sabato 20 dicembre 2014

RECENSIONE: JOHNNY WINTER (Step Back)

JOHNNY WINTER Step Back (Megaforce Records, 2014)



L’ultimo blues da piangere
Mollerai mai, un giorno, Johnny? “Non credo. A meno che non sia in grado fisicamente, andrò avanti a suonare”. A rileggere questa risposta, estrapolata dall’ultima intervista concessa a Classic Rock (numero 20), corre un brivido lungo la schiena. Un solo mese dopo, nella notte del 16 Luglio 2014, venne trovato morto nella sua stanza di hotel a Zurigo. Winter ha mantenuto quella promessa continuando a suonare fino all’ultimo, e la data tenuta in Francia solo tre giorni prima della morte sarà ricordata come quei concerti allo Scene di New York sul finire degli anni ’60 quando il suo talento naturale fu notato dai discografici della Columbia e la sua cavalcata ebbe inizio ( tutto è ben impresso nel recente box TRUE TO THE BLUES). Nonostante l’artrite lo stesse piano piano consumando, mettendo ancor più in evidenza le conseguenze dello stile di vita selvaggio condotto in gioventù, Winter sotto il cappellaccio, lungo i bordi dei suoi tatuaggi sbiaditi e vissuti, dentro ai tendini tesi, attraverso l’inseparabile chitarra diventata un prolungamento dell’esile corpo, nascondeva ancora il fuoco eterno di chi senza musica non poteva rimanere nemmeno un giorno. STEP BACK esce postumo ma non è un triste epitaffio bensì un manifesto di pulsante vitalità di un settantenne ancora smanioso di mettersi alla prova con la musica, che ama giocare con la varietà degli stili, confrontarsi con i suoi tanti epigoni.
La passerella di ospiti è lunga: Ben Harper, Billy Gibbons, Eric Clapton, Joe Perry, Dr. John, Leslie West, Joe Bonamassa. STEP BACK è il naturale successore del precedente ROOTS (2011): dischi che pongono fine al lungo silenzio discografico che durava dal 2004 e nati per tributare quel genere musicale che contribuì a svecchiare fin dal suo folgorante debutto del 1969 e che culminò quando riportò alla vita artistica un “padre” come Muddy Waters. Blues e rock’n’roll (Long Tall Sally), ciò che ascoltava alla radio quando era appena dodicenne: dall’ inaspettata Unchain My Heart di Ray Charles (e portata al successo da Joe Cocker) con i fiati dei Blues Brothers Horns ed una prestazione vocale di tutto rispetto, qui canta non graffia, a Killing Floor di Howlin’ Wolf con l’amico e produttore Paul Nelson, al rockabilly Okie Dokie Stomp con Brian Setzer fino ai due preziosi numeri condotti in solitaria. C’è un plettro firmato dentro alla confezione di questo ultimo disco “di vita”, è l’ultimo omaggio lanciato dal chitarrista albino (ma più nero di tutti) ai propri fan. Cala il cappello, lascia lo sgabello ed esce silenziosamente di scena.
Enzo Curelli 8   da Classic Rock #25

vedi anche
RECENSIONE: JOHNNY WINTER-Roots (2011)

domenica 14 dicembre 2014

RECENSIONE: HARD WORKING AMERICANS (Hard Working Americans)

HARD WORKING AMERICANS Hard Working Americans (Melvin Records, 2014)




La semplicità paga
Generazione spesso in ombra la loro, non per demeriti, ma per i troppi meriti di chi li ha preceduti: gente con la pellaccia dura che di abdicare non ci ha mai pensato, lasciando la grave incombenza nelle mani dell’intervento divino. Così ci troviamo uno dei maggiori songwriter americani degli ultimi vent’anni, il talentuoso e bizzarro Todd Snider, un vero outsider del sud, a formare una band con un manipolo di musicisti coetanei ma anche amici, e soprattutto fuoriclasse: Neal Casal, cantautore solista e chitarra nei Cardinals di Ryan Adams e nei stupefacenti e lisergici Chris Robinson Brotherhood, il bassista Dave Schools, fondatore dei torrenziali Widespread Panic, il batterista dal pregiato pedigree Duane Trucks e il tastierista Chad Staehly (Great American Taxi). Un disco che ricava i suoi maggiori talenti dall’atmosfera estremamente rilassata, libera e divertita con cui sono state registrate (in soli 5 giorni) queste undici cover non banali e scelte con cura e rispetto, capaci di distendersi in modo sinuoso tra roots rock, folk, approccio jam e la forza del southern rock.
Il filo nascosto che lega le undici canzoni sta tutto nel patriottico nome del gruppo: nel voler raccogliere canzoni nate dal basso, dalla strada, che parlano delle persone comuni costrette a sbarcare il lunario per vivere. Una scelta non banale e poco scontata quella fatta da Snider che in queste canzoni ha rivisto la sua scrittura, almeno quella degli esordi, di dischi fondamentali come ‘Songs For The Daily Planet’ e ‘Step Right Up’: “negli ultimi 20 anni ho raccolto una valigia di quelle che definirei canzoni perfette, tutte scritte da miei amici, molti dei quali sono etichettati come cantautori di ‘Americana’. Negli ultimi 10 anni o giù di lì, sono stato anche impegnato in numerosi festival con un buon numero di musicisti, molti dei quali nel circuito delle jam band. Perché non mettere queste cose insieme? Perché non combinare i migliori cantautori con i migliori musicisti?”.
La band ve l’ho presentata, le canzoni, pur provenendo da artisti e periodi anche differenti tra loro, sono legate in modo assolutamente istintivo ma perfetto: dall’iniziale e sardonica ‘Blackland Farmer’ scritta nel ‘59 dal vecchio countryman Frankie Miller, fino alla finale, dimessa e acustica ‘Wrecking Ball’ della coppia Gillian Welch e David Rawlings. Passando dalla sagace ‘Mr.President Have Pity On The Working Man’, datata 1974 e presa dal brillante ritratto degli stati del sud dipinto da quel geniaccio di Randy Newman nell’album ‘Good Old Boys’, il rock tout court dei Bottle Rockets in ‘Welfare Music’, dei Br5-49 in ‘Run A Mile’ e di Will Kimbrough in ‘Another Train’ dove la chitarra di Casal fuma, fino alle ultime generazioni: Kevin Kinney dei Drivin N Cryin (‘Straight To Hell’), Kevin Gordon (‘Down To The Well’) e Hayes Carll, trentottenne cantautore texano tra i più accreditati eredi di Snider nella rutilante e sudista ‘Stomp And Holler’ che ospita John Popper dei Blues Traveler all’armonica. “Vogliamo che canzoni epiche e virtuosismi musicali coesistano insieme in un stanza, e vi vogliamo in camera con noi. La porta è aperta”. Avanti.
 (Enzo Curelli)  da CLASSIX! #39 (disco del mese Aprile/Maggio 2014) 


A completare l'anno del super gruppo, la recente uscita The First Waltz (se esiste l'ultimo valzer, doveva pur esserci il primo, no?), DVD più CD che raccontano il vero spirito stradaiolo e live della band attraverso filmati di concerti, backstage e di vita "on the road", con un packaging bello e intrigante, che non guasta mai.



vedi anche
RECENSIONE: CHRIS ROBINSON BROTHERHOOD-Phosphorescent Harvest THE CADILLAC THREE-Tennessee Mojo WHISKEY MYERS-Early Morning Shakes (2014)
RECENSIONE: BLACKBERRY SMOKE-Leave A Scar-Live In North Carolina (2014)
RECENSIONE: BEN GLOVER-Atlantic (2014)





lunedì 8 dicembre 2014

RECENSIONE: BEN GLOVER (Atlantic)

BEN GLOVER  Atlantic (Carpe Vita Creative/IRD, 2014)



