venerdì 8 dicembre 2017

RECENSIONE: SUPERDOWNHOME (Twenty-Four Days)

SUPERDOWNHOME   Twenty-Four Days (Slang/Warner 2017)



Quando vedo le classifiche dei migliori dischi dell’anno già a fine Novembre un po' mi incazzo, non che sia così importante, i dischi non hanno scadenze, ma... Il perché ce l'ho sotto gli occhi e dentro le orecchie in questo momento, anche se per ora solo in formato digitale. Già: TWENTY- FOUR DAYS, il primo disco completo dei bresciani SUPERDOWNHOME uscirà solo il 25 Dicembre (presentazione ufficiale alla Latteria Molloy di Brescia proprio il giorno di Natale) e si preannuncia come una piccola bomba con deflagrazione lunga poco più di trenta minuti, pochi ma abbastanza per far scattare un applauso da Natale in avanti. E credo che il 2018 sarà un anno importante per loro. A inizio anno, qui siamo ancora nel 2017 però, il duo formato dagli esperti musicisti Beppe Facchetti (cassa e rullante) e Henry Sauda (chitarre, cigar box, Diddley bow e voce) si era presentato al grande pubblico con l’ep che metteva in bella mostra l’approccio al blues, tradizionale ma personale, a cui potete aggiungere un “rural” se volete seguire il suggerimento, grezzo e genuino nato sulle orme di one man band come il vecchio Seasick Steve e quel pazzo di Scott H Biram: blues ridotto all’osso nella forma, nella sostanza, nella strumentazione. In mezzo tra ep e lp (mi piace chiamarlo così, chissà se uscirà anche in versione vinile?): tanti concerti e importanti festival (Narcao, Soiano, Sound Tracks) e incontri che si trasformeranno in spontanee collaborazioni come vedremo. TWENTY-FOUR DAYS, registrato nuovamente al Bluefemme Studio insieme a Marco Franzoni e Ronnie Amighetti (affiatata squadra vincente non si cambia) mantiene fede a quell’ approccio primitivo ma aggiunge mille altre sfumature di abbellimento. Dall’assalto proto punk incendiario e rivoluzionario di ‘Kick Out The Jams’ degli Mc5, una delle tre cover presenti, le altre sono ‘Stop Breaking Down Blues’ del padre Robert Johnson e lo schiaffo al razzismo ‘Down In Mississippi’ di J.B. Lenoir (ripresa da tantissimi ma mi piace ricordare la bella versione di Mavis Staples) alle numerose sfumature dei sette brani originali che si allungano sul rock'n'roll, il folk e il country (‘Goodbye Girl’) ma quello che più stupisce è l’elevato potenziale (anche commerciale perché no?) di ogni singolo brano. Come rimanere fermi davanti al contagioso chorus di ‘Long Time Blues’, e proprio qui incontriamo il grande ospite del disco, il mastodontico chitarrista newyorchese Popa Chubby che piazza il suo cattivo assolo di chitarra (lo ritroviamo anche nella cover di Robert Johnson), davanti alla viziosa ‘Over You’, alla zztopiana ‘Disabuse Boogie', nell’oscuro incedere della più stratificata title track. Natale è vicino. Fatevi un regalo.




SUPERDOWNHOME-Superdownhome (Roam, 2017)

Un contrasto vincente! Non lasciatevi ingannare troppo dalla copertina che li ritrae seduti, elegantemente vestiti, su due poltrone Chesterfield. E non dovrete farvi ingannare nemmeno da come si presentano in concerto: esattamente così. A cambiare sono solo le poltrone vintage, sostituite da due poveri sgabelli. Dal lato blu notte esce la figura di Enrico Sauda, seduto alle prese con le sue chitarre (cigar box artigianali comprese), dal lato rosso carminio Beppe Facchetti, seduto dietro a cassa e rullante. Il minimo indispensabile. Il contrasto qual è allora? La musica. Perché proprio di sottrazione vivono le loro canzoni. I due esperti musicisti bresciani sono in giro da circa due anni sotto il nome Superdownhome, ma solo ora sembrano aver trovato la strada vincente, e ce la mostrano con questo primo ep prodotto da Marco Franzoni e Ronnie Amighetti (preludio a qualcosa di più sostanzioso, si spera) composto da cinque brani: quattro autografi e la cover di ‘Shake Your Money Maker’ di Elmore James. Sauda e Facchetti hanno trovato nel rock blues viscerale, terroso, innaffiato da buone dosi di alcol, e molto vicino a personaggi come Seasick Steve e Scott H. Biram (giustamente omaggiati durante i live), ma anche i Black Keys, il loro punto in comune. Basterebbe l’ascolto della riuscitissima ‘Can’t Sweep Away’ a fugare ogni dubbio, con il bellissimo video compreso. Enrico Sauda è un dotatissimo chitarrista dall’animo rock blues, con un alcuni dischi solisti alle spalle, attualmente in vista con la band The Scotch, ammirata recentemente in apertura a Alejandro Escovedo a Chiari; Beppe Facchetti ha un curriculum vitae lunghissimo (che potrete cercarvi nel web) per cui mi limito a citare il suo prezioso lavoro con The Union Freego e Slick Steve And The Gangsters. Two men band, a volte è meglio di one.

http://enzocurelli.blogspot.it/2017/04/recensione-superdownhome-superdownhome.html






mercoledì 6 dicembre 2017

RECENSIONE: CHRIS STAPLETON (From A Room, Volume I & Volume II)

CHRIS STAPLETON    From A Room, Volume I & Volume II (Mercury Nashville/ Universal 2017)




