lunedì 18 giugno 2018

RECENSIONE: BUDDY GUY (The Blues Is Alive And Well)

BUDDY GUY   The Blues Is Alive And Well (RCA, 2018)




Forse basterebbe iniziare l’ascolto dalla fine, dai 58 secondi di ‘Milking Muther For Ya’ per dare ragione a BUDDY GUY e al titolo del suo nuovo disco: una registrazione breve, spartana, casalinga, solo voce e chitarra. La partita è già nelle sue mani e sì, il blues è vivo e sta bene finchè gli ultimi di una straordinaria generazione irreplicabile, come lui, saranno in questa forma “lo prometto fino al giorno della mia morte, terrò in vita il blues” declama in ‘The End Of The Line’ , anche se in ‘When My Day Comes’ sembra scendere a patti con la mortalità. Mantenendo fede a una promessa fatta a Muddy Waters sul punto di morte, BUDDY GUY, 81 anni, continua a tenere in vita il blues a suo modo (bello l’omaggio a Sonny Boy Williamson con ‘Nine Below Zero’) , uscendo periodicamente con dischi per nulla nostalgici, rispettosi, ma soprattutto mai fermi al passato, sempre ricchi di ospiti, a volte fin troppi, anche grazie alla preziosa collaborazione con l’inseparabile produttore Tom Hambridge che suona pure la batteria (completano la formazione: Rob McNelley alla chitarra, Kevin MdKendree alle tastiere e Willie Weeks al basso). In copertina: si mette in posa con l’inseparabile Fender cosparsa di pois in una foto che pare scattata negli anni della gioventù, sotto il cartello stradale della nativa Lettsworth in Louisiana. Le radici sono lì, sotto quella terra, anche se poi il successo andò a trovarselo a Chicago. “Muddy Waters mi disse: hey man, guarda che Chicago non è come la Louisiana. Lì non puoi dormire con le porte aperte”.
Quelle porte non le ha mai chiuse.
Ma poi: tra scatenati boogie (‘Old Daddy’), la corposa sezione fiati The Muscle Shoals Horns presente in almeno tre canzoni tra cui la title track, i passi lenti e notturni di ‘A Few Good Years’, ecco sfilare gli ospiti di questo disco: il giovane James Bay nella crepuscolare ‘Blue No More’, Mick Jagger all’ armonica nella jazzata ‘You Did The Crime’. Fino ad arrivare ai sei minuti dell'esplosiva ‘Cognac’. Tra le tracce migliori del disco. Buddy Guy canta: “If the late Muddy Waters was here drinking with us, that bottle would be ten times gone"…"Can't drink with me no more Muddy, but I got Keith Richards". Un pensiero all’amico Muddy Waters...ed ecco che si unisce la chitarra di Keith Richards. “How about you Beck? C'mon in here now”, è il turno di Jeff Beck. Una vecchia amicizia, quella tra Buddy Guy e i Rolling Stones, che Guy racconta così tra le pagine di Rolling Stone “mi hanno incontrato che non erano ancora famosi. La prima volta ero in studio, era il 1961 o 1962, stavo registrando un disco chiamato My Time After A While e loro vennero alla Chess Records a registrare un demo”. Poi sì, arrivano veramente i 58 secondi della finale ‘Milking Muther For Ya’ e mettendo una mano sul cuore del blues si può sentire un battito ancora forte e sano…bastano pochi secondi per fare una buona diagnosi.








venerdì 15 giugno 2018

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 62: LOVE/HATE (Wasted In America)

LOVE/HATE   Wasted In America (Columbia, 1992)



 datemi una Y...
“Mamma mamma c’è Gesù Cristo crocefisso lassù”. Forse più di una persona, non solo bambini, quel giorno indicò con il dito quella lettera Y posta così in alto. Qualche mamma spaventata ci avrà pure creduto ma se avessero saputo chi era l’uomo in croce lo stupore (lo spavento) sarebbe stato certamente più grande. Sopra il Mount Lee che domina Los Angeles c’è la lettera Y, è una delle nove lettere che compongono la grande scritta HOLLYWOOD. Il debutto dei LOVE/HATE , BLACK OUT IN THE RED ROOM uscì nel 1990, un disco spaventosamente brutale dove lo street metal losangelino incontrava la rabbia dei reietti del Sunset Strip e lo sporco del vero punk innaffiato da puro Jack Daniels. Un disco epocale degno di stare tra le migliori uscite rock di quel periodo. Il sontuoso contratto con la Columbia doveva essere nuovamente onorato con qualcosa di importante. Almeno della stessa grandezza. Skid, bassista e mente ci mette il disegno di copertina “ è un’immagine impressionistica di una scena avvenuta di fronte al Circus Maximum di New York, dove la polizia ha massacrato di botte un nero” e i testi sempre graffianti e anticonformisti (‘Wasted In America’ si scaglia contro la generazione cresciuta a pane e Tv, ‘Don’t Fuck With Me’ è un inno per l’integrazione razziale sotto forma di ballata, ‘Spit’ è un’allusione sessuale schizzata e senza troppi veli e peli sulla…), il chitarrista Jon E. Love e il batterista Joey Gold si mettono d’impegno per dare una nuova svolta al suono, ora più contaminato (‘Yucca Man’, ‘Time’s Up’) e al passo con i tempi senza rinunciare alla violenza sonora (‘Tranquilizer’) ma pure alla melodia (‘Miss America’) . Il cantante Jizzy Pearl ci mette faccia e voce, la ribellione di chi è cresciuto con dei genitori alcolisti e il marketing pubblicitario: sopra a quella croce posizionata sulla Y di Hollywood c’era proprio lui. Un gesto pubblicitario folle, unico, che finì su tutti i telegiornali americani dell’epoca. Il risultato più immediato furono gli elicotteri della polizia che gli ronzavano intorno come mosche sugli escrementi. Poi l’arresto. I risultati a breve termine furono altalenanti: dopo i tour con AC/DC e Ozzy Osbourne ci fu la rottura con la Columbia e l’uscita di scena del chitarrista Jon E. Love, dentro fino al collo nei suoi loschi affari di droga. Per i Love/Hate ci fu il ritorno all’underground (altri dischi, spesso dimenticati) e alle lotte interne tra Skid e Jizzy Pearl che posero fine a tutto.
Ogni tanto qualcuno punta l’occhio verso il Mont Lee, squadra le lettere della scritta Hollywood senza nessun risultato. Allora meglio guardare le vetrine dei negozi di dischi: è appena uscito il nuovo album di Jizzy Pearl (ALL YOU NEED IS SOUL, anno 2018) che pare riagganciarsi a quel debutto da cui partì tutto.