Se un disco lo consiglia una come Mary Gauthier, potrei finire qui e lasciarvi liberi mentre vi allacciate le scarpe e uscite di casa per fare vostro Atlantic. No niente download, please. Se poi la cantautrice lascia la sua firma su tre canzoni, nelle battenti blues Oh Soul (presente anche nel suo ultimo e splendido Trouble And Love), Too Long Gone e in Take And Pay-conflitti di interesse che piacciono-, il cantautore Rod Picott collabora alla stesura dell'apertura This World is a Dangerous Place (fuoco nell'acqua, chiodi in strada, un cane in lontananza, una bugia che ha detto qualcuno. Questo mondo è un posto pericoloso...) e la brava Gretchen Peters lascia la voce in Blackbirds e The Mississippi Turns Blue, potete uscire di casa anche scalzi. Eh sì, Ben Glover arriva al quarto album solista e ti inchioda all'ascolto con una profondità di scrittura rara ma ben definita, gelida come un'onda che sbatte sugli scogli e calda come un raggio di sole che ti punta mentre contempli le acque ferme del Mississippi. L'animo agrodolce, malinconico e vagabondo di un irlandese del nord incontra Nashville e ne escono undici canzoni atemporali da innamoramento al primo ascolto. Una geografia musicale che non ha confini. Glover vive a Nashville da alcuni anni, ma la terra natia è rimasta profondamente radicata nel cuore (Sing A Song Boys invita al ballo come fossimo in un pub festante al sabato sera) tanto che il disco è stato registrato in presa diretta nel soggiorno della sua casa a Ballytiffin sulla costa del Donegal in Irlanda (le finestre davano sull'oceano), terra che ora si mescola bene anche con le palate di umido terriccio proveniente dal Delta del Mississippi, nei luoghi (e qui aleggia il mistero) dove riposa Robert Johnson e da dove è partita l'idea per questo disco (ben raccontata in Oh Soul), che deve tanto anche ai racconti del sud romanzati da William Faulkner quanto alla forte curiosità da giramondo dell'autore, senza dimenticare la moglie americana. "La musica è una cosa sacra, e devo andare nei posti che hanno un simbolismo sacro per me, è dovere di ogni buon pellegrino!" Racconta a No Depression.
C'è un oceano di mezzo, ma Glover lo attraversa con navigata disinvoltura, senza uso di sofisticati apparecchi, a bracciate alterne, nuotando verso l'amore, schivando la morte e guardando in faccia la redenzione, Prisoner (Oh Mio Signore, Oh Mio Signore perdonami, Oh mio Signore, Io Sono Prigioniero Della Mia Storia): una voce accomodante che canta gli spigoli della vita senza imbattersi mai in spigoli musicali, arriva diritta tra il folk semplice e scheletrico di How Much Longer Can We Bend? e New Years Day, sulle piacevoli deviazioni country (True Love's Breaking My Heart a ritmo di valzer) e sul blues (Take And Pay). Un disco spoglio e di una semplicità disarmante. Basta questo poco per piacere. Come (quasi) sempre.





vedi anche
RECENSIONE: HOLLY WILLIAMS-The Highway (2014)
RECENSIONE: MARY CUTRUFELLO- Faithless World (2014)
RECENSIONE: SCOTT H.BIRAM-Nothin' But Blood (2014)
RECENSIONE: CORY BRANAN-The No-Hit Wonder (2014)
RECENSIONE: BILLY JOE SHAVER-Long In The Tooth (2014)
RECENSIONE: NEIL YOUNG-Storytone (2014)

giovedì 4 dicembre 2014

INTERVISTA W.I.N.D.


Il penultimo disco nascondeva già nel titolo (Walkin On A New Direction) gli intenti del presente. I friulani W.I.N.D., in attività dal 1999, ma partiti discograficamente solo nel 2000 (sei album all'attivo) pur non snaturando l'approccio hard blues di inizio carriera sono riusciti a evolversi in maniera esponenziale, grazie ad una formazione finalmente stabile e ai tanti semi di black music seminati lungo il percorso. Temporary Happiness presenta un suono in continua evoluzione che mai come ora sembra abbracciare Memphis e stringere un occhio ai suoni stax. Intanto stanno già lavorando ad un nuovo successore (con sorpresa). Ecco cosa dice Fabio Drusin, cantante e bassista. 


In Temporary Happiness, fin dalla prima traccia, si nota uno spostamento più marcato verso sonorità soul, funk, R&B. Un lento processo che vi ha portato verso queste direzioni, riuscendo anche a fare meglio (e non era facile) del vostro disco precedente. Quali sono state le tappe che vi hanno portato fino a qui?
La nostra line up stabile da oltre cinque anni (Silver Bassi, Anthony Basso, Fabio Drusin), i molti concerti e tour, la nostra compatibilità musicale. Suoniamo un genere di rock che abbraccia diverse sfaccettature, dal vintage rock al soul, dal RnB alle jam psichedeliche, blues e hard blues, inoltre ci piace offrire qualcosa di nuovo, sempre rimanendo fedeli al nostro sound da power trio, siamo tipicamente rock, e questa musica, come un tempo, può facilmente sposarsi con altri generi più "neri". Poi siamo tutti amanti del vecchio soul, specie dei cantanti di quel genere.
Anche a livello di testi, il disco sembra seguire un percorso ben definito. Calato nel presente…
Diamo molta importanza ai testi, ci piace andare giù nel profondo delle nostre anime e scrivere in maniera introspettiva, Temporary Happiness parla di come oggi si viva in modo superficiale, appesi ad un filo di speranza, ma anche di amore, che è la cosa che fa ruotare il mondo. Scrivere testi è come fare un incontro di box, e quando esce qualcosa di buono significa che ne hai prese tante.
Dopo alcuni mesi dall’uscita, i riscontri della critica (anche estera) e delle vendite sono stati molto positivi, rafforzati anche dalle ristampe. Stupiti? Dal vivo come stanno andando le cose?
Siamo molto soddisfatti e piuttosto sorpresi che dopo sole tre settimane la prima tiratura era esaurita. Ci reputiamo una live band, dal vivo ci sentiamo a nostro agio ed è la cosa che ci piace più fare, anche lavorando in studio come su un palco, per non togliere la freschezza e il momento, specie nelle improvvisazioni. Porteremo in giro Temporary Happiness in diverse date, anche all'estero, cercando di offrire agli ascoltatori sempre qualcosa di diverso, cambiando e rinfrescando il nostro set list.
Avete avuto l’onore di suonare con grandi musicisti internazionali sia live che in studio…
Sono state tutte grandi esperienze, sia emotivamente che come bagaglio musicale. Con Alvin Youngblood Hart abbiamo suonato moltissimo sin dal 2008, lunghi tour in Europa, un festival in Brasile, l'apertura alle dieci date in Germania di Gary Moore nel 2009, una registrazione alla BBC di Londra, a volte anche in formazione a 4 con Anthony Basso alla seconda chitarra. Anche con Johnny Neel (ex Allman Brothers Band)è stato molto bello, 18 date in Europa e la partecipazione con due brani registrati dal vivo nel suo nuovo album ‘Every Kinda Blues’. Poi alcune jam con Gov't Mule, Warren Haynes Band e Dana Fuchs. Per noi è importante essere un trio indipendente e autonomo, una chitarra, un basso, una batteria e due voci, con questa formazione possiamo suonare tutto il nostro repertorio autonomamente, anche il brano che apre la compilation americana Truckers Tracks, di Johnny Neel la abbiamo registrata in trio, suonando Ice Road Trucker senza l'ausilio di altri strumenti. Crediamo che una band, prima di tutto, debba essere indipendente, per avere un proprio sound e personalità.
So che state scrivendo nuovo materiale. Che direzione sta prendendo la vostra musica, questa volta?
Il materiale per il prossimo disco è già pronto, vogliamo solo prendere confidenza con i nuovi brani prima di entrare in studio, solitamente non prefiggiamo mai cosa scrivere, arriva tutto molto naturalmente. Posso dirti che sarà un disco che guarderà al passato, con l'acceleratore spinto al massimo e retromarcia inserita, abbiamo curato molto le melodie dei cantati e le voci, ci saranno delle ballate,ma non solo, sarà frutto esclusivamente da trio, lo registreremo live in studio come al solito, registrando tre o quattro take per brano e scegliendone una, soli compresi, tutta la parte strumentale sarà live. E ci sarà una bella sorpresa per gli amanti del "retro rock"..
In queste settimane si sta parlando molto degli Allman Brothers Band, sembra che la band con l'uscita di Warren Haynes e Derek Trucks sia arrivata veramente al capolinea. Se così fosse, sarebbe una grande perdita per la musica...per i W.I.N.D. che posizione occupa una band del genere?
Ho visto gli Allman dal vivo una decina di volte, con diverse formazioni, al Beacon di N.Y., ho assistito anche come ospite ad un loro concerto dal palco, indimenticabile. Sono stati una band straordinaria, anche con l'ultima formazione, solo legato a tutti loro, conosco bene Warren Haynes, Johnny Neel, ho speso delle belle serate con Derek Trucks, incontrato Gregg. Per noi sono stati sicuramente una grande influenza, ma credo che abbiano chiuso una dignitosa e lunga carriera...se sarà proprio così.
Come si presenta la scena (hard) rock italiana vista da un gruppo, passatemi il termine, di “veterani” come voi?
Ci sono delle buone band in giro attualmente, condividiamo amicizie con i Bullfrog di Verona, da molti anni attivi discograficamente, i Buttered Bacon Biscuits, poi purtroppo ce ne sono molte che partono e si fermano per diversi motivi, cambi di line up, altri impegni, attitudine...it's a long way to the top if you wanna rock'n'roll...





