mercoledì 4 marzo 2015

RECENSIONE: RICHIE KOTZEN (Cannibals)

RICHIE KOTZEN  Cannibals (RedRoomHnc
, 2015)



Ventiquattro dischi in discografia (tra solisti, collaborazioni e band) sono tantissimi, cose da vecchio dinosauro della musica verrebbe da pensare, e la recente uscita Essential Richie Kotzen ha cercato di mettere un po' d'ordine senza riuscirci in modo esaustivo. No, Richie Kotzen ha soli quarantacinque anni e la sua prolificità ha un solo sinonimo a cui può legarsi: passione. Dopo tutti questi dischi, Cannibals si pone come un altro passo avanti verso l'ampliamento di quei territori musicali solo toccati in precedenza ma mai messi a fuoco così chiaramente come questa volta. Chi si aspetta l'attacco hard blues della sua ultima creatura The Winery Dogs o dei due inediti presenti in Essential, si troverà di fronte qualcosa di diverso. Molto diverso. Cannibals è un disco tanto personale e introspettivo, quanto soul, il più nero (musicalmente parlando) della sua carriera. Le prime scoperte adolescenziali legate al soul e al R & B trovano sfogo in queste dieci tracce da lui scritte, cantate (voce superba), arrangiate e completamente suonate. Una dimostrazione di forza compositiva che non ammette repliche ma solo ammirazione.
Tolte le toccanti ballate pianistiche, nel finale, Time For The Payment e  You, unico brano scritto con la figlia August Eve-anche ospite al pianoforte-il disco si dipana tra trascinanti funk rock (l'apertura Cannibals), caldi e flessuosi soul (In An Istant), fascinazioni '70 con l'hammond protagonista in Stand Tall e Shake It Off che richiama fortemente Sly Stone, sfiora la disco dance in Come On Free, mentre in I'M All In la chitarra è fieramente in prima linea e la voce ospite a duettare è quella di Dug Pinnick, voce e basso dei mai troppo lodati King's X. Artista completo, non solo chitarrista, che meriterebbe l'attenzione di tutti gli appassionati dei suoni più classici e roots del rock, gli stessi che scappano quando leggono i nomi di Mr.Big e Poison associati al suo. Lasciatevi incuriosire. Quello che vorrei tanto sentire-ancora-da Lenny Kravitz (quello dei primi due album), l'ho trovato in questo disco.

vedi anche
RECENSIONE: THE WINERY DOGS-The Winery Dogs (2013)
REPORT/LIVE: RICHIE KOTZEN live @ Rock'n'Roll Arena, Romagnano Sesia (NO), 20 Marzo 2012
RECENSIONE: RICHIE KOTZEN-The Essential Richie Kotzen (2014)

lunedì 23 febbraio 2015

RECENSIONE:JONATHAN WILSON (Slide By)

JONATHAN WILSON Slide By (Bella Union Records, 2014)




Come una volta
Gli sono bastati due dischi per accaparrarsi prima le simpatie di quel pubblico che vive ancora dentro la bolla spazio-temporale dei ‘70, in seguito la stima di artisti che in quella bolla ci soffiarono dentro per primi, e scorrendo i credits del secondo album FANFARE si capisce bene chi siano. Se l’ascolto distratto della sua arte potrebbe far pensare ad un semplice replicante, con un po’ di pazienza (gli ascolti distratti non funzionano) si capisce quanto viva la musica con vero trasporto e che il Laurel Canyon non sia solo un luogo dove abitare ma un tatuaggio marchiato a fuoco nell’anima.
Questo EP di cinque canzoni, uscito a ridosso del Record Store Day, presenta due nuove composizioni recuperate dalle session di FANFARE (la pianistica Slide By e la dedica al suo idolo Alpha Blondy Was King) e tre cover: la dylaniana Coming To Los Angeles di Arlo Guthrie, Free Advice (The Great Society) e i quasi nove minuti di Angel (Fleetwood Mac). Artista a tutto tondo, produttore e, ora come ora, unico ponte lisergico e credibile tra passato e presente, USA e UK, tra rock e sogno.
 Enzo Curelli 7 da Classi Rock #27



lunedì 16 febbraio 2015

HAYSEED DIXIE live @ Spazio 211, Torino, 13 Febbraio 2015


SETLIST
Hells Bells/Kirby Hill/You Shook Me All Night Long/War-War Pigs/Tolerance/Eye Of The Tiger/Don't Stop Believin'/Laying In The Backyard/Ace Of Spades/Eine Kleine Trinkmusic/Bohemian Rhapsody/Schnaps Dar War Sein Letztes Wort/We're Not Gonna Take It/Corn Liquor/She Was Skinny When I Met Her/Fat Bottomed Girls/Pour Some Sugar On Me/I'm Keeping Your Poop/Moonshine's Daughter/Duelling Banjo/Highway To Hell/Hotel California (medley)/Whisper



sabato 7 febbraio 2015

RECENSIONE: DEVON ALLMAN (Ragged & Dirty)

DEVON ALLMAN  Ragged & Dirty (Ruff Records, 2014)



Sangue buono
Portare questo cognome nell’anno in cui ‘At Fillmore East’ è stato celebrato a dovere con l’esaustivo box e le recenti dipartite dalla band di Warren Haynes e Derek Trucks hanno riportato l’attenzione sull’ Allman Brothers Band (triste commiato o nuova rinascita?) non deve essere facile. Eppure, con il secondo album solista il quarantaduenne figlio d’arte piazza un disco che si abbevera tanto alla fonte del padre Gregg, spaziando tra le terre del sud, quanto tra le vie di Chicago, facendo della “varietà di qualità” un punto di forza: tra suoni più rocciosi (Ten Million Slaves), lunghi strumentali (Midnight Lake Michican) e funk pieni di groove (I’ll Be Around), Devon si conferma chitarrista e cantante dall’anima profondamente soul, caratteristiche forse troppo mimetizzate all’interno del suo gruppo Royal Southern Brotherhood, ma qui bene a galla, anche rispetto al precedente Turquoise. Quando il buon sangue che scorre tra le vene non viene sperperato.
da CLASSIX #42

venerdì 30 gennaio 2015

RECENSIONE: THE DECEMBERISTS (What A Terrible World, What A Beatiful World)

THE DECEMBERISTS   What A Terrible World, What A Beautiful World (Rough Trade Records, 2015)



Le tante facce della maturità
“Non possiamo più tollerare tragedie come queste. Dobbiamo cambiare. Farò qualsiasi cosa in mio potere, per bloccare il massacro”. Con queste parole, il 17 Dicembre 2012, Barack Obama tenne un discorso durissimo all’indomani del massacro di venti bambini e sei insegnanti in una scuola elementare di Newtown nel Connecticut. Da qui sembra ripartire l’affascinante (e più accessibile) viaggio sonoro di Colin Meloy e la sua band, dopo il tour solista e la buona carriera letteraria che lo hanno tenuto impegnato ultimamente. Colpito da quelle parole scrive la folkie 12/17/12, a testimonianza della consapevolezza ed equilibrio raggiunti in carriera ma soprattutto in vita. Un disco che tocca più strade: sfiora la più sperimentale ed epica (Cavalry Captain) di inizio carriera che li innalzò a nuovi eroi indie (la tesa Lake Song), la fascinazione per Phil Spector (Philomena) e il più marcato passo indietro verso le radici folk e country (Anti-Summersong) compiuto con il precedente THE KING IS DEAD. Il terribile e il magnifico mondo, appunto. In un solo disco.
Enzo Curelli voto 7   da Classic Rock  (Gennaio 2015)




lunedì 26 gennaio 2015

RECENSIONE LIBRO: GRAHAM NASH (WILD TALES-La Mia Vita Rock'n'Roll)


GRAHAM NASH
‘WILD TALES-LA MIA VITA ROCK’N’ROLL’
(Arcana Edizioni, pag.380, 22 euro)




“Pochi minuti dopo essere scesi dall’aereo, mi arrampicai sulla sommità della prima palma e dissi a Clarkie- Allan Clarke, leader degli Hollies- che non sarei mai più sceso. Una metafora a cui avrebbe dovuto prestare ascolto”. Così l’inglese Graham Nash racconta il primo contatto con L.A., avvenuto nel 1966 durante un tour USA del suo primo gruppo The Hollies. Da quella palma a stelle e strisce non scese mai se non per raccogliere i cocci causati dalle brusche cadute in una carriera di picchi altissimi e rovinosi abissi, suoi e dei tanti amici incontrati lungo la strada: dalla prima vera amica “americana” Cass Elliot (la cicciotta dei The Mamas & The Papas), al grande e travolgente amore per Joni Mitchell “era come un quadro di Escher, con tutti i suoi angoli acuti, attrattive inaspettate e abissi misteriosi”, i rapporti tempestosi con l’egocentrico Stephen Stills e il bizzoso Neil Young, fino all’incontro con il fraterno David Crosby, tanto che, pagina dopo pagina, la biografia sembra correre in parallelo con la vita disastrata da droghe e eccessi dell’amico Croz “aveva sempre l’erba migliore, le donne più belle, ed erano sempre nude”, quasi due biografie in una, verrebbe da dire.
©  Joel Bernstein, 1974
‘Wild Tales’ è un manifesto cronologico che scorre piacevole e veloce, diversamente dall’intricata, a tratti noiosa biografia di Neil Young: dall’infanzia nei sobborghi di una Manchester post guerra, il successo pop degli Hollies, nati sulle orme degli Everly Brothers ma con il tempo diventati sempre più stretti (Laurel Canyon calling), fino all’incontro con quelle due voci (Crosby e Stills) che gli cambiarono la vita. Woodstock, le droghe (la musica su tutte), le donne, il grande, proficuo ma illusorio tour del 1974 con CSNY (celebrato finalmente anche su disco), l’impegno politico al fianco di Jackson Browne, le grandi passioni per arte e fotografia.
Vita intensa la sua. Inutile dirvi che tre quarti di libro sono dedicati ai 60 e 70, lasciando al resto le briciole. Ma proprio in quel ventennio c’è tutto quello che vogliamo dal rock’n’roll. (Enzo Curelli) da CLASSIX!  # 42 (Dicembre/Gennaio)

vedi anche
RECENSIONE: RYAN BINGHAM-Fear And Saturday Night (2015)





lunedì 19 gennaio 2015

RECENSIONE: RYAN BINGHAM (Fear And Saturday Night)

RYAN BINGHAM  Fear And Saturday Night (Axster Bingham Records, 2015)



C'è un uomo con un cappello texano calato in testa che gira per le montagne della California, ha la barba sfatta, jeans lisi e alza polvere con gli stivali quando cammina, è lì da alcuni giorni, porta sempre con sé una chitarra, la suona appena può, in qualunque angolo si trovi. Le ragazze del primo paese vicino se ne sono già innamorate, il fascino da bello e dannato funziona anche ad alta quota. A tarda sera si ritira dentro alla sua roulotte: ha poche cose con sé, da lontano si vede una fioca luce di candela accesa fino a tardi, a notte fonda si sente una voce roca accompagnata da accordi di chitarra. Si dice in giro che sia uno importante, un musicista, uno che ha vinto addirittura un Oscar. Qualcuno ci crede. Allora, perché è solo? Perché la sua faccia si lascia andare poche volte ad un sorriso quando incrocia qualcuno del posto? Sembra pensieroso. Ryan Bingham costruisce così il quinto album in carriera, il più amaro e personale, ci aggiungo il più completo in generale. In totale solitudine, rimuginando su quelle ferite che spezzano il cuore ma che, come indelebili tatuaggi, rimarranno per sempre: le riflessioni su un figlio mai nato nella ballata folk con armonica Broken Heart Tattoo. Infanzia e vita difficili le sue. I genitori morti giovani e in circostanze drammatiche (il padre suicida, la madre alcolista), una vita tutta da costruire contando solo sulle proprie forze. Ma quello che la vita ha tolto, la musica ha ridato. Lui ha raccolto e continua a seminare bene. Dopo un disco "arrabbiato" (Tomorrowland), nato come risposta istintiva a quelle perdite - a cui si aggiunge la separazione dalla prima band The Dead Horse - e per certi aspetti deviante nella forma musicale tanto da far storcere il naso a molti fan della prima ora (disco da rivalutare assolutamente) ritorna, adesso, a calpestare le strade del primo Mescalito, un debutto che rasentò la perfezione, innalzandolo a nuovo eroe border rock Americana.
Fear And Saturday Night cresce nel profondo dell'anima, si nutre di dolore ma guarda fieramente avanti, e tutto esce bene dal testo del blues elettrico "Bo Diddley Beat" Hands Of Time. Se Tomorrowland era un grido istintivo e rumoroso, questo è l'analisi riflessiva nata in completa solitudine: "non temo niente tranne me stesso" canta nella title track. Si apre con un country rock dai ritmi pigri (Nobody Knows My Trouble), autobiografica panacea scaccia crisi e prosegue tra blues crudi (Top Shelf Drug) con chitarre toste e tese (Daniel Sproul e Jedd Hughes) con l'hammond di contrappunto (Chris Joyner) e country/folk elettro-acustici, polverosi, desertici e sornioni: la finale Gun Fightin Man, la cupa e dal passo lento Fear And Saturday Night, le pennellate romantiche di Snow Falls In June e della crepuscolare Darlin, la notturna e springsteeniana My Diamond Is Too Rough con un bel solo di chitarra nel finale, Radio, ballata che si perde nei percorsi più bui dell'esistenza e procede con il tipico passo younghiano, l'esuberanza alla Ryan Adams e gli accenti sudisti con un sussulto honk tonk nel mezzo. L' infanzia da piccolo nomade ritorna spesso nei temi dei testi: il viaggio come fuga salvifica (Island In The Sky), e della speranza, come quello dei due innamorati protagonisti del veloce assalto a tutta slide su ritmi mariachi della contagiosa Adventures Of You and Me.
Fear And Saturday Night è un passo indietro a livello musicale, un ritorno all'esordio, e due avanti a livello umano, un ostacolo in meno sulla sua strada. Risultato: il miglior album dopo Mescalito (2007).



