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sabato 26 giugno 2010

DISCHI IN ASCOLTO...in rigoroso ordine casuale...


ALEJANDRO ESCOVEDO Street songs of love ...dopo aver superato i gravi problemi di salute di alcuni anni fa, Escovedo è tornato più in forma che mai.Fanno testo i suoi due ultimi dischi. Questo prodotto da Tony Visconti, vede la partecipazione di due star come Springsteen e Ian Hunter. Disco energico e tirato, glam '70, punk, rock urbano e folk convivono e convincono. Voto 8


THUNDERSTORM Nero Enigma ...la band bergamasca è sicuramente una delle migliori realtà europee di doom-metal e lo dimostra con questo disco-concept sui serial killer. Voto7,5


FLOGGING MOLLY Live At the Greek Theatre ...registrato live a Los Angeles, in 2 cd e un DVD, tutta la carica dell'irish folk-punk della band americana che con gli anni si sta ritagliando una fetta di popolarità e rispetto. Voto:7


MARY GAUTHIER The foundling ...la cantautrice americana mette in musica la sua triste storia di trovatella. Una piccola autobiografia in musica che sa toccare le corde delle emozioni.Folk e country intimo e cupo che vuole essere un punto di arrivo e di ripartenza per la sua carriera. Voto:7,5


WATERMELON SLIM Ringers ...secondo disco consecutivo registrato a Nashville, nel giro di due anni, il grande bluesman gioca ancora con il country, lasciando ancora momentaneamente in disparte il blues dei suoi primi dischi. Registrato con i musicisti del posto, Watermelon Slim rimane uno dei personaggi più veri e genuini del blues americano Voto:7


TOM PETTY and THE HEARTBREAKERS Mojo...Petty riprende in mano il suo gruppo, dopo otto anni e pubblica un disco dall'impronta rock-blues molto marcata. Chitarre in grande evidenza e prova d'insieme compatta e diretta. Superiore alle ultime prove di studio Voto:8
http://www.debaser.it/recensionidb/ID_31676/Tom_Petty__The_Heartbreakers_Mojo.htm


THE GASLIGHT ANTHEM American Slang ...la band guidata da Brian Fallon è chiamata a ripetere il buon successo del precedente The '59 sound e ci riesce perfettamente con il suo working class rock in bilico tra Clash e Springsteen. Voto 7


MASSIMO PRIVIERO Rolling Live ...il rocker veneto festeggia con 2 cd e un dvd il concerto tenuto lo scorso anno al Rolling Stone di Milano. Viaggio tra la carriera di uno dei migliori artisti rock italiani che in questi ultimi anni sembra si stia riprendendo una rivincita artistica che merita pienamente. Voto:7,5


MOLLY HATCHET Justice ...Dopo il buon ritorno dei Lynyrd Skynyrd dello scorso anno, ritornano con il loro quattordicesimo album in carriera, gli altri grandi del southern rock americano. In linea con le ultime produzioni, spinte all'hard-heavy,disco con poche sorprese e tanto mestiere. Voto:6


OZZY OSBOURNE Scream ...il madman torna a fare quello che gli riesce meglio. Primo disco senza Zakk Wylde dopo vent'anni di collaborazione ininterrotta. Nuovo chitarrista e suono che mixa il moderno delle ultime uscite con alcuni accenni al glorioso passato. Mancano le grandi canzoni ma pur sempre un disco onesto...Voto 6,5

RECENSIONE: VICTOR DEME(Deli)... se questa deve essere l'estate dell'Africa , che lo sia anche in musica...e non sto parlando delle noiose vuvuzele...



...ma di un artista che ha scelto il basso profilo della terra africana pur potendo permettersi molto di più...

VICTOR DEME- Delì (Chapa blues records, 2010)

Immerso nei migliaia di cd, stordito da chitarre, batterie, effetti elettronici, urla e lamenti, a volte la canzone giusta per riportare la musica alla sua primaria importanza sembra arrivare quasi per caso. E' così è nato l'amore per questo simpatico personaggio che guarda caso rilascia in questi giorni la sua seconda prova di studio. Scontata la mia corsa a comprare il disco e a informarmi sulla storia di questo ometto africano, cinquantenne con pochi denti ma tanta tanta genuinità musicale da dare.

