martedì 15 gennaio 2019

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 72: DENNIS WILSON (Pacific Ocean Blue)

DENNIS WILSON  Pacific Ocean Blue (1977)





ho scritto "oceano" sulla sabbia
Marina del Rey, Los Angeles. Dennis Wilson sembra in preda allo spirito del subacqueo cacciatore: si tuffa in acqua una volta, poi due, poi tre. Quando riemerge, ogni volta ha qualcosa di molto personale in mano. Oggetti che lui stesso aveva gettato in mare qualche anno prima dalla sua imbarcazione ormeggiata nel molo, in preda a qualche raptus isterico. Amore? Quella barca non era più sua da tempo, era stato costretto a venderla per recuperare i tanti soldi sperperati in vita, e quel 28 Dicembre del 1983 era ospite di amici, gli stessi che lo guardavano mentre un po’ alticcio da vodka entrava e riemergeva dalle acque dell'oceano. Uno, due, tre volte. Alla quarta il mare si quieta per troppo tempo. Sarà il solito scherzo di quel mattacchione di Dennis. Dennis Wilson muore inghiottito da quello stesso oceano che gli aveva dato tutto in vita, tanto che gli sembrò naturale intitolare il suo primo e unico disco solista, uscito cinque anni prima, proprio Pacific Ocean Blue. Fu il primo album solista di un membro dei Beach Boys e sorprese tutti perché arrivò dalla mente e dalla penna della pecora nera di famiglia, il piccolo Dennis che dentro ai Beach Boys ci finì perché lo mise la mamma e finì dietro la batteria perché solo quel posto era rimasto. Poco male perché proprio ispirandosi a lui, il fratello Brian tirò fuori le hit più balneari che fecero la fortuna del gruppo. Dennis era forse il meno dotato dal punto di vista artistico ma certamente era lo sportivo di famiglia a cui ispirarsi per scrivere testi: aveva il fisico, la passione del surf, grande successo con le ragazze (si sposò ben cinque volte) e quell'aurea da bello e maledetto che lo porteranno a intraprendere i vizi più pericolosi (la santa trinità: coca, eroina e alcol) e frequentazioni poco sane (vedasi la parentesi a casa Charles Manson, il quale cercò di sfruttare l'amicizia per entrare nel mondo della musica, fino a quando Wilson tagliò tutti ponti capendo con chi aveva a che fare ).
Quando Pacific Ocean Blue uscì, i Beach Boys erano ai minimi storici di ispirazione e successo, tenuti in piedi proprio da Dennis; nel mondo musicale non si parlava d'altro che di punk, a chi vuoi che interessi l’album del batterista degli (ex) ragazzi da spiaggia? Così sarà, perché l’album, una sorta di diario delle sue abilità costruito in sette anni grazie al supporto di James Guercio, non ebbe troppo successo commerciale anche se la critica lo promosse, accrescendo il suo valore con il tempo. Dennis forse lo sapeva e nelle note di copertina sembrava scusarsi già con troppo anticipo “questo è il mio primo disco lontano dai Beach Boys. Sono sicuro che capirete il mio nervosismo. Vi ringrazio per il supporto e vi invito a mandare commenti o suggerimenti dopo averlo ascoltato”. Invece, Dennis Wilson che in questo album le bacchette della batteria le lascia volentieri ad altri, suona tutti gli strumenti possibili, prediligendo il pianoforte e stupisce tutti con canzoni che esulano totalmente dalla discografia della band per raggiungere uno status emozionale che sa di malinconia e verità, di amori falliti, tormento e disperazione, disperata ricerca di una pace interiore che mai troverà e che la sua voce roca da trentatreenne già in pensione ma interessantissima sa rendere al meglio. Dal gospel iniziale di ‘River Song’ alla straziante dedica ad un amico scomparso ‘Farewell My Friend’ (che tornerà tristemente utile al suo funerale), dall’arcigna’Friday Night’ alla dolente ‘Thoughts Of You’, la corale ‘Rainbows’, i sospiri e il crescendo di ‘Time’, i fiati della felina ‘Dreamer’, la confidenziale ‘You And I’, alla profetica ‘End Of The Show’, Dennis Wilson gioca in musica nello stesso campo su cui ha giocato la sua vita, su quel bordo della scogliera che da sul precipizio, su quella onda cavalcata fino alla fine. Fino a quando ce n'è. Adrenalina e urgenza dettano lo struggente spartito scarabocchiato di pop soul, funky e psichedelia salata di iodio. Imperfetto ma vero come i suoi occhi e la pelle bruciata dal sole californiano del suo viso che riempie la copertina. Un disco che rimase introvabile per venti anni, poi la ristampa del 2008 lo fece riemergere insieme al disco perduto Bambu (che lo stesso Wilson riteneva superiore) che non fece mai in tempo a pubblicare perché troppo perso a vivere (male). Qualcuno ha trovato il tempo per sceneggiare la vita del fratello Brian in un bel film (Love & Mercy) , ma la vita di Dennis Wilson è altrettanto degna di essere ricordata (rimane il bel documentario della BBC) , magari partendo proprio dal fotogramma finale per poi andare a ritroso: la quiete delle acque dell'oceano in primo piano dopo che l’ultima onda della sera ha cancellato la scritta “Pacific Ocean Blue” disegnata sulla sabbia.



martedì 8 gennaio 2019

RECENSIONE: JOHN GARCIA (John Garcia And The Band Of Gold)

JOHN GARCIA AND THE BAND OF GOLD (Napalm Records/Audioglobe, 2019)




bentornato
Potremmo liquidare tutto con un “niente di nuovo sotto il sole di Palm Springs” ma visto che i due album solisti precedenti non avevano fatto gridare al miracolo, con questo album John Garcia qualche allucinazione in più tra la sabbia del deserto e il cielo stellato ce la fa venire. Tra i due minuti e quarantacinque secondi dell’ iniziale strumentale a due velocità ‘Space Vato’ e i quattro minuti del soffuso e liquido finale, in stile Planet Caravan' di ‘Softer Side’ ci regala qualche buon motivo per seguire ancora le sue orme prima che il vento le cancelli. Eh sì, pare che in alcune interviste abbia lasciato trapelare l'intenzione di mollare tutto dopo questo disco. Ci credete?
Questo ritorno con l'ennesimo progetto chiamato JOHN GARCIA AND THE BAND OF GOLD, dopo aver messo in piedi e poi abbandonato mille altri progetti (Hermano, Unida , Slo Burn, Vista Chino e i due dischi solisti tra cui The Coyote Who Spoke in Tongues che rivisito vecchie canzoni della sua storica band) l’ex iconico cantante dei Kyuss mette in piedi l'ennesima band, questa volta formata dal fedele chitarrista Ehren Groban, il bassista Mike Pygmie (ex Mondo Generator) e il batterista Greg Saenz (ex Dwarves, Excel, Suicidal Tendencies). La produzione è affidata allo storico Chris Goss che recentemente lo stesso Garcia ha definito “chirurgo” per aver avuto il merito di tirarlo fuori da un periodo non troppo felice e portare a termine la lavorazione del disco che cerca di ritrovare qualche vecchio cimelio targato Kyuss. In alcuni punti ci riesce pure ma è puro revisionismo.
Garcia mantiene inalterata la sua voce inconfondibile e ipnotica sia quando batte le strade che portano al crossover funky ‘Chicken Delight’ che sa tanto di anni novanta, sia quando sembra impossessarsi dello spirito di Jimi Hendrix nel blues ‘Kentucky II’. Foxy Lady? Dietro di lui una band che cerca di suonare sporca ma che spesso Garcia porta all'ordine con la melodia del cantato. Piace il singolo ‘Jim’s Whiskers’, la pesante circolarità del riff che traina ‘My Eveything’, il groove ‘90 di ‘Lillianna’, i rimandi ai QOTSA del vecchio amico Josh Homme in ‘Apache Juncion’, le distorsioni e i rallentamenti di ‘Cheyletiella’. Come tanti altri vecchi rocker di razza, Garcia la storia l’ha già modificata quasi trent'anni fa, vivere e essere ricordato su quello che ha messo in piedi nel suo passato è un diritto che nessuno può negargli. Piacevole.







