mercoledì 27 maggio 2015

RECENSIONE: HAYSEED DIXIE (Hair Down To My Grass & live@Spazio 211, Torino, 13 Febbraio 2015)



HAYSEED DIXIE
‘HAIR DOWN TO MY GRASS’
(Hayseed Dixie Records)
 
Veniam giù dai monti...
Usciti di scena i due fratelli Reno, da sempre pilastri musicali della band, sostituiti dai nuovi entrati Johnny Butten (banjo) e Hippy Joe Hymas (mandolino), la strana e vivace creatura di John Wheeler, nata tra i monti Appalachi, continua imperterrita a portare avanti la formula che li ha visti nascere: reinterpretare la storia del (hard) rock sotto la veste country/ bluegrass. Se in principio c’era il repertorio degli AC/DC, dei Kiss, e poi arrivarono le prime canzoni autografe e persino dischi cantati in lingua scandinava, questa volta a farne le spese sono canzoni più leggere legate al glam e all’hard rock melodico anni ottanta: Twisted Sister, Def Leppard, Survivor, Europe, Bryan Adams, Scorpions, Bon Jovi e Journey entrano nel calderone. Una formula che pur sembrando ripetitiva rimane accattivante e divertente, in particolar modo quando tutto si trasferisce sopra ad un palco. Lì potreste essere catturati definitivamente. (Enzo Curelli) da CLASSIX! # 43 (Marzo/Aprile 2015)
 

 
live @ Spazio 211, Torino, 13 Febbraio 2015
Appalachian rockgrass
La serata è di quelle rigide e grigie. Dentro al piccolo club di Torino però, la visione di due enormi figure vestite di bermuda mimetiche e grossi anfibi sembra dare un caloroso benvenuto: l’irsuto bassista Jake Bakesnake Byers e il cantante e leader John Wheeler, i due veterani della formazione americana scesa dai monti Appalachi  alla conquista del mondo a suon di brani hard rock rivisitati in salsa country/bluegrass (rockgrass è il loro trademark), si aggirano indisturbati e sorridenti tra il pubblico. I due integratissimi nuovi elementi della formazione, invece, si intravedono dalla porta socchiusa del camerino: Johnny Butten, di diritto nei Guinness dei Primati come le dita più veloci al mondo se si tratta di suonare le corde di un banjo e Hippy Joe Hymas al mandolino, personaggio eccentrico, vero spasso per gli occhi, una babilonia di smorfie che cattura gli sguardi  e accende sorrisi durante tutto il concerto. Ad aprire, il contagioso country and roll dei padroni di casa FJM, un trio dal tiro punk che il pubblico amico apprezza e gradisce. Serata portata a casa tra gli applausi. Gli Hayseed Dixie, invece, hanno un nuovo album da presentare HAIR DOWN TO MY GRASS, il loro tributo al glam/street rock degli anni ottanta (We’re Gonna Take It, Pour Some Sugar On Me e Eye Of The Tiger sono uno spasso così stravolte), ma in apertura di concerto vogliono giocare  sul sicuro con due brani della band australiana da cui hanno preso il nome. Hells Bells e You Shook Me All Night Long sono un biglietto da visita vincente che li traghetterà senza cedimenti fino alla fine, quando si aggiungerà l’immancabile e spianata “autostrada per l’inferno”.
I loro concerti sono una sarabanda ben assortita di traditional bluegrass suonato con piglio da veri metallari tanto che su Ace Of Spades si scatena l’inevitabile pogo nelle prime file, musica classica (Eine Keine Trinkemusic di un certo Mozart),  tecnica strumentale invidiabile (Bohemian Rhapsody è sempre un piacere, una”killing song” come dicono loro) e gag divertenti. A centro palco a fare da scenografia, dove tutte le band normali terrebbero una batteria, campeggia un frigorifero stipato di birre. Gli Hayseed Dixie, infatti, di normale hanno ben poco e John Weeler è un cerimoniere che tra un elogio ai vini italiani, snocciolati uno dopo l’altro da vero ed esperto sommelier, giochi di parole che legano insieme il compianto R.J. Dio  con alcune bestemmie italiane imparate con nonchalance dal defunto Germano Mosconi, quando imbraccia il violino incanta e la pinkfloydiana Comfortably Numb si candida a miglior brano della serata. Il meglio arriva nel finale quando la lunga esecuzione di Hotel California diventa un contenitore pieno di sorprese e citazioni tra cui emergono un inaspettato e bizzarro omaggio a Tiziano Ferro e una coinvolgente Clandestino di Manu Chao. Finito il concerto, come la loro ironica canzone Merchandise Table invita a fare: tutti al banco merchandise per lo shopping, foto di rito...e l’ultimo brindisi. (Enzo Curelli) da CLASSIC ROCK # 29 (Aprile 2015)
altre foto e scaletta QUI


