martedì 14 novembre 2017

RECENSIONE: BILLY BRAGG (Bridges Not Walls)

BILLY BRAGG-Bridges Not Walls (Cooking Vinyl, 2017)







BILLY BRAGG sorseggia il suo amato the caldo e non le manda a dire. Non lo ha mai fatto. Con i grandi del rock che sembrano sempre meno interessati a quello che capita intorno a loro nel mondo (non tutti fortunatamente), Bragg rimane coerente con il percorso di tutta la sua carriera e butta fuori un istant Ep di sei canzoni (22 minuti) dal titolo significativo BRIDGES NOT WALLS, raccolta di sei singoli fatti uscire quest’anno, uno al mese, che raccontano di muri, Trump, brexit, ambiente e razzismo, tra cui spiccano l’iniziale elettrica ‘The Sleep Of Reason‘ (titolo preso in prestito da un’opera di Goya) la splendida cover di ‘Why We Build The Wall’, solo voce e chitarra elettrica, della cantautrice folk americana Anais Mitchell e ‘Saffiyah Smiles’ ispirata dalla foto diventata virale che ritrae una ragazza che usa l’arma del solo sorriso davanti ad un esponente di estrema destra durante la manifestazione anti immigrati svoltasi a Birmingham questo Aprile . Dopo aver girato l’America di stazione in stazione in compagnia di Joe Henry è arrivato il momento di abbattere i muri con l’urgenza comunicativa del folk (e del punk perché no?) e costruire i ponti con il linguaggio musicale più sofisticato (solo pianoforte e voce in ‘Full Exist Brexit’), frutto delle esperienze raccolte in una carriera ormai ultratrentennale che partì proprio con un Ep LIFE’S A RIOT WHIT SPY VS SPY nel lontano 1983 in piena era Thatcher. Poco sembra essere cambiato. “È la tragedia dell’essere un cantautore politico, le tue canzoni tendono a ritornare…” raccontò in una intervista a Rumore questa primavera. Unico e combattivo come sempre.


RECENSIONE: MAGPIE SALUTE-Magpie Salute (2017)
RECENSIONE: ELLIOTT MURPHIE-Prodigal Son (2017)
RECENSIONE: GARLAND JEFFREYS-14 STeps To Harlem (2017)
RECENSIONE: JOHN MELLENCAMP- Sad Clowns & Hillbillies (2017)
RECENSIONE: TAJ MAHAL & KEB' MO'-TajMo (2017)
RECENSIONE: CHRIS STAPLETON: From A Room, Volume I (2017)
RECENSIONE: WILLIE NELSON-God's Problem Child  (2017)
RECENSIONE: DAN AUERBACH-Waiting On A Song (2017)
RECENSIONE: STEVE EARLE & The DUKES-So You Wannabe An Outlaw (2017)

RECENSIONE: BLACKFOOT GYPSIES-To The Top (2017)
RECENSIONE: LEE BAINS III + THE GLORY FIRES-Youth detention (2017)
RECENSIONE: GEORGE THOROGOOD-Party Of One (2017)
RECENSIONE: NEIL YOUNG-Hitchhiker  (2017)
RECENSIONE: JAKE BUGG- Hearts That strain (2017)

lunedì 13 novembre 2017

L.A. GUNS live@Circolo Colony, Brescia, 11 Novembre 2017

L.A.GUNS live @Circolo Colony, Brescia, 11 Novemvbre 2017

Se togliessimo i cellulari in sala, l’impressione è quella d’ essere tornati nel 1988, anno d’uscita del loro primo e inarrivabile disco, o almeno nel 2000 anno in cui il cantante Phil Lewis e il chitarrista Tracii Guns collaborarono per l’ultima volta. Una reunion che ha finalmente messo un po’ d’ordine, e di pace, nella incasinata carriera dei L.A.Guns e un disco fresco di stampa THE MISSING PEACE appunto, onesto e per nulla nostalgico che ha consolidato il tutto. Già dalla intro scelta dalla band, l’epica ‘Diary Of A Madman’ di Ozzy Osbourne, si capisce che sarà una serata come ai vecchi tempi ma tutt'altro che nostalgica: la partenza con l’ultima ‘Devil Made Me Do It’ lo ribadisce. Volumi alti, altissimi davanti in transenna (ci si sposterà dietro per godersi meglio il tutto), e tanto rock’n’roll. Tutti in grande forma: Phil Lewis ha sessant’anni ma si mangia fisicamente l’odierno Axl Rose (cinque anni più giovane) in un solo boccone, Tracii Guns dispensa sorrisi e assoli in contemporanea e sembra ben ripreso dal non specificato malore che ha fatto cancellare la data romana di pochi giorni fa, il secondo chitarrista Michael Grant è la vera grande sorpresa della serata e lo spazio centrale del concerto è tutto suo con una interpretazione di ‘Purple Rain’ di Prince che rasenta la perfezione per pathos ed esecuzione, ottimo veramente, il bassista Johnny Martin, gambe eternamente divaricate sembra uno dei fratelli Ramone rimaterializzatosi improvvisamente sul palco, il batterista Shane Fitzgibbon picchia duro dall’inizio alla fine. E via di ‘Bitch Is Back’, ‘Reap And Tear’, ‘Malaria’, ‘No Mercy’, ‘Ballad Of Jayne’, ‘Over The Edge’…E un raggio di sole torna a splendere dopo le focose e viziose nottate sul Sunset Strip. Le insegne si spengono e si fa giorno. Ma poi, visto che siamo nel 2017 e ci sono i cellulari: tutti con le mani alzate che la band ci vuole fotografare dal palco. Serata hot.




