martedì 14 agosto 2018

RECENSIONE: STEVE FORBERT (The Magic Tree)

STEVE FORBERT   The Magic Tree (Blue Rose Music, 2018)






Già solo l’uscita di un nuovo disco di Steve Forbert, Magic Tree (il 14 Settembre), è una vittoria sulla cattiva sorte che lo ha perseguitato nell’ultimo periodo, tra cui un intervento chirurgico ai reni e sedute di chemioterapia. Si presenta come un disco nuovo anche se in verità è una raccolta di vecchie canzoni dimenticate, vecchi demo incompiuti, ripresi e fatti rinascere una seconda volta con l’aiuto del produttore Karl Derfler e con lo spirito combattivo di oggi che poi è lo stesso di sempre. Fanno da collante la sua voce affidabile e sempre accomodante, i suoi folk semplici ricamati con chitarra e armonica (‘The Magic Tree’, ‘The Music Of The Night’) le melodie fortemente evocative (‘Carolina Blue Sky Blues’, ‘Lookin At The River In The Rain’), qualche raro sprazzo più elettrico (‘Let’s Get High’) e quella voglia di viaggiare che non è mai venuta meno (‘Movin Through America’) e che ha contraddistinto i suoi primi giorni di carriera. Il primo singolo uscito è ‘That’d Be Alright’.
Il disco farà da giusta colonna sonora al libro autobiografico Big City Cat: My Life in Folk Rock che uscirà in contemporanea, storia di quel giovane ragazzo del Mississippi che a fine anni settanta cercò a New York la sua arte. Qui ancora presente, nonostante tutto.






venerdì 10 agosto 2018

RECENSIONE: THE MAGPIE SALUTE (High Water I)

THE MAGPIE SALUTE    High Water I (Mascot/Eagle Records, 2018)
 
 
 
 
 
 
 
un saluto alla gazza
 
High Water I è la prima parte del ricco disco registrato ai Dark Horse Studios di Nashville che fa seguito al debutto dello scorso anno. Fu un debutto anomalo ma degno del passato dei tre ex corvi Rich Robinson, Marc Ford, Sven Pipen con la nuova voce di John Hogg che vince bene la scommessa, con Matt Slocum alle tastiere e Joe Magistro alla batteria. Se allora scaldarono i motori con una scaletta di canzoni già conosciute e registrate live in studio con una formazione allargata a dieci elementi che loro stessi accomunarono alle carovane variopinte e numerose di Joe Cocker con i suoi Mad Dogs e Delaney And Bonnie, tanto per ribadire quali siano le radici del progetto, questa volta compongono così tante canzoni che si è reso necessario dividere il tutto in due uscite. La prima parte fuori oggi, 10 Agosto, la seconda nel 2019. “Il disco dell’anno scorso era più una celebrazione della musica che avevamo fatto insieme. Era quasi una rivisitazione, quasi come una cosa dei Mad Dogs and the Englishmen. Ci siamo divertiti ed è stato davvero bello. Mentre eravamo in tour l'anno scorso e abbiamo iniziato a concentrarci su ciò che avremmo fatto dopo, ci siamo resi conto di voler essere una band: vogliamo andare in studio, fare un disco e diventare una vera band.” Ascoltando il disco e prestando attenzione alla durata delle canzoni si può notare come questa volta abbiano badato alla forma canzone con più accuratezza e rigore compositivo con una grande attenzione ai dettagli, senza eccedere in lunghezza, non andando mai oltre i sei minuti: la più lunga è la seconda traccia ‘High Water’ con i suoi 5 minuti e 45, canzone che intreccia la West Coast con impasti di chitarre acustiche e voci che riportano ai tempi dei primi CSN così come ‘Walk On Water’ fa salire i Byrds a bordo dei Led Zeppelin in volo radente sopra le campagne del Galles e in cabina comando pare sia seduto Dylan. L’album si apre con il botto, ‘Mary The Gypsy’ è un rock vizioso con le chitarre di Robinson e Ford che grattano furiose ma è veramente difficile inquadrare un album che fa della varietà il suo punto forte. Se ‘Send Me An Omen’ batte le strade hard dell’apripista, nel resto del disco si passa dal soul con forti melodie beatlesiane di ‘Sister Moon’ al crescendo gospel di ‘Color Blind’ che non nasconde il suo importante messaggio antirazzista scritto e cantato con trasporto da Hogg, dal southern rock di ‘Take It All’ che riallaccia i ponti con i padri degli anni settanta, al quieto e carezzevole country condito da pianoforte e lap steel di ‘You Found Me’ che sa infondere libertà, dal blues di ‘Can You See’ che ricorda il migliore Stephen Stills, al divertente honk tonk di ‘Hand In Hand’ fino al finale ipnotico e tetro di ‘Open Up’ che conclude il disco con un volo leggero dentro a una foresta nera e impenetrabile.
L’ombra generata dalle ali aperte dei Black Crowes (si ascolti ‘For The Wind’) è sempre in agguato anche se loro sono abbastanza scaltri per volare liberi verso la luce del sole. A riguardo sono abbastanza chiari: “il confronto con i Black Crowes non ha alcun senso. Naturalmente guardiamo indietro nei set live. Siamo ancora molto orgogliosi del lavoro dei Crowes e fintanto che la gente continua a chiederlo, ci sarà una particolare attenzione verso loro durante le serate. I Magpie Salute, tuttavia, sono una nuova band con musicisti che hanno un legame speciale che stanno vivendo cose molto belle insieme.”
E questa prima parte di High Water è qualcosa di molto bello, dai toni molto più leggeri e freschi rispetto a quello che ci saremmo aspettati dopo il debutto ma mantenendo inalterati i legami verso la musica degli anni 60/70, sia essa figlia del soul, del southern rock, del country o della psichedelia. La confraternita di Chris Robinson da oggi sentirà il fiato sul collo. Salutiamo la nuova gazza, non farlo sembra porti sfortuna.
 


