venerdì 29 luglio 2016

RECENSIONE: SHAWN JAMES (On The Shoulders Of Giants)

SHAWN JAMES  On The Shoulders of Giants (autoproduzione, 2016)




Quando SHAWN JAMES, classe 1986, non ruggisce in compagnia della sua band, i SHAPE SHIFTERS (un concentrato di heavy blues, gotica Americana e campestre bluegrass ben impresso nel loro THE GOSPEL ACCORDING TO SHAWN JAMES AND THE SHAPESHIFTER uscito l’anno scorso), ulula in solitaria inseguendo i suoi miti musicali che si chiamano Howlin’ Wolf, Robert Johnson e Otis Redding, mica tre nomi da poco, e ripetendo le lezioni imparate nei cori gospel delle chiese frequentate in giovane età nella periferia Sud di Chicago dove abitava prima del trasferimento in Arkansas. Registrato nei mitici Sun Studio di Memphis, un sogno per chiunque, con la supervisione di due pezzi da novanta come gli ingegneri del suono Curry Weber (North Mississippi Allstars, Gin Blossoms, Huey Lewis & The News) e Kevin Nix (Stevie Ray Vaughan, Bobby Rush), questo suo primo disco solista colpisce nel segno facendo uso di veramente poco. Quel poco (in verità tanto e tratto vincente) è la sua voce profonda, baritonale, al limite del growl in certi punti, che guida oscuri, lenti e grezzi folk blues costruiti con chitarra (Resonator), tamburello, battiti di piedi e poco altro, proprio come quando si esibisce come one man band. Un disco di blues tenebroso che mi ha ricordato, in alcune canzoni delle nove presenti, il primo Danzig solista spogliato dei vestiti hard. Un disco che suona bene più a notte fonda, immerso nella buia quiete, che di giorno illuminato dalla luce. Ne sentiremo parlare.



RECENSIONE: ZAKK WYLDE-Book Of Shadows II (2016)
RECENSIONE: HAYES CARLL-Lovers And leavers (2016)
RECENSIONE: STURGILL SIMPSON-A Sailor’s Guide To Earth (2016)
RECENSIONE: MALCOLM HOLCOMBE-Another Black Hole (2016)
RECENSIONE: JOHN DOE-The Westerner (2016)

martedì 26 luglio 2016

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 16: NEIL YOUNG (Time Fades Away)

NEIL YOUNG   Time Fades Away (1973)


TIME FADES AWAY fu il primo vinile di Neil Young che acquistai. Il negozio aveva solo quello, la scelta fu obbligata. Lo ascoltai tantissimo subito, tanto dopo, spesso oggi, e l’affetto che provo per questa copertina (foto scattata a Philadelphia nel 1973 da Joel Bernstein) è immenso: per quella rosa rossa depositata a bordo palco, per il retro con quel gigantesco truck lanciato a fari accesi nella notte. Ma poi ci sono le canzoni: il galoppante e sgangherato honky tonk boogie di ‘Time Fades Away’, il pianoforte solitario, malato e notturno di ‘Journey Through The Past’, ‘The Bridge’, ‘Love In Mind’, ‘Yonder Stands The Sinner’,’ L.A.’, l’autobiografica forza di ‘Don’t Be Denied’, l’infinito finale elettrico di ‘Last Dance’. Strano inizio per approcciarsi al mondo di Young. Questo disco arrivò dopo l’incredibile successo di HARVEST, ma fece crollare tutti i castelli di carte di chi aveva apprezzato ‘Heart Of Gold’ e figlie, dando il benvenuto all’interno del baratro “oscuro” dentro cui sprofondò Neil Young per almeno un paio di anni ma che ispirò altri due capolavori incredibili come TONIGHT’S THE NIGHT e ON THE BEACH. Registrato durante diverse date di un tour del 1973 insieme agli Stray Gators (Tim Drummond, Johnny Barbata, Jack Nitzsche, Ben Keith) con la partecipazione di David Crosby e Graham Nash come sporadici special guest, inaugurò un nuovo modo di fare dischi per il canadese: presentare e registrare inediti, anche in modo approssimativo, durante i tour e farli uscire come “nuove uscite” con la disapprovazione dei fan che si aspettavano altro nelle setlist, lo stesso procedimento che generò-toccando il culmine-RUST NEVER SLEEPS.
La rivista Rolling Stone nella persona di Bud Scoppa, però, concluse la recensione con queste parole: “se anche non sarà un successo, l’album rimane un illuminante autoritratto di un uomo comunque affascinante”. “Nel 1973 feci un tour intitolato Time Fades Away. Era il mio primo tour negli stadi coperti e nei palasport e fui costretto a cantare molto forte (senza gli odierni monitor da palco) per riuscire a sentirmi sul palco. Danneggiai la mia gola e si svilupparono dei noduli sulle corde vocali che mi resero un po’ doloroso cantare, e quasi impossibile farlo piano e controllando la voce.” Scrive Young nell’autobiogafia ‘Special Deluxe’.
Ma, soprattutto, fu la prima testimonianza di un periodo di malessere e nervosismo generato dai tristi eventi della vita: la nascita del figlio Zeke con forti handicap e la morte per overdose dell’amico e musicista (nei Crazy Horse) Danny Whitten, immediatamente dopo che lo stesso Young lo cacciò in malo modo dalla band per le sue continue e reiterate cadute in alcol e droghe. Un rimorso che Neil Young si porterà dietro per tutta la vita e che ha sintetizzato così nell’ autobiografia ‘Il Sogno Di Un Hippie': “All’epoca pensavo che Danny fosse un grande chitarrista e cantante. Ma non avevo idea di quanto fosse grande. Ero troppo pieno di me per capirlo. Oggi lo capisco chiaramente. Vorrei tanto poter fare tutto di nuovo, così ci sarebbero più cose di Danny”. Intanto "l’ultima danza"continua a girare...



DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 1: FRANCESCO DE GREGORI- Titanic (1982)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #2: THE HOUSEMARTINS-London 0 Hull 4
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #3: THE NOTTING HILLBILLIES-Missing...Presumed Having A Good Time
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #4: EDDIE HINTON-Very Extremely Dangerous (1978)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #5: BIG COUNTRY-Steeltown, 1984
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #6: TESLA-Five Man Acoustical Jam, 1990
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 7: PRIDE & GLORY-Pride & Glory (1994)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #10: IZZY STRADLIN & THE JU JU HOUNDS (1992)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #11: WARRIOR SOUL-Drugs, God And The New Republic (1991)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #12: IAN HUNTER-Short Black N' Sides (1981)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 13: THE DICTATORS-Go Girl Crazy! (1975)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 14: POINT BLANK-Second Season (1977)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #15: TEMPLE OF THE DOG (1991)


venerdì 22 luglio 2016

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 15 : TEMPLE OF THE DOG

TEMPLE OF THE DOG (1991)

