mercoledì 18 luglio 2018

It's Just Another Town Along The Road, tappa 8: THE FIREPLACES (Soulfood)

 THE FIREPLACES   Soulfood (2018)



I veneti FIREPLACES hanno viaggiato in direzione del secondo disco con il vento in poppa e la fame di chi davanti a un piatto buono e prezioso come la musica  non sa dire di no. In qualunque circostanza, posto e situazione. Questo disco ha preso forma a tanti chilometri dall'Italia: è nato durante il loro ultimo viaggio negli States, quindi ha tutte le caratteristiche per rientrare dentro a questa mia piccola rubrica fatta di sole cinque domande secche, gravitanti intorno al tema viaggio. Il titolo dell'album, la copertina e la canzone 'Soulfood (Song To Joy)' in particolare rendono omaggio al locale dove i Fireplaces (Caterino Riccardi, Carlo Marchiori, Marco Quagliato e Oliviero Lucato) usavano nutrirsi (di pancia ma sicuramente anche di esperienze) durante la loro permanenza a Brooklyn. "Soulfood è un album dove il concetto di viaggio sia kilometrico che dentro di se è oltremodo presente" dice Caterino. Da qui si avanza e si arriva al disco finito e servito in tavola.
Un disco che conferma tutto l'amore per i suoni americani più tradizionali, legati al blues, al bluegrass, al gospel, al country, al rock'n'roll. Nove canzoni (tra cui la cover 'Way Back In The Way Back When' dell'amato Glen Hansard) che saltellano tra l'irrefrenabile voglia di divertirsi, l'ukulele suonato da Veronica Sbergia in 'Happy Song' fa il suo dovere fino in fondo e una certa dose di impegno come nella travolgente 'Wreckin' Ball Blues', con la chitarra ospite di Cristian Secco, che omaggia pure alcuni eroi musicali nel testo. Se l'unione fa la forza, i Fireplaces si confermano culturisti con gli attributi.


In viaggio con Caterino "Washboard" Riccardi (The Fireplaces)

1-I km nel tuo disco. Il viaggio ha influenzato le tue canzoni?

KM: Tanti, considerando che sono io quello gira per date, suona con altri, crea e tiene contatti insomma tiene vivo il progetto. Il viaggio come concetto, si, influenza le mie canzoni, ma spesse volte esse nascono seduto in poltrona. (a volte mi son svegliato dalla pennica, col bisogno di registrare col cellulare, perchè un riff mi violenta il cervello) ho chitarre scrause sparse per tutta la casa.

2-Tour. Aspetti positivi e negativi del viaggiare per concerti in Italia. Dove torni spesso e volentieri?

Sento il costante e ardente desiderio di fare un bel periodo on the road, quello è il momento di vita vera per la band, dove idee incrociano altre idee, creando entità nuove. Dove stando spalla a spalla con i tuoi compagni pregi e difetti vengono fuori. Non c'è via d'uscita ne piano B. C'è una sola unica via quella di affrontarsi, conoscersi e accettarsi. Soulfood è un album dove il concetto di viaggio sia kilometrico che dentro di se è oltremodo presente. Il titolo Soulfood è stato fortemente da me voluto per ricordare sempre che anche a 6800 km lontano da casa (Brooklyn) , è una fortuna enorme se qualcuno disposto ad accoglierti e a trattarti come uno dei suoi. E' incredibile perchè a volte il viaggio avviene anche solo incontrando persone diverse (quindi senza necessità di distanza kilometrica) le persone giuste creano impagabili scintille di ispirazione. Il mio posto preferito è il Malcesine Blues festival le strade del paese diventano palcoscenico e il pubblico parte attiva della band. E' una figata senza prezzo, stare in mezzo e dirigere tutti e sentire la magia che si forma e cresce.



3-Radici o vagabondaggio. Cosa ha prevalso nella tua vita?

Io son un cuspide ariete toro, per cui in me convivono sia il costante viaggiare sia il piacere di tornare. Per il 98 % delle volte ho viaggiato da solo. La mia sfrenata passione per la musica live, mi ha portato a girare il mondo occidentale mentre quelli che erano i miei amici avevano come priorita' il metter su famiglia. Ho visto 22 volte i Black Crowes. Ho convinto amici abitudinari a prendere permesso dal lavoro e andare a Montpellier a vedere John Butler Trio, Uno di essi l'ho portato a New York a vedere gli Allman Bros al Beacon. Questa sono le medaglie che più orgogliosamente porto al petto. N.B.: Il nome Fireplaces nasce dalla voglia di sederci attorno ad una tavola e mangiare raccontare cantare.

