domenica 30 marzo 2025

WARRIOR SOUL live@RocknRoll Club, Rho, 29 Marzo 2025


Kory Clarke è in una forma invidiabile. E questa è già una grandissima notizia. La seconda notizia: sarebbe bello trovare la sua età. Provateci voi se ci riuscite. 

Kory Clarke ha sempre fatto quello che cuore e mente gli hanno dettato. Nel bene e nel male. A un passo dal diventare uno dei più credibili guru del rock alternativo degli anni novanta quando la sua creatura Warrior Soul, germogliata a Detroit e sbocciata a New York, iniziò a buttare fuori dischi che mischiavano l'urgenza del post punk con il metal, la New Wave e la psichedelia condendo il tutto con testi al vetriolo da ultimo dei reietti con la missione ben precisa di mettere in guardia il mondo da un'imminente apocalisse e riportare il rock al centro dell'attenzione, portarlo nuovamente ad essere un animale selvatico, anarchico, strisciante, pericoloso, contro il sistema, veicolo di messaggi. Forti. Diretti. Disturbanti.

Ci andò vicino ma i suoi messaggi erano però "troppo divisivi" per un mercato che cercava nuovi idoli universali e per le masse.

"In America ho sempre trovato difficoltà. Ho sempre pensato che fosse a causa delle mie critiche alla situazione sociale americana e al coraggio di dire davvero quello che provo al riguardo" disse.


Troppo colto e intelligente nella musica è sinonimo di troppo pericoloso. Questo è stato il maggior pregio ma anche il motivo per cui il nome della band non è arrivato sulla bocca di tutti ma si è fermato un passo prima, nonostante un buon contratto con la Geffen. Cory Clarke era carismatico, dannato il giusto, sciamanico ma faceva paura, non era accomodante in nulla, andava avanti per la sua strada senza compiacere niente e nessuno e il trittico di dischi Last Decade Dead Century (1990), Drugs, God And The New Republic (1991) e Salutation From The Ghetto Nation (1992) rimarranno lì a dimostrarlo. Tra le migliori uscite di quei primi anni novanta, un attimo prima dell'esplosione grunge. Chill Pill (1993) e The Space Age Playboys (1994) subito dopo non erano da meno ma stava cambiando qualcosa.

Poi il tempo passò, i compagni di band pure (alcuni come il batterista Mark Evans e il bassista recentemente scomparso Pete McClanahan non ci sono più) la trasformazione nei meno impegnati e più stradaioli Space Age Playboys sembrò naturale, senza forzature, così come il ritorno al marchio Warrior Soul nel 2007. Da allora non ha più smesso (l'ultimo disco Out On Bail è del 2022) e le cose intorno a lui sembrano siano andate esattamente come immaginava: di merda.

La data di Rho sembra sia stata aggiunta in corsa alle date italiane del tour europeo (io l'ho saputo un giorno prima!) ma il Rock'n'roll Club, piccolo, stipato e sudato ha risposto alla grande: perennemente in piedi dal trespolo di una cassa, in contatto costante con il suo pubblico, Kory accompagnato da Dennis Post e il "nostrano" GG Rock alle chitarre, Ivan Tambac alla batteria e Christian Kimmett al basso ci ha raccontato quanto il mondo stia andando a puttane. Nuovamente. Oppure è già andato e lui ci aveva avvertito in tempo. Da Intro e Interzone (dei Joy Division) che hanno aperto le danze è stato un susseguirsi di inni da cantare, scalciare e sputare: Love Destruction, Punk And Belligerent, la cinica Jump For Joy, Ass Kickin, The Party, Downtown, Junky Stripper, Fuck The Pigs, Rocket Engines, The Losers, Back On The Lash, Blown fino alla finale Wasteland, inno per tutti i perseguitati da politici e censura. Un'ora e 35 minuti senza una minima pausa. Duri, reali, senza trucchi, senza inganni. In your face. Kory aizza, salta, cade si rialza, si contorce, si accasscia, si sdraia, si rabbocca il calice di vino rosso, da vero trascinatore ci porta nella sua Detroit, in mezzo a droghe, malaffari, e corruzione. Ad una 'America marchiata da abusi di poteri, ingiustizie e violenza. Non si ferma mai. 



Un grande frontman, di quelli che non ne fanno più. Carico e pesante di esperienze e tanta vita on the road.

E durante 'Fuck The Pigs' alto si leva il coro: 'Fuck Elon Musk'. I bersagli cambiano, il dito medio è sempre lo stesso e puntato nella direzione giusta.

E quella apocalisse profetizzata, in questi anni difficili sembra essersi quasi materializzata. Forse aveva ragione lui. Forse vale ancora la pena farsi sentire. I Warrior Soul ci provano ancora, dal basso, dai piccoli locali anche se meriterebbero ben altre piazze. Concerto spiazzante per cotanta cruda bellezza!







mercoledì 26 marzo 2025

RYAN ADAMS live@Teatro Dal Verme, Milano, 24 Marzo 2025


Cos'è stato questo concerto se non la rappresentanza live sopra un palco, adgobbato come una sala dei primi 900, senza  maschere se non le tante sue, con i suoi fantasmi e i suoi mostri compresi nel prezzo, dell'intera vita artistica, e personale, di Ryan Adams? Un giro di quasi tre ore a bordo delle montagne russe di un vecchio luna park con tanti picchi, a tratti inarrivabili, irripetibili pure per lui nel tempo, genuini, geniali e artistici e altrettanti punti bassi da sfiorare, a volte, il tonfo. Narcisistico e caratteriale. Artistico.

Ryan Adams è da sempre un artista tormentato, bulimico di musica e con il cuore perennemente a pezzi. Uno di quelli che attacca per primo per difendersi dietro un vetro, spesso troppo sottile per poter reggere i colpi che arrivano da fuori. E a volte sono stati molto pesanti.

E allora: da una parte la bellezza di una voce che attacca con 'To Be Young (Is To Be Sad, Is To Be High)' come un vecchio bluesman del Delta Blues e durante la serata sciorina l'intero disco di debutto (non siamo qui, anche, per questo?), una splendida versione di 'Gimme Something Good' spogliata di elettrico e ricamata alla chitarra acustica spagnoleggiante, una 'Idiot Wind' di Dylan da sola vale quasi la serata, la mia amata 'Ashes & Fire'. 


Dall'altra: il dialogo continuo con il pubblico che diventa a tratti scontro, prolisso e sberleffo, pure noioso (senza microfono, la continua lotta con i flash dei telefonini. Con i telefonini anche senza flash), sicuramente mangiatore di buon tempo altrimenti da dedicare alla musica anche se poi da esso trae spunto per le sue improvvisazioni: dalla coppia che esibisce il cartello del tipo " mio marito passa più tempo con la tua musica che con me" che al pianoforte diventa una dedica per loro 'Dennis And Senia' (quando mai ricapiterà? Quali innamorati non la vorrebbero una dedica in teatro?), alle richieste musicali nel secondo set, con una 'Lucky Now' interpretata dal giovane, emozionato e bravissimo musicista bresciano Simone Bertanza, invitato sopra al palco, mentre Adams fa il contro canto, con fare fraterno, seduto di fianco. Al giro con acustica e senza microfono tra la platea a suonare le radici di Elsie Clark e Hank Williams:  "vorrei suonare qui ogni sera" dice. E tutto diventa sncora più caldo e intimo.

Ecco: alti e bassi, bassi e alti. Questo è stato. Questa è la vita. E sbirciando le scalette (sempre diverse: a Stocvolma nel secondo set ha catapultato dodici civer, da Ray Charles si Black Sabbath) di questo "solo" tour europeo capisci che Ryan Adams non finge e non sta recitando nessun canovaccio e nessun copione. Un concerto fuori catalago. Non è forse la pazzia (pure peggiorata: "è bruciato" il mantra più ripetuto all'uscita) che vogliamo dai nostri artisti preferiti?

