lunedì 27 febbraio 2017

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 30: RITMO TRIBALE (Bahamas)

RITMO TRIBALE   Bahamas  ( Edel Records, 1999)







Il sole, le spiagge e la tranquillità delle isole Bahamas stridono nel pensare alla musica dei vecchi Ritmo Tribale, ma si adattanno bene alle soluzioni musicali di questo disco, l'ultimo capitolo (se si esclude la raccolta del 2007) del gruppo milanese. Le Bahamas: le isole felici, lontane e mai viste, che ognuno di noi conserva da qualche parte dentro alla propria testa. Il posto dove si vorrebbe fuggire quando si è nei guai. E per un gruppo che aveva appena perso il proprio carismatico frontman, i guai erano dietro l’angolo. Cosa fare? Continuare? Cambiare nome? Cambiare musica? “Siamo l’unico gruppo distrutto dalla droga che non è diventato famoso per questo. In genere i gruppi, quando c’è quello che si fa perché pippa, perché beve, diventa famoso. Noi no. Noi ci siamo solo distrutti! Avevamo litigato con tutti, avevamo scazzato con la casa discografica anche se avevamo trovato un contratto con la Edel che non era niente male. Facemmo un disco completamente di rottura, musicalmente, con ciò che eravamo prima. Fare un disco in cui scimmiottavamo i Ritmo Tribale con Edda sarebbe stato assurdo. Uscimmo con un disco secondo noi molto bello però molto introspettivo, intimo e diversissimo dagli altri mentre venne promosso come se fossimo ancora quelli di MANTRA.” Così Andrea Scaglia sulle pagine di UOMINI, il libro di Elisa Russo, uscito nel 2014, che racconta la storia dei Ritmo Tribale. Suoni fluidi, elettronica, loop e campionamenti che si incastrano alla perfezione con i tradizionali strumenti rock e Andrea Scaglia, nuovo cerimoniere dopo l'uscita dell'istrionico e (quasi) insostituibile Edda, sono i tratti fondamentali di questo lavoro. Uscito nel 1999 dopo PSYCORSONICA (1995), ultimo lavoro con Edda che di fatto rappresenta la chiusura di una prima parte di carriera di uno dei gruppi basilari del rock italiano a cavallo tra gli anni ottanta e novanta. Il gruppo cambia pelle, mantenendo inalterate coerenza e spirito. Bahamas doveva essere un nuovo inizio ma si tramutò anche nel disco di addio. Il punto a capo. Con il nuovo ritorno ancora adesso seguito da un grande punto interrogativo. Proprio per questo rimane un'opera preziosa, unica e purtroppo poco capita, sottovalutata, soprattutto da chi pensava che i Ritmo Tribale senza Edda, non avessero ragione d'esistere. La smentita è un disco che oggi, a diciotto anni dall’ uscita, suona ancora fresco, guadagnando i classici punti alla distanza. Devo ammettere che fu dura entrare nella nuova strada intrapresa dai Ritmo Tribale.
La rivalutazione avvenne per gradi, con canzoni fluide, dai testi quasi ermetici, che ti giravano attorno, ti scrutavano e poi ti penetravano. Registrato in gran parte lontano dagli storici studi Jungle Sound, loro casa naturale, i cinque tribali abbandonano la quotidianità metropolitana per tuffarsi e rifugiarsi nella tranquillità delle campagne romagnole del "castello" di Pieve Salutare, una frazione di Castrocaro Terme, in provincia di Forlì. A beneficiarne sono dieci canzoni compatte, unitarie, collegate tra loro dai testi quasi visionari di Scaglia, anche produttore dell'intero lavoro. Se i contatti con il rock del passato si possono scorgere in alcune tracce come ‘Meno Nove’ o la bonus track ‘Cuore Nero’, il resto viaggia tra partiture liquide e psichedeliche con le chitarre di Andrea Scaglia e Fabrizioo Rioda impegnate a tessere intrecci sfuggenti e la base ritmica composta da Andrea Briegel Filipazzi e Alex Marcheschi sempre pulsante e vivace. Un disco d'impronta quasi progressive che amalgama anche i nuovi suoni elettronici del trip-hop con il rock (grande lavoro del tastierista Luca Talia Accardi), giocando con i testi mai banali o scontati ma aperti a qualunque interpretazione. Esempi del nuovo corso sono le bellissime ‘Il Centro’, ‘Lumina’, ‘Diamante’, il singolo ‘2000’ che apre il disco, ‘Musica’, e la title track che chiude con tanto di violino e moog. Se questo doveva essere l'ultimo disco a nome Ritmo Tribale, mai commiato fu migliore. Poi: undici anni dopo, il cerchio chiuso (riaperto momentaneamente per la reunion live del 2007) si riaprirà totalmente sotto nome NO GURU. E oggi, anno 2017?
L'appuntamento è per Venerdì 24 Aprile 2017 al Pub Centrale Rock di Erba (Como) , per un unico concerto di reunion , proprio con la formazione di Bahamas, disco che verrà suonato per intero.






DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA #18: BOB DYLAN-Street Legal (1978)

mercoledì 22 febbraio 2017

RECENSIONE: TINARIWEN (Elwan)

 TINARIWEN  Elwan (Wedge Records, 2017)







Chi è stato almeno per una volta nell' Africa sahariana e ha avuto modo di percorrere alcune strade lontane dai centri turistici, ha trovato un mondo al rallentatore, fatto di persone che camminano, apparentemente senza meta, lungo infinite strade polverose e altre, ferme a gruppetti ai bordi di queste strade ad aspettare non si sa chi o cosa. Qualcosa di inconcepibile nella nostra assurda frenesia giornaliera. È qui che pensi : "a volte ci sarebbe bisogno di un lungo passo indietro". E di passi indietro, i Tinariwen continuano a farne, tanto che, per assurdo, sembrano essere ancora una volta lì, davanti a tutti, a tirare la fila, come appare chiaro nello splendido scatto di copertina.
La musica della band, originaria del Mali, non è più la sorpresa di alcuni dischi fa (di quando venivano chiamati guerriglieri con le chitarre), eppure l’ascolto di ogni nuovo lavoro libera sabbia ricca di purezza e magia, pur contenendo ancora messaggi forti e chiari dove luoghi (‘Tenere Taqqal’), fede, appartenenza (i Tuareg hanno vita difficile in Mali), unità (‘Ittus’) ma anche la libertà delle donne (‘Assawt’) sono gettati in pasto alle nostre orecchie occidentali senza troppi filtri, anche se un velo di nostalgia sembra affiorare sempre più frequentemente. Al resto ci pensano l’ipnotico ritmo delle canzoni, un blues costruito su un suono di chitarra unico, un groove circolare, continuo e trascinante, e i cantilenanti testi in lingua madre (Tamasheq) che in concerto diventano pura droga in grado di rapire, stordire. Mandarti al tappeto. Da provare almeno una volta nella vita. Una delle esperienze live più lisergiche a cui ho assistito.

Anche ELWAN (elefanti) è stato registrato tra i deserti californiani di Joshua Tree (Rancho De La Luna), la Francia, e il Marocco, tenendo fede alla loro natura nomade e ancora una volta i tanti ospiti sembrano inghiottiti e calati perfettamente tra i deserti africani. Vi sfido a trovare le tracce di Mark Lanegan, Kurt Vile, Matt Sweeney e Alain Johannes (QOTSA). Felicemente inghiottiti come chi ascolta.






RECENSIONE: SON VOLT-Notes Of Blue (2017)
RECENSIONE:JOHN GARCIA -The Coyote Who Spoke In Tongues (2017)
RECENSIONE: SCOTT H. BIRAM- The Bad Testament (2017)


 

venerdì 17 febbraio 2017

RECENSIONE: SON VOLT (Notes Of Blue)

SON VOLT  Notes Of Blue (2017)