4-Viaggio nel tempo. Passato: per chi o per quale tour avresti voluto aprire come spalla? Futuro: come ti vedi tra vent’anni?

Per me i Black Crowes sono più che un punto di riferimento, sono un ponte culturale tra l'oggì, qui e un punto geografico/ epoca lontana. per cui senza dubbio mi sarebbe davvero piaciuto aver avuto a che fare con loro (specie con Marc Ford in band). Già il fatto di essere entrato ed aver suonato nella barn di Levon Helm, mi ha fatto andare via di testa Fra vent'anni non lo so... vent'anni fa non mi sarei mai aspettato di poter avere le fortune che ho avuto e che mi hanno permesso di allargare tutte le mie conoscenze... per cui keep rolling the dice !

5-La canzone da viaggio che non manca mai durante i tuoi spostamenti.

Posso dire con una certezza quasi assoluta che 'My Morning Song' sia omnipresente. Ma i fratelli che non mancano mai sono: Black Crowes:Southern Harmony, Amorica, Croweology.
Little Feat: Live at Columbus.
Tom Petty: Wildflowers
Rolling Stones: Sticky Fingers, Exile.
Paul Weller: Stanley Road e Heavy Soul



It's Just Another Town Along The Road
tappa 1: GENERAL STRATOCUSTER AND THE MARSHALS/HERNANDEZ & SAMPEDRO
tappa 2: LUCA MILANI
tappa 3: PAOLO AMBROSIONI & THE BI-FOLKERS
tappa 4: MATT WALDON

tappa 5: LUCA ROVINI
tappa 6: GUY LITTELL

tappa 7: FRANK GET

lunedì 16 luglio 2018

RECENSIONE: THE JAYHAWKS (Back Roads And Abandoned Motels)


The JAYHAWKS Back Roads And Abandoned Motels (Legacy Records, 2018)





le belle strade secondarie
Tanti vecchi figli riuniti per l’occasione. Così in sintesi potremmo liquidare il nuovo disco dei JAYHAWKS, raccolta di canzoni scritte da Gary Louris con altri interpreti nel tempo ma che ora ritornano a vivere sotto lo stesso tetto con uno dei veri padri e la sua famiglia. Anche se qualche maligno potrebbe uscirne con un “calo di idee e ispirazione” per un nuovo disco interamente di inediti? Tutte scritte con altri autori (con le Dixie Chicks, ‘Gonna Be A Darkness’ con Jakob Dylan, ‘Eldorado’ con Carrie Rodriguez) mentre le ultime due in scaletta ( la sognante ‘Carry You To Safety' e la delicata 'Leaving Detroit') sono completamente nuove. Queste sì. “Quando scrivi con qualcun altro è come se lo stessi invitando ad entrare in te, e devi scrivere delle sue situazioni”, racconta Louris. Per la prima volta poi, Louris lascia il microfono in una manciata di canzoni al batterista Tim O’Reagan e alla tastierista Karen Grotberg (a lei il compito di aprire il disco con 'Come Cryin' To Me'), tanto per ribadire il concetto di famiglia allargata. Un disco che sulla carta si potrebbe presentare poco omogeneo ma che invece fa della compattezza il suo carattere distintivo, confermando ed esaltando Louris come una dei più attenti e fini songwriter della sua generazione e i Jayhawks come i migliori interpreti d’Americana degli ultimi sei lustri (chiedere a Ray Davies che li ha scelti come backing band per i suoi dischi made in Usa, l’ultimo di fresca uscita). Evocativo, acustico, introspettivo e fatto di ballate prevalentemente cullanti, spesso puntellate da violino e pianoforte, e armonie cristalline che si insinuano senza fatica tra le pieghe dei ricordi e dei rimpianti, sbuffando frizzante aria di libertà. Certo, manca la profondità di Mark Olson ma i Jayhawks di oggi sono questi. Tutti i pezzi sono stati registrati in due sedute ai Flowers Studio di Minneapolis e impacchettate dentro a una foto di copertina scattata da Wim Wenders che si candida a diventare una delle più suggestive dell’anno con un titolo che sembra spiegare molto bene la natura di queste undici canzoni, a cui è stata offerta una seconda vita: le strade secondarie e i Motels abbandonati hanno sempre un fascino speciale. Incuriosiscono e attirano.