PUNTATE PRECEDENTI
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #18: BOB DYLAN-Street Legal (1978)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #19- CRAZY HORSE-Crazy Horse (1971)

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #20-TOM PETTY-Wildflowes/Echo (1994/1999)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #21-NICOLETTE LARSON-Nicolette (1978)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #22-AMERICA-Silent Letter (1979)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #23-ERIC ANDERSEN-Blue River (1972)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #24-BADLANDS-Voodo Highway (1991)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #25-GEORGE HARRISON-Living In The Material World (1973)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA#26: DAVID CROSBY GRAHAM NASH-Wind On The Water (1975)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #27: DICKEY BETTS & GREAT SOUTHERN (1977)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #28: JUNKYARD-Junkyard (1989)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #29: STEPHEN STILLS (1970)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #30: RITMO TRIBALE-Bahamas (1999)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #31: SUZI QUATRO-Suzi Quatro (1973)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #32: BADFINGER (1970)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #33:RONNIE LANE'S SLIM CHANCE    One For The Road (1976)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #34: EDOARDO BENNATO- Edo Rinnegato (1990)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #35: GENE CLARK-White Light (1971)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #36: JOHNNY WINTER-Second Winter (1969)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #37: CAPTAIN BEYOND-Captain Beyond (1972)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #38: ROD STEWART-Every Picture Tells a Story (1972)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #39: GEORGE THOROGOOD & DESTROYERS-Bad To The Bone (1982)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #40: THE ROLLING STONES-Their Satanic Majesties Request (1967)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #41: ALBERTO FORTIS (1979)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #42: NOMADI-Gente Come Noi (1991)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #43: CROSBY, STILLS & NASH-Daylight Again (1982)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #44: TERRY REID (River)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #45: JACKSON BROWNE-Running On Empty (1977)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #46: THE ROLLING STONES-Emotional Rescue (1980)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #47:TOM PETTY-Highway Companion (2006)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #48:STEVE FORBERT-Alive On Arrival (1978)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #49:CRY OF LOVE -Brother (1993)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #50:THE BLACK CROWES-By Your Side (1999 )
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #51: NEIL YOUNG-Re-Ac-Tor (1980)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #52: DUST-Dust (1971)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #53:THE GEORGIA SATELLITES-Open All Night (1988)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #54:LYNYRD SKYNYRD-1991/The Last Rebel (1993)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #55:CHRIS WITLEY-Living With The Law (1991)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #56:BOB DYLAN-Planet Waves (1974)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #57:BOB DYLAN-Infidels (1983)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #58:GRINDERSWITCH-Honest To Goodness (1974)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #59:THE DEL FUEGOS-Boston, Mass. (1985)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #60:BILLY JOEL-Cold Spring Harbor (1971)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #61:GRAM PARSONS-G.P. (1973)


 

lunedì 11 giugno 2018

RECENSIONE: XAVIER RUDD (Storm Boy)

XAVIER RUDD   Storm Boy (Nettwerk, 2018)



 Xavier Rudd vide il suo primo concerto a dieci anni d'età. Fu Paul Simon durante il tour del meraviglioso Graceland. Rimase folgorato. Come dargli torto? Non vi è dubbio che il piccolo cantautore di New York fu più che un faro guida per l'inizio della sua carriera. L'australiano ha però avuto un grande vantaggio/fortuna: quello di vivere la music...a etnica e la natura incontaminata da un posto privilegiato rispetto a chi è costretto ad andare a cercare il tutto fuori da casa propria ( agli americani Jack Johnson e Ben Harper ad esempio-grandi amici e appassionati di surf come lui- a cui spesso è associato, manca questo retroterra sociale/culturale più estremo e selvaggio). Cresciuto a piedi scalzi tra la sabbia delle spiagge del Torquay (angolo suggestivo per tutti i surfisti), ma anche tra gli alberi delle foreste e a strettissimo contatto con le popolazione aborigene dell'Australia di cui è estremo difensore (lui nato da padre aborigeno e mamma europea) che ne hanno segnato fortemente la scrittura, sviluppando oltre ad un fortissimo legame con la natura (salutista e vegetariano, difensore dell’ambiente), anche un grande amore per i tantissimi ed inusuali strumenti tradizionali. “La musica è la mia chiesa, la cultura aborigena la mia religione “ dice. Bellissimo vederlo all'opera da solo durante i suoi live-set circondato e sovrastato dagli strumenti. One man band eccezionale.Con questo nuovo STORM BOY, nono disco in carriera, riprende il discorso lasciato in sospeso con Spirit Bird uscito nel 2012. In mezzo ci fu Nanna (2015) la parentesi fortemente influenzata dal reggae, un disco di squadra con The United National come lo fu il più riuscito Koonyum Sun uscito nel 2010. Ritorna quindi a predominare l’anima più ottimista e profonda ben rappresentata dal singolo ‘Walk Away’, un piccolo inno che vuole invogliare a lasciare le vecchie strade alla ricerca del nuovo. Tutto quello che c’era già in ‘Follow The Sun’ , il suo più grande successo commerciale. Sì, insomma non cercate troppe novità qui dentro: ottimismo, amore incondizionato per la vita, forte spiritualità e natura incontaminata a palate, e una produzione, purtroppo, pulita pulita, opera di Chris Bond e Tim Palner. Tra folk leggeri come l’aria fresca del mattino (‘Storm Boy’, ‘Before I Go’), semplici chitarra e armonica (‘True To Yourself’, ‘Times Like These’) qualche fuga elettrica su un tappeto reggae, solo due in verità (‘Keep It Simple’, ‘Feet In The Ground’), un occhio al folk melodico più moderno che cattura sempre le ultime generazioni (‘Honeymoon Bay’) e canzoni più complesse, strutturate ma sempre leggere e ariose (‘True Love’), il disco scorre pigro e rilassato (a volte fin troppo) come la migliore, o la peggiore dipende dai punti di vista, giornata estiva sotto il caldo sole. Meglio se in una spiaggia deserta o in alta montagna. Il consiglio rimane sempre quello di non perderlo dal vivo, se vi manca, almeno una volta va visto.