 

lunedì 11 maggio 2015

GOAT live@Latteria Molloy, Brescia, 9 Maggio 2015




SETLIST
1. Words 2. The Light Within 3. Let It Bleed 4. Disco Fever 5. Hide from the Sun 6. Talk to God 7. Goatlord 8. Goatman 9. Run to Your Mama 10. Gathering of Ancient Tribes 11. Golden Dawn 12. Goatslaves 13. Goatchild 14. Goathead 15. Det som aldrig förändras



 

venerdì 8 maggio 2015

RECENSIONE: WILLIAM ELLIOTT WHITMORE (Radium Death)

WILLIAM  ELLIOTT WHITMORE Radium Death (ANTI)


Il giovane vecchio
I tatuaggi nascosti sotto la camicia tradiscono la gioventù passata ascoltando i dischi dei Minor Threat e i trascorsi musicali suonando in una punk rock band; lo scenario sul retro è, invece, un dipinto rurale che ritrae trattori, fattorie e i campi arati del suo Iowa.
Mai come in questo ottavo disco le due anime del trentasettenne folksinger si sono mescolate così bene: la voce allenata con i vecchi dischi di Leadbelly posati sul giradischi è sempre una lama che raschia sul vetro, sia quando le chitarre elettriche ed una full band si prendono la scena (Healing To Do, Don’t Strike Me Down), sia quando lo scarno folk blues tenuto in piedi da soli banjo e chitarra acustica riportano alle atmosfere agresti dei precedenti dischi (Have Mercy, Civilizations). Whitmore si conferma tra i più credibili narratori americani dei nostri tempi: la vicenda delle povere operaie morte intossicate a Orange (New Jersey) conosciute come “radium girls” diventa lo spunto per costruire un sorta di concept album su una delle più grandi menzogne umane della storia del Novecento.

Enzo Curelli,
7 da Classic Rock #30 (Maggio 2015)

vedi anche
RECENSIONE: SEASICK STEVE-Sonic Soul Surfer (2015)
RECENSIONE: STEVE EARLE-Terraplane (2015)

martedì 5 maggio 2015

RECENSIONE/REPORT: SOCIAL DISTORTION live @ Live Club, Trezzo sull'Adda (MI), 23 Aprile 2015




 
Esco dal Live Club di Trezzo, stracolmo e sold out (pare), mentre un gruppetto di skin, neri o rossi non lo so-ma non ha importanza-si scaglia meschinamente su un povero malcapitato, riempendolo di pugni e calci. Cose brutte da vedere ad un concerto, soprattutto dopo aver la certezza che, stasera, la differenza l'ha fatta proprio il pubblico presente. Le  stesse persone che durante Ring Of Fire di Johnny Cash, il pezzo più osannato e cantato della serata, hanno portato in trionfo la band di Mike Ness, Jonny Two Bags (chitarre), Brent Harding (basso) e del "figlio dei Los Lobos" David Hidalgo Jr. (batteria) . Mi chiedo anche quanto sia singolare e curioso che, dopo più di trent'anni di carriera, il pezzo più conosciuto rimanga una canzone che non porta la loro firma. Eppure si stava celebrando il venticinquennale di quell'album omonimo uscito nel 1990 che racchiude bene tutte le anime musicali di Mike Ness (punk, hardcore, rockabilly, blues e country) e  contenente pure tanti inni come Story Of My Life e Sick Boys (sulle cui note si scatena, comunque, il finimondo). Una prima parte di concerto tirata e senza cedimenti- e senza sorprese visto che la scaletta segue l'ordine dei brani nel disco- anche se Ness sembra tenuto in piedi più dal forte carisma e un po' meno dalla voce che arriva poco. A deludere, invece, è la seconda parte di concerto, più stanca e povera di sostanza, con lo storico debutto Mommy's Little Monster incredibilmente ignorato, ma non sarà il solo: il riuscito Sex, Love And Rock'n'Roll (2004), dedicato allo scomparso Dennis Danell dov'era? L'ultimo sforzo di una discografia parsimoniosa, Hard Times And Nursey Rhymes, è invece fresco di memoria e ricordato grazie a Machine Gun Blues e Gimme The Sweet And Lowdown.
Non bastano una ben accolta Cold Feelings dal sempre sottovalutato Somewhere Between Heaven And Hell (1992) e la già citata Ring Of Fire a non far nascere alcuni dubbi su quante canzoni in più potessero essere presenti in scaletta, visto le poche date da headliner nel nostro paese nel corso degli anni. Anche se poi gioca tutto a favore dell'integrità artistica di Mike Ness: uno che non è mai sceso a compromessi con niente e nessuno. Diritto per la sua strada, anche quando decide di sacrificare le canzoni autografe a favore di cover come Wild Horses degli Stones-non roba da poco comunque-che tradisce anche le sue vere e vecchie radici musicali.
 