“Il luogo dove registri può influenzare, nel mio caso anche elevare, quello che fai”. Con queste parole CHRIS STAPLETON, 38 anni, sintetizza il titolo scelto per l’ambizioso progetto musicale di questo 2017. Il 5 Maggio erano uscite le prime nove canzoni raccolte sotto il titolo: FROM A ROOM, VOLUME I. Il primo Dicembre è arrivato il VOLUME II. Chris Stapleton ha registrato il seguito del fortunato debutto TRAVELLER, negli stessi studi di Nashville dove registrarono i suoi grandi idoli: Waylon Jennings, Willie Nelson, Elvis Presley. Mura piene di storia che un paio d’ anni fa furono salvate dal triste destino a cui stavano andando incontro: la demolizione. Scongiurata la wrecking ball rimane la magia. Prodotti entrambi dal fido Dave Cobb, che ci suona anche la chitarra acustica, Stapleton cerca di bissare il grande successo di un debutto nato sulle highway, durante un lungo viaggio con la moglie in cui cercò di recuperare sia il meglio di se stesso, dopo alcune delusioni di vita, che le sue aspirazioni e esperienze musicali, comprese le parentesi con i suoi vecchi gruppi, e le tante canzoni scritte per altri come autore. Con lui in studio: la moglie Morgane Stapleton ai cori, il batterista Derek Mixon, il basso di J.T. Cure e le ospitate di Mickey Raphael all’ armonica, Robby Turner alla pedal steel e le tastiere di Mike Webb.
VOLUME I ripete bene la formula, bilanciando le varie anime della sua musica anche se a prevalere, come già anticipato dal debutto, è sempre quella più soul e nera grazie soprattutto alla sua straordinaria voce: ‘I Was Wrong’, l’incidere soffuso e notturno della finale ‘Death Row’, la splendida ‘Either Way’ che insieme a ‘Last Thing I Needed , First Thing This Morning’ (rubata a Willie Nelson) sono il punto più alto del disco e sembrano uscite da impolverati dischi motown abbandonati su una vecchia diligenza guidata da vecchi cowboy e persa tra le strade del Texas. Come se Otis Redding camminasse, senza fretta, sotto braccio a Waylon Jennings. Outlaw soul. Maggiore omogeneità rispetto al debutto, spezzata solamente da un lento walzerone country dominato dalla lap steel (‘Up To No Good Livin’’), un vecchio blues con l’armonica (‘Them Stems’), e l’incalzante rock di ‘Second One To Know’, il momento più elettrico e movimentato del disco. Il perché i sessanta minuti di musica siano stati divisi in due parti non si sa bene, perché anche il VOLUME II batte le stesse strade. E non è per nulla un male. Due le cover: l’apertura ‘Millionaire’, un country rock di Kevin Welch e la finale ‘Friendship’ di Pope Staples. In mezzo c’è ancora la sua straordinaria voce che si esalta e emoziona nei momenti più marcatamente soul come la stessa ‘Friendship’, in ‘Nobody’s Lonely Tonight’ e ‘Tryin’ To Untagle My Mind’, un country soul dal passo pigro e un bel lavoro di chitarre dietro. Ci sono galoppanti honky tonk alcolici il giusto (‘Hard Livin’’), chitarre che graffiano in profondità nello stomp rock di ‘Midnight To Memphis’, l’episodio più marcatamente rock di questa seconda uscita, e ballate dal fiero accento americano come ‘A Simple Song’ e ‘Drunkard’s Prayer’ o l’atsmosfera di frontiera tra polvere e cielo che si respira nella bella ‘Scarecrow In The Garden’.
Chris Stapleton si conferma uno degli ultimi depositari di una vecchia formula che tra gli anni sessanta e i settanta cercò di riscrivere la musica americana. Anche se un punto inferiore al debutto, che poteva giocarsi la carta sorpresa, rimane pur sempre due punti superiore per spessore e intensità alla media delle uscite odierne nel suo campo. Una delle migliori uscite discografiche americane di quest’anno. Il buon Stapleton è un songwriter di talento e con questa ambiziosa opera si assicura un posto lì, immediatamente dietro i grandi vecchi.



venerdì 1 dicembre 2017

THE FOUR HORSEMEN ( cantavano: "Rockin' is my business - business is good", mica vero. Una storia molto rock'n'roll)

THE FOUR HORSEMEN ( cantavano: "Rockin' is my business - business is good", mica vero. Una storia molto rock'n'roll)




