lunedì 15 settembre 2014

COVER ART # 7: EDOARDO BENNATO (La Torre di Babele-1976)

artista: Edoardo Bennato
opera: La Torre di Babele
anno: 1976
artista disegno: Edoardo Bennato
canzoni da ricordare: Venderò, Cantautore, La Torre di babele

Nel precedente disco Io che non sono l'Imperatore(1975), l'architetto/urbanista Edoardo Bennato piazzò in copertina il progetto/proposta sulle linee ferroviarie dell'area metropolitana di Napoli da lui stesso creato, che in qualche modo cercava di opporsi criticamente a quello realmente scelto dalla città partenopea. La fervida fantasia che accompagnava i testi delle sue canzoni, dove fiaba e realtà si mischiavano in modo assolutamente originale iniziava a tramutarsi ed esprimersi anche graficamente. Bennato dopo ver conseguito il diploma a Napoli, si trasferì a Milano per studiare architettura. Esperienza che riuscì anche a trasportare nella sua carriera di musicista.
Dopo l'invenzione del suo logo, composto dal nome scritto con caratteri fumettistici accompagnato dall'inseparabile armonica e un groviglio di fili elettrici-che comparve per la prima volta su I Buoni e i Cattivi(1974)- per il successivo La Torre di Babele(1976) ci volle un'idea geniale che potesse rappresentare la canzone omonima che diede il titolo all'album, prendendo spunto dalla leggendaria costruzione di bitume e mattoni di cui si narra nel libro della Genesi nella Bibbia. Una torre costruita dagli uomini sul fiume Eufrate in Mesopotamia che doveva servire da tramite a Dio che però ne impedì la fine per punire la superbia umana in terra.
Il disco uscito nel 1976 è tra i vertici musicali del Bennato anni settanta: La Torre di Babele, Venderò, Viva la Guerra, Franz è il mio nome, Cantautore sono rappresentative della scrittura del cantautore napoletano. Metafore che mettevano in risalto la ricerca della libertà attraverso la condanna delle guerre, del perbenismo imperante, dell'arrivismo sfrenato, di tutti i dogmi politici e religiosi in modo ironico e sarcastico. Un monito lanciato all'uomo. Una sveglia al non svendersi mai, al non cedere davanti ai potenti e dittatori, a quei capi della guerra (citando il maestro Dylan) che ci vogliono come (Quante) brave persone. Musicato sulla veemenza acustica che sa toccare il folk, il blues e il rock'n'roll americano bagnato dentro alla mediterraneità della sua terra.
La copertina raffigura una ipotetica torre di Babele composta esclusivamente da un vasto ed assortito campionario di soldati in tenuta da guerra, raffigurati nel trascorrere dei secoli: dall'uomo primitivo munito di clava, passando all'antico egizio, il soldato romano, i crociati e via salendo fino al moderno 900, alle guerre mondiali, culminando con un missile in punta, lanciato verso l'incognita "futuro".
"Un giorno gli uomini, accecati dalla loro presunzione, cercarono di costruire una torre così alta da raggiungere il cielo e sfidare Dio, ma Dio li punì confondendo le loro lingue, e non comprendendosi più l'un l'altro, finirono per farsi la guerra.
La torre appena cominciata, interrotta e diroccata, divenne il simbolo dell'insoddisfazione ed impotenza dell'umanità intera.
Nella trasposizione grafica della "Torre di Babele" ho appunto cercato di rappresentare il racconto biblico con un'impalcatura di uomini in armi (da quello Neanderthaliano con la rudimentale clava, via via fino a quello moderno con armi sofisticate), tutti rivolti verso l'obiettivo di un immaginario flash, in posa come in una foto ricordo, la foto dell'umanità che fa la guerra.
Inizialmente avevo differenziato i vari livelli della torre con relativi ordini architettonici, ma toglievano comprensibilità all'impianto grafico. Anche cavalli ed animali sono stati eliminati dal disegno finale perché volevo che l'impalcatura della torre fosse composta solo da uomini in guerra." da http://www.bennato.net/page.php?section=babele&lang=it

"E quella stella sarà il quartier generale per conquistare quello che c'è ancora da conquistare e da quella stella per tutto l'universo l'uomo si spazia, per superare se stesso." da La Torre di babele

Bennato spese parecchio tempo alla ricerca delle sagome dei soldatini da rappresentare in copertina. Un lavoro certosino che si completa con il disegno all'interno del disco originale, apribile, che raffigurava tutti i partecipanti alla realizzazione del disco ed amici (dal fratello Eugenio, Lucio Fabbri, Roberto Ciotti, Tony Esposito...) in tuta spaziale, protagonisti e forse "salvi" all'interno di un paesaggio lunare.
Nel 2009, Edoardo Bennato contribuì alla campagna "Io pretendo dignità" di Amnesty International donando una litografia autografata dell'immagine originale della copertina. La litografia venne messa all'asta su ebay ed il ricavato andò in beneficenza.

vedi anche COVER ART

 

lunedì 8 settembre 2014

RECENSIONE: BLUES PILLS (Blues Pills)

BLUES PILLS  Blues Pills (Nuclear Blast, 2014)



La band rivelazione dell'anno? Sì, probabilmente lo è. Un po' perché sostenuta da un battage pubblicitario ben mirato e diramato che sta toccando le riviste e i siti di ogni genere musicale, merito dell' ottimo lavoro della Nuclear Blast, veramente, fin troppo ed esagerato tanto da far nascere strani pregiudizi (siamo i soliti malpensanti), molto perché dietro al loro retro rock  c'è freschezza, sostanza, bravura, genuinità e determinazione. Qualità vere e inconfutabili. Originalità? No, quella per ora latita ancora e si spera arrivi in seguito, quindi pazienza se i paragoni e i rimandi abbondano, si gode di qualcos'altro: in primis della passione sincera per quelle sonorità ascoltate e accumulate attraverso i vecchi vinili rubati alle discografie dei genitori. Un lavoro di gestazione lungo tre anni, preceduto da due EP (molte canzoni si ripetono e compaiono anche qui), ma è valsa la pena aspettare questo debutto. Una giovanissima band multietnica ma di casa a Orebro (Svezia) che manda avanti a dare il benvenuto, ad aprire la porta di casa, l'avvenenza, il talento e la bravura della cantante svedese Elin Larsson, voce soul/blues come quelle di una volta, tanto che i paragoni si sprecano (da Janis Joplin a Aretha Franklin, è già stato detto di tutto, ma lei adora Etta James), ma immediatamente dopo ti travolge dalle retrovie  grazie alla compattezza d'esecuzione della sezione ritmica tutta americana (Zack Anderson al basso e Cory Berry alla batteria, anche se appena uscito dal gruppo e sostituito da André Kvarnström ) e dalla ispirata chitarra del francese Dorian Sorriaux, piccolo talento con le dita di un veterano, alimentate dal fuoco hendrixiano che affondano ma poi sanno lavorare così bene nei dettagli della superficie e perdersi nell'acidità degli assoli. L'apertura con il botto di High Class Woman è un viatico esemplare di quello che le dieci tracce ci proporranno lungo tutto il disco: sezione ritmica tuonante che spara pesantemente groovy, la voce della Larsson che si staglia su tutto ed un break centrale lisergico e sognante. Componenti semplici quelli del rock, se usati a dovere funzionano sempre, anche se ripetono la stessa lezione all'infinito.
Ci sono tutti gli ingredienti che sanno colpire il cuore di ogni rocker nostalgico dei bei tempi andati. L'hard blues cavalcante e chitarristico alla Fleetwood Mac di Ain't No Change;  il vortice hard rock psichedelico di Devil ManJupiter con il wah wah esasperato della chitarra che lasciano trasparire anche tutto l'amore per la scena stoner rock '90; la psichedelia californiana '60 di River; gli anfratti zeppeliniani della finale Little Sun; la bella e vivace cover di Gypsy brano scritto nel 1973 da Chubby Checker; gli umori cangianti di Black Smoke che parte lenta e sulfurea per diventare serpeggiante e imprendibile; la sognante No Hope Left For Me; la cadenzata, più nera, fumosa, dall'approccio sabbathiano Astralplane.  Non manca nulla. Tutto ben fatto, registrato in analogico ma come deve essere  nel 2014 (lavorone del produttore Don Alsterberg), facendo prevalere la resa live. Impeccabile per un debutto, tanto che il seguito sarà una bella gatta da pelare, anche solo per eguagliarne il risultato.
La versione deluxe oltre a presentare il buon artwork-ripescato direttamente dall'epoca d'oro dei tardi '60- dell' artista e  madrina psichedelica Marijke Koger-Dunham, aggiunge un bonus DVD live registrato al Hammer Of Doom Festival nel 2013, con 7 tracce più un 'intervista.