vedi anche

RECENSIONE: RYAN BINGHAM-Tomorrowland (2012)



RECENSIONE: RYAN BINGHAM & THE DEAD HORSE live @ Sarnico (BG), 19 Giugno 2011



RECENSIONE: THOM CHACON-Thom Chacon (2013)





RECENSIONE: WILLIE NILE- If I Was A River (2014)






domenica 18 gennaio 2015

ANDY WHITE live @ Birrificio Sant'Andrea, Vercelli, 16 Gennaio 2015

ANDY WHITE
live@Birrificio Sant’Andrea, Vercelli, 16/01/2015

Cosa puoi dire a un uomo di 52 anni che sta girando l’Europa solo, trascinandosi dietro, con tanto amore, una custodia di chitarra e un trolley, con appiccicati al volto l’entusiasmo contagioso di un ragazzino che deve ancora scoprire tanto e l’esperienza di chi invece ne ha viste di più? Attacca il concerto con quella Religious Persuasion che dipinge perfettamente il quadro traballante attaccato al chiodo arrugginito delle religioni, del terrorismo, dell’Irlanda anni settanta, della sua Belfast di metà anni ‘80, racchiudendo perfettamente tutto il suo passato musicale, costruito sulle stesse parole pungenti di Dylan al Village, sulla poesia di Van Morrison, sull’attitudine alla Waterboys . ANDY WHITE agli esordi combatteva in prima linea.
Ma essere in prima linea anche con il cuore non è da tutti. E’ dei puri. Ora le linee sono più dolci e un po’ amare. Arriva così a raccontare la sua vita in modo poetico, disincantato e divertito: l’Australia, sua attuale casa, l’amore per l’Italia (Italian Girls On Mopeds), per la poesia (Looking For James Joyce’s Grave), la vita. L’ultimo disco How Things Are (l’undicesimo) è nato dopo una rottura sentimentale che lo ha segnato profondamente: registrato ancora una volta in solitaria insieme al figlio Sebastian (alla batteria), sembra trasmettere la giusta positività, non togliendo un grammo al peso specifico della parola AMORE, rafforzandola, traducendo in musica quell’entusiasmo che domani lo porterà verso un’altra città e conoscere nuova gente. Ho sempre nutrito una simpatia a pelle per White. Non sbagliavo e ne sono estremamente contento. Posso dire: THANX ANDY, mentre lui pensa se è già passato da Biella. Non credo, ma il giramondo sei tu. Potresti aver ragione. (Ha ragione).



giovedì 15 gennaio 2015

LUKE WINSLOW-KING live @ Teatro Duse, Besozzo (Va), 14 Gennaio 2015



 


 
 
 
 
 
RECENSIONE: LUKE WINSLOW-KING Everlasting Arms (Bloodshot Records/IRD, 2014)
Poi ci sono dischi che lasci per ultimi. In fondo alla pila, quella più alta, quella lì in fondo a sinistra, sotto a tutti gli altri. Sono ridotto così. Immancabilmente sai che diventeranno i primi della fila, superando nomi blasonati e uscite strombazzate ma poi trombate. Il motivo per cui rimangono ultimi? E' un affascinante mistero a cui non voglio dare mai risposte concrete, o più semplicemente non lo so? Everlasting Arms è un disco da mettere in vetrina. Luke Winslow-King ha raggiunto con il quarto album in carriera una scrittura da vecchio e maturo veterano. Tutto suona antico nella sua musica, ma tutto è fatto dannatamente bene e proiettato nel suo presente: la sua voce a tratti gentile e accomodante, a cui forse manca quella spigolatura in grado di lasciare il pungente graffio (ma sono dettagli trascurabili), una slide, suonata anche dall'amico italiano Roberto Luti, che imperversa da cima a fondo, la voce della moglie Ester Rose lo accompagna ai cori, i profumi sono quelli di legno tarlato e brillantina per capelli, di erba appena falciata e di fienili accanto casa, di sale da ballo affollate il sabato sera con i vecchi nonni d'America impegnati in sfrenati balli prolungati fin dopo mezzanotte per far concorrenza ai più giovani...  (Continua a leggere qui)





lunedì 12 gennaio 2015

RECENSIONE: STEFANO GALLI (Focus)

STEFANO GALLI   Focus (autoproduzione, 2014)



Stefano Galli fa nuovamente centro. E' passato un solo anno dal debutto Play It Loud!, ma l'esigenza di rimettersi in gioco era tanta e l'assenza di quel "band" dopo il nome presumo voglia testimoniare solamente quanto "di suo" ha riversato in queste personali dieci canzoni. La formazione infatti è la stessa del debutto: Roberto Aiolfi al basso, Marco Sacchitella alla batteria e Francesco Chebat alle tastiere. Un lavoro apparentemente più omogeneo sulla carta e nei credits, una sola cover (il classico soul Bring It On Home To Me di Sam Cooke) ma ancora con la varietà musicale che lo contraddistinse un solo anno fa. Registrato in quattro diverse e suggestive location, catturando il suono vero e diretto all'interno di mura e soffitti differenti: la ex Chiesa di Santo Spirito e il Teatro Circolo Fratellanza di Casnigo, le Officine meccaniche P.D.F. di Bergamo e la sua, meno suggestiva-penso-ma accomodante casa e in parte mixato a New York da Marc Ursilli (Lou Reed, Faith No More), Focus è un disco piacevolissimo dalla prima all'ultimissima nota, dove la chitarra è sempre ben presente senza invadere troppo la struttura generale delle canzoni, testimonianza della sua buona penna compositiva. Gli eleganti ricami chitarristici alla J.J.Cale/Eric Clapton (o Mark Knopfler se siete arrivati dopo) di Lonely Day, il tiro hard blues dell'iniziale Jealous giocata bene sulle tastiere '70 di Francesco Chebat, l'arpeggio lieve dell'attestato d'amore che esce da If I Lived (con la voce della piccola figlia nel finale) e da Catherine, la corsa strumentale del blues Funny Slide,  il funk di Price, la divertita I Can't Stand You Anymore, la jazzata Vesta Light. Tutte a mettere ulteriormente in mostra l'ecclettismo musicale di Galli. Due dischi: due centri su due. Ottima mira.




vedi anche


RECENSIONE: STEFANO GALLI BAND-Play It Loud (2013)












LA MIA PLAYLIST DISCHI ITALIANI 2014










martedì 6 gennaio 2015

RECENSIONE: LUKE WINSLOW-KING (Everlasting Arms)

LUKE WINSLOW-KING Everlasting Arms (Bloodshot Records/IRD, 2014)


Poi ci sono dischi che lasci per ultimi. In fondo alla pila, quella più alta, quella lì in fondo a sinistra, sotto a tutti gli altri. Sono ridotto così. Immancabilmente sai che diventeranno i primi della fila, superando nomi blasonati e uscite strombazzate ma poi trombate. Il motivo per cui rimangono ultimi? E' un affascinante mistero a cui non voglio dare mai risposte concrete, o più semplicemente non lo so? Everlasting Arms è un disco da mettere in vetrina. Luke Winslow-King ha raggiunto con il quarto album in carriera una scrittura da vecchio e maturo veterano. Tutto suona antico nella sua musica, ma tutto è fatto dannatamente bene e proiettato nel suo presente: la sua voce a tratti gentile e accomodante, a cui forse manca quella spigolatura in grado di lasciare il pungente graffio (ma sono dettagli trascurabili), una slide, suonata anche dall'amico italiano Roberto Luti, che imperversa da cima a fondo, la voce della moglie Ester Rose lo accompagna ai cori, i profumi sono quelli di legno tarlato e brillantina per capelli, di erba appena falciata e di fienili accanto casa, di sale da ballo affollate il sabato sera con i vecchi nonni d'America impegnati in sfrenati balli prolungati fin dopo mezzanotte per far concorrenza ai più giovani.
Nativo del Michigan, ma figlio adottivo di New Orleans, città incontrata per puro caso in gioventù ma che lo ha conquistato definitivamente e svezzato musicalmente. Da lì non si è più mosso: ha iniziato a studiare arte e musica, spostandosi spesso anche in Europa, ma nella città del jazz c'è rimasto a vivere, ne ha carpito tutti i segreti, l'ha vissuta sulla propria pelle suonando in tutti gli angoli possibili. Nella sua musica convivono gli umori del sud, riaffiorano vecchi suoni ante guerra, antichi ragtime, dixieland (Levee Man), blues del delta (The Crystal Water Springs) e blues rutilanti dal tiro rock'n'roll (Swing That Thing), country (Wanton Way Of Loving), vecchi canti creoli di protesta riaffiorati da antichi libri e poi musicati (Bega's Carousell). Un ricercatore che riporta a galla il recente passato, lo restaura e ce lo offre su quel piatto dove il vinile sa ancora girare senza fretta. Un disco senza tempo come tutti quelli che dimentico colpevolmente in fondo alla pila. Chissà cosa altro c'è?

vedi anche: live @ Teatro Duse, Besozzo (VA), 14 Gennaio 2015





LA CLASSIFICA DEI LETTORI E LA MIA PLAYLIST: DISCHI 2014









RECENSIONE: WILLIE NILE-If I Was A River (2014)









mercoledì 31 dicembre 2014

CLASSIFICA DEI LETTORI & LA MIA PLAYLIST: DISCHI 2014





Attenzione! Questa non è una classifica. Nessuna classifica quest'anno (c'è quella del SONDAGGIO DEI LETTORI che trovate qua sotto). Nessun numero prima del nome, ma solo la segnalazione, parecchio disordinata, di alcuni dischi usciti nel 2014-quante uscite quest'anno!-che meritano di essere ascoltati ancora una volta-anche di più, possibilmente-e ricordati: qualcuno mi ha colpito al cuore (Damien Rice è arrivato al momento giusto), altri sono semplicemente perfetti (ma che disco ha fatto Lucinda Williams?), alcuni divertono (Roger Daltrey e Wilko Johnson più di tutti), alcuni sorprendono (del retro rock dei Blues Pills sentiremo ancora parlare), qualcuno mi ha deluso anche (Gaslight Anthem e Bob Seger su tutti). Difficile mettere un ordine a sentimenti, perfezione e pecche su un numero così vasto di uscite. Difficile ascoltarli tutti con la stessa e dovuta attenzione, e quanti ne mancano (aggiungeteli voi)...Ecco quindi un elenco di dischi da riascoltare, magari con più tempo o semplicemente da riscoprire se li avete persi per strada. Come sempre è tutto estremamente personale, variabile, opinabile, discutibile ma sinceramente divertente da compilare (pure faticoso). Un gioco, insomma, da recuperare fra qualche anno, sperando che almeno un terzo-sono ottimista- di questi dischi continui a suonare nello stereo. Allora sì, si potranno mettere dei numeri.