vedi anche RECENSIONE: W.I.N.D.-Temporay Happiness (2013)
vedi anche INTERVISTA W.I.N.D. (2011)



domenica 30 novembre 2014

RECENSIONE/REPORT (le parole, i deliri, il sudore) EDDA live @ Blah Blah, Torino, 22 Novembre 2014

le parole
[Metà concerto]. Un rigolo di sudore scende dalla pelata, i capelli sono andati a fare un giro da alcuni anni e non svolgono più una delle loro funzioni principali: fermare il sudore generato da un concerto di Stefano Rampoldi. Non sono più tornati i capelli. Non li aspetto nemmeno più, sto bene così. Edda sì, lui è tornato veramente. Sta bene pure lui, però. Oddio, ho anche i brividi e non è colpa nemmeno di Edda, questa volta. Devo assolutamente uscire dalla sala. Non respiro. Mi ritrovo in Via Po in maniche di T-Shirt, è un sabato sera di fine Novembre e la movida torinese è in pieno fermento. Chissà se qualcuno di questi ragazzi ventenni che mi stanno a guardare-potrebbero pure essere miei figli- sa che lì dentro al Blah Blah c’è un tizio che si fa chiamare Edda e il suo nuovo disco è così chiacchierato (tutta colpa di una sparata di Umberto Palazzo) quanto stupendamente bello e osannato dalla critica (tutto merito suo). Non sono miei figli e nemmeno mi stanno guardando veramente. Rientro nel locale, sono un po’ confuso e il mal di schiena che mi perseguita da tutta la settimana sembra saperlo e infierisce. Mi fermo davanti ai cessi, c’è una parvenza di coda o forse no, è solo gente che riempie il locale come può. Non indago, ma nemmeno piscio. Rientro nella piccola sala concerto tutta nera con la vescica carica, il mal di schiena e il sudore non ancora asciutto. Praticamente uno straccio. Sono peggio di Edda quando si faceva, che invece trovo in forma smagliante: prima del concerto cena davanti al palco con band e amici, lo osservo da lontano. Promette bene. Lo invidio anche un po’. Un gruppo di famiglie francesi sta facendo apericena (si dice così oggi) di fianco al mio tavolo, uno dei papà assomiglia a Claudio Lippi poco più magro e fa continuamente spola tra il tavolo e i vassoi del cibo. Mangia, mangia che fra poco non sai cosa ti aspetta. Verrà invitato ad alzarsi con tutta la famiglia per far posto agli spettatori del concerto. Così si fa. C'è un tempo per tutto e stasera siamo tutti qua per Edda. Claudio Lippi no.
[Metà concerto e qualcosa in più]. Riprendo la mia posizione con la vescica piena, il sudore e tutte le altre cose fuori posto. Forse mi sono perso una canzone, forse due, non lo saprò mai. Edda questa sera ha deciso di metterla sul cabaret e mi risolleva il morale. Quando prima di Io E Te, coglie l'assist di una ragazza: “Ti tocca!”, “Mi tocco” è la risposta, è pure la fine ed inizia a delirare con un monologo infarcito di oceani di latte (sì, ok, è sperma) e lontane avventure "bagnate" Hare Krishna in quel di Londra. Mi risollevo, respiro forte e sarà tutto in discesa fino alla fine e appuro che lui, in fondo in fondo, sta sempre peggio di me. E' così che mi piace. Intanto Marco Maccarini imperversa da destra a sinistra della sala con un cavalletto e una video camera, da pure un po’ fastidio. Ma cosa puoi dirgli? Cosa puoi dire a tutte queste persone che stasera hanno deciso di passare qualche ora (alla fine sarà un’ora sola e poco più) in compagnia di Edda? Bravi, continuate così. Edda guarda l’orologio: “sono le undici, per mezzanotte conto di mandarvi tutti a casa”. Pater te la aspetti in conclusione, invece è giocata subito (colpa del batterista Fabio Capalbo, dice Edda, "decide lui la scaletta"), Bellissima si presta bene ad essere suonata a Torino, Uomini (unica concessione al passato tribale) è stravolta e privata di phatos ma va ancora una volta benissimo così. Edda è come il gioco del martello al luna park: quando la martellata è pesante e forte ti stende con la babele noise di Coniglio Rosa, con i growl quasi alla Phil Anselmo su Stellina, con la stupenda HIV (“una canzone beneaugurante…tanto si muore”), tra le cose migliori dell’ultimo disco, con l’urgenza punk di Ragazza Meridionale, suonata come forse faceva solo nel 1985 a Villa Amantea, con la carica stoner di Mademoiselle; quando la martellata è debole e molle ti stende ugualmente con il pianoforte di Saibene (canzone stupenda con l'unico difetto -o pregio?-di trovarsi a fine disco, l'ultimo), sulla nuotata in crescendo (anche mimata) di Organza, sulla nuotata tossica (anche vissuta) tra le vie di Milano (“sapessi come è strano voi di Torino, e mi Milan”), Odio I Vivi in solitaria e l’Innamorato, il mio picco emozionale della serata.
Edda imbraccia la chitarra come un pesante attrezzo da lavoro assassino e comanda e detta i tempi, bisticciando con le parole e la scaletta, riprendendo scherzosamente e a più riprese Fabio Capalbo alla batteria e Luca Bossi al basso e tastiere, arrangiatori su disco (“arrangiatori che si arrangiano”) ma bravissimi. In verità sono loro a tenere in piedi il sound intorno alla sua spiazzante e potentissima voce (ah, cosa potrebbe fare con quella voce?), ma non ditelo a Edda. Lo sa già.
Finisce il concerto, Edda non pantomima nessun bis e si siede immediatamente davanti al palco per foto e autografi. Vorrei fargli i complimenti, una foto con lui già ce l’ho, ma la mancanza d’aria ha ancora la meglio e dovrei fare la coda, come ai cessi. Esco veloce, nemmeno saluto alcuni amici, e penso: va bene così, con i propri miti bisogna tenere sempre le distanze. Salgo in macchina e mi sparo nuovamente Stavolta Come Mi Ammazzerai? da cima a fondo. Cazzo, potevo fare la foto.