vedi anche
RECENSIONE: GRAVEYARD-Hisingen Blues (2011)



lunedì 1 settembre 2014

RECENSIONE: MARK LANEGAN BAND (No Bells On Sunday)

MARK LANEGAN  BAND No Bells On Sunday (Flooded Soil/Vagrant Records, 2014)



Non so più come leggere i suoi dischi. Forse bisognerebbe limitarsi ad ascoltare e basta, ma anche questo è diventato un problema vista la massa di canzoni che Mark Lanegan ha riversato sui fan negli ultimi due anni, investito da una bulimia difficilmente controllabile: il più che ottimo Blues Funeral (2012), album vario e coraggioso nel cercare ed esplorare impervie vie elettroniche senza risultare troppo demodè, Black Pudding (2013) con Duke Garwood, una immersione a due nel folk in punta di piedi, la seconda trance di cover in Imitations (2013), viaggio nella sua memoria  fanciullesca, l'inaspettato EP natalizio Dark Mark Does Christmas (2012), dissacrante e riuscito passatempo. E dire che l'anno lo aveva fatto partire più che discretamente con la doppia raccolta Has God Seen My Shadow? An Anthology 1989-2011, arricchita da ben dodici e scuri inediti. Nonostante l'annuncio, l'uscita del nuovo disco Phantom Radio, prevista in autunno (21 Ottobre), sembrava ancora abbastanza lontana per assimilare tutto e riprendere fiato. Ma al Lanegan targato 2.0 piace intasare il mercato e soffocarci. Se questo anticipo di cinque canzoni è solo un divertissement aspettando l'uscita autunnale dell' intero disco, il tutto si può considerare quasi piacevole e sopportabile (sempre nei limiti degli umori "laneghiani", ancora cupi e invischiati nelle acque torbide della vita), se invece vuole essere un assaggio e la linea guida delle prossime canzoni, ci sarà da preoccuparsi un pochino. Il troppo stroppia se non è supportato da un'ispirazione costante e tarata sull'ottimo, ma lo stakanovismo lavorativo prevale su tutto, anzi non accenna a diminuire "adoro lavorare, anche se scrivere e registrare canzoni non lo considero un lavoro".
Lanegan estremizza il lato elettronico presente in Blues Funeral, posseduto da una enfatuazione per Echo And The Bunnymen, Gun Club, Rain Parade come lui stesso ha ammesso, il dubbio che siano scarti di quest'ultimo rimane, salvo poi arrendersi alla realtà: sono scarti del prossimo disco. Ma non era meglio farli uscire dopo? Aumenta l'uso di synth (se fossino ancora negli '80 i rocker girerebbero alla larga) giocando e abusando con il trip hop, usa  marchingeni moderni (applicazione per smartphone chiamata Funkbox) e a risentirne maggiormente è la malata profondità umana delle sue canzoni, percettibile solamente nella persistente tenebrosità post biblica dei testi. Di Leonard Cohen però, ne esiste già uno. Se Sad Lover è un martellante electro rock '90, la più convincente ed esuberante nella sua linearità dritta e sparata, l'inconseuta Jonas Pap si piazza come il suo contraltare folk e minimale. Nel resto il blues diventa contorno sbiadito e la sola inarrivabile voce non basta più a sollevare la noia musicale di tracce lunghe e pedanti (Dry Iced, Smokestick Magic che raggiunge addirittura gli otto minuti). Canzoni allungate come un elastico che quando ritorna in posizione è sfatto e da buttare, arriva pure qualche sbadiglio di troppo, e calcolando che sono solo cinque canzoni, non è cosa bella.
L'unica certezza-e da fan mi spiace pure dirlo- è l'inutilità di questo EP che si trova solo in versione vinile 12 pollici, per ora. EP che avrei bypassato a favore di qualche mese sabbatico (chiedere un anno sarebbe troppo). Il riposo fa bene. Comunque sia, ci si rivede in autunno.




vedi anche
RECENSIONE: MARK LANEGAN-Blues Funeral (2012)
RECENSIONE: MARK LANEGAN-Dark Mark Does Christmas  (2012)
RECENSIONE: ANDI ALMQVIST-Warsaw Holiday (2013)

martedì 26 agosto 2014

RECENSIONE: CORY BRANAN (The No-Hit Wonder)

CORY BRANAN  The No-Hit Wonder (Bloodshot Records, 2014)



Cory Branan è un songwriter dal passo lento, apparentemente distaccato dalla vorace velocità dell'odierno music business, capace di tenere un piede nel pericoloso outlaw country dei seventies, uno appoggiato sull' acceleratore del presente che schiaccia a suo piacimento senza compiacere nessuno, ma riuscendo a stare ben in equilibrio sulla linea della migliore tradizione rock americana, risultando persino sfuggente ad ogni etichetta musicale si voglia appiccicargli addosso. Ne sono testimoni le quattro uscite discografie ben distese nel tempo: dal debutto The Hell You Say del 2002, passando per 12 Songs (2006) fino al buon Mutt di due anni fa che a tratti giocava nello strizzare l'occhio al miglior Springsteen di metà 70. Poi ci sono le storie: nato tra il Mississippi e Memphis, rapito da Nashville e dalle vecchie canzoni di John Prine a cui ha aggiunto la giusta dose d'irruenza, la sfacciataggine rock della sua generazione, e l'ironia sbeffeggiante a cui queste nuove undici tracce non sfuggono. Negli ultimi tre anni è diventato marito e padre ma la scrittura non ne ha risentito più di tanto, acquistando piuttosto le tenui sfumature della maturità. Maturo sì ma sempre arcignamente guascone (The Only You) e irriverente: uno tipo sempre piuttosto scomodo e da prendere con le molle. Arricchito dalle nuove esperienze, forse più convenzionali e romantiche ma ugualmente eccitanti se raccontate  come succede nell' honky tonk  d'apertura You Make Me, dedicata alla fresca moglie e cantata insieme all'ospite Jason Isbell, o in quella Daddy Was A Skywriter che allunga la mano verso il Ry Cooder di frontiera, le sonorità zydeco con l'armonica a serpeggiare e il testo a declamare l'importanza che i genitori hanno avuto nella sua vita. La famiglia è completa.
Disco più rootsy rispetto al precedente. Il country di All The Rivers In Colorado si adagia sulla steel guitar e vede Caitlin Rose e Austin Lucas ai cori, C'mon Shadow è un altro lieve acquerello country suonato in punta di dita; All I Got And Gone, un soffuso valzer notturno; mentre la finale Meantime Blues è un folk acustico e solitario, The Highway Home è un folk rock corale dove ai prestigiosi musicisti della band viene dato il giusto spazio per mettersi in mostra. Suonano: John Radford (Justin Townes Earle) alla batteria, Sadler Vaden (400 Unit, Drivin N Cryin) alle chitarre, Audley Freed (The Black Crowes) alle chitarre e Robbie Turner (Waylon Jennings, Charlie Rich) alla steel guitar.
Non mancano comunque le veloci scorribande in discesa senza freni: l'irriverente attacco cow punk della tittle track, un cavalcante manifesto suonato con i membri dei The Hold Steady Craig Finn e Steve Selvidge, un omaggio alla vita "on the road" di tutti quei musicisti che lottano ogni giorno per arrivare o Sour Mash con Tim Easton alle voci, un veloce trenino che sbuffa fumoso e alticcio hillbilly country, quello che piacerebbe a Johnny Cash, tanto da aspettarsi la materializzazione del man in black alla prima fermata.
Disco vario e piacevole che conferma il quarantenne Branan come uno dei migliori narratori  del moderno ma eternamente "vecchio" cantautorato americano.



