giovedì 27 giugno 2019

RECENSIONE: THE RACOUNTEURS (Help Us Stranger)

THE RACOUNTEURS  Help Us Stranger (Third Man Records, 2019)




un disco per l'estate
Se con l'ultimo album solista Boarding House Reach, Jack White ci aveva preso un po' per il culo facendoci ascoltare anche i suoi sbadigli in sala d'incisione ottenendo indietro altri sbadigli, con il ritorno dei Racounteurs insieme a Brendan Benson (Jack Lawrence e Patrick Keeler completano la formazione), assenti da dieci anni, ci da l'esatto contrario: dodici canzoni dodici in grado di tenerci svegli dall'inizio... alla fine. Un viaggio in analogico pieno di chitarre - e il vinile incantato che introduce 'Help Me Stranger' è il segnale - sopra al mondo del rock ('Bored And Razed', un titolo rock per eccellenza ), a volte schizzato e imprevedibile ('Don' t Bother Me', 'What' s Yours Is Me', qui ci sono dei rimasugli dell'ultimo disco solista di White ma sembrano funzionare bene), a volte diretto e intransigente ('Sunday Driver ' e 'Live A Lie' tra hard rock e punk garage), poi dolce e carezzevole (la ballata 'Only Child') altre volte pieno di omaggi e citazioni nascoste bene e non.
Dai Queen che sembrano fare capolino dai cori nella pianistica 'Shine The Light On Me', ai Lynyrd Skynyrd di 'Tuesday’s Gone' quasi chiamati in causa in 'Some days (I Don' t Feel Like Trying) ', ai Led Zeppelin acustici e bucolici della finale 'Thoughts And Prayers'.
Poi una cover vera ce la piazzano veramente ed è 'Hey Gip (Dig The Slowness)' di Donovan. Preziosa la presenza di di Joshua Fertita (Queens Of The Stone Age) che si cimenta in diversi strumenti.
Brendan Benson in una intervista ha dichiarato: "sono orgoglioso di essere su questa terra e fare musica, e sono anche orgoglioso di questo disco".
Non è un miracolo ma ci si diverte, lo si ascolta con piacere: si agita la testa, si batte il tempo con il piede, ti fa pensare a quanto sia ancora meraviglioso il rock quando rincorre se stesso e si auto omaggia.
Di questi tempi è già qualcosa di grande.






 

lunedì 24 giugno 2019

RECENSIONE: IAN NOE (Between The Country)

IAN NOE  Between The Country (National Treasury Recordings, 2019)




C'è un nuovo cantastorie giù in città

Il mondo di Ian Noe, nativo di Beattyville - un angolo dimenticato dai più che vanta il titolo di città bianca più povera d'America- è circoscritto al suo Kentucky, da sempre terra di buoni songwriter. Le sue storie vecchie e nuove arrivano tutte da lì e da novello John Prine, ventinove anni per lui, sa raccontarle che è una meraviglia (qui sta il suo x factor). Sa un po' tutto di vecchio dentro a questo primo disco (all'attivo solo un Ep) registrato agli RCA Studio A di Nashville in soli due giorni con Dave Cobb come padrone di casa e produttore (Adam Gardner al basso e organetto, Chris Powell alla batteria e alle percussioni e Savannah Conley voce aggiunta) ma a venire a galla è la sua poetica vera, brillante, emotiva, carica di disperazione e di velata tristezza con pochi veri punti di speranza ( in 'Junk Town' si intravede la terra promessa ma sono solo sogni), abitata da personaggi che dalla vita hanno avuto in cambio poco o nulla.
Ian Noe sta al folk come Colter Wall al country se proprio bisogna fare un paragone con qualche suo contemporaneo svezzato da Cobb. E i due hanno pure viaggiato insieme in tour.
Folk dalle chitarre pigre (nella conclusiva title track graffiano di più) che raccontano di vecchi incidenti ferroviari dei primi del 900 (la byrdsiana 'Barbara' Song'), di rapine in banca ('Letter To Madeline'), di paesaggi da vecchia cartolina sbiadita nel tempo ('That Kind Of Life'), di serial killer ('Dead On The River'), di giovani, spesso disoccupati, già aggrappati a droga (il crudo immaginario di 'Meth Head' è inquietante) e alcol ('Irene') quando non sono già passati a miglior vita. Non si inventa nulla ma dipinge da vero artista iperrealista quello che i suoi occhi sono abituati a vedere fin dalla nascita nel suo angolo di terra povero e dimenticato dai più dove il lavoro non c'è ed è pure stato istituito un ente per aiutare quei nonni costretti a crescere i nipoti, figli di genitori tossicodipendenti. Una nuova voce che continua il lavoro iniziato dai grandi folk singer d'America, perché a tutto bisogna dare una continuità, soprattutto dare voce a storie diventate talmente ordinarie da essere dimenticate dall'oggi al domani senza più fare notizia. L' ascoltatore in continua ricerca di novità si astenga dall'ascolto: gli altri possono avvicinarsi a Ian Noe con fiducia. Io a uno che prima di prendere la chitarra in mano ha lavorato in una piattaforma petrolifera del suo Kentucky con turni da 12 ore e di quel lavoro dice "il miglior lavoro che abbia mai avuto, al di fuori della musica" una possibilità la darei.