Scopro così la sua storia, di musicista nel Burkina Faso che ha suonato per trent'anni nel suo paese, lontano dai grandi riflettori, per vedersi catapultato a 47 anni suonati su un aereo e volare per la prima volta in vita sua verso Parigi per il suo primo concerto europeo. E' l'inizio di un piccolo successo in Francia, che lo porta ad incidere il suo primo album, premiatissimo e vendutissimo oltr'alpe. Ora tutti lo vogliono e tutti lo cercano. Deme vede tanti soldi che mai aveva visto, con grande generosità e umiltà li impiega per opere di bene nella sua povera terra. Al momento di registrare questa seconda opera, gli vengono proposti sontuosi studi di registrazione a Parigi e Londra e lui ancora con grande attaccamento alle proprie radici, decide di registrarlo a casa sua, tra la sua gente e la sua famiglia. In un mondo dove si farebbero follie per il famoso "calcio in culo che conta", una piccola dimostrazione di umiltà e coerenza è sempre eclatante ma positiva e d'esempio.

Victor Deme sa scrivere canzoni e sa in modo straordinario unire il folk blues americano con la musica Mandinga. Le sue canzoni sanno toccare la corda dell'emotività, sanno essere tristi ma cariche di speranza e gioia di vivere che forse il mondo occidentale ha perso da tanto, troppo tempo. Crescere i propri figli e Deme ne ha sei, secondo il rispetto e le tradizioni del proprio popolo è ancora un valore che viene cantato in "Mèka Dèen". In "Sèrè Jugu" il Delta blues americano sposa alla perfezione i suoni africani così come in Kèeba Sekouma, canzone dedicata all'"uomo moderno". Incredibili accenni western in stile Morricone, amatissimo da Deme, in "Mais où sont les dollars" e "Maa Gaafora" e tromboni e saxofoni in "Ma Belle", il disco è una fioritura di suoni, mai troppo invasivi, che sanno accompagnare il cantato del bravo Victor. "Sina" è un piccolo gioiello, impreziosito da un bellissimo violino gitano che tanto mi ricorda il Bob Dylan di Desire. Accompagnato da musicisti africani con i loro strumenti tradizionali, quest'opera sa cullare l'ascoltatore catapultandolo in mezzo a strade polverose, circondate da vegetazione e case di mattoni e fango, dove Victor Deme quando non è in giro per il mondo a suonare, ama tornare con la speranza di dare dignità alla vita della sua famiglia. Raro esempio di come si possa, dopo anni di sacrifici, raggiungere il successo e i soldi, usando esso per migliorare la propria vita e non rovinarla.

Rimani sempre così Victor, tu che ci riesci e puoi.

sabato 19 giugno 2010

RECENSIONE: ROKY ERICKSON (True love cast out all evil)...inferno e ritorno...



ROKY ERICKSON with OKKERVIL RIVER   True love cast out all evil (Anti-2010)

"Il manicomio era saturo di fortissimi odori.Molta gente orinava e defecava per terra. Dappertutto era il finimondo. Gente che si strappava i capelli, gente che si lacerava le vesti o cantava sconce canzoni" da "L'altra verità- Diario di una diversa", ALDA MERINI.

Ecco, forse Roky Erickson, che il destino ha voluto vivesse le stesse esperienze della giovane Alda Merini all'interno di un manicomio, cantava canzoni seduto sul suo letto nel silenzio irreale di ospedali/prigioni, straziati da urla e grida di persone "diverse" da cosa o chi, non si sa. Erickson come la Merini ha conosciuto l'elettroshock, Roky sarà ricordato come uno dei più lucidi (mai parola è più giusta come in questo caso) esempi del nascente rock psichedelico negli anni sessanta, con i suoi 13th Floor Elevators e per dischi in cui raccontava il suo mondo parallelo abitato da alieni e demoni, dove fare delle camminate con gli zombie era prassi, il diavolo era di casa e i cani avevano due teste, insomma procuratevi il suo superlativo "The evil One" del 1980.

Se però volete conoscere oltre il suo mondo parallelo anche qualcosa delle sue esperienze reali e più dolorose, fatte di entrate ed uscite da ospedali psichiatrici e finalmente dopo anni di oblio l'aver ritrovato e riassaggiato un briciolo di vita con il riappacificamento con la propria persona e con i suoi affetti, correte a prendere il nuovo disco di Erickson, uscito a distanza di quindici anni dall'ultimo lavoro in studio.
Aiutato in fase di produzione da Will Sheff e dai suoi Okkervill River come band di supporto, "True love cast out all evil" si candida ad essere una delle più strazianti ma al tempo stesso speranzose autobiografie messe in musica. Composto da vecchie canzoni scritte nei periodi più bui della sua esperienza di vita e nuove che mettono in fila, attraverso dodici episodi, i pensieri di un uomo che ha vissuto l'esistenza ai margini della normalità, quando sedute di elettroshock erano considerate normali per chi normale non era considerato. "...Electricity hammered me, through my head, until nothing at all..." da Ain't blues too sad.