RECENSIONE: CORY BRANAN-Mutt (2012)
RECENSIONE: JASON ISBELL-Southeastern (2013)
RECENSIONE: BILLY JOEL-A Matter Of Trust-The Bridge To Russia (2014)
RECENSIONE: BILLY JOE SHAVER-Long In The Tooth (2014)
RECENSIONE: TOM PETTY and THE HEARTBREAKERS-Hypnotic Eye (2014)
RECENSIONE: MALCOLM HOLCOMBE-Pitiful Blues (2014)

lunedì 18 agosto 2014

RECENSIONE: JACKSON BROWNE (Late For The Sky)

JACKSON BROWNE  Late For The Sky (Inside Recordings/Rhino Records/Warner, 1974/2014)


Quando un disco è perfetto c’è dopo da aggiungere. E’ quello che deve aver pensato Jackson Browne quando ha messo mani a questa riedizione del suo capolavoro (rimasterizzata dai nastri analogici originali), nata per celebrare  i quarant’anni dall’uscita e fortemente voluta dallo stesso autore, nell’anno in cui egli stesso è stato tributato dai colleghi (Bonnie Raitt, Lyle Lovett, Ben Harper, Bruce Springsteen, Lucinda Williams, Bruce Hornsby tra i tanti) nel bel doppio disco Looking Into You, e che vedrà l'uscita (7 Ottobre) del nuovo album in studio Standing In The Breach atteso fin dal 2008, quando uscì l'ultimo Time The Conqueror.
Nessun proclama altisonante, nessuna bonus track, nessuna traccia live del periodo a rimpolpare. Bastano le canzoni e la iconografica copertina di Bob Seidmann, arrivata in ispirazione a Browne prendendo spunto dall' opera L'Empires Des Lumieres del pittore belga  Rene Magritte, e divenuta simbolo di un periodo florido dal punto di vista musicale quanto amaro da quello personale. Quel poco in aggiunta sono i testi, mai apparsi in nessuna edizione precedente anche se da sempre ben vividi nella memoria dei fan. E qui i testi contano, perché dietro a canzoni che potrebbero nascondere le debolezze sentimentali dell’autore, le perdite (amorose nella struggente title track, le amicizie in For A Dancer) si nascondevano le sconfitte-un anno dopo, sua moglie si tolse la vita- le incertezze ("non mi è chiaro quello che voglio dire" canta in Farther On) di una intera generazione che aveva smarrito la via maestra e all’orizzonte vedeva il nero di una apocalisse travestita anche da incubo nucleare, la finale Before The Deluge diverrà un inno in tal senso, traghettando Browne verso la creazione del movimento MUSE (Musicians United For Safe Energy) e gli importanti concerti No Nukes del 1979 che coinvolsero tanti amici musicisti.
Tutto scorreva su canzoni che troppo frettolosamente qualcuno battezzerà soft rock, ma che pesavano come macigni. Altro che leggerezza. Ballate amare dove la chitarra di David Lindley era in grado di far uscire il sole californiano (il graffiante rock'n'roll da viaggio di The Road And The Sky, il funk/reggae di Walking Slow) o far cadere amara pioggia di lacrime (The Late Show). Jackson Browne fu uno dei più fulgidi poeti di quel periodo, capace di mantenere, nel tempo, il fisico e quell’aria da eterno ragazzo californiano (anche se nato in Germania) ma lasciare gran parte dei sogni e un po’ dell’ispirazione migliore (che continuerà almeno fino a Hold Out-1980, con gli splendidi The Pretender-1976 e Running On Empty-1977 in mezzo) impacchettati nel sedile posteriore di quella chevrolet eternamente parcheggiata in quel tipico viottolo americano di L.A.-ma con i cieli del Messico (fotomontaggio ahimè)-davanti a quel lampione dalla luce sempre più fioca, ma non ancora spento del tutto.

 

vedi anche
RECENSIONE: BILLY JOEL-A Matter Of Trust-The Bridge To Russia (2014)
RECENSIONE: BILLY JOE SHAVER-Long In The Tooth (2014)
RECENSIONE: TOM PETTY and THE HEARTBREAKERS-Hypnotic Eye (2014)
RECENSIONE: MALCOLM HOLCOMBE-Pitiful Blues (2014)



lunedì 11 agosto 2014

RECENSIONE: MALCOLM HOLCOMBE (Pitiful Blues)

 MALCOLM HOLCOMBE  Pitiful Blues  (Gypsy eyes Music/IRD, 2014)



Puoi alzarti una mattina d'agosto con poca voglia di mettere i piedi fuori da casa. Con la noia in primo piano, fastidiosamente appiccicata agli occhi. Guardare fuori dalla finestra e vedere nuvoloni neri, minacciosi, presagio di tempesta, portatori insani di mal vivere. No grazie, resto in casa. Poi ti ricordi di aver messo da parte un disco per l'ascolto, forse attendendo l'arrivo del suo momento. Vi succede mai? Quando partono le visioni quasi bibliche di Pitiful Blues (la canzone) ti accorgi che il momento giusto per ascoltarlo era proprio quello: alle sei di mattina, le braccia allungate per un pigro stiracchio, i piedi nudi sul pavimento, lo sguardo perso, la finestra sul balcone è ancora aperta e lascia entrare una brezza troppo fresca per essere estiva, troppo calda per essere autunnale, ma abbastanza troppo di tutto per creare un certo smarrimento complessivo, una bussola impazzita che non vuole trovare la stabilità, mentre dietro una voce grezza, tormentata, baritonale e vissuta canta: "I sit around the table pray down on the floor/swear i'm gonna go to war and suffer nevermore/it's an eye for an eye and a tooth for a tooth/i aint learned nuthin' but the poor me pitful blues/i aint learned nuthin' but the poor me pitful blues". Ok, mi dico, c'è gente messa peggio di me, ci sono soldati impegnati in battaglie ben più dure da portare a casa. E non sto parlando di sole guerre armate. Affrontiamo la giornata. Malcolm Holcombe la sa lunga sulla vita, nonostante una carriera decollata solo in prossimità dei quarant'anni, con la sola voce potrebbe mangiarsi in un boccone metà di tutti quei cantautori che spuntano come funghi fuori stagione, soprattutto nei giorni piovosi di un' estate nefasta come questa. Troppo falsi e in anticipo per essere buoni. Quei funghi, quei cantautori. Holcombe ha la scorza dura di chi ha sceso le verdi colline delle Blue Ridge Mountains in North Carolina per cercare più fortuna in città (Nashville), trovando spesso più disagi che beltà (l'alcolismo è stata una piaga dura da sconfiggere, la depressione pure) ma le tante verità che ha raccolto riesce a raccontarle con la naturalezza dei puri. Sopravvissuto all'illusione del successo promesso, ma mai arrivato concretamente,
Holcombe ha sia l'onestà che la sapienza concessa a pochi, la capacità di non costruire arsenali davanti alla voce che potrebbe bastarsi da sola: una chitarra fingerpicking, belle chitarre dobro, un banjo, un violino costruiscono ballate folk/country nella struttura, ma blues giù fino al profondo dell'anima. Tanto scure, amare quanto raggianti e speranzose. Non ci sono arsenali nemmeno a dividere le esperienze di vita dalle canzoni. E' un tutt'uno che si percepisce all'istante, senza traduzioni, nonostante la complicata enigmaticità di alcuni testi. Registrato in presa diretta tra la sua casa a Swannanoa e gli studi di Tulsa con l'inseparabile produttore e musicista Jared Tyler (anche al dobro) così come deve essere fatto con canzoni come le sue, pure come flusso d'acqua corrente  e dirette come frecce d'amore puntate al centro del cuore: l'attacco politico nel desolante western By The Boots, la solitudine nella desertica Savannah Blues, i sogni infranti di Another Despair, il gioco di squadra strumentale nei rimpianti amorosi lunghi come il corso del Mississippi in Sign For A Sally. Tutto funziona a meraviglia. Che meraviglia.
Canzoni come Roots, le antiche pagine di ricordi in bianco e nero nell'appalachian spoken folk di Words Of December, la finale For The Love Of A Child lasciano dietro di loro le scie del vissuto come una lumaca lascia la scia di viscoso muco dietro di sè. Potrai cancellarne i segni con la forza, strofinando forte con un colpo di suola, ma il percorso è già stato fatto: impresso indelebile nel corpo, sfatto e consumato dall'usura, e tatuato nell'anima, ancora brillante e dorata. Sembra quasi estate. Oggi esco. Un dieci più che meritato.