SETLIST
So Far Away/Lei It Be Me/Story Of My Life/Sick Boys/Ball And Chain/I Coulda Been Me/She's A Knockout/A Place In My Heart/Drug Train/Cold Feelings/Machine Gun Blues/Wild Horses/I Won't Run No More/99 To Life/Gimme The Sweet And Lowdown/Ring Of Fire/Don't Drag Me Down
     
     

sabato 2 maggio 2015

RECENSIONE:THERAPY? (Disquiet)

THERAPY? Disquiet (Amazing Records)


Coerenza
Per i più distratti, i nord irlandesi Therapy? sono quelli di TROUBLEGUM (1994), album monumento dell’alternative rock anni novanta appena festeggiato in tour per il ventennale. Al massimo quelli ancora più grezzi del precedente NURSE(1992) o quelli più accessibili di INFERNAL LOVE (1995). Poi? Per molti il nulla. Invece la band di Andy Cairs e Michael McKeegan ha continuato a produrre dischi a cadenza regolare, seguendo un percorso che li ha portati a sperimentare, mostrando una libertà di movimento che ha toccato tutte le sfumature: dai dischi più melodici e rock'n'roll (SHAMELESS-2001, HIGH ANXIETY-2003) ai quelli ostici e poco penetrabili (SUICIDE PACT YOU FIRST-1999, CROOKED TIMBER-2009), il tutto senza farsi influenzare da mode musicali e lontano da qualsiasi catalogazione. Anche questo quattordicesimo album segue la filosofia di sempre.
La collaudata formazione a tre (con Neil Cooper alla batteria) sa ancora scrivere buone melodie pop (Tides) e picchiare all’occorenza (Insecurity) senza dimenticare di far pensare. Tutto convincente in quello che potrebbe essere il loro best seller del nuovo millennio. Enzo Curelli 8 da Classic Rock #29 (Aprile 2015)

vedi anche
RECENSIONE/REPORT: THERAPY? live @ Rock'n'Roll arena, Romagnano sesia (NO), 9 Novembre 2012


lunedì 27 aprile 2015

RECENSIONI: SEASICK STEVE (Sonic Soul Surfer) STEVE EARLE & THE DUKES (Terraplane)

SEASICK STEVE ‘SONIC SOUL SURFER’ (Caroline International/Universal)

Il vecchio e il mare
Steve parcheggia il verde trattore John Deere sul lungomare e si catapulta in spiaggia. Si tuffa in acqua con una tavola da surf, esorcizzando la paura che gli ha procurato il soprannome, gridando a tutti quanto è bella la vita in California (‘Summertime Boy’) mentre uno schiacciapensieri suonato da Ben Miller saltella tra le ormai mitiche chitarre artigianali. Ma non bisogna farsi ingannare dal singolo, dopo il più addomesticato e prodotto ‘Hubcap Music’ è un ritorno al suono blues, anche contaminato, ma puro e grezzo dei primissimi dischi. “L’intero disco è stato registrato da me e Dan Magnusson mentre eravamo seduti a bere e suonare”. Improvvisato interamente nella sua fattoria con il fedele batterista e compagno di sbronze, ‘Sonic Soul Surfer’ è un disco di riflessione sul tempo che passa, costruito tra assalti boogie (‘Sonic Soul Boogie’), oscuri blues (‘Dog Gonna Play’), hillbilly (‘In Peaceful Dream’) e amare ballate acustiche (‘Heart Full Of Scars’). (Enzo Curelli) da CLASSIX! #43(Marzo/Aprile)



STEVE EARLE &THE DUKES ‘TERRAPLANE’ (New West Records)


Omaggio blues
“…un giorno quando sarebbe arrivato il momento, avrei fatto un disco blues”. Così Steve Earle, nelle note di copertina, presenta il nuovo album: undici inediti che vogliono essere un’ode ai grandi, da Robert Johnson a Howlin’ Wolf, da Lightnin’ Hopkins a Freddie King e ZZ Top, e che aspettavano il momento giusto per farsi strada tra la lunga discografia. Un disco essenzialmente di blues elettrico con il chitarrista dei Dukes, Chris Masterson, a fare lo sporco lavoro in prima linea. Canzoni d’amore e sesso (‘Baby Baby Baby’, ‘You’re The Best Lover That I Ever Had’), d’abbandono (‘Better Off Alone’), redenzione (‘King Of The Blues’) e crocicchi diabolici (‘Tennessee Kid’) con la varietà musicale assicurata dai violini e dalla seconda voce femminile in ‘Baby ‘s Just As Mean As Me’. Un buco tappato nella discografia che però lascia entrare qualche spiffero. Earle ci ha sempre abituati al meglio, ma qui sembra giocare troppo con gli stereotipi. Un peccato che comunque gli perdoniamo. (Enzo Curelli) da CLASSIX!#43 (Marzo/Aprile)