mercoledì 19 giugno 2019

RECENSIONE: LUKAS NELSON & PROMISE OF THE REAL (Turn Off The News, Build A Garden)

LUKAS NELSON & THE PROMISE OF THE REAL Turn Off The News, Build A Garden (Fantasy, 2019)





il sogno di un giovane hippie
Lukas Nelson è praticamente nato sopra a un palco, abituato fin da piccolo a seguire papà nei suoi tour intorno al dispersivo pianeta musicale chiamato America. Da alcuni anni l'appellativo "figlio di Willie Nelson", nonostante la voce sia simile, ha lasciato il posto a un ben più appagante "artista americano". Si è guadagnato la stima di colleghi e pubblico con il duro lavoro, continuando a calcare i palchi come quando aveva dieci anni (ora sono trenta), questa volta con una chitarra e un microfono in mano, non più comparsa spettatore (ma pare che la chitarra la sapesse già suonare appena imparò a camminare) ma attore protagonista. Si è accorto di lui e dei suoi Promise Of The Real (con il fratello Micah) anche Neil Young che da qualche anno se li trascina in tour e in studio di registrazione. L'anno scorso le quotazioni della band sono cresciute ulteriormente grazie alla partecipazione attiva al film da botteghino The Star Is Born, i Promise Of The Real erano il gruppo spalla dei protagonisti Bradley Cooper e Lady Gaga, e Lukas ha lasciato le sue tracce nella colonna sonora. Questa estate apriranno per i Rolling Stones. Cosa chiedere di più?
Questo quinto disco è un lavoro collettivo e aggregante, aperto a tanti musicisti esterni: da papà Willie che lascia la voce in 'Civilized Hell' (ospite pure Shooter Jennings) e la chitarra in 'Mistery', a Neil Young che suona il suo inconfondibile organo a pompa nella versione acustica della title track, mentre Sheryl Crow aggiunge la sua voce nella versione elettrica. E poi ancora tante voci femminili: Scarlett Burke, Kesha, Margo Price.

Un disco musicalmente vario, registrato nel modo più semplice possibile, positivo, che rispecchia i valori del suo autore che ha voluto creare un concept fin dal titolo: "esci ed impara a conoscere le persone che ti stanno attorno, costruisci un giardino, invita le persone, spegni telefono, TV e computer. Esci e diventa parte della comunità perché è l'unico modo per sopravvivere".
Anche la foto di copertina dice questo, riportando i ricordi indietro a certi divani già usati in altre storiche cover.
Un tributo alla musica con la quale è cresciuto, fin dall'apertura 'Bad Case' che sembra uscire dalla penna di George Harrison, scritta per i Travelling Willburys, da 'Simple Life' che strizza l'occhio a Stephen Stills o da quella 'Where Does Love Go' che non può non riportare alla mente Roy Orbison.
La semplicità alla J. J. Cale di 'Out In L. A.' che esplode in jam elettrica nel finale, il southern rock chitarristico di 'Something Real', l'unico vero scatto rock dell'album, il funky e R&B seventeen di 'Stars Made Of You' e 'Save A Little Heartache' , il country da spazi aperti di 'Consider It Heaven' seguendo una lap steel e le orme di Willie Nelson. Un cerchio che si chiude. A Lukas Nelson non chiediamo innovazioni ma ci basta il suo fare da operaio, custode e garante dell'american music, cosa che gli riesce sempre discretamente bene.







