lunedì 12 marzo 2018

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 55: CHRIS WHITLEY (Living With The Law)

CHRIS WHITLEY    Living With The Law  (1991)




Quando uscì questo debutto, la rivista Rolling Stone, ma un po’ tutta la critica musicale, non si risparmiò in elogi e lo premiò, tanto da dichiararlo la migliore opera prima dell’anno 1991. Whitley riuscì pure, grazie all’etichetta Columbia (che però lo scaricò al terzo disco) e al suo scopritore Daniel Lanois, a girare in tour con pezzi grossi come Bob Dylan e Tom Petty, ma era scritto nel destino che il suo futuro non potesse convivere con un certo star system già avviato e ben oliato: anima selvaggia, troppo tormentata e testarda per affrontare un eventuale successo che comunque mai avvicinò (suicida la scelta di uscire con il seguito, DIN OF ECSTASY, a ben quattro anni di distanza), nonostante canzoni come ‘Kick The Stone’ contenuta qui e nella colonna sonora del film campione d’incassi Thelma & Louise e il buon potenziale di ‘Big Sky Country’ avessero tutte le carte in regola per vincere più mani. Insomma, c’era tutto quello che un artista al debutto avrebbe sognato. L’infanzia da vagabondo seguendo i continui pellegrinaggi dei genitori (nato a Houston, si trasferì a Dallas, Connecticut, Mexico, Vermont) e i tormentati rapporti con il padre dopo il divorzio dei genitori furono i primi ostacoli di una vita vissuta sempre sull’orlo del precipizio, a cui si aggiunsero in seguito la continua ricerca di una stabilità esistenziale (da New York finì in Belgio, fino al ritorno in patria), il fallimento del matrimonio da cui nacque la figlia Trixie (che seguì le orme del padre, debuttando nel mondo discografico nel 2013), l’alcolismo che lo accompagnò fino alla precoce morte in totale solitudine a soli 45 anni per un male incurabile ai polmoni. Nonostante abbia sempre dichiarato di non amare il modo troppo pulito con cui furono registrate queste dodici canzoni prodotte da Malcolm Burn-l’album fu registrato nello studio casalingo di Lanois a New Orleans-LIVING WITH LAW rimane uno dei più importanti start di carriera degli anni novanta: la National steel guitar in bella evidenza, la voce calda e sanguinante era a proprio agio sia nei momenti più elettrici (‘Dust Radio’, ‘Bordertown’) che nei momenti acustici (‘Make The Dirt Stick’) e desertici. In seguito Whitley riuscì anche a raggiungere quella perfezione musicale che stava inseguendo, fatta di tanti spigoli, blues scarnificato fino all’osso, sperimentalismi (difficile inquadrarlo) ma sempre lontano dal grande pubblico e da un mondo che non lo metteva a proprio agio. Mai. Una parte della sua vena poetica pompata direttamente da un cuore sempre debole ma caldo come pochi, è cicatrizzata nei solchi di questo disco. A lui, però, non fatelo sapere.






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