JOHN GARCIA- The Coyote Who Spoke In Tongues (2017)


 

sabato 5 gennaio 2019

RECENSIONE: LUCA ROVINI & COMPANEROS (Cuori Fuorilegge)

LUCA ROVINI & COMPANEROS-Cuori Fuorilegge (2018)



 “Qualsiasi tipo di viaggio ha influenzato le mie canzoni. Non solo lo stare sulla strada, andare in giro per paesi, osservare la gente, credo in molti tipi di viaggio, c’è quello delle emozioni, quello dell’amore, quello della solitudine e spesso anche quello del dolore. Sono tutti viaggi che ti sbattono in qua e là, ti girano attorno e poi spariscono all’improvviso, magari non li vedi più ma restano dentro di te. Questo succede a tutti. Poi un giorno ti svegli e te li ritrovi lì che vogliono venire a trovarti, da me si materializzano con la voglia di scriverli come canzoni. E’ un viaggio della vita, io ho scelto di raccontarlo così, con una chitarra.”

Rispondeva così Luca Rovini, due anni fa, a una mia precisa domanda: quanto il viaggio ha influenzato la tue canzoni? Con Cuori Fuorilegge conferma di avere fatto ulteriore strada e caricato la valigia di nuove esperienze, tramutate con facilità in parole, tanti km da quel disco Figure Senza Età uscito nel 2017 e ancora di più se guardiamo indietro alla sua storia musicale arrivando fino all’esordio Avanzi e Guai. Se allora sembrava ancora un hobo solitario in cerca dell’angolo giusto dove fermarsi, far riposare le scarpe sporche di terra e polvere e calare il cappello sotto un lampione sul marciapiede, ora lo vedo sicuro sopra le assi di un palco illuminato dalle giuste luci e con lo stivale che batte il tempo sulle assi ma sempre con l'immutato spirito da songwriter solitario e qui la copertina con quella custodia in primo piano è la conferma. La città però è sempre la stessa: non è Pisa, non è nel Texas ma è quella con le vie della coerenza, delle piazze dal cuore sanguinante e delle case piene di passione. Le canzoni sono più ricche, elettriche, guidate dalla chitarra esperta di Peter Bonta , chitarrista americano con il prestigioso e buon passato nelle tasche, dalla batteria decisa di Gary A. Crockett (che ha sostituito Stefano Costagli, purtroppo scomparso prematuramente proprio quando il disco prendeva forma) e dal basso di Andrea Pavani. Tutti insieme formano i Companeros, amici fedeli, musicisti fidati che lo accompagnano su disco e nelle serate, quando porta in giro le sue canzoni che rimangono quel rassicurante piatto caldo cucinato a fuoco lento dove l’America country rock dei fuorilegge bolle insieme alle storie cantautorali della provincia italiana, dove le spezie d’amore (‘Honky Tonk Senorita’) ricoprono il gusto amaro delle falsità e delle bugie dell'umanità (‘Non Mi Avranno Mai’) , dove metafore e realtà ballano sulle stesse note ora affilate, elettriche e incisive (‘Fuorilegge’, ‘Vite di Contrabbando’), per farsi poi malinconiche e amare guidate dal dolce violino di Chiara Giacobbe (‘Al Tavolo di Un Altro’). Viaggia bene Luca: lentamente, ci fa ammirare i grandi spazi nella ballata di apertura ‘Senza Gambe né Parole’, quando accellera ci inebria con una vampata di benzina versata sul caldo asfalto che bolle nel rock on the road di ‘Sei giorni Sulla Via’ (rifacimento di ‘Six Days On The Riad’), ci cattura definitivamente nel finale con la descrittiva ‘Nuda Sull'Aurelia’ che batte le strade del suo idolo Bob Dylan. 12 canzoni di cuore, asfalto e resistenza. Avanti tutta, fino alla prossima fermata.


It's just another town along the road: Luca Rovini-Figure Senza Età & intervista

giovedì 3 gennaio 2019

RECENSIONE: DAN BAIRD & HOMEMADE SIN (Screamer)

DAN BAIRD & HOMEMADE SIN-Screamer (2018)



Più forte di prima
Uno dei migliori dischi di puro rock dell’anno è nato, con il rischio non vedere mai la luce, in un momento poco felice per il suo autore. SCREAMER è stato scritto da Dan Baird mentre era in cura per una forma di leucemia. Un riposo forzato che lo ha tenuto lontano dai palchi mentre il suo gruppo, gli HOMEMADE SIN portava a termine gli impegni presi con un altro cantante, il produttore Joe Blanton. Tempo utile per curarsi al meglio ma anche per ripensare al passato, agli amori e alle amicizie con un tocco di nostalgia ma con tanto ottimismo che finirà nei testi delle canzoni nate in quei giorni, canzoni che guadagnano il tiro rock’n’roll dei vecchi tempi, arrivando a toccare spesso e volentieri il periodo dei Georgia Satellites, di quei giorni bagnati dallo spirito del sud, dalle chitarre degli Stones e dei Faces. Accantonato il primordiale e ironico titolo Where Were We Before We Were So Rudely Interrupted, una volta guarita la malattia, Baird, oggi 65 anni, si è chiuso in studio con il batterista Mauro Magellan (fedele fin dai Georgia Satellites) , il nuovo bassista Sean Savacool e il chitarrista Warner E Hodges (Jason And The Scorchers) e ha messo su disco quelle idee: dodici canzoni, 50 minuti di puro rock chitarristico.
 “Warner e Mauro hanno preso Joe Blanton, il nostro amico e produttore come vocalist e chitarrista per gli Homemade Sin (non avrei dato la mia benedizione a nessun altro se non a lui). Il nostro vecchio bassista, Micke Björk, è stato messo in prigione. Roba di famiglia, cose serie, quindi abbiamo dovuto prendere un nuovo ragazzo al basso”. Tra la tirata ‘What Can I Say To Help’, il boogie di ‘Everlovin Mind’, i sapori southern di ‘You’re Going Down’, la solidità di ‘Charmed Life’, il veloce rockabilly di ‘Mister And Ma’am’, e la finale ‘Good Problem To Have’ cara ai vecchi Ac Dc, c’è anche il tempo per piacevoli e ariose ballate elettriche come ‘Adiliyda’ scritta insieme al cantautore Will Hoge, ‘Something Better’, e il country rock di ‘Up In The Kitchen’ che pare illuminato dalla stella luminosa di Tom Petty. Un rock che non troverà mai morte, perfetta sintesi tra chitarre elettriche e melodia.