La notizia musicale della settimana? Il primo tour in assoluto dei Temple Of The Dog, il prossimo autunno in America, a venticinque anni dall'uscita di questo disco che ha segnato una generazione. Mi sento chiamato in causa. La notizia musicale dell'anno? Ha un punto interrogativo alla fine: passeranno in Italia? Una cosa è sicura: almeno due volte all’anno devo ascoltarlo. Un disco che prese piede in modo spontaneo dalle due canzoni che Chris Cornell scrisse dopo la scomparsa-eroina assassina- di Andrew Wood, cantante dei Mother Love Bone. Due canzoni lontanissime dallo stile dei Soundgarden: ‘Reach Down’ e ‘Say Hello To Heaven’ (“dicendo Heaven mi riferisco semplicemente a ciò che c’è dopo la morte terrena; non ho nessuna concezione particolare, nessuna idea precisa di cosa possa esserci di là. Solo Andy può sapere dove si trova ora” disse Cornell). “Presi contatto con Chris e lui mi dette un nastro, che mi mandò fuori di cervello. All’inizio pensai che avrebbe potuto farle uscire anche così com’erano, e sarebbero state comunque eccezionali; le due versioni di ‘Reach Down’ e ‘Say Hello To Heaven’ , in effetti, non sono poi molto diverse da quelle che finirono su disco. Insomma, Chris aveva pronte queste canzoni, e Stone Gossard ne aveva un paio delle proprie, le mettemmo giù in cinque o sei giorni: eravamo a terra, e quei ragazzi ci tirarono su per un minuto e ci aiutarono. Era pura musica, nient’altro che pura musica” Jeff Ament Il disco venne registrato in soli quindici giorni ai London Bridge Studios di Seattle con il produttore Rick Parasher nel 1990.
A Chris Cornell (soundgarden), Jeff Ament e Stone Gossard che finita la parentesi con i Mother Love Bone stavano mettendo in piedi un nuovo progetto che sboccerà nei futuri Pearl Jam, si unirono anche il batterista dei Soundgarden, Matt Cameron, ma anche Mike McReady e l’ancora poco conosciuto Eddie Vedder che lascia il segno in 'Hunger Strike' ("era la prima volta che mi ascoltavo in un vero disco. Potrebbe essere una delle canzoni preferite o più significative tra quelle che ho registrato nella mia vita"). Questi ultimi entreranno nella nuova band Pearl Jam. Un disco completamente fuori dal tempo (anche se i seventies sono i padri naturali) e una recensione che tirava in ballo Crosby, Stills & Nash fu fatale, e che a venticinque anni dalla sua uscita rimane uno dei manifesti più puri e spontanei di quella generazione. Tra i miei dischi dei 90 occupa un posto speciale.



DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 1: FRANCESCO DE GREGORI- Titanic (1982)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #2: THE HOUSEMARTINS-London 0 Hull 4
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #3: THE NOTTING HILLBILLIES-Missing...Presumed Having A Good Time
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #4: EDDIE HINTON-Very Extremely Dangerous (1978)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #5: BIG COUNTRY-Steeltown, 1984
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #6: TESLA-Five Man Acoustical Jam, 1990
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 7: PRIDE & GLORY-Pride & Glory (1994)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #10: IZZY STRADLIN & THE JU JU HOUNDS (1992)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #11: WARRIOR SOUL-Drugs, God And The New Republic (1991)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #12: IAN HUNTER-Short Black N' Sides (1981)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 13: THE DICTATORS-Go Girl Crazy! (1975)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 14: POINT BLANK-Second Season (1977)

lunedì 18 luglio 2016

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 14 : POINT BLANK (Second Season)

POINT BLANK  Second Season (1977)




Sono uno di quelli che: spesso arriva prima la copertina della musica. Centro! Cappelli, barbe, jeans e stivali a riposo con tanto di amaca, prato e alberi verdi. I Point Blank sono texani e quando escono con SECOND SEASON, il southern rock sembra aver già dato il meglio di sé, e quel titolo sembra annunciare veramente una seconda stagione a venire. Lontana? Vicina? Il 1977 è un anno a lutto per il genere e la musica tutta (no, non sto parlando dell’avvento del punk, naturalmente), ma la band capitanata dal gigante Jack O’Daniel alla voce, dai chitarristi Rusty Burns e Kim Davis, dal piccolo bassista Philip Petty e il batterista Peter Gruen, sa quello che vuole. Il primo album, uscito un anno prima, prendeva la mira ma non centrava ancora il bersaglio, confuso dentro un boogie blues troppo alla ZZ Top (buoni compagni di tour tra l’altro). Su SECOND SEASON lasciano a casa il tastierista e la loro personale rilettura del blues inizia fin dalle prime battute di ‘Part Time Lover’ e ‘Back In The Alley’, dove l’armonica di O’ Daniel la fa da padrona. Nella lunga (otto minuti) e arpeggiata ballata ‘Stars And Scars' sono le due chitarre elettriche a prendersi la scena nell’infinito finale jammato. ‘Rock And Roll Hideway’ è la perfetta canzone per la strada: due, quattro ruote o autosop non fa differenza. ’ Beautiful Loser’ è una cover rubata al repertorio di quel Bob Seger che proprio in quegli anni sta vivendo la sua stagione d’oro. Il finale sembra un altro disco. I toni si alzano e le chitarre elettriche iniziano a fumare più di quel fucile che spesso li rappresenta. ‘Uncle Ned’ alza i toni, il blues si fa hard e la distanza da Free e Led Zeppelin si assottiglia.
Il rutilante finale è quasi cosa da NWOBHM. ‘Tattooed Lady’ anticipa l’intera carriera dei Molly Hatchet, ‘Nasty Notions’ va giù ancora duro. Alla sognante ballata ‘Waiting For A Change’ il compito di chiudere con un forte soffio sulle canne fumanti del fucile. Poi arriveranno gli anni ’80, il suono che vira verso l’AOR di maniera e le tastiere ricompaiono, la polvere sudista scompare e lo scioglimento è alle porte. La reunion negli anni 2000. Intanto anche la falce, come in mano ad un contadino troppo frettoloso, si porta via il minuto Philip Petty e il chitarrista Kim Davis. Ai soli O’Daniel e Rusty Burns il compito di portare ancora avanti il nome. L’ultimo disco uscito è VOLUME 9 del 2014 e tenta di ripercorre musicalmente i primi tempi. Riuscindoci pure discretamente.



DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 1: FRANCESCO DE GREGORI- Titanic (1982)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #2: THE HOUSEMARTINS-London 0 Hull 4
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #3: THE NOTTING HILLBILLIES-Missing...Presumed Having A Good Time
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #4: EDDIE HINTON-Very Extremely Dangerous (1978)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #5: BIG COUNTRY-Steeltown, 1984
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #6: TESLA-Five Man Acoustical Jam, 1990
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 7: PRIDE & GLORY-Pride & Glory (1994)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #10: IZZY STRADLIN & THE JU JU HOUNDS (1992)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #11: WARRIOR SOUL-Drugs, God And The New Republic (1991)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #12: IAN HUNTER-Short Black N' Sides (1981)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 13: THE DICTATORS-Go Girl Crazy! (1975)