Vedere Ryan Adams giocare con la vita mi è sembrata ancora una gran fortuna, tutto sommato.



domenica 23 marzo 2025

RECENSIONE: BLUES FACTORY feat. Fabio Drusin (III)

 

BLUES FACTORY feat. Fabio Drusin  III (ArteSuono, 2024)




music satisfie my soul


Quattordici anni fa (ma come passa il tempo!?) intervistando Fabio Drusin, voce e basso dei W.I.ND. storica band friulana e musicista in tanti altri progetti e collaborazioni di rilievo ( Alvin Youngblood Hart’s Muscle Theory), in occasione dell'uscita di Walkin In A New Direction gli chiesi come si potesse definire la loro musica e lui mi rispose così: "Una parola: Rock. Non amo particolarmente le etichette, che non dovrebbero essere date dai musicisti, i generi sono stati inventati dai giornalisti, per meglio etichettare una o l'altra band, che ovviamente è comodo e in certi casi serve; nel Rock, specie quello di un tempo, trovi un pò di tutto: il Blues, il Soul, il Funk. Mi piace ricordare una frase di Gregg Allman: "Non siamo una Jam Band, siamo una band che fa Jam". 

Oggi siamo nel 2025 e ritrovo Drusin come ospite speciale dei Blues Factory, un altro power trio friulano e quella parola "rock" si applica sempre bene per definire il progetto Blues Factory, messo in piedi dal cantante e chitarrista Cristian Oitzinger che vede lo stesso Drusin al basso e armonica e Daniele Clauderotti alla batteria.

Registrato all'Artesuono di Sefano Amerio a Udine, III è un disco per chi ama l'antica attitudine del rock blues suonato con competenza, rispetto e vigore, qui non si inventa nulla ma si porta avanti il verbo con antica passione e devozione. 


Oitzinger, autore di sette pezzi su otto  vanga nella tradizione mettendoci davanti il suo vissuto. E tutto sembra ruotare intorno al torrido riff di  'Mountain Man' composizione centrale dal tiro zztopiano, dedicata al padre Giovanni, ispirazione di vita: dall'iniziale e sorniona 'Unhappy Girl' che gira intorno ai territori cari a Gov't Mule e Warren Haynes, alle rockeggianti 'Rolling Man' e 'The Love You Brought' dalla ritmica dinamica tra i Free e gli Stones di metà anni settanta, con il testo scritto dall'amico di Nashville Mike Cullison. Belle anche le due ballate: 'Time To Make Mistake' e 'Like A Winter Night', dai sapori southern. 

'What You Wanna Do' è un rock blues dal basso pulsante e la slide di Oitzinger in grande evidenza, cantata dalla voce più sporca di  Drusin che si allunga in una jam finale con l'armonica.

In conclusione 'Music Satisfie My Soul', che inizia come un vecchio gospel ma si elettrizza subito mantenendo i piedi in tre scarpe, tra Led Zeppelin, southern rock e gospel con i cori femminili delle The Nuvoices Project e un Hammond B3 suonato da Rudy Fantin a tenere unito il tutto nella composizione più articolata e variegata in scaletta.

E torniamo a quella parola "Rock" con la quale ero partito: qui si va sul sicuro! Un disco caldo e avvolgente che tra alti quindici anni si potrà rimettere su, ritrovando tutta l'antica magia della musica suonata con cuore e passione. Naturalmente spero che i Blues Factory nel frattempo facciano uscire tanti altri dischi. "Music satisfie my soul" mi sembra una buona conclusione.





sabato 15 marzo 2025

RECENSIONE: JASON ISBELL (Foxes In The Snow)

 

JASON ISBELL  Foxes In The Snow (Southeastern, 2025)




altro inizio

Jason Isbell non si è mai nascosto dietro a nulla. Ha sempre messo in musica la sua vita, che si accompagnasse dietro al suono elettrico di una band (i suoi 400 Unit, messi in piedi dopo l'esperienza con i Drive- By Truckers) o viaggiasse da solo, nei suoi testi ha messo  davanti  fragilità, errori, redenzione, morte, la raggiunta sobrietà e i suoi amori, come cantò  nel superbo Southeastern uscito nel 2013, sicuramente il suo picco cantautorale.  Ai tempi cantava di un amore salvifico, l'incontro decisivo con Amanda Shires, musicista e compagna di band, che diventò sposa e madre della loro figlia di nove anni, la Shires lo prese per mano e lo tirò fuori dall'alcolismo e lo rimise in careggiata. Da allora Isbell non si è più fermato, celebrando la sua carriera con il recente live album Live From The Ryman Vol.2.

Oggi, dodici anni dopo, di quell'amore rimangono queste undici canzoni, le prime scritte dopo il divorzio avvenuto nel 2023.

"Il punto per me è che avevo bisogno di esprimere come mi sentivo in queste canzoni. E a volte non provo metafore. A volte, provo emozioni dirette proprio come tutti gli altri".

Ma se tra le righe di 'Gravelweed', della romanzata 'Eileen' e della dura 'True Believer', la rottura è ben evidenziata ("all your girlfriends say I broke your fucking heart" canta), nelle restanti canzoni ad affiorare con più fervore sembra essere la rinascita, il rinnovato sentimento d'amore per la  nuova compagna, la pittrice Anna Weyant (la copertina dell'album è opera sua) nella splendida 'Foxes In The Snow', in 'Ride To Robert's' (descrizione di una serata al Robert's Western World, bar vecchio stile di Nashville) e nel positivo finale 'Wind Behind The Rain'. Non mancando di rinsaldare il suo  attaccamento alla vita nell'apertura 'Bury Me', una canzone western ("non sono un cowboy / ma so cavalcare" canta), dove affiora il passato da alcolista, qualche accenno politico e sociale guardando indietro alla sua Alabama ('Crimson And Clay'), i consigli di vita che mette in fila in 'Don't Be Tough', l'inesorabile trascorrere del tempo della malinconica 'Open And Close'.

Per registrare il disco sceglie la via che potrebbe sembrare la più semplice ma che non lo è affatto, essendo forse la prova più difficile per un cantautore: tenere alta la soglia per quaranta minuti di canzoni costruite per sola voce e chitarra. Un disco acustico, cantato e suonato, divinamente, in completa solitudine con il solo ausilio di una vecchia chitarra acustica Martin 0-17 del 1940. In giorni in cui il Greenwich Village è tornato prepotentemente di moda grazie al film su Bob Dylan, Isbell si è chiuso per soli cinque giorni dentro agli Electric Studios di New York con la produttrice Gena Johnson e tra superbi e fluidi giochi di finger picking e virtuosismi chitarristici resi ancor più evidenti dal carattere intimistico delle canzoni di matrice  folk, country blues d'altri tempi, e una voce calda che non tradisce le sue origini del Sud, sembra mantenere fede alle parole che David Crosby lasciò su di lui, indicandolo come "il miglior cantautore moderno d'America". Non so se lo è veramente, ma questo disco è una buonissima candidatura che gli apre pure nuove (vecchie e battute) strade per il futuro.






domenica 9 marzo 2025

THE DEAD DAISIES live@Phenomenon, Fontaneto D'Agogna (NO), 8 Marzo 2025

 


Quando l'australiano David Lowy, mite uomo d'affari e pilota d'aerei con tanto di medaglie d'onore, mise in piedi i Dead Daisies nel 2011 per puro divertimento (non nasce tutto così?), il suo intento ero quello di creare una sorta di famiglia allargata del rock’n’roll, una sorta di nazionale "resto del mondo", in grado di mutare elementi nel tempo senza mai perdere di vista certi valori e alcune dinamiche: chiunque passasse avrebbe dovuto lasciare su disco ma soprattutto sul palco l'impronta del proprio amore per il rock'n'roll e una dose massiccia e sudata di divertimento. Non c'era bisogno di inventarsi nulla, l'importante era continuare a divulgare il verbo, tra tradizione e qualche suono moderno ma non troppo, tra canzoni originali e tanti omaggi rivisitati.

Esattamente quello che è stato riversato stasera per la prima delle due date italiane (l'altra, oggi a Padova) del nuovo tour europeo: perché in qualche modo da un concerto della band è difficile uscire insoddisfatti e senza la certezza che il rock'n'roll sia una delle più grandi invenzioni dell'uomo in grado di unire e far cantare insieme  corpi sconosciuti, alleviare disagi accumulati durante la settimana, far dimenticare per due ore di show tutto quello che succede là fuori. E di questi tempi non è cosa da poco e da sottovalutare.