vedi anche
RECENSIONE: SEASICK STEVE-Hubcap Music (2013)
RECENSIONE: STEVE EARLE-The Low Highway (2013)



giovedì 16 aprile 2015

RECORD STORE DAY 2015 revisited

RECORD STORE DAY 2015 revisited (ossia: l'articolo dello scorso anno ampliato con nuovi artisti, dischi e racconti)
Un ringraziamento collettivo a tutti i musicisti (quelli dello scorso anno e nuovi) che hanno riaperto lo scrigno dei ricordi, rovistato tra i dischi della loro memoria, soffiato tra la polvere del tempo, estratto la nostalgia dalla busta, posato la puntina tra un sogno e una canzone; condividendo le loro primissime emozioni legate alla musica, ad un vinile che girava, una copertina che li ammaliava, un testo che li rapiva. A tutti quelli che hanno varcato nuovamente la porta di quel vecchio negozio di dischi, quello che esiste ancora e tiene duro e quello che nel frattempo è diventato un dispersivo e freddo centro commerciale.
Leggendo questi racconti si possono trovare tracce del proprio passato: cambiano gli anni, cambia il disco, cambia la copertina, cambia il negozio...la passione è la stessa per tutti. Intanto, il disco continua a girare...

fai girare i dischi: clicca QUI




lunedì 13 aprile 2015

RECENSIONE: DUKE GARWOOD (Heavy Love)


DUKE GARWOOD  Heavy Love (Heavenly, 2015)
 
“Uno dei miei artisti preferiti e una delle migliori esperienze di registrazione della mia vita”. Il miglior ritratto di Duke Garwood, cantautore e polistrumentista britannico, lo dipinge un generoso Mark Lanegan all’indomani dell’uscita di ‘Black Pudding’ nel 2013, album che vide la collaborazione tra i due. Garwood ringrazia: “ora sono più vecchio, sì, ma mi sento a mio agio. Lavorando con Mark ho trovato una marcia in più nel mio corpo, nella mia mente. Penso che si senta su ‘Heavy Love’. Complimenti meritati che si vanno ad aggiungere a quelli di tanti altri personaggi che contano: da Kurt Vile, a Greg Dulli, fino a Seasick Steve e Josh T Pearson. Tutti sembrano avere una buona parola per lui. Nato nel Kent rurale da una povera famiglia, a soli quattro anni riceve la prima chitarra, a cinque impara a suonare piano e violino, a diciassette inizia il suo viaggio, non ancora terminato. Garwood è un vagabondo della musica, un musicista che è stato in grado di assorbire input da ogni luogo che ha visitato: dalla Thailandia al Marocco a Parigi, fino alla deludente esperienza a Cuba sulle orme di Compay Segundo, Omara Portuondo  e "il sogno di Che Guevara. Ma non ho trovato niente di tutto ciò. E’ stato tutto molto deprimente, e sono tornato con qualche grave malattia della giungla, quasi morto. " Il suo blues è un concentrato di strade impervie, mai troppo comode ma permeate di magia e magnetismo d’altri tempi, in grado di catturare l’attenzione pur mantenendo sempre toni sommessi che sfiorano la più abissale profondità dei sentimenti umani. Più ombre che luci.
Un lento crescendo, minimale, costruito su una chitarra ondeggiante ed ipnotica e una voce quasi sussurrata ma che scava prepotentemente. In ‘Heavy Love’, il quinto album solista registrato nei Pink Duck Studio di Josh Homme a L.A., vi convivono le atmosfere desertiche degli amici Tinariwen nella ipnotica title track (con Jehnny Beth delle Savages alla seconda voce), quelle contemplative (‘Disco Lights’), confessionali  (‘Sweet Wine’) e notturne “penso che la maggior parte delle mie cose sia musica notturna. ‘Heavy Love’ è principalmente registrato nel corso della giornata, ma scrivo durante la notte, fatta eccezione per la title track”. Per chi è rimasto orfano e deluso dalle ultime derive new wave toccate da Lanegan, Duke Garwood è una valida alternativa assolutamente da ascoltare. Il momento è quello giusto: uscire dalla pur lucente invisibilità che ne ha segnato la carriera è diventato un suo diritto. (Enzo Curelli) da CLASSIX! #43 (Marzo/Aprile)


vedi anche
MARK LANEGAN BAND live @ Alcatraz, Milano 5 Marzo 2015

 

giovedì 26 marzo 2015

RECENSIONE: LUCA ROVINI (La Barca Degli Stolti)

LUCA ROVINI  La Barca Degli Stolti (autoproduzione, 2015)