vedi anche
RECENSIONE: EDDA-In Orbita (2010)
RECENSIONE: EDDA-Odio i Vivi (2012)
INTERVISTA a EDDA
LIVE EDDA, Tronzano Vercellese, 8 Gennaio 2011
RECENSIONE: RITMO TRIBALE-Bahamas
RECENSIONE: NO GURU-Milano Original Sountrack (2010)
INTERVISTA NO GURU (Alex Marcheschi)
RECENSIONE: ILVOCIFERO-Amorte (2013)
RECENSIONE: UOMINI-I Ritmo Tribale, Edda e la scena musicale milanese. Di ELISA RUSSO (2014)
EDDA live @ Torino, Blah Blah, 22 Novembre 2014
RECENSIONE: EDDA-Stavolta Come Mi Ammazzerai? (2014)


lunedì 24 novembre 2014

COUNTING CROWS live@Milano, Alcatraz, 23/11/2014




 

 
 



Le due ore di ieri sera sono ciò che si avvicina di più alla mia personale definizione di “magia della musica”. Andare ad un concerto con la testa infarcita di mille preconcetti verso una band, ed uscirne totalmente estasiato. Capita. Sapete, quando ad un certo punto invece di seguire quello che succede sopra al palco, la mente inizia a vagare nel domani, a pensare alla strada del ritorno, al lavoro che ti aspetta, alle cazzate… No, ieri sera non è successo. Mi sono goduto ogni singola nota, ogni singolo movimento. Ero concentrato e rapito, tanto da invidiare anche le magliette di Duritz (Electric Warrior dei T.Rex e Sonic Reducer dei Dead Boys: le voglio). Non so se cambierà il mio (NON) rapporto con i loro dischi. Sicuramente NO. Sicuramente sarò presente all’appuntamento promesso da Adam Duritz a fine serata sulle note di ‘California Dreamin’. A presto.

SETLIST: Round Here/Scarecrow/Richard Manuel Is Dead/Cover Up The Sun/Mr. Jones/Colorblind/Mercy/Omaha/Possibility Days/1492/Miami/Like Teenage Gravity (Kasey Anderson)/God Of Ocean Tides/Goodnight L.A./Big Yellow Taxi (Joni Mitchell)/Earthquake Driver/Blues Run The Game (Jackson C. Frank)/A Long December/Hanginaround/Palisades Park/Rain King/Holiday In Spain 

 
 
 

mercoledì 19 novembre 2014

RECENSIONE: HOLLY WILLIAMS (The Highway)

HOLLY WILLIAMS The Highway (Georgiana Records/IRD, 2014)



Basterebbero i nomi che accompagnano la sua biografia e le note in calce a questa sua terza uscita discografica per far posare su Holly Williams tutta l'attenzione di qualunque musicofilo con le antenne diritte e puntate in America, sintonizzate su qualche radio a tema, quelle che trovi solo negli States, divulgata lungo interminabili highway da percorrere in solitaria. Avvenenza a parte, naturalmente. Oppure basterebbe il solo cognome, anche se è meglio non farlo notare ad alta voce: "mi fanno sempre le stesse domande a cui potrei rispondere per tutto il giorno: cosa fa ora tuo padre? o come ci si sente?, è una benedizione o una maledizione?, ma penso che ormai, al terzo album, la gente stia cominciando a capire che non canto perché mio padre è un musicista, hanno finalmente capito che suono da dieci anni in una band". Figlia di Hank Williams Jr.-a sua volta figlio della tradizione musicale americana del ventesimo secolo, tradotto in Hank Williams Sr,- sorellastra di quello scavezzacollo senza età di Hank III (chi lo avrebbe mai detto?), per questo terzo album- il migliore dopo The Ones We Never Knews (2004) e Here With Me (2009)-uscito da circa un anno in patria ma distribuito solo ora in Europa, si avvale inoltre della collaborazione di Jackson Browne-un piccolo sogno avverato- nei cori della delicata Gone Away From Me, molto vicina alle corde del cantautore, di un altro figliol prodigo, Jackob Dylan-a proposito di famiglie che contano-seconda voce della pianistica e melanconica Without You, e di una amica come l'attrice Gwyneth Paltrow, voce in Waiting On June, canzone dedicata ai nonni che chiude splendidamente il disco, senza dimenticare il marito Chris Coleman, musicista presente e determinante  e il produttore Charlie Peacock, buon lavoratore dietro ai dischi dei Civil On War.
Holly Williams, però, vive la musica diversamente dal restante nucleo famigliare, apparentemente in modo distaccato: ha una grande passione per la moda, è proprietaria di una boutique d'abbigliamento, partecipa a programmi televisivi di cucina, altra sua grande passione, ma ogni tanto si ricorda dei geni che gli scorrono sotto pelle e quando lo fa è capace di lasciare piccoli e piacevoli segni attraverso una scrittura profonda, scavando tra gioie e dolori della vita, sua (tra le gioie la prossima maternità), e dei tanti personaggi che popolano le sue liriche, a partire dalla donna alcolizzata presente nell'iniziale Drinkin'.
Scrittura intimista, più vicina ai grandi songwriter dei '70 piuttosto che alla grande  tradizione country nashvilliana. Il riuscito up tempo country (Railroads), l'amore, il senso di appartenenza famigliare (Giving Up), introspettiva ma fortemente ancorata, attraverso un country/folk delicato che non perde mai di vista la melodia-a volte eccedendo- ma dove violini e lap steel fanno comunque il loro lavoro: nella ballata The Highway che esorcizza l'incidente stradale che la vide coinvolta nel 2006, anche se il meglio arriva quando si lascia andare, uscendo dai binari che si è auto imposta, concedendosi alla semplicità più rozza e spartana come succede in Let You Go, solitario folk per sola chitarra, lap steel e mandolino o nella più rockata ed elettrica 'Till It Runs Dry.
Brillante ma omogeneo, privo pure di quell'affondo da ricordare, in The Highway fila un po' tutto liscio come un'autostrada senza curve. Per incantare i serpenti dell'outlaw country a ciglio strada o chi cerca solamente paragoni senza uscire dall'ambito famigliare serve ben altro, eppure possiede in dote quell'onestà che spesso fa la differenza e porta a casa la partita. Qui c'è.






vedi anche
RECENSIONE: MARY CUTRUFELLO-Faithless World (2014)
RECENSIONE: NEIL YOUNG-Storytone (2014)


lunedì 10 novembre 2014

RECENSIONE : DAMIEN RICE (My Favourite Faded Fantasy)

DAMIEN RICE   My Favourite Faded Fantasy (Atlantic, 2014)




