martedì 25 settembre 2018

recensione: CLUTCH (Book Of Bad Decisions)

CLUTCH   Book Of Bad Decisions (Weathermaker Music, 2018)




 Ai Clutch del music business non è mai importato più di tanto, nonostante un passato con la Atlantic e buoni successi nelle radio di settore americane. Dopo ventotto anni di onorata carriera sono ancora qui, coerenti anche se un po' diversi, a scalciare come ai primi tempi con gli ampli tarati e fumanti, manciate di terra da tirare alle band più imbellettate e la voce da orco del cantante Neil Fallon a declamare i suoi testi. Una menzione la merita la politica ‘How To Shake Hands’ dove rivela la prima cosa che farà quando diventerà presidente degli Stati Uniti d’America : rivelare i nomi di tutti gli UFO e mettere Jimi Hendrix in una banconota da venti dollari. Bene aspetteremo. In eterno credo. BOOK OF BAD DECISIONS registrato a Nashville nel giro di sole tre settimane è decisamente un album di pesante e diretto blues (‘Sonic Consuelor’ e il southern di ‘Hot Bottom Feeder’ ne sono due facce diverse), ma blues come lo intendono dalle parti di Germantown nel Maryland: caricato a dosi di fumante Stoner nell’apertura ‘Gimme The Keys’ con ricordi persi nel loro primissimo tour, impegnato a ripetere la lezione dei papà Black Sabbath nella possente marcia hard di ‘A Good Fire’ , oppure caricato di groove come nella curiosa e riuscitissima incursione nel funk con la trascinante ‘In Walks Barbarella’ e i suoi fiati. ‘Vision Quest’ è un carrarmato in discesa sui tasti di un indiavolato piano honky tonk come se Chuck Berry fosse ritornato per un’ultima jam. Ogni tanto si tira il fiato: in ‘Emily Dickinson’ con un organo Hammond in evidenza , l’assolo di Tim Sult e con un finale a sorpresa e nell’epico, inquietante e fumoso finale ‘Lorelei’ che cresce e finisce con una batteria che rimanda alla guerra di secessione. L’aquila, simbolo degli States, ci mostra spalle e sedere. Qui scopriamo il perché.







mercoledì 19 settembre 2018

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 68: GUY CLARK (Old No1)

GUY CLARK   Old No 1 (1975)




 Con un debutto di questo genere ci campi in eterno. Guy Clark ci arrivò a piccoli passi, passando di città in città (dal natio Texas a Houston, da San Francisco a Los Angeles fino all’approdo in quel di Nashville), esperienze dopo esperienze: dai primi passi nel mondo degli adulti nell’hotel che apparteneva alla nonna a Monahans in Texas, alla prima chitarra ricevuta a sedici anni che gli aprì un nuovo mondo sperimentato con le canzoni in lingua spagnola, fino al lavoro presso un liutaio di chitarre dobro. L’amicizia con Townes Van Zandt, l’incontro con Susanna Talley, artista e musicista, che diventerà sua moglie e musa ispiratrice. Si conobbero nel 72 e non si lasciarono più fino alla morte di lei. Clark fece in tempo a dedicargli il suo ultimo disco, il magnifico My Favorite Picture Of You uscito nel 2013, prima di lasciarci pure lui nel Maggio del 2016 . Intanto in quei primi anni settanta, vagabondando di città in città, metteva via canzoni su canzoni: ‘LA Freeway’ (scritta dopo la deludente parentesi a Los Angeles)e ‘ Desperados Waiting For The Train’ (ecco il romantico fuorilegge ispirato da Jack, il compagno della sua vecchia nonna) finirono nelle mani di Jerry Jeff Walker che ne fece buon uso, altre finirono a Rita Coolidge e Billy Joe Shaver , tra i tanti. Il debutto arrivò tardi ma che debutto! Si riappropriò di alcune di quelle canzoni, già lì pronte solo da registrare. Clark vive ormai in città ma nei testi ci mette tutta la polvere del suo Texas e la vita delle persone più semplici e indifese, trasformando le immagini di vita reale in metafore- Bob Dylan apprezzerà tantissimo-stupende le immagini evocate dalla nostalgica ‘Texas 1947’ in questo senso: i vagabondi (‘Istant Coffee Blues’), le cameriere, le autostoppiste (‘She Ain’t Goin’ Nowhere’), gli ubriachi, gli ultimi, i fuorilegge e i perdenti. Gli amori. Dieci ritratti acustici, dagli arrangiamenti semplici che toccano il country, il folk e l’honky tonk, intimi ma carichi di poesia e malinconia con qualche bello scatto bluegrass (‘A Nickel For The Fiddler’). Intanto ai RCA Studios di Nashville, Tennesse, come la tradizione texana vuole, si riunisce una bella banda di musicisti a dare man forte: dai veterani Johnny Gimble (violino), David Briggs (piano), Chip e Reggie Young (chitarre) agli allora giovanissimi Steve Earle, Rodney Crowell e Emmylou Harris che non potevano avere maestro migliore. E non furono gli unici allievi di un songwriter cardine per tutte le generazioni che verranno.