lunedì 17 giugno 2019

RECENSIONE: SUZI QUATRO (No Control)

SUZI QUATRO   No Control   (Streamhammer, 2019)




 pelle nera, blues e ormoni...
Il suo contributo ad accrescere i sogni bagnati dell'umanità di sesso maschile l’ha già dato in tempi non sospetti, ora Suzi Quatro, sempre fasciata di pelle nera, continua a fare quello che fa senza sosta da 55 anni (quest'anno la signora taglia il traguardo dei 69 anni, anche se non si dovrebbe dire) con tutta la libertà artistica di sempre (17 album in carriera), con una varietà musicale mai così accentuata e freschezza più che invidiabile. Sarà solo rock’n’roll ma è piacevole e ben fatto, dall’inizio alla fine.
“È un ritorno a casa, in un certo senso, ma con tutto quello che ho raccolto durante i miei viaggi. Questo è da dove viene la varietà. Nessuno mi ha mai messo alcun limite creativo.”Ad aiutarla il figlio Richard Tuckey, frutto del suo primo matrimonio, che ci mette la penna e la chitarra, Suzie il basso, la voce e la grinta di sempre.
Dal rock di ‘No Soul/No Control’ (in apertura) e ‘Macho Man’, al contagioso power pop di ‘Heavy Duty’, il piacevole retrogusto sixties di ‘I Can’t Teach You To Fly’, il blues di ‘Going Home’, ‘Going Down Blues’ con i fiati (presenti in gran quantità lungo tutto il disco) e di ‘Don’t Do Me Wrong, i sapori southern boogie di ‘Easy Pickings’ con tanto di armonica, pianoforte ed esplosione elettrica, il funky soul di ‘Strings’, il calypso da spiaggia di ‘Love Isn’t Fair’ e una ‘Bass Line’ che si aggiudica il premio per la bella costruzione e la modernità, tutto il disco scivola via che è un gran piacere.
Se per voi il rock è ancora principalmente un divertimento e Leather Tuscadero un'icona mai dimenticata che fa ancora danzare gli ormoni, No Control vi farà trascorrere 40 minuti di puro svago.








mercoledì 12 giugno 2019

D-A-D (A Prayer For The Loud)

D-A-D  A Prayer For The Loud (AFM Records, 2019)






"andate in pace" 
Immaginate un sabato sera di ozio a casa: canotta bucata con macchia di sugo al pomodoro in bella vista, boxer colorati e piedi scalzi, divano e TV. Appena accendete sul primo canale nazionale, parte una canzone ciclone come 'Burning Star' (apertura di questo disco) che vi fa sobbalzare dal sofà facendovi passare la stanchezza accumulata durante la dura settimana di lavoro, vi fa vincere la pigrizia, scendere e muovere le gambe a tempo. Tranquilli: se abitate in Italia il pericolo non sussiste, potete seguitare a dormire davanti all'abbronzato Carlo Conti di turno. Se abitate in Danimarca dovreste essere abituati nel vedere i D-A-D sullo schermo in prima serata.
Per trovare l'ultimo disco in studio dei danesi D-A-D dobbiamo tornare indietro a otto anni fa quando uscì DIC. NII. LAN. DAFT. ERD. ARK., tanto complicato nel titolo quanto semplicemente in linea con la loro attitudine musicale e temperamento dissacrante. Un gruppo che non ha mai avuto troppa fretta: quando non fanno uscire dischi continuano la loro "magica e divertente" attività live (da vedere almeno una volta nella vita) che non ha mai perso un colpo dal lontano 1986. Anche la formazione è la stessa di sempre (a parte il batterista Laust Sonne in formazione da ormai vent'anni però): gli incredibili bassi di tutte le forme e numero di corde di Stig Pedersen, l'inconfondibile voce di Jesper Binzer (anche chitarra) capace di graffiare e di morbide carezze melodiche, la chitarra indispensabile del fratello Jacob A. Binzer, insieme possono fare invidia alla più coesa delle gang di strada.
Sono usciti vivi dagli anni ottanta, hanno superato brillantemente il ciclone grunge dei novanta, sono entrati nei 2000 con il vento in poppa come se nulla fosse. Forse solo dimenticati dai più, senza un vero e proprio perché però. 


