martedì 3 dicembre 2013

RECENSIONE:GENERAL STRATOCUSTER AND THE MARSHALS(Double Trouble)

GENERAL STRATOCUSTER AND THE MARSHALS  Double Trouble (Red Cat Records/Audioglobe, 2013)

Un valoroso generale ben saldo al comando con sei corde di chitarra Fender tese, accordate e puntate verso il passato, e quattro potenti casse collegate ad amplificarne i comandi. Cosa chiedere di più ad una rock band? Quando poi ci mettono nove canzoni per 35 minuti di musica (la perfezione, quella dei dischi di un tempo) senza riempitivi e note inutili, il gioco è fatto. Piace e convince. Lo scetticismo legato alla corta longevità discografica dei super gruppi-la fascinosa e dannata storia del rock vuole così-è annullato dal seguito del superbo esordio della band fiorentina, un concentrato di sana passione, con le diverse carriere musicali dei componenti  che trovano la via comune nell'amore viscerale, raccontato a cuore aperto, per il sano hard rock/blues dei '70, quello inglese (Free, Jeff Beck Group, Led Zeppelin, Cream, Humble Pie, Stones) con ampie spruzzate di polveroso american roots,  suonato con la professionalità e l'esperienza che meriterebbero le più quotate piazze internazionali (visto lo striminzito spazio che i nostri media dedicano al rock sarebbe opportuno espatriare) con i locali quanto meno brulicanti di gente. Insieme a Rival Sons, The Answer e Scorpion Child, solo tre nomi affini alla band toscana venuti alla ribalta in campo mondiale negli ultimissimi anni, i General Stratocuster and the Marshals ci stanno alla grande e fanno la loro figura. Provare per credere. Internazionale è comunque il cantante: Jacopo Meille che, oltre a mille impegni in altre band e come critico musicale su svariati magazine, da alcuni anni è il frontman a tempo pieno dei britannici Tygers Of Pan Tang, storico gruppo della NWOBHM nato insieme a Iron Maiden, Saxon e Def Leppard ma rimasto cult, sfortunato e per pochi. Per pochi ma con l'augurio di esplodere lo sono, per ora, anche i GSATM.
Per chi si fosse perso il primo appuntamento, il consiglio è quello di andarsi a recuperare l'esordio omonimo del 2011 e poi continuare il viaggio partendo dalla viziosa, d'impatto e colorata copertina di questo Double Trouble (i caratteri del monicker vi ricordano qualcosa?). La band mantiene le promesse-già certezze-dell' esordio, lasciando il doppio gioco solamente alla parte iconografica del progetto. Qui non c'è nessun inganno. E' la verità del rock'n'roll a venire a galla: pane al pane, vino al vino, chitarre che suonano come chitarre (il generale Fabio Fabbri, è lui al comando), basso che stantuffa (Richard Ursillo già nei Sensation Fix e Campo di Marte), batteria che pesta quando deve (Alessandro 'Nuto' Nutini dei Bandabardò) e tastiere importanti nell'economia finale senza mai invadere (Federico Pacini), fin dalla prima traccia Drifter, suono teso, sinistro e zeppeliniano che prepara all'esplosione rock'n'roll di Cute Evil Angel che accoppia un rifferama alla Keith Richards alla timbrica plantiana di Jacopo Meille  che si conferma una delle migliori ugole sulla piazza. Lo shuffle di Double Trouble gioca viziosamente con il funk grazie alla presenza dei fiati, ricordando sì i Rolling Stones di metà carriera ma facendomi venire in mente anche il primissimo e ispiratissimo Lenny Kravitz di Mama Said, quello ancora lontano dallo show-business tritatutto.
What Are You Looking For fa scuotere il sedere, un cosmic honky tonk che fa a pugni contro la successiva Don't Be Afraid Of The Dark che dice tutto nel titolo, lenta atmosferica discesa nell'oscurità con la voce di Meille  che ci accompagna nel sottoscala tetro e spaventoso.
Per chi ha paura del buio, nella parte B-mi piace viverlo come un vinile-cala la tensione. Non la qualità, sia chiaro. Un trittico di ottime ballate acustiche (l'unico appunto che posso trovare è la loro sequenzialità), che esplorano la facciata americana fatta di scintillante country (Alone), il falsetto che accompagna I Just Got Scared , a metà strada tra Purple Rain e Wild Horsers , la melodica e sognante Time, facendo da preludio all'ultima scossa tellurica della finale Push The Limit, un veloce ed energico rock'n'roll, unione perfetta tra il lato yankee e quello british della loro musica. Un arrivederci con il botto, perché mi piace pensare che i General Stratocuster and the Marshals da super gruppo ("nella musica rock e pop in genere, il termine supergruppo o superband si riferisce a un gruppo musicale composto da musicisti particolarmente celebrati per il loro talento tecnico e in genere già divenuti famosi in altri gruppi" da: Wikipedia) diventino super gruppo ("band come poche in Italia" da: me stesso). Come riverniciare le stanze dell'hard rock/blues con colori (rigorosamente
made in Italy) ancora freschi, genuini e eternamente duraturi. Qualcuno, pace all'anima sua, lo cantava: Long Live Rock'n'Roll.
Ora pensateci voi.




vedi anche RECENSIONE: GENERAL STRATOCUSTER and the MARSHALS (2011)




vedi anche RECENSIONE: W.I.N.D.-Temporary Happiness (2013)




vedi anche RECENSIONE: MOJO FILTER-The Roadkill Songs (2013) 





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