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mercoledì 2 agosto 2017

DISCHI DA ISOLA AFFOLLATA # 40: THE ROLLING STONES (Their Satanic Majesties Request)

THE ROLLING STONES  Their Satanic Majesties Request (1967)







Keith Richards nell’autobiografia Life non la fa troppo lunga e taglia corto, definendo THEIR SATANIC MAJESTIES REQUEST una stupidaggine. “ Per buona parte di quell’anno compiemmo sforzi a vuoto per registrare Their Satanic Majesties Request. Nessuno di noi ci teneva, ma era giunto il momento di un altro album degli Stones, e Sgt. Pepper stava uscendo, così, sostanzialmente, pensammo di farne una caricatura”. Se all’uscita il disco venne sottovalutato e in parte frainteso e criticato, oggi, con buona pace di Richards si può considerare l’album più bizzarro, ricco di idee (anche se in alcuni casi solo abbozzate), spunti e passaggi che non trovarono mai più posto in nessun altro disco. Confuso ma certamente unico. “ Penso che ci stavamo semplicemente facendo troppi acidi” dirà Mick Jagger. Quella fantasia musicale che i maligni hanno sempre preteso dagli Stones durante la loro carriera è tutta racchiusa in queste dieci tracce: dall’onirica ‘She’s A Rainbow’ con l’arrangiamento d’archi ad opera di John Paul Jones e in perfetta linea con i gruppi psichedelici dell’epoca, a ‘In Another Land’ prima e unica canzone scritta e cantata da Bill Wyman, dalle suggestioni mediorientali di ‘Gomper’ con Brian Jones che si sbizzarrisce, al viaggio nello spazio di Mick Jagger in ‘2000 Light Years From Home’ che ospita pure le mani di un ancora poco conosciuto Eddie Kramer, dal cabaret di ‘On With The Show’ alla corale apertura ‘Sing This All Togheter’ (con i cori di Lennon-McCartney, così si diceva) che con le sue percussioni sembra anticipare la ‘Sympathy For The Devil’ che verrà, traccia ripresa in una sorta di free jam di otto minuti dove tutto sembra concesso, dal riff di chitarra piuttosto pesante di Richards in ‘Citadel’ che si fa strada in mezzo alle diavolerie di Brian Jones alla più stonesiana del lotto ‘2000 Man’ quasi profetica nel testo. Fortemente voluto dalla casa discografica per rimanere al passo con i tempi, il disco scritto per contratto diventa una provocazione, sembra quasi una presa per i fondelli verso chi della psichedelia ne faceva un’attitudine seria, e gli esempi in quel momento non mancavano. Tutto viene esasperato e ingrandito. La parentesi psichedelica dei Rolling Stones si chiude qui. Lontani dalle suggestioni dell’epoca, oggi sembra suonare tutto piacevole e godibile, da scoprire con curiosità, con almeno un poker di canzoni da ricordare. Alle mie orecchie naturalmente. Infine, c’è la copertina tridimensionale: “In compenso ci aggiudicammo la prima copertina 3-D di tutti i tempi. Frutto degli acidi, anche quella. Ci costruimmo il set da soli. Andammo a New York e ci affidammo a un ragazzino giapponese con l’unica macchina fotografica al mondo in grado di scattare in 3-D. Un po’ di vernice, un seghetto, pezzi di polistirolo…” scrive Richards.



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