ph.Jim Mcguire


 


mercoledì 12 settembre 2018

RECENSIONE: ALEJANDRO ESCOVEDO with DON ANTONIO (The Crossing)

ALEJANDRO ESCOVEDO with DON ANTONIO  The Crossing (Yep Roc Records, 2018)







 la miglior risposta a Trump e Salvini
Le grandi rockstar che ci mettono ancora la faccia denunciando in musica i peggiori mali che attanagliano questo mondo allo sbando le contiamo sulle dita di una mano oramai, mentre l’altra è comodamente adagiata in tasca al caldo. Tocca allora a personaggi minori (intendo come successo) quali ALEJANDRO ESCOVEDO segnare la strada e indicare la via. Escovedo lo fa nella maniera più completa e veritiera possibile: prima perché è uno che ha sempre combattuto per ottenere quel che ha raggiunto ora a 66 anni sia nel mondo musicale che nella vita, vincendo tante battaglie, poi perché si lancia in un lungo e ambizioso concept album, vario musicalmente e carico di contenuti. Non è da solo questa volta ma si fa accompagnare da ANTONIO GRAMENTIERI e i suoi DON ANTONIO (Denis Valentini al basso, Matteo Monti alla batteria, Gianni Perinelli, Francesco Valtieri ai fiati e Nicola Peruch alle tastiere) , musicista italiano apprezzatissimo a certe latitudini rock degli Stati Uniti fin dai tempi del suo progetto SACRI CUORI. I due saldano così un’amicizia che li portò a girare insieme in un tour di 35 date in 40 giorni l’anno scorso dopo il bellissimo BORN SOMETHING BEAUTIFUL uscito nel 2016 (“Mi sono innamorato di loro” dice Escovedo parlando di DON ANTONIO). E anche in questo concept, nato e registrato in Italia a Villafranca con il produttore Brian Deck, viaggiano insieme, unendo le loro esperienze da immigrati: un messicano e un italiano (Diego e Salvo) che approdano negli Stati Uniti, in Texas, (si apre il tutto con ‘Andare’)nel nome della musica punk rock alla ricerca dei grandi gruppi come Ramones, MC5, New York Dolls , ad accoglierli invece il razzismo e la discriminazione verso gli immigrati.
Temi caldi sia negli States (ecco ‘Fury & Fire’ un attacco alla politica “alza muri” di Trunp) che in Italia. Dentro alle diciassette tracce tutto l’universo musicale che i due si portano dietro da sempre: tracce tex mex (le forti immagini di confine dipinte in ‘Footsteps In The Shadows’, ‘Texas Is My Mother’), spoken word song (‘Rio Navidad’ scritta da Willy Vlautin e letta da Freddy Trujillo, entrambi dei Richmond Fontaine), tratti swing (‘How many Time’) e jazzati (‘amor Puro) con qualche bella stoccata punk garage con le chitarre taglienti come ai tempi dei Nuns con ‘Outlaw For You’ e ‘Sonica USA’ che vede la partecipazione di WAYNE KRAMER (MC5) e con JAMES WILLIAMSON (The Stooges) in ‘Teenage Luggage’e ballate intense ed evocative come ’Something Blue’. Senza dimenticare la partecipazione di JOE ELY in ‘The Crossing’ e nella sua ‘Silver City’, uno che certi luoghi li conosce a memoria, e di Peter Perrett e John Perry degli The Only Ones, gruppo cult britannico all’opera nei fine settanta, che si riuniscono insieme dopo 40 anni. Con questo disco Escovedo, figlio di immmigrati messicani, scrive su un lato del foglio la sua personale autobiografia, nel retro imprime la radiografia di un mondo ancora troppo impreparato per accogliere ma sempre disponibile nel posare cemento di puro e insensato odio sui mattoni.