vedi anche RECENSIONE: SEASICK STEVE-Hubcap Music (2013)




vedi anche RECENSIONE: BILLY JOE SHAVER-Long In The Tooth (2014)




vedi anche RECENSIONE: TOM PETTY and the HEARTBREAKERS-Hypnotic Eye (2014)



martedì 5 agosto 2014

RECENSIONE: BILLY JOE SHAVER (Long In The Tooth)

BILLY JOE SHAVER  Long In The Tooth (Lightning Rod Records, 2014)


Manca solo il fodero con le pistole. Il ritratto fotografico in copertina, creato dal noto fotografo Jim McGuire, è così semplice, e per questo magnifico, che riesce a inquadrare tutta la vita di Billy Joe Shaver. Se non lo conoscete e la foto non vi lascia abbastanza input, potete sempre leggere la bella introduzione di Steve Earle che inizia così: "se un giorno Dio si svegliò e decise di fare di sé un cantautore, fu un mattino del 16 Agosto del 1939..." oppure alcune frasi di Bob Dylan, Kris Kristofferson, Willie Nelson e Tom T. Hall raccolte nel tempo che ne esaltano la carriera musicale, tutte presenti nel booklet come autocelebrativa garanzia di qualità, unite alle dichiarazioni di Shaver che accompagnano l'uscita " ...il miglior album che abbia mai registrato". Oppure recuperare qualche quotidiano texano della primavera del 2007 che ne racconti le gesta di spericolato pistolero intento a sistemare, a modo suo, un diverbio fuori dal Papa Joe's Texas Saloon di Lorena (Texas). Per la cronaca: venne assolto per legittima difesa dopo aver conficcato un proiettile in testa ad uno sventurato avventore che lo aveva provocato. Manca solo il fodero con le pistole. L'ho già detto. La cosa migliore, però, è ascoltare la prima traccia Hard To Be An Outlaw cantata insieme al vecchio amico Willie Nelson, canzone presente anche nel fresco disco Band Of Brothers di quest'ultimo. Metafora che usa il vecchio west per attaccare la nuova industria country americana e rivendicare con orgoglio la paternità di un certo modo di suonare e vivere la country music. Se lo dicono due leggende come loro, crediamoci e sosteniamoli. Billy Joe Shaver ha superato tutti i gradini della scala della vita, non tralasciando nemmeno quelli più insidiosi, scricchiolanti e traballanti; il suo piede è spesso inciampato, sprofondato ma ha trovato sempre il gradino successivo, tanto da arrivare a 75 anni  con lo spirito da combattente ancora vivo e pulsante. Ascoltando The Git To avrete in soli quattro minuti tutta la sua visione del mondo.
La biografia in poche e basilari tappe spiega molto: cresciuto dalla sola madre e dai nonni dopo essere stato abbandonato in fasce dal padre, giovanissimo lavora prima nei campi di cotone degli zii, poi in una segheria e proprio lì ci lascia due dita (lo stampo di quella mano monca che appare sul retro copertina è proprio il suo), dopo il servizio militare in marina si gioca la personale carta musicale trasferendosi a Nashville. Le sue canzoni piacciono così tanto da essere interpretate dai più grandi: Elvis Presley, The Allman Brothers Band, Johnny Cash. Waylon Jennings ci fa addirittura un intero disco, l'epocale Honky Tonk Heroes. Il debutto solista arriva nel 1973 con Old Five And Dimers Like Me, e da allora entrerà in quella ristretta cerchia di eroi del country fuorilegge, con la buona compagnia di Hank Williams, Waylon Jennings, Willie Nelson, Kris Kristofferson, Merle Haggard, Johnny Cash, Guy Clark, Townes Van Zandt, Steve Young, per rimanere ai più noti.
Gli anni settanta saranno caratterizzati dagli spettri di alcol e droghe fino ad una decisa conversione religiosa che gli salverà la vita e influenzerà l'attività musicale a venire che riprende a correre veloce grazie soprattutto all'aiuto del promettente figlio Eddy, fino a subire nuovamente uno stop con  l'inaspettata morte per overdose (suicidio?) di quest' ultimo, avvenuta a soli 38 anni nel capodanno del 2000 e la scomparsa della madre e della moglie nel giro di due anni. Ne sono invece passati sette dall'ultimo disco di inediti Everybody's Brother, ma ne è valsa la pena. Sembra che sia stato Todd Snider, uno dei discepoli più credibili, a spingerlo nuovamente in sala d'incisione in compagnia della Can't Hardly Playboys Session Band, composta da Dan Dugmore, Michael Rhodes, Jedd Hughes e Lynn Williams, e dei produttori Ray Kennedy e Gary Nicholson.
Long In The Tooth è un disco piacevolissimo dall'inizio alla fine, bilanciatissimo. Da una parte l'elettricità combattiva spalmata sul lento incedere di Long In The Tooth con la chitarra  di Tony Joe White e lo straniante scacciapensieri suonato da Mickey Rafael, e poi quei caratteristici honk tonk su cui ha scritto la carriera, e che gli escono come troppe noccioline in una tasca: Sunbeam Special corre sbuffando come un treno, ma indietro con la memoria, Last Call For Alcohol ospita il piano di Leon Russell e il violino di Larry Franklin, Checkers & Chess non indugia troppo per mostrare da che parte sta la sua coscenza "sto giocando a dama mentre loro giocano a scacchi/ l'uomo ricco ruba i soldi/il povero si prende la colpa".
Dall'altro lato, i mansueti segni del tempo: I'll Love You As Much As I Can e I'M In Love sono romantiche ballate d'amore che strizzano l'occhio ai '50, American Me è un border ballad da viaggio, a ritmo di valzer, una cosa alla Tom Russell con la fisarmonica di Joel Guzman ospite, mentre la finale Music City USA è un atto di fede totale verso la musica country, un cammino sicuro e totalizzante. "...tutto è iniziato in questa piccola città giù nel profondo Texas/quando ascoltò il vecchio Johnny Cash che cantava country blues/ogni sera prese la sua chitarra e iniziò a leggere riviste country..."
Disco vero, genuino e schietto come l'autore. Da playlist di fine anno (la mia s'intende). "Scrivere canzoni può essere un'esperienza straziante, ma se si scava verso il basso e si è veri e onesti si trova qualcosa di veramente grande. Credo che ognuno dovrebbe avere la possibilità di scrivere. È lo psichiatra più economico che c'è e Dio lo sa...". Parola di Billy Joe Shaver.






vedi anche RECENSIONE: GUY CLARK-My Favorite Picture Of You (2013)
vedi anche RECENSIONE: JOHNNY CASH-Out Among The Stars (2014)
vedi anche RECENSIONE: TOM PETTY and the HEARTBREAKERS-Hypnotic Eye (2014)

giovedì 31 luglio 2014

RECENSIONE: TOM PETTY & THE HEARTBREAKERS (Hypnotic Eye)

TOM PETTY & THE HEARTBREAKERS  Hypnotic Eye (Reprise Records/Warner, 2014)



