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domenica 26 dicembre 2021

IL MIO 2021

24 dischi per ricordare il mio 2021




ISRAEL NASH - Topaz (Recensione)
THE DIVORCEES - Drop Of Blood
THE COLD STARES - Heavy Shoes (Recensione)
ANDERS OSBORNE - Orpheus And The Mermaids (Recensione)
JAMES MCMURTRY - The Horses And The Hounds (Recensione)
BILLY BRAGG - The Million Things That Never Happened (Recensione)
GUY DAVIS - Be Ready When I Call You (Recensione)
JERRY CANTRELL - Brighten (Recensione)
SAMY IAFFA - The Innermost Journey To Your Outermost Mind (Recensione)
SON VOLT - Electro Melodier (Recensione)
WILLIE NELSON - That's Life
JESSE MALIN - Sad And Beautiful World (Recensione)
VELVET INSANE - Rock'n'roll Glitter Suit (Recensione)
RODNEY CROWELL - Triage (Recensione)
MALCOLM HOLCOMBE - Tricks Of The Trade
LUKAS NELSON & PROMISE OF THE REAL - A Few Stars Apart (Recensione)
THE WALLFLOWERS - Exit Wounds (Recensione)
ROBERT FINLEY - Sharecropper's Son (Recensione)
MDOU MOCTAR - Afrique Victime (Recensione)
HOWLIN RAIN - The Dharma Wheel (Recensione)
SWEET CRISIS - Tricks On My Mind (Recensione)
DAVID OLNEY and ANANA KAYE - Whispers And Sighs (Recensione)
STEVE EARLE AND THE JUKES - J. T. (Recensione)
NEIL YOUNG - Barn (Recensione)

12 Dischi "very (H)eavy very umble" per ricordare il mio 2021

COUNT RAVEN - The Sixth Storm
ALICE COOPER - Detroit Stories (Recensione) DEE SNIDER - Leave A Scar ROB ZOMBIE - The Lunar Injection Kool Aid Eclipse Conspiracy GREEN LUNG - Black Harvest BLACK LABEL SOCIETY - Doom Crew Inc. (Recensione) CARCASS - Torn Arteries ADRIAN SMITH/RICHIE KOTZEN - Smith/Kotzen (Recensione) MASTODON - Hushed And Grim THE VINTAGE CARAVAN - Monuments (Recensione) MONSTER MAGNET - A Better Dystopia MELVINS - Working With God





12 Dischi Italiani

CEK FRANCESCHETTI - Sarneghera Stomp (Recensione)
MASSIMO PRIVIERO - Essenziale GANG - Ritorno Al Fuoco EXTRALISCIO - È Bello Perdersi STEVE RUDIVELLI - Gasoline Beauty (Recensione) LUCA ROVINI & COMPANEROS - L'ora Del Vero (Recensione) VASCO ROSSI - Siamo Qui FRANZONI/ZAMBONI - La Signora Marron ANDREA VAN CLEEF/DIEGO POTRON - Safari Station (Recensione) DAVIDE VAN DE SFROOS - Maader Folk



12 Ristampe, Live e Amenità varie

ROLLING STONES - Tattoo You-40th Anniversary (Recensione)
BLACK CROWES - Shake Your Money Maker BRUCE SPRINGSTEEN E STREET BAND - The Legendary 1979 No Nukes Concerts NEIL YOUNG - Carnegie Hall 1970 NEIL YOUNG - Way Down In The Rust Bucket (Recensione) BOB DYLAN - Springtime In New York - The Bootleg Series Vol. 16, 1980-1985 ROCKETS - Alienation (Recensione) NICK CAVE & THE BAD SEEDS - B-Sides & Rarities II SCRUFFY DUFFY - Duffy GARY MOORE - How Blue Can You Get (Recensione) JOHN MELLENCAMP - The Good Samaritan Tour 2000 DAVID CROSBY - If I Could Remember My Name… 50th Anniversary


Libri Musicali


Confesso, l'autobiografia- Rob Halford Blackness - Carlo Badando Memoir - Stevie Van Zandt The Allman Brothers Band, i Ribelli del Southern RocK - Mauro Zambellini L'altra Metà del Pop - Paolo Mazzucchelli (il mio Metti il Disco Che Sto Arrivando!, se non altro perchè è uscito





sabato 18 dicembre 2021

RECENSIONE: THE COLD STARES (Heavy Shoes)