venerdì 13 luglio 2018

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 66: HEART (Little Queen)

HEART  Little Queen (1977)





La prima vacanza in macchina (la mia) con gli amici non si scorda mai. Anno 1992. Rimini. Terzo giorno. Spiaggia: quattro teli mare, quattro zaini e otto ciabatte sulla sabbia. Avendo almeno l’accortezza di prendere i portafogli, ci si allontana per raggiungere le ragazze conosciute la sera prima, non sono lontane, il bagno è quello prima del nostro. Risultato: con le ragazze non si è combinato nulla, in compenso al nostro ritorno erano rimasti tre teli mare, tre zaini e sei ciabatte. I conti non tornano. Le bestemmie arrivano. Qualcuno pensò bene di trasformarsi in me, raccattare tutte le mie cose con estrema disinvoltura (credo) e sparire dalla spiaggia. Risultati: durante le vacanze non guidai più la macchina (nello zaino c’erano i miei occhiali da vista), ma soprattutto non ascoltai più musica. Nello zaino c’erano il mio amato walkman e alcune cassette preparate con tanta cura prima di partire. Tra queste ricordo una compilation con canzoni di Blue Oyster Cult, Meat Loaf, Argent, Boston, Motorhead, Gary Moore e gli (le) HEART, appunto. ‘Barracuda’ era tra le mie preferite, una cavalcata hard dal tiro micidiale che ho sempre affiancato a ‘Easy Livin’ degli Uriah Heep e ‘Running Free’ degli Iron Maiden e che ho sempre inserito nelle mie cassette artigianali dell’epoca. Il secondo disco delle sorelle Wilson, nate in California ma presto trasferitesi prima a Seattle e poi in Canada, uscito nel 1977, era più Led Zeppelin degli stessi Zeppelin di quell’anno. Un perfetto connubio tra la parte folk bucolica (‘Sylvan Song’,’ Dream Of The Archer’) e mediovaleggiante (il mandolino di ‘Say Hello’, ‘Cry To me’) con l’incendiario hard rock’n’roll (‘Barracuda’, 'Kick It Out’, la finale strumentale ‘ Go On Cry’). Roba più british che americana ( il funk di ‘Little Queen’ con l’evocativo finale con la voce di Ann Wilson in grande spolvero) che troverà la sublimazione al California Jam Festival del 1978. Ancora oggi quando ascolto ‘Barracuda’ penso a quello zaino e a quella cassetta, sicuramente passati a migliore vita da almeno ventiquattro anni. Anni dopo presi il vinile che la sabbia non l'ha mai vista.




PUNTATE PRECEDENTI
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #18: BOB DYLAN-Street Legal (1978)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #19- CRAZY HORSE-Crazy Horse (1971)

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #20-TOM PETTY-Wildflowes/Echo (1994/1999)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #21-NICOLETTE LARSON-Nicolette (1978)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #22-AMERICA-Silent Letter (1979)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #23-ERIC ANDERSEN-Blue River (1972)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #24-BADLANDS-Voodo Highway (1991)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #25-GEORGE HARRISON-Living In The Material World (1973)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA#26: DAVID CROSBY GRAHAM NASH-Wind On The Water (1975)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #27: DICKEY BETTS & GREAT SOUTHERN (1977)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #28: JUNKYARD-Junkyard (1989)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #29: STEPHEN STILLS (1970)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #30: RITMO TRIBALE-Bahamas (1999)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #31: SUZI QUATRO-Suzi Quatro (1973)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #32: BADFINGER (1970)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #33:RONNIE LANE'S SLIM CHANCE    One For The Road (1976)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #34: EDOARDO BENNATO- Edo Rinnegato (1990)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #35: GENE CLARK-White Light (1971)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #36: JOHNNY WINTER-Second Winter (1969)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #37: CAPTAIN BEYOND-Captain Beyond (1972)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #38: ROD STEWART-Every Picture Tells a Story (1972)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #39: GEORGE THOROGOOD & DESTROYERS-Bad To The Bone (1982)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #40: THE ROLLING STONES-Their Satanic Majesties Request (1967)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #41: ALBERTO FORTIS (1979)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #42: NOMADI-Gente Come Noi (1991)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #43: CROSBY, STILLS & NASH-Daylight Again (1982)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #44: TERRY REID (River)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #45: JACKSON BROWNE-Running On Empty (1977)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #46: THE ROLLING STONES-Emotional Rescue (1980)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #47:TOM PETTY-Highway Companion (2006)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #48:STEVE FORBERT-Alive On Arrival (1978)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #49:CRY OF LOVE -Brother (1993)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #50:THE BLACK CROWES-By Your Side (1999 )
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #51: NEIL YOUNG-Re-Ac-Tor (1980)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #52: DUST-Dust (1971)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #53:THE GEORGIA SATELLITES-Open All Night (1988)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #54:LYNYRD SKYNYRD-1991/The Last Rebel (1993)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #55:CHRIS WITLEY-Living With The Law (1991)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #56:BOB DYLAN-Planet Waves (1974)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #57:BOB DYLAN-Infidels (1983)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #58:GRINDERSWITCH-Honest To Goodness (1974)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #59:THE DEL FUEGOS-Boston, Mass. (1985)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #60:BILLY JOEL-Cold Spring Harbor (1971)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #61:GRAM PARSONS-G.P. (1973)
DISCHI DAISOLA AFFOLLATA # 62: LOVE/HATE-Wasted In America (1992)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #63: SCREAMING TREES-Dust (1996)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #64: LOU REED-Sally Can't Dance (1974)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #65 BLACK SABBATH-Vol.4 (1972)