Due strade ben distinte. Quando gli Uncle Tupelo hanno cessato di esistere-era il 1994- dopo una breve ma intensa carriera, è scomparsa una grande band ma magicamente ne sono apparse altre due, altrettanto grandi. Pure differenti, proprio come lo erano i caratteri e gli istinti musicali di Jeff Tweedy e Jay Farrar, due che insieme facevano faville ma anche scintille e qualche volta pure a cazzotti. Se i Wilco di Tweedy hanno continuato nella personalissima crescita, puntando sempre in direzioni diverse, sfaccettate e sperimentali (solo ultimamente le uscite discografiche paiono un po’ stanche e in ribasso, contrariamente ai live: sempre eccelsi), i Son Volt di Farrar hanno sempre mantenuto i piedi saldi nella tradizione americana, meno avventurosa, e NOTES OF BLUE, il ritorno dopo quattro anni di assenza (l’ultimo album fu HONKY TONK del 2013), non tradisce in tal senso. Un equo bilanciamento tra la parte country folk più sognante e melodica che mette in mostra la riconoscibile voce e l’istinto da songwriter di Farrar, in perenne rincorsa verso l'amato Neil Young (‘Promise The World’ guidata dalla pedal steel,’The Storm’,’Cairo And Southern’) e quella più diretta, rock e corrosiva con le chitarre ben piantate davanti in prima linea (‘Static’, ‘Lost Souls’) con una bilancia, che questa volta, si abbassa più frequentemente verso il lato blues inseguendo Mississippi Fred McDowell e Skip James (“lo spirito del blues, ma non il blues standard che conosce la maggior parte della gente” dice Farrar) come l’oscura e tenebrosa ‘Midnight’, la battente ‘Sinking Down’ e lo stomp incalzante di ‘Cherokee St.’. Solo mezz’ora, immersa nei nostri duri tempi bui, ma che vale la pena di essere vissuta. Anche più di una volta.



mercoledì 15 febbraio 2017

RECENSIONE: JOHN GARCIA (The Coyote Who Spoke In Tongues)

JOHN GARCIA- The Coyote Who Spoke In Tongues (Napalm Records, 2017)







Il ritorno di John Garcia con il secondo album solista THE COYOTE WHO SPOKE IN TONGUES più che ricordare i cingoli di un carro armato poggiati sulle quelle sabbie scaldate dal sole cocente nei deserti di Palm Springs, pare nascere a tarda notte quando c’è bisogno di un fuoco a scaldare e di una chitarra a far compagnia, con i volumi bassi per non disturbare troppo i coyote assonnati della zona. A proposito del titolo, in una recente intervista al sito echoessundust.com, dice: “è una sorta di ode al posto da cui vengo. Vivo ancora nel bel mezzo del deserto, e ho tutti questi animali intorno a me. Sin da quando l'ultimo disco dei Kyuss è stato registrato , ognuno dei miei dischi ha avuto una specie di animale in copertina. Io sono un veterinario di giorno e un musicista da notte – così come un padre e un marito! Il titolo è davvero un'ode ai miei posti, sono orgoglioso di vivere ancora del deserto”.
Un disco acustico, ma le pennate sono ben decise e pesanti, che l’ex cantante dei Kyuss (ma anche Unida, Slo Burn, Hermano, Vista Chino) covava da parecchio tempo: l’impalcatura la fanno le vecchie canzoni dei Kyuss, smontate dei cingoli, addomesticate e rimodellate coraggiosamente in chiave acustica (‘Green Machine’, ‘Space Cadet’, ‘Gardenia’, ‘El Rodeo’), mentre alle nuove composizioni (la più energica del disco ‘Kylie’ che apre, 'The Hollingsworth Session’, ‘Argleben II’, la strumentale ‘Court Order’ che chiude il disco) spetta il compito di segnalarci lo stato di salute del cantante. Direi stabile, tendente al buono. Garcia è aiutato dalla chitarra del fedele Ehren Groban (War Drum), dal bassista Mike Pygmie (Mondo Generator, You Know Who) e dal percussionista Greg Saenz (The Dwarves, You Know Who), e il disco pur costruito solo per i fan duri e puri di vecchia data, potrebbe servire a far conoscere l’iconico cantante (47 anni) del movimento stoner a un pubblico poco avvezzo a amplificatori tarati a mille e lunghe jam session tra la sabbia. Il disco è figlio diretto dei tour acustici fatti recentemente, e a detta dell’ autore è stato uno dei più importanti e difficili da portare a termine di tutta la sua carriera. Intanto, pare aver rimesso in moto i Slo Burn per un nuovo tour. I coyote sono avvisati.