A proposito: il Phenomenon è una delle migliori sale concerto dell'asse Piemonte/Lombardia, perché venga usata sempre con il contagocce per me rimane un insondabile mistero.

Il nuovo spettacolo è giustamente e principalmente improntato sull'ultimo disco inciso, il solido e scanzonato Light 'Em Up, uscito nel 2024 e prodotto da Marti Frederiksen, ma come sempre non sono mancate alcune sorprese, una di imminente uscita e una carrellata sull'ormai ultra decennale  storia della band ('Long Way To Go', 'Rise Up', 'Mexico', Bustle & Flow', 'Resurrected').

A questo giro, ci sono gli importanti ritorni di John Corabi (ex Scream, Motley Crue, Union) alla voce (io sono uno di quelli che ritiene il disco inciso nel 1994 con i Motley Crue una delle cose migliori fatte dalla band di Los Angeles, la strada da seguire era quella...) dopo due dischi con Glenn Hughes e del "golden boy"  Doug Aldrich (Dio, Whitesnake) alla chitarra solista dopo una delucata operazione che lo ha tenuto lontano dalla musica che uniti allo stesso Lowy (seconda chitarra), al basso di Michael Devin (Whitesnaske) e al potente drumming di Tommy Clufetos (Alice Cooper Band, Ted Nugent, Ozzy Osbourne, Black Sabbath nel suo cv) formano una band dall'alto tasso hard rock blues che non lascia prigionieri. Conferma ne sono le nuove canzoni 'Light Em Up', 'I'M Gonna Ride' (dedicata a tutti i biker in sala) e una 'Love That'll Never Be' acustica cantata e suonata dal solo Corabi a centro palco, uno dei momenti più intensi della serata e uno dei più rari di apparente calma sonora.

Dall'ultimo disco viene pure eseguita 'Take A Long Line', la cover del gruppo australiano The Angels, cantata da Lowy. Già le cover. Se la finale 'Helter Skelter' (Beatles) e 'Holy Moses' (The Sensational Alex Harvey Band) sono ormai consuetudine, le sorprese arrivano da una 'Fortunate Son' dei Creedence Clearwater Revival e da due rivisitazioni di standard blues che troveremo presto in un album di cover (Lookin For Trouble) che uscirà a fine Maggio, registrato tra Nashville e i mitici studi a Muscle Shoals in Alabama. 


Nell'album ci saranno brani di Muddy Waters, Lead Belly, B.B. King, Howlin' Wolf e Rufus Thomas. Stasera ci hanno presentato 'Crossroads' di Robert Johnson e 'Going Down' di Freddy King rivestite di fumante hard rock alla loro maniera. Esperimento riuscito e che lascia ben sperare.

Anche durante la presentazione della band non sono mancate citazioni e rimandi musicali: da 'Highway To Hell' a 'Seven Nation Army' ( e via di "po po po po po pooo" quasi fosse il 2006), da 'Heaven And Hell' a 'Living After Midnight'. Corabi presenta i suoi compagni, scherza sulle sue lontane origini siciliane e ci conferma che i Dead Daisies oltre a essere a loro volta una super band formata da musicisti pazzeschi (la Gibson di Aldrich è puro hard seventies, Clufetos dietro la batteria fa tremare il locale) sono ancora dei grandi fan, devoti e appassionati di rock'n'roll.

Non per nulla la band entra sul palco sulle note di di 'Rock and Roll' dei Led Zeppelin, manifesto mai passato di moda ma che oggi, con il bel documentario in sala dedicato ai four sticks, sembra prepotentemente indicarci una sola strada da seguire per vivere meglio i nostri giorni...

(quante volte ho scritto "rock’n’roll"?)






giovedì 6 marzo 2025

RECENSIONE: CHRIS ECKMAN (The Land We Knew The Best)

 

CHRIS ECKMAN  The Land We Knew The Best (Glitterhouse Records, 2025)




luoghi e cuore

Il nuovo album di Chris Eckman è una lenta e riflessiva passeggiata tra i paesaggi naturali della Slovenia, paese dove ha scelto di vivere da alcuni anni. Un dialogo interiore che si nutre di solitaria bellezza tra silenzi, grandi spazi incontaminati e continue meraviglie per gli occhi. Da quando abita da quelle parti, a Lubiana, oltre a tenere in piedi la sua casa discografica Glitterbeat, ha iniziato a camminare in quei luoghi, trovando rifugio, ispirazione e tante risposte. Lo posso capire.

Girata la pagina dei suoi Walkabouts, band di casa a Seattle nata a metà anni ottanta e che divideva con Carla Torgerson, mai  lodata abbastanza, una di quelle band che "potevano essere" ma che alla fine, aprì strade ma trovò la propria sempre impervia, il suo percorso artistico da solista ha iniziato a riempirsi di pagine impressioniste legate a quella profonda America lasciata indietro come un ricordo da spolverare ogni tanto.

Qui invece si addentra totalmente tra montagne, radure e boschi intorno a Lubiana cercando parole che diano un senso alla perdita, al perdono, cercando la forza di ricostruire se stessi dai cocci delle rovine.

Un tutt'uno che accomuna copertina, titolo (preso dal testo della prima canzone "Genevieve. The heart, the land, we knew the best") e foto interne scattate da lui stesso. Nei suoi profili social se ne possono trovare molte.

Dark folk dal passo lascivo, a tratti greve ('Running Hot' con i suoi archi) che riporta a nomi come Nick Cave, Leonard Cohen, Mark Lanegan. Gente che non c'è più o che da anni gira da altre parti.

Dall'iniziale 'Genevieve', elaborazione di una perdita, (Le guerre sono vinte / da coloro che si arrendono / e lasciano sogni morti alle spalle..." canta) fino a giungere alla finale 'Last Train Home' si è avvolti dentro a melodie che ti sbattono in faccia nostalgia e sogno, scavano nelle profondità dell'animo, riportano in superficie pezzi di vita, da dimenticare o solo bisognosi di cure e ricostruzione.

Tutto si adagia su chitarre acustiche, contrabbasso, pianoforte, archi e pedal steel suonate da fidi amici (Alastair McNeill) ma anche da musicisti sloveni, molti di estrazione jazz, con la voce di Eckman spesso doppiata da Jana Beltran.

Un arricchimento notevole se confrontato alle sole voce e chitarra su cui aveva costruito il precedente Wnen Thr Spirit Rests uscito nel 2021.

Un disco che trae forza da una costante omogeneità di fondo anche se non mancano un paio di episodi a briglia sciolta piazzati  a centro disco come 'Buttercup' e 'Laments' dove compaiono in superficie prima influenze alla Giant Sand  di Howe Gelb e poi i Crazy Horse di Neil Young. Una parentesi subito chiusa che porta a 'Haunted Nights' e 'The Cranes', la prima, dolorosa sequenza country  disegnata sulla pedal steel, la seconda, atmosferica e carica di suggestione.

Un album vissuto dalla prima all'ultima parola che riesce nel suo nobile intento di unire musica, paesaggi e interiorità.

"I luoghi creano determinate atmosfere ed esplorare questo aspetto è sempre stato importante per la mia musica". Impresa più che riuscita.





domenica 23 febbraio 2025

RECENSIONE: PENTAGRAM (Lightning In A Bottle)

 

PENTAGRAM  Lightning In A Bottle (Heavy Psych Sounds Records, 2025)




ossi duri

Mentre questa estate in Inghilterra i padri  saluteranno la musica con un mega evento, i Pentagram del sopravvissuto Bobby Liebling festeggiano i cinquantaquattro anni di carriera con il loro decimo disco in studio. I cugini americani dei Black Sabbath (from Virginia dal 1971), pur con la pesante assenza della chitarra di Victor Griffin, non intendono abbandonare la scena, anzi, firmando per la nostrana etichetta Heavy Psych Sounds Records sembrano voler garantirsi anche un nuovo futuro. Liebling, 71anni, occhi spiritati e una vita riacciuffata diverse volte (eroina, alcol, centri di riabilitazione, carcere, non si è fatto mancare nulla) continua a mettere in musica le sue (dis)avventure e il lato più oscuro del suo cervello. Non certo una condotta di vita da prendere ad esempio.