1986: Stephen “Haggis” Harris (o Kid Chaos, scegliete voi) sta suonando il basso nel tour dei The Cult, dopo aver militato in svariate formazioni tra cui quella di Zodiac Mindwarp. La band di Ian Astbury e Billy Duffy è al top della fama, è appena uscito ELECTRIC, nel 1989 pubblicherà SONIC TEMPLE. Solo un pazzo lascerebbe una band del genere in quel momento. Ecco, quel fuori di testa è proprio Haggis. Al gallese emigrato a Los Angeles in cerca di fortuna, il ruolo di semplice comprimario va stretto, vuole una band tutta sua. "Senza di me stanno sicuramente meglio, almeno dal punto di vista finanziario, visto che non c'è più nessuno che sfascia lo stage ad ogni spettacolo" dirà della sua fuoriuscita dai The Cult. In soccorso arriva Rick Rubin, il re mida dei produttori, (produttore di Electric) che gli presenta un poco raccomandabile cantante italo americano, il suo nome è Frank C. Starr, il suo idolo è Bon Scott e ha la fama di attaccabrighe. Si narra che al primo incontro Starr si presentò con le mani sporche di sangue: si azzuffò fuori dallo studio di registrazione per trovare parcheggio (altre leggende dicono che pure Axl Rose uscì malconcio da una scazzottata con lui).
A completare la formazione: un tal Ken Montgomery, sopranominato “Dimwit” e fratello di Chuck Biscuits, batterista di Danzig ("aveva capelli unti, pochi denti e un osceno tattoo dei Black Sabbath su un braccio. Gli ho chiesto 'suoni?' e lui ha risposto: 'Sì, le pentole’” racconta Haggis in una vecchia intervista); alla seconda chitarra Dave Lizmi, fino ad allora conosciuto più alle famiglie a cui consegnava le pizze a domicilio; al basso Ben Pape ex Scream, band da cui uscì Dave Grohl prima di entrare nei Nirvana.
THE FOUR HORSEMEN è anche il titolo del primo EP, formato da sole quattro canzoni: ‘Welfare Boogie’, ‘Shelly’, ‘Highschool Rock n Roller’, Hard Lovin’ Man’. Nulla di originale, tanto che gli stessi membri del gruppo non nascosero le varie influenze, i ganci e i rimandi presenti (AC/DC e Status Quo su tutti). Ma se nel rock conta anche l’attitudine, i THE FOUR HORSEMEN ne avevano da vendere: il loro sporco southern rock sposava i riff hard blues degli AC/DC (“eravamo dei grossi fan degli AC/DC”), si invaghiva del polveroso boogie alla ZZ Top e flirtava appassionatamente con lo stile di vita “sex, drugs and rock’n’roll”. Insomma ce la mettevano tutta per essere irriverenti, sfrontati ma fottutamente veri, e la cosa riusciva loro molto bene.
"Siamo punk nello spirito, non nel tipo di musica. Gli anni settanta sono stati veramente grandi, mi piace sperare che possano tornare" Haggis. Una carriera che sembra prendere il volo con la registrazione del primo album NOBODY SAID IT WAS EASY (1991) trainato ironicamente dal manifesto ‘Rockin’ Is Ma’ Business’ (che poi il business andasse bene era tutta un’altra storia, ma poco importa), ‘Tired Wings’, ‘Wanted Man’(una sorta di autobiografia del cantante Frank Starr) e l’atipica ‘Moonshine’ con la voce di Starr registrata via telefono.
“La mie giornate sono intense (riparo auto, corro sui dragster, giro in moto e gioco a biliardo) e mi rifiuto di pianificarle attorno alla registrazione di un album. Mi avevano detto che avevo finito e io me ne sono tornato a casa. La canzone gliel’ho cantata al telefono.” Un album registrato in due settimane con Rick Rubin come produttore anche se “Rick non ha avuto alcun input nel disco, ci abbiamo messo talmente poco che non gli sarebbe stato possibile”. In mezzo ci sono importanti tour insieme a leggende come i Lynyrd Skynyrd e gli allora ancora poco conosciuti Black Crowes. “Non abbiamo smesso un momento dall’agosto 1991. 8 settimane con i Black Crowes, 7 con i Lynyrd Skynyrd, 4 con Joan Jett e 6 da soli. Lavoriamo sempre. Con i Lynyrd Skynyrd ci siamo veramente divertiti e, pare che l’apprezzamento sia stato reciproco”.
Oltre ad avere attitudine da vendere, i The Four Horsemen vendettero anche l’anima al diavolo. Dopo il primo disco, nel 1994, il batterista Dimwit morì per overdose, mentre il cantante Starr lasciò questa terra dopo un incidente motociclistico con i conseguenti anni di coma (tanti) nel 1999. La classica (anti) rockstar vittima dei suoi eccessi.
Intanto, tra una uscita di galera e l’altra di Starr, nel 1996 era uscito il secondo disco GETTIN’ PRETTY GOOD AT BARELY GETTIN’ BY (1996) dagli umori sudisti più marcati che aveva nella cover ‘Still Alive And Well’ di Rick Derringer e Johnny Winter il punto di forza. In mezzo: DAYLIGHT AGAIN, disco perduto con i soli Haggis e Lizmi al timone, registrato nel 1994 e rimesso in commercio solo nel 2009. Tutto molto rock’n’roll! Tutto troppo breve...








martedì 28 novembre 2017

RECENSIONE: NEIL YOUNG + THE PROMISE OF THE REAL (The Visitor)

NEIL YOUNG + THE PROMISE OF THE REAL  The Visitor (Reprise Records, 2017)






Dopo l’uscita di HITCHHIKER, l’anno di Neil Young poteva finire lì e saremmo stati tutti contenti. Facile direte voi: il Neil Young di quarant'anni fa vince sempre e porta a casa la partita. Invece no, ecco ricomparire la sua bulimica dose di canzoni che divideranno ancora una volta critici e fan. Più i primi come sempre. Chi lo stroncherà e chi gli darà nuovamente del genio. Confessiamolo: c'è sempre un sorta di timore davanti a un nuovo disco di Neil Young, eppure a differenza di tanti suoi coetanei riesce sempre a stupire, nel bene come nel male. PEACE TRAIL, uscito l’anno scorso aveva un'anima ben precisa, una traccia da seguire sulle orme dei nativi americani. Un grande album per me, forse capito poco.
THE VISITOR, il secondo, oltre all'atipico live EARTH, insieme ai Promise Of The Real  di Lukas Nelson e compagni (il fratello Micah, Corey McCormick, Anthony Logerfo e Tato Melgar: bello il loro disco di quest’anno) è molto più vario musicalmente mentre concettualmente poggia sulle riflessioni di un canadese davanti al paese (gli Stati Uniti) che lo ospita da più di mezzo secolo: un atto d'amore che in tempi di esodi di massa può far riflettere. Se da una parte le invettive (la risposta a Donald Trump nel southern rock di ‘Already Great’ dove gliele canta senza paura, sfidandolo e sognando un mondo senza: "No wall, no hate, no fascist U.S.A"canta) e gli slogan ripetuti all’infinito dell'ambientalista ‘Stand Tall’ sembrano riallacciarsi al mood di THE MONSANTO YEARS-sono anche le tracce più rock del disco-l'inno patriottico ‘Children Of Destiny’ che avanza stancamente in modo tronfio tra fiati, chitarre e orchestrazioni (i 56 elementi del Capitol Studios), ‘Diggin’ A Hole’, un blues corale, ma innocuo e un poco noioso nel suo incedere, e ‘When Bad Got Good’ un riempitivo inutile, dall'altra parte ci sono almeno quattro canzoni che fanno alzare notevolmente le quotazioni, questo quando Young osa e dimostra di sapersi ancora divertire con la musica.

