venerdì 22 marzo 2019

RECENSIONE: L. A. GUNS (The Devil You Know)

L. A. GUNS  The Devil You Know (Frontiers Music, 2019)





pistole ancora fumanti
Che fossero in gran forma lo avevano dimostrato, inaspettatamente, due anni fa nel tour che passò anche in Italia (chi c'era può testimoniarlo) , questa volta lo marchiano a fuoco con un nuovo disco, il secondo dopo la pace fatta tra Tracii Guns e Phil Lewis. Questa reunion non è un fottutissimo fuoco di paglia, gli L. A. Guns sono tornati per restare e riprendere in mano le redini di una scena che sembra vivere più ...di ricordi, spesso sbiaditi, che nel presente. Anche se la copertina riprende in tutto e per tutto quella del loro esordio.
Accantonato l’ego che ne decretò la rottura, Phil Lewis e Tracii Guns questa volta si mettono d'impegno, collaborano da bravi vecchi amici e tirano fuori un disco carico, esplosivo e fresco che tutto sembra fuorché uscito da una band con 35 anni sul groppone.
Un album che si muove bene nel presente grazie a sonorità più dure e cupe (‘Rage’ apre con il tiro punk, ‘Down That Hole’), la title track e ‘Going High’ richiamano sonorità hard quasi sabbathiane nel loro incedere, i riff metal che più anni ottanta non si può di ‘Stay Away’ e il mix tra Led Zeppelin e Aerosmith di ‘Loaded Bomb’ convincono in pieno.
Il tutto senza dimenticare le camminate lungo Sunset Strip con le frizzanti e trascinanti, proprio come ai vecchi tempi, ‘Gone Honey’ e ‘Boom’ più legate ai vecchi tempi scanditi dal glam più stradaiolo. Ci mettono pure una ballata elettrica e notturna per non farsi mancare nulla (‘Another Season In Hell’).
Lewis ha passato i sessanta ma si mangia una buona fetta di cantanti ventenni per attitudine e figaggine, la chitarra di Tracii Guns lascia impronte in tutte le canzoni, inventando riff e assoli, ancora tremendamente ispirata, mica come qualcuno con la tuba in testa che pur riempendo ancora i palazzetti non azzecca una canzone da tempo (polemica gratuita tanto per…), aiutato dal nuovo entrato in formazione Johnny Monaco (ex Enuff Z’Nuff).
Si può invecchiare con dignità? La risposta provano a darla gli L. A. Guns qui dentro.







 

martedì 19 marzo 2019

RECENSIONE: THE STEEL WOODS (Old News)

THE STEEL WOODS Old News (Thirty Tigers, 2019)