Qualche anno fa, all'uscita dei nuovi dischi dei miei rocker americani preferiti, speravo sempre di sentire le chitarre esplodere, speravo che le canzoni rock prevalessero su tutto il resto, forse perché l'ascolto prolungato di hard/heavy mi cambiava le prospettive, tanto da cercare le stesse cose anche tra le pagine dei grandi songwriter statunitensi (e di quel canadese). Allora anche una canzone come Murder Incorporated di Springsteen diventava un piccolo must. Oggi, complice l'età (?), le esperienze, gli ascolti, cerco le "canzoni", che siano acustiche, ballate, suonate con un violino che accompagna o con il solo pianoforte. Hypnotic Eye qualche anno fa mi sarebbe piaciuto al primo ascolto, alla prima canzone, al primo riff di chitarra. Ora devo faticare. Gli ascolti devono aumentare. Alla fine vince il disco nella sua globalità (quindi non è una bocciatura, più una seccatura), ma che fatica. L'invettiva di American Dream Plan B fa partire tutto in quarta. Combattiva fin dal suo messaggio "difendiamo il nostro sogno". Eppure...eppure quelle chitarre sature e pesanti-entro i limiti, sia chiaro- (che nemmeno i peggiori Metallica "alleggeriti"di Load) non mi convincono, ricordandomi quando negli anni '90 tutti cercavano di salire sul carrozzone grunge inspessendo le chitarre, pochi erano credibili-tra i più credibili gli inarrivabili King's X di Dogman (consigliato)-cose già sentite mille volte, su mille dischi, benché le note escano da uno dei più grandi e sottovalutati chitarristi della sua generazione: Mike Campbell, classe 1950, una vita spesa all'ombra di Petty, uno che si prende per mano gli Heatbreakers e li porta dove vuole, tanto da offuscare spesso la stella del capo, soprattutto in questo disco. Quasi, il "suo" disco. Un mare di chitarre dall'inizio alla fine. Ma le canzoni? Da Tom Petty voglio le canzoni. Dopo tanti ascolti nessuna mi è rimasta veramente in testa. Ma come? Uno che ci ha lasciato in eredità American Girl, Free Fallin, Mary Jane's Last Dance, I Won't Back Down, You Got Lucky, Listen To Her Heart, Learning To Fly e qui mi fermo. Petty abbandona da qualche parte quel piacevole bagaglio power pop '60 e a risentirne sono la melodia, i cori, i ritornelli, i Byrds, la leggerezza. Musica orfana. In verità lo sta già facendo da molti anni, tanto che la discografia si può dividere in un avanti e dopo Rick Rubin (produttore di Wildflowers-1994). Fortunatamente non tutto il disco segue il cammino della prima traccia, il pericolo è per metà scongiurato, e un grigio e ombroso Echo o un cinico The Last Dj li aveva già incisi qualche anno fa, e lì ci stavano da Dio. Da rivalutare entrambi comunque.
L'anima da garage band, quella degli esordi (alla Mudcrutch), salta fuori e prevale quasi sempre, spirito che fa suonare con vigore giovanilistico, ora veloce e sfuggente come in Fault Lines, svolazzante e psichedelico negli assoli che Campbell semina in Red River, tra le migliori tracce del disco nel suo essere "alla Tom Petty" e con la giusta coesione tra tutti i membri degli Heartbeakers, con melodia e grinta che viaggiano accomunate " vediamoci stasera al fiume rosso/dove l'acqua è limpida e fredda/vediamoci stasera al fiume rosso/e guardiamo giù nella tua anima", così come in All You Can Carry, altra canzone ostinata dove ci consiglia di lasciare il passato alle spalle "prendi ciò che puoi, tutto quello che puoi portare/prendi ciò che puoi e lascia il passato alle spalle/dobbiamo correre" e in U Get Me High che ha i riff di ultima generazione alla Keith Richards, il basso di Ron Blair ben presente (veramente martellante in tutto il disco), ma la voce non è di Mick Jagger.
Il voler tornare al passato, però, gioca anche brutti scherzi: nel 1977 c'era American Girl, ora c'è Forgotten Man. Cambiano i tempi, rimane il suono, un beat alla Bo Diddley con un bel assolo centrale di Campbell, la ragazza ha lasciato il posto alla disperazione dell'uomo in difficoltà. La differenza? Quella vecchia la ricorderemo ancora fra cent'anni, quella nuova temo di no. Spero di sbagliarmi.
Quando uscì Mojo, ultimo disco nel 2010, mi affrettai a definirlo un grande ritorno al rock, ma più esattamente era un tuffo libero nel blues anche sognante e psichedelico (non ho mai capito tutta l'indifferenza che l'ha accompagnato, gran peccato) lo stesso che compie nella deludente Burnt Out Town, un blues pestone ma talmente canonico, stanco che pare anche un po' finto, sentito mille volte, anche nell'ultimo Dylan (lì, pare più vero), che se non ci fosse, nessuno la cercherebbe. Si salva la prova di squadra con l'armonica di Scott Thurston protagonista.
 Poi esistono episodi che si staccano dal contesto raccontato fin qui, aggiungendo varietà al disco, ma non l'immortalità al suo canzoniere: come la jazzata e sinuosa Full Grown Boy portata avanti dai delicati tasti di Benmont Tench- va bene che quest'anno ha fatto uscire il suo primo e discreto disco solista You Should Be So Lucky, ma lui è il vero assente in queste canzoni- il funk ora serpeggiante ora pompato e squassante di Power Drunk, la morbidezza dai sapori quasi latini di  Sins Of My Youth. Mentre la lunga  Shadow People è l'oscuro, intimidatorio, sinuoso e epico finale, prova di squadra compatta e convincente (completa la formazione il lineare drumming di Steve Ferrone).
Hypnotic Eye è il vero ritorno al rock, un disco di muscoli scagliato contro il mondo materialista dei nostri giorni e schierato dalla parte degli ultimi emarginati, conseguenza e seguito ancora più estremo rispetto al predecessore, anche se penalizzato da una produzione satura che avrei evitato.
Petty ci dice "ho impiegato molti anni a scrivere undici canzoni", nel frattempo è sbarcato per la prima (unica?) volta in Italia, lasciando il segno e la fioca speranza di un ritorno. Hypnotic Eye farà faville in sede live, sempre che vogliate sacrificare qualche successo dalla vecchia setlist per far posto ai brani del nuovo album. Ma questo non è solo il problema di Petty ma di tutti i grandi con un passato importante di "canzoni" alle spalle. Ecco, le canzoni...Un pesante calcio in culo (che conferma gli Heartbreakers come una delle migliori band di classic rock sulla terra) dato più per istinto, che con una vera motivazione che faccia ricordare la lezione.




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martedì 22 luglio 2014

NEIL YOUNG & CRAZY HORSE live@Barolo (CN), Collisioni, 21 Luglio 2014

 











SETLIST: Love And Only Love/Standing In The Light of Love/Goin' Home/Days That Used To Be/Living With War/Love To Burn/Name Of Love/Blowin' In The Wind/Heart Of Gold/Barstool Blues/Psychedelic Pill/Cortez The Killer/Rockin' In The Free World/Who's Gonna Stand Up And Save The Earth