 Un disco che abbandona parzialmente il primordiale doom (parola odiata dal buon Liebling, che ha sempre preferito usare un semplice "hard rock pesante"), che però  fa ancora la voce grossa e lenta  come nella finale 'Walk The Sociopath' o in  'I Spoke To Death' e 'Lightning In A Bottle' preferendo però un approccio carico di groove: lo stoner con parentesi psichedeliche ('Live Again', 'In The Panic Room'), il blues dei sevienties di 'Spread Your Wings', quello più possente e moderno alla Clutch di 'Thundercrest'.

 Anche se poi a colpire è l'autobiografica caduta negli inferi dell'eroina raccontata da Liebling nel  lento, acido e lisergico viaggio di 'Lady Heroin' ("Sono caduto nel tuo gioco. Ho incolpato me stesso. Guarda cosa mi hai fatto passare "). Una confessione, un'ammissione di colpa. Un pentimento arrivato fuori tempo massimo?

Forse non il loro miglior disco ma certamente un segno di vita dopo dieci anni di assenza discografica e innumerevoli cambi di formazione che oggi insieme al despota Liebling vede Tony Reed alla chitarra, Scooter Haslip al basso e Henry Vasquez alla batteria. Un monumento vivente per certa musica pesante e faro non ancora spento per molte band arrivate dopo. Cult band dal libro ancora aperto.





venerdì 14 febbraio 2025

SOUL ASYLUM live@Alcatraz, Milano, 12 Febbraio 2025

 


Non sapevo proprio cosa aspettarmi dai Soul Asylum targati 2025. Le mie pagine erano rimaste aperte, con un po' di ragnatele intorno, sugli anni novanta, su dischi come Grave Dancers Union (1992) e  Let Your Dim Light Shine(1995), a fine concerto risulteranno pure tra i più saccheggiati, anche se le loro radici hanno iniziato a germogliare nel Midwest ben prima in un contesto molto più legato al punk (non distante da Replacements e Husker Du) con dischi forse non registrati a regola d'arte ma con un suono schietto e verace che con il tempo si è via via avvicinato al mainstream (intanto arrivò  il grunge) fino a toccare il grande successo con la hit Runaway Train (canzone che funziona sempre e che non ha perso per strada nulla del suo fascino). I Soul Asylum per me sono quei dischi lì.

Gli ultimi anni, tra cambi di formazioni, stop e ripartenze, li ho distrattamente dimenticati, salvo ascoltarmi nei giorni precedenti al concerto l'ultimo album Slowly But Shirley, uscito l'anno scorso, che giocava in copertina con il lettering del primo Elvis, a sua volta ripreso dai Clash e chissà da quanti ancora in futuro. Un buon disco che mi ha convinto ad esserci e che si è preso meritatamente la scena, a dimostrazione che la band non vive assolutamente nel passato come me ma ci crede ancora. E dopo un'ora e mezza di concerto tiratissimo, dove le ultime ed esplosive High Road, Trial By Fire e Freeloader, il bel blues Sucker Maker hanno fatto compagnia alle immancabili Misery, Bittersweetheart, Somebody To Shove e Runaway Train, i Soul Asylum  hanno dimostrato di essere ancora una macchina da rock'n'roll con le palle ben arroventate dove alternative rock, grunge, punk noise, hard blues e ballate che sanno di country/folk  si sono passati la palla senza diminuire mai l'intensità della serata, aperta dai giovanissimi Dirty Noise ,pupilli di Manuel Agnelli, presente in sala. 


David Pirner, è uno che ha sempre saputo scrivere canzoni (forse a volte dimenticato) e sa ancora come tenere in mano il suo pubblico, gigioneggia bene tra smorfie, mosse e mossette, ma poi quando c'è da andare giù duro, spalleggiato dall'indemoniato chitarrista Ryan Smith non si tira indietro e la distanza tra l'oggi e i tempi d'oro si assottiglia come buttare giù un bicchier d'acqua fresca.

Un' ultima data del tour europeo che lascia soddisfatti tutti, pubblico e band che pare divertirsi ancora molto. Unica nota negativa che poi non si è avvertita così tanto, il poco pubblico dentro un Alcatraz già diviso a metà. Sarà stata la febbre del Festival della riviera ligure? Un Marylin Manson che ha fatto il pienone la sera prima e ha lasciato le briciole? I Pantera che suonavano in contemporanea in quel di Bologna? Oppure tanti come me rimasti fermi ai gloriosi anni novanta e poco curiosi di vedere con i propri occhi com'era la situazione reale? Sicuramente chi è stato a casa si è perso un gran concerto e visto la frequenza delle loro calate nel nostro paese (molti erano presenti al Rolling Stones nel lontano 1994), difficilmente potrebbe capitare un'altra occasione in tempi brevi.


Foto: Enzo Curelli


sabato 8 febbraio 2025

RECENSIONE: JOE ELY (Love And Freedom)

 

JOE ELY  Love And Freedom (2025)





la voce del Texas

Il 30 Gennaio, Sharon, la moglie di Joe Ely, attraverso i social ha reso pubbliche le critiche condizioni di salute del marito: ad Agosto dopo essere uscito da una brutta polmonite, è stato colpito da un ictus che ha richiesto un urgente consulto medico e altri ancora in futuro ne necessiteranno. Durante la degenza però, Joe Ely con la moglie non hanno smesso di frugare tra i numerosi archivi musicali dei suoi Spur Studios ad Austin, estraendo queste tredici canzoni, nove originali e quattro cover, che in qualche modo, con tematiche comuni, sembrano dipingere bene questi tempi: "un promemoria dei tempi in cui viviamo adesso" dice Ely. Tematiche che Ely ha sempre toccato nelle sue canzoni, rendendolo uno dei migliori songwriter americani impressionisti in vita: l'immigrazione, la deportazione, la povertà, la giustizia, le guerre, i confini. Gli ultimi.

E bisogna dire  che ne è uscito un disco di carattere, coeso nelle tematiche, vario musicalmente, chiamato Love And Freedom che nel titolo sembra pure riportare al fortunato Love And Danger del 1992.

Dal lockdown in avanti, Ely non è nuovo nel mettere in piedi album con vecchie registrazioni dai misssggi approssimativi lasciate nei cassetti, partì con Love In the Midst Of Mayhem (2020), proseguì con i ricordi d'infanzia di Flatland Lullaby, l'ultimo Driven To Driven uscì solo pochi mesi fa. Un modo per attenuare l'assenza forzata dai palchi. Per mettere la quadra a queste nuove tredici canzoni sono stati chiamati i fidi Lloyd Maines e l'ingegnere Pat Manske, David Grissom ha aggiunto la sua chitarra mentre la fisarmonica di Joel Guzman era già presente nelle registrazioni originali dove la maggioranza degli strumenti furono  suonati dallo stesso Ely. Se nel precedente a farsi notare fu la presenza di Bruce Springsteen (nella traccia 'Odds Of The Blues'), qui spicca Ryan Bingham, uno dei suoi figli artistici, che duetta nel classico di Woody Guthrie, 'Deportee (Plane Wreck At Los Gatos)'. Le altre cover sono 'Magdalene' di Guy Clark e 'Waiting Around To Die' e 'For the Sake Of The Song' di Townes Van Zandt.

 Il taglio rock dell'apertura 'Shake'Em Up', i confini messicani cantati nella border song dai sapori  tex mex di 'Adios Sweet Dreams', il talkin 'Sgt. Baylock' con la bella slide dietro (pare sia un agente di polizia che  "mi buttava in prigione ogni volta che mi vedeva"), il country folk di 'Band Of Angels', il pianoforte che accompagna 'Here's ToThe Brave', il blues di 'What Kind Of War', una 'No One Wins' nata dopo l'undici Settembre si susseguono ricordandoci la grandezza compositiva di Joe Ely.        Anche se costruito con canzoni raccolte dall'archivio, questi tempi hanno dannatamente bisogno di dischi come questo. Canzoni che dicano le cose come stanno. Dischi che non fa più nessuno. È un disco politico? Sì lo è! Una voce fuori dal coro. L' unità in tempi divisivi.