CLASSIFICA DEI LETTORI

1-LUCINDA WILLIAMS-Down Where The Spirit Meets The Bone (24 voti)
2-THE WAR ON DRUGS-Lost In The Dream (11 voti)
3-JOHN MELLENCAMP-Plain Spoken (10 voti)
   TOM PETTY-Hypnotic Eye 
4-JACKSON BROWNE-Standing In The Breach  (9 voti)
5-CHEAP WINE-Beggar Town (8 voti)
   JOE HENRY-Invisible Hour
   COUNTING CROWS-Somewhere Under Wonderland 
   BLACKBERRY SMOKE-Leave A Scar
   ROSANNE CASH-The River & The Thread
6-JOHN HIATT-TermsOf My Surrender (7 voti)
7-DAMIEN RICE-My Favourite Faded Fantasy (6 voti)
   DAVID CROSBY-Croz
   EDDA-Stavolta Come Mi Ammazzerai? 
   LEONARD COHEN-Popular Problems
   BOB DYLAN-The Basement Tapes Complete 
   CSN & Y-Live 1974 
8-THE ALLMAN BROTHERS BAND-At Fillmore East (5 voti)
   WILKO JOHNSON/ROGER DALTREY-Going Back Home
   DRIVE-BY TRUCKERS-English Oceans
   RIVAL SONS-Great Western Valkyrie 
9-CHRIS CACAVAS/EDWARD ABBIATI-Me And The Devil (4 voti)
10-PAOLO NUTINI-Caustic Love (3 voti)
     BRUCE SPRINGSTEEN-High Hopes
     BLUES PILLS-Blues Pills 
11-ROBERT PLANT-Lullaby And...The Ceaseless Roar  (2 voti)
     JACK WHITE-Lazaretto
     BOB SEGER-Ride Out
     CHUCK E.WEISS-Red Beans And Weiss 
     RORY GALLAGHER-Irish Tour 74  
     RYAN ADAMS-Ryan Adams
12-ADAM COHEN- We Go Home (1 voto)
     MARK LANEGAN-Phantom Radio
     JOHNNY WINTER-Step Back  
     TWEEDY-Sukierae
     SLASH-World On Fire

 
DISCHI DI CUORE

DAVID CROSBY-Croz 
Una generazione che ci ha provato: "un grande uomo disse 'ho un sogno'. Un altro arriva e gli spara in testa" canta in Time I Have. La fortuna di guardarsi indietro e spiare in avanti fa spesso capolino tra i testi (Slice Of Time, Holding On To Nothing). La  fortuna di un sopravvissuto. Crosby ringrazia. Di tutte queste cadute con relative rinascite canta nella personale Set That Baggage Down, uno dei picchi confessionali e musicali del disco con una chitarra elettrica che fa il suo, un groove che sale ed un'esortazione ad alzarsi sempre e comunque davanti ad ogni sciagura: "Rise Up, Rise Up" canta nel finale...Scritto interamente con il figlio, Croz è un album  dal passo lento, armonico, dal feeling jazzato che non ha fretta di arrivare, che non cerca i facili consensi: "l'ho scritto per me stesso" dice Crosby. (RECENSIONE) 
DAMIEN RICE-My Favourite Faded Fantasy
Ti attacca quando hai la guardia abbassata. Quando il sistema immunitario del cuore ha finito il suo turno giornaliero, lasciando l'entrata incustodita per pochi attimi. Basta poco e tac, ti penetra dentro. E' facile entrare e impossessarsi delle emozioni quando sono lasciate incustodite, rivoltarle come un calzino usato da mettere in lavatrice, centrifugarle e farle uscire quasi come nuove, pronte di nuovo all'uso fino a renderle nuovamente lise dopo un altro ascolto, e poi un altro ancora. Da principio. E' facile se ti chiami Damien Rice, hai una voce cristallina ed emozionante, hai una delle migliori opere prime degli anni 2000 in tasca, quel O (2002) che fece prima spalancare le orecchie di tanti, poi lanciare il suo nome in alto nell'olimpo dei grandi paragoni (il nuovo Tim Buckley? il nuovo Jeff Buckley?), infine diventare a sua volta qualcuno da imitare, è facile se vivi la musica in modo apparentemente distaccato in un mondo che invece vuole tutto e subito, dove la quantità supera molto spesso la qualità, e raramente viaggiano insieme. Qui sì...
Un sarto che ama cucire le ferite con meticolosa pazienza, e le ferite amorose vengono in superficie con evidenza fin dall' apertura My Favourite Faded Fantasy dove la voce in falsetto squilla rimpianto, e proseguono in The Greatest Bastard (...sono il più grande bastardo che conosci, l’unico che ti ha lasciato andare, l’unico a cui non sopporti di far tanto male... (REC)


MARC FORD-Holy Ghost
La ricerca del semplice dopo una vita di scalate e sogni raggiunti. "Ho raggiunto la cima della montagna e le risposte non erano lì, non è stata l'illuminazione che stavo cercando. Droga e alcol sono stati solo una grande copertura per alcune mancanze", racconta tra le pagine del suo sito. (REC)




NEIL YOUNG-Storytone. Sintetizzato, questo è un atto d'amore verso la vita, sincero e pure ingenuo in molti punti, ma sempre vero. L'ennesimo. Un contrasto vincente-e confuso- come lo è stata tutta la sua carriera: Neil Young è innamorato come un ragazzino ma ha un ingombrante peso dentro da espiare dopo una relazione importante finita, la terra su cui vive gli sta a cuore ma la vede continuamente minacciata, i suoi hobby lo tengonotalmente impegnato da diventare i fari guida delle sue autobiografie. (REC)

WILLIE NILE-If I Was A River
8 Dicembre 1980. E' tarda sera, sono passate le 22, John Lennon e Yoko Ono lasciano gli studi Record Plant di New York dove stanno lavorando all'album Milk & Honey, seguito gemello del precedente lavoro di coppia Double Fantasy. Prendono il taxi per dirigersi verso il Dakota Building, complesso sulla 72esima strada a un passo da Central Park, dove risiedono in un lussuoso appartamento. Mentre stanno scendendo dal taxi per raggiungere l'entrata, negli studi A del Record Plant che hanno appena abbandonato, i tasti di un pianoforte Steinway vengono battuti ripetutamente: una, due, tre, quattro, cinque volte come gli spari di quella Calibro 38 stretta nella mano assassina di Mark David Chapman, squilibrato mimetizzato tra i fan che campeggiano davanti al Dakota in attesa dell'arrivo di Lennon. Cinque colpi cinque. Alle 23 e 09 John Lennon venne dichiarato morto al Roosevel Hospital. Nel 1981 esce Golden Down il secondo album di Willie Nile. Natale è passato da un solo giorno, un peccato, perché If I Was A River ha tutte le caratteristiche dei migliori dischi da mettere sotto l'albero. Un dono che qualunque amante del rock amerebbe ricevere, anche se le chitarre sono quasi del tutto assenti, la "casa delle mille chitarre" non è qui, questa volta. Un disco che scalda anima e cuore attraverso i soli tasti di un pianoforte, strumento protagonista dalla prima all'ultima nota di queste dieci canzoni, dieci ballate accorate, spoglie, che potevano essere contenute in Cold Spring Harbor di Billy Joel, in un disco di Bill Fay o Randy Newman, composte dal miglior Springsteen introspettivo.
Non è stato usato un pianoforte qualsiasi come sottolinea Nile nelle note introduttive presenti nel booklet: "Questo album è stato registrato con lo stesso piano Steinway che suonai la notte in cui John Lennon fu assassinato l'8 Dicembre del 1980. Ero nello Studio A del Record Plant di New York e stavo registrando il mio secondo album, mentre John e Yoko stavano lavorando nello Sudio C quella notte". (REC)



LA PERFEZIONE

LUCINDA WILLIAMS-Down Where The Spirit Meets The Bone
Il perfetto manuale rock. Quanti dischi doppi registrati in studio sono diventati pietre miliari del rock? Questo ha tutti i numeri per essere ricordato per molto, molto tempo. Nell’anno che ha visto la ristampa del debutto omonimo (in verità fu il terzo) è un cerchio che si chiude, innalzando, ancora una volta, la Williams a pietra di paragone per qualsiasi donna (e pure uomo) voglia imbracciare una chitarra e suonare rock. Nessun riempitivo tra le narrative venti tracce: dalla coraggiosa apertura ‘Compassion’, folk velato e acustico, costruita su alcuni versi del padre poeta, alla conclusione, un omaggio allo scomparso J.J. Cale con gli immaginifici nove minuti di ‘Magnolia’. In mezzo: tanti ospiti (Bill Frisell, Tony Joe White, Ian McLaglan), chitarre elettriche libere e jammanti, paesaggi del sud, malinconiche ballate roots. La cantautrice della Louisiana  ha sbagliato  pochi colpi in carriera e ‘Car Wheels On The Gravel Road’, la sua indiscussa vetta compositiva, da oggi ha un fido compagno. da CLASSIX #42

LEONARD COHEN- Popular Problems
"Perfezione", con lui è una parola sempre buona e giusta, mai sprecata. Come non dare un appellativo del genere a canzoni come: Slow, My Oh My o You Got Me singing?Tra i grandi vecchi scesi in campo quest'anno, il neo ottantenne canadese si conferma ancora il numero uno per classe, freschezza compositiva e talento. Il suo melting pot di poesia, blues, country, gospel e modernità assortita, in mano ad altri scricchiolerebbe, con lui sembra tutto elevato in una dimensione a stretto contatto con il paradiso, ma anche ad una sola spanna sopra l'inferno.




I GRANDI VECCHI (anche dall'aldilà)