ALEJANDRO ESCOVEDO-Born Something Beautiful (2016)

venerdì 7 settembre 2018

RECENSIONE: NOWHERE BROTHERS (Down Life Boulevard)


 NOWHERE BROTHERS  Down Life Boulevard (autoproduzione, 2017)







fratelli si diventa
Basterebbe la bella storia di amicizia che si cela dietro alla realizzazione delle dieci canzoni che compongono il debutto del duo NOWHERE BROTHERS, per capire quanto amore per la musica serpeggi nelle loro vite. Nicola Ventolini (voce e armonica) e Roberto Fiorelli (voce, chitarra, piano e stomp) sono due amici italiani, i percorsi della vita li hanno portati a vivere a molta distanza l’uno dall’...altro: Roberto abita in Arizona, Nicola in Inghilterra. Il punto d’incontro è ben focalizzato in questo disco fatto di poco, registrato a Phoenix con la strumentazione ridotta all’osso, ma ricco di sentimenti e presentato in modo eccellente (testi cantati in inglese con traduzione in italiano nel libretto) e che ha nella canzone 'Nowhere Brothers' che apre il disco il passaporto per l'intero progetto. "Fratello Imbraccia la slide… “ cantano.
Folk americano costruito su chitarre acustiche e slide, armonica, voci e poco altro. Possiamo incontrare lo Springsteen dolente di Nebraska, il folk del primo Dylan, la scena grunge dei 90 nella veste spoglia ed unplugged (Alice In Chains, Eddie Vedder e Mark Lanegan), i songwriter americani di frontiera vecchi (Ry Cooper, Tom Russell, John Hiatt) e più recenti (Ryan Bingham, Thom Chacon). Si calpestano i territori aridi e desertici una volta appartenenti ai nativi americani (‘Stillness’), si respira aria di libertà (‘Bearing Your Name’), c’è il rifiuto verso l’oppressione dell’omologazione imposta dalla società (‘Dustwalker’), la ricerca della pace interiore (‘Peace’). L’estate volge al termine ma credo sia questo il momento migliore per salire in macchina al tramonto, abbassare il finestrino e godersi i 35 minuti di questo prezioso, piccolo disco, andando incontro alla notte e a quella luna che difficilmente si farà prendere-fortunatamente-continuando a farci sognare ancora un po'.






 

martedì 4 settembre 2018

RECENSIONE: MARK LANEGAN/DUKE GARWOOD (With Animals)

MARK LANEGAN/DUKE GARWOOD  With Animals (Heavenly Recordings, 2018)
 
 
 
 
 

il sentiero delle ombre
Quando cinque anni fa uscì Black Pudding il primo disco della coppia Mark Lanegan/Duke Garwood, Lanegan fu molto chiaro nello descrivere il suo nuovo compagno di viaggio britannico, conosciuto nel 2009 : “uno dei miei artisti preferiti e una delle migliori esperienze di registrazione della mia vita." Parole importanti. Da allora i due hanno iniziato una intensa collaborazione sublimata in questo secondo disco. Registrato in analogico su otto piste, WITH ANIMALS segue la scia minimale di quel debutto, riuscendo nell’impossibile impresa di essere ancora più scarno e all’osso ('Lonesome Infidel' è costruita con il nulla) colonna sonora perfetta per un viaggio in solitaria dentro agli abissi della mente umana. Garwood ha condotto la parte musicale composta da chitarre che si adagiano su un tappeto sbiadito di beat e loop elettronici, quasi da battito cardiaco, in un flusso creativo istintivo e solitario (la title track è nata proprio così con Garwood che si allontana dall’umanità per rifugiarsi nel suo io con l’unica presenza degli animali intorno), Lanegan ci ha messo la voce, il malessere e la profondità che si trascina dietro da una vita.
“La nostra musica è istinto, non ne parliamo, la facciamo e basta. Penso che se tu sei in pace col tuo lavoro e lo senti, le cose funzionano, fluiscono, vengono da sé…” dice Garwood.
Sono nate canzoni rarefatte che sembrano uscire da anfratti fumosi (‘My Shadow Life’ dove compare pure un sax) nelle ore più scure, misteriose e silenziose della giornata (‘Save Me’, ‘Ghosts Stories’) quando anche i sentimenti in apparenza più luminosi indossano gli abiti più scuri e iniziano a farsi le domande più inopportune giocando pericolosamente con la morte (‘My Shadow Days’, ‘One Way Glass’). Quando a prevalere è la necessità di redenzione (il folk nero di ‘Upon Doing Something Wrong’).
Sono blues anticonvenzionali, quelli preferiti da Lanegan (‘Spaceman’, ‘LA Blue’) che sublima il tutto nella finale ‘Desert Song’, ballata da crepuscolo da una manciata di minuti che non sembra avere un parola fine, ma prolungarsi in modo infinito tra le terre di Joshua Tree, alla ricerca di una luce salvifica.
 