Ti attacca quando hai la guardia abbassata. Quando il sistema immunitario del cuore ha finito il suo turno giornaliero, lasciando l'entrata incustodita per pochi attimi. Basta poco e tac, ti penetra dentro. E' facile entrare e impossessarsi delle emozioni quando sono lasciate incustodite, rivoltarle come un calzino usato da mettere in lavatrice, centrifugarle e farle uscire quasi come nuove, pronte di nuovo all'uso fino a renderle nuovamente lise dopo un altro ascolto, e poi un altro ancora. Da principio. E' facile se ti chiami Damien Rice, hai una voce cristallina ed emozionante, hai una delle migliori opere prime degli anni 2000 in tasca, quel O (2002) che fece prima spalancare le orecchie di tanti, poi lanciare il suo nome in alto nell'olimpo dei grandi paragoni (il nuovo Tim Buckley? il nuovo Jeff Buckley?), infine diventare a sua volta qualcuno da imitare, è facile se vivi la musica in modo apparentemente distaccato in un mondo che invece vuole tutto e subito, dove la quantità supera molto spesso la qualità, e raramente viaggiano insieme. Qui sì. E' facile per lui, difficile per molti altri. L'ultimo Rhythm and Repose (2012) di Glen Hansard ci va vicino, soprattutto nelle tematiche: l'abbandono.
E' tutto quello che è successo dopo l'ascolto di My Favourite Faded Fantasy e dire che queste canzoni non fanno  assolutamente nulla  per  compiacere più di tanto l'ascoltatore-anche quello più distratto-arrivano a toccare gli otto minuti di durata (la folkie innalzata al gospel Trusty And True), tanto che qualcuno ci ha già visto dietro la noia (siete dei bugiardi). Ascoltare i nove minuti e trentadue secondi della seconda traccia It Takes A Lot To Know A Man è puro godimento: inizio pianistico, l'entrata degli archi a sbuffare aria fredda, la voce cullante, i silenzi, un fuoco che brucia, le onde in lontananza, e poi nuovamente  pianoforte e archi a condurre verso un crescendo finale che brucia. Il piccolo capolavoro del disco.
L'irlandese triste Damien Rice è un puro di natura, un'anima semplice e sfuggente a cui piace lavare i panni dell'anima in solitudine, in contemplazione e intimità, senza fretta, con tutta la calma concessagli dalla parte più slow di questo mondo (tre album in dodici anni, il terzo disco uscito a ben otto anni dal secondo 9).  Perché il marciapiede da condurre con lentezza esiste ancora, non è un caso che si sia autoesiliato per anni dal mondo (lui la chiama "transizione") e sia poi giunto in Islanda per scrivere e suonare, l'oasi meno contaminata d'Europa, e poco importa se di mezzo c'è un volo di andata e ritorno nella convulsa Los Angeles ai piedi di Rick Rubin. E' stato un viaggio di lavoro. Il barbuto vate dei produttori moderni ha fatto uno straordinario lavoro di bilanciamento tra il soffuso e quasi silenzioso lato folk e i convulsi crescendo orchestrali, un leitmotiv di quasi tutte le otto canzoni (Colour Me In, Long Long Way), che diventa facile bersaglio per i detrattori in cerca di difetti: la ripetitività, i testi non eccelsi. Ma cazzo se funzionano bene messi insieme (l'ipnoticità del singolo I Don't Want To Change You).
Un sarto che ama cucire le ferite con meticolosa pazienza, e le ferite amorose vengono in superficie con evidenza fin dall' apertura My Favourite Faded Fantasy dove la voce in falsetto squilla rimpianto, e proseguono in The Greatest Bastard (...sono il più grande bastardo che conosci, l’unico che ti ha lasciato andare, l’unico a cui non sopporti di far tanto male...). La sua musa e partner in musica Lisa Hannigan lo ha lasciato, non è più parte integrante della sua vita, ha lasciato un buco che Damien riempie con il talento compositivo, e anche quando pare eccedere in melodramma, c'è una molla che fa tornare tutto a posto. "A volte devi andare via da ciò che ami, per provare ad amarlo di nuovo. Darei via tutto, carriera, canzoni, fama per poter riavere Lisa " dichiara Rice.
Ha maturato la propria arte con discrezione, con piccoli passi, senza snaturarsi troppo da quell'ormai lontano esordio, continuità che le incisive ma sobrie copertine dei suoi dischi suggeriscono. Quei piccoli passi che vorresti compiere anche tu nell'ascolto, ma tramortito e rapito ti ritrovi a volerne ancora, preda di quella bulimica voglia di farsi del male. In questo periodo va così.
Damian Rice è un quarantenne alla continua ricerca di se stesso. Non è nemmeno l'unico. Non guardate me. Forse il segreto è proprio lì: quando centri l'obiettivo e malauguratamente raggiungi il sogno, finisce tutto.
Arrivi a Novembre con le tue certezze musicali dell'anno già impresse in testa come fa il calcare in una lavatrice, e poi tutto viene spazzato via dalla purezza di un bicarbonato di sodio bianco e naturale. My Favourite Faded Fantasy è una leggera carezza sulle ferite aperte e sanguinanti che immediatamente brucia ma poi lenisce, lasciando limpidezza e purezza. Ce n’è bisogno. Ne ho bisogno. Long long way…



vedi anche
RECENSIONE: GLEN HANSARD-Rhythm and Repose (2012)
RECENSIONE: EDDA-Stavolta Come Mi Ammazzerai? (2014)
RECENSIONE: MARY CUTRUFELLO- Faithless World (2014)
RECENSIONE: NEIL YOUNG- Storytone (2014)

lunedì 3 novembre 2014

RECENSIONE: NEIL YOUNG (Storytone)

NEIL YOUNG  Storytone (Reprise Records, 2014)



Alcuni versi di I Want To Drive My Car ritraggono splendidamente ciò che è, e non è, Neil Young oggi. Perché ancora nessuno di noi l'ha capito bene. Diciamo la verità. Un uomo, un anziano rocker-se vogliamo esagerare ed essere cinici e realisti-di 69 anni che vive la sua vita dentro ad un vortice creativo in  continuo sconquassamento ma che va a pari passo con la sua vita sociale, le sue idee e la più intima vita privata. Un tutt'uno. Un blocco da prendere per intero così com'è. In I Want To drive My Car, un bel blues, canta: "voglio guidare la mia auto, voglio guidare la mia auto, sempre più avanti lungo la strada, voglio guidare la mia auto, ho bisogno di un posto dove andare...devo trovare la mia strada". Versi semplici, ingenui, ma c'è tutto. C'è l'amore per le automobili, ben rappresentato dall'acquerello in copertina e nei disegni che illustreranno la seconda parte di biografia in uscita (Special Deluxe: A Memoir of Life & Cars) che partirà proprio dalla sua collezione di automobili per snocciolare aneddoti di carriera, percorsi di strada e amici; c'è la continua ricerca del posto ideale dove poter vivere serenamente, luogo che nella sua testa esiste già ed è dipinto di ecologico verde; c'è il tormentato amore che dopo 36 anni di matrimonio con Pegi Young ha imboccato la strada che porta verso una nuova fiamma, l'attrice Daryl Hannah che condivide con lui l'impegno ambientalista; c'è la voglia di mettersi continuamente alla prova come artista, assecondando tutte le idee che passano tra la sua testa: l'altro ieri era la cabina sforna 45 giri di Jack White, un posto bizzarro dove poter registrare (volutamente male) un intero disco di vecchie cover, oggi è un'orchestra di 92 elementi sotto la regia di Michael Bearden e Chris Walden a cui ha dato carta bianca per rimpolpare le sue canzoni all'osso, nate acustiche naturalmente.
Altro doppio come Psychedelic Pill (dieci canzoni acustiche e dieci canzoni, le stesse, risuonate con l'orchestra, ma solo nella deluxe edition, consigliata), altro ambizioso progetto ma interessantissimo per poter saggiarne lo stato della  vena creativa (buona) e vedere lo sviluppo delle canzoni, dieci buone canzoni. Nel primo disco, il più tradizionale e meno sorprendente per alcuni versi, troviamo il lato primitivo e solitario in bilico tra la tesa drammaticità al pianoforte di un album epocale come After The Goldrush  (i rimpianti amorosi della bella Plastic Flowers, tutto il nuovo amore in I'm Glad I Found You e Glimmer) e la bucolica passeggiata tra i campi di Harvest prima, di Harvest Moon dopo, accompagnata da pianoforte, voce, chitarra e armonica che tingono il quadro di lievi colori, con alcune piccole gemme dove canta di nuove albe e nuovi amori: All Those Dreams , la commovente e "younghiana che più younghiana" non si può When I Watch You Sleeping e la ancor più leggera Tumbleweed.
"Quando ti guardo dormire, non c'è nulla che tu possa nascondere, quando ti sento respirare, c'è dolcezza intorno..." canta in When I Watch You Sleeping
La presenza dell'orchestra, invece, poteva spaventare, perché se i rimandi a A Man Needs A Maid e There’s A World  evocano i piacevoli ricordi di Harvest  (altro pathos aleggiava nel ’72 comunque), dietro l'angolo incombeva minacciosa la mannaia della magniloquente pomposità che se ripetuta per dieci volte, poteva trasformarsi in un pesante martellata data alle parti basse. " Sapevamo che era un'esagerazione ma lo avevamo fatto e lo adoravamo" scrive in Il Sogno Di Un Hippie a proposito di quelle registrazioni datate 1972 con la London Symphony Orchestra e Jack Nitzsche. Oggi, potrebbe ripetere le stesse parole.
Nulla di tutto questo però, anzi, anche il drammatico crescendo del nuovo inno ecologista Who’s Gonna Stand Up sembra acquistare il giusto valore, rispetto alla più tamarra versione presentata nei live estivi con i Crazy Horse (per me ha pagato lo scotto di essere l'ultima canzone in scaletta). Piace perfino quando si infila il vestito tutto paillettes e lustrini da sabato sera, si trasforma in crooner, e in  Say Hello To Chicago ritorna al R&B con tanto di big band al seguito, facendo riferimento a un disco da rivalutare assolutamente come This Note's For You. In quel 1988 dietro al bancone di regia c'era Niko Bolas, oggi pure, e i due si conoscono bene anche se si nascondono da sempre dietro al nome "Volume Dealers". I Want To Drive My Car diventa un trascinante e affascinante blues con chitarre elettriche (le poche presenti lungo tutto il disco), e fa coppia con Like You Used To Do.
Sintetizzato, questo è un atto d'amore verso la vita, sincero e pure ingenuo in molti punti, ma sempre vero. L'ennesimo. Un contrasto vincente-e confuso- come lo è stata tutta la sua carriera: Neil Young è innamorato come un ragazzino ma ha un ingombrante peso dentro da espiare dopo una relazione importante finita, la terra su cui vive gli sta a cuore ma la vede continuamente minacciata, i suoi hobby lo tengono talmente impegnato da diventare i fari guida delle sue autobiografie. In pochi mesi ha portato a termine un tour elettrico con i Crazy Horse, si è rinchiuso dentro ad una cabina di un metro quadrato  con una chitarra acustica, ha aperto i portoni ad un'orchestra, ha finito un altro libro, e chissà cos'altro che non sappiamo. Tutto questo mentre deve ancora trovare la sua strada. Ecco il segreto: non stancarsi mai di macinare chilometri di esperienze.
O stai dalla sua…o lo hai abbandonato da tempo.
Voi da che parte state?