JOHNNY CASH-Out Among The Stars
L'uomo in nero sbiadito che si presenta agli albori degli anni ottanta è un Johnny Cash che stava precipitando ancora in disgrazia: inciampa nuovamente nelle rovine della bulimica dipendenza da sostanze chimiche, confermando che tra gli inarrivabili alti vi erano ancora i tanti profondi abissi che lo accompagnarono lungo tutta la carriera, tanto che la famiglia lo convinse persino al ricovero presso la clinica di riabilitazione Betty Ford Center a cavallo tra il 1983 e il 1984. Lui ne uscì quasi rinato. Non solo, l'allontanamento di Marshall Grant, da trent'anni fedele compagno musicale come bassista nei Tennessee Three, lascerà tanti strascichi personali ma anche legali. In più: i tanti problemi fisici che il suo corpo deve sopportare-incidenti vari, ricoveri e operazioni sembrano diventare routine quasi giornaliera nella sua vita- e non ultima una scampata rapina nel 1981 dipingono nell'insieme un quadro non propriamente esaltante attorno ad un uomo che dietro gli abiti neri pareva nascondere nefaste striature che solo la sua smisurata fede in Dio riusciva a raddrizzare, mitigare e spiegare... (REC)
JOHN MELLENCAMP-Plain Spoken
Plain Spoken è un disco meraviglioso, forse il punto d'arrivo dell'ultima fase della sua corsa, anche se qui Mellencamp sembra ripescare atmosfere da alcuni capolavori di metà carriera come The Lonesome Jubilee (1987) e Big Daddy (1989). Anche se Life, Death, Love And Freedom (2008) rimane per me il punto più alto degli ultimi anni, Plain Spoken è un ottimo bignami dei suoi ultimi anni.
JOHN MELLENCAMP- Performs Trouble No More Live At The Town Hall 31/7/2003
Garanzia. Ho ancora nelle orecchie il ronzio fastidioso di molti fan all’uscita del primo, unico e forse ultimo, tour dell’ex “giaguaro” dell’Indiana in Italia, nel 2011 a Vigevano: concerto breve si lamentarono in tanti, concerto intenso risposero altri. Tutti avevano ragione. Quando si tratta di dischi, i minuti sono messi da parte (15 tracce) e a prevalere è solo l’intensità cui non sfugge questo live registrato con la band (Andy York su tutti) nel Luglio del 2003 al Town Hall di New York  davanti a 1500 spettatori con in scaletta l’intera tracklist di “Trouble No More”, riuscito disco di sole cover uscito un mese prima e divenuto, con il senno di poi, vero e proprio avvio della sua ultima fase musicale in corso ancora oggi. Uno scavo nei suoni rootsy americani, le sue principali influenze: il primordiale blues di Robert Johnson e Willie Dixon, il folk di Woody Guthrie, riuscite e attualizzate riletture (“To Washington”), omaggi (Lucinda Williams), più l’aggiunta di alcune hit autografe e “Highway 61 Revisited” di Dylan, tutte suonate con il contagioso fervore rock di sempre. Enzo Curelli 7 da CLASSIC ROCK #23
RODNEY CROWELL-Tarpaper sky
Splendido e ricercato autore della tradizione americana. Rock’n’roll (‘Frankie Please’) e tanto country (‘On What A Beautiful World’ dedicata a John Denver). Nelle sue mani tutto può diventare prezioso.
CHUCK E.WEISS-Red Beans And Weiss
WILLIE NELSON-Band Of Brothers
LEON RUSSELL-Life Journey
A leggere le note di retro copertina pare di trovarsi di fronte ad una sorta di testamento musicale in cui il settantaduenne Leon Russell allinea i suoi "maestri", un tributo a tutti i musicisti che ne hanno segnato la carriera (più due nuove composizioni scritte di suo pugno). Esce adesso che il viaggio-di vita-è quasi arrivato alla fine, come ripete più volte, evidentemente affranto dai tanti problemi fisici che lo perseguitano. Facendo i dovuti scongiuri si spera non sia così- anche se qualche buontempone, recentemente, ha pure messo in giro la "bufala" della sua presunta morte-perché il carismatico musicista dell'Oklahoma sta vivendo una seconda brillante giovinezza che sembra quasi una continuazione degli anni d'oro gravitanti intorno al carrozzone messo in piedi con Joe Cocker prima e dalle cause umanitarie promosse da George Harrison dopo, che lo videro protagonista e che lo portarono al centro della scena musicale americana tra il 1969 e il 1973, facendolo diventare il più grande turnista americano dell'epoca ma anche con un paio di dischi solisti da enciclopedia rock sul groppone ed un passato remoto di tutto rispetto alla corte di Phil Spector.  (REC)
JACKSON BROWNE-
Non mi aspettavo un disco del genere. Non sfigura affatto se posto dietro ai suoi grandi classici degli anni settanta. Con questo disco Browne dimostra che tutte le caratteristiche (sentimenti e impegno politico) che fecero di lui uno dei maggiori talenti musicali della west coast anni settanta sono ancora vive e pulsanti, a dimostrazione che i capelli bianchi e il conto in banca certamente migliore rispetto a quegli anni non incidono minimamente sul talento. Il ripescaggio di una canzone scritta nel lontano 1967 (The Birds Of St. Marks) fa da ponte tra gli anni d'oro e questo suo ritorno perfettamente riuscito.
JOHN HIATT-Terms Of My Surrender
La macchina da scrivere in copertina è vecchia e semi distrutta, ma funziona ancora benissimo. Hiatt non sta sbagliando più una battuta su quei tasti da alcuni anni. Sforna dischi a ripetizione, alternandoli tra roventi rock/blues in compagnia della band, ed episodi come questo, dove a prevalere è il lato intimista, folk e soul, dove il blues diventa acustico ma abbastanza nero per mettere in risalto una voce ancora in grado di segnare canzoni come la buona ‘Wind Don’t Have To Hurry’. da CLASSIX#41
BILLY JOE SHAVER-Long In The Tooth
Manca solo il fodero con le pistole. Il ritratto fotografico in copertina, creato dal noto fotografo Jim McGuire, è così semplice, e per questo magnifico, che riesce a inquadrare tutta la vita di Billy Joe Shaver. Se non lo conoscete e la foto non vi lascia abbastanza input, potete sempre leggere la bella introduzione di Steve Earle che inizia così: "se un giorno Dio si svegliò e decise di fare di sé un cantautore, fu un mattino del 16 Agosto del 1939..." oppure alcune frasi di Bob Dylan, Kris Kristofferson, Willie Nelson e Tom T. Hall raccolte nel tempo che ne esaltano la carriera musicale, tutte presenti nel booklet come autocelebrativa garanzia di qualità, unite alle dichiarazioni di Shaver che accompagnano l'uscita " ...il miglior album che abbia mai registrato". (REC)
JOHNNY WINTER-Step Back
L’ultimo blues da piangere.
Mollerai mai, un giorno, Johnny? “Non credo. A meno che non sia in grado fisicamente, andrò avanti a suonare”. A rileggere questa risposta, estrapolata dall’ultima intervista concessa a Classic Rock (numero 20), corre un brivido lungo la schiena. Un solo mese dopo, nella notte del 16 Luglio 2014, venne trovato morto nella sua stanza di hotel a Zurigo. Winter ha mantenuto quella promessa continuando a suonare fino all’ultimo, e la data tenuta in Francia solo tre giorni prima della morte sarà ricordata come quei concerti allo Scene di New York sul finire degli anni ’60 quando il suo talento naturale fu notato dai discografici della Columbia e la sua cavalcata ebbe inizio ( tutto è ben impresso nel recente box TRUE TO THE BLUES). Nonostante l’artrite lo stesse piano piano consumando, mettendo ancor più in evidenza le conseguenze dello stile di vita selvaggio condotto in gioventù, Winter sotto il cappellaccio, lungo i bordi dei suoi tatuaggi sbiaditi e vissuti, dentro ai tendini tesi, attraverso l’inseparabile chitarra diventata un prolungamento dell’esile corpo, nascondeva ancora il fuoco eterno di chi senza musica non poteva rimanere nemmeno un giorno. STEP BACK esce postumo ma non è un triste epitaffio bensì un manifesto di pulsante vitalità di un settantenne ancora smanioso di mettersi alla prova con la musica, che ama giocare con la varietà degli stili, confrontarsi con i suoi tanti epigoni...da CLASSIC ROCK #25
LOUDON WAINWRIGHT III-Haven't Got The Blues
Personaggio da amare. Primo perché i figli li ha fatti crescere con tanto talento (Martha è anche ospite), secondo perché il lato autoironico e i bozzetti di quotidianità sparsi ovunque (in ‘Man & Dog’ dialoga con l’amico a quattro zampe) lo rendono unico, in barba all’abusato “nuovo Dylan” con cui venne additato quando fece la sua prima apparizione nel lontano 1970. Una perfetta galleria dell’America musicale del novecento: rock’n’roll, jazz, country, folk. C’è praticamente tutto. da CLASSIX#41


LE SORPRESE (vecchie e nuove)
PAOLO NUTINI-Caustic Love
Con questo disco Nutini apre ufficialmente le porte alla musica che conta, solo un lontano ricordo dei suoi inizi vicini al pop. Con la voce che si ritrova e con i giusti ganci potrebbe non avere rivali in futuro. Un dei dischi più belli e ispirati dell'anno. Pochi se ne sono accorti. Peccato.
DEVON ALLMAN-Ragged & Dirty
Sangue buono. Portare questo cognome nell’anno in cui ‘At Fillmore East’ è stato celebrato a dovere con l’esaustivo box e le recenti dipartite dalla band di Warren Haynes e Derek Trucks  hanno riportato l’attenzione sull’ Allman Brothers Band (triste commiato o nuova rinascita?) non deve essere facile. Eppure con il secondo album solista il quarantaduenne figlio d’arte piazza un disco che si abbevera tanto alla fonte del padre Gregg, spaziando  tra le terre del sud, quanto tra le vie di Chicago, facendo della “varietà di qualità” un punto di forza: tra suoni più rocciosi (‘Ten Million Slaves’), lunghi strumentali (Midnight Lake Michican’) e funk pieni di groove (‘I’ll Be Around’), Devon si conferma chitarrista e cantante dall’anima profondamente soul, caratteristiche forse troppo mimetizzate all’interno del suo gruppo Royal Southern Brotherhood, ma qui bene a galla, anche rispetto al precedente ‘Turquoise’. Quando il buon sangue che scorre tra le vene non viene sperperato. da CLASSIX #42
BLUES PILLS-Blues Pills
La band rivelazione dell'anno? Sì, probabilmente lo è. Un po' perché sostenuta da un battage pubblicitario ben mirato e diramato che sta toccando le riviste e i siti di ogni genere musicale, merito dell' ottimo lavoro della Nuclear Blast, veramente, fin troppo ed esagerato tanto da far nascere strani pregiudizi (siamo i soliti malpensanti), molto perché dietro al loro retro rock  c'è freschezza, sostanza, bravura, genuinità e determinazione. Qualità vere e inconfutabili. Originalità? No, quella per ora latita ancora e si spera arrivi in seguito, quindi pazienza se i paragoni e i rimandi abbondano, si gode di qualcos'altro: in primis della passione sincera per quelle sonorità ascoltate e accumulate attraverso i vecchi vinili rubati alle discografie dei genitori. Un lavoro di gestazione lungo tre anni, preceduto da due EP (molte canzoni si ripetono e compaiono anche qui), ma è valsa la pena aspettare questo debutto. Una giovanissima band multietnica ma di casa a Orebro (Svezia) che manda avanti a dare il benvenuto, ad aprire la porta di casa, l'avvenenza, il talento e la bravura della cantante svedese Elin Larsson, voce soul/blues come quelle di una volta, tanto che i paragoni si sprecano (da Janis Joplin a Aretha Franklin, è già stato detto di tutto, ma lei adora Etta James), ma immediatamente dopo ti travolge dalle retrovie  grazie alla compattezza d'esecuzione della sezione ritmica tutta americana (Zack Anderson al basso e Cory Berry alla batteria, anche se appena uscito dal gruppo e sostituito da André Kvarnström ) e dalla ispirata chitarra del francese Dorian Sorriaux, piccolo talento con le dita di un veterano, alimentate dal fuoco hendrixiano che affondano ma poi sanno lavorare così bene nei dettagli della superficie e perdersi nell'acidità degli assoli. L'apertura con il botto di High Class Woman è un viatico esemplare di quello che le dieci tracce ci proporranno lungo tutto il disco: sezione ritmica tuonante che spara pesantemente groovy, la voce della Larsson che si staglia su tutto ed un break centrale lisergico e sognante... (REC)
ANDI ALMQVIST-Warsaw Holiday
Warsaw Holiday, quarto lavoro in studio del cantautore svedese Andi Almqvist, ha quel raro dono concesso solo a pochi dischi: sa graffiare le ossa fin dal primo ascolto. O lo ami o lo detesti. Non lascia indifferenti. Quasi disturba. Lascia quei brividi che potrebbero essere generati da una lama che scalfisce l'osso. Sveglia gli incubi funesti assiepati tra gli alti (pochi e preziosi) e i bassi (tanti ma forse neppure inutili) della vita . Merito di una voce greve e bellissima, nera e paludosa con l'abissale profondità appartenente a Mark Lanegan, e la forza disperata di un songwriting cupo e darkeggiante che si aggrappa alla vita attraverso sottilissimi e delicati fili, spesso talmente assurdo, cinico, sbeffeggiante da diventare anche umoristico e dissacrante quanto il migliore Nick Cave di inizio carriera, dove vita e morte sembrano danzare sull'ultimo valzer concesso ai bordi del precipizio che porta direttamente alla fine del mondo. Il tutto accompagnato da un folk scarno (No More Songs For You), dal blues minimale ma corale tenuto insieme da un Hammond sullo stile Al Kooper nei dischi di Dylan (No) e da lente e inquietanti ballate pianistiche dal color bianco e nero, intrise di pathos funereo come l'iniziale e ululante Worwood, o la stupenda e cinematografica Pornography così carica di immagini d'effetto, o meglio ancora la malinconica intensità di In The Land Of Slumber con un violoncello a tessere ragnatele sulla lunga profondità. (REC)
DEX ROMWEBER DUO-Images 13
Inquietudine. Di quella positiva, se mai esistesse in qualche piega nascosta delle nostre menti. Questo è lo stato in cui mi fa cadere Images 13, terzo lavoro del progetto Dex Romweber Duo e la canzone finale Weird (Aurora Borealis) (scritta da Harry Lubin ed estrapolata dalla colonna sonora di un vecchio show televisivo), è una intima, minimale e inquietante traccia strumentale, quasi tribale nel suo ipnotico incedere, che congeda l'ascoltatore e conferma la mia ansia. Il buio e la luna piena che scorgo dalla finestra amplificano il tutto all'ennesima potenza. Sento ululati sulla collina.
Il chitarrista Dex Romweber è un veterano con carisma da vendere, anche se giovanissimo nei suoi quarantasette anni d'età, di quelli che hanno girato di notte i più malfamati sottoboschi musicali, quelli dove la luna piena entrava dalle finestre di un sottoscala e perforava le menti solo per far danni, quelli dove rockabilly, country e surf scorrevano come rigoli di sangue amaro sopra i palchi e scendevano giù dalle scale che conducevano ai maleodoranti cessi di qualche locale infimo. Uno con una cultura musicale immensa, capace di ripercorrere la storia americana ma anche attraversare l'oceano e approdare in Gran Bretagna: si parte da Eddie Cochran e Johnny Cash, si passa dal sempre dimenticato Link Wray, i Blasters e i Cramps, si arriva a Kinks e Who. E poi, vuoi lasciare fuori l'Australia di Nick Cave?..
(REC)
MICHAEL McDERMOTT AND THE WESTIES-West Side Stories
Altro bel colpo della rinata etichetta italiana Appaloosa, un' attestato di fedeltà verso Michael McDermott che sancisce in modo definitivo il matrimonio tra il cantautore di Chicago e l'amata Italia. Lui ci aveva già pensato sposando nel nostro paese, circondato da tanti amici, la moglie Heather Horton, e incidendo la canzone Italy due anni fa. Questa volta McDermott non si presenta da solo ma con un gruppo: The Westies. Nome della band preso in prestito dalla gang irlandese che da fine anni 60 fino a metà anni 80 seminò panico e terrore nella West Side di Manhattan e nata in modo del tutto casuale durante una jam a Nashville. Amore a prima vista tra i musicisti (la moglie Heather Horton alla voce e violino, Lex Price al basso e produttore, Joe Pisapia alle chitarre elettriche, Ian Fitchuk alla batteria, e John Deaderick al piano) e ispirazione nuovamente in moto per scrivere come ai vecchi tempi, a partire dall' iniziale Hell's Kitchen che trae ispirazione proprio dalle malefatte dei Westies per poi allargarsi e fare luce nel buio che investe la mente umana, un' intricata ragnatela di conflitti interni. "Tutto quello che volevo fare era scrivere canzoni e raccontare storie come i miei nonni e i miei genitori hanno fatto con me come nella migliore tradizione irlandese" spiega McDermott nel sito del gruppo. (REC)
ADAM COHEN-We Go Home
Alle radici. Se il segreto per ritrovare l’ispirazione era tornare nei luoghi dove trascorse l’infanzia, prima la casa natia a Montreal in Canada, poi nell’isola ellenica Hydra, buen retiro scelto dal padre negli anni settanta per esiliarsi dal resto del mondo, l’esperimento può dirsi altamente riuscito. Spossato da un paio d’anni in tour e dai discreti successi raggiunti con i precedenti tre album, Adam Cohen aveva bisogno di riallacciarsi con l’ingombrante cordone ombelicale per ricaricare le pile, e se tuo padre si chiama Leonard e di professione è "poeta", tra i più grandi viventi (ma quanto è bello il nuovo Popular Problems di papà?), qualcosa d’interessante lo porti sempre a casa. Registrato direttamente tra le mura delle abitazioni che lo hanno visto crescere, respirando e attingendo nei ricordi (ben impressi in “Fall Apart”), questo quarto album è il frutto della maturità raggiunta di un figlio che la propria strada, tra folk, pop e confidenziale soul, la sta trovando pur senza rinnegare la calda e raffinata poetica di famiglia, dedicata anche al giovane figlio di sette anni. Tre generazioni: il cerchio che si chiude. Tra le sorprese piacevoli dell'anno. (Enzo Curelli) 8 (REC)

