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giovedì 28 novembre 2013

RECENSIONE: TIM GRIMM (The Turning Point)

TIM GRIMM The Turning Point (Cavalier Music/IRD, 2013)

Il nome di Tim Grimm dirà poco ai più e molto ai cinefili incalliti (solo americani, mi sa) che lo avranno ammirato come attore al fianco di Russell Crowe in The Insider, e in molti altri film, telefilm e opere teatrali, ma la sua storia va oltre, è la trasposizione fatta persona di quelle belle favole americane ambientate nella sperduta provincia degli States. Quelle che spesso ci raccontano proprio i film, quelle piene di tutti quei luoghi comuni che tanto piacciono, legati alla dura vita rurale  nel Midwest statunitense: posti fascinosamente desolati e abitati da persone schiette, vita dura di campagna ma semplice e appagante. Quelle che vorremmo vivere almeno una volta nella vita, quando si ha voglia di lasciare tutto alle spalle e dire "me ne vado in America!". Nativo dell'Indiana, dopo una brillante carriera a Los Angeles dove ha girato film e telefilm al fianco dei più grandi attori, proprio sul più bello, quando i suoi piccoli bambini iniziavano a crescere-bisognosi di più tempo e attenzioni-decide di tornare indietro, al suo passato, alla semplice vita di un tempo dove passare le giornate a fingere, come un attore, non è più possibile. Dove il richiamo della terra va assecondato senza finzioni, innaffiato giorno dopo giorno. Giorni che passano inesorabili, ma questa volta sempre più dettati dagli impegni musicali che si intensificano sotto la buona ispirazione della natura che lo circonda.
Grimm è il tipico folksinger che non ha bisogno di alzare la voce o lanciare in aria fuochi d'artificio per attirare l'attenzione. La sua strada musicale è la stessa aperta e percorsa dall'amato amico Ramblin' Jack Elliott, da John Prine, da Steve Earle, da Tom Paxton  a cui dedicò il precedente Thank You Tom Paxton (2011), rileggendone la carriera. I suoi precedenti dischi gli sono già valsi numerosi riconoscimenti e questo non farà eccezione. Se amate il "poco" che possono dare una voce calda, rassicurante e avvolgente, degli strumenti a corda della tradizione (chitarra acustica, violino, banjo) e una manciata di storie intimiste, raccolte- e raccontate come Dio comanda- durante il trascorrere dei giorni in una normale settimana come tante passata nel suo ranch, o dall'altra parte dell'Oceano nella amata Olanda, ad osservare la vita che scorre e la natura che lo abbraccia, rimarrete rapiti fin dalla prima traccia The Lake, country/folk che gioca con la forza della natura, la nostalgia, la speranza, le emozioni e l'amore, ingredienti che si ritrovano spesso lungo le undici canzoni del disco, alcune scritte con la moglie Jan Lucas e che vedono la partecipazione di Jason Wilber già chitarrista di John Prine.
Personaggio vero, già le foto basterebbero per certificarlo, voce profonda che ci porta in giro tra i ricordi d'infanzia in una vecchia casa nell'Indiana in Family History dove il violino di Diederick Van Wassenaer ricama nostalgia e i tasti di un pianoforte (Connor Grimm) battono i minuti; un giro intorno alla musica che ama, amiano, in King Of The Folksingers che pare uscita da Desire di Dylan dove il violino che fu di Scarlet Rivera ora è di Jordana Greenberg, proprio quel Bob Dylan che viene citato tra le parole del testo insieme all'amico Ramblin' Jack Ellioth (a cui è dedicata), a Tom Waits, Johnny Cash, Arlo Guthrie, Rolling Stones, Jack Kerouac; le memorie scritte nei paesaggi (The Canyon, Indiana) che riportano alla mente la vita vissuta, la strada, la semina e il raccolto dei giorni.
Rovin'Gambler è un traditional folk, minimalista, scarno ed oscuro, riarrangiato e interpretato come farebbero Bruce Springsteen alle prese con il bianco e nero di Nebraska o lo Steve Earle più acustico e tenebroso; The Turning Point è esercizio di scrittura di qualità, narrazione di un omicidio ambientato nel diciassettesimo secolo nella cittadina di Spijkerboor in Olanda, paese che ritorna in  Anne In Amsterdam, puro folk per chitarra e violino, ispirato da un viaggio nei Paesi Bassi, dove  Grimm rimase colpito dal museo e dalle stesse lacrime che versò, ripercorrendo le parole che Anna Frank ci ha lasciato in memoria, canzone che contrastsa con la singolarità dell'up country Blame It On The Dog, un finale gioioso lasciato ai margini di un disco intenso, scavato e profondo.
Tim Grimm quando canta non recita. La sensibilità si impossessa della scena e le vibrazioni genuine scuotono. La vera vita non è un film. Tim Grimm non cambierà mai il corso della musica ma sono
personaggi così, semplici e puri, quelli che tengono ancora in piedi la baracca.




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