SETLIST
The Devil Made Me Do It
Electric Gypsy
Over the Edge
Bitch Is Back
Sex Action
The Flood’s the Fault of the Rain
Speed
One More Reason
Kiss My Love Goodbye
Purple Rain
Malaria
Guitar Solo
Never Enough
Jelly Jam
The Ballad of Jayne
No Mercy
Rip and Tear


 

lunedì 6 novembre 2017

NICK CAVE and The BAD SEEDS live@Kioene Arena, Padova, 4 Novembre 2017



appunti
NICK CAVE si confonde tra il suo pubblico, si fa quasi inghiottire: questo il finale del concerto. La sublimazione di una serata condotta come una cerimonia: la camminata messianica nel parterre di pochi attimi prima era solo il preludio, anche se sul momento sembrava l’atto finale e poteva esserlo alla grande. Una scelta avventata, per certi versi pacchiana (forse la presenza in video del soprano in ‘Distant Sky’ lo era di più) che ha spezzato nettamente l’atmosfera del concerto, costruita con meticolosità fino a quel momento: suoni pazzeschi, Bad Seeds perfetti, e il bilanciamento chirurgico tra il rapimento delle ballate, comunque in maggioranza, da velluto rosso pop (‘Into My Arms’) e gli scatti feroci dei pezzi più tirati con un Warren Ellis scalciante e posseduto (‘The Mercy Seat') . Un finale che, bisogna dirlo francamente, poteva essere migliore. Un venite a me, che il giorno dopo però, assume il suo vero significato. Cave aveva due modi per sopravvivere: chiudersi mantenendo le distanze, come suggerito da SKELETON TREES o darsi totalmente più di quanto fatto fino a quel momento, sacrificando pure le due canzoni di congedo ('Stagger Lee, 'Push The Sky Away'), perse completamente in mezzo al caos della bolgia. Farci sentire il suo cuore che fa “boom boom boom” non gli bastava più. Dovevamo mangiarlo. Quel “mi sono letteralmente sentito salvato dal pubblico” ha trovato compimento fisico in quel finale totalizzante, caotico anche se surreale. Ma salvifico.

momenti da ricordare
Il trittico 'From Here To Eternity', 'Tupelo', 'Jubilee Street' rimane il momento più intenso da impacchettare e portarsi a casa come ricordo duraturo.
punto a favore
Nick Cave crede fortemente nei suoi ultimi lavori, soprattutto all'ultimo cupo SKELETON TREE, nato dopo la morte del figlio Arthur, su cui ruota l'intero concerto. Per un artista che potrebbe campare benissimo sul passato è certamente segno di grande vitalità.
momenti da dimenticare
Quella vitalità artistica che sembra avere un calo spaventoso nel finale, quando Cave diventa più cerimoniere per se stesso che cantante e tutto ciò che fino a pochi attimi prima era intenso e ipnotico, diventa caotico e irrazionale. La band scompare letteralmente dietro ai fan chiamati sul palco, la concentrazione svanisce e quelli che dovevano essere i brani finali, l'apoteosi, diventano un indistinguibile marasma. Forse l'esagerazione che ci pone un amletico interrogativo: si apre un nuovo capitolo per Nick Cave?







SETLIST
Anthrocene
Jesus Alone
Magneto
Higgs Boson Blues
From Her to Eternity
Tupelo
Jubilee Street
The Ship Song
Into My Arms
Girl in Amber
I Need You
Red Right Hand
The Mercy Seat
Distant Sky
Skeleton Tree
The Weeping Song
Stagger Lee
Push the Sky Away


martedì 31 ottobre 2017

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 49: CRY OF LOVE (Brother)

CRY OF LOVE  Brother (Columbia, 1993)







Se nei primi anni novanta l’alto piedistallo creato per le band di Seattle costrinse alle ginocchia molte realtà musicali legate al rock più duro (chiedere a glamster e thrasher, o all’heavy metal più classico), non si può dire la stessa cosa per il southern rock americano che proprio in quegli anni sembrò avere un piccolo ma importante sussulto di buona salute dopo le malate ombre grige degli anni ottanta, proprio perché, come il grunge, assorbiva linfa vitale e si abbeverava dall’acque più torbide dell’hard blues dei 70. Black Crowes, Mother Station, Brother Cane, Widespread Panic, Badlands, Pride And Glory, Raging Slab, Junkyard, Gov’t Mule, The Four Horsemen,The Screamin’ Cheetah Wheels e appunto i CRY OF LOVE. Pur inserito nel calderone del rock sudista (da cui rubava gli umori), il gruppo nato a Raleigh in North Carolina volgeva il proprio sguardo aldilà dell’Atlantico fino ad arrivare all’hard blues britannico, con in testa i Free di Paul Rodgers e Paul Kossoff, a seguire Cream e Rory Gallagher. L’ascolto di ‘Hand Me Down’ e ‘Peace Pipe’ (che ebbe anche un gran successo nelle charts all’epoca) può fugare ogni dubbio sulle loro principali influenze. Se il cantante KELLY HOLLAND, che dopo questo primo disco lasciò la band per una progressiva discesa negli inferi dell’alcolismo e dell’anonimato che lo condussero verso la strada senza uscita della morte, avvenuta a soli 52 anni nel 2014, si può considerare tra i maggiori emuli di Paul Rodgers, il chitarrista AUDLEY FREED, che ritroveremo nei BLACK CROWES a cavallo tra il 1997 e il 2002 (periodo LIONS e LIVE AT THE GREEK), impersonava benissimo i panni di Paul Kossoff. A completare la formazione: il batterista JASON PETTERSON e il bassista ROBERT KEARNS (ora con SHERYL CROW, in precedenza con BOTTLE ROCKETS e LYNYRD SKYNYRD). Il disco registrato in presa diretta, senza overdubs, è la testimonianza più reale del grande e focoso talento che circondava questi ragazzi che nel 1997, dopo l’uscita di Holland, cercarono di replicare con l’altrettanto buono DIAMONDS AND DEBRIS e un nuovo cantante: Robert Mason. Ma il destino era già segnato e per loro aveva scelto un roseo futuro da cult band. Dieci canzoni che a distanza di 24 anni suonano ancora dirette, fresche e avvincenti come quelle dei migliori e storici dischi degli anni settanta. Da segnalare il pianoforte del produttore John Custer e la chitarra ospite di Pepper Keenan dei Corrosion Of Conformity nella traccia ‘Bad Thing’. Tra i grandi dischi rock degli anni 90 c’è un posto anche per i Cry Of Love.




