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martedì 10 dicembre 2013

RECENSIONE: NEIL YOUNG (Live At The Cellar Door)

NEIL YOUNG  Live At The Cellar Door (Reprise Records, 2013)

Non abbiate fretta. Qualcuno (chi? io?) si aspettava che gli archivi facessero un balzello temporale in avanti. Non di molto, bastavano due anni. Superare il 1972 e trovarsi davanti alle nebbie di uno dei periodi più scuri della carriera del canadese, ma certamente tra i più prolifici ed ispirati, ancora tutto da scoprire nei tanti album mai venuti alla luce. Non abbiate fretta però, perché potrebbe bastare una rarissima Cinnamon Girl suonata al pianoforte per cambiare idea e farvi venire voglia di rimanere ancora un po' con le orecchie appoggiate a questo 1970, anno ricco e cruciale come non mai per Neil Young, dichiarato unanimemente artista dell'anno: già fuori in  Marzo con Deja Vù insieme a Crosby, Stills e Nash ma alle prese con un difficile seguito che mai vedrà la luce-che inesorabilmente sembra già calare d'intensità sul supergruppo- e con i protagonisti lanciati verso le rispettive carriere soliste ("cocaina ed ego distrussero il gruppo" dirà invece Neil Young) e con il fresco After The Goldrush uscito a Settembre da presentare, da cui attingerà parecchio in questi sei show acustici, porzione di una serie di concerti affrontati in solitaria in piccolissimi spazi tra la fine del 1970 e l'inizio del 1971, e che sarebbero dovuti confluire in un disco live mai portato a conclusione (naturalmente). Ad attendervi è la cronaca spiccia e selezionata delle sei performance intime-quasi fosse nella familiarità del buen retiro a Topanga Canyon-trascorse tra il 30 Novembre e il 2 Dicembre del 1970 al Cellar Door di Washington D.C., un piccolissimo locale tra la 34th Street e la M Street con il pubblico alle calcagna, un music club dove i grandi artisti usavano mettersi alla prova e teatro di numerosi dischi live tra cui spicca quello di Miles Davis.
Non abbiate fretta, perché se volete le  nere sabbie mobili di On The Beach, dentro a questi 45 minuti (13 canzoni) trovate pure quelle, le prime sfumature di grigio si intravedono nell' embrionale versione al pianoforte di See The Sky About To Rain, intensa canzone che apparirà solo quattro anni più tardi proprio in quell'album, ed una splendida versione di Old Man, canzone scritta per il vecchio Louis, custode del Broken Arrow Ranch appena acquistato: fredda, cruda ma con la dolcezza di una carezza che verrà ripresa, colorata, scaldata e arricchita su Harvest grazie agli interventi di James Taylor e Linda Ronstadt. Basterebbero queste tre canzoni per mitigare l'ansia. Invece ci si perde, ancora una volta, dentro all'essenzialità di un artista venticinquenne che già teneva in pugno l'audience con la sola profondità di una chitarra acustica ed un pianoforte-il vero protagonista di questi concerti-, già forte di un passato importante da raccontare (Flying On The Ground Is Wrong, Expecting To Fly, I Am A Child dei Buffalo Springfield, l'album Everybody Knows This Is Nowhere (1969) da cui vengono riprese Cinnamon Girl, Down By The River, Cowgirl In The Sand), un presente tormentato dalle visioni apocalittiche che ispirarono un film-mai realizzato-che a sua volta ispirò After The Goldrush (Tell Me Why, Only Love Can Break Your Heart alla chitarra, l'epica After The Goldrush  al piano, Don't Let It Bring You Down, Birds) , ed un futuro già parzialmente scritto (Old Man,  See The sky About The Rain), perché quando Neil Young ti presenta una nuova canzone, nella sua testa è già sostituita da un'altra, prossima a venire. Da crimine sembra essere, se mai ci fosse stato, il parziale taglio delle parti parlate di Neil Young tra un brano e l'altro, essenziali per render l'idea dell'atmosfera che si respirava in quella piccola e calda location, eccetto per l'inizio della finale Flying On The Ground Is Wrong, dove Young parla e scherza sulle sue virtù al pianoforte.
Neil Young al Cellar Door è un artista ansioso di imboccare la carriera solista, di mettersi alla prova, testarsi, dimostrare prima a se stesso poi al grande pubblico quanto la vita di gruppo gli andasse stretta, troppo stretta. Questo è l'antipasto che sublimerà solo due mesi dopo durante i- già pubblicati- concerti alla Massey Hall che ce lo mostrano più sicuro e in palla, nonostante i lancinanti dolori alla schiena che lo tormentarono in quel periodo, facendo risultare questa uscita un gradino sotto a quelle registrazioni (sette canzoni su tredici sono presenti anche nella setlist di Live At Massey Hall 1971). Sarebbe stato preferibile far uscire Cellar Door prima delle registrazioni alla Massey Hall di Toronto, ma all'interno del disordine cronologico younghiano tutto è permesso, e noi ci adeguiamo come sempre. Ora, però, proseguiamo. Senza fretta, naturalmente.
"Ai tempi il Cedars era un vecchio ospedale. Io ero in trazione, c'erano cavi e pesi che tiravano il piede per alleviare la pressione sui dischi della spina dorsale. (Mentre ero lì, ascoltai molto una cassetta del Cellar Door di Washington. Era un nastro inciso di recente dal vivo con Henry Lewy. Era veramente ottimo e scrissi alcuni appunti; un giorno pubblicherò un album veramente figo di quei tempi...)" da Il Sogno di un hippie di Neil Young.




vedi anche RECENSIONE:NEIL YOUNG & CRAZY HORSE-Americana (2012)





vedi anche RECENSIONE: NEIL YOUNG & CRAZY HORSE-Psychedelic Pill (2012)



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RECENSIONE: NEIL YOUNG-Storytone (2014)




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