MARY CUTRUFELLO-Faithless World
Tra le migliori rocker femminili sulla piazza: voce graffiante e vissuta di quelle che non passano inosservate, blue collar rock diretto ed evocativo di quelli pieni e tosti, testi onesti e credibili di quelli che arrivano diretti. Mary Cutrufello ha dimostrato di avere forza e carattere per inseguire i suoi miti musicali e perché no, eguagliarne lo spirito, quello antico, quando le terre erano ancora quelle lontane e promesse, i soldi erano pochi, e il rock'n'roll aveva buona memoria per non dimenticare.  I migliori anni di Bruce Springsteen, Bob Seger, Willie Nile, John Mellencamp (Joan Armatrading, Tracy Chapman, Melissa Etheridge rimanendo in campo femminile) rivivono nelle sue canzoni, rinascono con le peculiarità migliori messe in evidenza in prima pagina e poco importa se la sua carriera invece ha avuto il destino segnato e scritto nel trafiletto a fondo pagina. A volte il giornale si inizia a leggere proprio da lì. E' più sfizioso. Bisogna avere tanta fede in un mondo pieno di infedeltà è il suo messaggio. Cosa si darebbe oggi per risentire Bruce Springsteen lanciato in un rock'n'roll all'ultimo respiro come quello che esce dall'urgente Fool For You... (REC)
THE GREAT CRUSADES-Thieves Of Chicago
Anime notturne.I Great Crusades sono come pipistrelli. Difficile immaginarli in ore che non richiedano l'uso della luce artificiale per illuminarne le azioni, la luce deve essere la più fioca possibile naturalmente.  Fuorilegge gentiluomini di Chicago che arrivano a questo disco confermando un’ ottima carriera partita nel ’96 e condotta nella semi clandestinità della musica ma in grado di incidere grazie alla grande personalità del leader  Brian Kumm: energico garage rock (‘The Right Way To Be Wrong’) e notturne (ma anche calienti) ballate (‘Another Song About You’, Why Did You Make Me Care’) come se Nick Cave e Tom Waits facessero a cazzotti seduti al bar a tarda notte, prima della chiusura, e poi si incamminassero abbracciati e barcollanti verso le desertiche strade di Chicago alla prima luce del mattino, incuranti della sparatoria in atto attorno a loro. Storie di ordinaria follia urbana. Sembra complicato ma vi assicuro che l’ascolto è stato uno dei migliori dell’anno. da CLASSIX #40

CANTAUTORI (tra le pagine chiare e le pagine scure)
MATTHEW RYAN-Boxers
Speranza. Il quattordicesimo album del cantautore americano ha impresso nel DNA l’humus dei luoghi nel quale ha preso forma: Ryan è tornato a vivere tra le acciaierie dell’industriale Pittsburgh, zona dove portare a termine anche solo una giornata con la pelle immacolata è un’ impresa da pugili esperti, anche se il mal di vivere scorre sempre subdolamente sotto cute. Il contatto con questa realtà ha riacceso la fiamma della buona scrittura dopo alcune prove sotto tono, o più semplicemente troppo sperimentali, e il tutto si è tramutato in un disco urgentemente rock e urbano (prodotto da Kevin Salem e con Brian Fallon dei Gaslight Anthem alle chitarre)  da CLASSIX #42
BEN GLOVER-Atlantic
Se un disco lo consiglia una come Mary Gauthier, potrei finire qui e lasciarvi liberi mentre vi allacciate le scarpe e uscite di casa per fare vostro Atlantic. No niente download, please. Se poi la cantautrice lascia la sua firma su tre canzoni, nelle battenti blues Oh Soul (presente anche nel suo ultimo e splendido Trouble And Love), Too Long Gone e in Take And Pay-conflitti di interesse che piacciono-, il cantautore Rod Picott collabora alla stesura dell'apertura This World is a Dangerous Place (fuoco nell'acqua, chiodi in strada, un cane in lontananza, una bugia che ha detto qualcuno. Questo mondo è un posto pericoloso...) e la brava Gretchen Peters lascia la voce in Blackbirds e The Mississippi Turns Blue, potete uscire di casa anche scalzi. (REC)

MALCOM HOLCOMBE-Pityful Blues
 Malcolm Holcombe la sa lunga sulla vita, nonostante una carriera decollata solo in prossimità dei quarant'anni, con la sola voce potrebbe mangiarsi in un boccone metà di tutti quei cantautori che spuntano come funghi fuori stagione, soprattutto nei giorni piovosi di un' estate nefasta come questa. Troppo falsi e in anticipo per essere buoni. Quei funghi, quei cantautori. Holcombe ha la scorza dura di chi ha sceso le verdi colline delle Blue Ridge Mountains in North Carolina per cercare più fortuna in città (Nashville), trovando spesso più disagi che beltà (l'alcolismo è stata una piaga dura da sconfiggere, la depressione pure) ma le tante verità che ha raccolto riesce a raccontarle con la naturalezza dei puri. (REC)
SCOTT H. BIRAM-Nothin' But Blood
Se il successo di un musicista si misurasse dal numero di ossa rotte in vita, il quarantenne Scott H. Biram sarebbe in cima alle classifiche. Sfortunatamente per le sue tasche sdrucite non è così, e il texano continua ad incidere dischi (nove in tredici anni), con fierezza e rara passione, camminando e talvolta correndo troppo con il suo vecchio Ranchero 65 lungo quella linea zigzagante, poco trafficata ma pericolosa, che divide il bene dal male, il sacro dal profano, la redenzione dal peccato, e dove country, blues, punk e metal viaggiano allineati in contemporanea lungo le sei corde delle sue vecchie chitarre. Ossa spezzate in episodi marginali alla vita artistica ma capaci di inquadrare il personaggio: prima l’incidente stradale in Texas nel 2003 che gli lasciò intatto un arto su quattro ma non gli impedì, un paio di mesi dopo, di salire sul palco in sedia a rotelle con una flebo al seguito, poi in Francia nel 2009, quando scivolò nei pressi di una pompa di benzina. Cicatrici e protesi al titanio lo tengono unito. Uno scavezzacollo sporco e genuino, “ho imparato a sputare e menar pugni prima di imbracciare una chitarra”... (REC)
BAP KENNEDY-Let's Start Again
La "penna" di Bap Kennedy è una stilografica di valore, di quelle che usi solo nelle buone occasioni per scrivere cose importanti. Quelle parole che devono rimanere nel tempo. E di cose buone e importanti il cinquantenne cantautore di Belfast ne ha sempre lasciate sul foglio bianco, nonostante abbia portato avanti la sua carriera senza i meritati riconoscimenti di pubblico che gli spetterebbero, proprio come una penna di valore tenuta sempre nascosta per paura d'essere consumata dai più. Di bellezza non fa eccezione nemmeno questo nuovo Let's Start Again che esce a soli due anni di distanza dal precedente Sailor's Revenge che gli fu prodotto da Mark Knopfler, forse il picco artistico come autore; fu il perfetto incontro tra la musica americana incrociata fin dall'esordio solista Domestic Blues sotto l'ala protettrice di Steve Earle che lo volle fortissimamente in quel di Nashville-american roots amplificate poi dal personale tributo a Hank Williams-e le sue vere radici celtiche, sviluppate nel passato remoto collaborando con il mentore Van Morrison che ha sempre stravisto per lui fin da quando faceva il "rocker" suonando negli Energy Orchard, sua prima band con cinque dischi in discografia. Sostanzialmente meno brumoso e malinconicamente irish del precedente, questa volta, Kennedy, autore onesto e musicalmente curioso come un vero marinaio dei due mondi, ritorna al suo passato musicale, riabbracciando sì il country ma tornando a registrare nella sua Irlanda Del Nord con l'aiuto in produzione del vecchio amico "ritrovato" Mudd Wallace... (REC)
CORY BRANAN-The No-Hit Wonder
Cory Branan è un songwriter dal passo lento, apparentemente distaccato dalla vorace velocità dell'odierno music business, capace di tenere un piede nel pericoloso outlaw country dei seventies, uno appoggiato sull' acceleratore del presente che schiaccia a suo piacimento senza compiacere nessuno, ma riuscendo a stare ben in equilibrio sulla linea della migliore tradizione rock americana, risultando persino sfuggente ad ogni etichetta musicale si voglia appiccicargli addosso. (REC)
BOCEPHUS KING-Amarcord
Un passaporto alla cui scritta "segni particolari" segue un "cittadino del mondo libero". James Perry in arte Bochephus King, nomignolo scelto senza un vero perché dopo essere stato a Nashville, è uno spirito senza dimora che ha inseguito-sta ancora inseguendo-il suo sogno musicale, lo stesso sogno che da bambino lo portava a dire "volevo essere un detective o un predicatore". Oggi che gli anni sono diventati quelli della saggezza, essere un musicista è l'unico modo in cui riesce realisticamente a conciliare gli aspetti più importanti di quei due lavori, almeno nella sua testa, come racconta nello splendido libretto che accompagna il Cd e che l'italiana Appaloosa Records ha preparato per presentare nel migliore dei modi, al pubblico italiano, un cantautore totalmente fuori dagli schemi ma meritevole di tutte le attenzioni possibili. Testi tradotti in italiano, uno scritto di presentazione preparato dall'amico Andrea Parodi e un'autopresentazione scritta di suo pugno ci introducono nel suo personale, strano, istrionico e ricco mondo, ma non bastano a contenerlo tutto fino a quando non partono le note dell'iniziale On The Allelujiah Side, canzone presa dal primo disco Joco Music del 1996, registrato nella casa di famiglia in Canada, con pochi mezzi e tanti sogni in tasca. Da qui in avanti si capisce di più, e fidatevi, dopo il primo ascolto riiniziare da capo viene naturale. Buon viaggio. (REC)