C'è una foto che dipinge bene le strade blu percorse (e quelle ancora da percorrere) dagli stivali di Luca Rovini: è stata scattata in Febbraio nel locale L'asino che Vola di Roma e ritrae il cantastorie toscano in mezzo ai due fratelli De Gregori: Francesco da una parte, Luigi Grechi dall'altra. Un gran colpo, e lo sarebbe per qualunque cantautore italiano. Due personaggi che sembrano racchiudere bene le caratteristiche principali della sua musica fatta in casa: le parole italiane impresse su un quaderno made in USA con tanti fogli di blues, folk e country che svolazzano, lasciando cadere, di volta in volta, politici, ballerine, amori, amanti, sognatori, illusi e ubriachi. Lui e noi. Dal primo e più famoso dei fratelli ha ereditato la forte passione per Dylan (ascoltate la dura Cappotto Di Vita, una meravigliosa narrazione che potrebbe essere uscita da Desire del Sommo per come è stata rivestita musicalmente), dal secondo, quello meno famoso, lo spirito artigianale e vagabondo che non gradisce troppo le spinte per farsi largo ma che può ancora fare la differenza in termini di sincerità, passione e onestà. Rovini ha percorso molti chilometri dal precedente Avanzi e Guai, tanto da arrivare addirittura a toccare l'acqua -il vino rimane da bere-trovandosi in pieno mare aperto dove la barca dipinta dal padre Umberto (stupenda anche la copertina) è una metafora di vita senza scadenza: cade a pezzi e va a fondo ma chi sta sopra non se ne cura e continua a far festa. Fottiamocene di un mondo che sta naufragando verso il basso e continuiamo a fare quello che più ci piace, sembra il messaggio, e Rovini nuota bene in quelle acque.
Sulla strada ha perso qualche amore, si è trascinato con forza gli affetti più cari e ha raccolto intorno a sè tanti amici musicisti pronti ad aiutarlo, sì perché, oltre a mantenere una scrittura limpida, ficcante e vissuta, La Barca Degli Stolti si differenzia da Avanzi E guai per le tante sfumature strumentali che gravitano intorno alle parole. Il presente violino di Chiara Giacobbe (Gocce Rosse Della Sera, Cappotto Di Vita), la presenza di un pianoforte (Francesco D'Acri) nell'apertura Dove Bevo Il Mio Cuore, la bizzarra andatura sbilenca di Il Quartiere Della Follia, incontro stralunato a tarda sera, sopra un marciapiede, tra Captain Beefheart, Tom Waits e uno sfuggente Dylan periodo Blonde On Blonde, dove l'amico-un po' di tutti dal suo ingresso in società in quel di Padova-Caterino "Washboard" Riccardi fa il bello e cattivo tempo con i suoi marchingegni da poche lire (che l'euro non ci piace). Scoppia La Testa è ormai il trademark, la sua sigla, già presente in Avanzi e Guai, qua viene trasformata nuovamente e funziona che è una meraviglia. Nuovamente.
Mentre le atmosfere desertiche, folk, agrodolci e solitarie di Verso Casa sono l'ulteriore conferma della buona qualità di scrittura. E poi, tante chitarre suonate dal fedele Claudio Bianchini e da Don Leady, l'armonica di Andrea Giannoni, la fisarmonica di Andrea Giromini (Incontro Al Tuo Viso). Ritroviamo perfino i fratelli De Gregori nelle due cover del disco, e non è un caso: traduttori dei testi di Powderfinger di Neil Young e The Angel Of Lyon (L'Angelo Di Lione) di Tom Russell.
Rimangono i difetti di chi è troppo sincero (spesso si chiamano pregi, quando va male anche guai), di chi manda avanti il cuore aperto, in avanscoperta tra le intemperie della vita: Dove Bevo Il Mio Cuore è il suo battito vitale, la cardiografia che disegna il percorso artistico ed umano. Poco importa se rimarrà anche questa volta Senza Una Lira. Le cose importanti, quelle che contano, sono tutte qua dentro.

vedi anche
RECENSIONE: LUCA ROVINI-Avanzi e Guai (2013)

domenica 22 marzo 2015

RECENSIONI: BOB DYLAN (The Bootleg Series: Vol. 10 Another Self Portrait, Vol.11 The Basement Tapes Complete)


BOB DYLAN ANOTHER SELF PORTRAIT (1969/1971)-THE BOOTLEG SERIES VOL.10
(Sony Music)