Gli ingredienti sono collaudati e vincenti, quelli di sempre: rock’n’roll, hard blues, heavy, ironia e autoironia (già dalla copertina vincono), onestà e attitudine da vendere che da Scare Yourself vanno a braccetto con una produzione più tagliente e moderna ma mai oltre certi limiti. Dal crescente ed esplosivo hard blues della title track al riff scuro di 'Nothing Ever Changes', passando a 'The Sky Is Made Of Blues' che riporta alla mente i gloriosi tempi di album come No Fuel For The Pilgrims (1989) e Riskin' It All (1991), i DAD sono una garanzia. Sempre. Quando poi giocano a fare gli AC DC ('No Doubt About It'), ritornano al veloce cowpunk di inizio carriera con 'Musical Chairs' e accarezzano gli animi con due ballate così diverse tra di loro come l'acustica 'A Drug For The Heart' e la finale 'If The World Just', non così lontana da certe cose targate Aerosmith, capisci perché in patria, dove il rock’n’roll è vita e pure cultura, sono tipi da prima serata in TV.







RECENSIONE/REPORTAGE live: D-A-D Live@GLAM ATTAKK -Rock n Roll Arena-Romagnano Sesia(NO),24/02/2012
RECENSIONE: D-A-D -DIC.NII.LAN.DAFT.ERD.ARK (2011)

venerdì 7 giugno 2019

NEIL YOUNG + STRAY GATORS (Tuscaloosa)

NEIL YOUNG + STRAY GATORS  Tuscaloosa (Reprise, 2019)