vedi anche RECENSIONE:NEIL YOUNG & CRAZY HORSE-Americana (2012)




vedi anche RECENSIONE: NEIL YOUNG & CRAZY HORSE-Psychedelic Pill (2012)



vedi anche RECENSIONE: NEIL YOUNG-Live At The Cellar Door (2013)




vedi anche RECENSIONE: DAVID CROSBY-Croz (2014)




vedi anche NEIL YOUNG & CRAZY HORSE live @ Barolo, Collisioni, 21 Luglio 2014


vedi anche COVER ART#4: NEIL YOUNG (On The Beach, 1974)












lunedì 27 ottobre 2014

RECENSIONE: MARY CUTRUFELLO (Faithless World)

MARY CUTRUFELLO Faithless World (Appaloosa/IRD, 2014)



Tra le migliori rocker femminili sulla piazza: voce graffiante e vissuta di quelle che non passano inosservate, blue collar rock diretto ed evocativo di quelli pieni e tosti, testi onesti e credibili di quelli che arrivano diretti. Mary Cutrufello ha dimostrato di avere forza e carattere per inseguire i suoi miti musicali e perché no, eguagliarne lo spirito, quello antico, quando le terre erano ancora quelle lontane e promesse, i soldi erano pochi, e il rock'n'roll aveva buona memoria per non dimenticare.  I migliori anni di Bruce Springsteen, Bob Seger, Willie Nile, John Mellencamp (Joan Armatrading, Tracy Chapman, Melissa Etheridge rimanendo in campo femminile) rivivono nelle sue canzoni, rinascono con le peculiarità migliori messe in evidenza in prima pagina e poco importa se la sua carriera invece ha avuto il destino segnato e scritto nel trafiletto a fondo pagina. A volte il giornale si inizia a leggere proprio da lì. E' più sfizioso. Bisogna avere tanta fede in un mondo pieno di infedeltà è il suo messaggio. Cosa si darebbe oggi per risentire Bruce Springsteen lanciato in un rock'n'roll all'ultimo respiro come quello che esce dall'urgente Fool For You.
Non si è persa d'animo la quarantaquatrenne cantautrice originaria del Connecticut. Dopo un avvio di carriera fulminante e carico di aspettative, nel debutto When The Night Is Through uscito nel 1998 per una major c'erano musicisti di primo piano della scena americana come Benmont Tench, Jim Keltner, Kerry Aronoff, Bob Glaub, nel 2001 ci fu lo stop forzato dovuto ad una gola malandrina, la lenta guarigione dai fastidiosi noduli, la paura di non poter più cantare come prima, e poi il ritorno nel 2008 con il maturo 35, perchè il DNA è quello vincente, nella musica come nella vita-il destino a volte si può indirizzare dalla parte giusta-e allora sotto di tosto rock'n'roll con le nuove  Cold River, Worthy Girl, Promise Into Darkness, brani senza troppi fronzoli, urbani, da sudore sotto il palco e pieni di immagini vissute e chitarre elettriche. Forza che esce anche quando i ritmi calano: la voce soul della bella e "solitaria" Lonesome And The Wine, la swingata Three Broken Hearts, il veloce e corale  country rock di Fools And Lovers condotto dal banjo suonato da Kenny Wilson, quello più placido e da viaggio di Santa Fe Railroad con la pedal steel di Mike Hardwick.
Anche dieci anni di lavoro in FedEx per sbarcare il lunario possono lasciare un buon segno come canta, scherzandoci su, nel finale e ironico folk The FedEx Song.
La grinta, l’urgenza, la voce e la passione sono quelle di chi continua a scalciare per riprendersi la meritata rivincita sulla sfortuna. Di giorno il lavoro, di notte la passione che ripaga di tutto. Un truck lanciato a fari spenti ma guidato con consapevolezza e passione rare. Un “fiume” in piena. Per gli orfani di quelle sonorità create ai Power Station Studios di New York tra il 1979 e il 1980 (e non solo). Assolutamente da ascoltare.



vedi anche
RECENSIONE: SCOTT H. BIRAM-Nothin' But Blood (2014)
RECENSIONE: EILEEN ROSE-Be Many Gone/CARRIE NEWCOMER-A Permeable Life/ELIZA GYLKISON-The Nocturne Diaries (2014)







giovedì 23 ottobre 2014

RECENSIONE: EDDA (Stavolta Come Mi Ammazzerai?)

EDDA Stavolta Come Mi Ammazzerai? (Niegazowana, 2014)