Fiori nascosti
“Cos’è questa merda?”. Negli annali è rimasta la frase iniziale della recensione di ‘Self Portrait’ fatta da Greil Marcus su Rolling Stone nel 1970. Ma dalla merda, si sa, con il tempo nascono anche profumati fiori pur se raccolti e destinati all’esclusivo mercato dei fan voraci. Questa volta, la nuova saga ‘Bootleg Series’ va a scavare nella profondità di un periodo controverso della carriera di Dylan, completando, con due CD pieni di inediti e versioni alleggerite dalla brutta produzione di allora attribuita a Bob Johnston, la panoramica che include oltre a ‘Self Portrait’ (composto quasi tutto da cover) anche il precedente ‘Nashville Skyline’ ed il successivo’ New Morning’, triade composta tra Nashville e New York, dopo la fuga da Woodstock e lontano dalla rivoluzione giovanile in atto in quegli anni e che lui stesso, in verità, anticipò molti anni prima. Era un Dylan neo padre, giocoso, country, a tratti pop, intrattenitore, dalla voce quasi irriconoscibile che all’epoca creò imbarazzo e sconcerto tra i fan bisognosi di nuove guide spirituali, ma importante per segnare in modo netto la rottura tra quello che rappresentò per i giovani nei 60 e quello che sarà a partire da ‘Planet Waves’ in avanti.
Un riscatto contro chi non ha mai capito quei dischi che, a sorpresa, rinascono negli scarni demo (‘Went To See The Gypsy’, ‘When I Paint My Masterpiece’), nelle versioni alternative, negli inediti lasciati fuori senza ragione: quasi tutti acustici, così come erano nati, suonati in solitaria o in compagnia dei fidi David Bromberg (chitarra) e Al Kooper (piano). C’è anche una ‘Working On A Guru’ che ospita, oltre a Charlie Daniels, anche George Harrison, fresco orfano dopo la separazione dei Beatles. Nella deluxe edition in più: il concerto all’isola di Wight (1969), splendido documento di uno dei rarissimi concerti dell’epoca già “bootlegato” negli anni ma qui rinato nella qualità e l’intero ‘Self Portrait’ originale ma rimasterizzato. (Enzo Curelli) da CLASSIX! #38

 
BOB DYLAN AND THE BAND THE BASEMENT TAPES COMPLETE-THE BOOTLEG SERIES VOL.11 (Columbia/Sony Music)



Ora c’è tutto
Non tutti i mali vengono per nuocere. Avete mai immaginato cosa sarebbe successo se Dylan il 29 luglio del 1966 avesse preso bene quella curva con la moto? Una cosa è certa: uno dei più grandi tesori musicali della musica americana del 900 non sarebbe mai stato impresso su quel vecchio registratore a due bobine. All’indomani di quell’incidente, da sempre avvolto nella nebbia dei misteri, Dylan trascorse mesi di assoluto riposo tra le campagne di Woodstock, quasi rinnegando la sua rutilante e influente prima parte di carriera, lontano anche dai fumi psichedelici imperanti nel resto del mondo, immerso tra verdi boschi, rifugiandosi nella vita famigliare e trascorrendo interi pomeriggi di relax insieme ai fidi musicisti (The Hawks che diventeranno The Band). “Avevo avuto un incidente di moto ed ero rimasto ferito, ma mi ero rimesso. La verità era che volevo uscire da quella corsa disseminata” racconterà nella sua autobiografia.
Ma prima che anche questo buen retiro venga preso d’assalto dai voraci fan, riesce a registrare più di cento canzoni, tra autografe, ripescaggi nell’oscura antologia dell’American Folk Music e il rock’n’roll. Usciti ufficialmente nel 1975, in realtà non rappresentarono mai completamente quello che successe in quel semi interrato della Big Pink nel ’67 (ma anche nella Red Room di Dylan a Hi Lo Ha), un po’ per il bignami poco rappresentativo a cui venne ridotto, un po’ per le sovra incisioni apportate da Robbie Robertson, innescando invece il mercato dei bootleg, partito dal primo storico ‘Great White Wonder’.
A distanza di quarantasette anni, la Columbia decide di mettere in piazza tutto su 6 CD (due nella più economica versione Raw) in quella che si candida ad essere la più importante uscita Bootleg Series fino ad ora: accanto a storici brani già conosciuti appaiono ufficialmente per la prima volta alcune perle, nascoste tra le numerose alternate version, improvvisazioni e bozze di canzoni. 138 tracce totali. (Enzo Curelli) da CLASSIX! #42



vedi anche
RECENSIONE: BOB DYLAN-Tempest (2012)
vedi anche: RECENSIONE LIVE REPORT: BOB DYLAN/MARK KNOPFLER live Forum di Assago (MI), 14/11/2011

domenica 15 marzo 2015

RECENSIONE: CRACKER (Berkeley To Bakersfield)

CRACKER Berkeley To Bakersfield (429 Records, 2014)




