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sabato 3 giugno 2023

RECENSIONE: RIVAL SONS (Darkfighter)

RIVAL SONS  Darkfighter (A Low Country Sound/Atlantic, 2023)



conferme, senza bisogno

Tra le tante band devote all'hard rock revival dei seventies apparse sulla scena negli ultimi quindici anni i californiani Rival Sons non li ho mai messi in discussione. Li ho adottati fin dal primo disco e ora che sono arrivati al traguardo del settimo posso dire con tutta tranquillità che non hanno mai sbagliato un colpo. La conferma mi era già arrivata durante un loro concerto, uno degli ultimi visti prima che il lockdown chiudesse le porte in faccia a tutti  per un po'. Ma è proprio la pandemia ad aver dato lo spunto al tema che lega le nuove otto tracce di questo Darkfighter. Perché per quanto oggi ci sembrino lontani, quei giorni continuano a lasciare strascichi, ricordi e purtroppo anche malanni ben camuffati.

"Getta un'ombra, parla di tutta la divisione che abbiamo attraversato negli ultimi anni, è emozionante, molto personale" hanno raccontato del disco.

Un disco dalla tematiche scure legate all'isolamento che anticipa di pochi mesi una seconda uscita dall'umore più disteso e positivo: si intitolerà Lightbringer.

Ecco cosa ha detto recentemente il chitarrista Scott Holiday in un' intervista:" ci piace fare album, non singoli, e penso che questo ci renda un po' diversi – nel genere in cui ci troviamo, siamo una delle poche band che vogliono fare album. È il modo della vecchia scuola. Metti il ​​disco, siediti, prendi il vinile, sali sulla giostra. Al giorno d'oggi è troppo facile scegliere semplicemente le canzoni e inserirle in una playlist".

Il pregio che distingue i Rival Sons da tanti altri gruppi che indirizzano lo sguardo al passato è la capacità di tenere l'altro piede nel presente con piccole ma importanti impronte e arrangiamenti perfetti, basti ascoltare l'iniziale 'Mirrors', un concentrato di vecchio blues nero, Led Zeppelin e Free ma con il timbro 2023 impresso sopra.

Prodotto ancora una volta da Dave Cobb, Darkfighter presenta una freschezza tutto sommato invariata rispetto agli altri dischi: 'Nobody Wants To Die', la più rock’n’roll in scaletta, ha tutte le caratteristiche di quei brani epici capaci di cavalcare le epoche. E il bel video che la accompagna fa il resto.

Jay Buchanan poi è uno di quei cantanti che non ha troppo bisogno di sforzarsi per arrivare là dove i grandi vocalist degli anni settanta arrivavano. Non scimmiotta nessun ed è carismatico il giusto per lasciare sempre un segno del suo passaggio così come la chitarra di Scott Holiday che si destreggia tra hard, blues e acustica, moderno e passato.

Se 'Bird In The Hand' si distingue e pare più di un omaggio ai Queens Of The Stone Age con i quali hanno condiviso il palco in passato, con quel riff circolare che pare uscire dalla chitarra di Josh Homme e 'Bright Light' è un lampo di freschezza da sterminati spazi aperti, quello che si nota maggiormente nelle restanti canzoni è quella voglia di costruire composizioni cangianti ('Rapture', 'Guillotine', 'Horses Breath', 'Darkside') dove elettricità e acustico, scosse e calma apparente si susseguono creando crescendo emozionali che sanno tenerti incollato al disco almeno fino all'uscita quasi imminente del prossimo. Una grande band.





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