 
 

lunedì 6 agosto 2018

BRUCE SPRINGSTEEN and the E STREET BAND Wembley Arena June 5, 1981

BRUCE SPRINGSTEEN and the E STREET BAND    Wembley Arena June 5, 1981





Il 7 Aprile del 1981 da Amburgo prende il via il primo vero tour europeo di Bruce Springsteen, dopo aver riprogrammato le date che inizialmente prevedevano i concerti inglesi in cima a tutti gli altri. Springsteen era spossato e reduce da 150 date americane e visto che davanti al pubblico anglosassone, l’unico che lo aveva già incontrato dal vivo nel 75, intendeva fare una buona impressione, spostò tutte le date in coda al tour, venendo forse a meno a una regola che si è sempre autoimposto: tutti gli spettacoli hanno la stessa importanza. Forse non sempre è così. Vengono toccate tante nazioni e tante città in quel tour (21 città e 33 concerti) ma manca l’Italia e per vederlo gli italiani si devono traferire in massa nella vicina Zurigo. Uno dei culmini del tour viene quindi toccato quasi alla fine con le sei date sold out alla Wembley Arena di Londra (il tutto si concluderà con la due giorni di Birmingham), concerti che molti grandi nomi del rock non si lasciarono sfuggire. In quei giorni furono avvistati: Mick Jagger e Keith Richards, Joe Jackson, Paul Cook, Pete Townshend, Elvis Costello e un giovanissimo Bono “Qualche sera dopo il concerto di Brighton andai con Pete Townshend in un club londinese a vedere un giovane gruppo che aveva appena pubblicato il primo album. Erano forti e avevano un nome strano, U2…meglio non riposare sugli allori”. Bruce Springsteen

“L’Europa ci aveva trasformato in una band più determinata e sicura di sé. Persino dall’imperturbabile Gran Bretagna ci aspettavamo grandi cose. Calcare un palco inglese per la prima volta dopo la grande messa in scena del ’75 fu un’esperienza snervante ma gratificante. Forti di due album nuovi, cinque anni di battaglie personali e tour interminabili, non eravamo più gli ingenui fannulloni sbarcati dal 747 della British Airways cinque anni prima. Sapevo di avere una band pazzesca: chi poteva farcela se non noi?” racconta Bruce Springsteen nella sua autobiografia.

Esce ora a 37 anni di distanza la testimonianza ufficiale di uno di quei sei concerti londinesi: l’ultimo, quello del 5 giugno, con 31 canzoni in scaletta tra cui ‘Jolè Blon’ che fece il suo debutto, un vecchio brano con cui Springsteen e Gary U.S. Bond aprivano l'album Dedication (1981) di quest'ultimo, ‘I Wanna Marry You’ suonata per la prima volta in quel tour europeo, e con gli ultimi 95 secondi del ‘Detroit Medley’ che conclude il concerto che sono stati recuperati da una registrazione di un fan, visto che l’originale andò perso. Le tre bombe iniziali 'Born To Run', 'Prove It All Night', 'Out In The Street' hanno il compito di stendere in anticipo la platea che ritorna a respirare con 'Follow That Dream', poi è tutto un lungo viaggio sulle quattro corsie del rock: le scosse elettriche di 'Candy' s Room', le luci nella notte di 'Pont Blank', l'epicità nei quindici minuti di 'Rosalita', la consapevolezza folk di 'This Land Is Your Land' e 'The River'.
“Ci eravamo detti: andiamo in Europa a spaccare e ce l’avevamo fatta. Fu un trionfo che ci lasciò stupefatti. Ci erano voluti quindici anni, sapete” Steve Van Zandt.
"Ricordo che quando tornammo a casa, alla fine, tutti avevamo la sensazione di aver vissuto una delle più belle esperienze della nostra vita". Bruce Springsteen