RECENSIONE/REPORTAGE Live: XAVIER RUDD live@CARROPONTE Sesto San Giovanni (MI) 20 Luglio 2012



giovedì 7 giugno 2018

RECENSIONE: ROGER DALTREY (As Long As I Have You)

ROGER DALTREY    As Long As I Have You (Polydor Records, 2018)





Le ricette semplici sono sempre le più ardue da portare a termine con buon gusto e la giusta efficacia che le faccia brillare in mezzo a tante altre portate. Lo sa bene Roger Daltrey che con questo disco vuole fare un po’ di passi indietro “un ritorno agli inizi” dice lui, quando a dominare la sua vita erano il soul e il R&B, quello cantato dalle belle voci. La naturale prosecuzione del precedente disco GOING BACK HOME uscito quattro anni fa insieme a Wilko Johnson (in arrivo anche il suo disco) ma con meno peperoncino e un pizzico di zucchero in più. Sarebbe bastato raccogliere dei vecchi brani degli anni 50 e 60 e reinterpretati. Qui c’è qualcosa in più. Con lui il fedele amico di sempre Pete Townshend che gioca di fino e qualche volta affonda con la chitarra in sette canzoni su dodici (“non c’era bisogno di essere un lampo né un genio per suonare R&B con chitarra. Era necessario disporsi ad un ascolto attento, fino a sentirsi la musica dentro” scriveva Townshend nella sua autobiografia), Sean Genockey (chitarra) e poi Mike Talbot al pianoforte. Compone solo due canzoni di proprio pugno ‘Certified Rose’ e la finale ‘Always Heading Home’, e poi pesca a piene mani nella musica, dimostrando curiosità e buon gusto. Ruba ‘Into My Arms’ a Nick Cave che rimane la straordinaria ballata pianistica di sempre, fa sue la graffiante ‘You Haven’t Done Nothing’ di Stevie Wonder con fiati e cori, ‘The Love You Save’ di Joe Tex e ‘How Far’ di Stephen Stills, apre con una portentosa ‘As Long Ad I Have You’ di Garnet Mimms, trascina con il funk gospel di ‘Get On Out Of The Rain’ dei Parliament. Un disco che mostra, a 74 anni, l’intatta voglia di mettersi in gioco e alla prova, dimostrando ancora fisico ma soprattutto voce. Una prova di vitalità vinta. Un disco che serve più a lui che a noi. Piacevole.





lunedì 4 giugno 2018

RECENSIONE: DAVE ALVIN and JIMMIE DALE GILMORE (Downey To Lubbock)

DAVE ALVIN and JIMMIE DALE GILMORE   Downey To Lubbock (YepRoc Records, 2018)







In mezzo tra Dave Alvin proveniente da Downey, California, e Jimmie Dale Gilmore da Lubbock, Texas, c’è la grande America “centinaia di miglia, deserti, montagne e fiumi” come dice Dave Alvin, in profondità, giù radicate, le radici musicali comuni, quelle che si sviluppano verso il vecchio blues, il folk, il R&B di New Orleans, la country music, le border songs e il rock’n’roll dei ‘50. Seppur con qualche anno di differenza, esattamente dieci, anni di stima reciproca hanno trovato sfogo in alcune date live suonate insieme lo scorso anno. Da lì a incidere il disco, il passo è stato veramente corto, veloce e senza sforzo alcuno. Eccolo qua. Due passati importanti da ricordare, uno nei Blasters, l’altro con i Flatlanders, entrambi vecchi frequentatori del folk club The Ash Grove a Los Angeles, entrambi con le stesse canzoni nel cuore. Dieci sono le cover scelte tra cui 'Deportee (Plane Wreck at Los Gatos)' scritta da Woody Guthrie sul mistero dell'aereo caduto a Los Gatos, Canyon, il 28 Gennaio 1948 ( i quattro americani membri dell'equipaggio vennero subito riconosciuti, i ventitré braccianti messicani no), ‘Silverlake’ di Steve Young, il traditional ‘K.C. Moan’, 'Get Together' degli Youngbloods, 'Lawdy Miss Clawdy' di Lloyd Price, 'Buddy Brown's Blues' di Lightnin' Hopkins e ‘Walk On’ di Brownie e Ruth McGee che chiude il disco alla grande. In più aggiungono due canzoni nuove scritte per l’occasione: il manifesto di strada che apre l'album ‘Downey To Lubbock’ e ‘Billy The Kid And Geronimo’ che dice tutto nel titolo, un dialogo a due voci tra il fuorilegge e l’apache. Due figure per certi versi simili. La fusione tra le due voci, tonalità bassa per Alvin, più alta per Dale Gilmore, la chitarra elettrica dell’ex Blasters e un buon gruppo dietro fanno il resto. Non ci rimane altro che viaggiare attraversando i tanti e colorati fondali elettro acustici che i due musicisti hanno costruito con mestiere e tanto cuore (si sente). Buon viaggio.






martedì 29 maggio 2018

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 61: GRAM PARSONS (G.P.)

GRAM PARSONS   G.P. (Reprise, 1973)




 l’amico fragile

“Gram scrisse dei grandi pezzi. ‘A Song For You’, ‘Hickory Wind’, ‘Thousand Dollar Wedding’, grandi idee. Poteva scrivere canzoni che sbucavano da dietro l’angolo ed entravano dalla porta principale, ti sorprendevano da dietro e facevano le capriole. “ Così l’amico Keith Richards ricorda la straordinaria capacità compositiva di Gram Parsons. Uno che arrivò sempre prima di tutti ma inspiegabilmente rimase sempre in seconda fila. Almeno in vita. I due si incontrarono in Inghilterra quando Parsons, spirito inquieto e ribelle, a soli vent’anni volò in cerca di nuovi spunti, già stanco di una vita da rockstar che assaporò per soli pochi mesi con i Byrds. Lo scambio di idee con i Rolling Stones fu di beneficio per entrambe le parti, tanto che le affinità musicali e di vita (alcol e droghe furono un collante non da poco e purtroppo decisivo per il futuro) spinsero Richards a offrirgli un posto nella band. Niente di tutto ciò accadde (sembra che Jagger remò contro), nonostante i due formassero una coppia artistica di fatto ben affiatata, fuori e dentro gli studi di registrazione. Nei deserti di Joshua Tree ci sono ancora le loro impronte.Quando tornò a Los Angeles, Parsons iniziò la breve avventura con i Flying Burrito Brothers che si concretizzò in soli due album che però ebbero la straordinaria capacità di indicare le future vie del country rock. La dipendenza da eroina gli fu fatale per il posto nella band.
G.P. il primo album solista è la dimostrazione pratica di quanto Parsons fosse il primo della classe in materia, un perfezionista che per questo primo sforzo pretese il meglio, i migliori musicisti sulla piazza di Nashville e Los Angeles, ossia i musicisti di Elvis Presley. Insieme a lui anche una nuova e sconosciuta cantante, incontrata per caso una sera: Emmylou Harris. I duetti dei due imperversano lungo tutte le undici tracce con una particolare menzione per la ballata ‘A Song For You’ e per la più frizzante ‘That’s All It Took’.