Lontani dallla psichedelia dei suoi 13th Floor Elevators e dall'hard blues di "The evil one", questo è un lavoro di cantautorato che però non perde occasione di riallacciarsi con il passato. L'apertura affidata alla registrazione casalinga di "Devolutional number one" ci fa piombare in un'atmosfera asettica fatta di sola voce e chitarra, vuoto interiore dove la ricerca del proprio Gesù diventa fondamentale (...Jesus is not hallucinogenic mushroom...).

Il passato musicale riaffiora come nel finale elettrico e psichedelico di "Goodbye sweet dreams" o nel rock di "John Lawman". Toccante e suggestiva è "Be and bring me home", ballata pianistica dove Erickson mette a fuoco e denuncia come i giudizi delle persone possano rovinare la vita dei più deboli che possono servirsi dell'unica arma a disposizione:l'indifferenza unita al pensare con la propria testa. La title track e la finale "God is everywhere" sono il manifesto del nuovo Erickson che ha incontrato Dio sulla sua strada come "Think of as one" è il manifesto che invoca l'unicità di ogni uomo.

Canzoni quasi intime, che richiamano il folk ed il blues e dove la presenza dei suoi concittadini texani Okkervil River si limita ad accompagnare il maestro, lasciando poca traccia di sè, se non in alcuni episodi, perchè, dopo tanti tributi da parte del più disparato mondo musicale, Roky Erickson è tornato per restare. La musica ha ancora bisogno di "pazzi" come lui.

"...L'emarginazione è anche un diritto sociale..." ALDA MERINI

ANGOLO VINTAGE


...alla riscoperta di un disco che seppe influenzare artisti, apparentemente, lontanissimi dal genere musicale proposto da Harry Belafonte...

HARRY BELAFONTE- Calypso (1956)
L'importanza di Belafonte sul folk americano degli anni sessanta è enorme, tanto che lo stesso Dylan, che giovanissimo, suonò l'armonica su un suo disco, lo cita spesso come una delle sue principali influenze. Potrà sembrare strano che un personaggio definito "re del Calypso" possa aver influito su quella generazione di cantautori che portò in musica la protesta, ma l'ascolto attento delle sue canzoni potrà fugare ogni dubbio.

L'importanza di Belafonte nella musica americana non si ferma però qui. Questo album fu infatti anche la prima raccolta di canzoni a superare il milione di copie vendute e naturalmente catapultò il suo autore agli onori della cronaca, facendo scoppiare in tutta l'America la febbre del calypso, genere musicale che dietro ad elementi danzerecci nasconde testi di forte protesta verso la malapolitica e le condizioni sociali dei più deboli.

Belafonte, classe 1927, approda alla musica dopo un discreto successo come attore in alcuni film e musical, per cui scriverà alcune canzoni che faranno da colonne sonore e che contribuiranno a lanciarlo nel mondo musicale. Personaggio schietto e gioviale dal sorriso sempre pronto e disponibile per qualunque buona causa.

"Calypso" esce nel 1956, trainato dal successo immediato della famosissima "Day-O(The Banana Boat)", traditional che diverrà il marchio di fabbrica che lo accompagnerà per tutta la carriera. Canzone di forte denuncia razziale che stride con la gioiosità di base, originaria del Trinidad e cantanta dagli operai che caricavano le navi di banane tutta la notte aspettando che qualcuno li mandasse a casa con il sopraggiungere del giorno.

Le canzoni di Belafonte risentono fortemente dei luoghi in cui il musicista visse in gioventù, quindi potremmo trovare influenze caraibiche, giamaicane e newyorchesi. La capacità di unire il folk americano, conosciuto grazie alle sue frequentazioni al Greenwich Village, vero croce via della cultura americana degli anni cinquanta e sessanta, con le atmosfere ed i suoni delle sue origini caraibiche faranno di lui uno dei primi cantautori in grado di mischiare suoni differenti ed inglobarli in una stessa canzone. Aiutato da Irvin Burgie nella stesura dei pezzi, "Calypso" può senza dubbio essere considerato uno dei primi esempi di global music. Accanto a pezzi ballabil come "Dolly Dawn", "The Jack-ass song" troviamo la piratesca "Will his love be like his Rum?" e canzoni folk come "Come Back Liza" e "Jamaica Farewell", secondo singolo di successo. Vi è poi la spumeggiante "Man smart (woman smarter)" che può essere considerata a tutti gli effetti una delle prime canzoni in cui viene esaltato il ruolo della donna nella storia.