 
 
 

sabato 1 settembre 2018

RECENSIONE: ALICE IN CHAINS (Rainier Fog)

ALICE IN CHAINS  Rainier Fog (BMG, 2018)







l'ombra scura del monte Rainier
"La nostra musica è un gigantesco ed efficace atto di esorcismo nei confronti di tutto quello che non amiamo o che finirebbe per portarci nella tomba...". Fa un certo effetto rileggere questa dichiarazione estrapolata da una vecchia intervista apparsa su HM nel Marzo del 1993, alla luce di quello che successe il 5 Aprile 2002, quando Layne Staley raggiunse il fondo di quell'abisso che lo accompagnò per tutti i suoi (soli) 35 anni di vita. Qualcosa non deve aver funzionato a dovere. Senza dimenticare le ombre dietro la morte di Mike Starr, deceduto nel 2011.
 Gli Alice In Chains hanno nuotato in acque torbide negli anni novanta, il loro disco di maggior successo commerciale, Dirt (1992), fu la ricetta per esorcizzare tutto ciò, premiato anche dalle vendite, ma nulla potè per depurare l'acqua, che anzi via via si fece sempre più nera e inzaccherata, preferendo seguire il pericoloso percorso scavato dal loro cantante. Gli Alice In Chains di oggi, però, vivono nel presente, Jerry Cantrell continua a ribadirlo a più riprese: non amano girarsi troppo indietro e già lo hanno dimostrato con i precedenti Black Gives Way To Blue e The Devil Put Dinosaurs Here. Continuano a camminare per la loro strada, lasciando ai critici il compito di nominare il nome di Layne Staley una volta su tre in cerca di paragoni (impossibili e deleteri). C'è la voglia di sotterrare i ricordi negativi (quelli pesanti, vissuti in prima persona) ma c'è anche la difficoltà nel farlo completamente; quelli che hanno segnato profondamente le liriche rimangono a dare l'imprinting della loro musica, lasciando solamente alle canzoni il compito di parlare, un po' come se la copertina di Dirt rappresentasse il loro status odierno: un po' dentro, un po' fuori da quelle sabbie. William DuVall, poi, mi sta simpatico a pelle, si sta dimostrando un cantante-e chitarrista-con una personalità propria e vincente, capace di tenersi alla larga dai possibili paragoni con l'illustre, inarrivabile, e maledetto predecessore, anche se gli spazi sembra che debba guadagnarseli con il tempo e le unghie ben affilate. E questo è il momento giusto. E sappiamo tutti quanto il cambio del cantante in una band sia sempre faccenda delicata, costruita su complessi equilibri interpersonali. La verità è che la band di Seattle sembra molto compatta oggi come allora (sempre con Mike Inez al basso e Sean Kinney alla batteria), complice la maturità e l'esperienza.
RAINIER FOG è un disco monolitico, forse il punto più alto di questa seconda vita della band, registrato nuovamente a Seattle, i 4000 metri del monte Rainier, di origine vulcanica a dominare lo stato di Washington, è lì a ribadirlo, un ritorno a registrare nella loro città dopo più di vent'anni. Cantrell guida le danze fin dall’apertura ‘The One You Know’, un gigantesco, marziale e cadenzato riff per ribadire e certificare che il sound è quello di sempre, riff grossi legati con spesse catene al doom sabbathiano in ‘Drone’ e ‘So Far Under’, aperture lisergiche come avviene in ‘Red Giant’ e ‘Deaf Ears Blind Eyes’, mentre ‘Rainer Fog’ e ‘Never Fade’ possiedono il groove e l’immediatezza dei giorni della gioventù. Non mancano le caratteristiche armonie vocali che li hanno resi unici e inimitabili nel panorama dei ‘90 e alcuni momenti più ariosi come ‘Fly’ e l’acustica ‘Maybe’, in queste cose sono sempre stati dei fuoriclasse e dei precursori alle loro latitudini, che portano al finale struggente di ‘All I Am’, sette minuti che lasciano il segno in profondità. E se in alcuni passaggi sentirete odore di Deja Vu, chiamatelo trade mark e il problema è risolto. Cantrell dice: “è un disco che ha tutti gli elementi di qualsiasi cosa ti aspetti da noi. Ha la nostra impronta digitale”. Amen.