venerdì 15 luglio 2016

DANIELE TENCA : INTERVISTA e nuovo album Love Is The Only Law

Uno dei più grandi pregi del cantautore milanese è riuscire ad unire l’America musicale del blues, del blue collar e dei folksinger con il suo vissuto personale, la quotidianità. Dopo un disco di denuncia dedicato al mondo del lavoro (‘Blues For The Working Class’), dopo l’impegno civile del precedente ‘Wake Up Nation’, cerca di esplorare maggiormente dentro se stesso e a un sentimento sempre difficile da inquadrare. Alla title track ‘Love Is The Only Law’ il compito di iniziare e chiudere questo nuovo percorso: “è una canzone (e un disco) sull'inevitabilità dell'Amore nelle nostre vite, che non sempre è un sentimento positivo. Le due anime della canzone rappresentano l'innocenza (acustica) e la consapevolezza (elettrica) con cui si affronta l'Amore nelle varie fasi della vita, tra fallimenti e rinascite”. La musica segue di pari passo: i volumi vengono abbassati e le ballate dai toni ombrosi e rarefatti dominano, interrotte da improvvise pennate elettriche “è nato dall'esigenza di raccontare forse prima a me stesso e poi agli altri che cosa ho imparato da alcune vicende personali, guardandomi quasi da fuori con la sincerità e la lucidità massima possibile. A livello sonoro, l'idea è stata quella di far incontrare il blues con un certo tipo di "americana", dato che di rumore coi dischi precedenti ne avevamo fatto già un pochino”. Anche il minutaggio è quello dei vecchi dischi di una volta “è un caso, anche se la voglia di farne un vinile fa capolino. Il minutaggio è figlio del fatto che ho voluto privilegiare l'essenzialità per dare evidenza massima a quello che volevo dire nelle canzoni, senza preoccuparmi della lunghezza. In generale, la musica "un tanto al chilo", con dischi che devono essere per forza lunghi un tot, non mi ha mai interessato più di tanto. Se qualcuno sentisse la mancanza di qualche assolo in più o coda strumentale in più, il mio consiglio è di venirci a sentire dal vivo!”.
Un grande aiuto in produzione, ma non solo, è arrivato dal bluesmam americano Guy Davis, produttore del disco insieme allo stesso Tenca e a Antonio Cupertino. Una collaborazione che ha lasciato buoni segni, sia umani che artistici “a livello umano, la grande passione e sensibilità con cui si è messo a disposizione del progetto dimostrandomi una stima che mi rende fiero, a livello artistico la capacità di usare la voce come strumento ritmico oltre che melodico, cosa che dà ancora maggiore potenza espressiva e che terrò bene a mente da qui in avanti, nel cantare e nello scrivere canzoni.” Da segnalare, infine, l’uscita per l’etichetta Route 61 di Ermanno Labianca, un progetto che sta andando avanti brillantemente con quell’antica passione artigianale che pare fuori dal tempo e che Tenca descrive bene in due sole parole: “passione e competenza. Ecco le due parole. Il fatto di avere al mio fianco Ermanno Labianca e tutta la Route 61 dà ulteriore credibilità al progetto e la sicurezza di poter lavorare con persone che credono nella musica e in me con una sensibilità che va oltre il fare bene il proprio lavoro”. (Enzo Curelli) da CLASSIX! #47 (Maggio/Giugno 2016)



  vedi anche
RECENSIONE: DANIELE TENCA-Blues For The Working Class/Live For The Working Class (2010/2012)
RECENSIONE: DANIELE TENCA-Wake Up Nation (2013)
 
 

martedì 5 luglio 2016

EUGENIO FINARDI live@ReLoad Festival, Biella, 3 Luglio 2016 e SUGO (1976)


EUGENIO FINARDI  Sugo (Cramps Records,1976)

Quale migliore occasione per riascoltare SUGO. Eugenio Finardi è in giro per l’Italia con un tour chiamato “40 anni di Musica Ribelle: 1976-2016”. Ieri sera sono stato colpito e affondato dalla classica nostalgia degli anni mai vissuti (anche se c’ero già), esattamente quando ha introdotto l’esecuzione per intero (“tranquilli, una volta i dischi duravano poco” ci avverte) del suo secondo album esattamente come fu registrato, grazie al ritrovamento di vecchi nastri dell’epoca che ha permesso ai suoi musicisti di approfondire lo studio sugli arrangiamenti originali. Finardi ha parlato dell’etichetta Cramps di Gianni Sassi, degli straordinari musicisti coinvolti nella registrazione di quel disco (Lucio Fabbri, Walter Calloni, Ares Tavolazzi, Lucio Bardi, Claudio Pascoli, Patrizio Fariselli, Alberto Camerini, Luca Francescani), della particolare atmosfera che si respirava in quegli anni, di come fu registrato: in due settimane, senza un piano stabilito, in assoluta libertà e con tanta voglia di jammare in studio.
Dal vivo l’ha eseguito al contrario, perché diversamente da un vinile, come ha spiegato, sopra ad un palco si deve iniziare piano (‘La Paura Del Domani’) e concludere con il botto (‘Musica Ribelle’). E così è stato. Anche se il bis dedicato al blues con l’esecuzione di ‘Hoochie Coochie Man’ ci dimostra quante carte potrebbe giocarsi in altri campi da gioco. “ Ora vi faccio un regalo io, perchè prima di essere un cantautore, sono un bluesman”. Pensare che ANIMA BLUES del 2005 è rimasto un progetto isolato non mi va giù. Vorrei una replica.
Se l'esordio NON GETTATE ALCUN OGGETTO DAL FINESTRINO destabilizzò il mondo musicale italiano, la seconda prova uscita solo un anno dopo, rafforza e consolida Finardi come una delle migliori promesse del rock italiano in grado di coniugare alla perfezione il cantautorato tradizionale con il rock anglosassone (per un italo americano è la perfezione!), e quel titolo, Sugo, fu proprio scelto per questa ragione: canzoni che abbracciavano più stili musicali, dal rock al country, il reggae, il rock progressivo, il jazz e pure qualcos’altro. “Il mio album Sugo e soprattutto Diesel su etichetta Cramps sono album di assoluta Fusion in cui lavoro con il mio gruppo e con parte degli Area” scrive nell’autobiografia Spostare L’Orrizonte. Ma è uno sguardo senza barriere davanti sulla forte confusione politica di quegli anni, sul terrore che serpeggiava nelle strade, sui cambiamenti sociali, sulla ribellione e le utopie che finirono per sfociare anche durante i concerti musicali. Il concerto al Parco Lambro fu uno spartiacque e si svolse proprio nel 1976. Forte dell'esperienza live del 1975, aprendo i concerti di Fabrizio De Andrè che appariva per la prima volta in pubblico-l’anarchico e il comunista si diceva-, iniziano ad affiorare le prime canzoni che diverranno dei classici da portarsi dietro per tutta la carriera . Gli amici Area aiutano in fase di composizione e si sente: ascoltare ‘Quasar’ per capire. ‘La Musica Ribelle’, con un mandolino elettrico al posto della chitarra, apre il disco con un messaggio teso e pesante, che sfiora l’immaginario punk, ma che si nasconde dietro alla spensierata ricerca del proprio futuro in età adolescenziale: un invito ad usare la musica come un fucile e un successo che piomba del tutto inaspettato diventando un inno di contestazione giovanile : “anna ha 18 anni e si sente tanto sola, ha la faccia triste e non dice una parola, tanto è sicura che nessuno la capirebbe e anche se capisse di certo la tradirebbe “. “Subito dopo aver fatto ‘Musica Ribelle’ io divento Eugenio Finardi” dirà. Ancora musica protagonista: quella che usciva dalle radio libere di quegli anni. Nei primissimi anni settanta, Finardi fu tra i primi dj a trasmettere certe canzoni (il reggae di Bob Marley, ad esempio, che sarà la base su cui poggerà la stesura di ‘C.I.A. cantata con il suo perfetto inglese). Fu invitato a scrivere un piccolo jingle per Radio Popolare: scrisse ‘La Radio’. Una divertente western song che in breve tempo diventò la sigla ufficiale di tutte le radio libere e...un altro successo. E poi ancora il consumismo trattato in ‘Soldi’ e la vita "on the road" del musicista raccontata in ‘Sulla Strada’. L’invito a inseguire i valori più semplici della vita che traspare da ‘Oggi Ho Imparato A Volare’ (...sembra strano ma è vero, c'ho pensato e mi son sentito sollevare come da uno strano capogiro il cuore mi si è quasi fermato e ho avuto paura e sono caduto ma per fortuna mi sono rialzato e ho riprovato...). C’è la sognante ‘Voglio’ (“probabilmente la canzone più bella, quella che preferisco”). Il disco si chiude con ‘La paura Del Domani’, un invito ad unire le forze per cambiare il futuro. Fondamentale.