Puoi partire per un viaggio e stare comodamente seduto in poltrona. E' brutto, lo so, si perde tutto il meglio, ma a volte ci si rassegna a quello che la vita ha riservato senza essere troppo di manica larga. "Hai il minimo indispensabile. Accontentati e non rompere i coglioni". Questo mi dice la vita ultimamente. Obbedisco. Eccomi qua, immaginando un cappello da cow boy calato in testa, stivali sporchi in punta e un bicchiere di spirito in mano. Togliete il bicchiere, il resto è totalmente lontano dalla mia indole, e proprio per questo mi gusto tutto alla meglio. Pronti? Girate la chiave dell'auto e godetevi il panorama dettato dalle luci notturne.
Una volta esisteva un gruppo di nome Camper Van Beethoven, californiani dalla spiccata vena creativa, una miscela eterogenea e multicolore, quanto spiritosa e pungente nella forma, dove le radici americane si espandevano bene tra il punk e i mille colori della musica etnica. Il tutto si svolgeva tra i campi delle campagne americane, in mezzo alla pura tradizione, senza uso di giochi di prestigio. Duri, puri e divertenti. Quasi la perfezione. Una delle realtà alternative più originali e significative degli States anni '80. Dei pionieri che hanno aperto strade e lasciato il segno. Già nel 1992 i Camper Van Beethoven non esistono più da due anni, ma il loro leader David Lowery (anche una buona carriera come produttore e da solista) non impiega molto per inventarsi i Cracker, creatura che prosegue lo stesso discorso della band madre, ossia: fottersene di tutte le etichette e approccio alla musica che se non è perfetto, poco ci manca. I Cracker incidono dieci dischi, nel frattempo i Camper Van Beethoven si riformano nel 1999, Lowery si divide in due, tanto che ad un certo punto inizia ad essere difficile distinguere le due realtà. Barkeley To Bakersfield è la summa di trent'anni di musica, un ambizioso viaggio che porta da Barkeley, città universitaria per eccellenza e madre di numerosi gruppi punk anni '90 (NOFX, Green Day, Rancid) fino a Bakersfield (patria di Merle Haggard), città  distante un poker di ore e prevalentemente agricola. Due dischi che racchiudono le due anime del gruppo, per una volta separate e distinte.
"E' stato uno shock quando ho ascoltato le cose che abbiamo registrato con la formazione originale a Barkeley, e poi di seguito quello che abbiamo registrato in Georgia. Ho ascoltato e pensato che fossero due cose diverse. Così abbiamo dovuto fare un doppio album, due dischi separati" racconta Lowery. Nel primo disco (Barkeley) si riforma la primissima line up della band (oltre a Lowery alle chitarre e voce, Davey Faragher al basso, Johhny Hickman alle chitarre, Michael Urbano alla batteria, Thayer Sarrano alle tastiere, Marc Gilley al sax e Mark Golde alle tastiere aggiunte). Il disco prende forma all'East Bay Recorders di Barkeley in California e come la stessa band precisa: cattura l'anima punk, garage e funk (El Cerrito) del posto (la Bay Area). Lo spirito rock'n'roll spruzzato di glam '70 di Beautiful, Life In The Big City e nella stoccata anti capitalismo, condita di dissacrante ironia, di March Of The Billionaires, l'imprescindibile pop dell'apertura Torches And PitchForks, della sussultante El Comandante, l'urgenza dell'assalto garage/punk You Got Yourself Into This.
Il viaggio prosegue fino a Bakersfield, il lato bucolico e agreste della California. Il secondo disco abbraccia la country music, grazie all'aiuto di numerosi sessionmen  in aiuto all'attuale formazione della band: "classiconi" infarciti di pedal steel alla Willie Nelson (California Country Boy), chitarre acustiche, western song (Almond Grove), ballate per gite on the road (King Of Bakersfield), pigri valzer (Tonight I Cross The Border),  violini, qualche svisata honk tonk (Get On Down The Road), veloci country guidati dal banjo (The San Bernardino Boy).
Il viaggio è finito. Dormite in pace. Domani si riparte.

vedi anche
RECENSIONE: RYAN BINGHAM-Fear And Saturday Night (2015)




venerdì 6 marzo 2015

MARK LANEGAN BAND live @ Alcatraz, Milano, 5 Marzo 2015




Duke Garwood

Duke Garwood


SETLIST: When Your Number Isn't Up/Judgement Time/The Gravedigger's Song/Harvest Home/Quiver Syndrome/One Way Street/Gray Goes Black/Deepest Shade (The Twilight Singers)/Hit the City/Ode to Sad Disco/Riot in My House/Harborview Hospital/Floor of the Ocean/Torn Red Heart/Black Rose Way(Screaming Trees)/Sleep With Me/Death Trip to Tulsa/Methamphetamine Blues/Am the Wolf/The Killing Season


 

mercoledì 4 marzo 2015

RECENSIONE: RICHIE KOTZEN (Cannibals)