Domani, 9 Febbraio, Joe Ely compirà 78 anni, miglior regalo non poteva farci. Forza Joe.




domenica 2 febbraio 2025

RECENSIONE: HELLACOPTERS (Overdriver)

THE HELLACOPTERS  Overdriver (Nuclear Blast, 2025)




cambiare per restare

Con la consapevolezza di aver scritto una pagina importante per lo scandinavian rock degli anni novanta, gli Hellacopters di ritorno, la reunion è datata 2016 e Eyes Of  Oblivion è stato il bel disco documento dell'avvenimento, hanno voltato pagina pur restando loro stessi. Lo avevano comunque già fatto in tempi non sospetti con High Visibility del 2000.

"Prendiamola un giorno alla volta e non facciamo un piano quinquennale o cose del genere" dichiarò Nicke Andersson, un bulimico del rock'n'roll, nel momento del ritorno.

Se sporie di vecchio garage rock sono ancora presenti in tracce veloci e dirette che recuperano la grinta della gioventù come 'Wrong Face On' e 'Faraway Looks', la band di Nicke Andersson pare ora divertirsi un mondo pescando tra le ricche pagine di settant'anni di rock'n'roll. La doppietta d'apertura formata da 'Token Apologies' e 'Don't Let Me Bring You Down' valga come buon biglietto da visita.

Forse pesa la mancanza del rientrante Dregen messo momentaneamente fuori gioco da un serio infortunio alla mano, ma gli Hellacopters targati 2025 sono un gruppo che sa sopperire all'esuberanza della gioventù con la classe di chi è cresciuto con le basi musicali giuste, altrimenti non si spiegherebbero numeri come il power pop sporcato soul di '(I Don't Wanna Be) Just A Memory', il blues con il pianoforte rimbalzante di 'The Stench' o una canzone come 'Do You Feel Normal' dove anthem appiccicosi alla Kiss sembrano accoppiarsi con lo Springsteen devoto al rock'n'roll del periodo The River. O una canzone come 'Soldier On' che difficilmente sarebbe uscita in dischi come gli epocali SupershittyTo The Max, Payin The Dues o Grande Rock. La macchina è la stessa, trent'anni di chilometri macinati hanno il loro peso ma non è detto che siano sempre negativi. Cambiano le prospettive, prima ti aspettavi la prestazione, ora ami le sfumature e l'abbraccio di chi ancora non ti tradisce.

A conclusione una 'Leave A Mark' a mischiare ancora una volta le carte, toccando  territori Thin Lizzy e dimostrando di saper anche superare i canonici tre minuti spingendosi oltre i cinque in quella che è la canzone più lunga di un disco ancora imperdibile per chi ama il rock’n’roll, i seventies, la buona musica, forse solo più educata ma ugualmente ispirata.






mercoledì 29 gennaio 2025

RECENSIONE: ANGELA BARALDI (3021)

 

ANGELA BARALDI  3021 (Caravan/Sony, 2025)






la donna del futuro

Forse è arrivato il momento. Angela Baraldi con questo album così intimo, avvolgente e dai tratti malinconici, proiettato al futuro ma dannatamente con i piedi sulla terra, con sprazzi di pazzia in mezzo, si gioca una carta importante, anche se credo a lei importi assai poco: 3021 è un disco così poco mainstream che per strane dinamiche, ne sono certo, riuscirà ugualmente a fare breccia anche su chi conosce ancora poco la cantautrice bolognese, il cui debutto risale al 1990 con l'album Viva. 

Io mi innamorai di lei dopo aver visto il video della super funky  'Mi Vuoi Bene O No?' uscito nel 1993. Un video semplice ma dirompente nella sua sensualità con il suo viso sempre in primo piano. A volte basta poco.

Le otto tracce, brevi ed essenziali di 3021 hanno un grosso potere: contengono una micidiale ipnoticità in grado di conquistare, una forza intrinseca in grado di far tendere le orecchie verso le casse per carpirne le parole.

Arrangiamenti minimali per scelta, strumentazione rock essenziale, testi nati dopo la parentesi pandemica (le canzoni sono scritte in parte con il suo chitarrista Federico Fantuz), l'esperienza come attrice, le antiche amicizie (Lucio Dalla su tutti, Francesco De Gregori che pare l'abbia spronata per far uscire il disco, pure per la sua etichetta Caravan), le parentesi musicali che l'hanno coinvolta durante la sua carriera, su tutte quelle con gli ex CSI Massimo Zamboni, Gianni Maroccolo e Giorgio Canali, convergono in queste otto canzoni, che sanno di antico, di vecchi dischi dove il superfluo  era assente. C'erano solo le canzoni: quattro per lato e via, meno di venticinque minuti che ti rimanevano tutti in testa e si ricominciava da capo perché le canzoni erano belle e tutte da scoprire ascolto dopo ascolto. Era il passato ma qui anche il presente e un po' il futuro.

Il disco parte da lontano, immaginando quel che resterà di noi tra mille anni: "ho scelto come titolo il 3021 come un salto temporale difficile da immaginare, molti mi dicono che non ci saremo più, ma io penso che ci sarà ancora la razza umana e che continuerà ancora a innamorarsi" spiega. Ed è difficile non immarorasi di questa traccia, di quella slide cosmica e del suo testo quasi cinematografico che mette da parte ricordi. Uno per uno, condivisibili per tutti o quasi.

"Parlo di te senza fare il tuo nome" canta in 'Cosmonauti', traccia dall'incedere rock che cita Lucio Dalla fino a quel "a modo mio" finale che non lascia più dubbi. Grande spazio alle ballate come 

'Bellezza Dov'è', che avanza sorniona alla Neil Young con De Gregori a fare ombra, l'umanità, le vicinanze e le distanze in 'La Vestizione' e 'Cuore Elettrico', ma non mancano antichi graffi rock come 'La Preghiera Della Sera', una tesa e vibrante 'Corvi' che combatte l'esclusione e l'inadeguatezza ("solo di spalle puoi tagliarti la pelle"), una finale

'Saturno' che si impossessa del demone glam, orbitante tra l'infinito spazio e un sax a disegnare traiettorie sbilenche tra le stelle. Siamo dalle parti di Bowie e la foto di copertina lo ricorda pure.

Un disco che la conferma come una mosca bianca all'interno del cantautorato rock femminile made in Italy. Le canzoni di 3021 rispecchiano la sua grande personalità che però non ha mai avuto bisogno di scendere a patti con nulla e nessuno per venire a galla. Nel video che accompagna il singolo '3021' c'è il suo volto in primo piano come in quel video del 1993, questa volta rotea come un pianeta. Un cerchio che si chiude? Assolutamente no. Quanto manca al 3021?





domenica 26 gennaio 2025

RECENSIONE: ENRICO RUGGERI (La Caverna Di Platone)

ENRICO RUGGERI - La Caverna Di Platone (Sony Music, 2024)




la caverna del musicista

Enrico Ruggeri con questo album ci fa capire quanto la vecchia guardia cantautorale italiana quando ci si mette sappia fare ancora la voce grossa nel panorama un po' asfittico della musica italiana odierna . Il problema sembra che predichi un po' nel deserto: Fossati si è chiamato fuori,  De Gregori celebra solo più il passato in tour... Quasi facile uscirne vincitore con almeno un poker, forse più, di canzoni di altissimo livello: 'Gli Eroi Del Cinema Muto',  'Il Poeta', 'Zona Di Guerra', 'La Bambina di Gorla', 'Il Problema', 'La Caverna di Platone', 'Le Notti Di Pioggia'. Un disco a suo modo politico (l'attacco a un Europa che doveva essere ma non è in 'Das Istmir Wurst' sembra chiaro), che se ne fotte un po' di tutto, viaggiando libero tra realtà, passato, poesia e l'oggi, cose che hanno sempre contraddistinto il suo cammino artistico. Prendendo pure posizioni scomode, a volte criticate ma seguendo sempre il libero pensiero, quello che canta nel 'Il Poeta': "il libero pensiero ha un prezzo da pagare". 