domenica 30 dicembre 2018

25 DISCHI per ricordare il mio 2018



25 DISCHI per ricordare il MIO 2018


LUCERO-Among The Ghosts
Cambia la prospettiva della visuale sul mondo, i suoi testi non sono più autobiografici ma aperti su tutto quello che da ora in avanti potrà insinuarsi tra lui e la sua famiglia. Rimane una capacità di scrittura unica e alla vecchia maniera, in grado di tracciare tratti emozionali e paesaggi che spesso coincidono con la tetra foto di copertina scelta, scattata nella città fantasma di Rodney, opera di Michael N. Foster. Un paesaggio avvolto nelle nebbie che rimanda ai lati oscuri nel Sud degli States (anche se la band rifugge da certi stereotipi a buon mercato) dove quella chiesa che si specchia tra le acque del Mississippi da voce agli spiriti maligni che viaggiano sinuosi nelle canzoni...RECENSIONE




FANTASTIC NEGRITO-Please Don't Be Dead
Cinquantenne dalle mille vite complicate, riesce a farle entrare tutte in undici canzoni nelle quali non si butta via nulla, così come sono costruite su una valanga di belle e geniali intuizioni, perché se è impossibile creare ancora qualcosa di nuovo nella musica, vince chi sa ripetere e rinnovare la lezione. Fantastic Negrito in questo è un mago. RECENSIONE








JOHN PRINE-The Tree Of Forgiveness
Con THE TREE OF FORGIVENESS ritorna dopo una lunga pausa di tredici anni, anche se l’anno scorso uscì For better Or Worse, un disco di nuovi duetti ma di vecchie canzoni, dimostrando quanto la sua fine e preziosa penna cantautorale sia sempre stata parsimoniosa ma segnante per il cantautorato americano degli ultimi quarant’anni. RECENSIONE









HOWLIN RAIN-The Alligator Bride
Ethan Miller  (voce e chitarra) e i suoi HOWLIN RAIN (Daniel Cervantes all'altra chitarra, Jeff McElroy al basso e Justin Smith alla batteria) sembrano vivere ancora dentro quella grande bolla di sapone inesplosa che gravita leggera tra gli anni sessanta e i settanta, ogni tanto perdendo pure il passo trovandosi in certo soul targato Motown. Illuminata dall’accecante sole californiano come succede negli otto minuti di ‘The Wild Boys’ ("il mio omaggio al romanzo omonimo di William S. Burroughs" dice Miller), riflettente immagini distorte e psichedeliche care ai Grateful Dead...RECENSIONE


ALL THEM WITCHES-ATW
 Il nome del gruppo come titolo, il quinto disco della carriera per la band di Nashville, Tennessee, sembra già segnare un nuovo inizio. Ascoltando gli otto brani in scaletta (51 minuti) è palese la voglia di uscire definitivamente da certi steccati troppo stretti legati alla scena stoner. Non tanto musicalmente quanto come etichetta da portarsi appiccicata addosso RECENSIONE






ALICE IN CHAINS-Rainier Fog
Gli Alice In Chains hanno nuotato in acque torbide negli anni novanta, il loro disco di maggior successo commerciale, Dirt (1992), fu la ricetta per esorcizzare tutto ciò, premiato anche dalle vendite, ma nulla potè per depurare l'acqua, che anzi via via si fece sempre più nera e inzaccherata, preferendo seguire il pericoloso percorso scavato dal loro cantante. Gli Alice In Chains di oggi, però, vivono nel presente, Jerry Cantrell continua a ribadirlo a più riprese: non amano girarsi troppo indietro e già lo hanno dimostrato con i precedenti Black Gives Way To Blue e The Devil Put Dinosaurs Here. Continuano a camminare per la loro strada, lasciando ai critici il compito di nominare il nome di Layne Staley una volta su tre in cerca di paragoni (impossibili e deleteri)...RECENSIONE



GRAVEYARD-Peace
Perché aspettare anni e anni per una reunion quando si hanno buone canzoni nel cassetto? È quello che devono aver pensato i GRAVEYARD, svedesi di Göteborg-per la precisione dall'isola di Hisingen, quartiere operaio della città-, a soli pochi mesi dallo scioglimento: fu annunciato nel Settembre del 2016, a Gennaio 2017 l'annuncio della reunion... RECENSIONE







BLACK JOE LEWIS And The HONEYBEARS-The Difference Between Me And You
BLACK JOE LEWIS e i suoi Honeybears difficilmente deludono. Anche nel quinto disco in carriera, The Difference Between Me &You (2018), la band di Austin prima raccoglie e poi sputa fuori quell'irresistibile groove dove soul ('Face In The Scene') , black music ('Blue Leather') e funky ('Do Yourself In') incontrano il blues('Hemming & Hawin') e il rock'n'roll ('Handshake Drugs') suonato con l'immancabile urgenza di certo garage rock seventies orbitante intorno a Detroit...RECENSIONE




ANDREA VAN CLEEF-Tropic Of Nowhere
Chi conosce bene il bresciano Andrea (radici camune le sue) non si sorprenderà di tutto ciò: artista poliedrico e musicalmente curioso, capace di tenere banco tanto con i suoi progetti originali di musica pesante tra Black Sabbath e stoner californiano (i defunti Van Cleef Continental, gli Humulus), quanto con  i suoi progetti solisti di folk rock psichedelico (il precedente SUN DOG) e omaggi (bello quello messo in piedi per i Morphine).Dentro a Tropic Of Nowhere, quindi, ho trovato un po' tutto quello che mi piace ascoltare ora: chitarre elettriche che si agganciano all’altra fetta del suo attuale percorso musicale più pesante targato stoner (gli HUMULUS di cui è cantante e chitarrista)-in un brano si riformano anche i Van Cleef Continental ( il batterista Simone Helgast Cavagnini, il bassista Giorgio Fnool e Elena Lady Cortez alle tastiere) il suo gruppo precedente, atmosfere acustiche a metà strada tra i Grateful Dead di American Beauty e il tenebroso Johnny Cash RECENSIONE


DAVID BYRNE-American Utopia
Come scrive DAVID BYRNE nelle note del disco: la copertina potrebbe rappresentare bene il disco. Il dipinto è di Purvis Young, un artista di Overtown, Miami, scomparso a 67 anni nel 2010, conosciuto per la sua arte di strada, i suoi murales e per i suoi dipinti nati dal basso, iniziati dopo una dura esperienza in carcere in età adolescenziale che ne ha segnato il percorso. “Purvis non ha raggiunto il successo, ma non si è mai fermato. Nei suoi lavori vedo noi stessi. I nostri diavoli e i nostri migliori angeli insieme.”
“Una testa, una faccia di nessuna razza e sesso, sognatrice, in meditazione, in contemplazione. Siamo noi”.