lunedì 13 febbraio 2017

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 29: STEPHEN STILLS

STEPHEN STILLS   Stephen Stills (1970)



Quando uscì il suo primo album solista, Stephen Stills aveva venticinque anni e i suoi credits erano già impressi in almeno un poker di dischi che entreranno nella storia del rock americano: con i BUFFALO SPRINGFIELD (è sua la hit del gruppo ‘For What It’s Worth’), con CROSBY & NASH (il primo con divano in copertina e il secondo DEJA VU con YOUNG) e con SUPER SESSION insieme a Al Kooper e Mike Bloonfield.
Febbraio/Marzo 1970: Crosby, Stills, Nash e Young stanno per uscire con il nuovo disco quando Stills decide di passare un mese in Inghilterra in cerca di nuove esperienze. Forti esperienze. Stills ritornerà da Londra con due pesanti valige in mano: una piena di importanti scambi musicali che saranno la colonna portante del disco solista che uscirà a Novembre, l’altra piena di cocaina, altrettanto pesante e abbastanza decisiva per rovinare alcuni rapporti umani e artistici.
“Stephen tornò dall’Inghilterra con il pretesto di cantare AFTER THE GOLDRUSH, ma anche per rientrare all’ovile. Vivere all’estero lo aveva proprio scombinato. Aveva jammato con Jimi Hendrix ed Eric Clapton. Aveva suonato nel singolo di Ringo Starr ‘It don’t come easy’. E aveva partecipato a venticinque session in ventisette giorni, lavorando al suo disco, in cui aveva suonato un’incredibile varietà di strumenti. Per cui, il suo ego era grande come Urano. Stava portando al limite la sua follia per la cocaina.” Scrive NASH nella sua autobiografia.
Nonostante Stills avesse messo le mani su numerosi strumenti, scorrere la lista degli ospiti è estremamente gratificante: dai già citati Jimi Hendrix che suona la chitarra, ma ci si aspettava qualcosa in più, nell’incalzante e incendiaria ‘Old Times Good Times’ e Eric Clapton nel blues elettrico ‘Go Back Home’ (forse la migliore), a Ringo Starr nascosto dietro al semplice nomignolo Richie, fino ai compari David Crosby e Graham Nash, e poi ancora John Sebastian, Booker T Jones, Mama Cass Elliot, Dallas Taylor.
Partendo da ‘Love The One You’re With’, ispirata da una conversazione con Billy Preston avvenuta a Londra, e che diventerà un punto forte della sua carriera e di CSN (nel live FOUR WAY STREET) nonché il primo passo verso i ritmi latini che troveranno libero sfogo nella mossa successiva a nome MANASSAS, al folk ‘Do For The Others’ in cui fa tutto da solo, il blues acustico di ‘Black Queen’ dove sale in cattedra la sua tecnica fingerpicking, il flauto jazzato in ‘Cherokee’, il R&B che si sfoga nel gospel in ‘Church’, l’orchestrale ondeggiamento di ‘To A Flame’, l’epicità finale di ‘We Are Not Helpless’. Nessuna sbavatura in queste dieci canzoni in grado di mostrare la colorata varietà compositiva del suo autore, in bilico tra malinconia e forte passionalità. Stills non raggiungerà mai più queste vette compositive se non in modo sporadico nel secondo disco che uscirà un anno dopo, con il primo Manassas del 1972, in alcuni episodi con Neil Young in LONG MAY YOU RUN e in canzoni sparse in altri progetti, non ultimi i RIDES. Ma cito anche il bello e sottovalutato MAN ALIVE! del 2005 che ha negli undici minuti di 'Spanish Suite' il colpo del fuoriclasse.
18 Settembre 1970: muore Jimi Hendrix. Stills farà in tempo a dedicare il disco all’amico con questa nota inclusa nei credits: “dedicated to James Marshall Hendrix”.




martedì 7 febbraio 2017

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 28: JUNKYARD (Junkyard)

JUNKYARD   Junkyard (1989)