THE COLD STARES 
Heavy Shoes (Mascot Records, 2021) 


in due è meglio

Tra i dischi più torridi e bollenti ascoltati nell' estate del 2021, c'è certamente il quinto album dei Cold Stares, duo dell'Indiana formato da Chris Tapp (chitarra e voce) e Brian Mullins (batteria), dediti a un hard blues bello tosto, dal piglio heavy che ama spesso sconfinare nello stoner. Niente Black Keys o White Stripes, qui si pesta giù duro, riuscendo comunque a tenere dritta la barra della melodia. Chi non ha mai dovuto indossare delle "scarpe pesanti" durante alcuni periodi della propria vita? Il cantante e chitarrista Chris Tapp le indossa fin da quando a dieci anni scopre di essere stato adottato, un bel colpo bissato poco dopo quando il nonno a cui era molto affezionato si suicidò non prima di avergli raccontato la storia del bisnonno, assassino di due sceriffi per legittima difesa. Ma la battaglia più grande Tapp l'ha vinta recentemente sconfiggendo il cancro che gli fu diagnosticato nel 2009. "Heavy Shoes è quella sensazione di ogni passo più pesante del precedente e di non essere in grado di portare oltre il bagaglio" dice. Ecco che tutta la rivalsa verso la vita si riversa nei testi e nel mood, gotico, scuro, a tratti violento di queste dodici canzoni. A parte qualche raro rallentamento come nella desertica 'Dust In My Hands', è una continua lava di riff e ritmi pesanti, dalla potente accoppiata iniziale con 'Heavy Shoes', carica di fuzz e '40 Dead Men' debitrice dei Black Sabbath con i suoi rallentamenti e le ripartenze, 'Take This Body From Me' suona come suonerebbero i Free se fossero arrivati intatti agli anni duemila (naturalmente senza Paul Rodgers), 'Prosecution Blues' è hard blues devoto al verbo di sua maestà Jimi Hendrix, nella cadenzata in 'The Night Time' ci si toglie qualche peso dalle scarpe ma è solo questione di minuti. Su tutto il disco divampa l'hard blues da vecchio power trio anche se poi sono solo in due ma con le scarpe ben piantate sul terreno.





giovedì 9 dicembre 2021

RECENSIONE: NEIL YOUNG & CRAZY HORSE (Barn)

NEIL YOUNG & CRAZY HORSE   Barn (Reprise, 2021)


too old to rock'n'roll, too young to die

Guardando spezzoni del documentario girato da Daryl Hannah che racconta come è nato Barn si è colti immediatamente da uno strano effetto di amarcord che sembra riportare indietro le lancette al retro copertina di Harvest: siamo nel 1972, la foto dai toni seppia scattata da Joel Bernstein ritrae Neil Young e i suoi musicisti, in quell'occasione erano gli Stray Gators, dentro al fienile del suo ranch dove il disco fu imbastito. Una rapida fuga nel presente ci mostra quattro ultra settantenni a colori (Neil Young 76, Billy Talbot e Ralph Molina 78, Nils Lofgren, il più giovane con i suoi 70) che invece di ritrovarsi dopocena al bar sotto casa per una briscola e un bianchetto, si ritrovano in una stalla dispersa tra le Montagne Rocciose del Colorado insieme al co-produttore Niko Bolas (che insieme a Young forma l'accoppiata Volume Dealers) per lasciarci l'ennesima testimonianza della loro consolidata unione artistica.

"Un fienile costruito per replicare il fienile del 1850 che era crollato esattamente nello stesso posto, in alto tra le montagne del Colorado. È una replica esatta dell'originale, costruita con pini Ponderosa da Ted Moews e dal suo grande equipaggio di artigiani” fa sapere un convinto e orgoglioso Neil Young. 

Sembrano divertirsi ancora tanto con gli strumenti in mano, suonando sotto l'influsso di una luna piena già alta e abbagliati dai tramonti da cartolina che appaiono all'orizzonte tra i lineamenti delle montagne. E poco importa se le grandi canzoni le hanno già scritte e suonate trent'anni fa, quaranta o anche di più, lo spirito sembra essere sempre lo stesso: il ciclo della natura che li circonda e la strana umanità che cerca di impossessarsene nei modi peggiori che ha a disposizione. 



"Questi sono tempi nuovi, con nuove canzoni e sentimenti dopo quello che il nostro mondo ha passato e continua ad affrontare. Questa musica la stiamo facendo per le nostre anime. È come l'acqua dolce in un deserto. La vita va avanti"racconta Young.


E non è passato molto tempo dal precedente Colorado, il primo disco con i Crazy Horse senza la chitarra di  Poncho Sampedro da molti anni (il vecchio Poncho ha dignitosamente scelto la pensione alle Hawaii), sostituito per l'occasione dal sempre duttile Nils Lofgren, un ritorno, quasi una staffetta, che però ha portato nuove soluzioni musicali all'interno della band. 