GRANT LEE PHILLIPS-Widdershins
“In quale direzione ci stiamo muovendo?” . È con questa domanda in testa che GRANT-LEE PHILLIPS imbraccia una chitarra, insieme ai fedeli Lee Prixe al basso e Jerry Roe alla batteria, e cerca di dare più risposte possibili con un disco diretto e immediato, registrato con l’urgenza dei tempi migliori, in soli quattro giorni, a Nashville. Là dove il precedente e bellissimo THE NARROWS giocava prevalentemente attraverso suoni acustici con ballate quasi ipnotiche e volgeva lo sguardo indietro, scavando tra le sue radici pellerossa (Cherokee) e riflettendo sull’importante scelta di vita del trasferimento da Los Angeles a Nashville, con WIDDERSHINS affronta con piglio beffardo, e con una buona dose d’ironia, il presente, i problemi della sua grande patria RECENSIONE


TOM PETTY-An American Treasure
A quasi un anno dalla morte, chi è rimasto cerca di spiegarcelo meglio con AN AMERICAN TREASURE , cofanetto di quattro CD: la moglie Dana, la figlia Adria, il produttore Ryan Ulyate e i fidi compagni di sempre Mike Campbell e Benmont Tench hanno compilato questo percorso di vita in ordine cronologico che forse non è all’altezza del monumentale Playback o del Live Anthology, ma ha dalla sua, purtroppo, la completezza dell’intera carriera...RECENSIONE





NEIL YOUNG-Songs For Judy
Trattasi di 23 canzoni acustiche (79 minuti di musica), eseguite in solitaria accompagnandosi con chitarra, banjo, armonica e pianoforte, e registrate nel corso del tour del Novembre 1976 con i Crazy Horse: la prima data al Dorothy Chandler Pavilion a Los Angeles, il primo Novembre. Nel corso del tour festeggerà i suoi 31 anni. RECENSIONE







 
 
 

 
 THERAPY?-Cleave
 La collaudata formazione a tre, con Neil Cooper alla batteria, sancora scrivere buone melodie pop (‘Callow’, Crutch’), guardare al passato noise (‘Wreck It Like Beckett’) e picchiare all'occorrenza, ‘I Stand Alone’. Il mio podio va a ‘Success? Success Is Survival’, un pachiderma heavy con coro melodico, quasi autobiografica nel titolo RECENSIONE


ALEJANDRO ESCOVEDO With DON ANTONIO-The Crossing
la miglior risposta a Trump e Salvini
Le grandi rockstar che ci mettono ancora la faccia denunciando in musica i peggiori mali che attanagliano questo mondo allo sbando le contiamo sulle dita di una mano oramai, mentre l’altra è comodamente adagiata in tasca al caldo. Tocca allora a personaggi minori (intendo come successo) quali ALEJANDRO ESCOVEDO segnare la strada e indicare la via. Escovedo lo fa nella maniera più completa e veritiera possibile: prima perché è uno che ha sempre combattuto per ottenere quel che ha raggiunto ora a 66 anni sia nel mondo musicale che nella vita, vincendo tante battaglie, poi perché si lancia in un lungo e ambizioso concept album, vario musicalmente e carico di contenuti...RECENSIONE



TONY JOE WHITE-Bad Mouthin'
Senza trucchi e senza inganni. Il disco che tutti i rocker dovrebbero fare dopo i settant'anni. Tributare le proprie radici blues, perché tutti le hanno, con semplicità, amore e devozione, proprio come ai primi tempi quando nella vecchia fattoria di famiglia il padre lo instradò alla musica: Tony Joe White, anni 75, lo fa bene, chiudendosi in un fienile in compagnia della fedele e vecchia Stratocaster e della sua voce che non è più quella ricca di sfumature soul, nera e baritonale di un tempo, quella di quel meraviglioso trittico andato in scena tra il 1968 e il 1970 ma ora è talmente secca e profonda, a volte pure stanca, che paiono uscire fantasmi dalle paludi della sua Louisiana...RECENSIONE



PRIMAL SCREAM-Give Out But Don’t Give Up: the Original Memphis Recordings
Hai una bella manciata di canzoni registrate negli States, agli Ardent Studios di Memphis, con il produttore Tom Dowd e la sezione ritmica dei Muscle Shoals (David Hood al basso e Roger Hawkins alla batteria) che trasudano soul, R&B, rock’n’roll e gospel da ogni solco. Cosa fai? Non vedi l’ora di farle uscire e stupire il mondo no? No. Gli scozzesi Primal Scream no. Quelle registrazioni del 1993 le lasciarono nell’umidità di qualche cassetto della vecchia credenza giù in cantina. Nove canzoni, vennero completamente riregistrate e diventarono Give Out But Don’t Give Up che tutti conosciamo, un disco che comunque si smarcava nettamente da Screamadelica, tanto da ricevere il pollice verso della critica che in quella mossa vedeva un semplice accordarsi ai suoni dei Black Crowes dell’epoca, sicuramente al top e rappresentanti più giovani della rinascita del classic rock...RECENSIONE


JONATHON LONG-Jonathon Long
Ragazzone di grande talento Jonathon Long, non solo come chitarrista anche come buon compositore. C’è voluto tutto l’intuito femminile di Samantha Fish per portarlo finalmente allo scoperto e sullo stereo di più persone possibili. Arriva da Baton Rouge, Louisiana, città fortemente toccata dall’uragano Katrina nel 2005, RECENSIONE





SUPERDOWNHOME-Twenty Four Days
Già: TWENTY- FOUR DAYS, il primo disco completo dei bresciani SUPERDOWNHOME uscirà solo il 25 Dicembre (presentazione ufficiale alla Latteria Molloy di Brescia proprio il giorno di Natale) e si preannuncia come una piccola bomba con deflagrazione lunga poco più di trenta minuti, pochi ma abbastanza per far scattare un applauso da Natale in avanti. E credo che il 2018 sarà un anno importante per loro. A inizio anno, qui siamo ancora nel 2017 però, il duo formato dagli esperti musicisti Beppe Facchetti (cassa e rullante) e Henry Sauda (chitarre, cigar box, Diddley bow e voce) si era presentato al grande pubblico con l’ep che metteva in bella mostra l’approccio al blues, tradizionale ma personale, a cui potete aggiungere un “rural” se volete seguire il suggerimento, grezzo e genuino nato sulle orme di one man band come il vecchio Seasick Steve e quel pazzo di Scott H Biram: blues ridotto all’osso nella forma, nella sostanza, nella strumentazione...RECENSIONE