PUNTATE PRECEDENTI
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #18: BOB DYLAN-Street Legal (1978)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #19- CRAZY HORSE-Crazy Horse (1971)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #20-TOM PETTY-Wildflowes/Echo (1994/1999)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #21-NICOLETTE LARSON-Nicolette (1978)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #22-AMERICA-Silent Letter (1979)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #23-ERIC ANDERSEN-Blue River (1972)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #24-BADLANDS-Voodo Highway (1991)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #25-GEORGE HARRISON-Living In The Material World (1973)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA#26: DAVID CROSBY GRAHAM NASH-Wind On The Water (1975)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #27: DICKEY BETTS & GREAT SOUTHERN (1977)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #28: JUNKYARD-Junkyard (1989)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #29: STEPHEN STILLS (1970)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #30: RITMO TRIBALE-Bahamas (1999)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #31: SUZI QUATRO-Suzi Quatro (1973)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #32: BADFINGER (1970)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #33:RONNIE LANE'S SLIM CHANCE    One For The Road (1976)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #34: EDOARDO BENNATO- Edo Rinnegato (1990)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #35: GENE CLARK-White Light (1971)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #36: JOHNNY WINTER-Second Winter (1969)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #37: CAPTAIN BEYOND-Captain Beyond (1972)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #38: ROD STEWART-Every Picture Tells a Story (1972)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #39: GEORGE THOROGOOD & DESTROYERS-Bad To The Bone (1982)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #40: THE ROLLING STONES-Their Satanic Majesties Request (1967)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #41: ALBERTO FORTIS (1979)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #42: NOMADI-Gente Come Noi (1991)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #43: CROSBY, STILLS & NASH-Daylight Again (1982)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #44: TERRY REID (River)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #45: JACKSON BROWNE-Running On Empty (1977)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #46: THE ROLLING STONES-Emotional Rescue (1980)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #47:TOM PETTY-Highway Companion (2006)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #48:STEVE FORBERT-Alive On Arrival (1978)

lunedì 23 ottobre 2017

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 48: STEVE FORBERT (Alive On Arrival)

STEVE FORBERT  Alive On Arrival (1978)
 
 
 
 
 

Era un ragazzo volenteroso il giovane Steve Forbert: seppe raggiungere la meta agognata con determinazione e quel pizzico di spavalderia che non guasta mai, nonostante quel faccino da bravo ragazzo che si ritrovava. Si lasciò dietro presto il natio Mississippi e si mise in viaggio con la sola compagnia di chitarra e armonica, coperto da un leggero e sdrucito giubbotto di jeans, per raggiungere una New York musicale completamente immersa nei fumi del punk. Ma non cercò il punk in una lametta, ma il folk per le strade, forse in ritardo di qualche anno. Senza paura e con la faccia tosta del ragazzo esploratore che arriva dalla campagna entrò in contatto con la scena al CBGB, si fece conoscere tra i locali del Greenwich Village ed esplorò curioso la gente tra le fermate della metropolitana. Tutte esperienze che coinfluiranno nel debutto ALIVE ON ARRIVAL (1978) insieme a sogni e qualche accenno di malinconia. Un disco folk che lascerà il segno tanto da spingere la critica a ritirare fuori dalla naftalina quell'adesivo "nuovo Dylan" un po' in disuso, con la colla ormai secca e consumata dal tempo ma che nei primi anni settanta andava tanto di moda e si appiccicava bene un po' su tutti. Già Dylan: in quegli anni era tutto e il contrario di tutto fuorché un folk singer. Legittimo ritirare fuori gli sticker dal cassetto. Se ne accorse immediatamente la Nemperor Records (sotto etichetta della Epic) che lo mise sotto contratto anche se i paletti li piantò il determinato Forbert: "nel disco suono la mia musica" e così fu. Dall'apertura 'Goin' Down To Laurel' incipit di spavalda determinazione alla nostalgia di casa nella notturna e bellissima 'Tonight I Feel So Far Away From Home' passando per il rockabilly ironico di 'What Kinda Guy?', gli umori di 'Thinkin', le dolci incertezze di 'It Isn't Gonna Be That Way', l'esperienza da busker raccontata in 'Grand Central Station, March 18, 1977', e il talking dylaniano di 'Steve Forbert's Midsummer Night's Toast' fino al rutilante blues in chiusura 'You Cannot Win If You Do Not Play'. Dentro a questo debutto c'era il limpido futuro di un ragazzo che seppe ripetere la formula per un altro disco JACKRABBIT SLIM (1979), cambiando anche le carte in tavola e trainato dal successo di 'Romeo's Tune', ma non per l'intera carriera, buona, onesta ma mai più sotto i riflettori accecanti della popolarità. Uno dei migliori dischi di cantautorato americano (di debutto) degli anni settanta. Da ascoltare e riascoltare.