‘Fly By Night Deal’ è un pezzo dal ritmo funk con il testo narrato e parlato, fresco e divertente, ‘Almost Always’ è una classica ballata chitarra e armonica in cui ricicla se stesso per la millesima volta (tra Harvest e Harvest Moon per intenderci, ma più il secondo), ma in fondo Neil Young che fa Neil Young è sempre un piacere sentirlo, mentre a sorprendere di più è l’altro pezzo acustico ‘Change Of Heart’, oscuro e notturno con un fischiettio come linea guida. I pezzi forti sono i più lunghi: la finale e melanconica ‘Forever’ ("il mondo è come una chiesa senza il prete" è la chiosa), dieci minuti che risvegliano antichi sapori ’70 e soprattutto ‘Carnival’, un Neil Young inedito e mai sentito prima che lungo gli otto minuti di durata ne combina di tutti i colori aggirandosi beffardo come un pazzo tra la sabbia del deserto, un luna park e il tendone di un circo, dove veste i panni di Carlos Santana a Woodstock, fa il verso a Dr. John tra percussioni latineggianti e rallentamenti a ritmo di valzer, e il tutto è molto psichedelico e sembra datato 1969. Sorprendente davvero. In retrospettiva il pezzo per cui The Visitor verrà ricordato in futuro.
Cosa dire? Ormai ad ogni uscita discografica io dico solo: questo è Neil Young, prendere o lasciare.
" Diretto verso il sole, ero grato di essere vivo e sulla strada di casa", così Neil Young chiude il suo libro Special Deluxe e così lo immagino ancora una volta: un uomo vivo (come chiamereste voi, un uomo con così tante idee?), con lo sguardo proiettato sempre in avanti (come spieghereste voi, un uomo così impegnato e fortemente convinto delle sue battaglie?) e nonostante tutto rassicurante come la strada più conosciuta, quella che ci porta verso casa.
★★★ 1/2 (5)



RECENSIONE: NEIL YOUNG-A Treasure (2011)
RECENSIONE: NEIL YOUNG & CRAZY HORSE- Americana (2012)
RECENSIONE: NEIL YOUNG & CRAZY HORSE-Psychedelic Pill (2012)
RECENSIONE: NEIL YOUNG-Live At The Cellar Door (2013)
RECENSIONE: NEIL YOUNG-Storytone (2014)
NEIL YOUNG & CRAZY HORSE live @ Barolo, 21 Luglio 2014
RECENSIONE: NEIL YOUNG + PROMISE OF THE REAL-The Monsanto Years (2015)
RECENSIONE: NEIL YOUNG-Bluenote Cafè (2015)
RECENSIONE: NEIL YOUNG +PROMISE OF THE REAL-Earth (2016)
RECENSIONE: NEIL YOUNG-Peace Trail (2016)
NEIL YOUNG: gli ANNI 2000
RECENSIONE: NEIL YOUNG-Hitchhiker (2017)


DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 51 : NEIL YOUNG & CRAZY HORSE (Re-Ac-Tor)

NEIL YOUNG & CRAZY HORSE   Re-Ac-Tor (1981)




 L’aver trovato questo vinile giù, nello scaffale più basso, nascosto tra le offerte a due euro di un negozio di dischi, in mezzo a tante meteore canterine degli anni ottanta, e dopo aver sacrificato ginocchia e schiena per scovarlo, la dice tutta sulla dura vita a cui RE-AC-TOR è andato incontro dal 1981, anno d’uscita, fino a oggi. Una metafora calzante. Purtroppo vera, anche se per molti non lo sarà. Un disco spesso dimenticato, anche dal suo autore, che quando uscì lasciò l’amaro in bocca ai fan della prima ora, ancora ignari dell’imminente e bizzarro futuro, anche ben peggiore di questo, che li stava aspettando. RE-AC-TOR fu solo il primo dei tanti indecifrabili passi in avanti (o indietro?) di Neil Young nel nuovo decennio. Un decennio aperto con HAWKS AND DOVES in verità, dove però recuperava vecchie canzoni scritte anni prima, rimanendo sui binari già frequentati. Qui, tutto è nuovo, registrato in pochissime sedute insieme ai Crazy Horse, ritagliando spazi di vita dall’impegnativo ruolo di genitore che stava prendendo tutto il tempo a disposizione, giustamente: Neil Young e la moglie Pegi sono impegnati con il piccolo figlio Ben, nato con seri problemi cerebrali. Il suo programma di riabilitazione è duro e richiede una presenza fissa e costante. Bravo Neil!
Nasce così RE-AC-TOR, un disco diretto, sbrigativo e quasi raffazzonato, imbottito di sovraincisioni bizzarre aggiunte da Young ma che furono poi mal digerite dai restanti Crazy Horse a lavoro finito, ma da quel taglio hard rock e cazzuto in grado di dare una direzione ben precisa a tutto il lavoro. La sua salvezza. Un muro di chitarre dall’inizio alla fine. Minimale nei testi e nella musica. Testi criptici e slogan, apparentemente senza senso, ripetutti all’infinito quasi come dei mantra: ormai da antologia quel “Got Mashed Potatoes, Ain’t Got No T-Bone” uniche parole presenti nei nove minuti di ‘T-Bone’. "La notte che l’abbiamo registrata non è successo nient’altro. Avevo appena scritto il testo della canzone e abbiamo registrato il tutto quella notte. Una cosa da buona alla prima. Sembra che il testo fosse nella mia mente. È molto ripetitivo, ma io non sono un tipo così inventivo. Pensavo che quelle due linee fossero buone...." Neil Young.
Pure nel retro copertina campeggia una scritta in latino (La preghiera della serenità) che solo in retrospettiva diventerà più nitida e chiara. RE-AC-TOR suona come RUST NEVER SLEEPS senza il lato acustico e con meno ispirazione nei testi, anche se almeno il lato B presenta qualche canzone da ricordare (nel lato A ‘Surfer Joe And Moe The Sleaze’ è la migliore): il galoppante treno in corsa di ‘Southern Pacific’ ("L'ho composta con la chitarra dobro. Avevo in mente il rumore di un treno"), ripresa recentemente dai Del Lords nel loro ritorno discografico, il country rock tutto macchine e motori di ‘Motor City’, il blues di ‘Rapid Transit’, sebbene abbia un testo abbastanza insulso e Neil Young lo canti strascicando le parole, e la finale ‘Shots’, che sembra riacquistare l’antica epicità di vecchie canzoni, piena di feedback, salvo poi perderla in pesanti sovraincisioni, dove compare per la prima volta il Synclaver che diverrà protagonista dal successivo TRANS. La Reprise non gradirà e da qui inizierà un nuovo cammino discografico fatto di dischi uno diverso dall’altro. Intanto, oggi, RE-AC-TOR rimane uno dei migliori testimoni del connubio Young-Crazy Horse. Un disco spesso sottovalutato e nascosto appunto. Ecco le mie ginocchia! Quando Neil Young entrò sì in studio, ma la sua testa era da altre parti. Parti che influenzeranno pesantemente il risultato finale. A fine disco si percepisce, ma questo diverrà il valore aggiunto. Anche di tutta la carriera. La spontaneità a Neil Young non è mai mancata: nel bene, nel male e nelle vie di mezzo come questo disco. Amo i dischi di serie B. Ma poi, è di serie B veramente?