Arrivò a coniare un nuovo termine come ‘Cosmic American Music’ per descrivere quel particolare mix che dava una spolverata alla vecchia country music (‘Streets Of Baltimore’) con dossicce dosi di contemporaneità (‘She’), rock’n’roll (‘Big Mouth Blues’), bluegrass (‘Still Feeling Blue’) e R&B (‘Cry One More Time’). “Gram era un narratore, ma aveva anche una dote unica che non ho mai ritrovato in nessun altro, era in grado di far piangere le donne” racconta ancora Richards.
Il disco acclamato dalla critica non ebbe il successo sperato e pochi mesi dopo l’uscita, il 19 Settembre del 1973, Parsons venne trovato morto per overdose al Joshua Tree Inn, motel dove amava rifugiarsi in compagnia dei suoi vizi preferiti e della depressione latente. Aveva appena finito di registrare il secondo disco GRIEVOUS ANGEL che uscirà postumo. Dopo la morte la sua salma fu rubata dagli amici, bruciata e dispersa a Cap Rock per rispettare un patto fatto in vita, ma solo di una cosa si è sicuri, da quel giorno insieme alle ceneri, la sua musica ha iniziato a oltrepassare i confini di Joshua Tree, viaggiando nei decenni, arrivando immutata ai giorni nostri.
“La trovata migliore è morire giovani, ma Gram sarebbe un po’ perplesso da tutta questa adorazione” Emmylou Harris.



PUNTATE PRECEDENTI
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #18: BOB DYLAN-Street Legal (1978)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #19- CRAZY HORSE-Crazy Horse (1971)

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #20-TOM PETTY-Wildflowes/Echo (1994/1999)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #21-NICOLETTE LARSON-Nicolette (1978)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #22-AMERICA-Silent Letter (1979)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #23-ERIC ANDERSEN-Blue River (1972)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #24-BADLANDS-Voodo Highway (1991)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #25-GEORGE HARRISON-Living In The Material World (1973)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA#26: DAVID CROSBY GRAHAM NASH-Wind On The Water (1975)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #27: DICKEY BETTS & GREAT SOUTHERN (1977)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #28: JUNKYARD-Junkyard (1989)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #29: STEPHEN STILLS (1970)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #30: RITMO TRIBALE-Bahamas (1999)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #31: SUZI QUATRO-Suzi Quatro (1973)
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DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #33:RONNIE LANE'S SLIM CHANCE    One For The Road (1976)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #34: EDOARDO BENNATO- Edo Rinnegato (1990)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #35: GENE CLARK-White Light (1971)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #36: JOHNNY WINTER-Second Winter (1969)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #37: CAPTAIN BEYOND-Captain Beyond (1972)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #38: ROD STEWART-Every Picture Tells a Story (1972)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #39: GEORGE THOROGOOD & DESTROYERS-Bad To The Bone (1982)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #40: THE ROLLING STONES-Their Satanic Majesties Request (1967)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #41: ALBERTO FORTIS (1979)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #42: NOMADI-Gente Come Noi (1991)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #43: CROSBY, STILLS & NASH-Daylight Again (1982)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #44: TERRY REID (River)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #45: JACKSON BROWNE-Running On Empty (1977)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #46: THE ROLLING STONES-Emotional Rescue (1980)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #47:TOM PETTY-Highway Companion (2006)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #48:STEVE FORBERT-Alive On Arrival (1978)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #49:CRY OF LOVE -Brother (1993)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #50:THE BLACK CROWES-By Your Side (1999 )
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #51: NEIL YOUNG-Re-Ac-Tor (1980)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #52: DUST-Dust (1971)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #53:THE GEORGIA SATELLITES-Open All Night (1988)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #54:LYNYRD SKYNYRD-1991/The Last Rebel (1993)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #55:CHRIS WITLEY-Living With The Law (1991)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #56:BOB DYLAN-Planet Waves (1974)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #57:BOB DYLAN-Infidels (1983)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #58:GRINDERSWITCH-Honest To Goodness (1974)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #59:THE DEL FUEGOS-Boston, Mass. (1985)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #60:BILLY JOEL-Cold Spring Harbor (1971)

 

lunedì 28 maggio 2018

RECENSIONE: GRAVEYARD (Peace)

GRAVEYARD   Peace (Nuclear Blast, 2018)






Perché aspettare anni e anni per una reunion quando si hanno buone canzoni nel cassetto? È quello che devono aver pensato i GRAVEYARD, svedesi di Göteborg-per la precisione dall'isola di Hisingen, quartiere operaio della città-, a soli pochi mesi dallo scioglimento: fu annunciato nel Settembre del 2016, a Gennaio 2017 l'annuncio della reunion. Rieccoli qua-all'appello manca il primo batterista Axel Sjöberg sostituito da Oskar Bergenheim-con uno dei dischi più centrati e personali della loro carriera, iniziata nel 2006, anche se i rimandi ai settanta sono sempre presenti e gravitanti intorno alla voce roca e blues di Joakim Nillson. Mancherà forse la freschezza compositiva di Hisingen Blues (2011), la loro vetta che finì pure per stazionare primo nelle classifiche di vendita in patria ma tutto suona onesto e credibile. I punti di riferimento sono quelli di sempre anche se questa volta prediligono la concretezza: le dieci canzoni sono più snelle rispetto al recente passato, scorrono veloci e dirette, fin dalla doppietta di apertura 'It Ain't Over You' e 'Cold Love' che stendono e rapiscono fin da subito. Esce preponderante l'amore per Jimi Hendrix in due tracce che scavano nel blues psichedelico: 'The Fox' si muove lenta e sinuosa, avvolgente, ricordando anche i Thin Lizzy del mai dimenticato Phil Lynott, 'Bird Of Paradise' è invece lava incandescente che straripa da un hard blues della miglior specie, tra le migliori. Nei 43 minuti di durata si corre indietro nel tempo con estrema disinvoltura e il gruppo svedese ha dimostrato sul campo di essere una delle più genuine band in circolazione (saranno in Italia l'8 Ottobre al Bloom di Mezzago): ora in modo pesante e sabbathiano ('Please Don't'), ora con incedere tambureggiante nei due hard rock 'Walk On' e A Sign Of Peace', per poi sorprendere nella psichedelica e morriconiana 'See The Day', nel blues a passo d'uomo 'Del Manic', lenta fino a crescere nell'assolo finale e addirittura ricordando lo swamp rock di Tony Joe White nella finale 'Low (I Wouldn't Mind)', un blues che gioca con le ombre e il mistero, sei minuti che si concludono con il botto. A questo punto sarebbe veramente un peccato perderli una seconda volta. Ma perché poi?