TRACKLIST: Born To Run, Prove It All Night, Out In The Street, Follow That Dream, Darkness On The Edge Of Town, Independence Day, Johnny Bye-Bye, Two Hearts, Who’ll Stop The Rain?, The Promised Land, This Land Is Your Land, The River, I Fought The Law, Badlands, Thunder Road, Hungry Heart, You Can Look (But You Better Not Touch), Cadillac Ranch, Sherry Darling, Jole Blon, Fire, Because The Night, I Wanna Marry You, Point Blank, Candy’s Room, Ramrod, Rosalita (Come Out Tonight), I’m A Rocker, Jungleland, Can’t Help Falling In Love, Detroit Medley.


sabato 4 agosto 2018

RECENSIONE: LUCERO (Among The Ghosts)

LUCERO Among The Ghosts (Liberty & Lament, 2018)
 
 
 
 
 
 
 
“Sono più felice di quanto lo sia mai stato, ma ho scritto alcune delle canzoni più oscure di sempre. Ora la posta in gioco è più alta. Ho qualcosa da perdere. Ho qualcosa a cui tengo davvero. In passato, non importava in che direzione andava il mondo, ma ora ho una bambina. E le cose contano di più e sono più spaventose di quanto lo erano prima.” Ecco uno dei perni su cui ruota il nuovo album dei Lucero, la fresca paternità del cantante e principale autore Ben Nichols. “Everything Has Changed” canta nell’omonima canzone. Cambia la prospettiva della visuale sul mondo, i suoi testi non sono più autobiografici ma aperti su tutto quello che da ora in avanti potrà insinuarsi tra lui e la sua famiglia. Rimane una capacità di scrittura unica e alla vecchia maniera, in grado di tracciare tratti emozionali e paesaggi che spesso coincidono con la tetra foto di copertina scelta, scattata nella città fantasma di Rodney, opera di Michael N. Foster. Un paesaggio avvolto nelle nebbie che rimanda ai lati oscuri nel Sud degli States (anche se la band rifugge da certi stereotipi a buon mercato) dove quella chiesa che si specchia tra le acque del Mississippi da voce agli spiriti maligni che viaggiano sinuosi nelle canzoni: dall’apertura ‘Among The Ghosts’ che esplode in un crescendo rock liberando antichi fantasmi Southern Gothic, a ‘For My Dearest Wife’ che prendendo spunto dalle lettere che i soldati spedirono alle mogli durante la Guerra Civile americana si catapulta all'oggi e all’intimita familiare , alle atmosfere cupe, desertiche, malinconiche e western di ‘Long Way Back Home’ al cameo di Michael Shannon in ‘Back To The Night’, un recitato tenebroso che si incastra sulle chitarre lancinanti. A cambiare è anche la direzione musicale del gruppo, dopo tre album direzionati verso il Memphis sound, tra soul e R&B (ad eccezione della finale ‘For The Lonely Ones’ che batte quei territori, un honky tonk alcolico e scatenato con la presenza del sax di Jim Spake), si ritorna a un suono più grezzo e semplice, a mancare è ancora lo slancio giovanile dei bei tempi ma quello non tornerà più , registrato quasi in presa diretta al Sam Phillips Recording Studio di Memphis, fatto di rock songs tese e ballate (‘Loving’, ‘Always Been You’ è guidata dal pianoforte di Rick Steff) condotte dalla voce rude e sincera di Nichols, che per alcuni aspetti si ricollega ai primi dischi. La produzione è di Matt Ross Spang già al lavoro con Jason Isbell e Drive By Truckers. Aggiungete la maturità e la libertà compositiva raggiunta dopo vent'anni di onorata carriera come spiega il chitarrista Brian Venable: "siamo liberi di fare tutto ciò che vogliamo. Possiamo scrivere canzoni su Butch Cassidy come in ‘Cover Me’ possiamo suonare riff dei Cure (qualcosa di simile sembra uscire da ‘Bottom Of The Sea’) , possiamo fare qualsiasi cosa vogliamo, e questa è la sua bellezza.”. Album riuscitissimo che riporta i Lucero allo start di quel genere Americana o alt Country o chiamatelo come volete tra cui furono i principali sponsor a inizio carriera.