WOMEN

MARY GAUTHIER-Trouble And Love
ROSANNE CASH-The River & The Thread
MARIANNE FAITHFULL-Give My Love To London
CHRISSIE HYNDE-Stockholm

EILEEN ROSE-Be Many Gone
Eileen Rose è una splendida pendolare del rock. Cantautrice americana dal sangue europeo, nativa di Boston nel Massachusetts, giovanissima si traferì a Londra, e proprio in Europa rilascia i suoi primi dischi solisti attraverso la Rough Trade. Dopo la spartiacque annata del 2001, nel 2003 decide di far ritorno a casa, stare vicina agli anziani genitori ma proseguire la sua via artistica già ben segnata con ancora più passione e dedizione. Be Many Gone è l'ottavo disco solista che raccoglie tutta l'esperienza accumulata in carriera e riversata in un affascinante, morbido e molto introspettivo viaggio d'autore condotto sia con la preponderante eleganza, quella della jazzata e soul She's Yours e dei sussurri di classico country di Prove Me Wrong, There Will Be Many Gone, Comfort Me e Wake Up Silly Girl con la pedal steel di Legendary Rich Gilbert (anche produttore) protagonista a tradire la sua nuova e tranquilla vita in quel di Nashville dove ha deciso di trasferirsi da qualche anno; sia con rari sprazzi di apparente divertimento, caliente e meticcio nei suoni mariachi di Each Passing Hour, una contagiosa girandola di violini e trombe con l'immenso Frank Black (Pixies) a duettare, frizzante nel rockabilly Just Ain't So che pare uscito da un vecchio disco di Wanda Jackson, ma anche nella vivace Queen Of The Fake Smile e nella  ritmata Space You Needed, inizio e fine di un disco che fa da fedele specchio alla sua inquieta e affascinante personalità. (REC)
ELIZA GILKYSON-The Nocturne Diaries
Lo sbaglio più grande sarebbe confondere Eliza Gilkyson con le tante cantautrici che hanno seguito le tracce lasciate dalle ruote della macchina di Lucinda Williams lungo i campi arati americani. Eliza, nata a Los Angeles ma da tempo trasferitasi in Texas, ha dalla sua una carriera lunghissima, nata molto prima e tramandata da una famiglia immersa totalmente nella musica: il padre Terry fu un apprezzato musicista negli anni '50, anche autore di colonne sonore per la Walt Dysney, il fratello Tony militò con i Lone Justice e gli X, il figlio Cisco Ryder è qui presente, suona, produce e garantisce il futuro. Con un primo disco registrato addirittura nel 1969, solamente da metà anni ottanta in avanti la sua carriera ha preso quota, tanto da diventare lei stessa un punto di riferimento e autrice ricercata dai colleghi: cercatela nel tributo a Jackson Browne di fresca uscita, Looking Into You, dove rilegge Before The Deluge e sull'ultimo disco di John Gorka, Bright Side Of Down, duettare nella title track. Queste dodici canzoni, come la stessa autrice racconta, le sono arrivate in dono nel pieno della notte quando l'oscurità, paradossalmente, dona maggior risalto a storie, persone, visioni che la luce del giorno sembra volutamente nascondere. Un concept di canzoni immerse nel suono acustico e rilassato-con qualche sprazzo elettrico- tra country e folk, che raccontano storie d'inquietudine (la ballata An American Boy), disperazione (Not My Home), difficoltà (World Without End), di guerra (Where The Monument Stands scritta da William Stafford e John Gorka), di viaggi (la desertica Fast Freight) ma anche speranza e riscatto (The Red Rose And The Thorn, Midnight Oil, il bel country Eliza Jane), sogni (in Ark riscrive il racconto biblico di Noè come una bella fiaba), di vita vissuta come se dopo la notte non ci fosse un domani (No Tomorrow).
Qualche prestigioso ospite come Ray Boneville e Ian McLagan e la bellezza di un disco che scorre piacevole come una di quelle nottate trascorse al chiaro di luna a parlare, parlare e ancora parlare con la migliore delle compagnie possibili. Ed è già mattina...
(REC)
HOLLY WILLIAMS-The Highway
Basterebbero i nomi che accompagnano la sua biografia e le note in calce a questa sua terza uscita discografica per far posare su Holly Williams tutta l'attenzione di qualunque musicofilo con le antenne diritte e puntate in America, sintonizzate su qualche radio a tema, quelle che trovi solo negli States, divulgata lungo interminabili highway da percorrere in solitaria. Avvenenza a parte, naturalmente. Oppure basterebbe il solo cognome, anche se è meglio non farlo notare ad alta voce: "mi fanno sempre le stesse domande a cui potrei rispondere per tutto il giorno: cosa fa ora tuo padre? o come ci si sente?, è una benedizione o una maledizione?, ma penso che ormai, al terzo album, la gente stia cominciando a capire che non canto perché mio padre è un musicista, hanno finalmente capito che suono da dieci anni in una band". Figlia di Hank Williams Jr.-a sua volta figlio della tradizione musicale americana del ventesimo secolo, tradotto in Hank Williams Sr,- sorellastra di quello scavezzacollo senza età di Hank III (chi lo avrebbe mai detto?), per questo terzo album- il migliore dopo The Ones We Never Knews (2004) e Here With Me (2009)-uscito da circa un anno in patria ma distribuito solo ora in Europa, si avvale inoltre della collaborazione di Jackson Browne-un piccolo sogno avverato- nei cori della delicata Gone Away From Me, molto vicina alle corde del cantautore, di un altro figliol prodigo, Jackob Dylan-a proposito di famiglie che contano-seconda voce della pianistica e melanconica Without You, e di una amica come l'attrice Gwyneth Paltrow, voce in Waiting On June, canzone dedicata ai nonni che chiude splendidamente il disco, senza dimenticare il marito Chris Coleman, musicista presente e determinante  e il produttore Charlie Peacock, buon lavoratore dietro ai dischi dei Civil On War.
Holly Williams, però, vive la musica diversamente dal restante nucleo famigliare, apparentemente in modo distaccato: ha una grande passione per la moda, è proprietaria di una boutique d'abbigliamento, partecipa a programmi televisivi di cucina, altra sua grande passione, ma ogni tanto si ricorda dei geni che gli scorrono sotto pelle e quando lo fa è capace di lasciare piccoli e piacevoli segni attraverso una scrittura profonda, scavando tra gioie e dolori della vita, sua (tra le gioie la prossima maternità), e dei tanti personaggi che popolano le sue liriche, a partire dalla donna alcolizzata presente nell'iniziale Drinkin'...
(REC)



ROTOLANDO VERSO SUD

BLACKBERRY  SMOKE-Leave A Scar-Live In North Carolina
Alla vecchia maniera. Non è At Fillmore East e nemmeno One More From The Road, ma Leave A Scar, doppio album live della southern band di Atlanta (anche in versione DVD per chi vuole tenere gli occhi impegnati), è quello che più si avvicina, oggi, alle atmosfere seventies di dischi epocali come quelli, monumenti insuperati di un modo di suonare e intendere il rock che hanno fatto scuola e tanti discepoli. Se le vecchie band ancora in piedi, anche grazie a cerotti e comparse, corrono dietro al moderno per tenersi a galla, le nuove generazioni giocano sul sicuro, risultando spesso più credibili e convincenti. La dura gavetta aprendo per mostri sacri come ZZ Top, Lynyrd Skynyrd e The Marshall Tucker Band trova la giusta e meritata ribalta in queste 22 canzoni (con l’inedito Payback’s A Bitch) che esaltano i tre lavori in studio prodotti fino ad oggi con l’ultimo The Whippoorwill a testimoniarne la maturità acquisita. Ingredienti vecchi ma sempre gustosi: trascinanti e alcolici honky tonk, country rock, epiche rincorse hard blues. La migliore band sudista degli anni 2000? (Enzo Curelli) 7,5 da CLASSIC ROCK Lifestyle #22, Settembre 2014
WHISKEY MYERS-Early Morning Shakes
Al terzo disco, i Whiskey Myers, invece, mantengono intatta la freschezza compositiva e riescono a focalizzare al meglio tutte le loro potenzialità: con la sontuosa voce del cantante Cody Cannon a fare la differenza, con episodi potenti ed enfatici dominati dalle classiche tre chitarre tre (Dogwood, Home, Hard Row To Hoe), con viziosi honky tonk (Wild Baby Shake Me), epiche ballate (Reckoning, Lightning), ma anche con qualche concessione melodica più marcata come Shelter From The The Rain, roba buona per farsi conoscere anche a chi non calpesta le loro terre. Classici, ma il genere non richiede altro. (REC)
CHRIS ROBINSON BROTHERHOOD-Phosphorescent Harvest
Dovessi dividere la loro produzione in una ipotetica trilogia, non avrei dubbi nell'assegnare al primo disco Big Moon Ritual  il compito di rappresentare l'universo incontaminato, l'ignoto, al secondo The Magic Door la terra e le radici, a questo terzo l'acqua, la fluidità. Indispensabile, più limpido e leggero ma sempre sfuggente in qualche modo. Con i Black Crowes nuovamente in pausa (sembrano sempre arrivati in dirittura finale ma rinasceranno sempre come una fenice "non so nulla dei Crowes in questo momento" dice Robinson) dopo averne saggiato la buona forma nel tour dello scorso anno, passato anche in Italia, Chris Robinson e l' altra sua congrega arrivano al terzo disco dimostrando di essere una squadra compatta a tutti gli effetti e non più un progetto estemporaneo o uno sfogo liberatorio come potevano esserlo solo un paio di anni fa, quando tutto prese il via. Se i primi due furono quasi un parto gemellare, figli dello stesso mood live e immediato sui cui posavano le radici della loro nascita, con il cantante assurto a ruolo di padre solitario e capo banda, questo nuovo "raccolto" è un lavoro di squadra a tutti gli effetti, costruito negli studi di registrazione Sunset Sound di Los Angeles, ancora con il produttore Thom Monahan, e lavorato in modo estremamente spensierato (la contagiosa e divertente opener Shore Power sembra lì a dimostrarlo) ma ancora una volta con le lancette del tempo ferme e immobili tra '60 e '70 (About A Stranger continua a strizzare l'occhio a Gerry Garcia dei settanta)... (REC)
DRIVE-BY TRUCKERS-English Oceans
Un altro bel passo in avanti che non ti aspetti. Non musicale-da loro sappiamo cosa aspettarci- ma di solidità e longevità. Sono passati tre anni-tanti per i loro canoni-dal rilassato, nero e trascinato (con classe) Go-Go Boots (in verità nato già come un sequel di The Big To-Do), ma la band texana di Patterson Hood e Mike Cooley (ampio il suo apporto in fase di scrittura questa volta) dimostra di non avere ancora le pile completamente scariche dopo vent'anni di onorata carriera e il prestigioso merito di aver tenuto alto il vessillo di un certo modo di suonare e vivere il rock tutto americano, impreziosito da liriche sempre al di sopra della media, anche qualcosina in più come dimostrato anche questa volta nell'attacco politico di The Part Of Him e nei consueti dipinti quasi gotici delle terre del sud (l'up country alla Willie Nelson di First Air Of Autumn). Negli anni duemila, anni poveri e senza veri scossoni musicali, avere tutte queste caratteristiche e qualità è un pregio da difendere con i denti e loro sembrano farlo fin dall'attacco dell'iniziale e dura Shit Shots Count, chitarre che non lasciano il respiro se non nell'irruzione dei fiati, nel finale, che virano la canzone al suono di New Orleans... (REC)
HARD WORKING AMERICANS-Hard Working Americans
La semplicità paga. Generazione spesso in ombra la loro, non per demeriti, ma per i troppi meriti di chi li ha preceduti: gente con la pellaccia dura che di abdicare non ci ha mai pensato, lasciando la grave incombenza nelle mani dell’intervento divino. Così ci troviamo uno dei maggiori songwriter americani degli ultimi vent’anni, il talentuoso e bizzarro Todd Snider, un vero outsider del sud, a formare una band con un manipolo di musicisti coetanei ma anche amici, e soprattutto fuoriclasse: Neal Casal, cantautore solista e chitarra nei Cardinals di Ryan Adams e nei stupefacenti e lisergici Chris Robinson Brotherhood, il bassista Dave Schools, fondatore dei torrenziali Widespread Panic, il batterista dal pregiato pedigree Duane Trucks e il tastierista Chad Staehly (Great American Taxi). Un disco che ricava i suoi maggiori talenti dall’atmosfera estremamente rilassata, libera e divertita con cui sono state registrate (in soli 5 giorni) queste undici cover non banali e scelte con cura e rispetto, capaci di distendersi in modo sinuoso tra roots rock, folk, approccio jam e la forza del southern rock. da CLASSIX #39
RICH ROBINSON-The Ceaseless Sight
Anche separati funzionano.I Black Crowes sono stati riposti nuovamente in naftalina? Cosa importa quando a distanza di un mese, i fratelli Robinson escono con due dischi che se sovrapposti l'uno sull'altro come risultato ci danno quello che vorremmo sentire dalla band di Atlanta. Se il progetto Chris Robinson Brotherhood continua ad esplorare alti territori sopra la terra, guidati dallo spirito guida dei Grateful Dead, sperimentando e perdendosi  in lunghe jam , il "piccolo" Rich sembra preferire i piedi ben piantati a terra, strappando radici blues, gospel, southern e folk, qualche rara puntata nel rock e qualche svolazzo psichedelico,  tutto accompagnato dalla voce matura, mai sopra le righe, mai sbalorditiva, ma credibile anche se spesso si aspetta, invano, quel guizzo che non arriva mai e che solo la gola del fratello Chris ci regalerebbe. Rich è un chitarrista che sa scrivere ottime canzoni e in questo terzo disco solista lo dimostra. Ora, ennesima rimpatriata famigliare? (Enzo Curelli) da CLASSIX #41