 

lunedì 9 luglio 2018

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 65: BLACK SABBATH (VOL. 4)


 BLACK SABBATH    Vol.4 (1972)
 
 
 
 
 
 
“Eravamo talmente impegnati a cazzeggiare che fu un miracolo riuscire a scrivere qualche pezzo.” Ozzy Osbourne.
Quella croce al collo di Tony Iommi che percuote le corde della chitarra, generando lo strano effetto che si sente su ‘FX’ e che poi finirà su disco, e quel sussurro appena percettibile di Ozzy Osbourne che pronuncia la parola “Cocaine” in ‘Snowblind’ potrebbero incarnare bene la direzione musicale e l’atmosfera stonata che si respirava nell’album VOL .4, il primo vero tentativo di andare oltre che caratterizzerà almeno i due successivi dischi. Ancora quelli fondamentali. Generato (a fine registrazioni tutti e quattro i componenti erano degli stracci da ricovero) tra la villa di Bel Air del 1930, con tanto di camerieri e giardinieri inclusi nel pacchetto, e i Record Plant Studios a Los Angeles, dove si erano rifugiati in buona compagnia di fumo e coca, quest’ultima fu l’ospite più gradito, presente in quantità massiccia, tanto che vennero spesi più soldi per le droghe che per la realizzazione del disco. “Metà del budget finì in cocaina…” rivelò Geezer Butler.
“Eravamo giovani e facevamo quello che fanno i giovani. Non ci controllavamo. Mi facevo di coca ogni volta che potevo, ma anche di altre cose che non riesco neanche a ricordare". Dirà Tony Iommi.
Grande protagonista anche nelle note di copertina: camuffata ma c’è. Ecco da dove arrivava l’ode, questa volta poco nascosta in verità, ‘Snowblind’ (titolo originale del disco che l’etichetta accantono’ subito). “In quel periodo mi cacciavo tanta di quella roba su per il naso che dovevo fumarci sopra un sacchetto di erba al giorno per impedire che mi esplodesse il cuore”. Così Ozzy Osbourne nella sua autobiografia, alla cui realizzazione di questo disco dedica un capitolo intero. Nascono così: una ballata al pianoforte, buona per ogni occasione, come ‘Changes’, voce, pianoforte e archi, la strumentale, arpeggiata ed evocativa ‘Laguna Sunrise’ e tutti i cambiamenti d’umore e le sperimentazioni che girano intorno ai pesanti riff di canzoni come ‘Under The Sun’, ‘Wheels Of Confusion’, ‘Supernaut’, scuola per le future generazioni. “‘Supernaut’ fu una delle canzoni preferite da John Bonham all’epoca” disse Bill Ward. Anche a Frank Zappa piaceva tantissimo.
E poi una delle mie preferite: ‘St.Vitus Dance’, un hard blues che i Led Zeppelin non avrebbero disdegnato di inserire in qualsiasi loro disco.
Lester Bangs che aveva distrutto i primi due dischi si esaltò per questo, arrivando addirittura a comparare i testi di Vol 4 a quelli di Bob Dylan. Rolling Stone, nella sua recensione tirò fuori un “ canzoni di heavy metal liquido”, aggiungiamo un “stonato”, una copertina iconica e abbiamo tutto.