PUNTATE PRECEDENTI
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #18: BOB DYLAN-Street Legal (1978)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #19- CRAZY HORSE-Crazy Horse (1971)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #20-TOM PETTY-Wildflowes/Echo (1994/1999)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #21-NICOLETTE LARSON-Nicolette (1978)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #22-AMERICA-Silent Letter (1979)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #23-ERIC ANDERSEN-Blue River (1972)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #24-BADLANDS-Voodo Highway (1991)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #25-GEORGE HARRISON-Living In The Material World (1973)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA#26: DAVID CROSBY GRAHAM NASH-Wind On The Water (1975)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #27: DICKEY BETTS & GREAT SOUTHERN (1977)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #28: JUNKYARD-Junkyard (1989)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #29: STEPHEN STILLS (1970)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #30: RITMO TRIBALE-Bahamas (1999)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #31: SUZI QUATRO-Suzi Quatro (1973)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #32: BADFINGER (1970)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #33:RONNIE LANE'S SLIM CHANCE    One For The Road (1976)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #34: EDOARDO BENNATO- Edo Rinnegato (1990)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #35: GENE CLARK-White Light (1971)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #36: JOHNNY WINTER-Second Winter (1969)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #37: CAPTAIN BEYOND-Captain Beyond (1972)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #38: ROD STEWART-Every Picture Tells a Story (1972)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #39: GEORGE THOROGOOD & DESTROYERS-Bad To The Bone (1982)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #40: THE ROLLING STONES-Their Satanic Majesties Request (1967)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #41: ALBERTO FORTIS (1979)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #42: NOMADI-Gente Come Noi (1991)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #43: CROSBY, STILLS & NASH-Daylight Again (1982)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #44: TERRY REID (River)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #45: JACKSON BROWNE-Running On Empty (1977)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #46: THE ROLLING STONES-Emotional Rescue (1980)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #47:TOM PETTY-Highway Companion (2006)

 

giovedì 19 ottobre 2017

RECENSIONE: THE WHITE BUFFALO (Darkest Darks, Lightest Lights)

THE WHITE BUFFALO Darkest Darks, Lightest Lights (Earache Records, 2017)




“Non ero più un ragazzo: avevo 20, 22 anni. Io e un mio amico eravamo seduti a bere delle birre, quando suo padre iniziò a suonare canzoni di John Prine e Bob Dylan. Un giorno gli chiesi di mostrarmi alcuni accordi appena avessi avuto una chitarra tra le mani. E lui rispose: sicuramente. Così appena uscito di casa, sono corso al banco dei pegni ad acquistarne una da pochi soldi, da lì ho iniziato a scrivere canzoni”. Così Jake Smith, l’omone grande e grosso che fisicamente pare un incrocio tra Warren Haynes e il grande Lebowski, racconta i suoi tardivi approcci con la musica. Ora di anni ne ha qualcuno in più, la chitarra la suona bene ed è arrivato al quinto disco in carriera. Dopo l’esordio del 2007, il grande pubblico si accorse di lui grazie alla serie tv Sons Of Anarchy (i brani di Smith sono stati ospitati più volte nella serie. e a lui è toccato l'onore di chiudere in maniera struggente l'ultima puntata della saga dei criminali motociclisti, con la lunga 'Come Join The Murder) e a quel ONCE UPON THE TIME IN THE WEST (2011) che sembrava costruire il ponte ideale tra la vecchia America cantata dagli outlaw country men degli anni settanta e l'America della generazione grunge di metà anni ’90, che celebrò il funerale di tutte le vecchie speranze. “Beh, io sono una persona abbastanza gioviale ma so che il lato più oscuro della vita può essere più interessante. Sono un uomo di famiglia, ma ogni tanto possono esserci ancora problemi. Alcune cose di cui scrivo sono d'attualità, ma cerco sempre di lasciarle vaghe, per fare in modo che ognuno possa interpretarle a modo suo”. Dopo l’ambizioso concept SHADOWS, GREYS & EVIL WAYS (2013) che intrecciava amore e guerra, nel quarto album LOVE AND THE DEATH OF DAMNATION le canzoni, pur vivendo di vita propria, sembrano ancora una volta seguire un percorso narrativo ben preciso dove i protagonisti lottano contro la diabolica oscurità che gravita intorno alle loro strade.
Qualcuno troverà la luce, altri no. Buio mimetizzato negli accadimenti di tutti i giorni (‘Dark Days’, ‘Modern Times’), nelle disperata ricerca di fede e redenzione, nei complicati meccanismi delle relazioni umane: nei rapporti d’amore, tra genitori e figli, tra uomini in perenne conflitto. "Musicalmente e liricamente, questo è l'album più diversificato che abbia mai fatto. Amore, morte, luce e oscurità. Vi farà ridere e vi farà piangere. Un concentrato di emozioni." Approdato per la prima volta in Italia nel 2016 per tre date (Ravenna, Trieste, Brescia) in cui pestò giù duro senza troppi complimenti con una formazione a tre che viaggiava liscia e diritta come un treno senza fermate, in questo 2017 ecco il nuovo album DARKEST DARKS,  LIGHTEST LIGHTS che conferma fin dal titolo l’importanza delle luci e delle ombre nella sua musica. Se da una parte, canzoni d’amore e intimiste come le ballate ‘The Observatory’, ‘If I Lost My Eyes’ e la finale ‘I Am The Moon’ ci mostrano l’aspetto più sognante delle sue liriche, a lasciare il segno sono i testi di canzoni dalla costruzione epica e cinematografica come ‘Robbery’, jazzata e condotta con fare esperto alla Tom Waits, il blues con armonica di ‘Nightstalker Blues’ che narra le vicende datate 1985 del serial killer Richard Ramirez, le storie di droga e mafia messicana nella trascinante e diretta  ‘Border Town/Bury Me in Baja’, le atmosfere western con il crescendo di 'Madam's Soft, Madam's Sweet' o il rock battente di ‘Avalon’ che si riallaccia alla migliore tradizione americana delle road song, condotte come sempre dalla sua voce profonda. Un disco che si schiera nuovamente dalla parte degli emarginati e dei cuori solitari e disperati, nato e cresciuto in studio di registrazione come lo stesso Jack Smith ha dichiarato in una intervista “Ho scritto la maggioranza delle canzoni durante il processo di registrazione. Scrivevo al mattino e registravamo di sera”. Diretto al punto quando serve (l'honky tonk d'apertura 'Hide And Seek','The Heart And Soul Of The Night' sembra uscita dalla penna di Phil Lynott e i Thin Lizzy ) e riflessivo quanto basta, Darkest Darks, Lightest Lights, conferma The White Buffalo come uno dei più eclettici esponenti dell'american music dei nostri giorni.