le care vecchie ma “buone” notizie dal southern rock

Nel leggere i sottotitoli della pagina di giornale piazzata in copertina, dove la scritta Old News si mangia tutto, pure il nome del gruppo, pare non ci sia da stare troppo allegri perché le notizie pur dal sapore antico hanno un legame con la stretta attualità. Ma se la situazione socio politica negli Stati Uniti è quella che è, tanto da indurre alle lacrime perfino la Statua della Libertà , bisogna ammettere che il southern rock sta vivendo l’ennesima e ciclica “nuova giovinezza” grazie a numerosi gruppi nati negli ultimi anni: Blackberry Smoke, Whiskey Myers, Cadillac Tree, Sheepdogs, The Vegabonds, The National Reserve, non degli innovatori ma abbastanza per leggere la stato “in salute” sullo schermo del termometro e rallegrarsi. In fondo si tratta solo di portare avanti la tradizione, facendo le cose per bene.
Gli Steel Of Woods si sono formati a Nashville e sono tra i gruppi più interessanti della scena, guidati dalla più classica delle coppie cantante-chitarrista che sembra rimandare ai tempi dei settanta. Wes Bayliss è un cantante dalla particolare timbrica soul e profonda che a tratti richiama il buon Chris Stapleton, un po’ anche nell'aspetto, Jason Cope un chitarrista fantasioso e poliedrico a suo agio tanto nel ricamare con tranquillità nel country rock quanto nel costruire riff di chiara scuola southern e hard, con alle spalle la buona gavetta di nove anni nella band di Jamey Johnson. Completano la formazione il bassista Johnny Stanton e il batterista Jay Tooke. Old News pare sia stato registrato in soli sei giorni, tra un tour e l’altro, e arriva dopo il debutto Straw In The Wind, uscito nel 2017. La prima cosa che si può notare scorrendo i titoli è il grande numero di cover presenti. Ma non fermatevi all'apparenza c’è un motivo preciso che dopo vedremo. Le nove canzoni autografe passano con disinvoltura dal più tipico southern rock alla Lynyrd Skynyrd, quelli della reunion però, periodo 1991,The Last Rebel, nell'apertura ‘All Of These Years’, alle chitarre più hard di ‘Blind Lover’ e della breve strumentale ‘Red River’, a ballate acustiche malinconiche e scure (‘Wherever You Are’) al country di ‘Anna Lee’, l’epicità di pezzi come ‘Compared To A Soul’, ‘Old News’ e i sei minuti di ‘Rock That Says My Name’ tra le cose più riuscite del disco con il cameo del vecchio nonno del cantante che nel finale pare affidarsi alla lettura della Bibbia. In mezzo due cover: la rilettura in chiave soul di ‘Changes’ dei Black Sabbath, sembra confermare il grande amore del gruppo per la band inglese dopo quella ‘Hole In The Sky’ nel debutto e poi una perfetta ‘The Catfish Song’ di Townes Van Zandt, più che mai di attualità in queste settimane in cui il nome di Van Zandt è tornato sulle prime pagine. Il disco potrebbe finire qui e la band avrebbe già lasciato un buon ricordo di sé, invece nel finale piazza un poker di sentite cover che, nonostante tutto, riescono ad alzare le quotazioni. Da ‘One Of These Days’ del songwriter dell’Alabama Wayne Mills, a ‘Are The Good Time Really’ Over di un altro maestro come Merle Haggard, da una energica ‘Whipping Post’ degli Allman Brothers per concludere con ‘Southern Accents’ di Tom Petty, ormai un inno di appartenenza a certe latitudini musicali.
Ecco come il cantante Wes Bayliff spiega la scelta di aggiungere così tante cover nel disco: “abbiamo fatto ‘Hole In The Sky’ e ‘Changes’, un brano davvero diverso dei Black Sabbath, già splendidamente rifatta da Charles Bradley. Quella e ‘Catfish Song’ sono quelle che considero cover. Le ultime quattro del disco sono tributi. In origine li abbiamo chiamati ‘necrologi’ come sono nella parte posteriore di Old News. Penso sia una bella cosa. Volevamo scegliere alcuni artisti a cui volevamo rendere omaggio, senza necessariamente cambiare molto le originali”. Il giornale è finito. Andate in pace. Motivi per aspettare il terzo numero sono ora tanti.






venerdì 15 marzo 2019

RECENSIONE: STEVE EARLE & THE DUKES (Guy)

STEVE EARLE & THE DUKES  Guy (New West Records, 2019)




“Townes Van Zandt e Guy Clark erano come Kerouac e Allen Ginsberg per me".

STEVE EARLE non ha mai lesinato riconoscenza verso la scena musicale che lo ha accolto nel lontano 1974, quando, diciannovenne, andò a cercare il suo futuro a Nashville. Lì ci sono le sue radici, le prime esperienze, i germi della sua carriera. La sua musica. Conobbe Guy Clark, le sue canzoni, finì per suonare dentro al suo primo disco, quel Old No 1 che arrivò tardi nella carriera di Clark, raccolta di canzoni scritte negli anni, cariche di esperienze e metafore. Una pietra angolare per le future generazioni di songwriter americani. Se attraversi il Texas non puoi non ascoltare almeno una volta quelle canzoni. Canzoni mandate a memoria-
Dopo Townes, il disco omaggio a Townes Van Zandt uscito nel 2009, dopo So you Wanna Be An Outlaw, il suo ultimo disco dedicato a tutta la scena Outlaw degli anni settanta, mancava un omaggio tutto dedicato a Clark. Anche se proprio in quel disco, uscito due anni fa, alla fine c’era una canzone a lui dedicata, a quel maestro del cantautorato americano scomparso nel 2016: ‘Goodbye Michelangelo’. Earle riprende sedici canzoni del repertorio di Clark (presenti: ‘L. A. Freeway’, ‘Desperado Waiting For A Train’ e ‘That Old Time Feeling’ da quel strepitoso debutto) le rilegge con i fedeli Dukes e con una buona vagonata di ospiti, tra cui: Rodney Crowell, Terry Allen, Emmylou Harris, Jerry Jeff Walker, Verlon Thompson, Mickey Raphael, Shawn Camp, Gary Nicholson, Jim McGuire.
Alcune le rilegge in maniera fedele (‘New Cut Road’), altre le piega a suo favore imbastardendole con il rock carico di chitarre elettriche (‘Out In The Parking Lot’). C’è tutto l'immaginario di quel suono che ha unito il maestro e l'allievo: il country, il bluegrass, l’irish folk, il rock’n’roll.
È stato registrato in fretta, con poche sovraincisioni, quasi live, ma soprattutto con un rimpianto che lo tormenta da quel 17 Maggio del 2016: non essere riuscito a scrivere una canzone a quattro mani con lui, prima che morisse. “Con Guy, tuttavia, c'era questa cosa. Quando era malato mi ha chiesto se potevamo scrivere una canzone insieme. Dovremmo farlo 'per i nipotini', disse. Beh, non lo so ... al momento ero titubante. Poi Guy è morto ed era troppo tardi. Questo, mi dispiace.” Un disco condotto con il rimpianto stampato in testa e l’amore incondizionato tatuato nel cuore.