giovedì 30 agosto 2018

RECENSIONE: THE GREEN MUSHROOM BAND (Low)

THE GREEN MUSHROOM BAND  Low (autoproduzione, 2018)





“In memoria di Gregg Allman” si legge all’interno del digipack e la copertina sembra riportare proprio agli Allman Brothers, certamente una degli amori principali che Riccardo Stura, chitarrista originario del Canavese ma con radici che hanno invaso e attecchito nel biellese, ha riversato dentro al debutto della sua nuova creatura THE GREEN MUSHROOM BAND (Silvano Ganio Mego al presentissimo basso e chitarre, Emmanuele Pella alla batteria). Lasciata nella custodia la chitarra elettrica del suo più recente progetto hard blues Buffalo Trio, tirata a lucido solamente per un bel assolo in ‘Forever Rollin On’, libera nelle dieci canzoni il suo lato più intimo e accomodante, proseguendo in modo originale il progetto acustico con cui rilegge e porta in giro il repertorio di Bruce Springsteen e ricollegandosi alla vecchia avventura Tag My Toe. Se durante i quaranta minuti di ascolto viene a mancare lo scatto rock ed elettrico che mi sarei aspettato da lui (ecco però la chitarra elettrica dell’ospite Jacopo Tommassini in ‘Guns In Our Hands’), tutte le canzoni sembrano unirsi in un unico concept musicale avvolgente e cullante con un piede nella musica americana tra accenti southern, west coast e nelle ballate di Neil Young (‘Mud In Your Eyes’ ha lo stesso passo di ‘Out In The Weekend’) e l’altro nel folk britannico a cavallo tra i ’60 e ’70 grazie ai preziosi interventi del sax di Sebastian Loyola Castillo (‘Before I Sell My Soul To You’). Mentre il flicorno soprano di Igor Vigna (anche tromba) in ‘Handcuffed To Your Life’ sembra riportarci a certe border song care ai Calexico, interessanti sono gli interventi vocali di Chiara Cortese nella spensierata ‘Don’t Dissapear’ dall’appeal pop e sognante e nella più oscura ‘Forever Rollin On’. Un disco dal passo lento e sinuoso che può avvicinarsi a piccoli passi alla seconda prova senza timore, basta un pizzico di esuberanza in più da unire a una buona dose di potenzialità ancora tutte da scoprire.



 
 

lunedì 27 agosto 2018

RECENSIONE: THE PROCLAIMERS (Angry Cyclist)

THE PROCLAIMERS    Angry Cyclist (Cooking Vinyl, 2018)