Oh Alabama, can I see you and shake your hand?
"Non riusciva a ricordare niente. Era troppo fuori fase. Troppo distante. Fui costretto a dirgli di tornare a L. A.". Così Neil Young parlò di Danny Whitten in una intervista rilasciata a Rolling Stone nell'agosto del 1975. Neil Young faceva molto affidamento sulle capacità di Whitten alle voci e alla chitarra per il tour che stava preparando insieme a Ben Keith, Jack Nitzsche, Tim Drummond e Kenny Buttrey (poi sostituito nel corso del tour da Johnny Barbata): gli Stray Gators avrebbero portato in giro le canzoni di Harvest uscito nel Febbraio del 1972. Un disco più accessibile, osannato dalle vendite e dai magazine ma snobbato dalla critica più severa che lo bollò come melenso. "I fan dei Crazy Horse non rimasero colpiti" raccontò Neil Young nell'autobiografia Il Sogno Di Un Hippie.
Il nome di Danny Whitten gli fu suggerito: non c'erano i Crazy Horse ma Whitten avrebbe potuto fare ugualmente la differenza. Quando il chitarrista si presentò alle prove sembrò subito chiaro che non potesse dare il contributo che tutti speravano. Whitten era perso, schiavo e soggiogato dall'abuso di sostanze stupefacenti, irriconoscibile, fu cacciato con un biglietto d'aereo in mano. Nessuno avrebbe mai pensato a quello che sarebbe potuto succedere dopo. Morì il 12 Novembre 1972 per una mistura letale di alcol e barbiturici, proprio quando il tour era pronto, in fase di partenza (a Gennaio 1973 il debutto). Un giro esteso di concerti in grandi spazi (Harvest fu un grande successo che generò sold out ovunque) che Young affrontò con nervosismo, insicurezza e grandi sensi di colpa dopo aver rispedito a casa Whitten. Il giorno dopo la morte scrisse 'Don't Be Denied' (qui presente nei suoi otto minuti), autobiografica all'eccesso, che diventò un po' il simbolo di quelle serate spesso nervose con il pubblico sconcertato dalla eccessive spigolosità elettriche e dal drappo troppo scuro che rivestivano le canzoni di Harvest. Non era certamente quello che i suoi fan si aspettavano di ascoltare. La tensione era sempre al massimo, anche tra i musicisti, che arrivarono a chiedere pure una pesante cifra di ricompensa, più alta di quella pattuita.
"È affilato, come quelle canzoni dolci con un lato tagliente. È un trip essere di nuovo a Tuscaloosa, Alabama, e cantare quelle canzoni da Harvest e da Time Fades Away" ha raccontato recentemente Young dopo aver riascoltato i nastri di quel concerto. Dal tour venne ricavato l'album ufficiale Time Fades Away, registrato in diverse serate ma composto da canzoni assolutamente inedite, mai sentite prima.
 Questo nuovo capitolo degli archivi, presentato dalla bella foto di copertina di Joel Bernstein (sul retro lo stesso tir a fari accesi nella notte che campeggiava sullla back cover di Time Fades Away), invece, prende in considerazione un solo concerto, quello del 5 Febbraio 1973 tenuto all'università di Tuscaloosa in Alabama e pesca molto da Harvest ('Harvest' preceduta da una falsa partenza e dalla presentazione della band, 'Old Man' ispirata dal vecchio custode del suo Broken Arrow Ranch, 'Heart Of Gold', l'invettiva di 'Alabama' eseguita per la prima volta in Alabama, la sbilenca 'Out In The Weekend' con la steel guitar di Ben Keith), due le ritroveremo su Time Fades Away (la stessa 'Time Fades Away in una versione molto più veloce e' Don' t Be Denied'), altre due canzoni troveranno spazio su Tonight's The Night "una sorta di veglia funebre" dirà (una splendida 'New Mama' elettrica, una 'Lookout Joe' dedicata ai soldati reduci dal Vietnam) che uscirà solo due anni dopo. I concerti si aprivano con Neil Young da solo sul palco: l'elogio alla lentezza di 'Here We Are In The Years' dal suo debutto, solo voce e chitarra e una intensa e pianistica 'After The Goldrush', presentata come "un sogno che ho avuto una mattina" fanno da preludio all'entrata della band.
Purtroppo la scaletta non è completa: alcune canzoni non vennero registrate ('Southern Man' e 'Needle and the Damage Done') altre come 'On The Way Home' e 'The Loner' sono state scartate da John Hanlon e dallo stesso Neil Young: la prima perché già presente in molti live, la seconda perché non troppo buona e "stonata".
Con questo live si fa un po' di luce sull'inizio della trilogia oscura. Quel tour di 60 date ("il più lungo e il più grande di sempre" fino ad allora, dirà Young) non fu perfetto: fu estenuante, costoso, dispendioso di energie e di pazienza (ci furono spesso problemi di audio dovuti alle grandi strutture poco adatte per un concerto rock) e purtroppo traghettò Neil Young verso un'altra terribile notizia. La morte del roadie Bruce Berry avvenuta nel Giugno del 1973. Ma questa è ancora un'altra storia di uno dei periodi musicali più tristi ma ispirati della sua carriera.

ph. JOEL BERNSTEIN

RECENSIONE: NEIL YOUNG-A Treasure (2011)
RECENSIONE: NEIL YOUNG & CRAZY HORSE- Americana (2012)
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RECENSIONE: NEIL YOUNG-Live At The Cellar Door (2013)
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NEIL YOUNG & CRAZY HORSE live @ Barolo, 21 Luglio 2014
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NEIL YOUNG: gli ANNI 2000
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RECENSIONE: NEIL YOUNG-Songs For Judy (2019)


lunedì 3 giugno 2019

RECENSIONE: DUFF McKAGAN (Tenderness)

 DUFF McKAGAN   Tenderness (Universal Music, 2019)
 
 
 