La battaglia di Belafonte verso i deboli e le minoranze proseguirà per tutta la sua carriera, prima al fianco di Martin Luther King, poi come ambasciatore Unicef e partecipando ad avvenimenti di carattere benefico senza suscitare troppi clamori e con discrezione.

Spesso dimenticato,Belafonte è un personggio da riscoprire ed apprezzare.

DISCHI IN ASCOLTO...in rigoroso ordine casuale...


THE BLACK KEYS- Brothers...il duo Auerbach-Carney abbandona il grezzo blues, garage degli esordi per avvicinarsi al soul, convincenti nel loro cambiamento...voto 8


THE RUNAWAYS- The Mercury Albums Anthology...in 2 cd tutta la produzione di Joan Jett e socie, rock ruspante tutto al femminile...voto 8


GOGOL BORDELLO- Trans continental hustle...Eugene Hutz sembra non sbagliare un colpo, questa volta si affida a Rick Rubin per affinare e snellire il suo gypsy-punk...voto 8


ANNIHILATOR- Annihilator...Jeff Waters dopo un paio di dischi deludenti sembra aver ritrovato la via del thrash metal ed una line-up finalmente stabile...voto 6,5


SOULFLY- Omen...Max Cavalera abbandona momentaneamente i suoni tribali e sforna un disco metal,diretto e hardcore...voto 7,5


STRANA OFFICINA- Rising to the call...un ritorno da paura! La sfortuna non ha abbattuto i pionieri del metal italiano, un perfetto mix tra passato e presente...voto 8


DRIVE BY TRUCKERS- The big to-do...gli alfieri del nuovo movimento southern rock, meno potente dei precedenti lavori ma più vicino all'alterrnative rock...voto 6,5


HOGJAW- Ironwood...Southern rock debitore dei migliori Lynyrd Skynyrd suonato con l'attitudine dell'hard rock moderno, strizzando l'occhio allo stoner...voto 7


HARPER SIMON...debutto solista per il figlio del grande Paul Simon, tra Simon & Garfunkel e Dylan, folk e country con un futuro che inizia a quasi quarant'anni...voto 6,5

mercoledì 16 giugno 2010

THE RUNAWAYS...il 2010 sembra essere l'anno della riscoperta di una delle più importanti ed influenti all-female band della storia del rock...




Esce sotto etichetta Hip-O-select una interessantissima raccolta che include praticamente, in 2 cd, i primi quattro dischi delle Runaways, band rock formata da sole donne che a metà anni settanta sdoganò il rock femminile aprendo strade e opportunità a tutte le ragazze con il rock in corpo.
Joan Jett, Lita Ford,Cherie Currie, Jackie Fox e Sandy West divennero delle icone ed un esempio da seguire.
Il loro successo durò poco tempo, ma bastò per farle entrare nella storia. In contemporanea esce negli schermi americani un film con la loro storia girato dalla regista italiana Floria Sigismondi con la partecipazione di Kristen Stewart nel ruolo di Joan Jett.

RECENSIONE: RITMO TRIBALE (Bahamas)...in attesa dell'uscita del nuovo progetto NO GURU...riscopriamo l'ultimo album uscito a nome Ritmo Tribale...

RITMO TRIBALE Bahamas ( Edel Records, 1999)