RECENSIONE: GRAVEYARD-Hisingen Blues (2011)
RECENSIONE: GRAVEYARD-Lights Out (2012)
RECENSIONE: GRAVEYARD-Innocence & Decadence (2015)

martedì 22 maggio 2018

RECENSIONE: RY COODER (The Prodigal Son)

RY COODER    The Prodigal Son (Caroline/Universal, 2018)





RY COODER ha sempre fatto quello che ha voluto, fregandosene dei tempi, completamente slegato da qualsiasi moda e corrente musicale, risultando avanti quando suona vecchio, antico quando racconta il presente. Innovativo, curioso e strabiliante sempre. Mai banale ma stimolante. Non è da meno PRODIGAL SON, un disco che arriva a ben sei anni da Election Special (2012) e sette da Pull Up Some Dust And Sit Down (2011), due dischi calati perfettamente negli anni in cui uscirono, due concept album di denuncia e protesta che mettevano in risalto crisi finanziarie e giochi di potere in prossimità delle elezioni governative americane del 2012. Riuscitissimo il secondo, un po’ meno il primo. Questa volta, spinto e spronato dal figlio Joachim, abbandona la stretta attualità (anche se parecchie canzoni possono benissimo incastrarsi con i tempi che stiamo vivendo, ecco l'immigrazione trattata in 'Everybody Ought To Treat A Stranger Right') e pesca a piene mani nel gospel, riesumando vecchi traditional e antiche canzoni spiritual di Blind Willie Johnson, Carter Stanley, Blind Roosevelt Graves, imparate quand’era ragazzo e ora verniciate a nuovo, registrate in modo semplice e diretto (quasi live) e imbastite con trame blues, gospel, folk e rock. È tutto ridotto all’osso qui dentro, dagli strumenti ai musicisti, atto a riportare le lancette del tempo indietro di molti anni ed esaltare le tematiche di morte, amore e fede dei testi, portando in superficie la moralità, la storia, la cultura: la chitarra, la voce di Ry Cooder e la batteria di Joachim sono sempre presenti (con sporadiche e bilanciate concessioni alla modernità), unica eccezione per il basso di Robert Francis e il violino di Aubrey Haynie in ‘You Must Unload’, più i cori del fedelissimo Terry Evans, scomparso poco dopo le registrazioni, Bobby King e Arnold McCuller. Tra la cupa, lenta e nera ‘Nobody’s Fault But Mine’ (uno dei picchi del disco) al gospel di ‘Prodigal Son’ scrive tre canzoni di proprio pugno: ‘Shrinking Man’, la più moderna nel testo ‘Gentification’ e ‘ Jesus And Woody’ che cerca di tracciare un dialogo immaginario tra Gesù Cristo e la figura di riferimento del folk Woody Guthrie. Seduti uno vicino all’altro, il figlio di Dio dice: “sì, sono stato un sognatore, Mr. Guthrie, e lo sei anche anche tu”. Dovremmo esserlo tutti, visti i tempi che ci aspettano là fuori.






martedì 15 maggio 2018

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 60: BILLY JOEL (Cold Spring Harbor)

BILLY JOEL   Cold Spring Harbor (CBS, 1971)





Dopo le uscite discografiche con la prima band, The Hassles, dischi che fallirono sotto il profilo delle vendite, Billy Joel e Jon Small formarono, sotto la spinta del nascente Hard Rock, un insolito duo batteria-organo (un Hammond amplificato, distorto e usato come una chitarra elettrica), gli Attila, votato a sonorità dure, a tratti prog ed epiche ben rappresentate da una copertina di cattivo gusto che li vede ritratti in abiti barbarici dentro ad una stanza da macello ed un suono proto- metal che oggi potrebbe pure andare di moda tra le numerose band/duo esistenti. Un unico e disastroso (in termini di vendita) disco (1970) e anche questo progetto naufragò velocemente, mettendo Joel davanti alla dura realtà del music business. Gli rimasero alcune carte da giocare come critico musicale per il magazine Changes e la scrittura di alcuni jingle musicali per pubblicità, che non bastarono però ad evitargli il baratro della depressione che culminò in un tentativo di suicidio, in verità mai accertato con sicurezza, ed il ricovero presso un ospedale psichiatrico per la guarigione. Episodio raccontato con forti dosi di humor, più in là in carriera: "ho bevuto lucido per mobili. Sembrava più saporito della candeggina” rivelò. "Sono una persona molto sensibile e vulnerabile, con una recensione cattiva potete anche distruggermi” e Robert Palmer, celebre critico musicale del New York Times, ci provò anche più avanti distruggendo il suo masterpiece ‘The Stranger’. Non fu che il primo campanello di allarme a testimonianza dei demoni che si porterà dietro per tutta la carriera: dalle droghe, alla burrascosa vita famigliare (tre matrimoni, tre divorzi), i numerosi incidenti stradali (uno in moto per poco gli costò mani, carriera e quasi la vita), alle liti con ex componenti della sua band, fino all’alcolismo che a scadenze regolari ne mina l’esistenza. E’ del 2012 la notizia rivelata in pubblico dall’amico Elton John che ha consigliato a Joel un periodo di rehab per sconfiggere l’alcolismo, oltre che prendere l’ occasione per punzecchiarlo sulla pigrizia nello scrivere canzoni che lo ha colpito negli ultimi vent’anni, “In questo momento Billy mi odia. E capisco il perché. Mi ha mandato un messaggio dicendomi che non era felice. E ho subito capito di cosa si trattava” racconta Elton John.
 Anche il primo album a suo nome ha tutte caratteristiche per scoraggiare sul nascere la carriera di qualsiasi musicista in erba, ma il carattere combattente da ex pugile e la terapia, affrontata e riuscita, questa volta ebbero la meglio. Joel firma un contratto disastroso con la Artie Ripp Family Productions e sforna il suo primo disco COLD SPRING HARBOR (titolo rubato a un quartiere di Long Island a New York), un disco di ballate al pianoforte, prodotto e masterizzato in maniera indecente (a velocità sbagliata) pur contenendo già qualche buona gemma come ‘You Can Make Me Free’, le più famose e longeve nel tempo ‘She’s Got A Way’ e ‘Everybody Loves You Now’ che verranno riprese nel live SONGS IN THE ATTIC del 1981, la strumentale ‘Nocturne’, il picco confessionale toccato con ‘Tomorrow Is Today’, con il suo intermezzo gospel, che si addentra proprio tra le pieghe di quel tentato suicidio. Il contratto firmato da Joel dava tutto in mano a Ripp per i successivi 15 anni e la rescissione gli costò, più avanti in carriera, un bel gruzzoletto. La Columbia quando mise sotto contratto Joel, dovette sobbarcarsi il problema fino all’estinzione del debito con il non pregevole obbligo di stampare il logo Family in tutte le copertine dei dischi successivi. Il debutto passò totalmente inosservato, venendo registrato e rivalutato a carriera affermata nel 1984. “Il mio più grande errore in vita è stato firmare tanti contratti che non sapevo cosa fossero” dirà in seguito.