PUNTATE PRECEDENTI
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #18: BOB DYLAN-Street Legal (1978)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #19- CRAZY HORSE-Crazy Horse (1971)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #20-TOM PETTY-Wildflowes/Echo (1994/1999)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #21-NICOLETTE LARSON-Nicolette (1978)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #22-AMERICA-Silent Letter (1979)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #23-ERIC ANDERSEN-Blue River (1972)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #24-BADLANDS-Voodo Highway (1991)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #25-GEORGE HARRISON-Living In The Material World (1973)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA#26: DAVID CROSBY GRAHAM NASH-Wind On The Water (1975)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #27: DICKEY BETTS & GREAT SOUTHERN (1977)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #28: JUNKYARD-Junkyard (1989)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #29: STEPHEN STILLS (1970)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #30: RITMO TRIBALE-Bahamas (1999)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #31: SUZI QUATRO-Suzi Quatro (1973)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #32: BADFINGER (1970)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #33:RONNIE LANE'S SLIM CHANCE    One For The Road (1976)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #34: EDOARDO BENNATO- Edo Rinnegato (1990)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #35: GENE CLARK-White Light (1971)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #36: JOHNNY WINTER-Second Winter (1969)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #37: CAPTAIN BEYOND-Captain Beyond (1972)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #38: ROD STEWART-Every Picture Tells a Story (1972)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #39: GEORGE THOROGOOD & DESTROYERS-Bad To The Bone (1982)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #40: THE ROLLING STONES-Their Satanic Majesties Request (1967)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #41: ALBERTO FORTIS (1979)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #42: NOMADI-Gente Come Noi (1991)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #43: CROSBY, STILLS & NASH-Daylight Again (1982)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #44: TERRY REID (River)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #45: JACKSON BROWNE-Running On Empty (1977)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #46: THE ROLLING STONES-Emotional Rescue (1980)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #47:TOM PETTY-Highway Companion (2006)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #48:STEVE FORBERT-Alive On Arrival (1978)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #49:CRY OF LOVE -Brother (1993)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #50:THE BLACK CROWES-By Your Side (1999 )

 

venerdì 24 novembre 2017

RECENSIONE: AMERICA (Heritage: Home Recordings/Demos 1970-1973)

AMERICA  Heritage: Home Recordings/Demos 1970-1973   (Omnivore, 2017)




Mi sciolgo con poco. Prendete gli AMERICA, una delle prime band ascoltate e amate tra i miei sei e dieci anni, raccogliete sedici tracce (occhio alla traccia nascosta: una versione a cappella del loro maggior successo ‘Horse With No Name’) recuperate tra demo, inediti e provini risalenti al primissimo periodo della band e farete di me un uomo contento come pochi.
HERITAGE: HOME RECORDINGS/DEMOS 1970-1973 esce per l’ etichetta Omnivore e grazie alla collaborazione dei due membri Gerry Beckley e Dowey Bunnell (sue le parole di presentazione nello scarno booklet interno)-purtroppo il terzo componente Dan Peek, uscito dal gruppo nel 1977, ci ha lasciato nel 2011- recupera preziose testimonianze risalenti al periodo immediatamente precedente la realizzazione del primo album uscito nel 1971, del secondo HOMECOMING (tra cui spicca una bella versione di ‘Ventura Highway’) e del terzo HAT TRICK, più 'Monster', canzone poi inclusa su HARBOR del 1977. "Avevamo 17, 18 e 19 anni quando incominciammo seriamente a scrivere queste canzoni nel 1970." Racconta Bunnell.
Alcune sono versioni embrionali di canzoni che finiranno sul debutto (‘Riverside’, Rainy Day’ ‘Satan (Donkey Jaw)’, altre inediti come ‘James Holladay’ e ‘Sea Of Destiny’ registrate a Londra al Chalk Farm Studio quando erano solamente tre giovani ragazzi dal futuro ignoto, figli di tre militari statunitensi in servizio nel TRegno Unito che scelsero di chiamarsi America dopo aver visto un jukebox "Americana" in una caffetteria, e la bella ‘Mitchum Junction’ registrata ai Buzz Studios di Los Angeles nel 1972.

Ci sono idee abbozzate ( la breve ‘When I Was Five’), canzoni fatte e finite, molte verranno arricchite nei passaggi successivi in studio. Tutto molto grezzo e spartano (alcune canzoni sono monche, spesso si sentono rumori e le voci in studio) ma abbastanza per mettere in fila le loro principali influenze (Crosby, Stills & Nash, Neil Young, i Beatles), il loro folk rock dalle impeccabili melodie pop e a ruota il mio cuore affamato di musica, tenuto presto a battesimo dai loro dischi.



AMERICA: Back Pages (2011)
AMERICA: Silent Letter (1979)
AMERICA: Homecoming (1972)
GERRY BECKLEY-Carousel (2016)



lunedì 20 novembre 2017

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 50: THE BLACK CROWES (By Your Side)

THE BLACK CROWES   By Your Side (1999)