La tranquillità solare delle spiagge delle isole Bahamas stride nel pensare alla musica dei vecchi Ritmo Tribale, ma si adatta bene alle soluzioni musicali di questo disco, a tutt'ora, l'ultimo capitolo (se si esclude la raccolta del 2007) del gruppo milanese. Le Bahamas combaciano perfettamente se si pensa loro come alle isole felici che ognuno di noi conserva da qualche parte dentro alla propria memoria.
Suoni fluidi, elettronica, loop e campionamenti che si incastrano alla perfezione con i tradizionali strumenti rock e Andrea Scaglia, nuovo cerimoniere dopo l'uscita dell'istrionico e insostituibile Edda, sono i tratti fondamentali di questo lavoro.
Uscito nel 1999 dopo "Psycorsonica" (1995), ultimo lavoro con Edda che di fatto rappresenta la chiusura di una prima parte di carriera di uno dei gruppi basilari del rock italiano a cavallo tra gli anni ottanta e novanta. Gruppo precursore del rock indipendente cantato in italiano che spopolerà negli anni '90, che verrà emulato e copiato da tante band che riusciranno però ad ottenere il successo che i Ritmo Tribale hanno solo sfiorato in carriera.
Il gruppo cambia pelle, mantenendo inalterate coerenza e spirito. Bahamas doveva essere un nuovo inizio ma si tramutò anche nel disco di addio. Proprio per questo rimane un'opera preziosa e inestimabile, unica e purtroppo poco capita, soprattutto da chi pensava che i "tribali" senza Edda, non avessero ragion d'esistere. La smentita è un disco che oggi, ad ormai undici anni dalla sua uscita, suona ancora fresco, guadagnando i classici punti alla distanza.
Devo ammettere che fu dura entrare nella nuova strada intrapresa dai Ritmo Tribale. La rivalutazione avvenne per gradi, con canzoni fluide ed ermetiche nei testi che ti giravano attorno, ti scrutavano e poi ti penetravano.
Registrato in gran parte lontano dai magici Jungle Sound, loro casa naturale, i cinque tribali abbandonano la quotidianità cittadina per tuffarsi e rifugiarsi nella tranquillità delle campagne emiliane del "castello" di Pieve Salutare. A beneficiarne sono dieci canzoni compatte e quasi unitarie, collegate tra loro dai testi quasi visionari di Scaglia, anche produttore dell'intero lavoro. Se i contatti con il rock del passato si possono scorgere in alcune tracce come Meno nove o la bonus track Cuore nero, il resto viaggia tra partiture liquide e psichedeliche con le chitarre di Scaglia e Rioda impegnate a tessere intrecci sfuggenti e la base ritmica composta da Briegel e Marcheschi sempre pulsante e vivace.
Un disco d'impronta quasi progressive che amalgama anche i nuovi suoni elettronici del trip-hop (grande lavoro del tastierista Talia) con il rock, giocando con i testi mai banali o scontati ma aperti a qualunque interpretazione. Esempi del nuovo corso sono le bellissime Il centro, Lumina, il singolo 2000 che apre il disco e la title track che chiude con tanto di violino e moog.
Se questo doveva essere l'ultimo disco a nome Ritmo Tribale, mai commiato fu migliore. Ora, però, a distanza di 11 anni, il cerchio chiuso (riaperto momentaneamente per la reunion del 2007) si riaprirà totalmente sotto nome NO GURU...e le premesse sembrano più che buone. A fra poco...

vedi anche RECENSIONE: NO GURU-Milano Original Soundtrack (2010)





RECENSIONE: SAMUEL KATARRO (The Halfduck Mystery)...da Robert Johnson alla psichedelia...


SAMUEL KATARRO- Halfduck mystery (2010)