Edda, sei anche mia mamma. Ricordatelo. Te lo avevo già detto. Quella mamma che oggi è preoccupata per un marito sotto i ferri. Com'è che i tuoi dischi solisti, e son già tre da quando ti sei rifatto vivo -no non "ri-farti" più di quell'altra cosa, ti supplico-escono sempre in periodi delicati della mia vita? Com'è che li ascolto sempre con il groppo in gola e i calci negli stinchi? Cosa c'è sotto? Mi vuoi male? Tu vuoi male a tutti, in primis te stesso. Vero? Eppure io ti adoro. Tanti ti adorano. Ti adotterebbero, figurati. Una mamma non può odiare un figlio. Un figlio non può odiare una madre. Ricordatelo. Non mi hai mai tradito quando sei stato presente: ho adorato i RitmoTribale, ho cercato la tua assenza (e qui mancavi), venero il tuo inaspettato ritorno. Cosa vuoi di più da me? L'unico tradimento è stata la tua scomparsa nel nulla, dove il nulla era droga, la droga era il tuo amore e gli amori non si discutono. Ma è acqua passata sotto i tuoi ponteggi. Che poi anche lì: che cazzo ci trovavi in quei ponteggi? Ti sei fatto perdonare: Semper Biot era il ritorno nudo e crudo che raschiava le ossa e scaldava il cuore, Odio i Vivi era un' altra parte di te, bella o brutta non so, Stavolta Come Mi Ammazzerai? mi sa che sei te con la corazza, il casco e un carrarmato sotto il culo. Ora hai pure la patente e il cingolato lo guidi tu, dove vuoi, contro chi vuoi. Fuoco! Come non è vero sei te... cantava quello là.
Edda pare pronto per tornare al gruppo madre: quante madri in questo disco, quante madri ha questo disco? Tante come tutte le donne amate carnalmente, odiate metaforicamente e citate nelle tue canzoni.
Orfani dei Ritmo Tribale, questo disco è anche per voi (noi). E' un ritorno alle famiglie che hanno svezzato la sua vita, ma allo stesso tempo un distacco da alcune certezze: c'è il rock minimale e scheletrico fatto di batteria, basso e chitarra che tanto ricorda i bei tempi dei Ritmo Tribale (Mademoiselle, il punk di Ragazza Meridionale, Ragazza Porno, HIV), c'è il papà (Pater), c'è la mamma (Mader) che aprono e chiudono questa raccolta di 17 canzoni registrate in soli due mesi con urgenza assassina insieme a Fabio Capalbo. Ma Edda ha anche abbandonato tutto il suo recente passato per registrarlo. Niente più costruir ponteggi come lavoro (l'avevo detto io), da Arona si è spostato ad Arezzo dalla sua (santa) donna; Walter Somà, il nome-quasi l'alter ego-che fino ad oggi abbiamo letto di fianco al suo come fossero i nostri Lennon/McCartney, Jagger/Richards, i già nostri Mogol/Battisti, o i fratelli La Bionda, l'ho leggiamo solamente poche volte ma è sempre spiritualmente presente (l'assalto di Dormi E vieni); non c'è più il produttore Taketo Gohara ma c'è tantissimo altro. Ed è presente anche l'artista schietto, sincero e senza parafanghi che abbiamo imparato a conoscere, colui che vuole vendicarsi di tutto nel crescendo spasmodico di Pater (...tutte le volte che vedo mio padre, esco di casa con la voglia di ammazzare, non capisco perché ma io c'ho voglia di uccidere. E un giorno voglio anche essere Dio: vi inculo tutti. Sono contenta perché io c'ho voglia di uccidere. Voglio la carne di chi mangia carne e voglio il sangue di chi beve sangue. Sono contenta così, oggi è Pasqua ed è lunedì. Voglio vedere chi mi ha violentata a dodici anni...), ma anche vittima di vendette altrui mentre ci presenta l'altra metà della sua famiglia (i fratelli Rampoldi) in Coniglio Rosa: un fratello gemello ma diversissimo e distante e una povera sorella scomparsa troppo giovane. Tutto in piazza. Cose intime e private snocciolate sopra al tappeto jazzato di Tu E Le Rose (...io e l'amore non c'ho mai voluto niente a che fare. Ho il dolore di non aver saputo amare te. Nessuno però potrà portarmi via l'amore di averlo fatto davvero con te, tu e le rose. Conviene? A Cristina voglio bene...). Da lacrime.
Stellina è la canzone che vorresti sentire ora dagli Afterhours. Se ascoltate ancora Manuel Agnelli, ascoltate questa. Fate due più due e ditemi cosa è meglio oggi, nel 2014? "Andate affanculo è bellissima!" dice Edda a fine canzone. Questa l'hai detta giusta!
Un disco che viaggia veloce tra assalti di rock metropolitano e quiete pubblica, tra i beat elettronici e gli spasmi vocali in Puttana Da 1 Euro, tra la liquidità scarnificata di Yamamay e i loop industrial di Piccole Isole, tra le citazioni '80 di Bellissima e il finale pianistico e armonioso di Saibene. Una ballata con tutti i crismi.
Un disco di contrasti vincenti: tra carnalità e spiritualità, pornografia onanistica ed eroina come vecchio passatempo, sbocco e inadeguatezza, caos e crudezza istintiva, "killerismo" spietato e vittimismo innocente, genitori e figli. Poco tempo per il respiro. Salivazione azzerata. Un mantra da recitare tutto d'un fiato, tutto il giorno, tutto l'anno, tutta la vita. Grazie mamma. Grazie Edda. Questo disco è un viscerale capolavoro (poco) annunciato di un artista unico e senza eguali in Italia, e ci aggiungo pure l'estero.



vedi anche
RECENSIONE: EDDA-In Orbita (2010)
RECENSIONE: EDDA-Odio i Vivi (2012)
INTERVISTA a EDDA
LIVE EDDA, Tronzano Vercellese, 8 Gennaio 2011
RECENSIONE: RITMO TRIBALE-Bahamas
RECENSIONE: NO GURU-Milano Original Sountrack (2010)
INTERVISTA NO GURU (Alex Marcheschi)
RECENSIONE: ILVOCIFERO-Amorte (2013)
RECENSIONE: UOMINI-I Ritmo Tribale, Edda e la scena musicale milanese. Di ELISA RUSSO (2014)
EDDA live @ Torino, Blah Blah, 22 Novembre 2014




martedì 21 ottobre 2014

RECENSIONE: RICHIE KOTZEN (The Essential Richie Kotzen)

RICHIE KOTZEN The Essential Richie Kotzen (Loud & Proud Records, 2014)



Tempo di bilanci
Non invidio Richie Kotzen. Deve essere stata un’ardua impresa scegliere le 23 canzoni da inserire in questa raccolta: manca molto. Il guitar hero della Pennsylvania vanta una carriera lunga 25 anni, spalmata su 18 dischi solisti e sulle numerose collaborazioni, dai Poison di “Native Tongue” che grazie a lui acquisirono spessore blues, ai Mr.Big dove ebbe l’arduo compito di sostituire Paul Gilbert, fino ai recenti The Winery Dogs, super gruppo messo in piedi con Mike Portnoy e Billy Sheehan. Due i CD, con estratti dai dischi solisti, due inediti (“War Paint”, “Walk With Me”), rivisitazioni unplugged, rarità, demo, più un DVD con i video della carriera. Il miglior consiglio che posso darvi, però, è assistere ad un concerto: entri cercando la chitarra, esci e hai un talento completo in costante crescita nonostante l'età che avanza, capace di passare dall’hard, al calore blues, soul, southern (ottimo “Mother Head’s Family Reunion”, qui ingiustamente snobbato), passando da jazz e fusion (anche questi progetti non ci sono), ma anche una voce strepitosa e buone “canzoni”, punti deboli quando si è davanti a virtuosi delle sei corde come lui. (Enzo Curelli) 7,5



vedi anche
RECENSIONE/LIVE report RICHIE KOTZEN live @ Rock'n'Roll Arena, Romagnano Sesia (NO), 20 Marzo 2012
RECENSIONE: THE WINERY DOGS-The Winery Dogs (2013)




sabato 18 ottobre 2014

RECENSIONE:ADAM COHEN (We Go Home)

ADAM COHEN We Go Home (Cooking Vinyl/Edel, 2014)



Alle radici
Se il segreto per ritrovare l’ispirazione era tornare nei luoghi dove trascorse l’infanzia, prima la casa natia a Montreal in Canada, poi nell’isola ellenica Hydra, buen retiro scelto dal padre negli anni settanta per esiliarsi dal resto del mondo, l’esperimento può dirsi altamente riuscito. Spossato da un paio d’anni in tour e dai discreti successi raggiunti con i precedenti tre album, Adam Cohen aveva bisogno di riallacciarsi con l’ingombrante cordone ombelicale per ricaricare le pile, e se tuo padre si chiama Leonard e di professione è "poeta", tra i più grandi viventi (ma quanto è bello il nuovo Popular Problems di papà?), qualcosa d’interessante lo porti sempre a casa. Registrato direttamente tra le mura delle abitazioni che lo hanno visto crescere, respirando e attingendo nei ricordi (ben impressi in “Fall Apart”), questo quarto album è il frutto della maturità raggiunta di un figlio che la propria strada, tra folk, pop e confidenziale soul, la sta trovando pur senza rinnegare la calda e raffinata poetica di famiglia, dedicata anche al giovane figlio di sette anni. Tre generazioni: il cerchio che si chiude. Tra le sorprese piacevoli dell'anno. (Enzo Curelli) 8





lunedì 13 ottobre 2014

RECENSIONE: UOMINI-I RITMO TRIBALE, EDDA E LA SCENA MUSICALE MILANESE di ELISA RUSSO

UOMINI-I RITMO TRIBALE, EDDA E LA SCENA MUSICALE MILANESE di ELISA RUSSO (Odoya, 2014, 460 pagine, prezzo 22 euro)