PUNTATE PRECEDENTI
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #18: BOB DYLAN-Street Legal (1978)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #19- CRAZY HORSE-Crazy Horse (1971)

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #20-TOM PETTY-Wildflowes/Echo (1994/1999)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #21-NICOLETTE LARSON-Nicolette (1978)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #22-AMERICA-Silent Letter (1979)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #23-ERIC ANDERSEN-Blue River (1972)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #24-BADLANDS-Voodo Highway (1991)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #25-GEORGE HARRISON-Living In The Material World (1973)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA#26: DAVID CROSBY GRAHAM NASH-Wind On The Water (1975)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #27: DICKEY BETTS & GREAT SOUTHERN (1977)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #28: JUNKYARD-Junkyard (1989)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #29: STEPHEN STILLS (1970)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #30: RITMO TRIBALE-Bahamas (1999)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #31: SUZI QUATRO-Suzi Quatro (1973)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #32: BADFINGER (1970)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #33:RONNIE LANE'S SLIM CHANCE    One For The Road (1976)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #34: EDOARDO BENNATO- Edo Rinnegato (1990)
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DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #36: JOHNNY WINTER-Second Winter (1969)
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DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #38: ROD STEWART-Every Picture Tells a Story (1972)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #39: GEORGE THOROGOOD & DESTROYERS-Bad To The Bone (1982)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #40: THE ROLLING STONES-Their Satanic Majesties Request (1967)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #41: ALBERTO FORTIS (1979)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #42: NOMADI-Gente Come Noi (1991)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #43: CROSBY, STILLS & NASH-Daylight Again (1982)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #44: TERRY REID (River)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #45: JACKSON BROWNE-Running On Empty (1977)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #46: THE ROLLING STONES-Emotional Rescue (1980)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #47:TOM PETTY-Highway Companion (2006)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #48:STEVE FORBERT-Alive On Arrival (1978)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #49:CRY OF LOVE -Brother (1993)
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DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #52: DUST-Dust (1971)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #53:THE GEORGIA SATELLITES-Open All Night (1988)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #54:LYNYRD SKYNYRD-1991/The Last Rebel (1993)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #55:CHRIS WITLEY-Living With The Law (1991)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #56:BOB DYLAN-Planet Waves (1974)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #57:BOB DYLAN-Infidels (1983)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #58:GRINDERSWITCH-Honest To Goodness (1974)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #59:THE DEL FUEGOS-Boston, Mass. (1985)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #60:BILLY JOEL-Cold Spring Harbor (1971)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #61:GRAM PARSONS-G.P. (1973)
DISCHI DAISOLA AFFOLLATA # 62: LOVE/HATE-Wasted In America (1992)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #63: SCREAMING TREES-Dust (1996)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #64: LOU REED-Sally Can't Dance (1974)

 

giovedì 5 luglio 2018

BRESCIA ROCK (3 nomi da conoscere): Simone Grazioli, Staggerman & The Hobo's Amen, Ducolis


Breve viaggio in mezzo al prolifico Rock bresciano. Anno particolarmente ricco di uscite questo 2018 per certe sonorità legate al rock americano, al blues, al rock'n'roll. Dopo Superdownhome, Andrea Van Cleef, Bonebreakers e Cek Franceschetti ecco altri tre nomi da seguire e conoscere (per i non bresciani sicuramente): Simone Grazioli, Staggerman e i Ducolis.