lunedì 7 maggio 2018

It's Just Another Town Along The Road, tappa 7: FRANK GET (Gray Wolf)





FRANK GET-Gray Wolf (IRD, 2017)


Frank Get, un rocker con la R maiuscola, come ci sta dimostrando da anni, prima con il southern rock blues dei Tex Mex, poi con i Ressel Brothers, naturale prosecuzione di quel progetto, e proprio da TO MILK A DUCK, ultimo disco di questi ultimi, uscito nel 2014, è partito il suo progetto solista che lo ha portato alla registrazione del nuovo album  GRAY WOLF. Se nel precedente ROUGH MAN aveva fatto tutto da solo, questa volta siamo difronte a un lavoro corale, ricco di calde sfumature anche se l'approccio è quello viscerale e sanguigno che ha attraversato i suoi trent'anni e più di carriera. Rimane anche quella innata capacità da songwriter, mai banale ma ricercata e attenta che mi aveva fatto apprezzare il precedente disco con il recupero di vecchie storie e personaggi legati alla sua terra e alla sua famiglia. La stessa cosa succede in queste dodici canzoni: vecchi banditi gravitanti intorno al primo conflitto mondiale, sacerdoti dal grilletto facile vissuti in quella fascinosa e ricca terra di confine (Trieste, l'Istria) fino ad arrivare ai marciapiedi delle nostre città odierne, sempre uno spunto per buone riflessioni.
Musicalmente si spazia dall'assalto southern rock di 'Gray Wolf' con i fiati a sbuffare polvere al boogie contagioso di 'Colarich The Bandit', dalle ballate ('Identity' e 'Homeless' con dobro in evidenza) ai torridi blues  come 'The Outlaw Priest'. Tanta carne al fuoco ma soprattutto tanta strada percorsa e da percorrere ancora, senza barriere e ostacoli: dagli Stati Uniti (dove hanno preso forma un paio di canzoni) all'Europa dove spesso suona, fino alla sua Trieste, città del suo cuore che pompa continuamente sangue ricco e incontaminato di vero blues.






In viaggio con Frank Get

1)I km nel tuo disco. Il viaggio ha influenzato le tue canzoni?
Tanti, anzi tantissimi, alcuni dei pezzi (Homeless ed Identity) che troviamo in questo album li ho scritti durante il tour negli States, e cmq anche gli altri son stati concepiti durante il tour del disco precedente “Rough man”.

2)Tour. Aspetti positivi e negativi del viaggiare per concerti in Italia. Dove torni spesso e volentieri?
A dire il vero l’Italia è l’unico paese in cui faccio difficoltà a far serate,…nei posti dove abbiamo suonato ci tornerei più che volentieri, ma come dicevo, la maggioranza dei concerti li faccio all’estero, quindi dal punto di vista del viaggiare assolutamente non è un problema anzi è uno stimolo! Speriamo di invertire un po’ il trend e riuscire a far qualcosa di più anche in Italia, e magari dalle tue parti!

3)Radici o vagabondaggio. Cosa ha prevalso nella tua vita?
Ho sempre mantenuto il contatto con la mia città natale, infatti nei miei ultimi tre lavori ho raccontato di avvenimenti e personaggi della terra da cui provengo, che è ricchissima di storie, purtroppo a volte dimenticati. Ad ogni modo le più grosse soddisfazioni le ho ottenute suonando e lavorando in giro,negli ultimi 10 anni ho suonato quasi esclusivamente all’estero tra l’Austria, Slovenia, Croazia,Germania,Serbia, Francia, Olanda…e da giovane, negli anni in cui ho fatto anche il tecnico del suono, il girovagare è stato prevalente

 4)Viaggio nel tempo. Passato: per chi o per quale tour avresti voluto aprire come spalla? Futuro: come ti vedi tra vent’anni?
… ce ne sarebbero tanti di tours a cui avrei voluto fare l’open act, se devo scegliere uno direi Bob Seger il tour in cui registrò “Live Bullet”…. Hahahah tra vent’anni, salute permettendo, mi vedo ancora sul palco,se oggi lo fanno i settantenni, viste le migliori aspettative di vita e soprattutto la legge fornero come minimo dovrò attrezzarmi per suonare fino ad ottant’anni….hahahaha

5)La canzone da viaggio che non manca mai durante i tuoi spostamenti.
Non ho una canzone fissa vado a periodi, posso dire che alcuni artisti son più ricorrenti….direi Allman Brothers,Southside Johnny, Steve Earle, Rolling Stones.



It's Just Another Town Along The Roadtappa 1: GENERAL STRATOCUSTER AND THE MARSHALS/HERNANDEZ & SAMPEDRO
tappa 2: LUCA MILANI
tappa 3: PAOLO AMBROSIONI & THE BI-FOLKERS
tappa 4: MATT WALDON

tappa 5: LUCA ROVINI
tappa 6: GUY LITTELL




venerdì 27 aprile 2018

RECENSIONE: CEK FRANCESCHETTI (Blues Tricks)

CEK FRANCESCHETTI   Blues Tricks (2018)




