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lunedì 9 marzo 2020

RECENSIONE: JONATHAN WILSON (Dixie Blur)

JONATHAN WILSON   Dixie Blur (Bella Union, 2020)




going up the country...
Due anni di tour insieme a Roger Waters e un ultimo disco, Rare Birds, nato dopo la fine di una relazione d'amore, che dal bassista dei Pink Floyd prendeva pure ispirazione, ma non solo questo, visto che era talmente ambizioso nel suo viaggiare nel tempo (c'erano anche gli azzardi di certi anni ottanta lì dentro) che è risultato ostico e poco capito anche dai suoi fan. Questa volta Jonathan Wilson ha puntato diritto a Nashville ( in questi giorni alle prese con la devastazione di un uragano) sotto il suggerimento di Steve Earle e con l'aiuto di Patrick Sansone (Wilco) in produzione ha scritto tredici canzoni (più una cover) dove riversa la sua personale idea di country americana, a volte con i piedi ben piantati nel classico, altre con le scarpe a un metro da terra, dando sfogo alla sua arte più visionaria come già ci ha abituato nel passato.

Registrato in presa diretta, in soli sei giorni, al Sound Emporium Studio con gli straordinari musicisti del posto, professionisti della country music con in cima il violinista Mark O'Connor, vero gran protagonista lungo tutta la durata del disco, che fanno risultare Dixie Blur il suo disco più diretto e accessibile di sempre. Un metodo e un approccio di registrazione completamente diversi rispetto ai precedenti quattro lavori.
"Questo è il suono del Sud, il suono delle colline della Carolina. Questa è la mia casa, da dove vengo. Alcune cose che ho fatto in passato sono più i suoni della mia immaginazione. Ma queste canzoni hanno il suono di mio padre, dei miei zii". Rivendica con orgoglio Wilson che comunque non ha dimenticato Topanga. .
In mezzo alle ariose e introspettive '69 Corvette' (che cela ricordi d'infanzia snocciolati in stile American Recordings) e 'So Alive' (la forza dell'amore), alle ballate al pianoforte e steel guitar di 'Fun For The Masses' e 'Oh Girl' con il suo crescendo, alla crepuscolare e sentita interpretazione in 'New Home', al bluegrass di 'El Camino Real', al suono alla Phil Spector adattato agli anni 2000 di 'Enemies', al malinconico country western al chiaro di luna di 'Golden Apples', all'incedere cupo di 'Riding The Blinds', a una 'Platform' che vedrei bene cantata da Willie Nelson, fino al folk di 'Pirate' e l'honk tonk di 'In Heaven Making Love', c'è una 'Just For Love' dei Quicksilver Messenger Service, posta in apertura, a fare da giusto ponte con il passato, allungando la vista verso il futuro, come sempre.









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