IT'S ONLY ROCK'N'ROLL BUT I LIKE IT

NASHVILLE PUSSY-Up The Dosage
Tette, pussy e rock'n'roll. Variando l'ordine degli elementi il prodotto non cambia, anche se... Quando necessito di una malata e sboccata dose di becero rock'n'roll senza troppe pretese, i Nashville Pussy, quartetto misto di Atlanta, riescono sempre a portare a casa la partita sopra al piatto del mio stereo, ci riescono ormai dal lontano 1998 quando la copertina sguaiata di Let Them Eat Pussy era cosa da non lasciare in vista ai piccoli nipoti che giravano per casa. Persa per strada la componente più rusticamente sessista, belluina e punk della gioventù, ben rappresentata figurativamente dalla prima bassista Corey Banks, una poco raccomandabile, tatuata e svestita valchiria di razza, quello che non è mai mancato è l'umorismo da squallida bettola di infima categoria e la provocazione a buon mercato basata su sesso e droghe anche quando il suono della band, negli anni, ha preso sempre più la strada polverosa del southern rock, del blues ipervitaminico alla ZZ Top (recentemente hanno anche coronato il sogno di aprire per i loro barbuti idoli, rimettendoci pure molto in dollari) e del country più sporcaccione in rappresentanza di tutti gli stereotipi americani più marcati e con la scritta "vietato ai minori" sempre ben in vista. Iconicamente legati all'immagine dei due coniugi chitarristi, anche ora che i capelli di Blaine Cartwright sono sempre più radi sotto il cappellaccio da cowboy, la sua pancia da trucker diventa sempre più rotonda e la  voce simile ad un Alice Cooper passato alla carta vetrata-lo zio americano che tutti vorremmo per uscire a rimorchiare il venerdì sera anche se Milano non è l'America, cantava qualcuno- mentre il seno di sua moglie Ruyter Suys  rimane sempre ben in vista e schiacciato sopra alla fiammeggiante chitarra che durante i live diventa l'incontrollabile manico della perversione che tanto la trasforma in un indemoniato Angus Young in reggiseno (provare un loro live per crederci), i Nashville Pussy sono una collaudata macchina da guerra che non vuole smettere di macinare riff su amplificatori tarati al massimo, chilometri su strade secondarie e parolacce di quart'ordine... (REC)
LEE BAINS III & THE GLORYFIRES-Dereconstructed
Sarebbe bastato ripetere la formula del debutto There Is A Bomb In Gilead uscito due anni fa per ottenere buoni consensi. Uno dei migliori dischi di quell'annata. Ma evidentemente Lee Bains con i suoi Glory Fires non si accontenta, avendo altre buone qualità-travestite da rabbia- da mostrare. Là dove il debutto era un concentrato di southern/swamp rock caricato a salve da magniloquenti, accecanti, limpide e calde striature soul distribuite anche lungo tranquille camminate nel country, in questo seguito vengono lucidate a dovere le canne dei fucili, pronte per sparare una raffica di tosto e spavaldo garage rock, sporco proto punk-i fumi da polvere da sparo di Stooges e MC5 appaiono ad intossicare in continuazione-con chitarre sature di fuzz e feedback (il nuovo chitarrista Eric Wallace ci mette il suo), talmente carico d'elettricità da mettere in ombra persino la bella voce di Lee Bains che così bene si era messa in mostra nel debutto: qui si fa più graffiante nel cercare di emergere tra amplificatori tarati al massimo delle loro possibilità. Quasi difficile riconoscere la stessa band del debutto dietro a canzoni tirate come l'iniziale denuncia sociale che esce da The Company Man con i suoi riferimenti espliciti ai movimenti d'occupazione che misero sottosopra gli USA solo due anni fa (REC)
JERRY LEE LEWIS-Rock And Roll Time
TESLA-Simplicity
BRIAN SETZER-Rockabilly Riot!
WILKO JOHNSON/ROGER DALTREY-Going Back Home
RIVAL SONS-Great Western Valkyrie
Anche se il loro Pressure And Time (2011) può tranquillamente essere considerato tra le migliori uscite di classic hard rock degli ultimi dieci anni, un debutto folgorante (il primo disco vero e proprio fu l'autoprodotto Before The Fire del 2009) i Rival Sons non sono per nulla appagati e non accennano a frenare in corsa. Si vestono a festa, si mettono in posa, ma picchiano ancora duro con gusto e classe d'altri tempi, continuando un processo di miglioramento che sembra non conoscere limiti, quasi i tour fossero un collante necessario all'ispirazione e proprio nei loro dischi cercano di catturare in tutto e per tutto quella carica e il fervore sprigionati sopra al palco. Il poker iniziale è quanto più di incandescente e suadente si sia ascoltato di recente: la bruciante Electric Man attacca a spron battutto ("I'm Electric, Yes I Am", cantano in Electric Man, tutto molto rock'n'roll senza alte pretese liriche ovviamente), Good Luck è un persuasivo rock zeppeliniano fino al midollo, shackerato con la carica della ultima garage band rimasta in terra, Secret una tirata quasi purpleiana nel suo cavalcare e sciamanica nello rispolverare i resti di Jim Morrison abbandonati sulla vecchia credenza, Play The Fool prende in prestito addirittura l'inciso di Misty Mountain Hop, un piccolo furtarello, questa volta un po' evidente, che si fa immediatamente perdonare... (REC)
BLACK LABEL SOCIETY-Catacombs Of The Black Vatican
Riportati i livelli degli esami medici alla pari, età e vizi iniziano a farsi sentire anche per il verace Zakk Wylde, il "vichingo yankee" per eccellenza è pronto per una nuova sfida con la consueta baldanza che lo contraddistingue fin dal suo alto esordio in "società" avvenuto con No Rest For the Wicked di Ozzy Osbourne nel 1987, quando da imberbe ragazzetto del New Jersey accettò la sfida di coprire il posto appartenuto prima a Randy Rhoads poi a Jake E. Lee, portandosi a casa il rispetto degli scettici e ponendo la sua Les Paul sul piedistallo di quelli che contano, fino ad arrivare alla summa del loro sodalizio, mai più eguagliato in verità, con No More Tears (1991). Uno che non le manda mai a dire. Un puro, un genuino, sanguigno, uno che in barba (e che barba) ad ogni finto protocollo commerciale non ha mancato occasione per ribadire che questo suo ultimo disco è uguale a tutti quelli che ha fatto fino ad ora. Confermo è così (non sempre è un male, anzi). Prendere o lasciare. Io prendo volentieri, perché personaggi così nascono raramente, perché di fondo nei suoi dischi esiste già abbastanza varietà musicale che moltissimi altri musicisti... (REC)
BIG ELF- Into The Maelstrom
La creatura di Damon Fox cresce come un fungo allucinogeno lasciato sotto il sole californiano (loro sono di Los Angeles): le radici nel passato, le nefaste conseguenze, per chi lo coglierà e lo assaggerà, nel futuro. Sono passati ben sei anni e tanti problemi (cambi di formazione, problemi con l'etichetta discografica) dall'ultimo album in studio Cheat The Gallows, e venti dalla nascita, ma la vena compositiva deviata è rimasta ben salda dentro il cilindro calato nella testa di Fox, ormai diventato un one man band assoluto, dopo la dipartita degli altri membri storici del gruppo che lo hanno lasciato solo al momento della stesura delle canzoni, ma comunque sostituiti su disco da Luis Maldonado alle chitarre (buon lavoro il suo) e Duffy Snowhill al basso (comunque in formazione dal 2000). L'arrivo in soccorso di Mike Portnoy (ex batterista di Dream Theatre e mille altri progetti), un presenzialista a cui non si può certamente negare la passione musicale e un posto in squadra, ha riportato la voglia di ripartire in quarta... (REC)

I RIVALUTATI (dischi che stanno crescendo)
RYAN ADAMS-Ryan Adams
MARK LANEGAN-Phantom Radio
ROBERT PLANT-Lullaby and...The Ceaseless Roar
COUNTING CROWS-Somewhere Under Wonderland
RAY LAMONTAGNE-Supernova
Uno dei più grandi talenti americani degli ultimi anni in mano al nuovo re mida della produzione Dan Auerbach. Tutto molto bello e hype tra modernismo e vecchio soul, ma la splendida voce è sacrificata e ti chiedi perché?
TWEEDY-Sukierae
Jeff Tweedy e il figlio diciottenne Spencer avevano già collaborato ufficialmente nel disco di Mavis Staples, uno produttore, l’altro batterista, ora si divertono e ci ammaliano con amare ballate folk, power-pop spensierato e qualche tocco più sperimentale. da CLASSIC ROCK#26


BOX SET & RISTAMPE



BILLY JOEL-A Matter Of Trust-The Bridge To Russia
Un ricco cofanetto (anche in versione normale con i soli 2 CD) che amplia e approfondisce un piccolo capitolo di storia che merita d'essere conosciuto e ricordato molto più di quanto sia accaduto fino ad oggi, a distanza di 27 anni dall'uscita del doppio vinile Kohuept (1987) dall'inconfondibile copertina rossa, testimonianza musicale di quel tour che risollevò la carriera e il morale dopo un disco difficile, terminato a fatica, e riuscito a metà come The Bridge (1986).
Ci pensano due CD che aggiungono undici canzoni non presenti nell'originale  Kohuept (tra cui The Ballad Of Billy The Kid, She's Always A Woman, The Longest Time, She Loves You dei Beatles, Pressure, It's Still Rock And Roll To me, Piano Man, New York State Of Mind), un ricco e approfondito libretto di 80 pagine con i testi, foto inedite, i credits e ricordi scritti di Michael Jensen, dei giornalisti Wayne Robins, Gary Graff, del fotografo al seguito Neal Preston; un DVD che contiene il concerto e un documentario che come un diario di appunti ripercorre quei giorni attraverso immagini e interviste dell'epoca ma soprattutto nuovi interventi dei protagonisti: oltre a Joel, sfilano con i propri ricordi, la ex moglie Christie Brinkley, i musicicisti della band Liberty De Vitto, Kevin Dukes, Dave LeboltRussell Javors Mark Rivera che ricorda "è come se Billy Joel avesse portato la prima tv a colori, difficile ritornare al bianco e nero dopo", tour manager, il traduttore Oleg Smirnoff che seguì Joel come gli era stato ordinato "stagli appiccicato come una gomma da masticare", tecnici del palco, musicisti rock russi come Stas Namin che ricorda "fu il primo passo ufficiale del rock americano in Unione Sovietica", i tanti e nuovi fan conquistati.
Per Joel furono giorni pieni, intensi, sempre con la famiglia al seguito, la stupenda moglie e la piccola figlia Alexa nata solo un anno prima. Giornate di visite, nuovi incontri, interviste ma anche giorni massacranti sotto l'aspetto fisico e mentale che lo portarono verso una galoppante crisi di nervi che culminò una sera sopra al palco... (REC)