RECENSIONE: STEVE EARLE & THE DUKES -So You Wannabe An Outlaw (2017)
 

martedì 12 marzo 2019

RECENSIONE: TESLA (Shock)

TESLA  Shock (Universal, 2019)
 
 
 
 
luce ad intermittenza
Disco da maneggiare con cautela. A cinque anni da Simplicity la band di Sacramento ritorna con una sola grande novità ma in grado di sbilanciare il giudizio finale del disco: Phil Collen, l’amico e chitarrista dei Def Leppard, si piazza in produzione e mette la sua firma su tutte le dodici canzoni. “Phil è venuto da noi e voleva produrci un album. Ci ha davvero aiutato molto, sarò onesto, eravamo ad un livello basso dopo aver fatto Simplicity nel 2014. Frustrati, e probabilmente non avremmo fatto un altro album” racconta il chitarrista Frank Hannon.
Il risultato è un disco hard rock dai suoni più puliti del solito, a volte fin troppo, dal chiaro stampo anni ottanta, ricco di momenti melodici che ricordano la band inglese di Hysteria da vicino (‘Shock’, ‘Taste Like’, ‘Comfort Zone’), a voi scegliere se sia un bene oppure no, e con qualche ballata di troppo. Se ne contano almeno cinque, di cui tre consecutive nella track list piazzate a metà disco (non una scelta azzeccata): se la coralità beatlesiana, o alla ELO, di ‘We Can Rule The World’ con le sue orchestrazioni e ‘Forever Loving You’ convincono confermando i Tesla come degli specialisti nel campo (Five Man Acoustical Jam insegna), piacciono un po’ meno la solarità scontata di ‘California Summer Song’ e ‘Afterlife’ che ricordano quello che meno mi piace degli Aerosmith anni 2000, quelli delle ballad prima di tutto. Manca tutta la sporcizia roots che elevava i Tesla rispetto a tante altre band nate con loro. Fortunatamente a bilanciare il peso della melodia ci pensano l’iniziale e frizzante rock’n’roll di ‘You Won’t Take Me Alive’ con la voce di Jeff Keith rimasta immutata nel tempo e poi tracce come ‘Mission’ che pare uscita da Psychotic Supper (“canzone che sembra i vecchi Tesla, un po’ come qualcosa che avremmo scritto ai tempi in cui facevamo cose come Song & Emotion . Non che ci stiamo ripetendo. Siamo persone molto diverse ora, molto più mature” dice Hannon) e la mia preferita ‘Tied To The Tracks’ con la slide in primo piano, tre canzoni che si riallacciano meglio al loro passato e ci ricordano che razza di band siano quando fanno quel che sanno fare meglio.
Phil Collen ha strappato alla band americana più radici blues del dovuto, snaturando a tratti una delle poche band coerentemente rock uscite dagli anni ottanta, quello uscito è un disco riuscito a metà che cerca con troppa facilità la via melodica che spesso risulta scontata e a tratti pure soporifera. Non mi piace dare voti, per questo disco infrango le regole: 6,5.
Phil Collen li ha pur tenuti in vita,  ma ora tocca a loro non affogare in un campo che non è esattamente il loro.
 