Finalmente ho tra le mani il nuovo disco del Cek (Andrea Franceschetti). Non che avessi bisogno di ulteriori conferme per dire che pochi in Italia indossano così bene gli abiti più sporchi e sdruciti del blues come sa fare lui, con estrema naturalezza e disinvoltura, ma Blues Tricks è un piccolo manuale del genere. Perché il Cek da New Orleans, ops...da Pisogne, Val Camonica, te li insegna anche i trucchi del blues ma non sperare di diventare come lui una volta assimilati, o li hai dentro per natura o sei destinato a rincorrere. E se chiacchierandoci insieme, ai complimenti replica dicendo che è solo “un ladro di galline” o al massimo “il re dei localini” ti dice la verità. Anche se vanta tour negli States. Va solo tutto moltiplicato per mille naturalmente e aggiungere un “migliore” prima. Tra un tris di vecchi blues rivisitati tra cui lo standard ‘44 Blues’ conosciuta nella versione di Howlin’ Wolf, ‘The Soul Of A Man’ di Blind Willie Johnson, ‘Mardi Gras in New Orleans’ di Professor Longhair e un traditional acustico che chiude il disco (‘Trouble In Mind’) piazza un poker di sue composizioni con la National sempre in primo piano (le elettriche ‘Woman in Blues’ e ‘Walk’, la marcia ‘Mountain Preacher’, la sbuffante ‘Snap Back’) tra cui una spettacolare ‘Hell’s Kitchen’ che si inchioda in testa, tra sangue e ruggine, al primo ascolto. Già un piccolo classico.
Dimenticavo la cosa più importante, va assolutamente visto dal vivo nelle sue tante varianti: one man band, in duo con Luk Habbott all’armonica, con la Cek Deluxe Band al gran completo (Pietro Maria Tisi, Mattia Bertolassi, più Carlo Poddighe). Assi di legno che scricchiolano sotto la sua scomposta silhouette che inizialmente potreste pure scambiare per il primo Willy Deville, sudore che cola, chitarre resofoniche, passione che scappa da ogni parte e un blues grezzo come pochi che scorre ora veloce, poi romantico tra le sue dita affusolate.








giovedì 26 aprile 2018

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #59: THE DEL FUEGOS (Boston, Mass.)


The DEL FUEGOS     Boston, Mass. (1985)



Per capire cosa abbiano rappresentato i bostoniani DEL FUEGOS nei pieni anni ottanta potrebbero bastare due episodi, o meglio chiamarli segni di riconoscenza, avvenuti proprio in prossimità dell’uscita del secondo album BOSTON, MASS. nel 1985: un Bruce Springsteen, in quel momento al top delle cronache musicali con lo status di popstar più che rock appiccicato addosso, che tra uno stadio e l’altro, copertine patinate sulle riviste più in voga dell’epoca, li raggiunse in un piccolo club del North Carolina, il Rhinoceros Club, per accompagnarli in un paio di pezzi “era tra il pubblico e gli chiedemmo se volesse salire sul palco. Rispose di sì e suonò con noi ‘Stand By Me’ e Hang On Sloopy’. A fine serata la radio ne parlava. Noi chiamammo in nostri amici a Boston: ‘non credereste mai a quello che ci è successo’ “, e poi c'è Tom Petty che con i suoi Heartbreakers se li portò in tour insieme ai Replacements nel 1986. Dimostrazioni d’affetto o una velata nostalgia delle star verso gli ingenui e ruspanti tempi degli esordi? Sicuramente le due cose insieme. La band dei fratelli Dan (voce e chitarra) e Warren (chitarra) Zanes era la band giusta al momento giusto, con Dave Alvin dei Blasters come padrino e l’etichetta Slash che ci crede, furono capaci nell’unire il passato legato alle radici rock'n'roll, garage e R&B con il presente (senza comunque rincorrerlo) e ricondurre il rock nei luoghi a lui più congeniali: dentro i piccoli club affamati di voce, chitarre, basso e batteria e lungo le strade secondarie dove la vita continuava a scorrere tra mille difficoltà. Il vicolo da fine nottata brava rappresentato nel retro copertina è la fotografia giusta: lampioni, rifiuti abbandonati e la luce di un nuovo giorno dietro l’angolo in fondo. Non furono dei rivoluzionari ma proprio per questo apprezzati. Dei tradizionalisti devoti a ferro e legno quando tutti rincorrevano la plastica colorata degli anni ottanta. Spettinavano i capelli con le chitarre (‘Sound Of Our Town’, ‘Shame’, ‘It’s Alright’ potrebbe essere una bella outtake di The River tanto per rimanere a Springsteen), ruffiani il giusto (‘Don’t Run Wild’ era la prova di squadra perfetta con la batteria di Woody Giessmann e il basso di Tom Lloyd in bella evidenza), ma poi erano in grado di ritagliare le stelle dai cieli della notte con affreschi notturni bagnati da hammond, soul e romanticismo (‘I Still Want You’,’Fade To Blue’,’Coupe DeVille’) o lasciare impronte indelebili sul terreno umido caro ai migliori Stones, e ‘Night On The Town’ è lì da ricordare insieme all’esigua manciata di dischi incisi lungo il percorso della carriera.



venerdì 20 aprile 2018

RECENSIONE: JOHN PRINE (The Tree Of Forgiveness)

JOHN PRINE  The Tree Of Forgiveness (Oh Boy Records, 2018)



La foto di copertina dice quasi tutto del suo autore: la faccia fortemente segnata di JOHN PRINE non nasconde nulla ma rivela impietosa anni di dure battaglie vinte contro la malattia (prima nel 1998 poi nel 2013) e una carriera, sì lontana dalle prime pagine, ma piena di attestati di stima (Bob Dylan può bastare?) e riconoscimenti. Con THE TREE OF FORGIVENESS ritorna dopo una lunga pausa di tredici anni, anche se l’anno scorso uscì For better Or Worse, un disco di nuovi duetti ma di vecchie canzoni, dimostrando quanto la sua fine e preziosa penna cantautorale sia sempre stata parsimoniosa ma segnante per il cantautorato americano degli ultimi quarant’anni. Non fa difetto questo disco che raccoglie per strada un paio di vecchi brani che riposavano nel cassetto (‘God Only Knows’ fu scritta insieme a Phil Spector), alcuni ospiti (Jason Isbell alla chitarra in ‘No Ordinary Blue’, le voci di Brandi Carlile e Amanda Shires) e alcune nuove collaborazioni che hanno dato freschi frutti in tempi recenti: l’incontro con Dan Auerbach ha generato buone canzoni, prima nell’ultimo disco solista di Auerbach, poi nel disco di Robert Finley e ora c’è una solitaria e splendida ‘Caravan Of Fools’ qui presente. Prine si è rifugiato a Nashville tra una stanza di Hotel, le strade e lo studio di registrazione RCA Studio A, ha messo giù dieci canzoni per un totale di soli trentadue minuti, proprio come si faceva una volta.
Il tocco semplice e pulito di Dave Cobb in produzione non snatura il classico country folk di tutta la carriera, giocato sulla voce sempre più roca ma caratteristica e su testi che continuano a camminare in scioltezza sui vecchi marciapiedi della quotidianità (‘Knockin’ On Your Screen Door’), dei luoghi ormai conosciuti ( ‘Egg & Daughter Nite, Lincoln Nebraska, 1967 (Crazy Bone’) ), con l’immutata ironia di sempre che a volte irrompe tra le pieghe malinconiche e nostalgiche più massicce(la crepuscolare 'Boundless Love'), senza tralasciare qualche affondo nel sociale (‘The Lonesome Friends Of Science’ con un bel B3 a condurre il gioco) e calzanti metafore sulla vecchiaia (‘Summer’s End’, 'When I Get To Heaven') cantate quasi sottovoce, per non disturbare troppo chi gli ha concesso di arrivare fino a qui da protagonista. A suo modo.