gli scozzesi non le mandano a dire

I profili dei volti di quei due gemelli dai capelli biondi con occhiali spessi alla Buddy Holly che campeggiava nella copertina del disco di debutto This Is The Story, uscito 31 anni fa, a ben vedere sono gli stessi di oggi, se aggiungete qualche ruga e capelli bianchi in più . Gli scozzesi Craig e Charlie Reid non ricevono più “lettere dall’America”, hanno percorso molto più di “500 miglia” ma in questi anni hanno continuato a incidere dischi con la consueta ironia e battagliera vena sarcastica che li hanno contraddistinti. L’ultimo fu Let’s Hear It For The Dogs uscito tre anni fa. Anche le armonie vocali caratterizzate da quell’accento scozzese tanto sbeffeggiato dai vicini di casa è lo stesso di sempre, di quei metà anni ottanta trascorsi in buona compagnia a quelle latitudini: Housemartins, Smiths, Billy Bragg, Andy White erano figli della stessa battaglia. Il mondo intorno alla loro Scozia è cambiato ma i problemi sono gli stessi di sempre: la Thatcher non c’è più da un po’ ma ora si chiamano Brexit, Donald Trump, anche il referendum per l’indipendenza scozzese non andato a buon fine rema contro. “Io davvero non vedo alcun modo di uscirne. Penso che sia l'errore più grande che abbia mai visto fare a un elettorato occidentale. Assolutamente l'errore più grande. Ma è stato fatto. " dicono i Proclaimers a proposito della Brexit.
 ‘Angry Cyclist’ apre il disco in modo feroce con una metafora pungente, un inno contro il bigottismo imperante che si aggancia a ‘Classy’ e ‘Looted’, argute osservazioni sull’Impero Britannico, e la sua "caduta". È un disco urgente, con le canzoni che difficilmente superano i tre minuti. La loro collaudata e contagiosa miscela di folk pop, addolcita da arrangiamenti d’archi, a volte aspra come il vecchio skiffle (‘A Way With Words’) e ritmata di R&B ('Stretch') sa anche parlare al cuore come avviene in 'You Make Me Happy' e in ‘Streets Of Edimburgh’, dedicata alla loro città, agli abitanti, alle mura piene di storia e riflettere sul tempo che passa inesorabile come avviene in ‘Then It Comes To Me’. In patria sono un’istituzione, i loro concerti sempre pieni, fuori dai confini spesso dimenticati. A me sono sempre stati simpatici e alzo sempre una birra alla loro salute ad ogni nuova uscita.


 

 
 
 

lunedì 20 agosto 2018

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 67: TOM PACHECO (Eagle In The Rain)


TOM PACHECO   Eagle In The Rain (1989)





 È spesso dimenticato TOM PACHECO, eppure il suo album Woodstock Winter che registrò nel 1997 è un pezzo pregiato dell’american music degli anni novanta. Un songwriter girovago per vocazione, cresciuto in una piccola fattoria a Darthmouth nel Massachusetts, classe '46, ma di casa nella vecchia Europa per molti anni (Norvegia e Irlanda). Per registrare quell’ album ritornò in America, a Woodstock, negli studi di Levon Helm che per l'occasione gli fece una sorpresa chiamando in studio anche Rick Danko e Garth Hudson: una buona fetta di The Band gira un altro walzer per Pacheco. Produce Jim Weider, a cui tocca anche il compito di fare (bene) le veci della chitarra di Robbie Robertson. EAGLE IN THE RAIN, invece, uscì nel 1989 e fu il primo disco ad uscire dopo il suo trasferimento a Dublino. Un disco prodotto dal folker irlandese Arty McGlynn che ottenne buone recensioni all’uscita accrescendo la sua reputazione in Europa a scapito di una madre patria poco benevola (controllate la sua scarna pagina su Wikipedia), e che mette fortemente in risalto la sua sopraffina scrittura folk, ricca di storie e particolari come solo il miglior Bob Dylan che incrociò pure nel periodo d’oro del Greenwich Village negli anni sessanta potrebbe fare.

Canzoni come ‘She Always Thought He’d Come Back’ e la lunga ‘Midnight At The Hot Club’ ne sono l’esempio più marcato, oltre a una certa dose d’impegno in ‘You’Will Not Be Forgotten’ che si riallaccia ad Amnesty International, in ‘Made In America’ attacca l’uso e l’abuso di armi da fuoco negli States, un tema sempre caldo, l’impegno ecologico di ‘The Last Blue Whale In The Ocean’. Pacheco percorre le stesse vie di Townes Van Zandt e Eric Andersen, di Ranblin’ Jack Elliott e Woody Guthrie. Tom Pacheco lungo quelle strade non ha mai incontrato troppa fortuna.