EARTHLESS-Black Heaven
uscito nei primi mesi del 2018, Black Heaven segna una decisiva svolta nella musica del trio californiano di San Diego: per la prima volta il loro psych stoner da sempre incentrato su lunghi trip strumentali free e jammati acquista il cantato del chitarrista Isaiah Mitchell in quattro canzoni su sei. Il minutaggio viene abbassato di brutto (la più lunga tocca quasi i nove minuti) e tutto sembra più accessibile rispetto ai precedenti dischi, avvicinandosi il più possibile al formato canzone dove lo stoner doom galleggiante nello spazio si inbastardisce con l'hard blues seventies, con quest'ultimo che sembra dettare le regole fin dalla iniziale 'Given By The Wind' sulla scia dei Grand Funk. Altro buon esempio sembra essere 'End To End' con il suo inizio avvolto in sulfurei feedback che sfocia in un incalzante hard blues caro a Mountain e Cream mettendo in mostra il buon lavoro di squadra (Mike Eginton al basso e Mario Rubalcaba alla batteria). Mentre 'Electric Flame' viaggia veloce nel suo riff che sa di NWOBHM e nella finale 'Sudden End' abbracciano il classic rock alla loro maniera.
Nonostante tutto la chitarra di Mitchell è sempre la gran protagonista, un micidiale mix tra Hendrix, Iommi, Leslie West e Cipollina. Ora bisognerà capire se questa svolta rimarrà relegata a questo disco o continuerà in futuro. L'uscita del disco per la Nuclear Blast (dove sono in buona compagnia) fa propendere per la seconda ipotesi e visti i discreti risultati non sarebbe poi così male.




RY COODER-The Prodigal Son
RY COODER ha sempre fatto quello che ha voluto, fregandosene dei tempi, completamente slegato da qualsiasi moda e corrente musicale, risultando avanti quando suona vecchio, antico quando racconta il presente. Innovativo, curioso e strabiliante sempre. Mai banale ma stimolante. Non è da meno PRODIGAL SON, un disco che arriva a ben sei anni da Election Special (2012) e sette da Pull Up Some Dust And Sit Down (2011), due dischi calati perfettamente negli anni in cui uscirono, due concept album di denuncia e protesta che mettevano in risalto crisi finanziarie e giochi di potere in prossimità delle elezioni governative americane del 2012...RECENSIONE


CEK FRANCESCHETTI-Blues Tricks
Finalmente ho tra le mani il nuovo disco del Cek (Andrea Franceschetti). Non che avessi bisogno di ulteriori conferme per dire che pochi in Italia indossano così bene gli abiti più sporchi e sdruciti del blues come sa fare lui, con estrema naturalezza e disinvoltura, ma Blues Tricks è un piccolo manuale del genere. Perché il Cek da New Orleans, ops...da Pisogne, Val Camonica, te li insegna anche i trucchi del blues ma non sperare di diventare come lui una volta assimilati, o li hai dentro per natura o sei destinato a rincorrere. E se chiacchierandoci insieme, ai complimenti replica dicendo che è solo “un ladro di galline” o al massimo “il re dei localini” ti dice la verità. Anche se vanta tour negli States...RECENSIONE



THE NATIONAL RESERVE-Motel La Grange
Avete guardato bene la copertina? Letto il titolo del disco? Bene, i NATIONAL RESERVE vi daranno esattamente quello che state immaginando: un rock americano senza tempo e date di scadenza dove a soffiare in prevalenza è il vento del sud, perché proprio in quella direzione si avventurano con successo. Dove i colori musicali dei Little Feat amoreggiano con la west coast dei 70 (‘New Love’), dove il rock’n’roll lascia spazio al soul (‘Motel La Grange’) e viceversa...RECENSIONE





THE MAGPIE SALUTE-High Water I
High Water I è la prima parte del ricco disco registrato ai Dark Horse Studios di Nashville che fa seguito al debutto dello scorso anno. Fu un debutto anomalo ma degno del passato dei tre ex corvi Rich Robinson, Marc Ford, Sven Pipen con la nuova voce di John Hogg che vince bene la scommessa, con Matt Slocum alle tastiere e Joe Magistro alla batteria. Se allora scaldarono i motori con una scaletta di canzoni già conosciute e registrate live in studio con una formazione allargata a dieci elementi che loro stessi accomunarono alle carovane variopinte e numerose di Joe Cocker con i suoi Mad Dogs e Delaney And Bonnie, tanto per ribadire quali siano le radici del progetto, questa volta compongono così tante canzoni che si è reso necessario dividere il tutto in due uscite...RECENSIONE


MARK LANEGAN/DUKE GARWOOD-With Animals
Quando cinque anni fa uscì Black Pudding il primo disco della coppia Mark Lanegan/Duke Garwood, Lanegan fu molto chiaro nello descrivere il suo nuovo compagno di viaggio britannico, conosciuto nel 2009 : “uno dei miei artisti preferiti e una delle migliori esperienze di registrazione della mia vita." Parole importanti. Da allora i due hanno iniziato una intensa collaborazione sublimata in questo secondo disco. Registrato in analogico su otto piste, WITH ANIMALS segue la scia minimale di quel debutto, riuscendo nell’impossibile impresa di essere ancora più scarno e all’osso...RECENSIONE







giovedì 27 dicembre 2018

RECENIONE: SUPERSUCKERS (Suck It)

SUPERSUCKERS  Suck It (Acetate Records, 2018)






Eddie Spaghetti ha la pellaccia dura e la gola d’acciaio: per i trent’anni dei suoi Supersuckers regala un nuovo disco ai suoi fan ma soprattutto ritorna più in forma che mai dopo la diagnosi di un tumore alla gola e un terribile incidente automobilistico. Riportati i cingolati della band sulla retta via, la strada non può che essere in discesa anche se in ‘Dead Inside’ si sofferma su quei giorni poco felici.
Suck It non manca l’appuntamento con il rock’n’roll senza compromessi che ha guidato l’intera carriera del gruppo dell’Arizona. Non ci sono grandi sorprese tra le dieci tracce ma nessuno le vuole e le chiede: si parte in quarta con ‘All Of The Mine’, una killer song che sarebbe piaciuta all’amico Lemmy Kilmister, ‘Breaking My Balls’ e ‘What’Up With This MF’N Thing’ sono due rutilanti punk rock che non lasciano erba sulla strada battuta così come ‘Till I Die’ è solida e cazzuta, ‘History Of Rock’n’Roll’ è una viziosa song dedicata al rock, alle band amate, messa in scena come un’orgia tra Iggy Pop e AC DC.
Si prende una boccata d’aria solo con il vivace rock’n’roll springsteeniano ‘Cold Wet Wind’ e con il rock melodico di ‘The Worst Thing Ever’. Il finale vira nel bollente southern con l’honky tonk chitarristico di ‘Private Parking Lot’, Tra Georgia Satellites e Social Distortion e la cover ‘Beer Drinkers & Hell Raisers’ dei ZZ Top cantata con Jesse Dayton e con le chitarre elettriche davanti a tutto. I Supersuckers si confermano una delle band più genuine, veraci e in your face in circolazione. Tremate Eddie Spaghetti è tornato.