Il grunge doveva ancora esplodere e per gruppi come i Junkyard la strada era ancora lunga e libera. Così sembrava. Nati a Los Angeles ma dall’incontro di due texani, il cantante David Roach e il chitarrista Chris Gates (ex Big Boys), il debutto, prodotto da Tom Werman (Cheap Trick, Ted Nugent, Motley Crue, Molly Hatchet) arriva con forza grazie alla firma con la Geffen Records che nello stesso periodo mise sotto contratto anche i Guns N' Roses, con più fortuna commerciale. I Junkyard non hanno le canzoni di Axl Rose e soci (anche se il singolo ’Hollywood’ potrebbe essere la loro ‘Welcome To The Jungle’) ma possono guardare tutti dall’alto in basso grazie ad un’attitudine rock’n’roll giusta che non si piega a nessun compromesso musicale ed estetico: hard rock, sleaze, southern blues (‘Texas’ parla chiaro in puro ZZ Top style) e punk nati e vissuti pericolosamente sulla strada. “Non siamo di quei gruppi che pensano a produrre roba buona solo per andare sul mercato e per fare soldi. Ci viene da dentro, ti viene spontaneo e hai bisogno di fare musica come di mangiare e bere”. Raccontò David Roach all'epoca. La prima traccia, l’alcolica ‘Blooze’, viaggia veloce e selvaggia sulle coordinate dettate dal chitarrista Brian Baker, un ex di lusso con il passato nel punk (Minor Threat e Dag Nasty) e il futuro pure (Bad Religion). David Roach è un cantante spigoloso con l’ugola che graffia sia nel boogie rock’n’roll ‘Hot Rod’ che nella veloce ‘Life sentence’ dal riff spaccaossa. Da menzionare gli ospiti di tutto riguardo: EarlSlick, chitarrista di David Bowie che lascia le sue impronte slide nella southern ballad ‘Simple Man’ (non quella dei Lynyrd Skyrd ma la strada è la stessa) e nel blues ‘Long way Home’, Al Kooper al pianoforte e Hammond nella finale ‘Hands Off’ e Duane Roland dei Molly Hatchet in ‘Shot In The Dark’. Dopo questo debutto seguiranno tour importanti con Dangerous Toys e gli allora sconosciuti Black Crowes che apriranno per loro, e un secondo, meglio prodotto e più maturo disco SIXES, SEVENS AND NINES (1991) in cui compare pure Steve Earle. Poi…poi i tempi cambieranno veramente e il terzo disco in preparazione non vedrà mai la luce. I Junkyard si riformeranno negli anni 2000 per arrivare fino ai nostri giorni.





mercoledì 1 febbraio 2017

It's Just Another Town Along The Road, tappa 2: LUCA MILANI & THE GLORIOUS HOMELESS (Fireworks For Lonely Hearts)

La seconda puntata di IT'S JUST ANOTHER TOWN ALONG THE ROAD fa tappa a Milano. Di seguito una breve introduzione al disco e le risposte di Luca Milani ad alcune domande orbitanti intorno al pianeta viaggio, di cui il disco è un buon satellite.



LUCA MILANI & THE GLORIOUS HOMELESS-Fireworks For Lonely Hearts (Hellm Records/IRD, 2016)