PUNTATE PRECEDENTI
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #18: BOB DYLAN-Street Legal (1978)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #19- CRAZY HORSE-Crazy Horse (1971)

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #20-TOM PETTY-Wildflowes/Echo (1994/1999)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #21-NICOLETTE LARSON-Nicolette (1978)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #22-AMERICA-Silent Letter (1979)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #23-ERIC ANDERSEN-Blue River (1972)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #24-BADLANDS-Voodo Highway (1991)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #25-GEORGE HARRISON-Living In The Material World (1973)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA#26: DAVID CROSBY GRAHAM NASH-Wind On The Water (1975)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #27: DICKEY BETTS & GREAT SOUTHERN (1977)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #28: JUNKYARD-Junkyard (1989)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #29: STEPHEN STILLS (1970)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #30: RITMO TRIBALE-Bahamas (1999)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #31: SUZI QUATRO-Suzi Quatro (1973)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #32: BADFINGER (1970)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #33:RONNIE LANE'S SLIM CHANCE    One For The Road (1976)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #34: EDOARDO BENNATO- Edo Rinnegato (1990)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #35: GENE CLARK-White Light (1971)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #36: JOHNNY WINTER-Second Winter (1969)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #37: CAPTAIN BEYOND-Captain Beyond (1972)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #38: ROD STEWART-Every Picture Tells a Story (1972)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #39: GEORGE THOROGOOD & DESTROYERS-Bad To The Bone (1982)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #40: THE ROLLING STONES-Their Satanic Majesties Request (1967)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #41: ALBERTO FORTIS (1979)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #42: NOMADI-Gente Come Noi (1991)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #43: CROSBY, STILLS & NASH-Daylight Again (1982)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #44: TERRY REID (River)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #45: JACKSON BROWNE-Running On Empty (1977)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #46: THE ROLLING STONES-Emotional Rescue (1980)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #47:TOM PETTY-Highway Companion (2006)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #48:STEVE FORBERT-Alive On Arrival (1978)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #49:CRY OF LOVE -Brother (1993)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #50:THE BLACK CROWES-By Your Side (1999 )
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #51: NEIL YOUNG-Re-Ac-Tor (1980)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #52: DUST-Dust (1971)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #53:THE GEORGIA SATELLITES-Open All Night (1988)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #54:LYNYRD SKYNYRD-1991/The Last Rebel (1993)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #55:CHRIS WITLEY-Living With The Law (1991)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #56:BOB DYLAN-Planet Waves (1974)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #57:BOB DYLAN-Infidels (1983)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #58:GRINDERSWITCH-Honest To Goodness (1974)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #59:THE DEL FUEGOS-Boston, Mass. (1985)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #60:BILLY JOEL-Cold Spring Harbor (1971)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #61:GRAM PARSONS-G.P. (1973)
DISCHI DAISOLA AFFOLLATA # 62: LOVE/HATE-Wasted In America (1992)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #63: SCREAMING TREES-Dust (1996)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #64: LOU REED-Sally Can't Dance (1974)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #65 BLACK SABBATH-Vol.4 (1972)
DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #66: HEART-Little Queen (1977)
 

martedì 14 agosto 2018

RECENSIONE: STEVE FORBERT (The Magic Tree)

STEVE FORBERT   The Magic Tree (Blue Rose Music, 2018)






Già solo l’uscita di un nuovo disco di Steve Forbert, Magic Tree (il 14 Settembre), è una vittoria sulla cattiva sorte che lo ha perseguitato nell’ultimo periodo, tra cui un intervento chirurgico ai reni e sedute di chemioterapia. Si presenta come un disco nuovo anche se in verità è una raccolta di vecchie canzoni dimenticate, vecchi demo incompiuti, ripresi e fatti rinascere una seconda volta con l’aiuto del produttore Karl Derfler e con lo spirito combattivo di oggi che poi è lo stesso di sempre. Fanno da collante la sua voce affidabile e sempre accomodante, i suoi folk semplici ricamati con chitarra e armonica (‘The Magic Tree’, ‘The Music Of The Night’) le melodie fortemente evocative (‘Carolina Blue Sky Blues’, ‘Lookin At The River In The Rain’), qualche raro sprazzo più elettrico (‘Let’s Get High’) e quella voglia di viaggiare che non è mai venuta meno (‘Movin Through America’) e che ha contraddistinto i suoi primi giorni di carriera. Il primo singolo uscito è ‘That’d Be Alright’.
Il disco farà da giusta colonna sonora al libro autobiografico Big City Cat: My Life in Folk Rock che uscirà in contemporanea, storia di quel giovane ragazzo del Mississippi che a fine anni settanta cercò a New York la sua arte. Qui ancora presente, nonostante tutto.






venerdì 10 agosto 2018

RECENSIONE: THE MAGPIE SALUTE (High Water I)