 
 
 
il sopravvissuto
“La produzione di questo disco è stata una delle esperienze musicali più stimolanti della mia carriera". A parlare è DUFF McKAGAN, non certo uno con pochi chilometri in tasca, e gran merito per questa esternazione è dovuto alla collaborazione con Shooter Jennings in produzione (che ci mette pure i musicisti): musicista, figlio di Waylon (quel fuorilegge del country ormai nella mitologia musicale americana), e sempre poco ricordato ma comunque una garanzia assoluta, è riuscito a tirare fuori l'anima più tenera e nascosta del bassista, mettendo per una volta da parte i residui punk che hanno puntellato i suoi progetti fuori dalla band madre. Un flusso di coscienza cantautorale, intimo, arrivato a 55 anni, nato dopo l’ultimo tour con i Guns N’ Roses che lo ha portato a riflettere su molti aspetti della vita, quelli più nascosti ma importanti tra la propria intimità (lui, un sopravvissuto del rock'n'roll) e la dura realtà che lo circonda (i suoi States) , un disco "curativo" dice lui, aspetti messi in musica in modo sobrio e minimale tra ballate acustiche con corsia preferenziale verso il southern sound, come se i Rolling Stones di Exile avessero affittato un van nel profondo degli States per viaggiare lentamente a tarda notte, mettendosi nelle mani di Shooter e dei suoi musicisti. Senza mancare di fare tappa di primo mattino per le vie di New York frequentate da Lou Reed che ospita in casa l'amico inglese con il fulmine dipinto in faccia.

Mckagan non nasconde inoltre l’influenza che musicisti della sua generazione come Mark Lanegan e Greg Dulli hanno avuto sulla scrittura dei pezzi (ascoltate 'Wasted Heart'), ma tutto il disco è ai buoni livelli di alcune canzoni già trapelate in anteprima (la confessionale title track sembra far rivivere lo spirito di David Bowie, il gospel di ‘Don’t Look Behind You' con una bella sezione fiati, la stonesiana ‘Cheap Away’ riporta ai giorni di Exile) che sembrano trovare sempre un buon compromesso tra canzoni dal forte impianto country, quello cosmico alla Gram Parsons di 'Breaking Rocks' (con la chitarra di Jesse Dayton) e 'Parkland' o di 'Last September' e 'It' s Not To Late' (guidata da pedal steel e violino) e canzoni più cupe e scure che sembrano i ispirarsi a Lou Reed e David Bowie ('Falling Down'). Poi c'è quella 'Feel' (con Jonathan Wilson ospite alla chitarra) dedicata agli amici persi per strada recentemente, quelli che non ce l'hanno fatta e purtroppo la lista è lunga: Chris Cornell, Scott Weiland, Chester Bennington… "your star never fades" canta. TENDERNESS potrebbe essere veramente una delle migliori sorprese dell’anno. Più rose e meno pistole questa volta.
 
 
 

 
 
 
 

sabato 1 giugno 2019

RECENSIONE: RORY GALLAGHER (Blues)

 
RORY GALLAGHER   Blues (Chess, Universal, Box set 3 CD, 2019)