Nonostante il disco sembri rilasciare odore di paglia, sterco e fumo, lo sguardo di Neil Young è spesso proiettato fuori verso la strada, a questi due anni di pandemia. Nell'iniziale 'Song Of The Seasons' lo si capisce bene ("guardando attraverso questa finestra di vinile trasparente, la città e le sue luci, persone mascherate che camminano ovunque"), una canzone acustica rafforzata dalla fisarmonica di Lofgren e che troverebbe la sua collocazione ideale in album come Comes A Time o Harvest Moon. Invece è qui, testimonianza di una delle due facce musicali su cui Young ha costruito tutta la carriera. Quella acustica, replicata dalla finale 'Don' t Forget Love' al pianoforte e da un coro quasi sussurato e dal ciondolante country a ritmo di valzer 'They Might Be Lost', amara riflessione sul tempo che passa portandosi via dei pezzi importanti  e quella elettrica che qui culmina negli otto minuti di 'Welcome Back', palestra per tutta la band ma con le due chitarre a dialogare in un' atmosfera di costante tensione, quasi mistica, ma in tutta rilassatezza. Effetto delle pillole psichedeliche? 

Non sono da meno l'assalto rumoroso di 'Human Race', consueta e immancabile canzone ecologista, l' honky tonk sbilenco e zoppicante con fisarmonica e pianoforte di 'Change Ain't Never Gonna' e il garage rock di  'Canerican' dove Young sostiene con forza la sua seconda cittadinanza, quella statunitense, avuta alla faccia dell'allora odiato presidente Donald Trump. 

Ma ci sono anche cose più intime e personali come l'altro honky tonk blues 'Shape Of You', lettera d'amore rivolta alla compagna Daryl Hannah, il pianoforte saltellante che accompagna la vita che passa in 'Thumblin Thru The Years' e uno sguardo malinconico verso l'adolescenza cercando i "bei vecchi tempi" nascosto tra le sferraglianti chitarre di 'Heading West' "una canzone su di me e mia madre e quei tempi di crescita. È così bello ricordarla in questo modo!” e dove canta "ero quasi adolescente, mamma e papà si separarono, mio fratello rimase quando partimmo quel giorno, dirigendosi a ovest per trovare i bei vecchi tempi". 

Barn è un disco che non aggiunge nulla alla storia musicale di Neil Young  ma è una testimonianza vitale di un artista instancabile che vive con passione il presente, alla sua maniera, con semplicità, a volte con disarmante ingenuità, in maniera raffazzonata (molte canzoni sembrano tranciato sul più bello), immerso nella natura, circondato da animali, caminetti scoppiettanti (ricordate le sue suonate in pieno lockdown?) ma sempre proiettato nel futuro anche se i suoi infiniti archivi che ci sta donando a più riprese (in verità costosi per le tasche dei fan) potrebbero far pensare il contrario. 

Anche il 2021 passerà alla storia come un altro "anno del cavallo". E a noi, in fondo, va bene così, vero'? È sempre bello ritrovare un vecchio amico.







sabato 4 dicembre 2021

RECENSIONE: BLACK LABEL SOCIETY (Doom Crew Inc.)

BLACK LABEL SOCIETY   Doom Crew Inc. (eOne, 2021)


Zakk Bloody Sabbath

Ormai sembra chiaro: la creatura Black Label Society non è più quel masso pesante e monolitico dietro cui Zakk Wylde celava la sua anima più greve e animalesca, fatta di riff heavy e intransigenza sonora, a volte portata allo spasimo. Dentro ai Black Label Society odierni c'è concentrato l'intero universo musicale dell'ex ragazzone del New Jersey che durante l'ultra trentennale carriera aveva sempre cercato di dividere le sue tante sfaccettature musicali in progetti diversi: ricordiamo il southern rock dei Pride And Glory inseguendo gli amati Lynyrd Skynyrd e Allman Brothers (con i quali suonò pure in concerto nei primi anni novanta, alla sua maniera ovviamente), e poi gli anfratti acustici, tra ballate country e folk dei due Book Of Shadows. 

Dentro al vario Doom Crew Inc., l'undicesimo disco uscito a nome BLS convivono bene il sempre ben ostentato amore per i Black Sabbath (ah quella voce che ricorda sempre l'amico Ozzy Osbourne), quelli più groove nell'apertura 'Set You Free', accompagnato da un video in cui ci si prende poco sul serio, e quelli doom come si può ascoltare nella sulfurea 'Gospel Of Lies', più Sabbath di così solo Tony Iommi potrebbe fare. 

C'è l'heavy  blues di 'Gather All My Sins' con la sua coda finale di assolo, il southern rock duro e pesante di 'Ruins' che riporta alla mente proprio il progetto Pride And Glory, durato lo spazio di un solo disco, ma poi  si aggiungono ben tre momenti acustici ad abbassare il volume: la ballata dall'accento beatlesiano 'Forever And A Day', il piano e voce di 'Forsaken' e il lento blues finale 'Farewell Ballad', chitarra e pianoforte, ennesima dimostrazione della sua accentuata vena cantautorale intimista che qualche anno fa lo portò a girare pure i teatri in solitaria. 

L'album è dedicato alla "crew", gente che lavora in seconda linea ma indispensabile e che in questi anni di pandemia ha risentito maggiormente della situazione di stallo su cui hanno cercato di navigare gli eventi live.