THE MAGPIE SALUTE    High Water I (Mascot/Eagle Records, 2018)
 
 
 
 
 
 
 
un saluto alla gazza
 
High Water I è la prima parte del ricco disco registrato ai Dark Horse Studios di Nashville che fa seguito al debutto dello scorso anno. Fu un debutto anomalo ma degno del passato dei tre ex corvi Rich Robinson, Marc Ford, Sven Pipen con la nuova voce di John Hogg che vince bene la scommessa, con Matt Slocum alle tastiere e Joe Magistro alla batteria. Se allora scaldarono i motori con una scaletta di canzoni già conosciute e registrate live in studio con una formazione allargata a dieci elementi che loro stessi accomunarono alle carovane variopinte e numerose di Joe Cocker con i suoi Mad Dogs e Delaney And Bonnie, tanto per ribadire quali siano le radici del progetto, questa volta compongono così tante canzoni che si è reso necessario dividere il tutto in due uscite. La prima parte fuori oggi, 10 Agosto, la seconda nel 2019. “Il disco dell’anno scorso era più una celebrazione della musica che avevamo fatto insieme. Era quasi una rivisitazione, quasi come una cosa dei Mad Dogs and the Englishmen. Ci siamo divertiti ed è stato davvero bello. Mentre eravamo in tour l'anno scorso e abbiamo iniziato a concentrarci su ciò che avremmo fatto dopo, ci siamo resi conto di voler essere una band: vogliamo andare in studio, fare un disco e diventare una vera band.” Ascoltando il disco e prestando attenzione alla durata delle canzoni si può notare come questa volta abbiano badato alla forma canzone con più accuratezza e rigore compositivo con una grande attenzione ai dettagli, senza eccedere in lunghezza, non andando mai oltre i sei minuti: la più lunga è la seconda traccia ‘High Water’ con i suoi 5 minuti e 45, canzone che intreccia la West Coast con impasti di chitarre acustiche e voci che riportano ai tempi dei primi CSN così come ‘Walk On Water’ fa salire i Byrds a bordo dei Led Zeppelin in volo radente sopra le campagne del Galles e in cabina comando pare sia seduto Dylan. L’album si apre con il botto, ‘Mary The Gypsy’ è un rock vizioso con le chitarre di Robinson e Ford che grattano furiose ma è veramente difficile inquadrare un album che fa della varietà il suo punto forte. Se ‘Send Me An Omen’ batte le strade hard dell’apripista, nel resto del disco si passa dal soul con forti melodie beatlesiane di ‘Sister Moon’ al crescendo gospel di ‘Color Blind’ che non nasconde il suo importante messaggio antirazzista scritto e cantato con trasporto da Hogg, dal southern rock di ‘Take It All’ che riallaccia i ponti con i padri degli anni settanta, al quieto e carezzevole country condito da pianoforte e lap steel di ‘You Found Me’ che sa infondere libertà, dal blues di ‘Can You See’ che ricorda il migliore Stephen Stills, al divertente honk tonk di ‘Hand In Hand’ fino al finale ipnotico e tetro di ‘Open Up’ che conclude il disco con un volo leggero dentro a una foresta nera e impenetrabile.
L’ombra generata dalle ali aperte dei Black Crowes (si ascolti ‘For The Wind’) è sempre in agguato anche se loro sono abbastanza scaltri per volare liberi verso la luce del sole. A riguardo sono abbastanza chiari: “il confronto con i Black Crowes non ha alcun senso. Naturalmente guardiamo indietro nei set live. Siamo ancora molto orgogliosi del lavoro dei Crowes e fintanto che la gente continua a chiederlo, ci sarà una particolare attenzione verso loro durante le serate. I Magpie Salute, tuttavia, sono una nuova band con musicisti che hanno un legame speciale che stanno vivendo cose molto belle insieme.”
E questa prima parte di High Water è qualcosa di molto bello, dai toni molto più leggeri e freschi rispetto a quello che ci saremmo aspettati dopo il debutto ma mantenendo inalterati i legami verso la musica degli anni 60/70, sia essa figlia del soul, del southern rock, del country o della psichedelia. La confraternita di Chris Robinson da oggi sentirà il fiato sul collo. Salutiamo la nuova gazza, non farlo sembra porti sfortuna.