C'è molto bisogno di qualcuno che sappia mettere in fila le parole, dosandole, senza shakerarle a cazzo. Un disco suonato (c'è l'antico chansonnier, il rock, l'elettronica, il pop) e chi ha visto ultimamente dal vivo Enrico Ruggeri sa quanto sia ancora importante per lui l'impatto live degli strumenti. Nelle note di copertina, tra l'altro bella come tutto il packaging (contano anche queste cose oggi in epoca di streaming selvaggio), ci tiene a precisare, con un filo di ironia, che non è stato utilizzato l'autotune (e recentemente non le ha mandate a dire a chi di dovere). Far suonare una band è basilare.

È un po' il personaggio del momento Ruggeri: in TV sta portando cose di peso nella sua trasmissione Gli Occhi Del Musicista, è rispettato dai musicisti ospiti, lui rispetta la buona musica spesso invisibile in palinsesti sbilanciati  sui talent e ora questo album che a pochi giorni dalla beffarda scomparsa di Paolo Benvegnù sembra oro che luccica per chi cerca ancora emozioni da quell'antico mestiere di saper metter giù storie musicandole. E 'La Bambina di Gorla' dedicata ai 184 bambini uccisi nella strage della scuola elementare di Milano nel 1944 valga per tutte. Un bel disco che serve da matti a quest'epoca tarata, un po' in tutti i campi,  verso il basso.





domenica 19 gennaio 2025

SKIANTOS live@Hiroshima Mon Amour, Torino, 17 Gennaio 2025


L'ultima volta che vidi gli Skiantos sul palco c'era ancora Freak Antoni. Tanti, tanti anni fa. Oggi è venerdì 17 e la cattiva sorte vuole che anche il buon Dandy Bestia sia rimasto a casa in non buona  salute. Insomma: questa sera non è rimasto nessuno degli originali sopra al palco. Nulla che possa però fermare l'irriverente e dissacrante concentrato punk rock'n'roll della storica band bolognese che non curante della pesante defezione rulla una dopo l'altra quasi cinquant'anni di canzoni, in un riuscito gioco di interscambio dove tutti cantano tutto. In campo c'è pur sempre la line up degli ultimi dischi incisi: Roberto Granito Morsiani il più presente a centro palco ma anche disposto a fare un passo indietro e tornare alla batteria per lasciare campo all'istrionico Gianluca Schiavon, batterista aizza folle , Luca Tornado Testoni macina riff su riff e assoli di chitarra in continuazione e canta di suo, Max Magnus domina il suo basso con eleganza e con flemma canta e fa da buon presentatore quasi "pippobaudesco". Delle canzoni cosa vuoi dire? Poesie di strada entrate nel collettivo italico che non sembrano passare mai di moda. A metà serata sale sul palco anche il poeta torinese Guido Catalano per un personale reading bersagliato il giusto da insulti e palline di carta. Tutto molto gradito. Siamo stati un discreto pubblico di merda, abbiamo fatto kagare il giusto, soprattutto i tantissimi e meravigliosi giovanissimi (" piuttosto che vadano in giro a fare i delinquenti" come dice mia madre) che hanno tenuto alto, stasera e vista l'età per molti anni a venire lo faranno, il vessillo di una delle più importanti, storiche e influenti rock band italiane di sempre che, non spiace dirlo, sopravviverà a se stessa perché canzoni come 'Io Sono Uno Skianto', 'Ti Rullo Di Cartoni', 'Kakkole', 'Sono Un Ribelle Mamma', 'Fagioli', 'Karabigniere Blues', 'Io Ti Amo Da Matti (Sesso e Karnazza)', 'Kinotto', 'Calpesta il Paralitico', 'Italiano Terrone Che Amo' (ma quando verrà ristampato l'album Signore Dei Dischi?), 'Eptadone' e 'Mi Piaccion Le Sbarbine' continuano a funzionare, divertire, far pogare e pure pensare a quanto Freak Antoni sapesse tradurre il suo presente e predirre un po' del nostro futuro.  

(Notare: non ho mai pronunciato l'aggettivo demenzial...ops)




venerdì 10 gennaio 2025

RECENSIONE: RINGO STARR (Look Up)

RINGO STARR  Look Up (Lost Highway, 2025)




e poi arriva Ringo Starr che inizia il 2025 nel migliore dei modi possibili. Che bel disco!

Guardando Ringo Starr è veramente difficile credere alla data di nascita riportata sulla sua carta d'identità: chi non vorrebbe arrivare a 84 anni in quella forma (ricordando sempre la tubercolosi che superò da bambino), vestito così e con quell'umore che lo ha sempre contraddistinto fin dalla prima volta che Pete Best gli lasciò le bacchette per diventare il batterista del più leggendario gruppo rock'n'roll di sempre. Oggi è uscito questo Look Up che rinnova il mai negato amore di Ringo per la country music, dai tempi di Rory Storm and the  Hurricanes, passando da  'Act Naturally' di Buck Owens a  'Don't Pass Me By' presente nel White Album, con il culmine toccato con il suo album del 1970, Beaucoups Of Blues, registrato a Nashville e proseguito a fasi alterne durante tutta la carriera ma mai così dichiarato come ora.

"Prima del rock ascoltavo country e blues, tanto che volevo emigrare in Texas per vivere vicino al mio preferito che era Lightnin’ Hopkins. Quello che i fan hanno vissuto per i Beatles, io l’ho provato per lui».

Look Up è  un disco piacevolissimo scritto quasi interamente con il produttore e amico di vecchia data T-Bone Burnett. Doveva essere un Ep, Burnett l'ha fatto diventare un signor disco e ci ha messo i suoi fidi musicisti: "stavo realizzando degli EP e quindi pensavo che avremmo fatto un EP country, ma quando mi ha portato nove canzoni sapevo che dovevamo fare un album! E sono così contento di averlo fatto" ha dichiarato Ringo.

Suonato e cantato insieme a tanti ospiti come Alison Krauss, nella chiusura quasi commovente 'Thankful', commiato agreste da "peace and love" tra un campo di pedal steel. Tanti i giovani come il chitarrista trentenne Billy Strings nei rockabilly 'Breathless' che apre il disco e 'Never Let Me Go' e nella più elettrica dagli accenti southern 'Rosetta' insieme alle Larkin Poe.  

C'è la cantautrice Molly Tuttle nel rock più moderno della title track, nella folkie 'I Live For Your Love', nel country alla Johnny Cash/June Carter di 'Can You Her Me Call' e in  'Strings Theory' ancora con le Larkin Poe ospiti, infine i Lucius nel country dall'aria pionieristica 'Come Back'. 

Ringo Starr si canta da solo, in modo magnifico, due numeri sopraffini come la stupenda 'Time On My Hands' adagiata su un tappeto di archi e pedal steel con la presenza di David Mansfield e 'You Want Some', scritta da Billy Swan, dove l'ascolto diventa difficile senza  immaginarla suonata insieme ai suoi vecchi compagni Paul, John e George. Country meets Beatles all'ennesima potenza.

Dimenticavo: Ringo suona la batteria su tutti i brani e contribuisce a lasciare sulle undici canzoni una ampia pennellata di ottimismo sopra a questi tempi moderni dai toni neri e cupi. Uno dei suoi dischi più belli di sempre che rompe anche l'abusato cliché che vuole i grandi del rock (perché lo è) a dare il meglio di loro stessi solo in giovane età. Ascoltate qui. L' ennesima rivincita di Ringo.




RECENSIONE: SHOTGUN SAWYER (Shotgun Sawyer)

 

SHOTGUN SAWYER  Shotgun Sawyer (Ripple Music, 2024)




blues & fuzz

Mi occupai di loro in occasione dell'uscita del secondo disco Bury The Hatchet mentre eravamo inconsapevolmente alle porte di due anni bui come la pece. La band di Auburn (California) ritorna a distanza di cinque anni con un album che si porta dietro l'esperienza del lockdown (molte canzoni qui contenute sono nate in quei giorni) ma sopratutto si trascina la diagnosi del disturbo ADHD che il cantante e chitarrista Dylan Jarman si è visto piombare addosso. Questo disco è un nuovo inizio come spiega lo stesso cantante: "potrebbe sembrare controintuitivo aspettare un terzo disco per pubblicare un album omonimo, ma non mi è venuto in mente un modo migliore per comunicare che questi sono i Shotgun Sawyer. Sicuramente, qualcosa di nuovo sta iniziando da qui " .