Ci sono panchine e panchine. Quella in piazza Grandi a Milano è stata importante, il fulcro intorno a cui, negli anni ottanta, è nata una bella storia; ritrovo di amici, giovani studenti liceali in libera uscita con la musica in comune ed un futuro tutto da scrivere. Meno importante quella dove ero seduto io nel 1992, quasi ventenne, mentre sfogliando le pagine del defunto HM (tra le prime riviste Heavy Metal italiane dell'epoca, un mix tra una vecchia fanzine in bianco e nero e un periodico a colori) mi imbattei nel nome di un gruppo italiano. Arrivai un po' in ritardo, è vero. Era appena uscito Tutti Vs. Tutti, il loro terzo album, se ne parlava talmente bene che il giorno dopo corsi a comprarmi il vinile da quello che all'epoca, a Biella, era già divenuto il mio spacciatore preferito di dischi. A scatola chiusa, senza aver mai ascoltato una nota, d'altro canto anche volendolo, a quei tempi (e sono solo vent'anni fa) non c'era nemmeno la possibilità di farlo tanto facilmente. Da quel giorno alla domanda: qual è la tua band italiana preferita? Iniziai a rispondere sempre e solo con un nome: Ritmo Tribale.
Ho sempre sperato, anche dopo lo scioglimento, soprattutto dopo, che qualcuno tentasse di ripercorrere e raccontare la loro storia, riportare la band milanese al centro delle cronache musicali, di (ri)dare loro la giusta importanza e visibilità all'interno della scena rock italiana. Il tassello di "gruppo di culto" lo occupano ormai da molti anni ed è sempre più stretto. Ora il capitolo è completo, o quasi. Non crediate che sia finita qui però...
A raccontare quella storia ci è riuscita, e molto bene, Elisa Russo, triestina, attiva come giornalista in campo musicale proprio da quei primi anni novanta fino ad arrivare ai giorni nostri: web, Radio e  TV Capodistria, Il Piccolo di Trieste. Elisa la trovate lì se volete conoscerla. Io, invece, la incontrai via MySpace-ma esiste ancora?-intorno al 2007, quando cercando notizie sullo strepitoso concerto di reunion dei Ritmo Tribale al Fillmore di Cortemaggiore
(il famoso "il ritorno"), chiesi qualche delucidazione che lei mi diede gentilmente. Da allora, la seguo abitualmente grazie a Facebook-ecco perché MySpace non è più quello di prima-ed insieme a Zymbah, il tuttofare della tribù "tribale", è diventata un piccolo faro che illumina tutti i die-hard fans della band milanese. Seguire i suoi post e gli scambi di battute scritti in dialetto con il fratello Ricky Russo è uno vero spasso. Lo stesso Ricky, che ora vive a New York, ha scritto un intero libro in dialetto (Per Bon, For Real) raccontando le sue avventure turistico/musicali nel "grande pomo". Capisco tutto-anni di estati passate in Friuli aiutano-ma non oso interagire. Per scrivere nel loro dialetto ci vogliono le scuole!
"Lo misi sul giradischi (parlando dell'LP Kriminale) e fu amore a primo ascolto. Non avevo sentito mai nulla del genere. Di musica ne ascoltavo tantissima mi piacevano i Litfiba e i Negazione, ed entrambi mi emozionavano parecchio, li sentivo in sintonia con ciò che ero. Ma i Ritmo Tribale mi travolsero, mi entrarono dentro ma in maniera differente. E' difficile da spiegare, ma è una sensazione fisica, proprio come l'innamoramento. Dei Ritmo Tribale mi sono innamorata e la fiamma non si è mai spenta..." racconta Elisa nell'introduzione a pag.25.
Leggendo le 460 pagine si percepisce tutto. Non costruisci un libro del genere se non hai quel vero interesse che nasce dal cuore. Elisa ha fatto un "lavorone", frutto di anni di ricerca e di passione: tante nuove interviste con i protagonisti e con le persone che li hanno conosciuti nel tempo (fidanzate e mogli, vecchie e nuove, musicisti, amici ed ex amici, collaboratori, giornalisti), vecchie dichiarazioni estrapolate dai giornali dell'epoca, stralci di recensioni dei dischi, testi, tante foto inedite. Non manca nulla. Partiti sotto la spinta del ricco sottobosco hardcore/punk italiano (Negazione, Indigesti, Raw Power, Wretched erano un'istituzione in Italia ma anche e soprattutto all'estero) e poi una lenta e costante acquisizione d'identità grazie all'uso dei testi in italiano che faranno scuola (chiedere a Manuel Agnelli, qui intervistato), un crossover musicale d'impatto, un cantante carismatico, disturbato e fuori da ogni catalogazione-per me è sempre stato il nostro Mike Patton, prima ancora di Mike Patton-e poi uno sguardo approfondito sulla scena musicale milanese degli anni 80/90 (Afterhours, Karma, Casino Royale, La Crus); l'incredibile esperienza dello studio di registrazione Jungle Sound messo in piedi dal chitarrista Fabrizio Rioda; l'affascinante storia, la resurrezione e la carriera solista di Edda-quasi una favola a lieto fine-che prossimamente si arricchirà di un nuovo album ben presentato in un intero capitolo del libro (Stavolta Come Mi Ammazzerai? in uscita il 27 Ottobre); il presente targato No Guru, il gruppo che vede riuniti i restanti Andrea Scaglia, Alex Marcheschi, Andrea "Briegel" Filipazzi, Luca "Talia" Accardi con Xabier Iriondo (Afterhours) e Bruno Romani (Detonazione).
Per presentare un romanzo lungo trent'anni che ha attraversato in corsa le striscie pedonali della Milano degli anni '80, scalciato i preziosi calici in vetro della "Milano da bere" per approdare sul marciapiede scivoloso della Milano più viva, barricadera e pulsante, quella dei centri sociali dove poter suonare, ma anche quella marcia e insidiosa (le droghe giravano indisturbate e disturbavano) ci sono volute ben tre prefazioni a firma di Federico Guglielmi, Christian Zingales e Vittorio Bongiorno.
Un tuffo al cuore per i fan, una bella storia da conoscere per chi vuole avvicinarsi al gruppo per la prima volta. Nel 1992, io sarò arrivato in ritardo, ma molti non ci sono arrivati ancora oggi. Questo è il momento giusto. Forza.
Uomini cattura. Ho iniziato a divorarlo ingordamente appena l'ho avuto fra le mani, poi ho rallentato. Pure bello e sostanzioso anche solo al tatto e alla vista. Sto centellinando la lettura per godermelo più a lungo, ma mancano una manciata di pagine, due, una, finito. Ma in fondo la vera storia non è ancora giunta a conclusione...giusto? to be continued




vedi anche
RECENSIONE: EDDA-In Orbita (2010)
RECENSIONE: EDDA-Odio i Vivi (2012)
INTERVISTA a EDDA
LIVE EDDA, Tronzano Vercellese, 8 Gennaio 2011
RECENSIONE: RITMO TRIBALE-Bahamas
RECENSIONE: NO GURU-Milano Original Sountrack (2010)
INTERVISTA NO GURU (Alex Marcheschi)
RECENSIONE: EDDA-Stavolta Come Mi Ammazzerai? (2014)