Iniziamo dal più giovane della lista (comunque fresco trentenne), anche se nella custodia della chitarra nasconde già una buona esperienza con gli Hell Spet, il suo gruppo principale dove suona il mandolino dentro all’indiavolato cow heavy country bluegrass, più tante altre robe ancora, proposto dalla band (imperdibili dal vivo) poi con i suoi tanti progetti paralleli tra cui i Quarry Brothers, duo bluegrass, tanto tradizionale quanto anomalo. SIMONE GRAZIOLI, polistrumentista a tutto tondo, per questo debutto LA FUGA sceglie di scappare in direzione della tortuosa strada cantautorale e della sempre complicata lingua italiana, tra storie di ordinaria follia costruite su quotidianità e sogni, bagnate da alcol che scorre impetuoso e appicicaticcio tra bar e locali, ma anche intrise d’amore e romanticismo, canzoni raccolte nel tempo e finalmente liberate dal cassetto dove erano rinchiuse, non mancando di calpestare i territori a lui più cari dell’hard blues, del country e del folk, strizzando pure l’occhio a certo indie rock italico. Un disco vario, difficile inquadrarlo ma penso che sia proprio quello che cercava il suo autore.
Pochi chilometri più a nord di Brescia, sulle sponde del lago d’Iseo troviamo STAGGERMAN, il progetto personale di Matteo Crema (già bassista con i monumentali The Union Freego) che arriva al traguardo del terzo disco, HOBOS AND GENTLEMEN, a sei anni dall’ultimo album inciso.
Accompagnato dagli Hobo’s Amen che questa volta si guadagnano il monicker in copertina, Staggerman continua il suo viaggio a passo d’uomo in territori che richiamano la profonda America di frontiera ma anche certi anfratti sonori cari a mister E e i suoi Eels. Un suono intimo e avvolgente con poche vere scosse, ma ricamato su ballate country rock innaffiate dalla calda presenza dei fiati, border Song illuminate dal sole a cui si aggiungono volentieri ombre e suggestioni più scure e nere. Disco da viaggio ideale.
Addentrandosi nella sterminata Val Camonica ci DUCOLIS: nome, copertina e grafica sembrano parlare chiaro. Ma non è esattamente così. Non solo. L’aspetto ludico e goliardico dei Ramones è presente: i quattro componenti non sono fratelli di sangue ma hanno tutti lo stesso cognome, popolare dalle loro parti. Una gita fuori porta, ma nemmeno troppo, per il navigato cantautore Alessandro Ducoli che brandisce il microfono e all’urlo di “free your dog” detta i tempi, l’instancabile chitarra di Luke Duke (Thee Jones Bones) macina riff e la possente sezione ritmica formata da due Domenico Ducoli (eh sì, anche lo stesso nome) a tenere il tempo. Un disco costruito d’istinto in pochi giorni in sala prove da veterani con il rock stampato nel DNA (indiscrezioni raccontano di materiale già pronto per un altro album) dove blues, hard rock, rock’n’roll,Southern rock, garage e punk trovano la via comune. Senza fronzoli, vizioso e sporco il giusto anche quando si devia verso la disco e il reggae. Qui dentro ci si diverte dall’inizio alla fine.
si imbatte invece nei

BRESCIA ROCK (5 band da conoscere: Slick Steve & The Gangsters, Van Cleef Continental, Thee Jones Bones, Il Sindaco, The Union Freego)
CEK FRANCESCHETTI: Blues Tricks (2018)
ANDREA VAN CLEEF: Tropic Of Nowhere (2018)
SUPERDOWNHOME: Twenty-Four Days (2017)
THE CROWSROADS: Reels (2016)
SEDDY MELLORY: Urban Cream Empire (2016)




martedì 3 luglio 2018

RECENSIONE: HOWLIN RAIN (The Alligator Bride)

HOWLIN RAIN   The Alligator Bride (Silver Current Records, 2018)






Ethan Miller  (voce e chitarra) e i suoi HOWLIN RAIN (Daniel Cervantes all'altra chitarra, Jeff McElroy al basso e Justin Smith alla batteria) sembrano vivere ancora dentro quella grande bolla di sapone inesplosa che gravita leggera tra gli anni sessanta e i settanta, ogni tanto perdendo pure il passo trovandosi in certo soul targato Motown. Illuminata dall’accecante sole californiano come succede negli otto minuti di ‘The Wild Boys’ ("il mio omaggio al romanzo omonimo di William S. Burroughs" dice Miller), riflettente immagini distorte e psichedeliche care ai Grateful Dead, o più vicine all'altra band di Miller, il supergruppo Heron Oblivion, sporcandosi di blues tra le acque del bayou (‘Rainbow Trout’), allungata come i più lunghi feedback dei migliori Crazy Horse di Neil Young (ascoltate la title track), la bolla di Ethan Miller splende spesso più di altre ma pochi sembrano accorgersene. Forse perché troppo alta e imprendibile?
The Alligator Bride è il quinto disco della band di San Francisco (Bay Area). Un vortice lungo, lisergico e ipnotico, trainato dai venti del sud, avventuroso e avvolgente che come sempre ripercorrere i migliori anni del rock con disinvoltura unica e libertà, tra intense atmosfere (‘’Speed’, ‘In The Evening’) e attacchi fumosi (‘Viking Down’). Musica da altre epoche. Fortunatamente conosciute. Non è forse quello che cerchiamo ancora?