RECENSIONE: MAGPIE SALUTE-Magpie Salute (2017)
RECENSIONE: ELLIOTT MURPHIE-Prodigal Son (2017)
RECENSIONE: GARLAND JEFFREYS-14 STeps To Harlem (2017)
RECENSIONE: JOHN MELLENCAMP- Sad Clowns & Hillbillies (2017)
RECENSIONE: TAJ MAHAL & KEB' MO'-TajMo (2017)
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RECENSIONE: BLACKFOOT GYPSIES-To The Top (2017)
RECENSIONE: LEE BAINS III + THE GLORY FIRES-Youth detention (2017)
RECENSIONE: GEORGE THOROGOOD-Party Of One (2017)
RECENSIONE: NEIL YOUNG-Hitchhiker  (2017)
RECENSIONE: JAKE BUGG- Hearts That strain (2017)

lunedì 16 ottobre 2017

RECENSIONE: ROBERT PLANT (Carry fire)

ROBERT PLANT   Carry Fire (Nonesuch Records, 2017)





Ho sempre ammirato la carriera solista di ROBERT PLANT. Uno come lui avrebbe potuto vivere di rendita per tutta la vita, adagiandosi sul dorato passato. Invece no, ha sempre continuato per la sua strada, conscio che certe alchimie, senza gli ingredienti originali, sono difficili da riprodurre in laboratorio per l'eternità. Ci sono già e rimarranno per sempre. Anche se le radici di quello che sta facendo da anni iniziarono a crescere da li’ e si sente ancora benissimo. Senza mai cedere troppo al facile successo (ma l’estate di ‘29 Palms’ lo fu, chi se la dimentica?), ha percorso tutte le strade musicali possibili in giro per il mondo e questo nuovo CARRY FIRE è l’ennesima conferma che il percorso, l’ultimo iniziato da DREAMLAND (2002) o forse già da NOW AND ZEN (1988) è quello giusto. Toccando il picco con RAISING SAND insieme a Alison Krauss. Ma a me piace ricordare anche il bellissimo MIGHTY REARRANGER. Dal Texas, dove si era rifugiato negli ultimi anni al ritorno in Galles, in mezzo c'è un mondo. Non sarà un successo, non conterrà canzoni che ricorderemo tra quarant’anni ma è abbastanza onesto, profondo, intrigante e misterioso, come sempre, per essere liquidato con troppa facilità, come ho già letto in giro. Un suono sempre in viaggio che non conosce passaporti, etereo ma desertico, ipnotico, spesso sussurato, colorato e cangiante tra folk d’America (l’apertura ‘The May Queen’), ritmi d’Africa, melodie d’Oriente e trip hop anglosassone ('Keep It Hid') ad accompagnarlo ci sono gli ormai fedeli Sensational Space Shifters, con gli ospiti Seth Lakeman alla viola e violino e Chrissie Hynde che duetta nella cover stravolta di ‘Bluebirds Over Mountain’, un vecchio brano rockabilly di Ersel Hickey. E per uno come lui, che ha scelto sempre le intricate strade della comunicazione e interazione tra linguaggi e popoli, quello che sta avvenendo in giro per il mondo è, purtroppo, un buono spunto per la creatività : da qui nascono canzoni come ‘Bone Of Saints’, ‘New World’, ‘Carving Up The World Again’ che ci raccontano di guerre, barriere e di muri costruiti in modo abusivo sul terreno della libertà. Già, quella libertà che si è sempre preso in campo musicale, mettendosi sempre in gioco. E allora giochiamo.



RECENSIONE: MAGPIE SALUTE-Magpie Salute (2017)
RECENSIONE: ELLIOTT MURPHIE-Prodigal Son (2017)
RECENSIONE: GARLAND JEFFREYS-14 STeps To Harlem (2017)
RECENSIONE: JOHN MELLENCAMP- Sad Clowns & Hillbillies (2017)
RECENSIONE: TAJ MAHAL & KEB' MO'-TajMo (2017)
RECENSIONE: CHRIS STAPLETON: From A Room, Volume I (2017)
RECENSIONE: WILLIE NELSON-God's Problem Child  (2017)
RECENSIONE: DAN AUERBACH-Waiting On A Song (2017)
RECENSIONE: STEVE EARLE & The DUKES-So You Wannabe An Outlaw (2017)

RECENSIONE: BLACKFOOT GYPSIES-To The Top (2017)
RECENSIONE: LEE BAINS III + THE GLORY FIRES-Youth detention (2017)
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RECENSIONE: NEIL YOUNG-Hitchhiker  (2017)
RECENSIONE: JAKE BUGG- Hearts That strain (2017)

giovedì 12 ottobre 2017

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 47:TOM PETTY (Highway Companion)

TOM PETTY   Highway Companion (American Recordings, 2006)