Un nuovo inizio che sembra però partire da molto lontano, da dove tutto è partito per quello che ancora oggi chiamiamo rock'n'roll.

Abbandonate anche se non del tutto le derive più hard e stoner dei precedenti dischi che fanno capolino spesso e volentieri (questa la vera arma in più), il sound della band californiana sembra abbracciare con più convinzione il blues delle radici, in ogni sua forma cercando la non facile strada di rileggerlo infangandolo tra tonnellate di fuzz e facendolo evadere su nuvole di psichedelica.

Se 'Cock N'Ball' è un blues dei padri con l'armonica ospite di Brian Souders, la luciferina 'Hopeless' è giocata a tutta slide, 'Going Down' è lo standard blues di Freddie King, 'The Sky Is Cryng'  il classico lento piangente che rende omaggio a Elmore James  e in 'Tired' a presentarsi è il nuovo batterista Cody Tarbell (dagli Slow Season) che ha preso il posto del vecchio batterista David Lee (completa il trio,il bassista Brett "The Butcher" Sanders), a colpire maggiormente sono le tracce dove cercano di metterci del loro. 

'Bye Bye Baby Boogie' è un blues da treno in corsa, micidiale e veloce, con un intermezzo fuzz che riporta alla mente gli inavvicinabili Clutch, 'Isildur's Bane' un blues malato e psichedelico dal passo quasi doom e sabbathiano, 'Master Nasty' asta l'asticella elettrica giocando i suoi minuti in una lunga jam stoner mentre la finale 'That's How It Goes' sporca ancor più di fango la lezione dei Creedence Clearwater Revival chiudendo un disco che pur uscito a inizio Dicembre del 2024 ha tutto il tempo per diventare il protagonista del nuovo anno per chi cerca   ancora quelle variazioni sul tema che gioventù e fresca energia riescono ancora a portare a un suono genitoriale così radicato e immortale.




lunedì 6 gennaio 2025

RECENSIONE: PAOLO BENVEGNÙ (Hermann)

uno scritto ritrovato di quattordici anni fa per un disco che ho amato fin dal primo ascolto


PAOLO BENVEGNÙ  Hermann ( La Pioggia Dischi, 2011)



Ci vuole del tempo, quello che si trova dopo una giornata di lavoro, la sera quando tutti i pensieri e le domande del giorno vengono accantonate. Quel tempo spesso prezioso da dedicare a se stessi, ad un libro o al disco di Paolo Benvegnù. Liberate la mente perchè il terzo disco dell'ex cantante dei Scisma ha tanto da offrire per riempirvela nuovamente. Un disco che conferma Benvegnù come uno dei migliori cantautori attualmente in Italia e uno dei pochi a poter ereditare la forma e la sostanza della cara categoria.

Ambizioso è l'aggettivo che forse più si addice a raccontare le tredici canzoni che compongono una sorta di concept basato sull'umanità e la sua evoluzione che come un boomerang sta trasformandosi in involuzione, tratto liberamente da un racconto di un certo e misterioso Fulgenzio Innocenzi,  che Benvegnù spiega così 

"Hermann dicono fosse un manoscritto di un ingegnere, Fulgenzio Innocenzi, uomo interessante morto su una baleniera. In questo manoscritto, dicono, si parla dell’uomo, inteso ovviamente come essere umano"

Gli spunti, gli agganci e i riferimenti storici e letterari a cui Benvegnù si affida sono molteplici e ad un primo ascolto anche intricati da cogliere. Si parte da molto lontano per arrivare al quotidiano con  tutto quello che vi è in mezzo. Dalla mitologia, passando per Sartre, arrivando alla frenesia del lavoro di oggi.

Uomo fatto di carne, sentimenti, ambizione, coraggio e valore, valoroso e traditore, capace di pugnalare alle spalle per l'innalzamento del proprio ego per poi affidarsi alla fede arrivando infine a negarla. Nessuno esce da questa categoria. Chi più, chi meno ci portiamo addosso la reputazione e il Dna che ci siamo costruiti nei secoli. Ecco che il tempo diventa prezioso alleato per cercare sosta ed un riparo dalla marcia di progresso , cui siamo costretti a partecipare quasi come automi senza controllo e a domandarci in quanto uomini, cosa vogliamo?

Il tempo come alleato e nemico per capire la nostra collocazione sulla terra ("non sai distinguere il tempo perso da quello vissuto") nell'iniziale 'Il Pianeta Perfetto' o come pretesto per tornare all'inizio dei secoli per raccontare l'origine dell'uomo ("ma poi finirono le terre ed inventammo Dio , lo trafiggemmo all'alba, l'ultima volta che provò a sorridere, così inventammo la notte...") in 'Love Is Talking'. I secoli che passano, i posti e la gente pure ma i problemi sempre presenti e l'uomo, al centro di tutto, come sempre si accorge che le distrazioni lo hanno allontanato dal proprio essere interiore.

Se la speranza era quella che il trascorrere dell'età riuscisse a trascinare con sè il benessere, bisogna invece fare i conti con l'esatto contrario. Il dito indice accusatorio sempre pronto ad inquadrare qualcuno da sacrificare e punire in 'Date Fuoco' ("il primo dice che è stato lui a ricoprire il mondo di automobili e il terzo dice che non si vedeva niente"), prendendo spunto dall'"eretico" Giordano Bruno e trasportando il tutto al presente.

La bramosia di conquista ed invicibilità di "Moses" ("...Infliggi le tue regole, distruggere per conquistare..."), l'amore , anche non a lieto fine, come evasione e rifugio da tutti i mali , 'Johnnie and Jane', così come il viaggio, per approdare ed affrontare qualcosa di nuovo in 'Il Mare è Bellissimo' ("...e un viaggio senza destinazione significa destinazione...") ed il tempo che torna inesorabile a scandire la vita ("...e intanto si è fatto tardi e tardi è legge e attendere un'attesa sempre attesa...").

L'uomo inerme davanti alla sua vita, al trascorrere degli eventi che ha visto e vissuto, la consapevolezza che poi,alla fine, l'eguaglianza tra di noi non è così lontana dall'essere trovata in "Io Ho Visto' , uno dei punti più alti del disco (" ...Ho visto il sole restare al buio e gli animali rimanere in branco fiutando il cielo più sicuro...ho visto inverni piegare gli alberi e setacciare al grembo con le mani cercando polvere e ho bestemmiato iddio perchè non si fa mai vedere e ho perso falangi nei combattimenti e nelle fabbriche...") insieme a 'Avanzate, Ascoltate' dove la sua poetica cantautorale si innalza alla massima potenza e ti inchioda all'ascolto ("Anima, avanzate voltate le spalle al puro mondo, l'errore rende liberi  soltanto se libera è la grazia, di camminare verso le saline e a piedi nudi non sentire il male e guardare l'orizzonte".