RECENSIONE:
“Grande Neil…ma la scaletta? Sì ma…la scaletta?”. Questo il tormentone  che ho sentito di più ieri sera e oggi. La setlist? Coerente con la “coerente” incoerenza di tutta la carriera. Strafottente esuberanza nel continuare a fare, suonare, cantare quello che ha in testa, senza compiacere nessuno (eppure ci ha regalato la t-shirt “Earth”, la stessa che indossava sul palco. Grazie). Con tutti i piacevoli difetti inchiodati ai ferri del cavallo pazzo: un “Poncho” Sampedro compagnone in vena di scherzi  che mostrava il dito medio dalla sua t-shirt personalizzata, un Ralph Molina quasi invisibile dietro ai suoi tamburi, un defilato e serafico Rick Rosas con l’arduo compito di sostituire l’assente Billy Talbot, due coriste a intensificare i cori e dare una pennellata soul ai feedback della vecchia Old Black di Young.
Neil Young non canta ciò che vuoi, fa quello che sente. In questa setlist ci ho visto un accorato messaggio di pace, amore e distensione in giornate con il mondo attento, sconvolto, indignato ma  impotente davanti alle sciagurate notizie che provengono da Russia e Israele. Così anche canzoni apparentemente di serie B o C del suo vastissimo repertorio rivivono con il significato aggiornato al 2014. ‘Living With War’ uscì nel 2006, un canto di protesta, elettrico, spontaneo e urlato in faccia al presidente degli Stati Uniti  George W.Bush e la sua assurda guerra in Iraq- allora era Bush, ora scegliete voi-questo il senso; ‘Name Of Love’ (prima che un’altra bomba esploda, fallo nel nome dell’amore/prima che un altro missile voli, fallo nel nome dell’amore/per ogni ragazzo e ogni ragazza, fallo nel nome dell’amore), un vecchio semplice, buonista e un po’ retorico pallino di Young,  addirittura ripescata dal “così e così” ‘American Dream’ (1988) (a me è sempre piaciuto e me la sono cantata tutta), disco di quella reunion tra CSNY promessa a Crosby dallo stesso Young come “premio” per un  eventuale rinascita  dalla disgraziata vita in cui era caduto Croz in quegli anni; l’incedere tribale di ‘Goin’Home’ con le metafore sempre calzanti, è l’unica traccia di ‘Are You Passionate?’ che vede i Crazy Horse nei credits, disco uscito all’indomani dell’11 Settembre-suonata con la stessa intensità con cui avrebbero suonato una più nota ‘Cinnamon Girl’( che non c’è, naturalmente). Per tutti  ci sono le due canzoni acustiche a metà concerto (le più famose e scontate della serata): risposte che soffiano nel vento da circa cinquant’anni e nessuno è ancora stato in grado di acciuffare e un cuore d’oro ancora tutto da conquistare che allevi la solitudine, altrettanto difficile, ma alla portata di tutti noi comuni mortali. Per il resto dell’universo c’è la versione monstre di ‘Cortez The Killer’…

lunedì 14 luglio 2014

RECENSIONE: RIVAL SONS (Great Western Valkyrie)

RIVAL SONS  Great Western Valkyrie (Earache Records, 2014)



Anche se il loro Pressure And Time (2011) può tranquillamente essere considerato tra le migliori uscite di classic hard rock degli ultimi dieci anni, un debutto folgorante (il primo disco vero e proprio fu l'autoprodotto Before The Fire del 2009) i Rival Sons non sono per nulla appagati e non accennano a frenare in corsa. Si vestono a festa, si mettono in posa, ma picchiano ancora duro con gusto e classe d'altri tempi, continuando un processo di miglioramento che sembra non conoscere limiti, quasi i tour fossero un collante necessario all'ispirazione e proprio nei loro dischi cercano di catturare in tutto e per tutto quella carica e il fervore sprigionati sopra al palco. Il poker iniziale è quanto più di incandescente e suadente si sia ascoltato di recente: la bruciante Electric Man attacca a spron battutto ("I'm Electric, Yes I Am", cantano in Electric Man, tutto molto rock'n'roll senza alte pretese liriche ovviamente), Good Luck è un persuasivo rock zeppeliniano fino al midollo, shackerato con la carica della ultima garage band rimasta in terra, Secret una tirata quasi purpleiana nel suo cavalcare e sciamanica nello rispolverare i resti di Jim Morrison abbandonati sulla vecchia credenza, Play The Fool prende in prestito addirittura l'inciso di Misty Mountain Hop, un piccolo furtarello, questa volta un po' evidente, che si fa immediatamente perdonare.
Se togliete le recenti ristampe dei Led Zeppelin (fuori concorso per ovvie ragioni di onnipotenza) non vi rimane che tuffarvi dentro a un disco che il cantante Jay Buchanan si prende immediatamente per mano e conduce con gran piglio da leader dall'inizio alla fine tra spettacolari tirate (Open My Eyes, Belle Starr) e momenti dove a prevalere è il lato blues e soul, uno dei loro punti di forza che li differenzia da buona parte del retro rock imperante: magniloquente, sentita, calda e notturna è Good Things dove il chitarrista Scott Holiday ricama di fino tra blues, anima, magia e il corso del destino, trascinata da un hammond è Rich And Poor che richiama nuovamente lo spirito dei Doors, bucolica la ballata Where I've Been che tradisce la loro provenienza californiana dopo tanto british rock e la registrazione in quel di Nashville-ancora con il produttore Dave Cobb- lo sottolinea ulteriormente. Fino all'epico, psichedelico e tenebroso finale Destination On Course con la lunga coda jammata che mi da l'opportunità di segnalare la sezione ritmica (Michael Miley e il nuovo entrato David Beste): micidiale.
Le orecchie attente vi segnaleranno i tanti rimandi sparsi lungo il disco, date loro ascolto, fate un cenno con il capo ma fregatevene. Tradizionali, spregiudicati, avvolgenti, sensuali, senza tempo, concisi (dieci canzoni dieci e nessun filler inutile). Con buona pace  di chi le orecchie le ha lasciate sopra a qualche disco pre 1975, in questi solchi (ah il vinile sarebbe adatto qui) viaggia il miglior classic rock dei nostri giorni. Un peccato mortale non accorgersene per troppo snobismo.



vedi anche RECENSIONE: RIVAL SONS-Pressure & Time (2011)
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martedì 8 luglio 2014

JOHN FOGERTY live@Milano, Ippodromo Del Galoppo, 7 Luglio 2014





SETLIST: Hey Tonight/Green River/Who'll Stop The Rain/Born On The Bayou/Lodi/Ramble Tamble/Penthouse Pauper/Midnight Special/I Heard It Through The Grapevine/Lookin' Out My Back Door/Hot Rod Heart/Susie Q/Mystic Highway/Long As I Can See The Light/Cotton Fields/Have You Ever Seen The Rain?/New Orleans/Keep On Chooglin'/Rock and Roll Girls/Down On The Corner/Up Around The Bend/The Old Man Down The Road/Fortunate Son/Rockin' All Over The World/Bad Moon Rising/Proud Mary

venerdì 4 luglio 2014

RECENSIONE:CHRIS CACAVAS & EDWARD ABBIATI (Me And The Devil)

CHRIS CACAVAS & EDWARD ABBIATI  Me And The Devil (Appaloosa Records/IRD, 2014)