Se c'è un album con il quale mi piace ricordare Tom Petty è HIGHWAY COMPANION del 2006, un disco sempre poco citato ma che rappresenta bene la rinascita, non tanto quella artistica, Petty non ha sbagliato quasi nulla in carriera, quanto quella umana.
Highway Companion arrivò all’indomani di annunci importanti, fortunatamente poi disattesi: mai più tour con gli Heartbreakers, mai più interviste. Qualcuno disse pure mai più dischi. Con il senno del poi si pensò ad un’astuta mossa commerciale per lanciare il nuovo album che arrivava dopo quattro anni di silenzio, l’ultimo fu The LAST DJ del 2002. Invece no, gli si poteva credere cecamente, gli anni incollati prima del disco non furono tra i più felici della sua vita e la fatica per uscirne fuori fu tanta (il divorzio e la lunga depressione che seguì, la scomparsa dell’amico e musicista Howie Epstein, le grane con la casa discografica), Petty è sempre stato un tipo sincero ed estremamente diretto e combattivo. Highway Companion è il terzo disco ad uscire senza il monicker degli Heartbreakers in copertina, ed è un disco che lo riporta alla purezza, sulle strade, alla fuga solitaria, in cerca della bellezza, alla meditazione sui sentimenti (splendida ‘Damaged Of Love’) e alla ricerca del luogo ideale. Petty fa quasi tutto da solo, suona perfino la batteria. I soli ammessi sono l’inseparabile Mike Campbell alle chitarre e Jeff Lynne (al basso) un ritorno anche alla produzione, ma qui sembra lasciare meno segni rispetto ai fasti del passato. Il disco suona minimale e puro. Poco lavorato. Spesso dimenticato, questo disco è un viaggio a ritroso tra la semplicità del tempo che passa inesorabile, tra la quotidianità e l'affiorare della fiducia verso i sentimenti (una nuova compagna), i paesaggi che scorrono veloci sotto gli occhi, un omaggio alla musica che lo ha accompagnato da sempre. Alla fine ne esce un inno alla vita completo. Uno dei suoi migliori testamenti, e di canzoni da ricordare ce ne sono: la splendida ‘Square One’ ad esempio. Personale fino alla fine. Dalla ruvidezza della galoppante ‘Saving Grace’ sulle orme di John Lee Hooker e con lo spirito swamp di John Fogerty, al viaggio tra gli umori del suo sud in ‘Down South’ condotto con fare dylaniano, alle melodie byrdsiane di ‘Flirting With Time’, qualcosa che potrebbe avvicinarsi ai suoi classici, al viaggio notturno e meditativo di ‘Night Driver’, gli scatti improvvisi di ‘Jack’, il crescendo di ‘Turn This Car Around’, la spensieratezza country di ‘Big Weekend’, ‘This Old Town’ con il passo sornione alla Neil Young e il ritornello beatlesiano. Un disco di viaggi interiori e da viaggio su asfalto assolutamente da riscoprire. In ‘Square One’, Petty canta di “un mondo di guai e lacrime”. Mai come in questi giorni successivi alla morte, ci ha lasciati così: nei guai e con le lacrime agli occhi. Buon viaggio Tom.


PUNTATE PRECEDENTI
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #18: BOB DYLAN-Street Legal (1978)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #19- CRAZY HORSE-Crazy Horse (1971)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #20-TOM PETTY-Wildflowes/Echo (1994/1999)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #21-NICOLETTE LARSON-Nicolette (1978)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #22-AMERICA-Silent Letter (1979)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #23-ERIC ANDERSEN-Blue River (1972)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #24-BADLANDS-Voodo Highway (1991)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #25-GEORGE HARRISON-Living In The Material World (1973)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA#26: DAVID CROSBY GRAHAM NASH-Wind On The Water (1975)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #27: DICKEY BETTS & GREAT SOUTHERN (1977)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #28: JUNKYARD-Junkyard (1989)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #29: STEPHEN STILLS (1970)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #30: RITMO TRIBALE-Bahamas (1999)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #31: SUZI QUATRO-Suzi Quatro (1973)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #32: BADFINGER (1970)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #33:RONNIE LANE'S SLIM CHANCE    One For The Road (1976)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #34: EDOARDO BENNATO- Edo Rinnegato (1990)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #35: GENE CLARK-White Light (1971)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #36: JOHNNY WINTER-Second Winter (1969)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #37: CAPTAIN BEYOND-Captain Beyond (1972)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #38: ROD STEWART-Every Picture Tells a Story (1972)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #39: GEORGE THOROGOOD & DESTROYERS-Bad To The Bone (1982)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #40: THE ROLLING STONES-Their Satanic Majesties Request (1967)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #41: ALBERTO FORTIS (1979)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #42: NOMADI-Gente Come Noi (1991)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #43: CROSBY, STILLS & NASH-Daylight Again (1982)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #44: TERRY REID (River)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #45: JACKSON BROWNE-Running On Empty (1977)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #46: THE ROLLING STONES-Emotional Rescue (1980)

 

domenica 8 ottobre 2017

RECENSIONE: LEON RUSSELL (On A Distant Shore)


LEON RUSSELL  On A Distant Shore (Palmetto Records, 2017)





L’ultimo viaggio del Master Of Space and Time
Questa sta diventando una cattiva abitudine, ve lo dico. Quest’anno sono usciti molti dischi postumi, registrati dagli autori poco prima di morire: Chuck Berry e Gregg Allman svettano su tutti. L’anno scorso non fu da meno. Ora è arrivato il momento di Leon Russell che come Leonard Cohen nel suo ultimo album, nella title track che apre il disco, sembra anticipare, inconsapevolmente (o forse no), il suo futuro prossimo, preparando la strada al destino : “My poor heart sounds like a drum/On a mountain far away/I’m waiting here for my time to come/Can I keep the wolves at bay/These feelings are so dangerous/Like the fires of hell and more/No answers can be found/Bad news is at the door”, fino ad arrivare alla strofa che recita “Sounds like a funeral for some person here”.
ON A DISTANT SHORE fu portato a termine nel Novembre del 2016, pochi giorni prima della morte avvenuta il 13 Novembre. “Diceva che era il miglior disco che avesse mai registrato” così Jan Bridges, la moglie di Russell presenta il disco. Mark Lambert, il produttore, conferma e rilancia “è stato infaticabile fino alla fine. Nella canzone ‘Just Leaves and Grass,’ potete ascoltarlo mentre piange veramente. Non c'è nulla di falso. On A Distant Shore è un grande ritratto di Russell”. Tredici canzoni, tra cui tre suoi vecchi successi riletti (‘This Masquerade’, ‘Hummingbird’ e ‘A Song for You’), suonate all’antica maniera seguendo la grande tradizione dell’ American songbook, con l’obbiettivo di creare nuovi standard gravitanti intorno al jazz, al gospel e al blues (bella ‘Black And Blue’ con la chitarra di Ray Goren) il tutto con largo uso di arrangiamenti orchestrali che riempiono le canzoni, a volte fin troppo e a dismisura e una voce che a tratti pare stanca ma per questo ancora più vera e genuina. Ma a Russell perdono tutto. Se nel precedente LIFE JOURNEY rendeva omaggio a vecchi e veri standard e a canzoni di amici vari, qui segue la stessa identica strada inventandosi però qualcosa di nuovo scritto di suo pugno. A 74 anni non è stato per nulla facile, ma dopo UNION, lo straordinario album con Elton John, l’ispirazione sembrava essere ripartita. Questo è l’ultimo straordinario viaggio del Master Of Space and Time. Grazie di tutto.