Un disco dall'anima rock, che si concede fughe orchestrali, suonato da una band, "i Paolo Benvegnù", appunto, alcuni tratti pop presenti nei ritornelli in inglese di 'Love is Talking' e 'Good Morning', 'Mr.Monroe', piccola messa in musica dei tempi moderni (con l'inizio che tanto mi ricorda 'Milano Circonvallazione Esterna' degli Afterhours) che cercano la continuità con il suo passato in un disco impervio che vuole essere diretto nella sua complicata complessità e spronante nel metterci di fronte al punto in cui l'essere umano, perso, è arrivato a piantare la sua bandierina di evoluzione, così poco colorata da esserne poco fieri.



lunedì 30 dicembre 2024

DISCHI e CONCERTI del mio 2024

 



il mio 2024 in 24 dischi

BLACK CROWES - Happiness Bastards

BLOOD INCANTATION - Absolute Elsewhere

JERRY CANTRELL - I Want Blood

CURSE OF THE SON - Delirium

THE CURE - Songs Of A Lost World

THE DECEMBERISTS - As It Ever Was, So It Will Be Again

GILLIAN WELCH & DAVID RAWLINGS - Woodland Studios

HIGH ON FIRE- Cometh The Storm

JUDAS PRIEST - Invincible Shield

RAY LAMONTAGNE - Long Way Home

THE OBSESSED - Gilded Sorrow

OPETH - The Last Will And Testament

ANDERS OSBORNE - Picasso's Villa

THE PEAWEES - One Ride

PRIMAL SCREAM - Come Ahead

THE RODS - Rattle The Cage

STARSAILOR - Where The Wild Things Grow

ANDREA VAN CLEEF - Horse Latitudes

JACK WHITE - No Name

X - Smoke & Fiction

(in ordine alfabetico)



box, live, cover, raccolte, reissue, album di morti e altre amenità varie uscite e ascoltate nel 2024

-THE LONG RYDERS - Native Sons 3cd box

-RAIN PARADE - Emergency Third Rail Power Trip (Deluxe)

-MARK LANEGAN - Bubblegum XX

-THE ROLLING STONES - Live At The Wiltern

-SLASH - Orgy Of The Damned

-JOHNNY CASH - Songwriter

-CSN&Y - Live At The Fillmore 1969

-NEIL YOUNG & CRAZY HORSE - Fu ## kin' Up

-HELLACOPTERS - Grande Rock Revisited

-D-A-D - Greatest Hits 1984-2024


10 CONCERTI per il mio  2024 (e poi tutti gli altri)

-JUDAS PRIEST/SAXON, Forum Assago, 6 Aprile

-KULA SHAKER, Alcatraz, Milano, 13 Maggio

-BONNIE PRINCE BILLY, Spazio 211, Torino, 15 Maggio

-GLENN HUGHES, Alcatraz, Milano, 22 Maggio

-THE CULT , Carroponte, Milano, 27 Luglio

-BLACK PUMAS, Fabrique, Milano, 4 Novembre

-STARSAILOR, Spazio 211, Torino, 7 Novembre

-D-A-D, Legend, Milano, 25 Novembre

-THERAPY? Magazzini Generali, Milano, 6 Dicembre

-VINICIO CAPOSSELA, Venaria Reale, 21 Dicembre 

13 Gennaio WINO, Circolo Kontiki, Torino

18 Gennaio SABBIA, Cinema Verdi Candelo

26 Gennaio BACHI DA PIETRA, Spazio 211, Torino

3 Febbraio ANANDA MIDA Blah Blah, Torino

17 Febbraio LUCIO CORSI, Settimo Torinese

23 Febbraio EDDA, Spazio 211, Torino

8 Marzo DIRTY HONEY, Alcatraz, Milano

13 marzo CISCO, Hiroshima Mon Amour, Torino

 29 marzo LOVE GANG, Blah Blah, Torino

30 Marzo TYGERS OF PAN TANG, Legend, Milano

3 Aprile CACAVAS/STEVE WYNN, Blah Blah, Torino

12 Aprile THE ATTREZZIS, Ned Kelly, Vigliano Biellese

25 Aprile FATOUMATA DIAWARA, Teatro Regio, Torino

27 Aprile ACID MAMMOTH, Blah Blah, Torino

6 Maggio PFM canta DeAndrè, Teatro Alfieri, Torino

25 maggio KADABRA, Blah Blah, Torino

6 Giugno DIRTY DEEP, Blah Blah, Torino

17 giugno Mr. BUNGLE, Magnolia, Milano

4 Luglio HIGH ON FIRE, Torino 

21 luglio KING HANNAH, Triennale, Milano

31 Luglio OBSESSED, Ziggy Club, Torino

1 Agosto SACRIMONTI, Blah Blah, Torino

4 Agosto BRANT BJORK, Blah Blah, Torino

9 agosto EL PERRO, Blah Blah, Torino

14 Agosto WOLFMOTHER, Brescia

19 Agosto EXODUS, Brescia

22 agosto MDOU  MOCTAR, Magnolia, Milano 

2 sett ENRICO RUGGERI, Bolle di Malto, Biella

6 settembre MESSA, Legend, Milano

13 settembre MUDHONEY, Santeria, Milano

20 settembre TWO HEADED, Blah Blah, Torino

28 settembre The PEEWEES, Blah Blah, Torino

2 Ottobre BLACKBERRY SMOKE, Alcatraz, Milano

6 Ottobre RILEY WALKER, Arci Bellezza, Milano

20 Ottobre MARCUS KING, Fabrique, Milano

29 Ottobre The WHITE BUFFALO, Magazzini Generali, Milano

15 novembre SABBIA, Biella

23 novembre The WINSTONS, Spazio 211, Torino

4 dicembre KING HANNAH, Spazio 211, Torino

12 dicembre DIAFRAMNA, Hiroshima Mon Amour, Torino

mercoledì 25 dicembre 2024

RECENSIONE: DEWOLFF (Muscle Shoals)

 

DEWOLFF  Muscle Shoals (Mascot Records, 2024)



sogni

Se suoni certa musica e ami certi suoni prima o poi sogni un volo verso l' Alabama, direzione Muscle Shoals e i suoi studi di registrazione. Gli olandesi Dewolff dall'alto di una prolificità tarata in altri tempi, così lontani dal presente quando registrare dischi era cosa naturale, buona e giusta e le classifiche di Spotify un futuro non immaginabile, in Alabama ci atterrano nel Maggio del 2024, piantano tende, posano i bagagli e nei Fame Muscle Shoals Studios (in copertina l'indirizzo 3614 Jackson Highway e la foto sembrano citare l'album di Cher)  con l'aiuto del produttore Ben Tanner  registrano tredici nuove canzoni che andranno a rimpolpare i loro già ricchi e infuocati live set.

"Anche prima che ci appassionassimo al southern rock, da ragazzino, Luka ha ricevuto un album di southern soul, e la maggior parte è stata registrata al FAME" dicono i fratelli Pablo (chitarra e voce) e Luka Va De Poel (batteria e voce) che con Robin Piso (hammond, piano, synth e Wurlitzer) e con l'aiuto di Levi Vis al basso  hanno suonato nel disco.

Chi già li conosce qui va a colpo sicuro: trovando lo smisurato amore per il soul blues imbastardito del trio di  Geleen, cittadina di poco più di 30.000 abitanti nel sud dei Paesi Bassi. Personalmente li ho conosciuti in apertura ai Black Crowes  dove hanno catturato tutti i presenti con un infuocato set di hard blues. Li vidi poi da soli al Legend Club nel 2023, lì a prevalere fu il lato più soul che sta caratterizzando questi ultimi anni.

L' hammond sempre ben presente e protagonista in tracce come 'Hard To Make A Buck' e 'Natural Woman' tradisce tutto l'amore per i suoni seventies, la tensione ritmica che vira al funk di 'Out On The Town', la chitarra che piange southern rock in 'Ophelia' che piano piano sale in un rock sporcato di gospel e che si trasforma nella più selvaggia e boogie 'Truce' dove compare un incisivo sax.

Il pianoforte honky-tonk alla Leon Russell di 'Book Of Life', Leon Russell che negli studi Fame era di casa, il soul notturno di 'Winner' con la chitarra solista ben in evidenza, l'andamento funky blues alla Free di 'Fools & Horses', i giochi soul alls Stevie Wonder della ballad 'Ships In The Night' che si stempera nei rumori ambientali registrati nella notte ('Cicada Serenade') probabilmente fuori dagli studi. Poi tutta quella voglia e la capacità di allungare verso la jam che troviamo negli otto minuti di 'Snowbird'.

Un disco a suo modo intrigante che ribadisce tutto l'amore e la devozione del trio per la musica ma che in un certo senso sembra lasciare ancora spazio e margine per ulterori future svolte (dopotutto sono poco più che trentenni), mancando anche di quel colpo da knock out che devono ancora sferzare per fare veramente la voce grossa. Anche se in Europa pochi sono come loro.

E la loro età fa da buon garante che  prima o poi possa succedere qualcosa di grande.