CROSBY, STILLS, NASHSN & YOUNG-Live 1974
Nulla è perduto.
Chiuso il primo grande capitolo della loro storia con il live ‘4 Way Street’ uscito nel 1971 e svaniti come bolle di sapone i tanti ideali di una generazione di cui erano diventai un’icona, CSNY nel 1974 erano già acqua stagnante nel giardino fiorito delle singole carriere che peraltro, pur innaffiate da un'ispirazione ai massimi livelli mai più raggiunti, non decollavano come dovuto a causa del marcio che girava intorno: Neil Young stava assaporando il grande successo arrivato  con ‘Harvest’ ma la morte per overdose di Danny Whitten, chitarrista dei Crazy Horse, lo fece cadere in un abisso di sensi di colpa (Whitten era appena stato licenziato dallo stesso Young) che però ispirarono due tra le sue opere migliori di sempre, Graham Nash esordì come solista dopo la rottura sentimentale con Joni Mitchell e mise in piedi con David Crosby (reduce dalla morte della madre e da un fresco e non certo ultimo arresto per detenzione di droga) un tour e un disco in coppia, Stephen Stills, il più mal sopportato, stava nuotando a bracciate alterne nella merda delle droghe, cercando un salvagente nei nuovi Manassas, brillanti ma che durarono il tempo di due dischi per poi naufragare con tutte le  numerose comparse.
Perfino quella che doveva essere una rimpatriata tra vecchi amici alle Hawaii nella casa sulla spiaggia di Young si trasformò in un fallimento dopo le buone premesse iniziali che sembravano portare a un nuovo disco targato CSNY con tanto di copertina e titolo (‘Human Highway’) già pronti. "Metteteci  tutti e quattro in una stanza e la minima cosa può innescare un'esplosione fatale. Siamo i peggiori nemici di noi stessi. Che razza di partnership!". Così Nash nella sua recente autobiografia. Sotterrati  nella sabbia di Mala Wharf  i tentativi di riconciliazione insieme a eccessi, ego e droghe, ci pensa il vento (sotto forma di Bill Graham) a far volare banconote di verdi dollari verso i quattro, mettendoli tutti d'accordo: un enorme tour di 31 date da tenere nei grandi palazzetti della nazione con il grande finale in Europa, a Londra. Una grande idea che li tenne impegnati per tre mesi. Perché, nonostante tutto, i quattro sul palco erano veramente qualcosa di esplosivo, un patrimonio di perfetta armonia senza eguali che sotterrava tutto il resto.
Delle registrazioni di quel tour mai nessuno volle saperne, e il motivo era impresso nella scarsa qualità. Graham Nash e Joel Bernstein hanno fatto un grande lavoro di rispolvero seppure la mancanza di pezzi da novanta come ‘Carry On’ e ‘Woodstock’ grida vendetta. Tra la versione da urlo di ‘Almost Cut My Hair’ con un lisergico Crosby e l’improvvisata ‘Goodbye Dick’  di Young, stoccata contro Nixon, a confermare l’ impegno politico per nulla affievolito, ci sono tre ore ad alta intensità. Il cofanetto è composto da tre CD (40 canzoni, molte estratte dalle rispettive carriere soliste), un debole DVD  con sole 8  tracce, ma con un  esauriente libretto: 188 pagine, foto e note biografiche. Da avere. da CLASSIX #41
BOB DYLAN AND THE BAND-The Basement Tapes(Complete), The Bootleg Series Vol.11
Ora c’è tutto. Non tutti i mali vengono per nuocere. Avete mai immaginato cosa sarebbe successo se Dylan il 29 luglio del 1966 avesse preso bene quella curva con la moto? Una cosa è certa: uno dei più grandi tesori musicali della musica americana del 900 non sarebbe mai stato impresso su quel vecchio registratore a due bobine. All’indomani di quell’incidente, da sempre avvolto nella nebbia dei misteri, Dylan trascorse mesi di assoluto riposo tra le campagne di Woodstock, quasi rinnegando la sua rutilante e influente prima parte di carriera, lontano anche dai fumi psichedelici imperanti nel resto del mondo, immerso tra verdi boschi, rifugiandosi nella vita famigliare e trascorrendo interi pomeriggi di relax insieme ai fidi musicisti (The Hawks  che diventeranno The Band). “Avevo avuto un incidente di moto ed ero rimasto ferito, ma mi ero rimesso. La verità era che volevo uscire da quella corsa disseminata” racconterà nella sua autobiografia. Ma prima che anche questo buen retiro venga preso d’assalto dai voraci fan, riesce a registrare più di cento canzoni, tra autografe, ripescaggi nell’oscura antologia dell’American Folk Music e il rock’n’roll. Usciti ufficialmente nel 1975, in realtà non rappresentarono mai completamente quello che successe in quel semi interrato della Big Pink nel ’67 (ma anche nella Red Room di Dylan a Hi Lo Ha), un po’ per il bignami poco rappresentativo a cui venne ridotto, un po’ per le sovra incisioni apportate da Robbie Robertson, innescando invece il mercato dei bootleg, partito dal primo storico ‘Great White Wonder’. A distanza di quarantasette anni, la Columbia decide di mettere in piazza tutto su 6 CD (due nella più economica versione Raw) in quella che si candida ad essere la più importante uscita Bootleg Series fino ad ora: accanto a storici brani già conosciuti appaiono ufficialmente per la prima volta alcune perle, nascoste tra le numerose alternate version, improvvisazioni e bozze di canzoni. 138 tracce totali. da CLASSIX #42 
RORY GALLAGHER-Irish Tour '74
ROD STEWART-Live 1976-1998 Tonight's The Night
ALLMAN BROTHERS BAND-At Fillmore East


LE DELUSIONI (mi aspettavo di più)
LUTHER DICKINSON-Rock And Roll Blues
EELS-perform The Cautionary Tales Of Mark Oliver Everett
AUGUSTINES-Augustines
JACK WHITE-Lazaretto
YUSUF-Tell' Em I'm Gone
LENNY KRAVITZ-Strut
THE BLACK KEYS-Turn Blue
GASLIGHT ANTHEM-Get Hurt
Passato o presente? Solo la  ripetizione di “Handwritten” (debutto major), già copia, ma di grande successo, dei  primi tre album sarebbe stata una garanzia. Cresciuti nel New Jersey a pane e Bruce Springsteen, il quale negli anni si è speso volentieri per Brian Fallon e compagni, sostenendoli come ha potuto,  sembra arrivato il momento di trovare una nuova identità che si stacchi dai paragoni (curiose le citazioni musicali disseminate nel loro miglior disco “ The ’59 Sound”) cercando altri vicoli tra romanticismo e disillusione che non siano i già battuti Jersey Sound e punk rock. Si va a Nashville con il produttore Mike Crossey e si rischia il possibile senza snaturare troppo il passato che vive in tracce come “Ain’t That A Shame”, la Mike Ness docet “Rollin’ And Tumblin” e la ballata notturna “Break Your Heart”. Gli audaci azzardi, invece, non sempre convincono: se il grunge di “Stay Vicious” apre il disco con nerbo, “Get Hurt” e “Underneath The Ground” forzano nella ricerca di melodia e modernità a tutti i costi. Disco interlocutorio e ti chiedi se “repetita iuvant”? Sì, io scelgo il passato. Enzo Curelli 6,5 da CLASSIC ROCK#23
BOB SEGER-Ride Out
Mestiere.Togliamoci subito l’impiccio: il diciassettesimo disco di Bob Seger non è il capolavoro che attendiamo da AGAINST THE WIND (1980), caspita, sono passati trentaquattro anni, tanti, ed è pure inferiore al precedente FACE THE PROMISE (2006). RIDE OUT non ha le canzoni memorabili che potrebbero far compagnia ai vecchi cavalli di battaglia, le ballate (un paio sulla via di Nashville) non toccano l’anima come una volta, la produzione in alcuni punti è quanto meno discutibile, eppure…eppure si mantiene in piedi con il sacro mestiere di chi sa cavalcare il rock e trasformalo in un segno distintivo. Intorno alle quattro cover presenti tra cui la meglio riuscita rimane l’adrenalinica apertura Detroit Made di John Hiatt, scorrono ancora il blues (Hey Gypsy è una dedica a Stevie Ray Vaughan), i sogni e la vitalità di un working class hero settantenne, anche se i testi sembrano puntare sull’effetto nostalgia e una dichiarazione come “non penso di rimanere in giro ancora a lungo” spaventa non poco. Vista l’esigua durata del disco, d’obbligo la deluxe edition con tre canzoni in più, pure tra le migliori. 6, da Classic Rock #25
TOM PETTY & THE HEARTBREAKERS-Hypnotic Eye
Petty ci dice "ho impiegato molti anni a scrivere undici canzoni", nel frattempo è sbarcato per la prima (unica?) volta in Italia, lasciando il segno e la fioca speranza di un ritorno. Hypnotic Eye farà faville in sede live, sempre che vogliate sacrificare qualche successo dalla vecchia setlist per far posto ai brani del nuovo album. Ma questo non è solo il problema di Petty ma di tutti i grandi con un passato importante di "canzoni" alle spalle. Ecco, le canzoni...Un pesante calcio in culo (che conferma gli Heartbreakers come una delle migliori band di classic rock sulla terra) dato più per istinto, che con una vera motivazione che faccia ricordare la lezione. (Rec)
BRUCE SPRINGSTEEN-High Hopes
10 Gennaio 2014. (Ho tra le mani il CD fisico, più il DVD contenente tutto Born In The Usa live registrato a Londra 2013, quattro giorni prima dell'uscita ufficiale. Sono fortunato?).
"Sono partito prevenuto. Super prevenuto. La presa per il culo era dietro l’angolo. Alla fine mi piace, ha un senso, una logica, segue un suo percorso anche se a tratti va a sbattere, senza mai farsi male veramente però. Coraggioso e temerario, in alcuni punti perfino parossistico, ma in fondo ha fatto quel cazzo che ha voluto. Ma chi siamo noi?
Tom Morello? Prima che il chitarrista a tutto “effetti”: UOMO che sposa in toto le” idee militanti” di Springsteen fin dai tempi dei Rage Against The Machine, soprattutto a quei tempi (sì, vabbè il contratto con la ricca Columbia cozzava con le dure invettive della band), quando erano tra i pochi megafoni di protesta “ad alto volume” dei ’90, quando presero The Ghost Of Tom Joad la rivoltarono come un calzino, la riempirono di crossover senza disperdere la sua forza dirompente, il testo . Questi due si piacciono per quello. Poi se chiami Tom Morello devi fargli fare anche “il” Tom Morello, scratching compresi, anche se nei suoi dischi solisti gioca a fare “lo” Springsteen folk/acustico, il menestrello. Sarebbe stato giusto aggiungere un “featuring Tom Morello” in copertina. Sarebbero tutti più contenti e avrebbe smussato subito tante chiacchiere inutili. Comunque, anche se ne è un fratello “bastardo”, già preferisco questo a Wrecking Ball, che credo sia il disco di Springsteen che ho ascoltato meno, e non perché sia l’ultimo in ordine di tempo…proprio non regge i MIEI ascolti. Spero che nella sua anomalia da istant record che testimonia una breve parentesi di vita- o di noia tra un tour e l’altro, o di mossa commerciale (risposta esatta?)-usando canzoni pescate da una parentesi di tempo molto più ampia, iniziata nel 2001, High Hopes passi per quello che è: un disco spartiacque tra una vecchia fine e un nuovo ennesimo inizio. Quanti possono permetterselo? Ma poi…chi sono io?" 
(REC)