giovedì 30 giugno 2016

RECENSIONE: THE CROWSROADS (Reels)

THE CROWSROADS  Reels (2016)





Ne sentiremo parlare. Bene.
La prima prova discografica del giovane duo bresciano è un piccolo bignami di quello che sono in grado di combinare sopra un grande palco, o lungo un marciapiede, in una piazza con dieci o mille persone, o più semplicemente tra le quattro mura di una stanza con gli amici fidati presenti. Il loro blues acustico non ha bisogno di pesanti sovrastrutture, luci stroboscopiche ed effetti speciali. Registrato in un Home Studio, senza troppe sovraincisioni (appunto), lasciando il campo libero alla loro bravura, i fratelli Matteo e Andrea Corvaglia, rispettivamente voce e chitarra acustica il primo e armonica (presenza serpeggiante che lascia il segno) e voce il secondo, si giocano le loro carte con naturalezza e disinvoltura da veri veterani della musica. Se non ci credete ascoltate le loro voci: vissute, vere ed emozionanti. Arrivano. Per questa prima prova decidono di mettere in vetrina le loro influenze musicali. 14 canzoni: 11 cover e 3 originali. Scorrendo le tracce si capisce benissimo la qualità (altissima) dei dischi che giravano per casa in gioventù (solo qualche anno fa in fondo ): vecchi dischi come DEJA VU (CSN & Y) con ‘Almost Cut My Hair' di David Crosby, ‘April Come She Will’ di Paul Simon e Art Garfunkel, la perfetta e inarrivabile ‘The Weight’ della Band, la riuscita ‘Blinded By The Light’ e ‘If I Shoul Fall Behind’ del primo e poi più maturo Bruce Springsteen, ‘Virginia Avenue’ di Tom Waits, ‘Little Wing’ di Jimi Hendrix, e vinili decisamente più recenti con il treno in corsa chiamato ‘Mother, When?’ dei Shouting Matches e la più delicata 'Homesick’ dei Kings Of Convenience. Insomma: puntano in alto e si mettono alla prova. Se ripetere il phatos e la rabbia originale di un ribelle David Crosby risulta quanto meno difficilmente replicabile, nel resto ci mettono del loro, con tanta passione e bravura, convincendo.
Le tre composizioni originali non cambiano le carte in tavola ma indicano il futuro prossimo: ‘Janis’ è un omaggio a Janis Joplin con la straordinaria partecipazione di Boris Savoldelli alla voce, ‘Athens’ è un alt folk orecchiabile che lascia il segno immediatamente, e ‘Pirate Flag’ è più strutturata, corale e suonata, già presente nella colonna sonora del film ROSSO MILLE MIGLIA. Un’altra carta da giocare. Con due piedi saldi nel passato della musica (blues, country e rock della vecchia scuola) e gli atri due in costante marcia nel presente (la scelta-giusta e coraggiosa- di partecipare alle selezioni di X Factor e la distribuzione del CD in allegato al Giornale di Brescia), i Crowsroads lanciano la loro sfida alle nuove e giovani stelle della musica italiana. Per me hanno già vinto.




4/qUARTI 2016 Borgosatollo (BS), 14 Maggio 2016
SEDDY MELLORY-Urban Cream Empire (2016)
BRESCIA ROCK (5 band da conoscere: Slick Steve & The Gangsters, Van Cleef Continental, Thee Jones Bones, Il Sindaco, The Union Freego)

lunedì 27 giugno 2016

RECENSIONE: BOBBY SOLO & SILVIA (Blues For Two)

BOBY SOLO & SILVIA  Blues For Two (Maxy Sound, 2016)





Mamma si è sempre vantata di avere il 45 giri di 'Una Lacrima Sul Viso'. Ma nessuno, in casa, lo vide mai. Effettivamente fu poi trovato, senza copertina e rigatissimo, in una scatola abbandonata in cantina. Tutto vero. Ora posso rispondere con questo BLUES FOR TWO. Chi conosce Bobby Solo sa che non è nuovo a cose (belle) del genere. In mezzo alle comparsate in TV sulle reti nazionalpopolari per fare felici le ex ragazze degli anni 60, ogni tanto tira fuori dischi sorprendentemente genuini e grezzi. Lo aveva già fatto omaggiando Johnny Cash (ricordate HOMEMADE JOHNNY CASH?) e John Lee Hooker. Con questo, registrato agli studi di Max Titi a Bussolengo (VR), che sarà il primo di una trilogia già annunciata, dichiara tutto il suo amore per il blues acustico con dodici cover ben scelte (Little Walter, Tony Joe White, B.B.King, John Lee Hooker, Bobbie Gentry, Muddy Waters, T-Bone Walker...). Due chitarre, un piede che batte il tempo, un'armonica e la sua voce che si distingue. Registrato senza troppi trucchi da studio e in presa diretta. Ad accompagnarlo, la bravissima e giovanissima Silvia Zaniboni, chitarrista ferrarese di talento e vera sorpresa del disco. Un ascolto curioso e sorprendente, Bobby Solo è sempre autoironico ma crede in quello che fa, e consigliato, partendo dalla bella versione di 'The Thrill Is Gone'.




giovedì 23 giugno 2016

RECENSIONE: NEIL YOUNG + THE PROMISE OF THE REAL (Earth)

NEIL YOUNG +THE PROMISE OF THE REAL- Earth (Reprise Records, 2016)





Ve lo immaginate NEIL YOUNG alle prese con la registrazione di questo disco? No, non sopra ad un palco per l’ennesimo concerto. Quella è la consueta routine d’artista con la valigia sempre pronta e i tour con i giovani PROMISE OF THE REAL (i figli di Willie Nelson e soci) lo hanno pure rivitalizzato. Ancora una volta. L’ennesima. Quella è la parte normale. Sto parlando dei rumori e suoni che ha disseminato qua e là, durante i quasi cento minuti (13 canzoni , 2 Cd) di registrazioni live, come fossero sementi da piantare ad una terra malata e agonizzante.
Immagino il giorno che uscì dal Broken Arrow Ranch, di mattina presto per farvi ritorno a tarda notte: mise in moto, a fatica, una delle vecchie auto parcheggiate nel personale Feelgood’s Garage-facciamo l’adorata Buick Roadmaster Sedanet detta “Black queen” del 1947 (l’ho scelta dal suo libro Special deluxe, c’è vasta scelta)-caricò due vecchi microfoni per registrazioni ambientali e un registratore a nastro e poi via alla ricerca di suoni e rumori da aggiungere alle canzoni già catturate live. Forse non sarà stato così ma lo voglio pensare e immaginarmelo dentro a pollai recintati per raccogliere il saluto mattiniero di galli e galline, alveari di api ronzanti, sulle rive di un lago per catturare i versi di anatre, grilli, corvi e rane, in alta montagna per ruscelli di acqua fresca e in verdi pascoli per cavalli e mucche, sulla spiaggia per le onde dell'oceano, poi via verso i rumori più molesti (sirene e clacson) delle affollate città, stazioni ferroviarie, ma anche le campane dei campanili che non ci stanno mai male. Tutto con in testa l’ingenua idea di creare un concept album dedicato a madre natura, ai pericoli, al futuro (se non è testarda coerenza questa?), la stessa signora natura che usciva ed esce un po’ meno giovane e ancora più malandata anche qui, perché ‘After The Gold Rush’ suonata al pianoforte c’è ed è sempre un bel ascoltare. “Look at Mother Nature On The Run, In The Nineteen Seventies” cantava già nel 1970 e canta pure oggi. Scaletta bizzarra - e coraggiosa - dove insieme all’unico inedito, la tirata rock di ‘Seed Justice’, trovano posto ‘Vampire Blues’ da ON THE BEACH, ‘My Country Home’ e i torrenziali ventotto minuti di ‘Love And Only Love’ da RAGGED GLORY, alcuni estratti dal disco "attacco alla Monsanto" dello scorso anno con i Promise Of The Real (‘The Monsanto Years’, ‘Big Box’, ‘People Want To Hear About Love’, ‘Wolf Moon’) e alcune sorprese come ‘Western Hero’ da SLEEPS WITH ANGELS e una rumorosa ‘Hippie Dream’ da LANDING ON WATER (1986), originariamente scritta per David Crosby e poi estesa a tutte le vittime degli eccessi, di ogni natura. Un disco fiume che vive di tanti momenti elettrici ma anche di respiri agresti come ‘Human Highway’ e ‘Wolf Moon’ o l’immancabile organo a pompa che apre in ‘Mother Earth’.
Un live album ufficiale che mancava dal lontano 2000 (ROAD ROCK), escludendo tutti quelli usciti dall’archivio. Un live album atipico, però. Se molti si vantano di non aver aggiunto sovraincisioni nei loro dischi dal vivo, Young si vanta, come un ragazzino spavaldo, del contrario: oltre a tutti i suoni aggiunti, in ‘People want To Hear About Love’ ci mette la voce nera di D.R.A.M. e la tromba di Nico Segal.
"So quello che voglio e non accetto altro. Mi sento bene. So che posso ancora continuare. Non c'è nessun motivo per non continuare, perché riesco ancora a vedere dove sto andando. Non lo vedo chiaramente, ma so che è là fuori" racconta in una recente intervista a Uncut.
Ora vado, la Black Queen è arrivata sotto casa e a Neil non so mai dire no, anche quando non ci dice nulla di nuovo ma ci ripete fino alla nausea l'ennesima lezione.
Eccomi!