lunedì 17 dicembre 2018

RECENSIONE: THERAPY? (Cleave)

THERAPY?  Cleave (Marshall Records, 2018)






“Se prendi i miei demoni, prenderai anche i miei angeli” Callow

 Alla domanda: quale gruppo rappresenta al meglio i tuoi anni novanta? Non avrei dubbi, nel rispondere: i nordirlandesi Therapy? Una band che, a parte un paio di stagioni trascorse con tutti gli onori e gli oneri della cronaca (il biennio 1994-1995, con TROUBLEGUM sul podio non solo della loro carriera ma tra i dischi più influenti del decennio dei novanta), non ha mai raccolto tutto quello che avrebbe meritato in popolarità. Oggi, però, a differenza di tanti altri compagni di viaggio persi per le tortuose strade degli anni trascorsi o magari alle prese con improbabili reunion, sono ancora qui a girare per i palchi di tutto il mondo, grandi e piccoli, guidati dalla inseparabile coppia-unita saldamente da una vera e palpabile amicizia- formata da Andy Cairns e Michael McKeegan, a proporre la loro carriera in musica che non si è mai fermata di fronte a nulla: più forti dei cambi di formazione (batteristi che vanno e vengono, formazione a tre che diventa a quattro e poi di nuovo trio), mode musicali passeggere, attentati e crisi economiche mondiali incluse e… la vita. Andy Cairns ne sa qualcosa. Una certezza, tanto che il punto interrogativo alla fine del loro nome andrebbe trasformato in esclamativo e sottolineato in neretto. Uno di quei gruppi a cui ti affezioni in giovane età e che non molli più, seguendo fedelmente la loro bizzarra vena creativa che si contorce come una montagna russa senza mai fine. Una band che avrebbe potuto costruire una carriera su hits come ‘Nowhere’, ‘Screamager’ o ‘Stories’ e che invece ha proseguito a testa bassa, andando spesso incontro alla cieca critica che li dava per morti quando invece di continuare a sfornare singoli, si avventurarono in percorsi musicali più ostici e meno immediati, voltando lo sguardo a ritroso verso i loro esordi industrial/noise rumoristi, scatenando pure le ire delle loro case discografiche. Spigolosi e accomodanti quando serve: dai dischi più melodici e rock'n'roll (SHAMELESS-2001, HIGH ANXIETY-2003) ai quelli ostici e poco penetrabili (SUICIDE PACT YOU FIRST-1999, CROOKED TIMBER-2009), il tutto senza farsi influenzare da mode musicali e lontano da qualsiasi catalogazione. Non fa difetto CLEAVE, quindicesimo album di una carriera trentennale. La collaudata formazione a tre, con Neil Cooper alla batteria, sa ancora scrivere buone melodie pop (‘Callow’, Crutch’), guardare al passato noise (‘Wreck It Like Beckett’) e picchiare all'occorrenza, ‘I Stand Alone’. Il mio podio va a ‘Success? Success Is Survival’, un pachiderma heavy con coro melodico, quasi autobiografica nel titolo, senza dimenticare di far pensare, come tutti i loro testi, scuri e cinici: questa volta si indaga nei meandri scuri della mente umana tra depressione e alienazione. “La vita mi ha preso a pugni e ora sono tutto oscurato” canta Cairns in ‘Save Me From The Ordinary’. Tutto convincente. Tutto vero. Come sempre.





martedì 11 dicembre 2018

RECENSIONE: BLACKBERRY SMOKE (The Southern Ground Sessions)

BLACKBERRY SMOKE-The Southern Ground Sessions (3 Legged Records, 2018)






staccare la spina
È il loro momento. I Blackberry Smoke si possono permettere questa uscita che nulla aggiunge ma tutto conferma: un Ep di sei canzoni, 25 minuti di intimità acustica, registrato ai Southern Ground Studios di Zac Brown a Nashville. Il primo pensiero corre a Endangered Species dei Lynyrd Skynyrd, Unplugged uscito nel 1994, e il tutto sa di passaggio di consegne o meglio di continuità di certi suoni, morbidi ma duri a morire. Charlie Starr e compagni prendono gli spartiti di cinque canzoni del loro ultimo album in studio FIND A LIGHT, uscito a inizio anno, si siedono sopra agli sgabelli, sistemano i microfoni e partono a filmare quello che ne esce fuori. Sì, filmare, perché inizialmente queste jam acustiche dovevano diventare un video. La bontà dell'audio, (confermo!) li porta a cambiare idea, estrapolarne alcune e farne un breve ma intenso e riuscito Ep, non così distante da come le canzoni iniziarono a prendere forma nella loro testa in fase di scrittura. “Stavamo solo facendo un paio di canzoni, ma abbiamo finito per registrare tutto il giorno perché sembrava fantastico.” dice Starr, ricordando l'esperienza in studio di registrazione. Aggiungono una bella rivisitazione acustica di ‘You Got Lucky’ (dall'album Long After Dark del 1982) omaggio tributo a Tom Petty con la voce e il violino dell'ospite Amanda Shires, presente anche nella bella ‘Let Me Down Easy’ e l'ospite Oliver Wood in ‘Mother Mountain’. Ecco servita una mezz’ora scarsa di buone vibrazioni country Southern da ascoltare nell'intimità di una calda e comoda stanza apparecchiata per l’imminente inverno. Mentre loro si sono assicurati una buona manciata di canzoni da aggiungere nel sipario acustico dei loro meritevoli live show.






RECENSIONE: BLACKBERRY SMOKE-Find A Light (2018)

domenica 9 dicembre 2018

RECENSIONE: JOHN MELLENCAMP (Other People’s Stuff)

JOHN MELLENCAMP Other People’s Stuff (Republic Records, 2018)