Ci sono dischi che possiedono il fascino già celato nella copertina e nel titolo. Me And The Devil è uno di questi. L'occulto significato dentro a quei tarocchi cela la vita e questo disco mette in primo piano la voglia di vivere, di viaggiare con i piedi e con la mente, tra la polvere e gli astri, con il diavolo sempre al fianco, ora silente e complice ora ghignante e beffardo. Affascina e mette "la voglia" già da lì, da quelle bizzarre nove carte calate sul tavolo. Poi sfili un Cd, il primo che trovi all'interno del digipack e ti metti all'ascolto: splendide canzoni lo-fi, solo chitarre acustiche e voci che si alternano, si uniscono splendidamente, bisticciano, registrate "buona alla prima" con rumori e vociare in sottofondo, sbagli inclusi, imperfezioni pure. Ma rimani incantato, attratto da un magnetismo quasi arcano. Un fluire continuo. Vero. Che canzoni. Tutte splendide. Tutte scritte da Chris Cacavas, da anni trapiantato in Germania, un buon numero di dischi solisti ma soprattutto ex tastierista e fondatore dei Green On Red, una delle migliori scommesse americane degli anni ottanta-scommessa vinta naturalmente ma poteva andare ancora meglio- gruppo che, come molti di quella generazione, non durò mai abbastanza ma il dovuto per entrare nel culto e lasciare il segno all'interno di quel movimento nominato Paisley Underground e lanciare personaggi di tutto rispetto come Dan Stuart, Chuck Prophet e Cacavas naturalmente; e poi Edward Abbiati, sangue metà italiano metà inglese, voce e chitarra dei Lowlands uno di quei gruppi per cui andare fieri d'essere italiani, anche se non li troverete mai nelle pagine musicali dei quotidiani nostrani che tirano, band pavese tosta e arcigna con il piede nel presente, il cuore nel passato, e la fama internazionale più grande di quella nazionale.
Mentre ascolto, leggo le note del CD accorgendomi che c'è qualcosa che non torna. Sono citate una band, composta da due pezzi da novanta come Mike "Slo-Mo" Brenner al basso e Winston Watson alla batteria, musicista che vanta collaborazioni con Bob Dylan, Bob Marley,Warren Zevon, Giant Sand nel curriculum, più una buona dose di ospiti. Quando è tutto più chiaro mi accorgo di avere inserito il bonus disc, omaggiato solamente nella edizione limitata (un vero peccato che tutti non possano ascoltarlo), che presenta la nascita delle canzoni, il work in progress registrato con mezzi di fortuna (un telefonino) nell' abitazione di Abbiati dai soli Cacavas e il padrone di casa. Lascio finire le canzoni-un peccato interrompere il mood che si era instaurato-cambio il CD: i protagonisti si spostano da casa Abbiati e si rifugiano per soli cinque giorni nella cascina dietro l'angolo in quel di Pavia, la band li segue. Questo per dire quanto le buoni canzoni funzionino anche così spartane, e ve lo dice uno che ha trovato del buono in quell'opera bizzarra-e maltrattata- a titolo A Letter Home (poteva essere un bonus disc pure quello, è vero), l'ultima uscita di Neil Young. Non crocifiggetemi.
Tutto cambia e tutto resta uguale. Gli spazi vuoti vengono riempiti, la battente Against The Wall è un mantra ipnotico che detta i tempi del disco: fuoco che arde lentamente per crescere e bruciare, qui alimentato dal sax di Andres Villani, scheggia impazzita che si insinua tra i solchi; altrove, come nella successiva Me & The Devil  ci pensano l'armonica di Richard Hunter e le tastiere di Cacavas a tenere accessi i tizzoni dell'immortale blues: una perenne, ipnotica e sospesa danza. Accenti ispanici alla Calexico (Oh Baby, Please) che fanno a cazzotti con Long Dark Sky, la scarica rock più incisiva del disco, scheletriche e desertiche vie che piacerebbero a Howe Gelb (Can't Wake Up), fascinosi, misteriosi e notturni allunghi west coast alla Neil Young annata '74 (The Other Side), Hay Into Gold con il cello di David Henry, passeggiate lievi e delicate (The Week Song, I'll See Ya) e dolci sussurri accompagnati dalla Lap Steel di Mike Brenner nel country conclusivo (Rest Of My Life).
Dividere credits e meriti con la parte internazionale del disco è d'obbligo, ma Me And The Devil si candida, fin da ora, a diventare una tra le migliori uscite italiane dell'anno. Il feeling, la spontaneità e l'ispirazione che si percepiscono lungo la strada sono reali: un allungo visionario, desolato e cocente. Intrigante.




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lunedì 30 giugno 2014

RECENSIONE: NAZARETH (Rock'N'Roll Telephone)



NAZARETH  Rock'N'Roll Telephone (Union Square Music, 2014)


Il classico tormentone che preoccupa e incuriosisce. Ho due notizie da darvi, una buona e una cattiva. Se volete, dopo, ne aggiungo una terza. La prima è che i Nazareth hanno inciso un nuovo disco e al microfono c'è ancora il grande Dan McCafferty; la seconda è che sarà l'ultimo con la sua voce protagonista. La terza è che i Nazareth continueranno l'attività nonostante tutto.
Con il futuro destino già segnato, i Nazareth rilasciano l'ultimo disco con il mitico scozzese dall'ugola foderata da simil cartavetrata al microfono, il ventitreesimo in carriera. Il giovane sostituto (si fa per dire, ha 41 anni), Linton Osborne, è già stato assoldato, ha ricevuto la benedizione che conta, ed è già entrato in azione, portando il verbo della band scozzese in giro per il mondo. Ora, però, c'è da promuovere l'ultimo atto di una delle voci più graffianti e riconoscibili dell'hard britannico. McCafferty abbandona la scena da protagonista dopo più di quarant'anni di onorata militanza, le pessime condizioni fisiche questa volta hanno prevalso (una terribile ulcera allo stomaco lo mise ko sopra ad un palco, prima in Canada, poi in Svizzera). Impossibilitato a salire in scena per i concerti, con una scelta dolorosa ma onesta, il cantante ha gettato la spugna. "La musica che abbiamo fatto è più importante di qualsiasi componente della band. Spero davvero che trovino qualcun altro". Detto, fatto.
Rock'n'Roll Telephone non sembra risentirne, continuando il processo di ringiovanimento iniziato a fine anni novanta quando entrarono a dar man forte ai due veterani McCafferty e Pete Agnew (basso), il figlio di quest'ultimo Lee Agnew alla batteria e il chitarrista Jimmy Murrison; e concretizzatosi con l'uscita dell'ottimo Newz (2008), e proseguito con il seguente Big Dogz (2011). Al confronto tra le ultime uscite, Rock'n'roll Telephone ne esce addirittura vincente nella sua sterzata verso suoni freschi, più duri e metallici che mai. Un misto letale tra passato e presente, anche se continua a mancare quella componente più squisitamente roots e blues che  negli anni settanta consentiva di rileggere successi altrui in modo eccellente. Mancano quelle riletture come Vigilante Man (Woody Guthrie), Alcatraz (Leon Russell), The Ballad Of Hollis Brown (Bob Dylan), The Flight Tonight (Joni Mitchell), Love Hurts (Everly Brothers) che tanto funzionavano, e piacevano. Tutte le altre caratteristiche che hanno segnato la carriera ci sono. La voce ghiaiosa di McCafferty a spadroneggiare sopra a pesanti e arcigni hard rock tenuti in piedi da chitarre pesanti e moderne, graffianti sul tappeto funky nell'apertura scollacciata di Boom Bang Bang, metalliche in One Set Of Bones e Not Today, veloci e in odor di NWOBHM in Punch A Hole In The Sky, dedicata al pilota d'aerei Chuck Yeager, primo ad aver superato la barriera del suono nel lontano 1947, e la finale God Of The Mountain scritta per la nazionale austriaca di sci alpino; chitarre bluesy dal passo lento, pesante e cadenzato come in Just A RideRock'n'Roll Telephone che si prende gioco di uno spiacevole episodio capitato al chitarrista Jimmy Murrison in Russia; scalcianti boogie (Speakeasy, Wanna Feel Good?), fino alle concessioni melodiche e ruffiane delle più deboli ma pur sempre divertenti Long Long Time e Black2b4 con il suo testo carico di speranza.
Ancora il triste e melanconico blues The Right Time e la romantica ballata Winter Sunlight.
Nell'edizione deluxe c'è posto per un secondo CD che ci presenta altre due canzoni inedite (le già citate Just A Ride e Wanna Feel Good?) e cinque estratti live da concerti del 2000 in Canada, del 2006 a Milton Keynes in Inghilterra e 2008 a Somerset sempre in Inghilterra. Nel cuore degli aficionados c'è invece posto per un sentito arrivederci a Dan, a cui mi unisco. La salute prima di tutto.