RECENSIONE: NEIL YOUNG-A Treasure (2011)
RECENSIONE: NEIL YOUNG & CRAZY HORSE- Americana (2012)
RECENSIONE: NEIL YOUNG & CRAZY HORSE-Psychedelic Pill (2012)
RECENSIONE: NEIL YOUNG-Live At The Cellar Door (2013)
RECENSIONE: NEIL YOUNG-Storytone (2014)
NEIL YOUNG & CRAZY HORSE live @ Barolo, 21 Luglio 2014
RECENSIONE: NEIL YOUNG + PROMISE OF THE REAL-The Monsanto Years (2015)
RECENSIONE: NEIL YOUNG-Bluenote Cafè (2015)

martedì 21 giugno 2016

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 13: THE DICTATORS (Go Girl Crazy!)

THE DICTATORS-Go Girl Crazy! (1975)




Dick Manitoba, voce impazzita e mascotte del gruppo guidato dal bassista e cantante Andy Shernoff, aveva di che essere felice quando posò con fare da wrestler cazzone in quel putrido spogliatoio di chissà quale locale sotterraneo di New York (o palestra?). Pochi suonavano come loro in quel 1975. Un solo anno dopo, tutti gli armadietti saranno aperti e occupati da altri gruppi che ruberanno la scena senza troppi complimenti, scardinando lucchetti, rubando asciugamani e calpestando il sudore già versato. Complici l’etichetta Epic che li scaricò immediatamente (un flop commerciale) e un suono che arrivò leggermente prima dello scoppio: hard rock, garage, pop e proto punk potevano convivere insieme e rimanere legati dall’idiozia adolescenziale e da testi irriverenti, sarcastici e satirici. Tacciati pure di omofobia in alcuni casi (nota la rissa tra il transgender Wayne County e Manitoba con quest’ultimo che ebbe la peggio).
La cover di ‘California Sun’ arrivò prima di quella dei fratellini Ramones, ‘I Got You Babe’ rileggeva Sonny & Cher, ‘(I Live For) Cars And Girls’ chiariva la loro filosofia fancazzista, ‘Teengenerate’ passa dal suono di un organo alla classica rullata di ‘Be My Baby’ prima di catapultarci dentro a giornate tipo (mangiando uova e guardando la TV), gli assoli di Ross "The Boss" Funichello in ‘Back To Africa’ e ‘ Master Race Rock’ (“Let’s Go, Let’s Go” vi dice nulla?) anticipavano un futuro nei Manowar, il gruppo più tamarro che abbia calcato i palchi metal, l’altro chitarrista Scott Kempner formerà invece i più “seri” Del-Lords. Fight For Your Right To Party. Una festa breve ma che ha lasciato il segno: prima dell’apertura ‘The Next Big Thing’, Manitoba è chiarissimo nel dichiarare: “questo è solo un hobby”. Dentro a quello spogliatoio si sente ancora il loro sudore maleodorante ma la giacca rossa glitterata, con il nome “Handsome Dick Manitoba” cucito sul retro, brilla ancora quarant'anni dopo.




DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 1: FRANCESCO DE GREGORI- Titanic (1982)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #2: THE HOUSEMARTINS-London 0 Hull 4
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #3: THE NOTTING HILLBILLIES-Missing...Presumed Having A Good Time
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #4: EDDIE HINTON-Very Extremely Dangerous (1978)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #5: BIG COUNTRY-Steeltown, 1984
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #6: TESLA-Five Man Acoustical Jam, 1990
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 7: PRIDE & GLORY-Pride & Glory (1994)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #10: IZZY STRADLIN & THE JU JU HOUNDS (1992)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #11: WARRIOR SOUL-Drugs, God And The New Republic (1991)
DISCI DA ISOLA AFFOLLATA #12: IAN HUNTER-Short Black N' Sides (1981)


venerdì 17 giugno 2016

RECENSIONE: PAUL SIMON (Stranger To Stranger)

 PAUL SIMON  Stranger To Stranger (Concord Records, 2016)





Ahhhh questi ultrasettantenni. Li adoro un po’ tutti. Ancora. Chi è fermo sullo stesso marciapiede da una vita, chi ha cercato di cambiare strada, senza le capacità al cambiamento, facendo pessime figure per poi ritornare sui propri passi in fretta e chi cambia, con la naturale propensione al cambiamento, rischia e porta a casa sempre qualcosa di interessante. Paul Simon appartiene a questa terza categoria. Un curioso, un viaggiatore. STRANGER TO STRANGER sta bene proprio lì: tra, i per me inarrivabili, GRACELAND (1986) e THE RHYTHM OF THE SAINTS (1990), ma alcuni semi di world music li aveva già gettati insieme a Art Gurfunkel e fin dal primo album solista del 1972, e lo strano e ostico esperimento con Brian Eno in SURPRISE (2006), che in verità dovrei riprendere in mano senza avere il coraggio di farlo una volta per tutte, e l’ultimo uscito, il buon SO BEAUTIFUL OR SO WHAT (2011). Simon è ancora un folk singer con l’accento pop marcato (che voce!) certamente tra i più atipici, (‘Insomniac’s Lullaby’, solo chitarra e voce che chiude il disco ma è stata anche la prima canzone scritta per l’album, ce lo dimostra) a cui piace ancora avventurarsi in giro per il mondo e saltellare avanti e indietro nel tempo, raccontare di omicidi consumati in famiglie benestanti in quel di Milwaukee (‘The Werewof’), di campioni di baseball “velocissimi” degli anni ’30 (‘Cool Papa Bell’), di veterani di guerre mica troppo lontane da noi (‘The Riverbank’), homeless visionari (‘Street Angel’) e guaritori brasiliani (‘la stupenda’Proof Of Love’) . Di amore. Sopra alla sua valigia non mancano, anche questa volta, adesivi stampati nella lontana Africa, in Sud America, in Spagna (c’è tanto Flamenco) e pure in Italia. Il coraggio di non rinnegare il presente, ma viverlo, lo porta all’incontro, avvenuto a Milano e proseguito via Internet, con Cristiano Crisci o Digi G’Alessio (scegliete voi) e il suo progetto dance Clap! Clap!. Ecco che la presenza di loop, campionamenti e elettronica diventano il collante che unisce i suoi viaggi fisici e mentali. In modo perfetto. Senza strafare. Senza Paul Simon: Digi G’Alessio o Cristiano Crisci (scegliete voi ancora una volta) per me sarebbe rimasto per sempre dentro ad una discoteca di provincia. Invece no.
Con ‘In A Parade’, anche se qui Clap! Clap! non ci sono, si balla parlando di schizofrenia! Un disco compatto (38 minuti, 11 canzoni) che inizialmente da l’impressione di incompiutezza, tanto che due tracce, ‘The Clock’, ‘In The Garden Of Edie’, sono corti riempitivi, ( e qui arriva la versione deluxe a rimpolpare) ma poi si rivela per quello che è: il disco, con belle canzoni-la liquidità della title track con la tromba di C.J. Camerieri (immaginatela  sulle labbra di Miles Davis), mi ha già invaso-di un esploratore che non ama i confini e che già nel 1976 diceva di essere “ancora pazzo dopo tanti anni”. Pensate cos’è oggi!




