venerdì 12 ottobre 2012

RECENSIONE: JAKE BUGG (Jake Bugg)

JAKE BUGG    Jake Bugg (Mercury Records, 2012)

Non fate quelle facce. Già immagino i vostri commenti mentre osservate la copertina di questo disco. No, lui non è il fratello gemello di Justin Bieber. Ha la stessa età, classe 1994, e per portarvi sulla retta via potrebbe anche permettersi-vista la raggiunta maturità- un accenno di barba come va di moda oggi tra gli hipster-folker, ma evidentemente l'aspetto fisico non gli interessa molto, preferendo mantenere la sua faccia pulita da bravo e broncioso ragazzo british in stile mod. L'unica cosa in comune con Bieber, fortunatamente, sono queste, l'età e il taglio dei capelli. Ora che siete più tranquilli, potete proseguire (non è un obbligo, comunque).
Pure io ho mancato il primo appuntamento con Jake Bugg e non sapevo nemmeno che faccia avesse. Complice del mio non avvenuto incontro è stato l'assurdo orario d'inizio del concerto di un altro giovane artista al suo debutto italiano: Michael Kiwanuka. Per dare spazio alla immancabile serata da discoteca del venerdì sera, ai Magazzini Generali di Milano si pensò di anticipare i tempi dei concerti e Jake Bugg che doveva aprire il set suonò quasi in orario da aperitivo. Me lo persi, e non ci feci caso più di tanto.
Ora però lo ritrovo con il primo disco omonimo, volutamento registrato quasi fosse un demo, anticipato di qualche mese dall'Ep Taste It che conteneva anche Kentucky (il suo sogno di musicista è chiuso qua dentro) e Green Man, qui non presenti .
Jake Bugg è nato nella operosa ed operaia Nottingham, ma potrebbe benissimo essere uscito da qualche Coffee House di Minneapolis, gli stessi frequentati dal giovane Bob Dylan. Sì, per il fiorente Bugg, l'appellativo di "nuovo Dylan" è già stato usato, e non così inutilmente. I riferimenti sono tanti, dalla fragile voce nasale che ricorda il primo Dylan, al carattere acustico delle sue canzoni, ai riferimenti artistici votati ai '50 (da Guthrie a Buddy Holly, da Hank Williams a Seeger) che sono gli stessi che influenzarono il giovane Zimmerman.
Arrivato alla musica quasi per caso a dodici anni, dopo l'abbandono del più popolare gioco del football, Jake Bugg ci è arrivato senza le scorciatoie, spesso illusorie di oggi. Niente talent show, quindi, ma una passione smodata tramandata dai genitori sia per il vecchio blues primigenio di Robert Johnson e quello contaminato di Hendrix, sia per il folk americano del primissimo Dylan, e di Donovan, ma anche per il rock'n'roll di Buddy Holly, e per le sue band preferite: i Beatles e gli Oasis. Proprio in questi mesi sta coronando un sogno, aprendo i concerti del suo idolo Liam Gallagher (che a sua volta stravede per lui), senza dimenticare i tour con Stone Roses, Snow Patrol e il già citato Michael Kiwanuka.
Lightning Bolt, il primo singolo, è un up-tempo a metà strada tra l'originario Dylan e quello prossimo alla scoperta elettrica di "Bringing It All Back Home", con un testo che sembra mettere subito in chiaro le cose: dichiarazione di vita precisa e dimostrazione di totale indipendenza dentro alla sua città (Sirens of an ambulance comes howling/Right through the centre of town and/No one blinks an eye/And I look Up to the sky in the path of a lightning Bolt), così come Trouble Town che potrebbe essere uscita dalle famose session tra Dylan e Johnny Cash del 1969.
Country Song ha la semplicità acustica e penetrativa del folk, così come la delicatezza da cuori infranti di Someone Told Me
Ma anche la potenzialità da tormentone sulla scia dei fratelli Gallagher di Seen It All, o l'accenno alla brit/beat generation di Two Fingers, (I drink to remember/I smoke to Forget) tra Beatles, Kinks e eredi (Oasis, Blur, Artic monkeys), o ancora il vecchio e veloce rock'n'roll alla Buddy Holly di Taste It . Insomma il ragazzo si presenta più che bene. La BBC e la Mercury Records non hanno perso molto tempo e il suo lancio a livello mondiale è imminente, con il conseguente rischio di bruciarlo prima di accenderlo. Anche se mi piace ancora credere alla favola di un ragazzo che ce la fa da solo grazie alle sue capacità. 
Dopo Johnny Flynn (che fine ha fatto?) e Mumford & Sons, l'Inghilterra piazza un altro bel colpo. Un talento che pur avendo ancora tantissima strada davanti e tempo per scrollarsi di dosso paragoni ingombranti ma utili per inquadrarlo (insomma non è Dylan, tanto per intenderci e scongiurare l'arrivo di insulti gratuti) dimostra uno straordinario carattere vincente, un buon songwriting e maturità. Ne sentiremo parlare, e spero nei posti più adatti e consoni.




vedi anche RECENSIONE-JAKE BUGG-Shangri La (2013)



 

4 commenti:

  1. mi sembra di più il nuovo donovan

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  2. quest'album l'ho sentito ieri e mi è piaciuto un CASINO!!!! Ottimo sound, ottimo folk, non vorrete mica paragonarlo a quella parassita di bieber?? Spero di no. Questa è la vera musica moderna.

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  3. Gianluca: rileggiti l'inizio della recensione e capirai che nessuno lo paragona a Bieber, anzi...

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