RECENSIONE: MAGPIE SALUTE-Magpie Salute (2017)
RECENSIONE: ELLIOTT MURPHIE-Prodigal Son (2017)
RECENSIONE: GARLAND JEFFREYS-14 STeps To Harlem (2017)
RECENSIONE: JOHN MELLENCAMP- Sad Clowns & Hillbillies (2017)
RECENSIONE: TAJ MAHAL & KEB' MO'-TajMo (2017)
RECENSIONE: CHRIS STAPLETON: From A Room, Volume I (2017)
RECENSIONE: WILLIE NELSON-God's Problem Child  (2017)
RECENSIONE: DAN AUERBACH-Waiting On A Song (2017)
RECENSIONE: STEVE EARLE & The DUKES-So You Wannabe An Outlaw (2017)

RECENSIONE: BLACKFOOT GYPSIES-To The Top (2017)
RECENSIONE: LEE BAINS III + THE GLORY FIRES-Youth detention (2017)
RECENSIONE: GEORGE THOROGOOD-Party Of One (2017)
RECENSIONE: NEIL YOUNG-Hitchhiker  (2017)
RECENSIONE: JAKE BUGG- Hearts That strain (2017)



martedì 3 ottobre 2017

RECENSIONE: DAVID CROSBY (Sky Trails)

DAVID CROSBY Sky Trails (BMG, 2017)






L’uscita del bellissimo CROZ nel 2014 , con quel titolo, sembrava la risposta giusta all’amnesia che si portava dietro dal titolo del primo ineguagliabile disco solista uscito nel 1971 (“il punto più alto per me. Era un momento difficile della mia vita, ma Jerry Garcia era lì quasi ogni notte…” racconta in una intervista rilasciata a Spin in questi giorni). Chi l’ avrebbe mai pensato che nel giro di un paio d’anni David Crosby avrebbe fatto uscire tre dischi: una prolifica ispirazione che forse mai gli era appartenuta prima. Una corsa ininterrotta che sembra abbia voglia di riprendersi tutti gli anni persi e buttati all’aria per troppi vizi e cattiva salute. SKY TRAILS esce a un solo anno di distanza dal precedente LIGHTHOUSE e musicalmente sembra prendere altre direzioni mettendo totalmente allo scoperto l’amore per il jazz, ma non solo. Lo si capisce fin dall’apertura ‘She ‘s Got To Be Somewhere’, un quasi dichiarato omaggio ai Steeley Dan di Donald Fagen e del recentemente scomparso Walter Becker : “ Ho sempre amato i Steey Dan. La loro scrittura è incredibilmente buona”. Non l’unico amore ad uscire da questo disco: la cover, l’unica del disco, di ‘Amelia’ di Joni Mitchell è un altro: “Credo che Joni sia la migliore cantante songwriter vivente”. Là dove Lighthouse era un disco acustico e quasi solitario, Sky Trails è un lavoro di squadra a tratti sofisticato ma sempre lucido e pulito, perfino troppo in alcuni passaggi. “ Ci sono complessita', sottigliezze e strutture intricate in queste canzoni, cose con cui mi sono sempre sentito a mio agio”. Suonano: il sassofonista Steve Tavaglione, il batterista Steve DiStanislao, il bassista Mai Agan. Il disco è prodotto e condotto musicalmente dal figlio (ritrovato) James Raymond (coautore di metà delle canzoni) e avanza sinuosamente in maniera spesso languida tra ricami jazzati (tra il passato del suono di un sax e il presente di battiti elettronici molto anni ottanta: 'Capitol', 'Sell Me A Diamond' con Greg Leisz alla pedal steel) e una vocalità che a 75 anni è ancora miracolasamente intatta e che esce allo scoperto nella ballata pianistica 'Before Tomorrow Falls On Love', uno dei vertici dell'album, scritta insieme a Michael McDonald. Senza dimenticare mai il passato, che riaffiora negli antichi graffi politici e sociali presenti in ‘Capitol’, il personale dito medio alzato al governo, e nella title track a due voci, una canzone folk scritta e cantata insieme a Becca Stevens. Intanto, come dichiarato, sembra che l’amore per il jazz possa continuare anche per il futuro…quello lì, dietro l’angolo del prossimo disco che non si farà più aspettare troppo. Nuovamente.


RECENSIONE: MAGPIE SALUTE-Magpie Salute (2017)
RECENSIONE: ELLIOTT MURPHIE-Prodigal Son (2017)
RECENSIONE: GARLAND JEFFREYS-14 STeps To Harlem (2017)
RECENSIONE: JOHN MELLENCAMP- Sad Clowns & Hillbillies (2017)
RECENSIONE: TAJ MAHAL & KEB' MO'-TajMo (2017)
RECENSIONE: CHRIS STAPLETON: From A Room, Volume I (2017)
RECENSIONE: WILLIE NELSON-God's Problem Child  (2017)
RECENSIONE: DAN AUERBACH-Waiting On A Song (2017)
RECENSIONE: STEVE EARLE & The DUKES-So You Wannabe An Outlaw (2017)

RECENSIONE: BLACKFOOT GYPSIES-To The Top (2017)
RECENSIONE: LEE BAINS III + THE GLORY FIRES-Youth detention (2017)
RECENSIONE: GEORGE THOROGOOD-Party Of One (2017)
RECENSIONE: NEIL YOUNG-Hitchhiker  (2017)
RECENSIONE: JAKE BUGG- Hearts That strain (2017)

sabato 30 settembre 2017

RECENSIONE: JAKE BUGG (Hearts That Strain)