Sabato 10 Luglio 1999: una bufera di pioggia si scatena sul Monza Rock Festival. Alcuni gruppi in scaletta saltano ma vengono spostati al giorno successivo. Un po’ esulto, che diamine non può andare sempre di sfiga. Io avevo scelto quel giorno successivo! I principali sono Aerosmith e Litfiba (con l’ultimo concerto di Piero Pelù in formazione). Lo vengo a sapere il giorno dopo, appunto: io ero lì principalmente per i Black Crowes e il loro set sarà incastonato in mezzo tra la band di Boston e quella di Firenze. Posizione strategica. Gli Aerosmith fanno un gran concerto pescando bene nel passato, quello dei Litfiba è abbastanza penoso, mettendo in risalto una band ai ferri corti che giunge al termine dei propri impegni per contratto. E i Black Crowes? I Black Crowes si presentano sul palco esattamente come si vedono nella copertina del nuovo disco che stanno per presentare live. Un disco che già adoravo. Il pubblico sembra distratto. Gli Aerosmith hanno appagato i rocker, i fan dei Litfiba sono in spasmodica trepidazione. I Black Crowes fanno un gran concerto, certo penalizzato dai tempi ristretti, ma per quel che ricordo, alla fine, conquistano sia i rocker appagati quanto il pubblico distratto di Pelù. Per gli amanti delle statistiche ho recuperato la scaletta: ‘No Speak No Slave’, ‘Go Faster’, ‘Stare it Cold’, ‘Go tell the Congregations’, ‘Sting Me’,‘Heavy’, ‘Hard to Handle’, ‘Kicking my Heart Around’, ‘Virtue and Vice’, ‘Jealous Again’, ‘Remedy’. BY YOUR SIDE uscì dopo un periodo poco felice: THREE SNAKES AND ONE CHARM non esaltò troppo, arrivando dopo un disco monstre come AMORICA, Marc Ford e Johnny Colt escono dal gruppo, c’è pure il cambio di etichetta discografica con il passaggio alla Sony.
Tanti voltano le spalle. Eppure BY YOUR SIDE, ben prodotto da Kevin Shirley, spesso dimenticato ma presentato da una copertina mai così glam e glitterata, è un disco scalpitante, certamente il più accessibile in discografia, che si impossessa maggiormente della parte più british della loro musica: quella legata al rock blues dei Led Zeppelin , degli Stones, di Rod Stewart e i suoi Faces e la mischia con il suono nero americano. ‘Go Faster’ e ‘Kickin’ My Heart Around’ fanno muovere il culo e battere i piedi fin da subito: rock’n’roll senza freni e sezione ritmica a palla (Steve Gorma e Sven Pipen i protagonisti). ‘By Your Side’ è la canzone che Jagger e soci non fanno da trent’anni. ‘HorseHead’ ha i riff di Keith Richards benedetti sotto l’acqua santa dei cori gospel. ‘Only A Fool’ è una ballata soul condotta dai tasti del povero Eddie Harsch e dai fiati. ‘Heavy’ mischia le due anime del disco: da una parte il rock, dall’altra il R&B. ‘Welcome To The Goodtimes’ è tra gli episodi più inusuali ma riusciti del disco: Rod Stewart meets New Orleans e la voce di Chris Robinson ne esce vincitrice. Un piacere incontrarvi. Il fratello Rich Robinson rimane solo al comando delle chitarre e in ‘Then She Said My Name’ va giù duro prima di arrivare al bel finale di ‘ Virtue And Vice’ con ancora Harsch protagonista. “Gotcha Moving, Gotcha Moving…Keep You Rolling” ancora da capo.


PUNTATE PRECEDENTI
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #18: BOB DYLAN-Street Legal (1978)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #19- CRAZY HORSE-Crazy Horse (1971)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #20-TOM PETTY-Wildflowes/Echo (1994/1999)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #21-NICOLETTE LARSON-Nicolette (1978)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #22-AMERICA-Silent Letter (1979)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #23-ERIC ANDERSEN-Blue River (1972)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #24-BADLANDS-Voodo Highway (1991)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #25-GEORGE HARRISON-Living In The Material World (1973)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA#26: DAVID CROSBY GRAHAM NASH-Wind On The Water (1975)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #27: DICKEY BETTS & GREAT SOUTHERN (1977)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #28: JUNKYARD-Junkyard (1989)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #29: STEPHEN STILLS (1970)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #30: RITMO TRIBALE-Bahamas (1999)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #31: SUZI QUATRO-Suzi Quatro (1973)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #32: BADFINGER (1970)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #33:RONNIE LANE'S SLIM CHANCE    One For The Road (1976)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #34: EDOARDO BENNATO- Edo Rinnegato (1990)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #35: GENE CLARK-White Light (1971)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #36: JOHNNY WINTER-Second Winter (1969)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #37: CAPTAIN BEYOND-Captain Beyond (1972)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #38: ROD STEWART-Every Picture Tells a Story (1972)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #39: GEORGE THOROGOOD & DESTROYERS-Bad To The Bone (1982)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #40: THE ROLLING STONES-Their Satanic Majesties Request (1967)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #41: ALBERTO FORTIS (1979)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #42: NOMADI-Gente Come Noi (1991)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #43: CROSBY, STILLS & NASH-Daylight Again (1982)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #44: TERRY REID (River)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #45: JACKSON BROWNE-Running On Empty (1977)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #46: THE ROLLING STONES-Emotional Rescue (1980)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #47:TOM PETTY-Highway Companion (2006)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #48:STEVE FORBERT-Alive On Arrival (1978)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #49:CRY OF LOVE -Brother (1993)

 

martedì 14 novembre 2017

RECENSIONE: BILLY BRAGG (Bridges Not Walls)

BILLY BRAGG-Bridges Not Walls (Cooking Vinyl, 2017)







BILLY BRAGG sorseggia il suo amato the caldo e non le manda a dire. Non lo ha mai fatto. Con i grandi del rock che sembrano sempre meno interessati a quello che capita intorno a loro nel mondo (non tutti fortunatamente), Bragg rimane coerente con il percorso di tutta la sua carriera e butta fuori un istant Ep di sei canzoni (22 minuti) dal titolo significativo BRIDGES NOT WALLS, raccolta di sei singoli fatti uscire quest’anno, uno al mese, che raccontano di muri, Trump, brexit, ambiente e razzismo, tra cui spiccano l’iniziale elettrica ‘The Sleep Of Reason‘ (titolo preso in prestito da un’opera di Goya) la splendida cover di ‘Why We Build The Wall’, solo voce e chitarra elettrica, della cantautrice folk americana Anais Mitchell e ‘Saffiyah Smiles’ ispirata dalla foto diventata virale che ritrae una ragazza che usa l’arma del solo sorriso davanti ad un esponente di estrema destra durante la manifestazione anti immigrati svoltasi a Birmingham questo Aprile . Dopo aver girato l’America di stazione in stazione in compagnia di Joe Henry è arrivato il momento di abbattere i muri con l’urgenza comunicativa del folk (e del punk perché no?) e costruire i ponti con il linguaggio musicale più sofisticato (solo pianoforte e voce in ‘Full Exist Brexit’), frutto delle esperienze raccolte in una carriera ormai ultratrentennale che partì proprio con un Ep LIFE’S A RIOT WHIT SPY VS SPY nel lontano 1983 in piena era Thatcher. Poco sembra essere cambiato. “È la tragedia dell’essere un cantautore politico, le tue canzoni tendono a ritornare…” raccontò in una intervista a Rumore questa primavera. Unico e combattivo come sempre.