lunedì 2 luglio 2018

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #64: LOU REED (Sally Can't Dance)

LOU REED   Sally Can’t Dance (RCA, 1974)





Billy Joel confessò che era talmente sensibile che una recensione negativa avrebbe potuto distruggerlo. Il giornalista Greil Marcus con il famoso inizio di recensione “cos’è questa merda?” tagliò subito le gambe a SELF PORTRAIT di Bob Dylan sulle pagine di Rolling Stone. Lou Reed, invece, distrusse e uccise il suo disco SALLY CAN’T DANCE da solo, non risparmiando nulla: bocciò le canzoni (“sono venute malissimo, ma stavo cantando la peggior merda del mondo”), ma persino copertina e il suo nuovo look (“tingermi i capelli di biondo e tutte le altre stronzate. L’hanno voluto loro e io li ho accontentati”). Un album che Lou Reed arrivò a autodefinire uno schifo, per poi ironizzare: “ è fantastico vedere quanto abbia venduto, nonostante il mio lavoro fosse limitato, la prossima volta per essere primo in classifica basterebbe non comparire affatto”. Lou Reed arriva alla pubblicazione di SALLY CAN’T DANCE nel 1974 dopo un fresco arresto e la pubblicazione del live ROCK’N’ROLL ANIMAL. Effettivamente trascorse più tempo a farsi di eroina nelle retrovie che in studio di registrazione. Nonostante tutto, piazza alcune canzoni che, se per lui rientrano nella routine, quelle scritte a occhi chiusi, per altri potrebbero essere quelle della vita: iniziando da ‘Kill Your Sons’ che analizza in modo fin troppo accurato le sedute di elettroshock subite nell’ospedale psichiatrico dove i genitori lo fecero rinchiudere per curare la sua presunta omosessualità. Un Lou Reed poco lucido raccontò qualcosa di questo disco a Nick Kent: “Kill Your Sons parla di genitori che mandano i i figli dagli psichiatri e gli fanno fare l’elettroshock. Tutte le canzoni si muovono improvvisamente da una considerazione generale ad un esempio concreto…”.

Fu il suo primo disco solista registrato a New York, città che influenzerà le liriche della title track e di ‘NY Stars’ che si scagliava contro i suoi tanti imitatori, o quella ’Billy’ ispirata da un compagno di scuola partito per la guerra del Vietnam e che vede la collaborazione del vecchio amico Doug Yule, ex Velvet Underground, al basso. Risultato: SALLY CAN’T DANCE è il disco più venduto della sua discografia. Un disco che a più di quarant'anni dall’uscita per certi aspetti rimane ancora affascinante, soprattutto conoscendo lo scazzo con cui fu portato a termine, con quelle soluzioni musicali abbastanza ardite e lontane da quanto fatto prima che trovarono la totale disapprovazione di Reed, e poi quella voce così diversa, svogliata, quasi strafatta che sembra spesso assente ma che è lì. Quanto pagheremo per avere delle schifezze così nelle tristi classifiche di vendita dei nostri giorni?





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DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #18: BOB DYLAN-Street Legal (1978)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #19- CRAZY HORSE-Crazy Horse (1971)

