sabato 3 ottobre 2020

RECENSIONE: BLUE ÖYSTER CULT (The Symbol Remains)

BLUE ÖYSTER CULT 
 The Symbol Remains (Frontiers Records, 2020)





simbolo indelebile
Il fatto che in Giappone l'album sia già uscito fa sì che lo si trovi in rete con una certa facilità. Quindi è circa una settimana che mi gira allegramente in macchina. La passione è debole. 
Prima che parta 'The Machine', canzone incastonata a metà di un un album fin troppo generoso di quattordici canzoni per sessanta minuti (naturalmente i giapponesi hanno anche la loro esclusiva bonus track), si sente la vibrazione e il suono di un cellulare: è un po' il segno dei tempi che ci annuncia il ritorno della band guidata dagli storici Eric Bloom (chitarre, tastiere, voce) e Donald "Buck Dharma" Roeser (chitarre, tastiere, voce) dopo diciannove anni di assenza discografica (Danny Miranda al basso, Jules Radino alla batteria e Richie Castellano alle tastiere, chitare e voce in un paio di pezzi a completare). Tanti ma l'importante è esserci e dimostrare vitalità e freschezza. 
In qualche modo qua dentro convivono l'una con l'altra. 
Ascoltando e riascoltando The Symbol Remains, uscito per la nostra Frontiers Records, del nuovo Blue Öyster Cult posso dire che non si sono fatti mancare proprio nulla in varietà: hard massicci e pesanti (la minacciosa apertura 'That Was Me' nasconde anche un intermezzo reggae al suo interno, la bella 'The Return Of St. Cecilia' a recuperare il passato), 'Box In My Head' avanza incalzante rastrellando melodia e chorus vincenti, heavy oscuri e veloci ('There' s A Crime'), rock'n'roll con pianoforte in primo piano ('Nightmare Epiphany'), boogie blues scalcianti e divertenti ad evocare una locomotiva in corsa con tanto di armonica ('Train True (Lennie's Song)'), Aor melodici e soft rock d'annata ('Tainted Blood'), accenti southern (la bizzarra 'Florida Man' scritta insieme al paroliere e romanziere John Shirley), incursioni prog nella saga quasi teatrale di 'Alchemist', la più lunga  nei suoi sei minuti e forse il vero capolavoro del disco. 
Certo non tutto è perfetto: il metal epico alla Manowar (!!!), suono, cori e titolo compreso, di' Stand And Fight' mi fa sorridere…anche se nelle loro corde da sempre. Manowar prima di voi, si potrebbe quasi osare. Ricordate 'Godzilla'? 
Le parole di Eric Bloom confermano: "quando sono emerse le demo delle canzoni, ci siamo resi conto che c'era tanta, se non maggiore, varietà nello stile e nei contenuti in questo disco che nella nostra storia". 
Sì: questo album vola sopra la loro intera carriera in modo disinvolto, spassoso e divertente. Manca quell'alone di mistero, esoterismo e paranormale in bianco e nero che permeava i loro migliori anni settanta ma la croce con il gancio riesce ancora a sollevare, agganciare e distruggere a seconda dei casi. Anche se a colori da moltissimi anni. 
Non male dai, per una band con tutti quei decenni sulle spalle.





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