RECENSIONE: MAGPIE SALUTE-Magpie Salute (2017)
RECENSIONE: ELLIOTT MURPHIE-Prodigal Son (2017)
RECENSIONE: GARLAND JEFFREYS-14 STeps To Harlem (2017)
RECENSIONE: JOHN MELLENCAMP- Sad Clowns & Hillbillies (2017)
RECENSIONE: TAJ MAHAL & KEB' MO'-TajMo (2017)
RECENSIONE: CHRIS STAPLETON: From A Room, Volume I (2017)
RECENSIONE: WILLIE NELSON-God's Problem Child  (2017)
RECENSIONE: DAN AUERBACH-Waiting On A Song (2017)
RECENSIONE: STEVE EARLE & The DUKES-So You Wannabe An Outlaw (2017)

RECENSIONE: BLACKFOOT GYPSIES-To The Top (2017)
RECENSIONE: LEE BAINS III + THE GLORY FIRES-Youth detention (2017)
RECENSIONE: GEORGE THOROGOOD-Party Of One (2017)
RECENSIONE: NEIL YOUNG-Hitchhiker  (2017)
RECENSIONE: JAKE BUGG- Hearts That strain (2017)

lunedì 13 novembre 2017

L.A. GUNS live@Circolo Colony, Brescia, 11 Novembre 2017

L.A.GUNS live @Circolo Colony, Brescia, 11 Novemvbre 2017

Se togliessimo i cellulari in sala, l’impressione è quella d’ essere tornati nel 1988, anno d’uscita del loro primo e inarrivabile disco, o almeno nel 2000 anno in cui il cantante Phil Lewis e il chitarrista Tracii Guns collaborarono per l’ultima volta. Una reunion che ha finalmente messo un po’ d’ordine, e di pace, nella incasinata carriera dei L.A.Guns e un disco fresco di stampa THE MISSING PEACE appunto, onesto e per nulla nostalgico che ha consolidato il tutto. Già dalla intro scelta dalla band, l’epica ‘Diary Of A Madman’ di Ozzy Osbourne, si capisce che sarà una serata come ai vecchi tempi ma tutt'altro che nostalgica: la partenza con l’ultima ‘Devil Made Me Do It’ lo ribadisce. Volumi alti, altissimi davanti in transenna (ci si sposterà dietro per godersi meglio il tutto), e tanto rock’n’roll. Tutti in grande forma: Phil Lewis ha sessant’anni ma si mangia fisicamente l’odierno Axl Rose (cinque anni più giovane) in un solo boccone, Tracii Guns dispensa sorrisi e assoli in contemporanea e sembra ben ripreso dal non specificato malore che ha fatto cancellare la data romana di pochi giorni fa, il secondo chitarrista Michael Grant è la vera grande sorpresa della serata e lo spazio centrale del concerto è tutto suo con una interpretazione di ‘Purple Rain’ di Prince che rasenta la perfezione per pathos ed esecuzione, ottimo veramente, il bassista Johnny Martin, gambe eternamente divaricate sembra uno dei fratelli Ramone rimaterializzatosi improvvisamente sul palco, il batterista Shane Fitzgibbon picchia duro dall’inizio alla fine. E via di ‘Bitch Is Back’, ‘Reap And Tear’, ‘Malaria’, ‘No Mercy’, ‘Ballad Of Jayne’, ‘Over The Edge’…E un raggio di sole torna a splendere dopo le focose e viziose nottate sul Sunset Strip. Le insegne si spengono e si fa giorno. Ma poi, visto che siamo nel 2017 e ci sono i cellulari: tutti con le mani alzate che la band ci vuole fotografare dal palco. Serata hot.




SETLIST
The Devil Made Me Do It
Electric Gypsy
Over the Edge
Bitch Is Back
Sex Action
The Flood’s the Fault of the Rain
Speed
One More Reason
Kiss My Love Goodbye
Purple Rain
Malaria
Guitar Solo
Never Enough
Jelly Jam
The Ballad of Jayne
No Mercy
Rip and Tear


 

lunedì 6 novembre 2017

NICK CAVE and The BAD SEEDS live@Kioene Arena, Padova, 4 Novembre 2017



appunti
NICK CAVE si confonde tra il suo pubblico, si fa quasi inghiottire: questo il finale del concerto. La sublimazione di una serata condotta come una cerimonia: la camminata messianica nel parterre di pochi attimi prima era solo il preludio, anche se sul momento sembrava l’atto finale e poteva esserlo alla grande. Una scelta avventata, per certi versi pacchiana (forse la presenza in video del soprano in ‘Distant Sky’ lo era di più) che ha spezzato nettamente l’atmosfera del concerto, costruita con meticolosità fino a quel momento: suoni pazzeschi, Bad Seeds perfetti, e il bilanciamento chirurgico tra il rapimento delle ballate, comunque in maggioranza, da velluto rosso pop (‘Into My Arms’) e gli scatti feroci dei pezzi più tirati con un Warren Ellis scalciante e posseduto (‘The Mercy Seat') . Un finale che, bisogna dirlo francamente, poteva essere migliore. Un venite a me, che il giorno dopo però, assume il suo vero significato. Cave aveva due modi per sopravvivere: chiudersi mantenendo le distanze, come suggerito da SKELETON TREES o darsi totalmente più di quanto fatto fino a quel momento, sacrificando pure le due canzoni di congedo ('Stagger Lee, 'Push The Sky Away'), perse completamente in mezzo al caos della bolgia. Farci sentire il suo cuore che fa “boom boom boom” non gli bastava più. Dovevamo mangiarlo. Quel “mi sono letteralmente sentito salvato dal pubblico” ha trovato compimento fisico in quel finale totalizzante, caotico anche se surreale. Ma salvifico.

momenti da ricordare
Il trittico 'From Here To Eternity', 'Tupelo', 'Jubilee Street' rimane il momento più intenso da impacchettare e portarsi a casa come ricordo duraturo.
punto a favore
Nick Cave crede fortemente nei suoi ultimi lavori, soprattutto all'ultimo cupo SKELETON TREE, nato dopo la morte del figlio Arthur, su cui ruota l'intero concerto. Per un artista che potrebbe campare benissimo sul passato è certamente segno di grande vitalità.
momenti da dimenticare
Quella vitalità artistica che sembra avere un calo spaventoso nel finale, quando Cave diventa più cerimoniere per se stesso che cantante e tutto ciò che fino a pochi attimi prima era intenso e ipnotico, diventa caotico e irrazionale. La band scompare letteralmente dietro ai fan chiamati sul palco, la concentrazione svanisce e quelli che dovevano essere i brani finali, l'apoteosi, diventano un indistinguibile marasma. Forse l'esagerazione che ci pone un amletico interrogativo: si apre un nuovo capitolo per Nick Cave?