Anno 1968. Terzo piano del palazzo. In una stanza una professoressa di inglese impartisce lezioni ad un giovane alunno poco attento, nella seconda un carillion continua a suonare all'infinito con una bimba che lo fissa con gli occhi ormai stanchi, nella terza un altro bimbo intona una canzoncina su un pipistrellino. Le altre stanze sono colorate da luci stroboscopiche, incensi accesi, persone che vagano senza scopo, su e giù dalle scale. Dalle casse di un giradischi esce musica malata e psichedelica.
Il giovane Alberto Mariotti (aka Samuel Katarro), continua il suo viaggio nella musica e dopo l'incredibile esordio ("Beach Party", 2008) che lo ha visto vestire i panni di un giovane Robert Johnson posseduto dal blues, solo in compagnia della sua chitarra, saltando a piè pari l'epopea del rock'n'roll si catapulta in uno dei periodi più creativi ma nello stesso tempo sfuggenti della musica rock. Questa volta si fa aiutare da un manipolo di suonatori , la Tragic Band, che colorano le canzoni di dissonanti violini, organi, percussioni e strumenti a fiato. Quello che ne esce è un concentrato psichedelico che sfugge in mille direzioni lasciando aperta l'immaginazione e creando un pathos che non sentivo da tempo in un disco italiano.
Samuel Katarro, lo si percepisce subito, ama la musica e sebbene abbia da poco superato i vent'anni, le sue composizioni sono figlie del passato e di una cultura musicale costruita ascoltando i dischi di mamma e papà. Questo secondo disco può spiazzare chi aveva già a suo tempo elogiato l'anima blues che contaminava il sinistro esordio. Qui le coordinate sono la psichedelia di Syd Barrett, i primissimi Pink Floyd, i Grateful Dead, i 13th Floor Elevators, le melodie bizzarre dei Beatles in acido e la nascente scena della west coast californiana.
La voce di Samuel Katarro, suo grande punto di forza, passa dal falsetto fino a farsi greve nella stupenda ed iniziale "Rustling", chiusa dall'oboe melodioso suonato da Mario Frezzato.
Visioni di blues psichedelico, tra Barrett e Captain Beefheart in "Pink clouds over the Semipapero", guidata dalla follia di Enrico Gabrielli e Wassilij Kropotkin( Francesco D'Elia, autore di quasi tutti gli arrangiamenti), mentre l'inizio di "Pop Skull" rimanda alle visioni del Dylan di Blonde on blonde, la sgangherata "The first years of Bobby Bunny" è pura follia da circo con una tuba portante. L'inquitetudine del vivere ai margini emerge profondamento in ogni traccia del disco, la diffidenza verso il mondo e la voglia di trovare una propria strada sono tangibili.
Facile immaginare un van volkswagen diretto verso Woodstock in "Three minutes in California", più difficile è districarsi dentro la quasi cacofonia psichedelica di "'S Hertogenbosch blues Festival" o al psicoindustrial di "I am Musonator" e "Sudden Death", costruite solamente da samplers e loops. Disco suonato tutto in presa diretta, salvo poche sovraincisioni, "The Halfduck Mystery" si candida ad essere una delle uscite più interessanti della musica italiana in questa prima metà d'anno, ma soprattutto, Samuel Katarro si rivela come uno dei più straordinari talenti musicali del nostro paese che, ne sono certo, all'estero sarebbe già stato osannato e riempito di riconoscimenti. Cosa dobbiamo aspettarci ora da questo giovane talento? Una cosa si è capita, a Samuel Katarro piace stupire e stupirsi, giocando con la musica.
Too many ways, in too many directions...Cross knowing looks, between me and the void...da "I Am the Musonator"

RECENSIONE: DANKO JONES-Below the Belt...il ritorno...


DANKO JONES-Below the belt(2010)
Urgenza, questo l'aggettivo che più si addice a Danko Jones. La sua musica ha tutto per poter accontentare e mettere d'accordo l'ascoltatore rock: rock'n'roll, blues, hard e metal vengono frullati sottoforma canzone con ritornelli che ti si stampano in testa al primo ascolto e musica che ti fa sobbalzare dalla sedia. Dopo il clamoroso successo di "Born a lion", uscito nel 2002, ho sempre considerato Danko Jones come uno dei pochi rocker odierni ad aver ereditato quella strafottaggine e immediatezza rock'n'roll, costruita anche sul sex appeal, che solamente le grandi rockstar di una volta avevano.
Rock di poche pretese il suo, chitarra, basso e batteria che unite a sudore, impatto, riff killers e chorus costruiscono canzoni tanto semplici e immediate quanto mai banali. Con gli anni poi, si è costruito una buona fama in sede live, guadagnandosi il rispetto dei rocker che contano, non a caso il grande Lemmy e Mike Watt si sono offerti come attori in Full of regret, primo video-singolo di questo disco.
Insomma, un duro lavoro che sta portando i suoi frutti. Questo settimo lavoro del trio canadese, sterza decisamente verso il passato, dopo l'ultimo "Never too loud" che concedeva un pò troppo alla melodia e la raccolta di inediti e rarità "B-sides"(alla faccia degli scarti) questa volta alcuni riff di chitarra da Had Enough ( con un coro che sa tanto di Misfits), I think bad through, Tonight is fine e Apology accepted sono tra i più metal mai composti. Sicuramente tra i suoi dischi più in your face, nessun rallentamento ma un treno diretto che tocca gli anni '70 di kissiana memoria come in Active Volcanoes, dove si trasforma in novello Paul Stanley, sicuramente tra i suoi miti , o nella velove Magic snake. I testi sono sempre quelli, sguaiati ma sempre rispettosi verso il genere femminile che Danko Jones adora, venera, critica, a volte sembra disprezzare ma poi alla fine si arrende alla cruda realtà dello strapotere delle donne verso il genere maschile.
In un mondo musicale che a volte rasenta il plagio, mi vengono in mente gli Airbourne, Danko Jones ci mette quel tanto di suo per farlo emergere dalla massa. Sexy, vizioso e adrenalinico. Disco consigliato per questa estate e i vostri american-party in riva alla piscina in compagnia di sesso, birra e...tanta fantasia.