 
 

 
 

 

giovedì 7 marzo 2019

RECENSIONE: TOWNES VAN ZANDT (Sky Blue)

TOWNES VAN ZANDT   Sky Blue (Fat Possum Records, 2019)





l'armadio aperto sul cielo
Qui non ci si sbaglia. Townes Van Zandt nel mezzo della sua esistenza nomade, era solito rifugiarsi ad Atlanta nella casa del giornalista Bill Hedgepeth, un musicista ma soprattutto grande amico. Ci andava con tutta la famiglia. Si chiudeva nello studio di registrazione sotterraneo di Hedgepeth e provava le canzoni che la sua vita, condotta sempre in corsia di sorpasso, gli aveva suggerito. Da solo, in acustico. Senza porre un ordine ben preciso ma lasciando andare a ruota libera l'ispirazione del momento. Un po’ come è sempre stata la sua carriera artistica: l’imperfezione il valore aggiunto. A quarantasei anni di distanza sono saltate fuori queste registrazioni straordinarie che, pur non aggiungendo nulla alla carriera, fermano e congelano il tempo a quei primi mesi del 1973.
Ci sono due inediti assoluti che sembrano mettere a confronto due lati della sua personalità : l'amara ‘All I Need’ dove i suoi desideri appaiono ancora incatenati e l’apparentemente più solare ‘Sky Blue’. Basterebbero queste due per fiondarsi dentro al disco. Ma soprattutto c’è la sua inconfondibile voce, lo straordinario fingerpicking sulla chitarra e le sue storie, molte delle quali stavano prendendo forma proprio in quel momento in un ambiente intimo, soffuso, notturno e casalingo. ‘Snake Song’, ‘Dream Spider’ e ‘Rex's Blues’ vedranno la luce su disco solamente anni dopo, anche a seguito del disco abortito Seven Come Eleven del 1972, segnale e vero preludio a una sequenza di anni bui, tristi e silenziosi con poca musica e tanti bassi esistenziali a fare da colonna sonora. Il rumore assordante di un tonfo.
Un lavoro sempre di sottrazione il suo, imperfetto, a tratti stonato, ma in grado di riempire gli spazi vuoti in maniera straordinaria, proprio come la polvere che copriva il suo Texas. Caposcuola stimato, rispettato e imitato. Quell’anno uscì con il disco The Late Great Townes Van Zandt che rimarrà l’ultimo per molti anni. Era il disco della saga di frontiera ‘Pancho And Lefty’ e di ‘Silver Ships Of Andilar’ qui presenti in versioni assolutamente inedite.


Aggiunte una manciata di cover come ‘Forever For Always For Certain’ di Richard Dobson, ‘Folk Of My Mind’ di Tom Paxton e la tradizionale murder ballad nera come il petrolio più sporco ‘Hills Of Roane County’, assolutamente in linea con il suo songwriting. I nastri presenti su Sky Blue come tantissimi altri ancora inediti furono donati da Hedgepeth a Jeanene, ultima compagna di Van Zandt, negli anni novanta e rimasti sigillati in un armadio fino ad oggi. Sky Blue con foto e note di copertina di John Lomax III, suo vecchio manager, è quindi il suggello di quel periodo d’oro, tra il 1968 e il 1973, il più prolifico della sua carriera, anni in cui alzò l'asticella del folk americano ad un’altezza raggiunta da pochi altri in seguito. Prolificità che non andò mai a braccetto con popolarità e successo ma Van Zandt visse ogni giorno come l'ultimo, raccontando la sua personale visuale dell' America, ma soprattutto l'influenza che questa terra ebbe nel suo oscuro quotidiano, capovolgendo la sua anima e ispirando la sua poesia, impressa su pagine tanto romantiche quanto tristi, come solo i più grandi sanno fare.
Oggi 7 Marzo, Townes Van Zandt avrebbe compiuto 75 anni.



lunedì 4 marzo 2019

RECENSIONE: GARY CLARK JR. (This Land)