SETLIST
Anthrocene
Jesus Alone
Magneto
Higgs Boson Blues
From Her to Eternity
Tupelo
Jubilee Street
The Ship Song
Into My Arms
Girl in Amber
I Need You
Red Right Hand
The Mercy Seat
Distant Sky
Skeleton Tree
The Weeping Song
Stagger Lee
Push the Sky Away


martedì 31 ottobre 2017

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 49: CRY OF LOVE (Brother)

CRY OF LOVE  Brother (Columbia, 1993)







Se nei primi anni novanta l’alto piedistallo creato per le band di Seattle costrinse alle ginocchia molte realtà musicali legate al rock più duro (chiedere a glamster e thrasher, o all’heavy metal più classico), non si può dire la stessa cosa per il southern rock americano che proprio in quegli anni sembrò avere un piccolo ma importante sussulto di buona salute dopo le malate ombre grige degli anni ottanta, proprio perché, come il grunge, assorbiva linfa vitale e si abbeverava dall’acque più torbide dell’hard blues dei 70. Black Crowes, Mother Station, Brother Cane, Widespread Panic, Badlands, Pride And Glory, Raging Slab, Junkyard, Gov’t Mule, The Four Horsemen,The Screamin’ Cheetah Wheels e appunto i CRY OF LOVE. Pur inserito nel calderone del rock sudista (da cui rubava gli umori), il gruppo nato a Raleigh in North Carolina volgeva il proprio sguardo aldilà dell’Atlantico fino ad arrivare all’hard blues britannico, con in testa i Free di Paul Rodgers e Paul Kossoff, a seguire Cream e Rory Gallagher. L’ascolto di ‘Hand Me Down’ e ‘Peace Pipe’ (che ebbe anche un gran successo nelle charts all’epoca) può fugare ogni dubbio sulle loro principali influenze. Se il cantante KELLY HOLLAND, che dopo questo primo disco lasciò la band per una progressiva discesa negli inferi dell’alcolismo e dell’anonimato che lo condussero verso la strada senza uscita della morte, avvenuta a soli 52 anni nel 2014, si può considerare tra i maggiori emuli di Paul Rodgers, il chitarrista AUDLEY FREED, che ritroveremo nei BLACK CROWES a cavallo tra il 1997 e il 2002 (periodo LIONS e LIVE AT THE GREEK), impersonava benissimo i panni di Paul Kossoff. A completare la formazione: il batterista JASON PETTERSON e il bassista ROBERT KEARNS (ora con SHERYL CROW, in precedenza con BOTTLE ROCKETS e LYNYRD SKYNYRD). Il disco registrato in presa diretta, senza overdubs, è la testimonianza più reale del grande e focoso talento che circondava questi ragazzi che nel 1997, dopo l’uscita di Holland, cercarono di replicare con l’altrettanto buono DIAMONDS AND DEBRIS e un nuovo cantante: Robert Mason. Ma il destino era già segnato e per loro aveva scelto un roseo futuro da cult band. Dieci canzoni che a distanza di 24 anni suonano ancora dirette, fresche e avvincenti come quelle dei migliori e storici dischi degli anni settanta. Da segnalare il pianoforte del produttore John Custer e la chitarra ospite di Pepper Keenan dei Corrosion Of Conformity nella traccia ‘Bad Thing’. Tra i grandi dischi rock degli anni 90 c’è un posto anche per i Cry Of Love.




PUNTATE PRECEDENTI
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #18: BOB DYLAN-Street Legal (1978)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #19- CRAZY HORSE-Crazy Horse (1971)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #20-TOM PETTY-Wildflowes/Echo (1994/1999)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #21-NICOLETTE LARSON-Nicolette (1978)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #22-AMERICA-Silent Letter (1979)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #23-ERIC ANDERSEN-Blue River (1972)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #24-BADLANDS-Voodo Highway (1991)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #25-GEORGE HARRISON-Living In The Material World (1973)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA#26: DAVID CROSBY GRAHAM NASH-Wind On The Water (1975)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #27: DICKEY BETTS & GREAT SOUTHERN (1977)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #28: JUNKYARD-Junkyard (1989)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #29: STEPHEN STILLS (1970)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #30: RITMO TRIBALE-Bahamas (1999)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #31: SUZI QUATRO-Suzi Quatro (1973)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #32: BADFINGER (1970)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #33:RONNIE LANE'S SLIM CHANCE    One For The Road (1976)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #34: EDOARDO BENNATO- Edo Rinnegato (1990)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #35: GENE CLARK-White Light (1971)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #36: JOHNNY WINTER-Second Winter (1969)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #37: CAPTAIN BEYOND-Captain Beyond (1972)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #38: ROD STEWART-Every Picture Tells a Story (1972)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #39: GEORGE THOROGOOD & DESTROYERS-Bad To The Bone (1982)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #40: THE ROLLING STONES-Their Satanic Majesties Request (1967)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #41: ALBERTO FORTIS (1979)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #42: NOMADI-Gente Come Noi (1991)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #43: CROSBY, STILLS & NASH-Daylight Again (1982)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #44: TERRY REID (River)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #45: JACKSON BROWNE-Running On Empty (1977)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #46: THE ROLLING STONES-Emotional Rescue (1980)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #47:TOM PETTY-Highway Companion (2006)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #48:STEVE FORBERT-Alive On Arrival (1978)