RECENSIONE: NAZARETH-Big Dogz (2011)



lunedì 23 giugno 2014

RECENSIONE: BILLY JOEL (A Matter Of Trust-The Bridge To Russia)

BILLY JOEL   A Matter Of Trust-The Bridge To Russia (Deluxe edition: 2 CD, 1 DVD, Sony Music, 2014)


Le cronache raccontano-le immagini immortalano- di un pubblico letteralmente scatenato, capace di far saltare le seggiole delle prime file dopo poche canzoni e di conseguenza far scappare le grandi rappresentanze diplomatiche sedute in sala, quelli che stavano guardando il concerto con le orecchie tappate dalle mani e un chiodo fisso stampato in testa: il rock è cosa cattiva e rumorosa, Billy Joel, non gli Slayer, è l'incarnazione del male occidentale venuto a traviarci. C'è un fotogramma stupendo che sembra racchiudere bene questa "invasione pacifica" occidentale : la carovana di tir-pieni di attrezzature per la costruzione del palco-proveniente dall'Inghilterra che staziona davanti alla Piazza Rossa del Cremlino, quasi l'aereo di Mathias Rust atterrato solo pochi mesi prima su quella piazza, avesse trovato già dei giganteschi eredi su ruote. Cose impensabili in quegli anni ma che successero veramente a pochi mesi di distanza, un segnale premonitore, un anticipo di Glasnost' . Billy Joel non si fece intimorire, non si auto censurò lo spettacolo, non rinunciò a nulla, portando in Russia lo stesso identico e mastodontico show con cui girava l'America e il resto del mondo. L'impatto che il tour di sei tappe, tre concerti a Mosca e tre a Leningrado, ebbe sui giovani sovietici fu devastante. La fame di musica occidentale da parte dei giovani era tanta ed in quel momento della storia, con la guerra fredda che si stava intiepidendo, con l'aria di cambiamento e ricostruzione che soffiava proprio in quei giorni sospinta dalla Perestrojka messa in atto da Michail Gorbačëv, e con il muro di Berlino ancora in piedi ma non per molto, qualunque rockstar avesse fatto quel passo sarebbe entrata nella storia. Anche se quel "qualunque" mi lascia molti dubbi, soprattutto vedendo come il piano man newyorchese riuscì a dare libero sfogo alla sua umanità prima ancora che all' aspetto prettamente artistico.
Quanti artisti lo avrebbero fatto? Toccò a Billy Joel costruire quel ponte verso la Russia, nonostante in passato altri grandi nomi (Elton John, Santana, James Taylor) avessero già oltrepassato la cortina, ma mai per un intero tour ma soprattutto mai con un obiettivo ben preciso in testa, quello di cercare di aprire una breccia culturale che potesse distendere i rapporti tra le due più grandi super potenze mondiali. "Per quanto mi ricordo, il clima politico prevalente era di guerra fredda. L'unione Sovietica era il nemico e faceva paura. Avevo paura dei russi, li vedevo come dei monoliti, delle persone bellicose, desiderose di distruggere gli Stati Uniti. A scuola facevamo delle esercitazioni in caso di bombardamenti. Ci mettevano sotto il banco in attesa della sirena...ma ci fu un momento, quando ero ragazzino negli anni '50, in cui diventammo consapevoli dei russi in quanto persone. Un famoso pianista classico di nome Van Cliburn andò in Unione Sovietica per una gara di pianoforte e la vinse. All'improvviso uno dei nostri piacque loro..., quindi nel pensiero di molti, non potevano poi essere così male...capii che la musica era molto potente. Quando ci proposero di andare a suonare in Unione Sovietica fu la prima cosa che mi venne in testa" racconta Billy Joel all'inizio del film documentario che accompagna l'uscita di questo A Matter Of Trust-The Bridge To Russia. Un ricco cofanetto (anche in versione normale con i soli 2 CD) che amplia e approfondisce un piccolo capitolo di storia che merita d'essere conosciuto e ricordato molto più di quanto sia accaduto fino ad oggi, a distanza di 27 anni dall'uscita del doppio vinile Kohuept (1987) dall'inconfondibile copertina rossa, testimonianza musicale di quel tour che risollevò la carriera e il morale dopo un disco difficile, terminato a fatica, e riuscito a metà come The Bridge (1986).
Ci pensano due CD che aggiungono undici canzoni non presenti nell'originale  Kohuept (tra cui The Ballad Of Billy The Kid, She's Always A Woman, The Longest Time, She Loves You dei Beatles, Pressure, It's Still Rock And Roll To me, Piano Man, New York State Of Mind), un ricco e approfondito libretto di 80 pagine con i testi, foto inedite, i credits e ricordi scritti di Michael Jensen, dei giornalisti Wayne Robins, Gary Graff, del fotografo al seguito Neal Preston; un DVD che contiene il concerto e un documentario che come un diario di appunti ripercorre quei giorni attraverso immagini e interviste dell'epoca ma soprattutto nuovi interventi dei protagonisti: oltre a Joel, sfilano con i propri ricordi, la ex moglie Christie Brinkley, i musicicisti della band Liberty De Vitto, Kevin Dukes, Dave LeboltRussell Javors Mark Rivera che ricorda "è come se Billy Joel avesse portato la prima tv a colori, difficile ritornare al bianco e nero dopo", tour manager, il traduttore Oleg Smirnoff che seguì Joel come gli era stato ordinato "stagli appiccicato come una gomma da masticare", tecnici del palco, musicisti rock russi come Stas Namin che ricorda "fu il primo passo ufficiale del rock americano in Unione Sovietica", i tanti e nuovi fan conquistati.
Per Joel furono giorni pieni, intensi, sempre con la famiglia al seguito, la stupenda moglie e la piccola figlia Alexa nata solo un anno prima. Giornate di visite, nuovi incontri, interviste ma anche giorni massacranti sotto l'aspetto fisico e mentale che lo portarono verso una galoppante crisi di nervi che culminò una sera sopra al palco: d'improvviso rovesciò le tastiere, massacrò un microfono contro il pianoforte davanti agli sguardi stupefatti della band e all'esaltazione ancora più marcata del pubblico che credeva di trovarsi di fronte all'ennesima rappresentazione spettacolare del rock occidentale. Nulla di ciò, la colpa fu del tecnico delle luci. Joel si accorse dell'anomalo comportamento dei fan sovietici: quando l'impianto luci li illuminava, questi acquietavano immediatamente la loro esaltazione che riprendeva appena le luci si allontanavano, puntando altrove. Non volevano essere visibili, quasi stessero facendo qualcosa di proibito. Ma Joel, oltre a incazzarsi, durante quei spettacoli non si risparmiò, tirando fuori prestazioni da performer indiscusso, incluso un crowd surfing sulla folla che sul momento impensierì un po' tutti.
Tra le immagini da ricordare: la toccante Honesty dedicata a Vladimir Vysotsky, attore, poeta e cantautore russo che "parlava di verità" remando spesso contro le direttive imposte dall'impero, e che Billy Joel imparò a conoscere in quei giorni, visitando la tomba (morì giovanissimo nel 1980 per arresto cardiaco) e facendo visita all'anziana madre per un brindisi collettivo alla... verità. Le passeggiate per le strade di Leningrado (ora San Pietroburgo) in mezzo ai ragazzi, in prevalenza metallari, vogliosi di ribellione e libertà, per conoscerli e per far capire loro che da giovane era esattamente così anche per lui, nella lontana e "nemica" America."Un ragazzo" racconta Joel " venne da me dopo il primo concerto e mi disse: una cosa simile non era accaduta dal 1917, anno della Rivoluzione Russa".
La partecipazione ad un programma televisivo alla cui richiesta di cantare una canzone, rispose proponendoThe Times They Are A-Changin' di Bob Dylan, era il momento giusto per quella canzone, il momento giusto nel posto giusto; la conoscenza e la profonda amicizia instaurata con il giovane Viktor, un fan dolce e appassionato, che per sopravvivere interpretava il clown in un circo e a sorpresa fu presente in tutte le sei date del tour. Due anni dopo, nel disco Storm Front (1989) Billy Joel tradusse in musica questa esperienza: scrisse Leningrad. "Era la storia di Viktor e di me, e di come riusciva a far ridere mia figlia , e sul riconoscimento di aver trovato degli amici...quella canzone riflette il modo in cui quel viaggio mi cambiò...il viaggio in Russia è stato probabilmente la mia vetta come performer".

"Ci fu una tale effusione di amore, affetto, e calore che dal mio punto di vista la guerra fredda era finita" Billy Joel.




vedi anche COVER ART#: BILLY JOEL (Glass Houses, 1980)



vedi anche RECENSIONE: DAVID CROSBY-Croz (2014)



vedi anche RECENSIONE: JOHNNY CASH-Out Among The Stars (2014)