Il 2016 è stato un anno ricco di meritati riconoscimenti per Luca Milani. In estate, davanti al numeroso pubblico di The White Buffalo, presentò alcuni brani del disco in uscita, il quarto dopo l'EP SCARS AND TATTOO (2009), SIN TRAIN (2011) e LOST FOR ROCK AND ROLL (2011), e subito si era capito d'essere difronte a un album dall'anima rock e notturna, dove fughe, viaggi, eroi, città bagnate dalla pioggia, cuori spezzati e speranza trovavano una via comune nell'urgenza compositiva, anche quando a prendere la scena sono toste ballate come 'Heroes Have Gone'. In conclusione dell'anno (sempre il 2016) c'è stata la quasi unanime consacrazione in quelle classifiche che tutti odiano, tutti fanno, ma che alla fine finiscono per dare indicazioni importanti. Mi aggiungo in colpevole ritardo, FIREWORKS FOR LONELY HEARTS lo merita.
Nove canzoni che confermano quanto il rocker milanese sia ormai un esponente di punta di quella scena italiana con eliche e ali puntate verso il rock a stelle e strisce. E qui dentro il rock potrete trovarlo  in quasi tutte le sue forme anche grazie all'apporto determinante dei GLORIOUS HOMELESS che lo accompagnano: Giacomo Comincini (batteria), Enrico Fossati (basso), Federico Olivares (chitarre), Riccardo Maccabruni (piano, hammonmd).
Dall'amato grunge dei novanta da cui eredita chitarre e cantato ('The Best In Town'), dal punk californiano caro a Mike Ness e imbottito di mitologia rock'n'roll ('Buddy's Plane'), al rock tout court di 'The Road' con il suo riff alla 'All Along The Watchtower' e della più orecchiabile 'Jukebox' che sembra essere la canzone che a Brian Fallon e i suoi  Gaslight Anthem non riesce più da qualche tempo, fino al country rock  di 'Dead Eyes' e  arrivare al folk solitario di 'Every Goodnight Is A Goodbye' rivestito di quel poco che basta (chitarra acustica, pianoforte e armonica) per accompagnarci verso le ore più scure e silenziose. Non manca nulla. FIREWORKS FOR LONELY HEARTS ha il pregevole merito di dare tutto nello spazio di quaranta minuti. La durata giusta dei dischi giusti. Un botto fulmineo che lascia a bocca aperta proprio come ha fatto il malinconico e notturno incedere della title track quando l'ho ascoltata per la prima volta. La mia preferita.



In viaggio con Luca Milani

1) I km nel tuo disco. IL viaggio ha influenzato le tue canzoni?
Alcune canzoni di Fireworks hanno iniziato a prendere forma mentre macinavo km per il tour di "Lost for rock'n'roll". Il viaggio e la strada a volte possono rappresentare un addio, un ritorno, una speranza andando verso una nuova meta o un fallimento tornando verso casa dopo aver perso "una guerra", tutte cose presenti nelle mie canzoni. Senza dimenticare il viaggio più importante, quello attraverso il tempo, le varie stagioni della vita, gli incontri e gli addii, guardando avanti ma restando perennemente perso in qualche lontana notte d'estate dove si era così illusi da poter pensare di poter esistere per sempre, quella canzone nel jukebox non si è mai fermata.
2) Tour. Aspetti positivi e negativi del viaggiare per concerti in Italia. Dove torni spesso e volentieri?
Sicuramente tra gli aspetti positivi c'è il fatto di poter conoscere gente sempre diversa e il fatto di poter suonare e cioè fare la cosa che ti riesce meglio potendo essere te stesso nell'unico posto dove hai veramente senso, il palco. Il lato negativo è il fine serata, quando si spengono le luci e torni ad essere uno "fuori posto" nel mondo. Ci sono alcuni posti dove torno o tornerei volentieri ma spesso quando fissano programmazione del locale non stanno a guardare se tu hai fatto un bel disco ma si basano su quanto sei loro "amico", quanti favori devono restituire, quanto sei "simpatico" ecc.. e io non sono "simpatico" Un posto dove sono quasi di casa è Spaziomusica a Pavia.
3) Radici o vagabondaggio. Cosa ha prevalso nella tua vita?
Entrambe le cose, il mio problema è che sono un vagabondo molto ossessionato dal passato... Non ho ancora trovato l'interruttore del famoso jukebox e la canzone continua a girare.
4) Viaggio nel tempo. Passato: per chi o per quale tour avresti voluto aprire come spalla? Futuro: come ti vedi tra vent’anni?
Avrei voluto suonare con i Nirvana per poter parlare con Kurt Cobain... Ma di base mi sarebbe piaciuto aprire per molti dei gruppi provenienti da Seattle nei primi anni 90. Come mi vedo tra vent'anni? Non ne ho idea, forse cerco di non pensarci... Ecco mi hai fatto salire la depressione.
5) La canzone da viaggio che non manca mai durante i tuoi spostamenti.
"Hunger Strike" (Temple of the dog)





IT'S JUST ANOTHER TOWN ALONG THE ROAD tappa 1: GENERAL STRATOCUSTER AND THE MARSHALS/HERNANDEZ & SAMPEDRO

RECENSIONE: LUCA MILANI-Lost For Rock'n'Roll (2013)