poche novità ma continuità e coerenza rimangono immutate 

 Con Other People’s Stuff, John Mellencamp ottiene il massimo dei risultati con il minimo sforzo. Si capisce che non è un disco indispensabile scorrendo i titoli delle dieci canzoni, eppure collegandole tra loro il rebus si risolve e la soluzione è una parola di cinque lettere, da sempre molto cara a Mellencamp. Un disco la cui anima ha bisogno di abbeverarsi da tutte le canzoni scelte con cura e criterio, alcune rivisitate, altre identiche a come erano uscite, cover e vecchi traditional. Sì perché, in definitiva, questa è una raccolta. Non di successi, ma con un tema ben preciso che lega il tutto. Ecco così che il tempo si assottiglia : per una ‘To The River’ che arriva da Human Wheels del 1993, si passa alla più recente ‘Mobile Blue’, opener dell'ultimo album Sad Clowns & Hillbillies uscito lo scorso anno. Poi ci sono canzoni regalate a dischi tributo come ‘Gambling Bar Room Blues’ (Jimmie Rodgers) e ‘I Do not Know Why I Love You ( Stevie Wonder). Altre di più rara reperibilità come una scarna e toccante ‘Eyes Of The Prize’, inno per i diritti civili, che eseguì alla Casa Bianca nel 2010 sotto la presidenza di Barack Obama e una ‘Dark As A Dungeon’ dai sapori irish apparsa in un documentario del 2017 del National Geographic Channel dal titolo From The Ashes, mentre ‘Wreck of the Old 97’ è un vecchio folk che fu registrato da Mellencamp per la raccolta di ballate folk, The Rose e The Briar: Death, Love and Liberty uscita nel 2004. ‘Stones In My Passway’ e ‘Teardrops Will Fall’ arrivano invece dallo stupendo disco di cover Trouble No More, e ‘In My Time Of Dying,’ è un traditional apparso su Rough Harvest. Ecco: TROUBLE NO MORE e ROUGH HARVEST sono i suoi vecchi dischi a cui questo può essere associato. Mellencamp canta di disastri ferroviari dei primi del 900 e miniere di carbone, diritti civili e libertà, esprimendo la sua indignazione verso ciò che ritiene un pericolo per la democrazia e lo fa come ci ha abituato negli ultimi trent’anni tra folk, country, rock’n’roll e blues ridotto all’osso (non mancano violino e fisarmonica), ora giocando di squadra con i musicisti che lo hanno accompagnato nel corso degli anni e ora in solitaria, riducendo il tutto a pura ed emozionale semplicità. Bello notare come la sua voce sia cambiata negli anni. “Queste sono canzoni che sono state registrate negli ultimi 40 anni della mia carriera, ma non erano mai state messe insieme come un pezzo unico di lavoro.” Ecco che quella parola di cinque lettere, “lotta”, diviene il filo conduttore dell’album e di tutta la sua carriera, trascorsa a dare voce ai più indifesi, dal Farm Aid di metà anni ottanta in avanti. La coerenza di un cantautore che difficilmente sbaglia un colpo e questo disco, forse apparentemente inutile, arriva in un momento delicato della storia a stelle e strisce ma pure europea, dove i confini che Mellencamp ha sempre abbattuto, sembrano nuovamente essere dei muri invalicabili. Il momento è giusto e Mellencamp va a colpire ancora una volta il bersaglio.

p.s. Una tirata d'orecchie per la scarna confezione del cd. La seconda consecutiva...






giovedì 6 dicembre 2018

RECENSIONE: JEFF TWEEDY (Warm)


JEFF TWEEDY  Warm (dBpm Records, 2018)

 
 
 
 

la più calda delle autoanalisi
“Sono tra le più dirette, personali e autobiografiche canzoni che abbia mai scritto". Jeff Tweedy, 51 anni, arriva al suo primo vero disco solista (nel 2014 fece uscire Sukierae con il figlio Spencer, l’anno scorso Togheter At Last ma era un disco di vecchie canzoni dei Wilco rivisitate in acustico), dopo più di trent'anni di carriera e co...n un colpo da gran maestro spazza via gli ultimi poco incisivi lavori in studio con la band. Lo fa mettendosi completamente a nudo nei testi, che si rifanno all’autobiografia appena uscita, affrontando e ricordando i vecchi fantasmi di un tempo (depressione e dipendenze), si torna indietro ai tempi degli Uncle Tupelo, riflettendo sulla solitudine, gli errori e le opportunità perse, posando spesso il pensiero sulla morte (“tutti pensiamo alla morte” canta, dategli torto) , evidentemente ancora toccato dalla perdita del padre avvenuta lo scorso anno. Nonostante tutto le undici canzoni, registrate al The Loft di Chicago insieme all'ormai immancabile figlio Spencer e con il prezioso aiuto di Glenn Kotche (batterista dei Wilco) sono una botta di vita pazzesca, trascinanti e godibili nella loro semplicità acustica. Tanto semplici e morbide che i pesanti testi cuciti da Tweedy penetrano con facilità come un ago di ferro grezzo sulla stoffa, creando un tutt’uno affascinante e piacevole al tatto (sostituite con udito) dove country, malinconiche pedal steel, melodie beatlesiane (spesso sembra materializzarsi George Harrison) , i Byrds, anche i Wilco e Uncle Tupelo naturalmente, la fanno da padrone e conquistano.
George Saunders, scrittore e autore delle note di copertina del disco, sul The New Yorker ha scritto: “WARM è una delle raccolte di canzoni più gioiose, celebrative e contagiose che abbia mai ascoltato da molto tempo. È intimo e allo stesso tempo vasto e si sente che è stato realizzato con amore da persone reali, in un luogo particolare e non all’interno di un computer”. Che potrebbe essere il miglior riassunto di questo disco che si candida a diventare uno dei best seller dell’anno. Un last minute che non ti aspetti ma in grado di cambiare le prospettive. WARM, caldo. Da vivere con intensità, canzone dopo canzone.
In copertina Tweedy alza le braccia al cielo, non si capisce bene se in segno di vittoria o di liberazione. Potrebbero andare bene entrambe le cose: vittoria perché nonostante tutto è ancora qui a raccontarcele, liberazione perché con questo disco ha lasciato giù un bel po’ di peso dalla sua testa. Liberatorio.
 
 
 

 
 

martedì 4 dicembre 2018

RECENSIONE: JONATHON LONG (Jonathon Long)

JONATHON LONG   Jonathon Long (Wild Heart Records,2018)




la scommessa di Samantha Fish
Ragazzone di grande talento Jonathon Long, non solo come chitarrista anche come buon compositore. C’è voluto tutto l’intuito femminile di Samantha Fish per portarlo finalmente allo scoperto e sullo stereo di più persone possibili. Arriva da Baton Rouge, Louisiana, città fortemente toccata dall’uragano Katrina nel 2005, e come scrive la stessa Fish nelle note di copertina, Fish che lo produce, ci suona insieme, duetta e lo fa uscire per la sua etichetta discografica Wild Heart Records: ”dalla stessa scena che ha dato al mondo Buddy Guy, Slim Harpo, Silas Hogan, Lazy Lester e tanti altri. “. Sì perché sembra chiaro che abbia il fuoco che brucia dentro come i migliori. Questo suo terzo disco è quello della svolta e per ribadirlo, lo stesso Jonathon, ventinovenne e una buona gavetta alle spalle, elimina quel “boogie” che fine all'altro ieri divideva il nome Jonathon da Long. Ora che ha trovato la sua vera strada può esprimere in toto la sua anima sudista cresciuta a fede e buon rock blues, spalleggiato dalla sua band: Chris Roberts (basso), Julian Civello (batteria) e Phil Been (tastiere). Voce soul e ottima chitarra, nelle undici canzoni calde e profonde (tutte sue tranne ‘The River’ di Kenny Tudrick) che sanno di vita e redenzione sa accarezzare e schiaffeggiare con estrema disinvoltura e naturalezza, quest'ultima la sua principale dote. Quando si è presentato negli studi di registrazione Nola a New Orleans con le canzoni già pronte, la Fish si è sciolta: “immediatamente ho sentito le canzoni tagliare direttamente l’anima con un ardente comando della chitarra che ha lasciato le mascelle di tutti sul pavimento". Guarda al passato con l'occhio dell'uomo del futuro. Un uomo del fare determinato e sembra ribadirlo fin dalla prima traccia ‘Bury Me’ dove canta : ”seppelliscimi quando me ne sarò andato, con la mia chitarra e un po’ di acqua di colonia a basso costo, tutto quello che rimane è un mucchio di ossa, ricordati di me attraverso le parole della mia canzone.” Long gioca bene le sue carte su quel confine musicale che divide l'eleganza soul e R&B (That’s When I Know’), dai graffi più sporchi e polverosi del southern rock (‘This Road’, 'Natural Girl', la finale 'Pray For Me') , passando per il violino tutto americano di ‘The Light’ e le nottate alcoliche di 'Pour Another Drink' condotta da vero crooner appoggiato al bancone del bar. Bella sorpresa.