JAKE BUGG    Hearts That Strain (2017)





"How many roads must a man walk down Before you call him a man"
Ottobre 2012, mi trovo a Dublino davanti alla vetrina di un grande Record Store: è tappezzata da tanti cd tutti uguali, in copertina campeggia il viso sbarbato e imbronciato di un ragazzo che pare appena uscito dall’ età adolescenziale. Assomiglia a Justin Bieber, ma lo conosco di nome e so che la sua musica è molto lontana dall’idolo pop delle teenager. Torno in Italia con il suo debutto in valigia che presto passa nell’impianto stereo: voce giovane ma nasale e musica elettro acustica che costruisce i ponti ideali tra il folk americano orbitante nei Coffee House di Minneapolis frequentati dal giovane Bob Dylan e il folk britannico di Donovan con gli antichi guizzi r’n’r di Buddy Holly e le melodie brit pop anni novanta degli Oasis. Sarà proprio Noel Gallagher a tesserne pubblicamente le lodi e portarselo in tour. L’idilio tra i due finì quando Gallagher scoprì che Bugg collaborò con due co-autori per la stesura di alcuni pezzi. Stranezze del Rock. Il debutto arriva a vendere 450.000 copie solo in UK, e non passa un anno che l’etichetta discografica decide di investire tutto sul giovane proveniente dall’operaia Nottingham: lo spedisce a Malibu, in California, sotto le mani esperte di Rick Rubin che mette a disposizione musicisti amici tra cui Chad Smith (Red Hot Chili Peppers). In SHANGRI LA l’aria si fa meno nebbiosamente brit ma più polverosamente yankee, con alcune possenti puntate punk rock. Rubin smussa l'ingenua urgenza esecutiva dell'esordio, arricchendo le canzoni di sfumature ma complicando ulteriormente la vita a chi cerca di inquadrarlo. Devono però passare tre anni per ritrovare nuovamente Jake Bugg in studio con ON MY ONE. Il ragazzo ha solo ventidue anni ma ha deciso che è il momento di camminare da solo: il disco è più il personale e autobiografico dei tre incisi, per le liriche (nella title track canta dei tre anni passati in tour e dei 400 concerti) e perché si cimenta per la prima volta anche come produttore, aggiungendo degli spiazzanti retaggi elettro Hip Hop al già ricco recente passato. Troppa carne al fuoco. Arrivati in questo 2017, mentre le sue canzoni ('Lightning Bolt') si possono sentire in TV abbinate a prodotti pubblicitari, la domanda sorge spontanea: qual è la sua reale strada artistica? Bene, nemmeno questo quarto disco HEARTS THAT STRAIN ci darà una risposta esaustiva. (Che brutta copertina!). Bugg ha deciso di partire ancora una volta per gli Stati Uniti, destinazione Nashville. Lì incontra Dan Auerbach con il quale scrive un paio di pezzi e che gli mette a disposizioni i migliori musicisti sulla piazza con una certa esperienza dietro, gli stessi che hanno registrato con lui l’ultimo solista: The Memphis Boys, Bobby Woods, Gene Chrisman . Ne esce un disco intimo e malinconico, costruito esclusivamente su ballate country folk leggere ma spesso dalle atmosfere grevi (‘Hearts That Strain’), quasi soffici con pochissimi guizzi lungo il percorso: a differenziarsi ‘Waiting’ cantata in coppia con Noah Cyrus, sorella della più famosa Miley, un soul costruito su pianoforte e fiati, prima ti imbarazza ma poi ti conquista, e l’up tempo ‘Burn Alone’ comunque lontano da qualcosa che si possa chiamare rock, e qui il tocco di Auerbach si sente. Si viaggia sempre a favore del leggero vento west coast (‘How Soon The Dawn’) che ricorda gli America di metà anni settanta, quelli del periodo George Martin per intenderci, mentre la presenza del pianoforte in parecchie canzoni (‘The Man On Stage’) porta alla mente la musicalità gentile e raffinata di Graham Nash. Se aspettate il guizzo rock’n’roll che segnava i primi due dischi, mettetevi l’anima in pace: non arriverà mai. I giudizi sul disco, facendo un giro nel web, non sono molto entusiasmanti (io non lo boccio ma lo rimando al prossimo, ah? Il prossimo era già questo?), e questo accentuato velo di nostalgia verso il passato che sembra avvolgere le canzoni ha avuto il suo peso nei giudizi, andando a cozzare contro l’ancora giovane età di Bugg. Sembra un settantenne che volge lo sguardo verso il passato. Che ti è successo Jake? Avrai tutto il tempo per queste nostalgie. L’unico consiglio che posso dare è quello di ritornare a sognare l’America avvolto dal grigio delle fabbriche della sua Nottingham, come avvenne all’esordio. Il suo vantaggio però sta tutto lì: davanti ha ancora tanta strada e tanti dischi. Invidiabile e non da tutti.



RECENSIONE: MAGPIE SALUTE-Magpie Salute (2017)
RECENSIONE: ELLIOTT MURPHIE-Prodigal Son (2017)
RECENSIONE: GARLAND JEFFREYS-14 STeps To Harlem (2017)
RECENSIONE: JOHN MELLENCAMP- Sad Clowns & Hillbillies (2017)
RECENSIONE: TAJ MAHAL & KEB' MO'-TajMo (2017)
RECENSIONE: CHRIS STAPLETON: From A Room, Volume I (2017)
RECENSIONE: WILLIE NELSON-God's Problem Child  (2017)
RECENSIONE: DAN AUERBACH-Waiting On A Song (2017)
RECENSIONE: STEVE EARLE & The DUKES-So You Wannabe An Outlaw (2017)

RECENSIONE: BLACKFOOT GYPSIES-To The Top (2017)
RECENSIONE: LEE BAINS III + THE GLORY FIRES-Youth detention (2017)
RECENSIONE: GEORGE THOROGOOD-Party Of One (2017)