sempre stato uno piuttosto "giusto", fedele al suo rock melodico dove chitarre e pop contano alla stessa maniera e le grandi arene continua a riempirle, nonostante tutto. Togliendo una ballata di troppo come 'Life Is Beautiful', sdolcinata a dir poco, quello che rimane è un disco alla Bryan Adams al cento per cento, e l'aiuto di vecchie  volpi come Mutt Lange e Jim Vallance confermano. Dalle tirate rock di 'Make Up Your Mind', 'Be The Reason' e 'Roll With The Punches' con la chitarra del veterano Keith Scott a salire in cattedra ( "è un messaggio per me stesso. Ho lasciato il mio management e sono diventato un artista indipendente dopo 40 anni con la Universal Music. Finalmente ero libero. Il messaggio è: continua ad andare avanti, continua a progredire e tutto andrà bene") agli influssi bluesy di canzoni come 'A Little More Understanding' dal ritmo funk e guidata dall'Hammond (" è  il mio messaggio per i tempi che stiamo vivendo. Viviamo tempi precari. Non è una canzone politica, ma è certamente una canzone che parla di questo: forse se ci capissimo tutti un po' meglio, se ci mettessimo nei panni degli altri e guardassimo entrambi i lati, scopriremmo di avere effettivamente un terreno comune") e 'How' s That Workin' For Ya?' con armonica battente territori Stones a ballate come 'Two Arms To Hold You' e 'Will We Ever Be Friends Again' che non avranno la forza dirompente delle sue migliori ballate che si arrampicavano ai primi posti delle classifiche ma sembrano trasmettere ancora tanta onestà e mestiere.

'Never Ever Let You Go' è puro rock pop con la targhetta eighties attaccata al collo mentre 'Love Is Stronger Than Hate' è un folk chitarra, armonica e piano quasi springsteeniana nella sua costruzione perfino nel testo che esce dal mood dei buoni propositi che impera (la forza di combattere per andare avanti e un set fotografico molto esplicito preparato da lui stesso) per raccontarci gli orrori della guerra visti dagli occhi di un soldato.

Per chi vuole ritrovare invece il Bryan Adams più semplice e grezzo, unplugged, la versione deluxe presenta un secondo CD con sette delle dieci canzoni rilette in acustico, solo chitarra e voce, armonica e piano all'occorrenza.





venerdì 2 gennaio 2026

i miei DISCHI del 2025

 



il mio 2025 in 12 Dischi (+12)

JAMES McMURTRY - The Black Dock And The Wandering Boy

MAVIS STAPLES - Sad And Beautiful World

BONNIE PRINCE BILLY - The Purple Bird

MICAH P.HINSON - The Tomorrow Land

RODNEY CROWELL - Airline Highway

CURTIS HARDING - Departures & Arrivals: Adventures Of Captain Curt

JASON ISBELL - Foxes In The Snow

AVETT BROTHERS and MIKE PATTON - AVTT PTTN

THE SAINTS - Long March Through The Jazz Age

CHARLIE MUSSELWHITE - Look Out Highway

JONATHAN JEREMIAH - We Come Alive

CHRIS ECKMAN - The Land We Knew The Best

+

Robert Plant - Saving Grace

Counting Crows - Butter Miracle 

Van Morrison - Remembering Now

Bob Mould - Here We Go Crazy

Marcus King Band - Darling Blue

Elton John & Brandi Carlile - Who Believes In Angels?

Joe Bonamassa - Breakthrough

Paul Weller - Find El Dorado

Buddy Guy - Ain't DonevWith The Blues

Willie Nile - The Great Yelliw Light

Steven Wilson - The Overview

Hayes Carll - We're Only Human



il mio 2025 in 12 Dischi HARD/HEAVY e altre cose (+ dodici)

CORONER - Dissonance Theory

TESTAMENT - Para Bellum

PARADISE LOST - Ascension

DEFTONES - Private Music

PENTAGRAM - Lightning In A Bottle

BENEDICTION - Ravage Of Empires

HELLACOPTERS - Overdriver

HELLOWEEN - Giants & Monsters

CHEAP TRICK - All Washed Up

AGNOSTIC FRONT - Echoes In Eternity

KING WITCH - III

NIGHTSTALKER - Return From The Point Of No Return

  +

Warlung - The Poison Touch

Danko Jones - Leo Rising

Gotthard- Stereo Crush

Alice Cooper - The Revenge Of Alice Cooper

The Rods - Wild Dogs Unchained

Helstar - The Devil's Masquerade

Steve Von Till - Alone In A World Of Wounds

The Hives - The Hives Forever Forever The Hives

Biohazard - Divided We Fall

FM - Brotherhood

Adrian Smith/Richie Kotzen - Black Light/White Noise

Michael Schenker Group - Don't Sell Your Soul


il mio 2025 in 12 Dischi ITALIANI

ANGELA BARALDI -3021

MESSA - The Spin

CASINO ROYALE - Fumo

EDDA - Messe Sporche

LUCIO CORSI - Volevo Essere Un Duro/La Chitarra Nella Roccia

NEGRITA - Canzoni Per Anni Spietati 

ENRICO RUGGERI - La Caverna Di Platone

ANDREA LASZLO DE SIMONE - Una Lunghissima Ombra

CRISTIANO GODANO - Stammi Accanto

CAPAREZZA - Orbit Orbit

BANCO DEL MUTUO SOCCORSO - Storie Invisibili

DADÀ - Core In Fabula