RECENSIONE: LUCINDA WILLIAMS-The Ghosts Of Highway 20 (2016)
RECENSIONE: PARKER MILLSAP-The Very Last Day (2016)
THE WHITE BUFFALO. Per la prima volta in Italia. Due date: 28 Luglio a Ravenna, 30 Luglio a Brescia
RECENSIONE: WILLIE NILE-World War Willie (2016)
RECENSIONE: ZAKK WYLDE-Book Of Shadows II (2016)
RECENSIONE: HAYES CARLL-Lovers And leavers (2016)
RECENSIONE: STURGILL SIMPSON-A Sailor’s Guide To Earth (2016)
RECENSIONE: MALCOLM HOLCOMBE-Another Black Hole (2016)
RECENSIONE: JOHN DOE-The Westerner (2016)
RECENSIONE: TOM GILLAM &THE KOZMIC MESSENGERS-Beautiful  Dream (2016)
RECENSIONE: MATT ANDERSEN-Honest Man (2016)
RECENSIONE: TONY JOE WHITE-Rain Crow (2016)
REPORT LIVE: GRAHAM NASH live@Teatro Sociale COMO, 3 Giugno 2016



martedì 14 giugno 2016

FIGURINE (con quella faccia... un po' Rock): #5.GIANFRANCO ZIGONI & #6.ORLANDO PEREIRA


#5. “Se non ci fosse bisognerebbe inventarlo”, dicevano i tifosi del Verona riferendosi a GIANFRANCO ZIGONI. Tra le righe bianche dei campi da calcio si potevano ancora leggere poesie: surreali, folli, maledette, passionali, anche comiche. Erano gli anni settanta (1975/76), quando assistendo ud una partita di serie A seduto in tribuna o in piedi in curva, potevi ammutolire dallo stupore di fronte ad un calciatore con cappello da cow boy e pelliccia che seguiva le linee bianche della follia che lo portavano ad accomodarsi in panchina. Lui era ZIGONI, detto “Zigo”, classe ’44, mancina e possente ala sinistra del Verona (ma anche Juventus, Genoa e Roma) che in segno di sdegno e protesta verso il suo allenatore Valcareggi, che quel giorno decise di non farlo giocare, si conciò in quel modo e così vi rimase per tutta la durata della partita. “Era come se il Brasile lasciasse fuori Pelè” dirà con la sua solita “gradassa” autostima da buon veneto con il bicchiere di frizzantino sempre in mano e bello fresco da mandar giù . Ma è solo uno dei tanti episodi di un calciatore fuori da ogni schema stabilito: uno che andava in ritiro con la pistola nel fodero come un pistolero del vecchio west (“la mano sinistra di Dio”, si autodefinì) e passava le nottate pre-partita a sparare ai lampioni fuori dalla stanza d’albergo, uno che sfruttava i compagni di stanza più giovani come schiavi alla corte del re, chiedere dettagli al povero Francesco Guidolin, attuale allenatore dell’Udinese…oppure in giro per locali a caccia di donne e sesso invece di stare chiuso nei famigerati ritiri che ai suoi occhi avevano tutte le connotazioni di prigioni per anime libere. Per non parlare di quegli arbitri e guardalinee additati come nemici pubblici numeri uno e la serie infinita di giornate di squalifica che ne conseguirono, l’amore per il vino Raboso, Bob Dylan e Fabrizio De Andrè, le corse in macchina a 200 km/h con incidenti annessi. Tutto e di più raccontato nel libro “Dio Zigo pensaci tu” che scrisse, qualche anno fa, insieme a Ezio Vendrame (altro bel personaggio), una carrellata di episodi che sembrano arrivare da un’altra epoca tanto sono folli, ingenui e caserecci, così lontani dal calcio “finto” e costruito di oggi.
“Nel mondo di grandi siamo in tre, credo: io, Vendrame e Che Guevara…poi il più grande, Dio”. Disse Zigoni, aggiungendo un “credo” di troppo, credo. (EC)
 
 
 
#6. ORLANDO PEREIRA con quel look da menestrello medievale o se preferite da Ian Anderson (Jethro Tull) periodo “Songs From The Woods”, che poi è quasi la stessa cosa, passò in Italia veloce come un frecciarossa in un giorno senza scioperi, lui che in campo guidava la difesa con passo lento, troppo lento per il nostro campionato. Difensore brasiliano, “lungagnone” (m 1,84 , kg 71 dice l’album pan...ini 1981/82), con un curriculum vitae non propriamente esaltante ma da buon gregario difensivo: dal 1970 militò nel Santos, Coritiba e America RJ, fino ad arrivare al suo passaggio al Vasco Da Gama nel 1977, vi rimase fino al 1981 e vinse uno scudetto. Anche in nazionale la sua carriera non fu delle più felici, solo 7 le presenze, prima del mondiale argentino del 1978.
A Udine arrivò alla “veneranda” età di 32 anni, non si sa bene come e perchè, nella stagione 1981/82 proveniente da quel Vasco Da Gama dove fu compagno del mitico Roberto Dinamite, la cui potenza del tiro è tutta celata nel nome. In Friuli trovò ad attenderlo l’allenatore Enzo Ferrari, reduce dal successo nel campionato primavera, alla prima esperienza in massima divisione e che qualche anno dopo fu il primo allenatore italiano ad espatriare all’estero (in Spagna nel Real Saragozza) , e Franco Causio, il nuovo prestigioso acquisto prelevato dalla Juventus e primo tassello di una “squadra dei sogni” che arriverà.
Il povero Orlando morirà giovanissimo a soli 49 anni. Una fine triste quasi come lo sguardo in questa figurina: soffriva di labirintite, ed uno giorno del 1998 mentre era in ritiro con la squadra giovanile del Vasco Da Gama, di cui diventò allenatore, scivolò nella stanza d’albergo, provocandosi la frattura della quinta vertebra della colonna, rimase paralizzato e morì un anno dopo a seguito di complicazioni cardiache.
Il brasiliano aprirà le porte a tanti altri suoi connazionali. Quando finì la stagione 1981/82 che l’Udinese concluse all’ottavo posto con 26 punti , Orlando pur avendo totalizzato 29 presenze (tra i più presenti), in Giugno lasciò l’Italia e qualche striscia di simpatia, proprio mentre nel campionato mondiale di Spagna ‘82, la squadra brasiliana metteva in vetrina i suoi campioni migliori che presto sarebbero sbarcati da noi. Da Edinho che l’anno dopo ne prese il posto al centro della difesa friulana, fino a Zico che in Friuli lasciò ben altri ricordi calcistici, entrando nel mito. (EC)
 