GARY CLARK JR. This Land (Warner Bros Records, 2019)





lo chef del blues moderno (handle with care)
Immaginate di essere arrivati davanti all’entrata di quel ristorante da guida Michelin che il vostro miglior amico vi ha consigliato, quello con lo chef stellato che si inventa cose nuove ogni volta. Entrate curiosi, ma con un po’ di diffidenza nascosta sotto il palato. Una volta seduti tirate un sospiro di sollievo: sfogliando il menù avete visto quel piatto della tradizione che vostra nonna vi cucinava con amore quando eravate piccoli. Che ricordi! Lo ordinate senza esitazione. Quando arriva il piatto però non lo riconoscete. Lo chef naturalmente si è divertito a modo suo-vi avevano comunque avvertito-e l’ha destrutturato a suo piacimento. È sempre lui. Ci vuole solo un po’ di pazienza per ricomporlo e apprezzarne i sapori antichi che ricordavate. Ecco, GARY CLARK JR. fa la stessa cosa: è lo chef del blues. Uno chef ambizioso (e coraggioso). Per questo terzo album di studio decide di osare ancora, di più rispetto al precedente e cangiante The Story Of Sonny Boy Slim. Prende la black music tutta (da Sly and The Family Stone a Prince, da Hendrix a Curtis Mayfield) , il blues, gli passa sopra pennellate moderne di pop (‘The Guitar Man’, ‘Don’t Wait Til Tomorrow’), hip hop (‘This Land’), R&B (‘When I’M Gone’), funky(‘Got To Get Up’) e soul (‘Feed The Babies’ con i suoi fiati), proprio come accadeva nella miglior stagione crossover degli anni novanta (‘What About Us’).
La sua chitarra inventa, colpisce, vola nell’assolo e ricama, il suo prodigioso falsetto sale alto (‘Pearl Cadillac’ scava nei ricordi arrivando a sua madre) ma, importante, lascia sempre l’ultima parola alla forma canzone. Attacca Trump senza giri di parole, rivendicando il suo diritto da figlio di questa America del 2019, ma scende pure nel profondo della sua anima tra pentimenti, redenzione e aspetti intimi e privati. “Se sono in grado di mescolare i generi, dovrei essere in grado di mescolare anche le emozioni” racconta in una intervista.
Naturalmente non dimentica i sapori antichi, quelli da lasciare così, nudi e crudi, perchè certe cose funzionano meglio così: ‘Low Down Rolling Stone’ è un hard blues sporco, ’The Governor’ gioca sulla semplicità acustica del rock’n’roll , ‘Dirty Dishes Blues’ con quella del blues facendosi bastare voce, chitarra e batteria (JJ Johnson). Altre volte parte per la tangente e va giù diretto in direzioni inaspettate: l’accoppiata ‘Feelin’Like A Million’ e ‘Gotta Get Into Something’ può lasciare inizialmente interdetti. Nel giro di pochi minuti passiamo dai ritmi in levare del reggae a un punk rock veloce e tirato (anonimo e pure bruttino) che dal vivo faranno però sfracelli. Già, i live, la sua dimensione ideale. Ci sono tante idee e invenzioni nel menù del texano. A volte dispersive e poco a fuoco. Naturalmente non sono tutte riuscite ma ai geni della cucina e della musica bisogna dare carta bianca. Inventate! In mezzo alle 15 tracce (17 se si aggiungono le due bonus track: il dub strumentale alla Santana di ‘Highway 71’ e il soul pop di ‘Did Dat’) troverete anche qualcosa che non vi piacerà ma il sapore delle cose riuscite coprirà tutto.
“Desideravo che ogni parola e ogni nota significassero qualcosa” racconta. Con un po’ di pazienza gli si crede. Da lui e da Fantastic Negrito passa il rinnovamento dei vecchi piatti della tradizione. Io continuo a preferire il secondo però.






sabato 2 marzo 2019

RECENSIONE: YOLA (Walk Through Fire)

YOLA Walk Through Fire (Easy Eye Sound/Nonesuch, 2019)