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #20-TOM PETTY-Wildflowes/Echo (1994/1999)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #21-NICOLETTE LARSON-Nicolette (1978)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #22-AMERICA-Silent Letter (1979)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #23-ERIC ANDERSEN-Blue River (1972)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #24-BADLANDS-Voodo Highway (1991)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #25-GEORGE HARRISON-Living In The Material World (1973)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA#26: DAVID CROSBY GRAHAM NASH-Wind On The Water (1975)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #27: DICKEY BETTS & GREAT SOUTHERN (1977)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #28: JUNKYARD-Junkyard (1989)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #29: STEPHEN STILLS (1970)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #30: RITMO TRIBALE-Bahamas (1999)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #31: SUZI QUATRO-Suzi Quatro (1973)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #32: BADFINGER (1970)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #33:RONNIE LANE'S SLIM CHANCE    One For The Road (1976)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #34: EDOARDO BENNATO- Edo Rinnegato (1990)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #35: GENE CLARK-White Light (1971)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #36: JOHNNY WINTER-Second Winter (1969)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #37: CAPTAIN BEYOND-Captain Beyond (1972)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #38: ROD STEWART-Every Picture Tells a Story (1972)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #39: GEORGE THOROGOOD & DESTROYERS-Bad To The Bone (1982)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #40: THE ROLLING STONES-Their Satanic Majesties Request (1967)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #41: ALBERTO FORTIS (1979)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #42: NOMADI-Gente Come Noi (1991)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #43: CROSBY, STILLS & NASH-Daylight Again (1982)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #44: TERRY REID (River)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #45: JACKSON BROWNE-Running On Empty (1977)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #46: THE ROLLING STONES-Emotional Rescue (1980)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #47:TOM PETTY-Highway Companion (2006)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #48:STEVE FORBERT-Alive On Arrival (1978)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #49:CRY OF LOVE -Brother (1993)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #50:THE BLACK CROWES-By Your Side (1999 )
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #51: NEIL YOUNG-Re-Ac-Tor (1980)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #52: DUST-Dust (1971)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #53:THE GEORGIA SATELLITES-Open All Night (1988)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #54:LYNYRD SKYNYRD-1991/The Last Rebel (1993)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #55:CHRIS WITLEY-Living With The Law (1991)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #56:BOB DYLAN-Planet Waves (1974)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #57:BOB DYLAN-Infidels (1983)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #58:GRINDERSWITCH-Honest To Goodness (1974)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #59:THE DEL FUEGOS-Boston, Mass. (1985)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #60:BILLY JOEL-Cold Spring Harbor (1971)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #61:GRAM PARSONS-G.P. (1973)
DISCHI DAISOLA AFFOLLATA # 62: LOVE/HATE-Wasted In America (1992)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #63: SCREAMING TREES-Dust (1996)




mercoledì 27 giugno 2018

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 63: SCREAMING TREES (Dust)

SCREAMING TREES  Dust  (1996)





DUST è quello che potrebbero essere gli Screaming Trees ancora oggi. Lo sono stati per un disco, quello della maturità, degli arrangiamenti perfetti lontani dalla grezza psichedelia punk dei primissimi dischi (la produzione di George Drakoulias, uno che aveva già lavorato con Black Crowes e Jayhawks, lasciò il segno), della varietà musicale che permetteva loro di continuare a cimentarsi con un personale hard rock (‘Witness’), la psichedelia (‘Traveler’), aggiungere influenze orientali ad aprire e chiudere il disco (‘Halo Of Ashes’, ‘Gospel Plow’), parentesi sinfoniche, e avvicinarsi sempre più a un suono tradizionalmente americano legato al blues e al folk (‘Sworm And Broken’) più vicino a quello che Mark Lanegan stava sperimentando in quel periodo (Lanegan aveva già dato lo starter alla sua carriera solista con due album neri, profondi e meravigliosi), uscendone sempre credibili. Uscito nel 1996, a ben quattro anni dal precedente Sweet Oblivion, con la scena grunge in decisa fase calante se non già morta e tante tensioni interne miste a sostanze tossiche di vario genere a minare la sopravvivenza. Un disco perduto arrivò solo nel 2011 . Già, il ciclone grunge, tanto importante nel portare la band dei fratelli Van e Gary Lee Conner e di Mark Lanegan dalle stelle (nati prima di tutti anche se per popolarità e vendite non brillarono mai come altre) allo scioglimento di quattro anni dopo, a conclusione di un tour che toccò pure il famigerato Lollapalooza, cui si aggiunse un giovanissimo Josh Homme alla chitarra. Pur portato a termine in un tempo lunghissimo- tante furono le canzoni registrate-ci finirono dentro solo dieci tracce (alcune sono uscite nella versione rimasterizzata anni dopo) e un buon contributo in studio lo diede Benmont Tench degli Heartbreakers di Tom Petty presentissimo lungo tutto il disco con le sue tastiere (“avevo sempre voluto fare qualcosa di più di un disco rock bidimensionale e il fatto che su quel disco avesse suonato Tench fece una grande differenza” dirà Van Conner), aggiungiamo Mike McReady (Pearl Jam) che lascia il suo assolo di chitarra su ‘Dying Days’ e Dust si candida a diventare un disco importante. Kerrang lo premiò come disco dell’anno. “È probabilmente il mio disco preferito” dirà Van Conner. Non male per rappresentare un epitaffio di una band ai ferri corti.


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