giovedì 29 novembre 2018

RECENSIONE: NEIL YOUNG (Songs For Judy)


NEIL YOUNG  Songs For Judy (Shakey Pictures Records/Reprise/Warner, 1976/2018)



 1976:un anno come fossero dieci 

Novembre 1976, un altro anno intenso per Neil Young sta per concludersi: a Gennaio corre a Miami dove inizia a lavorare insieme a Stephen Stills a un nuovo progetto. Nel mese di Marzo vola in Giappone e in Europa con i Crazy Horse per una serie di deliranti concerti, colorati anche dall’LSD che verranno ripresi dalla telecamera e registrati per farne un film e un disco live, ma ancora inediti oggi se non per qualche spezzone già apparso. Intanto il progetto con Stills denominato Stills Young Band, fa saltare le date americane con i Crazy Horse che verranno rimandate, e porterà all’incisione del mai troppo acclamato e amato Long May You Run (che uscirà solo in Settembre) e a intraprendere un tour insieme a Stills nel mese di Luglio che durò solo diciotto date, prima degli scazzi e l'abbandono di Young che comunica la fine del progetto all’amico attraverso la famigerata lettera che si conclude con un “strano come alcune cose che iniziano spontaneamente, finiscono in quel modo: mangia una pesca. Firmato: Neil”. Mentre Stills, sconsolato, continuerà il tour da solo, nel mese di Agosto si chiude in studio di registrazione in solitaria e registra Hitchhiker, l’album perduto che ha visto la luce solamente l’anno scorso. In preda alla solita bulimia musicale, in autunno, richiama con sé i Crazy Horse e programma una serie di date live, concerti che prevedevano una parte acustica in solitaria, limpida e sincera e una parte elettrica con la band (chissà, un giorno usciranno anche le canzoni elettriche e chi c’era ancora adesso ne parla in modo entusiasta) già sfruttata l’anno prima per l'incisione di Zuma e l’entrata del nuovo chitarrista Poncho Sampedro. Nel mezzo delle date, con l’aiuto della (in questo caso) salvifica cocaina, riesce a trovare il tempo per volare a San Francisco per registrare l’ultimo valzer della Band. Il suo naso sporco di neve bianca verrà immortalato da Scorsese. Scorrendo le scalette degli show si può capire quanto già nel 1976 Neil Young avesse scritto una buona parte della sua migliore carriera. “Nel 1976 ero una furia e siccome avevo preso l’abitudine di scrivere diverse canzoni alla settimana, mi ritrovai ingolfato: avevo troppo materiale e poco tempo in studio. Registravo ovunque potessi farlo e mi muovevo velocissimo, finendo i miei dischi molto rapidamente…” racconterà anni dopo Neil Young.
Ph. Gary Morgan, 1976
SONGS FOR JUDY: un altro pezzo degli archivi di NEIL YOUNG esce il 30 Novembre. Trattasi di 23 canzoni acustiche (79 minuti di musica), eseguite in solitaria accompagnandosi con chitarra, banjo, armonica e pianoforte, e registrate nel corso del tour del Novembre 1976 con i Crazy Horse: la prima data al Dorothy Chandler Pavilion a Los Angeles, il primo Novembre. Nel corso del tour festeggerà i suoi 31 anni. Tra le 23 tracce l’inedita assoluta su disco ‘No One Seems To Know’, una ballata al pianoforte. Gli show intimi e acustici di Neil Young che solitamente aprivano o chiudevano gli spettacoli con la band, furono registrati all’epoca su cassetta dal regista Cameron Crowe e dal fotografo Joel Bernstein (protagonisti assoluti nelle note del libretto), girando negli anni in formato bootleg con il nome Bernstein Tapes. Quest’ultimo dice: ”mi sono subito reso conto che realizzare questi nastri era di fatto una grande idea, feci irruzione nei centri commerciali per accapparrarmi qualsiasi cassetta C-90 vuota che potessi trovare lungo la strada. La tappa americana di questo tour è stata breve (18 spettacoli in 12 città, in 24 giorni), ma le esibizioni erano al loro meglio, intense ed elettrizzanti. Mentre il tour continuava, il nascondiglio delle cassette era cresciuto, tutte piene di gemme”. Aggiunge il regista:” è stato un lavoro delirante. Svegliarsi, fare colazione, tornare alle registrazioni. Decidire quale delle 12 versioni di "Old Laughing Lady" era essenziale”. Neil Young ringrazia:” Joel e Cameron hanno scelto queste canzoni e hanno fatto un ottimo lavoro. L'album è piuttosto unico e penso che il periodo sia stato ben catturato nel suono e nelle performance. È stato un momento nel tempo, ed è facile capire perché si chiama Songs For Judy . "
Il titolo, poi trasformato anche in copertina, arriva da ‘Songs For Judy Intro'’, monologo di tre minuti  che apre il disco, uno dei tanti durante quel tour, in cui Neil Young evoca il fantasma di Judy Garland, attrice il cui ruolo nel Mago di Oz fu l'inizio di carriera ma anche cruciale per il resto della sua travagliata vita. Come al solito, accanto a canzoni che erano già dei piccoli classici a pochi anni dall'uscita: da ‘Heart Of Gold’ a 'Harvest', al pianoforte di ‘After The Goldrush’ e 'Journey through The Past', il banjo di 'Human Highway', la vecchia ‘Mr. Soul’, Neil Young sorprende sempre il suo pubblico con canzoni nuove che troveranno la via ufficiale su disco solo pochi o tanti anni dopo (‘White Line’ che troverà posto in versione elettrica solo su Ragged Glory negli anni 90, ‘Pocahontas’, ‘Campaigner’ che cita apertamente Richard Nixon ed eseguita il giorno prima delle Election Day, uscirà l’anno dopo su Decade). Neil Young Al massimo del suo splendore acustico, un buon compendio nell'attesa della seconda parte degli archivi in uscita a Maggio 2019. Ma state pure sereni, nel frattempo il vecchio Neil si inventerà qualcos’altro per farci ingannare l'attesa.

                  ph. Charlyn Zlotnik, 1976