RICHIE KOTZEN  Cannibals (RedRoomHnc
, 2015)



Ventiquattro dischi in discografia (tra solisti, collaborazioni e band) sono tantissimi, cose da vecchio dinosauro della musica verrebbe da pensare, e la recente uscita Essential Richie Kotzen ha cercato di mettere un po' d'ordine senza riuscirci in modo esaustivo. No, Richie Kotzen ha soli quarantacinque anni e la sua prolificità ha un solo sinonimo a cui può legarsi: passione. Dopo tutti questi dischi, Cannibals si pone come un altro passo avanti verso l'ampliamento di quei territori musicali solo toccati in precedenza ma mai messi a fuoco così chiaramente come questa volta. Chi si aspetta l'attacco hard blues della sua ultima creatura The Winery Dogs o dei due inediti presenti in Essential, si troverà di fronte qualcosa di diverso. Molto diverso. Cannibals è un disco tanto personale e introspettivo, quanto soul, il più nero (musicalmente parlando) della sua carriera. Le prime scoperte adolescenziali legate al soul e al R & B trovano sfogo in queste dieci tracce da lui scritte, cantate (voce superba), arrangiate e completamente suonate. Una dimostrazione di forza compositiva che non ammette repliche ma solo ammirazione.
Tolte le toccanti ballate pianistiche, nel finale, Time For The Payment e  You, unico brano scritto con la figlia August Eve-anche ospite al pianoforte-il disco si dipana tra trascinanti funk rock (l'apertura Cannibals), caldi e flessuosi soul (In An Istant), fascinazioni '70 con l'hammond protagonista in Stand Tall e Shake It Off che richiama fortemente Sly Stone, sfiora la disco dance in Come On Free, mentre in I'M All In la chitarra è fieramente in prima linea e la voce ospite a duettare è quella di Dug Pinnick, voce e basso dei mai troppo lodati King's X. Artista completo, non solo chitarrista, che meriterebbe l'attenzione di tutti gli appassionati dei suoni più classici e roots del rock, gli stessi che scappano quando leggono i nomi di Mr.Big e Poison associati al suo. Lasciatevi incuriosire. Quello che vorrei tanto sentire-ancora-da Lenny Kravitz (quello dei primi due album), l'ho trovato in questo disco.

vedi anche
RECENSIONE: THE WINERY DOGS-The Winery Dogs (2013)
REPORT/LIVE: RICHIE KOTZEN live @ Rock'n'Roll Arena, Romagnano Sesia (NO), 20 Marzo 2012
RECENSIONE: RICHIE KOTZEN-The Essential Richie Kotzen (2014)

lunedì 23 febbraio 2015

RECENSIONE:JONATHAN WILSON (Slide By)

JONATHAN WILSON Slide By (Bella Union Records, 2014)




Come una volta
Gli sono bastati due dischi per accaparrarsi prima le simpatie di quel pubblico che vive ancora dentro la bolla spazio-temporale dei ‘70, in seguito la stima di artisti che in quella bolla ci soffiarono dentro per primi, e scorrendo i credits del secondo album FANFARE si capisce bene chi siano. Se l’ascolto distratto della sua arte potrebbe far pensare ad un semplice replicante, con un po’ di pazienza (gli ascolti distratti non funzionano) si capisce quanto viva la musica con vero trasporto e che il Laurel Canyon non sia solo un luogo dove abitare ma un tatuaggio marchiato a fuoco nell’anima.
Questo EP di cinque canzoni, uscito a ridosso del Record Store Day, presenta due nuove composizioni recuperate dalle session di FANFARE (la pianistica Slide By e la dedica al suo idolo Alpha Blondy Was King) e tre cover: la dylaniana Coming To Los Angeles di Arlo Guthrie, Free Advice (The Great Society) e i quasi nove minuti di Angel (Fleetwood Mac). Artista a tutto tondo, produttore e, ora come ora, unico ponte lisergico e credibile tra passato e presente, USA e UK, tra rock e sogno.
 Enzo Curelli 7 da Classi Rock #27



lunedì 16 febbraio 2015

HAYSEED DIXIE live @ Spazio 211, Torino, 13 Febbraio 2015



SETLIST
Hells Bells/Kirby Hill/You Shook Me All Night Long/War-War Pigs/Tolerance/Eye Of The Tiger/Don't Stop Believin'/Laying In The Backyard/Ace Of Spades/Eine Kleine Trinkmusic/Bohemian Rhapsody/Schnaps Dar War Sein Letztes Wort/We're Not Gonna Take It/Corn Liquor/She Was Skinny When I Met Her/Fat Bottomed Girls/Pour Some Sugar On Me/I'm Keeping Your Poop/Moonshine's Daughter/Duelling Banjo/Highway To Hell/Hotel California (medley)/Whisper