lunedì 16 aprile 2018

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 58 : GRINDERSWITCH (Honest To Goodness)

THE GRINDERSWITCH   Honest To Goodness (Capricorn, 1974)





Non ci fossero i caratteri grafici del titolo e del nome della band, la copertina potrebbe essere scambiata per una vecchia foto dei primi 900 che ritrae degli operai, brutti, sporchi e poco raccomandabili, in posa tra le rotaie di una vecchia linea ferroviaria e con un cotonificio in disuso sullo sfondo, dalle parti di Macon. Basterebbe per riassumere bene la carriera dei GRINDERSWITCH (già sono simpatici per questo), band da seconda linea del southern rock dei settanta, poco fortunata in termini di successo ma una delle più vere e ruspanti. Ma l’aspetto non inganni troppo: tanto selvaggi quanto leggeri in certe pennellate soul blues come quelle che dipingono i sei minuti della ballata ‘Homebound’, i tratteggi country dalle buone armonie vocali di ‘How The West Won’ che vede Jaimoe (Allman Brothers Band) alle percussioni e il New Orleans sound di ‘Peach County Jamboree’. Questo debutto per la Capricorn arrivò dopo dieci mesi trascorsi in una fattoria della Georgia a scrivere canzoni che hanno nell’apertura ‘Kiss The Blues Goodbye’ il motore del disco con la preziosa chitarra di Dickey Betts (Allman Brothers Band) ospite, a cui vanno dietro la più ruspante ‘Catch The Train’, il boogie con il piano alla Fats Domino di ‘Can't Keep A Good Man Down’ e una ‘Roll On Gambler’ che si distende nel country, portando nel cuore un disco come BROTHERS AND SISTERS degli Allman Brothers che cambiò radicalmente il corso del southern rock in quei mesi. Il loro è un southern rock caldo e bluesy, trainato dagli ispirati fraseggi chitarristici di Larry Howard e del cantante dalla voce soul Dru Lombar (scomparso nel 2005), da un pianoforte honky tonk spesso presente suonato dalll’ospite Paul Hornsby. Completano la formazione il bassista Joe Dan Petty, ex roadie degli Allman Brothers Band e fondatore del gruppo (scomparso nel 2000) e il batterista Rick Burnett. Dopo questo debutto arrivarono i buoni MACON TRACKS (1975) e REDWING (1977), ed i Grinderswitch ebbero modo di seguire in tour band più famose quali gli amici Allman Brothers, la Marshall Tucker Band, Charlie Daniels, i Wet Willie e i Lynyrd Skynrd, ma nonostante tutto rimanere sempre un passo indietro in fatto di popolarità. Non avere mai avuto un singolo di successo pesò molto.





lunedì 9 aprile 2018

RECENSIONE: BLACKBERRY SMOKE (Find A Light)


BLACKBERRY SMOKE  Find A Light (3 Legged Records, 2018)
 


 

“Riporteranno il southern rock sulla giusta strada”. Così Gregg Allman (ospite nel precedente disco) augurò un buon futuro alla band di Charlie Starr e ora che il vecchio Gregg non c’è più le parole sembrano ancora più pesanti, quasi da ingombrante passaggio di consegne. Ma la band di Atlanta non si lascia certo intimorire e chi ha assistito ad almeno un loro ...concerto lo sa benissimo. L’anno scorso al Fabrique di Milano dimostrarono quanto la strada e i tour siano il loro pane quotidiano, a loro agio quando l’occasione richiede di estendere le canzoni come nella migliore tradizione southern. Uno dei concerti più divertenti a cui ho assistito l’anno passato. (Quest’anno torneranno in autunno). FIND A LIGHT ha i pregi e i difetti di tutti i dischi incisi fino ad ora dimostrando sì un buon lavoro di squadra ma anche quanto tutto ruoti intorno all’unico fuoriclasse della band: Charlie Starr (voce e chitarra), accompagnato da ottimi comprimari (Paul Jackson, chitarra e voce, Richard Turner, basso e voce, Brit Turner, batteria e Brandon Still, tastiere) ma non dei fuoriclasse da prima pagina.
Mancano altre figure dalla forte personalità che possano generare quella sana rivalità interna che ha sempre fatto tanto bene all’ispirazione di altre band, facendo scattare quella fiamma che bruciando lasci il segno indelebile. Rimanendo da quelle parti, in tempi recenti, come non citare i Black Crowes dei fratelli Robinson. FIND A LIGHT racimola e sparge in giro tutte le anime che abitano le loro canzoni, anche se a disco terminato sembra aver prevalso l’aspetto più quieto e bucolico ben rappresentato dalle pieghe acustiche di ‘I’ve Hot This Song’ impreziosita da un violino, di ‘Seems So Far’, la coralità alla Crosby, Stills & Nash della finale ‘Mother Mountain’ che vede come ospiti i Wood Brothers, la più radiofonica ‘Let Me Down Easy’ in duetto con Amanda Shires.
Ma anche nel versante rock del disco c'è comunque da divertirsi: dall’iniziale ‘Flesh And Bone’, un blues pestone che raggiunge piano piano la piena coralità, le trascinanti e avvolgenti chitarre rock di ‘The Crooked Kind’ e ‘Nobody Gives A Damn’, il veloce boogie dal finale gospel ‘I’ll Keep Ramblin’ con l’ospite Robert Randolph, i tipici temi Southern come ‘Lord Strike Me Dead’, 'Best Seat In The House’ (con Keith Nelson dei Buckcherry ospite), con una speciale menzione per l’epica ‘Till The Wheels Fall Off’ che pare un antico residuo dei seventies. Lontano dal ruspante The WHIPPOORWHIL che rimane ancora il loro miglior disco ma pur sempre vicino ad un modo di fare musica legato alla vecchia e calda tradizione degli stati del Sud.




BLACKBERRY SMOKE live@Fabrique, Milano, 11 Marzo 2017