 

giovedì 9 giugno 2016

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 12: IAN HUNTER (Short Back N'Sides)

IAN HUNTER-Short Back N’ Sides (1981)




Per tutti i grandi che hanno cavalcato da protagonisti gli anni settanta, presentarsi preparati al nuovo decennio che bussava alle porte non è stato facile. Fu una sfida e tanti la persero. IAN HUNTER, cuore inglese con anima americana, ci prova nel migliore ma più difficile dei modi, con coraggio e spregiudicatezza, visto che deve difendere una reputazione dopo il riuscito YOU’RE NEVER ALONE WITH A SCHIZOPHRENIC uscito nel 1979 (senza dimenticare i Mott The Hoople), e lo fa reclutando 2/4 del più grande gruppo sulla piazza in quel momento, consegnando loro le chiavi dello studio di registrazione Power Station a New York. Sono i Clash a segnare il passo di queste dieci canzoni, ed è proprio MICK JONES a dettare legge in produzione e alla chitarra (insieme a MICK RONSON), unitamente al sempre poco raccomandabile e defilato TOPPER HEADON che siede dietro alla batteria. Un taglio agli inconfondibili ricci, brillantina in testa e si parte con un disco che scivola in mille direzioni diverse. Non cercate sicuri punti di riferimento qua dentro. Se una certa normalità è scandita e garantita dal rock’n’roll clashiano di ‘Lisa Likes Rock N’Roll’, ‘Gun Control’ (una marcetta che avanza divertente con i suoi ganci reggae) e ‘Central Park N’ West’ e dalle ballate come ‘Rain’ e ‘Old Records Never Die’, una romantica ode alla musica; sono i pezzi più coraggiosi e fuori misura a sorprendere.
Mick Ronson, Mick Jones e Ian Hunter in studio
Il reggae/dub tout court di ‘Theatre Of The Absurd’, le traballanti impalcature di modernismi in ‘Noises’ costruite tra rumori assortiti, caos dub e rap primitivo, i frizzanti momenti pop R&B di ‘I Need Your Love’ con il sax di GARY WINDO e il basso di TODD RUNDGREN (anche ai cori), e il funk cantato con voce suadente da navigato crooner di ‘Leave Me Alone’. A concludere una ‘Keep On Burnin’ che inizialmente avanza timida come qualche ballata notturna estrapolata da THE RIVER di Springsteen ma poi si tinge di soul, esplodendo nel finale sorprendentemente gospel. Questo è il SANDINISTA di Ian Hunter. Sì, insomma…quasi.




DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 1: FRANCESCO DE GREGORI- Titanic (1982)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #2: THE HOUSEMARTINS-London 0 Hull 4
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #3: THE NOTTING HILLBILLIES-Missing...Presumed Having A Good Time
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #4: EDDIE HINTON-Very Extremely Dangerous (1978)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #5: BIG COUNTRY-Steeltown, 1984
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #6: TESLA-Five Man Acoustical Jam, 1990
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 7: PRIDE & GLORY-Pride & Glory (1994)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #10: IZZY STRADLIN & THE JU JU HOUNDS (1992)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #11: WARRIOR SOUL-Drugs, God And The New Republic (1991)

lunedì 6 giugno 2016

REPORT LIVE: GRAHAM NASH live@Teatro Sociale COMO, 3 Giugno 2016

Usciti dallo splendido Teatro Sociale di Como, la pioggia continua a scendere, è pure calata un po' di nebbia e sembra più autunno che Giugno, ci rifugiamo dentro a un piccolo e accogliente pub, uno dei più antichi dentro alle mura che circondano la città sul lago. Cerchiamo un tavolo e lo troviamo a  fatica, è pieno di ragazzi ed è pur sempre venerdì sera, e il loro primo pensiero non è certamente il concerto di Graham Nash appena concluso. Una signora, lei sì più anziana di noi, è seduta ad un altro tavolo con il marito, era al concerto come noi, ma sembra aver gradito poco: "bravo Nash, ma quanta tristezza in quelle canzoni! Solo nel finale mi sono divertita!". Non rispondo, se non dentro di me: "Ma come? Sono uscito da quel teatro pieno di gioia di vivere! O quella signora non è stata veramente al concerto, o non ha percepito l'atmosfera magica che vi aleggiava. Ma c'è una terza ipotesi: potrei essere troppo ottimista io." No, fermi: l'ultima la scarto immediatamente.
Io ho visto solo gioia, entusiasmo e voglia di vivere e me le sto trascinando ancora dietro, a tre giorni dal concerto. Proprio ora mentre sto scrivendo.
Piacere iniziato fin da subito con l'entrata in scena di Graham Nash, a piedi scalzi sopra all'intimo angolo preparato a centro palco, fatto di soli tappeti e candele, e quell'apertura dedicata al suo passato più remoto: Bus Stop (il loro più grande successo) e King Midas In Reverse della sua prima band The Hollies, nata a Manchester negli anni sessanta inseguendo cìò che usciva dalle radio dell'epoca, Everly Brothers in primis. Passarono pure al Festival di Sanremo nel 1967 accompagnando Mino Reitano, ma pochi se ne accorsero.
Vivacità proseguita nel seguire il percorso tracciato con il suo ultimo disco THIS PATH TONIGHT (splendida la title track), uscito dopo quattordici anni di assenza discografica da solista, che guarda al passato (Golden Days) ma che sa affrontare bene il presente (Myself At Last) e il futuro, segnati fortemente dal matrimonio naufragato dopo 38 anni con Susan Sennett e dalla nuova relazione con Amy Grantham, una donna molto più giovane che sembra aver fatto bene anche al lato artistico di Nash.
Curiosità nel rivedere Shane Fontayne, anche lui inglese emigrato negli USA, chitarrista che avevo lasciato per l'ultima volta in quella Pasqua piovosa del 1993 allo stadio Bentegodi di Verona quando accompagnò in tour Bruce Springsteen, allora orfano della E Street Band. Lo lasciai con i capelli ricci, neri e lunghi, lo ritrovo con i capelli corti e brizzolati ma sempre bravissimo alla chitarra e ai cori. Una spalla (anche produttore dell'ultimo disco) ideale e affidabile come pochi.
Stupore nell'ascoltare con quale classe Nash (voce ancora cristallina) riesce a dare una seconda vita anche ad un disco di CSN, inutile fin dalla brutta copertina, come LIVE IT UP uscito nel 1990. House Of Broken Dreams, che leggenda vuole ispirata dall'amico David Gilmour, arriva da lì e non sfigura affatto in mezzo a tanti successi. Comunque su quel disco c'erano almeno un altro paio di buone canzoni scritte dai compagni di sempre.
Estasiato nel sentire quanto Wasted On The Way, scritta nel 1980 ricordando tutto il tempo e le tante opportunità che CSN persero in favore di altri effimeri piaceri, sia la canzone che questa sera suona più west coast anni 70 di tutte.
Dolcezza nel sentire le dediche fatte a Levon Helm (la nuova Back Home) e soprattutto a Joni Mitchell (Simple Man, I Used To Be A King), donna, artista e amante fondamentale nella carriera di Nash. Senza di lei non ci sarebbe stato lo sbarco definitivo negli States, e forse nulla di quello che abbiamo ascoltato in questo concerto. "La sua bellezza era un dono quasi altrettanto grande quanto il suo talento e io ero stato risucchiato nella sua orbita, ammaliato fin dal primo istante" scrive Nash nell' autobiografia Wild Tales.
Beatitudine nel sentire Cathedral per l'ennesima volta, e ti sembra di volare sopra la cattedrale di Winchester e perderti tra le rocce di Stonehenge. Canzone composta sotto il pesante effetto di acidi e capolavoro assoluto e inarrivabile della sua carriera. Uscì nel 1977 insieme ad altre magnifiche canzoni (purtroppo assenti stasera) come Cold Rain,  e Carried Away  in quel disco targato CSN con barca in copertina, spesso dimenticato ma che per molti aspetti rappresenta il vero vertice compositivo del trio.
Piacere nel sentire due canzoni (Immigration Man e Wind On Water) estratte dai primi due dischi usciti a nome Crosby & Nash. Anche se l'amicizia così ben raccontata nell' autobiografia, oggi sembra vivere uno dei peggiori periodi di sempre. Mai più Crosby, Stills & Nash? Sembra sia proprio così.
Ho percepito il focoso brio in quello spirito battagliero da vecchio hippie che non si è ancora affievolito dopo tanti anni. L'esecuzione di Chicago al piano, protest song per eccellenza, è stata un buono spunto per metterci in guardia sull'imminente pericolo chiamato Donald Trump.
Insomma, potrei continuare con il finale che è tanto piaciuto alla signora seduta al pub ma credo che possa bastare tutto questo (ho perfino lasciato fuori, volutamente, le canzoni di CSN seduti nel divano e Deja Vu) per capire quanta vita si sia adagiata tra le poltroncine rosse del teatro in questa magica serata.
Gioia, vivacità, brio, curiosità, stupore, piacere, beatitudine non sono parole che associo alla tristezza.
Se ancora non siete convinti: ascoltate l'ispirato THIS PATH TONIGHT, il sentiero di un uomo che, a settantaquattro anni,  sta ancora correndo, a piedi rigorosamente scalzi, verso nuove mete di vita.