working blues hero
"Rory poteva fare qualsiasi cosa con una chitarra ma non sarebbe stato in grado di friggere un uovo. La musica era tutto per lui. Quando era ancora un bambino prese una chitarra in mano e, da quel momento, niente altro lo interessò allo stesso modo. Si esercitava in camera sua dalla mattina alla sera. Anche da adulto continuò ad avere un'unica nec...essità: suonare. Per lui era semplicemente impossibile instaurare delle relazioni affettive o sentimentali. Gli avrebbero fatto bene, ma non voleva sapere, temeva diventassero zavorre. Detestava stare a riposo: preferiva essere costantemente on the road" così qualche anno fa il fratello Donal, che cura personalmente gli archivi, cercò di dipingere un ritratto più veritiero possibile di quell'uomo, solitario, perennemente in jeans e camicia con una chitarra sempre in mano.
Quando si va a spulciare negli archivi di illustri defunti c'è sempre il rischio di arrivare a raschiare il fondo del barile. E rischiare il flop. Quest'anno non è successo nulla di tutto ciò con le canzoni che la moglie Christine ha scelto per il marito J. J. Cale nella raccolta postuma Stay Around e a ben sentire sembra che anche per Rory Gallagher sia stato fatto un lavoro con i fiocchi, nel totale rispetto della sua carriera e della sua persona principalmente: un artista sempre coerente con sé stesso che non ha mai ceduto a facili lusinghe o scelto scorciatoie che lo portassero al facile successo. Ha sempre sudato duro per ottenere quello che voleva. Comunque mai abbastanza. Non ha mai sbagliato un disco cercando cose non sue.
Gallagher non amava le prime pagine, era un uomo di sostanza che preferiva le assi di un palco e credo che da quest'opera lo si possa capire al volo. Assenti tanti suoi successi (se così possiamo chiamarli) e posto per tante canzoni mai sentite prima o di difficile reperibilità.
Anche se qui l'ascolto sarà più lungo e impegnativo del solito. Abbondanti, i tre dischi presentano in totale 36 canzoni quasi completamente inedite che coprono l'intera carriera solista, dal 1971 al 1994 (il disco esce esattamente 50 anni dopo l'avvio della sua carriera solista: 31 Maggio 1969), suddivise in tre categorie ben distinte: brani elettrici, brani acustici e registrazioni live, già, il palco, il suo vero habitat naturale: "preferisco suonare nei club, per me il calore della gente è importante".
Questo per fare ordine ed esaltare, se ce ne fosse ancora bisogno, la bravura dell'artista irlandese di Cork, bravura che fa da collante ideale alla diversa natura dei tre dischi, corredati da un esaustivo libretto con le note di Jas Obrecht. Outtake dai suoi album di studio (Blueprint, Tattoo, Deuce, Against The Grain, Jinx), registrazioni da canali radio (tra cui spicca una stupenda versione di 'A Million Miles Away', in origine su Tattoo, registrata da una session radiofonica della BBC 1 nel 1973), cover e omaggi (a Peter Green), collaborazioni in dischi di illustri stelle del blues (Muddy Waters da Live in London 1971, Albert King, 'Born Under A Bad Sign' live con Jack Bruce al Rockpalast show tedesco), una brevissima intervista finale.

C'è abbastanza roba per far contenti tutti: fan devoti da sempre e anche chi si fosse avvicinato a Gallagher per la prima volta, un buono spunto per andare indietro nel tempo e ripercorrere l'intera carriera di un operaio del rock blues che ha vissuto perennemente con la sua Fender attaccata all'amplificatore. Un purista, con il tempo diventato sempre più meticoloso e perfezionista, uno che non voleva essere la copia di nessuno ma solo "me stesso" .
"Sono un chitarrista per il popolo" amava ripetere.
Prendiamone tutti.




 


RECENSIONE: STRAY CATS-40 (2019)
RECENSIONE: SUPERDOWNHOME- Get My Demons Straight (2019)
RECENSIONE: J.J. CALE- Stay Around (2019)



martedì 28 maggio 2019

RECENSIONE: STRAY CATS (40)

STRAY CATS  40 (SurfDog, 2019)








i loro primi 40 anni
I gattacci randagi sono tornati. Graffiano, miagolano, amoreggiano, si aggirano baldanzosi e sereni in mezzo ai cerchioni cromati della pink Cadillac parcheggiata in fondo la via, segnano il loro territorio tra la luce fioca di un lampione storto, un bidone dell'immondizia abbandonato in strada da qualche giorno e un tombino semiaperto. Suonano i loro tre strumenti e sono pronti per ripartire live (Italia esclusa): uno con la fiamm...eggiante chitarra Gretsch, uno salta davanti a piatti e rullante, l'altro sale a cavalcioni sopra al contrabbasso.
Potrebbero sembrare gli anni 50 o il 1981, poco importa, l'importante è divertirsi, far divertire, e festeggiare i 40 anni di carriera con un disco che mancava al loro jukebox personale da ben 26 anni. Qualche ruga in più contorna il loro viso ma le chitarre, le basette, la brillantina nei capelli e la Chevrolet parcheggiata sono le stesse di sempre.
Brian Setzer, Lee Rocker e Slim Jim Phantom sono in buona forma e legano insieme tutte le loro vecchie influenze (ecco: Gene Vincent, Bill Haley e The Comets, Chuck Berry, Link Wray, Eddie Cochran, Carl Perkins, Buddy Holly, Elvis e Dick Dale) in 12 canzoni originali che viaggiano forse meno veloci dei bei tempi dell' esilio a Londra, ma senza intoppi o brusche frenate, prevedibili ma divertenti da cima a fondo, tra rock'n'roll e rockabilly ('Cat Fight (Over a Dog Like Me)', 'Rock It Off', 'That' s Messed Up'), fresche e salate ondate di surf rock ('I Attack Trouble'), swing ('Three Time' s A Charm'), citazioni (in 'Cry Danger', scritta insieme a Mike Campbell, chitarra degli Heartbreakers di Tom Petty, compaiono i Beatles), country and roll (' Mean Pickin'Mama'), strumentali da spaghetti western ('Desperado' cita invece gli Shadows e la loro intramontabile 'Apache') e arcigne cavalcate psycho billy ('Devil Man').