metà soul metà country
Ancora una volta le mani e l’intuito di Dan Auerbach sembrano anticipare tutti. Le sue scoperte musicali sono ormai tantissime e Yola (Yola Carter) è solo l’ultima in ordine di tempo - bello ricordare anche il suo lavoro con il vecchio Robert Finley - anche se la cantautrice nata a Bristol in Inghilterra (comunque aiutata dallo stesso Auerbach e da songwriter di prim'ordine per la scrittura dei pezzi) oltre a un Ep d'esordio vanta già collaborazioni prestigiose con i Massive Attack (ai cori) e alla guida del gruppo Phantom Limb. “Nel momento in cui ho incontrato Yola, sono rimasto impressionato. Il suo spirito riempie la stanza, proprio come la sua voce ... ha la capacità di cantare con un ruggito pieno o solo con un sussurro e questo è un vero dono” racconta Auerbach.
Registrato a Nashville nello studio personale di Auerbach con l’aiuto di vecchie volpi da studio come il bassista Dave Roe (Johnny Cash), il batterista Gene Chrisman e il pianista Bobby Wood già all'opera su dischi di Dusty Springfield ed Elvis Presley, WALK THROUGH FIRE è un'esplosione di generi e colori dall’inizio alla fine anche se pecca di dinamismo, viaggiando quasi sempre sulle stesse rotaie ritmiche. Alla fine si contano più sussurri che ruggiti. Aiutata da una presenza fisica importante e da un passato di vita non troppo facile (infanzia difficile, una parentesi di gioventù da senzatetto, un incendio nella sua casa che diventa poi protagonista nel titolo dell'album), la sua voce vola senza difficoltà dal soul di casa Stax (‘It Ain’t Easier’), al country (l'autobiografica ‘Walk Through Fire’), dalla west coast dei settanta (‘Ride Out The Country’) al pop (‘Faraway Look’) in un tripudio di arrangiamenti orchestrali (‘Stiil Gone’) e pedal steel (‘Rock Me Gently’) dove Mavis Staples e Dolly Parton si tengono per mano e sembrano andare d'amore e d'accordo.
Un debutto che farà parlare di sé ma Yola ha sicuramente altre carte (e ruggiti) da scoprire in futuro.





RECENSIONE: ROBERT FINLEY-Goin' Platinum! (2017)

mercoledì 27 febbraio 2019

OMAR PEDRINI Live@Latteria Molloy, Brescia, 23 Febbraio 2019



OMAR PEDRINI Live@Latteria Molloy, Brescia, 23 febbraio 2019



 
Qualche mese fa mi è capitato sotto gli occhi uno speciale di Rolling Stone Italia con i 100 dischi italiani più belli di sempre. Ora: come tutte le classifiche, anche questa non è da prendere troppo in considerazione ma visto che è stata stilata da un buon campione di 100 giurati, più o meno attendibili, mi ha sorpreso l’assenza di Viaggio Senza Vento. Ho sfogliato tre volte la rivista credendo di averlo perso leggendo alcuni titoli del tutto inferiori come valore e importanza. Invece no, è tutto vero: Viaggio Senza Vento dei TIMORIA non c'è. Chi l’ha vissuto in diretta negli anni novanta come me, ne conosce il valore e l’esuberante coraggio che ha permesso di mettere in piedi un concept album che ricordava da vicino gli anni settanta. Non starò qui a scriverne le lodi, però ho due ricordi nitidi di quegli anni (1993/94).
Foto: Stefania Gastaldello

Il primo: quasi tutte le giovani cover band del tempo avevano in scaletta qualche canzone di questo album (‘Senza Vento’, ‘Sangue Impazzito’ e ‘ Piove’ le più gettonate) e gli sfortunati cantanti dovevano cimentarsi con l’inarrivabile voce di Francesco Renga dell’epoca, perdendo quasi sempre in partenza. Il secondo ricordo: le t-shirt dei Timoria indossate dai componenti dei Sepultura durante il concerto a Sonoria 1994. Una figata pazzesca!