qui altre FOTO

SETLIST
Bus Stop / King Midas In Reverse / Marrakesh Express / I Used To Be A king / Immigration Man / Sleep Song / This Path Tonight / Myself At Last / Wind On Water / Wasted On The Way / Simple Man / Taken At All / House Of Broken Dreams / Mississippi Burning / Back Home / Golden Days / Cathedral / Our House / Chicago / Blackbird / Teach Your Children
 


 

sabato 4 giugno 2016

GRAHAM NASH live@Teatro Sociale, COMO, 3 Giugno 2016








SETLIST
Bus Stop / King Midas In Reverse / Marrakesh Express / I Used To Be A king / Immigration Man / Sleep Song / This Path Tonight / Myself At Last / Wind On Water / Wasted On The Way / Simple Man / Taken At All / House Of Broken Dreams / Mississippi Burning / Back Home / Golden Days / Cathedral / Our House / Chicago / Blackbird / Teach Your Children



mercoledì 1 giugno 2016

RECENSIONE: TONY JOE WHITE (Rain Crow)

TONY JOE WHITE  Rain Crow (Swamp/Yep Records, 2016)





Insomma, la voce non è più quella nera, nerissima e baritonale dei tempi migliori, allenata ascoltando Lighting Hopkins, del trittico perfetto: BLACK AND WHITE (1968), …CONTINUED (1969) e TONY JOE (1970), ora è più secca e profonda che mai, anche se resta la miglior voce per raccontare certe storie, che siano oscure o più commoventi, come quelle che animano ‘The Bad Wind’ popolata da pistole, infimi bar e tradimenti o ‘The Middle Of Nowhere’ scritta insieme a Billy Bob Thornton che narra la vera vicenda di un amico trentenne affetto dalla sindrome di Down, desideroso di salire sullo scuolabus che vede passare tutti i giorni davanti a casa. Il suo volto in copertina inquieta pure un po’, metà Crocodile Dundee metà Freddy Krueger, ma TONY JOE WHITE, 73 anni a Luglio, si conferma il re indiscusso dello swamp rock, ora che John Fogerty sembra più interessato a cover e duetti e il compianto J.J. Cale ha raggiunto per sempre la sua Cajun Moon, lassù da qualche parte.
Il nuovo album (l’ultimo fu HOODOO nel 2013) registrato nel suo studio di registrazione in Tennessee con il figlio Jody in produzione, l’aiuto della moglie Leann per alcuni testi, e i soli Steve Forrest e Bryan Owings al basso e batteria (più Tyson Rogers alle tastiere), si addentra come sempre tra le pieghe calde e umide del profondo Sud degli States, tra i suoi antenati Cherokee, tra donne dai poteri magici (‘Hoochie Woman’), riti propiziatori che riportano la memoria alla fattoria di suo padre dove è cresciuto (‘Rain Crow’), storie di ordinaria follia e di grandi misteri nascosti tra le paludi e la luna della sua terra nativa, la Louisiana. Suono secco, grezzo, spontaneo e diretto con l’ inconfondibile chitarra “whomper stomper” (così autodefinì la sua tecnica) e l’armonica, si viaggia a ritmi spesso lenti dalla cadenza quasi tribale (‘Conjure Child’), mentre qualche volta si accelera (’The Opening Of The Box’), ma raramente. Nessun altro sa raccontare ancora queste storie così bene (‘Tell Me A Swamp Story’). Tony Joe White continua a fare bene quello che sa fare meglio. Meglio di chiunque altro.



RECENSIONE: LUCINDA WILLIAMS-The Ghosts Of Highway 20 (2016)
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THE WHITE BUFFALO. Per la prima volta in Italia. Due date: 28 Luglio a Ravenna, 30 Luglio a Brescia
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RECENSIONE: MATT ANDERSEN-Honest Man (2016)

lunedì 30 maggio 2016

RECENSIONE: MATT ANDERSEN (Honest Man)

MATT ANDERSEN   Honest Man (True North Records/IRD, 2016)







Questo no, questo no. Questo! La copertina mi suggerisce un sì. Disco perfetto per un sabato mattina con il sole già alto e curioso di entrare dalle finestre. Matt Andersen è un omone canadese, grande e grosso con una voce avvolgente, rassicurante e che arriva. HONEST MAN è l'ottavo disco della sua carriera, registrato a New York insieme al produttore Commissioner Gordon (Amy Winehouse, Josh Stone). Le precedenti uscite fecero incetta di nomination nelle classifiche di fine anno e questo sembra essere ancora più immediato dei precedenti cercando la strada del mainstream ma con una certa classe che di certo non gli rovinerà la reputazione costruita in passato.
Un disco che si apre con una traccia solare (ah, ok è mattina) che mi ricorda Jack Johnson. Mi spaventa, ma poi le restanti nove canzoni (tra il personale e qualche stoccata politica) si prendono per mano una buona mezz'ora della giornata trascinandola in un fedele cassetto stracolmo di ballate soul, R&B di casa Motown Stax, e southern blues con i fiati che spesso vincono sui numerosi ma non invadenti loop moderni inseriti dal produttore, che vorrebbero portare tutto verso le strade del pop, ma fortunatamente non ci riescono ancora del tutto. Insomma, nonostante tutto, rimane ancora un uomo onesto. Nel finale compare pure un flauto jazzy e lui sembra vestire e riempire bene i larghi vestiti del vecchio, compianto Joe Cocker. Non un capolavoro ma un onesto ascolto per passare i migliori momenti  di una giornata.




RECENSIONE: LUCINDA WILLIAMS-The Ghosts Of Highway 20 (2016)
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