Sembra che tutto sia uscito fuori in modo naturale negli studi di registrazione Blackbird a Nashville, suonando live, insieme, con i volumi tarati al massimo. La loro musica cura anche il più banale dei raffreddori, dicono, e si impossesserà delle vostre serate estive mentre seduti sullo sgabello e con i gomiti sul bancone del chiosco sulla spiaggia ordinerete l'ennesimo drink, vi aggiusterete il ciuffo che non avete più, loro sì, e alzerete il bicchiere su cui è rimasto appiccicato il sottobicchiere che troverete, insieme a cartoline, adesivi e due canzoni live in più ('Cry Baby', 'Double Talkin' Baby'), nella Deluxe edition inscatolata.
Buoni (primi) 40.










domenica 26 maggio 2019

RECENSIONE: SHOTGUN SAWYER (Bury The Hatchet)

SHOTGUN SAWYER Bury The Hatchet (Ripple Music, 2019)



la corsa all'oro...
“Registrato dal vivo e utilizzando solo tecnologie analogiche, il risultato è la presentazione più onesta possibile della nostra band ". Così il batterista David Lee che insieme a Brett "The Butcher" Sanders al basso e Dylan Jarman alla voce / chitarra solista, formano i SHOTGUN SAWYER presenta Bury The Hatchet, il secondo album della band californiana. Un concentrato micidiale di stoner rock (il riff iniziale di ‘Ain’t Tryin To Go Down Slow’ è un'apertura killer che può far venire in mente i primi Queens Of The Stone Age, in ‘Hombre’ giocano ad appesantire i ZZ Top, in ‘Shallow Grave’ suonano lenti e crudi in odor di Sabbath ), blues ipervitaminico, ora acustico e giocoso (‘Blackwood Bear’), ora più selvaggio e diretto (‘You Got To Run’) poi meditativo e psichedelico (‘When The Sun Breaks’). Cresciuti ad Auburn (California), l’amore per i Led Zeppelin e Jimi Hendrix è stato il primo collante, ma da lì a sbirciare indietro l'indice del blues nero il passo è stato breve e determinante per arricchire il loro sound.
Ai Shotgun Sawyer non piace comunque giocare facile o fare l'occhiolino all’ascoltatore distratto e lo dimostrano in tracce di psycho hard come ‘Son Of The Morning’ carica di stranianti chitarre fuzz e aperta alla libertà jam, ricordando anche l'approccio dei loro contemporanei All Them Witches, e nella cangiante ‘(Let Me) Take You Home’ dove I Black Sabbath invitano all’orgia i Led Zeppelin e i vecchi nonni del blues nero.
Suonano sporchi, non sono bellissimi, la voce è spesso sgraziata e non cerca di imitare nessuno, si presentano vestiti come giovani boscaioli, nipoti di quei vecchi cercatori d’oro che setacciarono la loro Auburn nel 1849 in cerca di pagliuzze di valore. Ecco una bella risposta, convincente e ruspante, o alternativa, al successo un tanto costruito di gruppi come i Greta Van Fleet. Qui si gioca un altro campionato e nessuno scende in campo per loro per dare qualche aiutino.