l viaggio verso oriente di Joe è anche il tragitto a ritroso di chi 25 anni fa dentro a VIAGGIO SENZA VENTO ha lasciato un pezzo dei propri vent’anni (nel mio caso).
9.125 giorni trascorsi in fuga (calcolatrice alla mano), utili per memorizzare le 21 canzoni di quel concept album a suo modo storico che ha segnato gli anni novanta e aperto strade a tante band italiane (si poteva fare rock cantando in italiano e arrivare a tutti), ma soprattutto utili per cercare la nostra via, la nostra libertà, camminando, a volte correndo, incontro alla nostra personale città del sole. La nostra vita. Tempo necessario per imprimerle nel cervello e farle uscire tutte insieme dalla prima all’ultima, da ‘Senza Vento’ a ‘Il Guerriero’, cantandole a voce alta, sempre più forte anche per sovrastare i cori degli ultras presenti assiepati al bancone del bar, giustamente felici per i risultati stagionali della squadra di casa, ma sempre troppo forti quando Omar calava il tiro del concerto per cercare l’introspezione e il battito del suo cuore guarito.
Un concerto fresco, spumeggiante, jammato, funky a tratto psichedelico . Rock. Ma per chi ha continuato a seguire Pedrini solista, questa non è una novità.
Foto: Stefania Gastaldello
Abbandonata per strada la speranza di poter vedere i TIMORIA uniti ancora una volta (rimane ancora la fatidica e utopica data del 2020), resta la consapevolezza che oggi Pedrini sia più in forma e in palla che mai (per molti meglio oggi che allora): forte di un jolly di prima grandezza in formazione come Carlo Poddighe alle chitarre, tastiere e voce quando c’è bisogno di arrivare lassù in alto, e di una band rinnovata nel batterista e alla terza chitarra (tre chitarre sul palco, se non è rock questo!) e dall’aiuto del cantante Mattia Apollo della tribute band Precious Time.
Se ‘Sangue Impazzito’ è un must da sempre, anche quando non c’è bisogno di festeggiare anniversari importanti, ci sono almeno tre momenti che mi porterò dietro come ricordi: una intensa e corale  ‘Fredoom’, il saluto allo sfortunato Illorca autore di ‘La Cura Giusta’, e quella ‘Angel’, arrivata nei bis a viaggio già finito. Un inedito scritto per Kurt Cobain ma che stasera era tutto per l'amico Paul Mellory, un altro rocker andato via troppo in fretta (a inizio anno) ma che sicuramente ha già raggiunto la sua città del sole, prima di tutti noi. Se capita dalle vostre parti non fatevelo sfuggire.

Foto: Stefania Gastaldello



 

martedì 26 febbraio 2019

RECENSIONE: HAYES CARLL (What It Is)

HAYES CARLL What It Is (Dualtone Music, 2019)
 
 
 
 
 
 
 
il texano ritrovato
Con questo disco Hayes Carll lascia definitivamente i fotogrammi degli ultimi anni della sua vita impressi nello specchietto retrovisore e continua a macinare la strada che aveva imboccato prima del divorzio. Quel particolare momento della sua vita lo lasciò già impresso nel precedente disco Lovers And Leavers (2016), un album che scavava nel pr...ofondo delle relazioni umane attraverso ballate acustiche intense da operazione a cuore aperto ma colorate di grigio e poco movimentate musicalmente. Con WHAT IS THIS, sesto album, riprende il discorso interrotto prima del divorzio, una via di mezzo tra il suo gioiello Trouble In Mind (2008), dove raccontava di poeti, bevute, epiche sbronze e angoli d’America e Kmag Yoyo (2011), un album fortemente calato nella denuncia politica.
“Questo disco è stato realizzato con lo spirito del cambiamento, del mio mondo e del mondo che mi circonda” racconta.
Ad aiutarlo nella scrittura, nella produzione, alle voci e nella vita (i due sono diventati genitori) la nuova compagna Allison Moorer a cui dedica l'apertura ‘None’Ya’. Disco frizzante, intelligente, ricco di ironia tra le righe e ottimista come ci ha abituato da sempre, dove Carll mette in riga la sua bravura da devoto nipote dei grandi songwriter americani con un marchio “outlaw” tatuato nel cuore. Da ‘Time Like These’, un veloce honky tonk, elettrico e contagioso grazie al vivace violino di Fats Kaplin che si cala perfettamente nel presente, il blues ‘’Wild Ponty Finger’ a ‘Jesus And Elvis’ che potrebbe essere uscita dalla penna di Steve Earle, sicuramente un punto di riferimento. Dalla intensa e liricamente incisiva ‘Fragile Men’ scritta insieme a Lolo (la cantautrice Lauren Pritchard), canzone nata dopo le marce neonaziste che hanno sconvolto Charlottesville in Virginia nel 2017, alla title track, un bucolico e tirato bluegrass guidato da banjo e mandolino. Dal country rock con il passo alla Johnny Cash di ‘If I May Be So Bold’ fino alla ballata acustica ‘I Will Stay’ che chiude il disco, il texano Hayes Carll si conferma uno dei migliori cantautori della sua generazione (43 anni per lui) , in grado di unire il personale, l'autenticità dei paesaggi descritti, la denuncia, in modo sarcastico e intelligente, richiamando i grandi come Dylan, Townes Van Zandt, Guy Clark, il già citato Steve Earle ma anche il primo Todd Snider. Bentornato su queste strade.